Non si può certo cercare, anteriormente all’oppidum medioevale di Pontremoli, nel territorio più settentrionale della Val di Magra, un equivalente ordinamento di tipo urbanistico ligure romano, sulle tracce di quella fantastica città di Apua, inventata da frate Annio da Viterbo o, per lo meno, da lui resa celebre tra i vecchi eruditi e vocabolaristi. Al contrario vi si possono ritrovare bene evidenti, gli avanzi dei primitivi assetti dei pagi, cioè di quei distretti rurali, più o meno vasti, nel cui territorio era distribuita la popolazione (dissipati per pagos, come scrisse Strabone dei Liguri), in gruppi di varia natura e importanza, quali i castella, i loci, i vici, le ville ecc.
Come è noto, successivamente, con l’organizzazione parгосchiale del Cristianesimo nelle campagne, le Pievi con le loro circoscrizioni conservarono le tracce di quelle arcaiche istituzioni, che, anzi, ristabilirono nella antica integrità territoriale, laddove era stata alterata, ma non distrutta, dagli assestamenti della conquista romana.
Le pievi di Vignola e di Urceola-Saliceto, sulla destra della Magra, ci indicano chiaramente dove fossero i centri predominanti della antica, se non primitiva, organizzazione del territorio, della quale tuttora conservano la tipologia, rispetto ai borghi fortificati e murati di concentrazione medioevale, i paesi (pagenses) della montagna, quali, per citare i più caratteristici, Rossano, Zeri, Guinadi, Valdantena, Dobbiana, composti tutti di piccoli abitati, ognuno dei quali distinto con un suo proprio nome, ma tutti poi compresi sotto un nome collettivo (1).
L’oppidum medioevale, al quale è dovuta la trasformazione della arcaica sparsa demografia rurale in una istituzione accentrata, di carattere militare urbano, era sorta nel fondo della Val-le, alla confluenza di due fiumi, Verde e Magra, a distanza dai primitivi stanziamenti laterali, in seguito ai mutamenti politico-territoriali conseguiti alla decadenza delle istituzioni antiche e ai perturbamenti provocati dalle invasioni barbariche e in connessione ai nuovi ordinamenti che si andarono svolgendo nel medioevo sino al feudalesimo e ai Comuni. La rovina dei sistemi stradali romani aveva imposto anche un profondo cambiamento nei modi e nelle direzioni delle comunicazioni, specie nei collegamenti tra la via Emilia occidentale e la Val di Magra per le relazioni con la Liguria orientale e l’Italia centrale. Ciò dette origine a un sistema viario più strettamente connesso al valico della Cisa.
L’osservazione storica chiarisce facilmente che questa via detta, nel medioevo, il Montebardone, o Romea, Francigena o Francesca (denominazioni che sono anche qualificazioni storiche) non era più una delle vie di traffico locale, ma una nuova formazione, nella sua caratteristica di via di transito, di grande comunicazione contingente alle necessità del periodo longobardo bizantino. E, come tale, ebbe appunto incremento specialmente da-gli interventi degli ultimi re longobardi.
Questa sua caratteristica barbarica è appunto segnata da quella linea di Priorie, chiese, ospedaletti, dipendenti da grandi monasteri lontani, che ne segnarono la traccia, proprio con la loro specifica missione di civilizzazione religiosa e sociale, ai margini delle regolari istituzioni ecclesiastiche, e a fianco, prima, della politica longobarda, poi, della carolingia.
La nuova direzione delle comunicazioni aveva portato con sé la necessità di una trasformazione degli assetti territoriali, sia rispetto alle strade, sia rispetto alla popolazione. I due naturali sbocchi appenninici laterali al fondo valle, Borgallo di destra e Cirone di sinistra, relativamente alle comunicazioni occidentali ed orientali della valle padana, vennero lentamente ad affiancarsi e a subordinarsi alla nuova situazione stradale. Un centro preminente si veniva necessariamente a porsi, o a rafforzarsi e allargarsi sull’immediato sbocco delle valli collegate alla dorsale del giogo dell’Appennino, quale potenza militare e di governo, a garanzia del traffico e della sicurezza locale. Quindi il sorgere col tempo di un capoluogo territoriale, poi subfeudale, poi immunitario, poi comunale. La ricordata leggenda della ligure Apua ha, in certo modo, adombrato questo processo di formazione urbana, dopo gli sconvolgimenti delle invasioni, riferendo l’avvenimento all’opera di un antico nucleo signorile indigeno il quale aveva assicurato in tal modo la libertà delle vie, promosse le arti e il commercio e data con nuove leggi la sicurezza civile alle popolazioni di quel tratto di territorio appenninico. Ma, nella realtà di quella situazione geografico-storica, una tale trasformazione stradale e demografica non poteva che essere opera lenta, lunga, empirica, d’istinto e di intuito economico, che venisse coordinando l’interesse locale a quello generale, inerente alle necessità del transito.
