di Mario Buffa

Lo scopo di questo lavoro è l’esame delle iscrizioni in caratteri etruschi trovate nel territorio occupato dal popolo Ligure. Oltre all’attuale Liguria propriamente detta, abbiamo preso in considerazione il Nizzardo, la parte meridionale del Piemonte e del Parmense, la Lunigiana e quella parte della Toscana settentrionale, che si trova al Nord del torrente Fine di Vada, il quale prima della riforma di Augusto costituiva il confine tra Liguria ed Etruria. Non ho compreso in questo lavoro le iscrizioni di Fiesole, e di Marzabotto, perché su tali città la dominazione ligure non è sicura, potendosi ammettere che dette città restassero etrusche, anche quando il circostante territorio fu invaso dai Liguri. Escludendo le iscrizioni di lingua dubbia, resta una ventina di iscrizioni sicuramente etrusche. Parecchie di queste vengono qui pubblicate per la prima volta.
Tali documenti ci provano che nel territorio dei Liguri si ebbe una infiltrazione della lingua etrusca, che fu probabilmente la prima lingua scritta in detta regione. Ciò può essere un argomento per sostenere che l’Etruria vi abbia esercitato un diretto dominio; ma non ci è possibile sostener ciò con sicurezza, perché si potrebbe anche ammettere una semplice penetrazione culturale e commerciale di elementi etruschi.
È strano come storici di valore abbiano negato la possibilità sia del dominio sia di una semplice infiltrazione tirrenica nel territorio dei Liguri; tantoché il Mommsen dubitava della autenticità dell’iscrizione di Busca, perché la presenza di genti etrusche in detta regione non era avvalorata da ricordi storici. Eppure è inconcepibile che tre secoli or sono, quando l’etruscologia non era ancora nata, si potesse a Busca inventare una iscrizione scritta in perfetta lingua etrusca.
Per lo stesso motivo si dubitò dell’autenticità delle iscrizioni di Cimiez, e di quella del fegato di bronzo di Gossolengo. Ma ormai le iscrizioni etrusche nel territorio dei Liguri crescono continuamente di numero, provengono da punti diversissimi della regione, e la critica nulla ha trovato per infirmarne le autenticità.
D’altra parte un esame più accurato delle fonti storiche ci dimostra che non è esatto che manchi qualsiasi accenno ad una estensione dell’ influenza etrusca, nel momento del suo massimo fulgore, nella regione dei Liguri. È vero che la Dott. Banti nel suo pregevole lavoro su Luni, ha messo in dubbio la penetrazione etrusca perfino in quell’agro Lunense, che secondo Livio “Etruscorum antequam Ligurum fuit….” È un argomento sul quale mi riservo di tornare. Però le due pater lunensi a caratteri etruschi, le tre stele scritte in alfabeto etrusco, le pietre incise lunensi, le 4 tombe iscritte di Querceta, (di cui purtroppo una sola è stata sinora rintracciata dal Prof. Orsolini ed illustrata dal Neppi Modona) infine la copiosa toponomastica itineraria etrusca della regione dimostrano che la affermazione di Livio circa I’ etruscità dell’Agro Lunense è confermata dai trovamenti archeologici e dai nomi di luogo.
Lo Pseudoscilace poneva il confine fra Liguri ed Etruschi ad Anzio e non abbiamo modo di decidere se si tratti di Antibo, se di Anzio presso Framura o di altra terra, perché la distanza misurata in giornate di navigazione è termine troppo poco sicuro.
Ma Scimmo di Chio nel suo poema la descrizione del mondo dedicato a Nicomede re di Bitinia, ci descrive (ricopiando qualche più antico autore, probabilmente Eforo) uno stato di cose anteriore al IV secolo avanti Cristo. Per lui Antibo è l’ultima città dei Liguri, che occupano le coste di Provenza. Ad oriente di Antibo stanno i Pelasgi (cioè i Tirreni) Dopo aver parlato dei Liguri e delle colonie greche nel loro territorio dice che : ᾿Αντίπολις αὐτῶν ἐσχάτη. Μετά την Λιγυστικήν Πελασγοί δ’ είσιν.
Ne verrebbe la conseguenza che il popolo Ligure in un dato momento della sua storia confinava cogli Etruschi al Varo e solo più tardi penetrò nella Liguria attuale. La presenza di Etruschi a Nizza è del resto documentata dalle iscrizioni etrusche del Museo Massena, la cui autenticità non può essere messa in dubbio da chiunque abbia pratica di epigrafia etrusca. Ma vi è anche uno strano passo di Diodoro Siculo, che pur attraverso un errore geografico colossale, sembra testificare una occupazione etrusca di Nizza, che sarebbe anzi stata fondata dagli Etruschi stessi.