Un contrafforte del monte Molinatico, a occidente della Cisa, svolgendosi con larga curva tra la vallata del Verde e il tratto superiore del bacino della Magra, scendeva, con le sue rocce di arenaria e di calcare sino alla confluenza dei due corsi d’acqua. Militarmente era, allora, una posizione chiave. Sopra uno dei suoi ultimi rilievi sorse, o si consolidò in potenza, il castrum che poteva dominare le vie del Borgallo, del Bratello, della Cisa e del fianco sinistro stradale della Gordana. Sul poggio, al di sotto del castello si andarono raccogliendo le case che dettero poi vita al borgo, ove, con il crescere della popolazione, si formarono ceti di mercanti e di artigiani. Questi elementi feudali, laici ed ecclesiastici, e burgensi o popolari prepararono la formazione del nuovo complesso di popolazione dal quale, mediante l’unificazione dei vari altri piccoli vicinati del territorio, doveva sorgere il Comune.
Questo borgo fu il primo nucleo dell’oppidum promosso dalla azione del Comune. Esso presenta, nella parte più antica, il tipo raggruppato del borgo di colle, simile del resto a molti altri della Val di Magra, sorti sui fianchi più riparati e agevoli di un altura dominata da un castello. Il nome di « Piagnaro» (che si riferiva tanto al castello quanto al borgo), proveniva dalla natura della roccia che formava il poggio, macigno sfaldabile e micaceo, dal quale, quivi come altrove, si ricavavano lastre, di varia misura e spessore, a uso di tegole piane, dette piagne (tegulae planeae), per la copertura dei tetti.
Il borgo occupava, a levante, la parte inferiore del versante sulla Magra, e, a mezzogiorno, un tratto del versante sul Verde, sino alla parte più bassa, che era detta la Biédla, che, probabilmente, era uno dei piccoli abitati rurali, con mulino, della età precedente (2).
Attraversati da numerose stradette ciottolate (« solchi “ surchi, o solchetti surchëti), disposte irregolarmente, parte in senso più o meno parallelo rispetto al piano del castello, parte radiali, dall’alto in basso, verso la riva della Magra. Una di queste fiancheggiava la chiesa di S. Alessandro e Nicolò, e s’incrociava con la via più importante proveniente dalla porta di « Sommoborgo”, dando luogo a un quadrivio, nella vecchia toponomastica detto Carugio.
E qui cade opportuno osservare che le costruzioni più antiche del borgo scendevano fino sulle rive dei fiumi, come è dimostrato dai superstiti avanzi di esse, ridotti a sotterranei, e dai non infrequenti ritrovamenti, in occasioni di scavi per i fondamenti di costruzioni nuove, di tratti di muri interrati di opere precedenti: da ciò è nato il detto che la Pontremoli vecchia è quasi tutta sottoterra.
Di questa particolarità edilizia resta un tipico esempio l’apparente stranezza del fabbricato della chiesa di S. Geminiano, che veniva a trovarsi alla estremità sud orientale del borgo. Esso è, attualmente, formato, in apparenza, di due chiese: una, alta, al livello del piano stradale, e l’altra, sottostante, detta, nel dialetto, angröria, al livello del greto della Magra. Non era questa ultima una cripta, ma la chiesa originaria, in parte demolita dalla furia del fiume, come lo dimostrano le condizioni delle mura prospicienti sul greto. Ciò prova che tutte le case rivierasche del borgo, sia sulla Magra come sul Verde, hanno, più o meno, subita la stessa sorte, per effetto specialmente degli interramenti delle rive dovuto alle piene: ciò rese necessario, nel corso dei secoli, rialzare le case e portare le strade al loro livello, per cui le strade più antiche del vecchio borgo sono rimaste al di sotto del presente piano stradale. Ne offre un esempio caratteristico la crësa, stretta e tortuosa via, l’antichità della quale è testimoniata anche dal suo stesso nome di tipo arcaico (3).
Il Borgo del Piagnaro che, dopo il suo ingrandimento, e per effetto di esso, assunse, forse per il primo, il nome di Pontremoli (del quale non è precisabile l’etimo e l’origine) rispetto al sor-gente nuovo complesso demografico, si stendeva dalla porta S. Giorgio o di Sommoborgo, a tramontana, sino ad un’altra porta, scomparsa, situata allo sbocco della via che discende dal Castello, nei pressi dell’attuale vicolo Armani, e girava intorno ai fianchi del poggio da levante, a mezzogiorno e ponente. Il borgo conteneva due chiese: quella, già ricordata, dei SS. Alessandro e Niccolò, e l’altra, già descritta, di S. Geminiano. La prima era stata in origine una dipendenza dell’Abbazia benedettina di S. Caprasio dell’Aulla: successivamente, in seguito ad un cambio, fu ceduta dall’Abate al Vescovo di Luni (1202), e da questo sottoposta, quale cappella, alla Pieve di Saliceto. L’edifizio di questa chiesa ha subito, come molte altre, trasformazioni che contribuiscono a illustrare le vicende della lenta formazione borghigiana. Quando essa fu costruita, sul fianco del colle, volgeva la porta verso occidente, in conformità all’orientamento liturgico, e perciò, anche, verso il nucleo primitivo dell’abitato, successivamente, diventata cappellania, poi parrocchia di una più importante vicinia, ne fu invertito l’orientamento per aprirne l’entrata verso levante sulla popolosa contrada che prese in seguito il nome della chiesa stessa (vicinia S. Nicolai).
L’altra chiesa di S. Geminiano sorgeva, come si è visto, alla estremità meridionale del borgo: di fondazione evidentemente privata, forse ad opera del consorzio signorile precomunale, passò poi, per donazioni dei patroni (1095), alla mensa dei canonici di Luni. La parrocchia che vi era sorta venne poi trasportata (1721) nella nuova chiesa collegiata di S. Maria Assunta. Ed era questa forse la più antica delle due vicinie in cui si era ordinata la popolazione di quel primo raggruppamento burgense del territorio, di origine, dunque, signorile rispetto all’altra di S. Niccolò, di carattere popolare e antisignorile che si mantenne nella lunga e fiera tradizione guelfa energicamente imposta al Comune (4).
Altri nuclei di popolazione, di antichità maggiore o minore, si allineavano sul territorio, o nelle vicinanze, del futuro oppidum o « terra murata ». A mezzogiorno del borgo si stendeva un vasto terreno libero, aperto ai due lati, tra la Magra e il Verde, che nel volger dei secoli, lentamente trasformato, doveva, come si vedrà, prendere la forma delle due piazze attuali.
Alla estremità di S-E di questa area, in prossimità della riva della Magra, in tempi remoti, quando i luoghi erano ancora quasi disabitati, erano stati fondati un monastero di Benedettini e una chiesa, dedicati a S. Giovanni Battista, le cui origini sono rimaste avvolte nella oscurità. Decaduto e soppresso il Monastero, per vicende che sono rimaste sconosciute, la chiesa divenne il centro religioso di una vicinia e, successivamente, di una importante parrocchia, quando già la vicinia si era trasformata in un borgo chiuso da un arco di sbarramento, a settentrione e, inferiormente, si era potuta estendere fino al ponte sulla Magra, in faccia della fortezza detta di Castelnuovo.
Questo gruppo di popolazione era composto in parte di immigrati, anche di attinenza feudale, come alcune famiglie dei Malaspina e dei Noceti, ed era di spiriti signorili e ghibellini, fedele all’Impero, e battagliero rivale al borgo del Castello, come si è visto, di tradizione popolare, romana, fautore della Chiesa, ostile ai Malaspina che minacciarono da ogni lato la libertà comunale. I due borghi stavano, infatti, l’uno contro l’altro armati per il dominio del territorio; la loro rivalità aveva aspetti quasi di un contrasto etnico e divampò a lungo tra i guelfi del borgo superiore e i ghibellini del borgo inferiore.