Infatti Diodoro parlando della Corsica e della guerra Etrusco-focese per il suo possesso, colloca in Corsica né più né meno che Cagliari (Κάλαρις) e Nizza (Νίκαια) conquistata la prima dagli Etruschi sui Focesi, fondata l’altra dagli Etruschi nel momento in cui dominavano i mari. Τήν δε Νίκαιαν έκτισαν Τυρρηνοί θαλαττοκρατοῦντες. (1)
Sapendo che Nizza fu città focese, siamo portati ad identificare la Nicea di Diodoro, colla moderna Nizza, che sarebbe stata fondata dagli Etruschi, se l’osservazione di Diodoro è degna di essere presa sul serio.
È questo un argomento che potrà essere approfondito dagli studiosi Nizzardi, qualora si riprendano gli scavi presso il Palazzo del Pretorio, ove fu con tutta probabilità una necropoli etrusca. In tali iscrizioni probabilmente prefocesi sta la documentazione delle origini della città, la più antica prova della sua nobiltà. Ed io mi auguro che le iscrizioni etrusche nizzarde oggi disperse e quelle che si troveranno certamente, vengano raccolte assieme a quelle già esistenti nel Museo Massena, creato dalla città di Nizza, e che il Sig. Borea dirige con tanta competenza e con tanta cortesia verso gli studiosi stranieri.
Ritornando al nostro argomento, mi pare si possa concludere che sia gli scarsi accenni storici, sia i trovamenti epigrafici rendono probabile l’estensione al territorio dei Liguri, se non del dominio, almeno della cultura etrusca.
Sarebbe interessante esaminare la toponomastica e l’onomastica ligure, per vedere se una parte di essa non possa spiegarsi con etimi etruschi. In questo momento in cui il Sergi nel suo lavoro “Da Albalonga a Roma” vede un po’ da per tutto etimi liguri e siculi, tale indagine può sembrare fuori di luogo.
Già accennai a qualche etimo etrusco in territorio ligure a proposito di un lavoro sulla toponomastica itineraria etrusca (2). Ma la tentazione di altri raffronti è grande. Ne citerò qualcuno dei più caratteristici.
Il nome di luogo e di famiglia Cafasso (in dialetto Cafas) ricorda il gentilizio etrusco Cafate. Il nome di luogo e di gente Mottura (in dialetto Mutura) ricorda l’etrusco Mutura. È strano ritrovarlo come nome di famiglia in quella Busca, ove era la gente etrusca dei Muviku. Il nome Tiscornia ricorda l’etrusco Tiscusna, perfino il regio nome di Cottius somiglia a Cuedie. I nomi di fiume Vara, Varaita, Varatella, Varo, Taverone (in dialetto ta-varun) ricordano la parola etrusca “var” in cui il Goldmann ha cercato il significato di “acqua,,. Perfino il nome di Torino, e dei Taurini ha risonanze etrusche. Nelle Alpi Cozie è da notarsi il nome di luogo e di famiglia Turin, che si pronuncia Türén, ossia nello stesso modo che i montanari chiamano il loro capoluogo, e nel modo in cui lo nominano i Francesi. Ne derivano da Susa a Nizza parecchie forme onomastiche e toponomastiche: Turini, Turina, Turena ecc. Ora l’affinità tra Türên, e Tuệῥηνοί, come i Greci chiamarono gli Etruschi è notevole. (3) Anche il nome di popolo Vibii ricorda il tema etrusco Vipi, mentre Meana ricorda Mevania e la dea Mean. Un esame affrettato come questo non può portare ad alcuna conclusione sicura, può solo indicare agli studiosi una via di ricerche forse proficue.
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Dopo gli studi del Mazzini, (che volle vedere in queste stele delle tombe celtiche) e dopo i magistrali lavori del Formentini, che con tanta maggior verosimiglianza le ascrisse al popolo etrusco, una risposta al problema del popolo cui appartengono può esser data dall’esame delle iscrizioni su esse incise. E tale risposta è assolutamente favorevole alla tesi del Formentini.