Nemmeno la dura mano dei dominatori riuscì mai a smorzare la violenza e finì per essere una delle cause determinanti della rovina del Comune, o, comunque, reso impossibile anche il sorgere di una forte Signoria, della autonomia locale. Di là dalla Magra e, cioè, sulla riva sinistra, su una delle ultime propaggini della montagna di Logarghena, derivazione della catena dell’Orsaro, sulle quali correva una via aperta che si ricollegava a quella della Cisa, esisteva un’antica chiesa, intitolata a S. Cristina e S. Salvatore, presumibilmente, per la sua posizione, di origine monastica e connessa alla viabilità, anteriore all’abitato sottostante, o, comunque, sorta indipendentemente da esso, come ne può dare indizio anche il suo orientamento, rigorosamente liturgico. È, forse, un caso simile a quello della chiesa di S. Giorgio, a monte di Pontremoli, fuori di Porta Parmigiana. Era questa una dipendenza dell’Abbazia del Salvatore e S. Benedetto di Leno (Brescia), alla quale, fino dal 1077, l’Imperatore Arrigo II, aveva concesso, quale diritto sul pedagium, duas partes de strata in Ponte tremulo. Mentre però la chiesa di S. Giorgio, con le annesse pertinenze e il piccolo borgo di Terrarossa, era rimasta fuori della terra murata e non era stata ridotta a parrocchia, come era invece accaduto alla ricordata chiesa di S. Alessandro e Niccolò e ad altre dipendenze monastiche, la chiesa di S. Cristina, quali ne siano state le origini e le più remote vicende, può essere ritenuta una delle più antiche cappelle plebane del territorio investite di funzioni parrocchiali, e ridotta entro l’ambito delle mura oppidane.
La vicinia sottostante comprendeva (forse per ragioni connesse al primitivo guado) anche un piccolo abitato della sponda opposta della Magra, presso la confluenza del torrente Verde.
Le trasformazioni successive, delle quali non sono rimasti che scarsi ricordi, furono conseguenze della costruzione del ponte sulla Magra, e della necessità di fortificare la terra murata in un tratto così importante di saldatura tra le due parti di essa divise dal corso del fiume, e anche in relazione alla sicurezza della confluenza per le comunicazioni della valle del Verde.
Il ricordato borgo ghibellino che, in origine, come si è visto, non oltrepassava la via di passaggio per il predetto ponte, si andò prolungando sino alla ricordata confluenza, includendo necessariamente anche l’abitato già spettante alla vicinia e parrocchia di S. Cristina. Questo abitato che aveva poi preso il nome di « Casotto”, fu cinto di mura e fortificato con una torre che difendeva la porta e sorvegliava il ponte sul torrente Verde. Tale trasformazione del borgo ghibellino, o vicinia e parrocchia di S. Giovanni, rese necessario lo spostamento della sede parrocchiale in un luogo più centrale quale era appunto la chiesa di S. Colombano dove fu trasferita (sec. XV). La parrocchia e vicinia di S. Cristina restarono in tal modo isolate sull’altro lato della Magra: la chiesa, con un tratto del circostante bosco, e il territorio vicinale vennero chiusi in una larga curva delle mura oppidane, la quale, mediante la fortezza e il ponte, assicurava militarmente una valida saldatura con la parte superiore della terra, e, nello stesso tempo, offriva una base efficiente per la difesa della parte inferiore (5). Questa importante vicinia, originariamente, si stendeva lungo la sponda della Magra fino al corso di un canale, detto la « Carpanella”, proveniente dalle vicine alture di Castangiola, il quale, attraverso un breve piano ridotto in seguito a piazza, si gettava nella Magra.
Più tardi al territorio della stessa vicinia fu unito quello della chiesa di S. Giacomo del Campo», antica chiesa sorta, come chiaramente testimonia l’attributo del nome, e come ricordano i cronisti, quando quel territorio non era che aperta campagna, dove perciò fu costruito un ospizio per l’assistenza dei viandanti.
Per un certo tempo la terra murata si fermò all’estremo confine meridionale della vicinia di S. Cristina e Giacomo, dove fu elevata una torre a difesa della porta sottostante (6).
Fuori delle mura rimaneva l’importante Prioria di S. Pietro, detta de conflentu rispetto alla già ricordata confluenza del Verde nella Magra.
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La Prioria di S. Pietro originariamente dipendeva dalla antica Abbazia benedettina dei SS. Pietro, Lorenzo e Colombano, di Brugnato nella Val di Vara, che si ritiene fondata nel sec. VIII, e che fu soppressa nel 1133 per essere eretta in Vescovato. La giurisdizione del Vescovo di Brugnato si estendeva anche alla non lontana chiesa ed all’ospedaletto di S. Giacomo d’Altopascio; quest’ultimo, nel sec. XVI, sostituito da un monastero di monache Agostiniane. Col tempo anche la vicinia che si era formata nel territorio di questo importante complesso monastico e vescovile, ricco di larghi possessi terrieri sparsi in tutto il territorio dell’Alta Val di Magra, venne incorporata nel borgo ed inclusa nella cinta oppidana: alla sua estremità, sbarrata con una linea di robuste mura, si apriva una porta difesa dal fossato, munita di ponte levatoio e fortificata da torri, che fu detta « Porta del Monasterio» o « di S. Pietro » (7).
In tal modo si concluse un lungo e travaglioso processo di trasformazione demografica, che, se non può essere seguito su sistematiche prove documentarie, resta, tuttavia, sufficientemente reso plausibile e illustrato da valide testimonianze, di cui le tracce sono ancora superstiti in monumenti e istituzioni più o meno modificate, ancora evidenti ai giorni nostri.
Sul tracciato della importante via di comunicazione, che si andava assestando tra disagi di luoghi solitari, angustie di valli, impedimenti di fiumi, sorsero a poco a poco. ricoveri, tabernule, ospizi, ospedaletti. dipendenze di monasteri, posti di guardia e di pedaggio, ecc., intorno ai quali si andarono raccogliendo quei gruppi di popolazione, composti di elementi vari, in relazione alla attività e alla necessità del transito, gruppi che dettero vita a quei piccoli borghi, priorie, vicinie, parrocchie sopra ricordate, che sono appunto le sicure indicazioni del percorso viario in formazione. Dalla associazione di queste prime organizzazioni. spontanea, o forzata dalla iniziativa dei gruppi più energici, era poi sorto il Comune, piccolo, ma vigoroso, guerriero, che come si è visto. sviluppatosi dal castrum feudale, provvedendo alle opere di difesa, aveva dato vita all’oppidum, nel quale si era ordinata e fortificata, in un tratto difficile ma vitale, la stazione viária, con funzione regolatrice del transito.
Nel Trecento, come si rileva dagli Statuti, la formazione burgense, complesso militare, commerciale, artigiano, giunta a ordinarsi in Comune di tipo cittadino, aveva dato alla terra murata la forma definitiva, mantenutasi, quasi intatta, sino ai tempi moderni: come si è visto, essa si distendeva tutta fortificata dalla porta di Sommoborgo », o del Fossato, o del Ponte sulla Magra », o di « S. Giorgio » sino alla porta del Monastero », o di “ S. Pietro “ (8). La parte più antica si allungava dal Castello, tra Verde e Magra, sino alla confluenza dei due corsi d’acqua sotto un borghetto che poi prese il nome di Casotto, termine che nella vecchia urbanistica indicava un tipo di grossa casa signorile (ingens domus), meno elevata di un palazzo, come quella che ivi tuttora esiste, già della famiglia Ruschi, ramo dei Rusca di Como, rifugiatisi a Pontremoli nel sec. XVI e, quindi, altrove.
La parte meno antica, rispetto almeno alla unificazione del borgo, procedeva dalla ricordata fortezza di Castelnuovo sino alla porta “ del Monastero ». Tutto questo lungo abitato era difeso da mura e da vari tipi di torri e di fossati, oltre che da elementi naturali accortamente sfruttati.
Per la sicurezza della parte superiore del borgo bastavano, oltre le fortificazioni del Castello del Piagnaro, le difese delle mura rese più sicure dai greti e dalle acque dei fiumi che le lambivano. Nella parte inferiore, invece, il lungo fronte di mura, sul lato orientale, che si affiancava alla via esterna di Montebardone, dovette essere assicurato con fossati e torrioni. Torri di vario tipo, del resto, secondo le buone regole, si elevavano su tutta la cinta murata, nei luoghi di maggior pericolo. Ai piedi del Castello, dalla parte sulla Magra, la porta « S. Giorgio » era fiancheggiata da torri e isolata da un ponte levatoio. Anche dalla parte sul Verde, sotto le mura del Castello, nella parte superiore del borgo del Piagnaro, una doppia porta con saracinesca e con ponte levatoio, vigilava la via che scendeva da Grondola, proveniente dal Bratello. Un’alta e antica torre quadrata, ancora superstite, si alzava, come si è visto, a difesa della ricordata porta del « Casotto “ o “ Seratti” e del contiguo ponte.