In altri tempi molte dovettero essere queste stele, alle quali ancora nel medio evo il popolo prestava un culto pietoso. Fu un vescovo di Luni, che in questo gentile culto a vecchi antenati volle vedere una forma speciale di idolatria, la litolatria o culto delle pietre. Perció fece abbattere e infrangere tutte le stele tombali di Lunigiana, sottraendoci cosi un ben prezioso materiale archeologico. Quelle poche stele che ancora si trovano furono probabilmente sottratte col seppellimento alla distruzione ordinata dal vescovo di Luni.
Tre sole delle stele superstiti hanno iscrizioni.
Stele Noceti.
Fu trovata in comune di Bagnone e donata dal Conte Noceti al Museo della Spezia. E inedita. Nel museo è catalogata al N. 82.
Rappresenta il solito guerriero, che tiene nella sinistra due giavellolti, nella destra un’ascia di forma speciale, nella quale si è voluto vedere la cateja. Io vedrei in essa invece una scure manicata di tipo etrusco, perchè la sua forma è molto somigliante a quella che tiene nella sinistra il guerriero della stele etrusca di Fiesole dedicata a Lorei Aninies. É curioso notare come il Fabretti avesse scambiato la scure manicata di Lardi Aninies’ per un fiore di dimensioni colossali.
La pietra è di macigno (arenaria) che ha molto sofferto dal tempo. E quindi quasi impossibile leggere altro che la prima e le 2 ultime lettere.
s…. ls
La L é incertissima. Il gruppo finale LS è la solita abbreviazione per Larts. La S’ iniziale può essere il cominciamento di Sétre o di altra forma onomastica. (Vedi Tav. III).
Stele Bocconi.
È proprietà della famiglia Bocconi di Pontremoli, e fu trovata nei pressi di quella città. Il Museo di Spezia ne possiede un calco. Su essa riferì il Sittoni alla Accademia Lunigianese delle Scienze. Ne parlò anche ii Prof. Buonamici in Studi Etruschi IV 397. Infine ne fa cenno il Neppi Modona in Historia 1930.
Il guerriero ricorda quello della stele precedente; ha nella destra due giavellotti, nella sinistra l’ascia immanicata di tipo fiesolano.
Fu letta: vezaruarus, ma un esame più approfondito dimostra che prima della V si trovano due altre lettere assai corrose, che sembrano doversi leggere LR. Quanto alla presunta E, meglio esaminata, si dimostra essere un nesso di LT. Le lettere ZU sono indecifrabili. Di sicuro non vi sono in esse altro che tre sbarre verticali. Abbastanza sicura è la A, alla quale sembrano seguire 2 punti e le lettere V, ed S già notate dal Sittoni.
Quanto alla voce Sul, la troviamo nelia iscrizione di Capua, cosi ricca di italicismi, ove abbiamo le forme: savlasie, ledam sul. La troviamo assieme ad Usil nella iscrizione:
a. cencnei rupiral Cauzna Suv! Usil—–
La troviamo pure nella Mummia (X, 8. VI. 17. X, 6, 17). Infine la troviamo nella F 2660 bis (mi tuurs kad unias sul) e sopra una ciotola di Fiesole (Vi-Sul).
Lasciamo questa digressione per ritornare alla nostra iscrizione.
Il Deecke leggeva nella V casella mar anzichè mae, nelle XV Ivn, nella XXX mars, nella XXXII tlusc / ap/e, nella XXXV vely, nella XXXVIII selvan. Tro-viamo qui parecchie divinità conosciute del panteon etrusco, come Tin, Hercle Uni. Ant, Caba, bufidas (duf) Fufluns, Cvlalp, Selva, Mari, Leta, Satres. In Vetisl si è voluto vedere Vejovis, il che potrebbe anche esser vero, ed in Mael si è visto Maia. In Tecvm si è cercato il nome etrusco di Decimus; to invece sarei portato a vedervi una divinità italica, ricordata nella iscrizione Volsca della Tavola di Velletri (F 2736) ove è detto: Deve Declune statom.
Una divinità nuova è Tluscv, Tlusc, che compare tre volte. lo ritengo che lo stesso nome divino compaia nel vlueva di Mu XI 2 e forse nel vuvl di Mu Vi 20. Non possiamo però far ipotesi sulla natura di questa divinità.
Nell’elenco degii Dei manca Venere. Viceversa compare 3 volte Cilen, che noi conosciamo già dalla CIE 5179, dove designa una divinità femminile, che potrebbe essere Venere, nel qual caso ci-len potrebbe essere un epiteto, significante “tre volte buona”
Resta a spiegare il nome divino Vel, che è anche prenome comunissimo.