Si è già più volte accennato alla fortificazione di Castelnuovo, sulla sinistra della Magra, che, in origine, doveva essere una testa di ponte del borgo superiore, successivamente trasformato anche nel baluardo del borgo inferiore. E forse questa quella fortezza che si ha memoria essere stata fondata in Pontremoli dal re Enzo, per comando del padre Imperatore, intorno al 1246, per riporvi, come scrive un cronista, il thesaurum magnum imperiale. Probabilmente fu un ampliamento e consolidamento delle più modeste preesistenti fortificazioni comunali. La fortezza, che fu di nuovo restaurata e trasformata da Galeazzo Visconti, prese forse, in tale circostanza, la denominazione, tuttora viva, di « Castelnuovo. Se essa era sorta come difesa contro i nemici esterni, divenne poi uno strumento di dominio interno, nelle mani dei dominatori (9).
Sostenuto da questo potente bastione, il connesso sistema delle mura che difendeva il lato orientale del borgo inferiore, era irrobustito, oltre che da una linea di fossati (o « fosse », come si diceva), anche da un battifredo (torre di vedetta, con campanella d’avviso), di forma semicircolare, elevato sulla sinistra del ricordato canale della Carpanella », già confine meridionale del borgo, come si è visto, e posizione pericolosa per il varco che il corso del canale poteva offrire nella linea delle mura. Successivamente s’alzavano due torrioni circolari, merlati e coperti, l’uno dei quali, da poco demolito, sorgeva sull’angolo della nuova via Belmesseri, e l’altro, smozzicato, resta ancora sul lato posteriore dell’ex Convento di S. Giacomo d’Altopascio. Seguiva una torre quadrata nei pressi dell’angolo delle mura, dove esse piegavano per allinearsi sull’estremità del borgo, sul lato della porta « del Monastero. A occidente della porta, dalla parte della Magra, la linea delle mura, potendo essere facilmente investita per trovarsi alquanto distante dal greto e dalle acque del fiume, era fortificata
con quattro torrioni dei quali si vedono tuttora gli avanzi (10). L’intera cinta delle mura aveva sette porte: la porta del Fossato di Sommo borgo», o Porta « Suprema populi », o « Suprema burgi”, o, anche, di “S. Giorgio», porta più volte demolita con le sue torri e più volte ricostruita: l’ultimo rifacimento risale al 1607, al tempo di Filippo III, mentre la forma attuale è dovuta a un restauro del 1755. Essa si apriva sulla via della Cisa ed era divenuta la via più frequentata per l’Emilia e la Lombardia. Importante era pure la ricordata porta del Castello, sopra il Piagnaro,” Porta Planarii », ora scomparsa, che si apriva sulla strada di Grondola, per il passo del Bratello e la valle del Taro. Seguiva, dalla parte del Verde, la porta “de Bètula”, o della « Cresa », porta che esiste tuttora sul ponte superiore detto di S. Francesco, alla quale facevano capo la vecchia via del Borgallo per Piacenza e la a importantissima via di Genova per Zeri e Sestri. Sulla confluenza del Verde si apriva la ricordata porta ad turrim Viridis, ovvero de ymo burgo, detta pure « del Casotto» o « Seratti ». A questa seguiva, sulla sinistra della Magra, la già ricordata « porta Castri Novi” o “della Madonna del Ponte” o “di Nostra Si-gnora” così chiamata per il vicino vecchio oratorio, che sorgeva sulla riva del fiume, poi alzato, ingrandito e abbellito col nome di <« Nostra Donna ». Nelle pertinenze di S. Cristina esisteva pure, tra la torre e la chiesa, una porta poi demolita con le mura. L’ultima porta era la ricordata “Porta de Monasterio” o di « S. Pietro», che chiudeva la terra a mezzogiorno, per le comunicazioni verso Sarzana e l’Italia centrale.
Connesse a queste porte maggiori erano, come di consuetudine, le postierle, aperture sussidiarie di sicurezza per le uscite sui fiumi, ostiola (nel dial. al purtiöl’): così, p. es., la purtiöla della “ Biédla” per le porte della Crësa, del Piagnaro e del Casotto: quella di S. Cristina per la porta di Castelnuovo, ecc. Le due porte a sesto acuto, con saracinesche e ponte levatoio, sul fianco del più volte ricordato Castelnuovo, una delle quali esiste tuttora, ser-vivano di difesa al ponte, che poteva essere minacciato dalla parte superiore e dalla parte inferiore.
Per impedire i conflitti delle fazioni interne, frequenti e violenti, erano stati costruiti, secondo le rigorose prescrizioni degli Statuti, muri trasversali da una parte all’altra del borgo, e, cioè, tra il Verde e la Magra (11). Questo sistema di serraglie interne rivolte a prevenire gli scontri armati delle fazioni, usuali, in forme svariate, in tutte le città comunali, ebbe poi la sua più larga applicazione nella costruzione di quella grande serraglia fortezza che fu costruita tra i due fiumi, attraverso quel largo territorio confinario che, come si è detto, si stendeva tra i due borghi della parte superiore della terra murata. Tale fortezza si componeva di tre torri allineate: una sul Verde, una, dalla parte opposta, sulla Magra, la terza, la più robusta e più elevata, nel centro. Le torri erano collegate da una forte muraglia o cortina, sulla quale correva un camminamento, sorretto da archetti, merlato e coperto, per i soldati di guardia.
La fortezza come è noto, fu fatta costruire da Castruccio degli Antelminelli, al quale le due fazioni pontremolesi, stanche di sanguinose lotte, sperando in una tregua, avevano ceduto, nel 1322, per cinque anni, la signoria della terra, rinunziando alla antica libertà del Comune: egli la chiamò « Cazzaguerra », perché intese, con tale sommario espediente di forza, del tutto medioevale, di far cessare la guerra fraterna, e di far tornare tra le parti avverse la pace desiderata.
Sopra la torre di mezzo era stata posta una campana che servisse di avviso e di richiamo in caso di pericolo. Sul lato di levante della torre di mezzo, dalla parte della Magra, si apriva una porta di comunicazione tra le due piazze, con fossi e ponte levatoio, e con un cateratta di ferro per la chiusura, mentre la porta per entrare nella fortezza era così stretta da permettere il passo solo ad una persona per volta. Al primo avviso di conflitto tra gli abitanti dei due borghi rivali, dato col suono della campana, veniva calata la serranda ed erano alzati i ponti levatoi, e chi aveva portato il tumulto nel campo avverso restava isolato tra gli avversari con rischio della vita (12).
Ma non bisogna confondere i ricordati attraversamenti murari del borgo, escogitati per rendere meno facili i conflitti intestini, con quelle vecchie porte interne delle quali è rimasta qualche traccia o il ricordo documentato. Queste erano, invece, gli avanzi delle difese primitive dei vari piccoli abitati aperti, trasformati poi nei piccoli borghi chiusi preesistenti alla terra murata, dei quali si è già parlato. Una di tali porte era probabilmente quella che, come si è visto, si trovava allo sbocco della via di Porta S. Giorgio e a quella del Castello o di Grondola, e chiudeva la parte meridionale del primitivo borgo di sopra, guelfo. Ma era forse uno sbarramento l’ “arco dei Gualtieri” che sorgeva poco distante dalla chiesa di S. Giovanni, all’ingresso del già descritto borgo inferiore, ghibellino, che era chiuso, a mezzogiorno, dalla porta turrita del “Casotto» o « Seratti ».
Si è visto quale funzione avessero le due porte con saracinesca che affiancavano il lato meridionale di Castelnuovo.
Una vecchia porta della vecchia cinta esterna era quella già ricordata, che, come scrive un cronista, fu demolita nel 1625, e che era protetta da una torre sovrastante e munita di saracinesca. Sorgeva, come si è detto, al confine tra le vicinie dei SS. Cristina e Giacomo Apostolo e quella di S. Pietro, dove si chiudeva il borgo quando, come si è visto, non era ancora stata incorporata nella cinta delle mura oppidane la vicinia sorta nel territorio della Prioria di S. Pietro.
Ma la formazione del grande borgo o terramurata non era che un aspetto (quello politico-militare) del riordinamento in corso della demografia locale. Anche il territorio rurale, per farsi vitale, dovette essere allargato, con annessioni di ville e “ castri », liberato dai vincoli feudali, sottomesso al nuovo centro, e riordinato in funzione delle necessità economiche, politiche e militari dell’oppidum.