Dal nome del mostro Volta si è immaginato un diavolo Velv, che è stato spesso evocato dagli Etruscologi, i quali hanno visto legioni di diavoli sorgere alla lettura del rituale della mummia. Essi dimenticarono che il concetto del diavolo, buale noi ce lo rappresentiamo è estraneo alle vecchie religioni italiche; dimenticarono che il nome del mostro Volta dovrebbe in etrusco scriversi non Velva, ma Vulva. Dobbiamo quindi cercare per Vel un altro significato, che deve essere bello ed onorifico, se i padri Etruschi amavano dar questo nome ai propri figlioli.
Si può pensare a Vel-giusto, o qualche cosa di simile, ma ogni maggior pre-cisazione sarebbe fuori luogo.
Conclusione.
Abbiamo passato in rassegna 29 iscrizioni in alfabeto etrusco trovate nei territori già abitati dal popolo ligure. Volendo aumentarne il numero, basterebbe aggiungervi le iscrizioni di Marzabotto, di Fiesole, di Firenze, iscrizioni che abbiamo escluse, non essendo sicuro il dominio ligure su queste città, perchè forse Marzabotto fu occupata dai Celti anziché dai Liguri, e Fiesole può aver conservato carattere etrusco, anche quando i Liguri occupavano la Val d’Arno.
Neanche abbiamo segnato fra le iscrizioni le marche figuline con caratteri etruschi delle urne di Genicciola e di Monterosso al Mare in Provincia di Spezia, e di Fraero in Provincia di Parma (F. III 1 bis).
Alcune delle nostre iscrizioni possono essere non etrusche (ascia di Carrara, lucerna della raccolta Podestà, tessera d’osso di Luni) ma le rimanenti sono innegabilmente etrusche. Esse sono quindi la prova della irradiazione dell’ influenza etrusca nel territorio dei Liguri, sia che vi sia stata una dominazione tirrenica in questo territorio, sia che non vi sia stato altro che una penetrazione culturale.
L’ On. Toscanelli, che con tanta acutezza ha indagato la storia di Pisa, non crede ad una espansione etrusca a Nord dell’ Arno, ma solo ad una influenza culturale. Siccome i Liguri non sapevano scrivere, dovevano servirsi dell’alfabeto dei vicini Etruschi per i pochissimi loro monumenti iscritti (Toscanelli. Pisa nell’antichità II 327).
L’ipotesi del Toscanelli è certo molto seducente. Essa permette di spiegare molte cose di questi monumenti. Vi è però da osservare che i Liguri non solo avrebbero adoperato la scrittura e i numerali etruschi, ma gli stessi prenomi e gentilizi (Larvial Muvikus, Pulfna, Luxumni, Busi, Tase, La Plaicani Veltina, Mezu Nemusus. Larvurus’, Velia Carinei). É vero che c’è affinità anche fra l’onomastica etrusca e quella latina, ma nel nostro caso non si tratta più di affinità tematiche con desinenze diverse, bensì di identità assoluta sia nel tema che nella desinenza.
Inoltre quelle poche forme lessicali giunteci in più dell’onomastica sono prettamente etrusche (mi, suvi, al, acasr, suvina, avil, leine). Anche il nome divino Turan e tutti i nomi divini del fegato di bronzo sono prettamente etruschi, ed etrusco il numero Zal.
Mi sembra quindi dimostrato che non si può qui parlare di solo uso dell’ alfabeto ma di uso della lingua etrusca, il che richiede una penetrazione politica turale
Evidentemente quelli che usavano prenomi e gentilizii etruschi non erano Liguri ma etruschi residenti nel territorio dei Liguri. Perciò, pur non facendo ipotesi sul carattere della influenza etrusca in territorio ligure, dobbiamo concludere che questa influenza è cosa dimostrata dai fatti.
Mario Buffa, Iscrizioni etrusche nel territorio del popolo ligure, in Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze G. Cappellini, XV, 1 a. 1934
- Non mancano però quelli che suppongono sia esistita anche in Corsica una Nicea, forse nel posto di Mariana.
- Buffa, Toponomastica Itineraria Etrusca, in Atti della Deputazione di Storia Patria per le province Parmensi
- Si potrebbe perfino pensare che il dittongo au operato dai Romani nelle voci Taurasia, Augusta Taurinorum, Taurusci ecc. abbia lo scopo di rappresentare il suono della u (con dieresi) lombarda, troppo ostico per le labbra latine.
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal Corriere Apuano del 15.7.2020