Alcuni borghi del precedente ordinamento erano rimasti fuori della cerchia murata: il « Bambarone » sulla destra del Verde; il piccolo borgo, già nominato, di Terrarossa, sulla destra della Magra (nel quale sorgeva un Ospedaletto dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, con annessa l’antica chiesetta di S. Leonardo, di cui sono da poco scomparsi gli ultimi avanzi), e, sulla sinistra del fiume, il “Borgovecchio », forse il primitivo Pontremoli.
Vennero ridotti a ville o abitati aperti, distruggendone gli elementi militari, i “ castra » sparsi nel territorio e, specie, ai suoi confini (Grondola, Gravagna, Arzengio, Piolo, Muceto), che potevano sminuire l’efficacia militare delle fortificazioni del borgo e diventare una minaccia (specialmente Grondola a Nord, e Muceto a Sud) per la libertà del Comune. Inoltre non erano permesse case d’abitazione per un largo tratto del territorio circostante al borgo e in prossimità delle vie per un raggio di circa due chilometri (13).
Caratteristico del nuovo assetto della proprietà terriera era quel largo distretto che contornava la terra murata nel quale erano comprese le possessioni dei burgensi, distinte con la dizione di “Donnicata», le quali erano sorvegliate da « saltarii », o guardie campestri, appositamente, anno per anno, nominati dal Comune. Anche le ville avevano i loro « saltari» (addetti alla sorveglianza delle proprietà dei rurali), i quali avevano l’obbligo di vigilare sui possessi dei burgensi (donicata burgensium) sparsi nei territori delle « villae “ (14). Bastano questi cenni di carattere economico, politico militare, per rilevare con quale perspicacia ed energia era stata condotta, da varie generazioni, l’opera di trasformazione degli ordinamenti demografici e territoriali della località.
Vien fatto di pensare alle città antiche del vicino Oriente, sorte sui tracciati delle vie percorse dalle carovane, intorno ai Caravanserragli. L’oppidum creato dal Comune non era infatti che una strada o «carraria » e un mercato fortificato: esso aveva chiuso e difendeva il tratto di sosta tra i monti della via Romea o Francesca, stazione necessaria nello scendere o nel salire da o per Montebardone, che includeva il poggio del Piagnaro, il terreno pianeggiante tra la Magra e il Verde sino alla confluenza, il ponte fortificato di Castelnuovo, la sponda sinistra della Magra sino alla porta del Monastero di S. Pietro.
Anche le altre più antiche comunicazioni erano state deviate e raccolte nel Borgo: la via del Bratello che, dopo lunghe lotte, sorvegliata e sbarrata dalla fortezza di Grondola, scendeva per il contrafforte del Molinatico e, passando per la porta di sotto al Castello e per il Piagnaro, sboccava nel centro oppidano. Quivi pure convergevano, per la porta della « Betula », le antiche vie di Genova e di Piacenza. Questa ultima comunicazione, collegata al passo del Borgallo, era stata, in tal modo, deviata dalla originaria direzione più occidentale per Saliceto. La “via Lombarda » del Cirone s’innestava con quella della Cisa poco prima della “Porta di Sommo Borgo ». Le comunicazioni dal mezzogiorno facevano naturalmente capo alla Porta del «Monastero », o a quella del << Casotto », se più collegate alle marine. Questa confluenza viària faceva della terra murata una specie di mansio medioevale, dove, naturalmente gli hospitia erano numerosi e dal Comune sottoposti a vigilanti regolamenti (15).
Ai lati della terra erano state lasciate aperte, a destra, l’antica via del Borgallo (alla quale poteva innestarsi una deviazione dal Bratello), che si svolgeva sul lato destro della strada del Verde; a sinistra, il tratto esterno della via di Montebardone. Questi due passi aperti assicuravano la terra murata dai pericoli dei passaggi di soldatesche di eserciti di transito, o dalle insidie di pericoli potentati, e specialmente dei vicini Malaspina, dei quali rimane il ricordo nella denominazione di uno stradone esterno, detto appunto “dei Marchesi», esistente nel piano di Verdeno.
Nel caso di pericolo, la terra si poneva sulla difesa, le porte venivano sbarrate, i ponti levatoi alzati; le mura e le torri si guarnivano di difensori, e le soldatesche o gli ospiti non desiderati dovevano transitare al largo o acquartierarsi nelle campagne, ciò che provocava il fiero risentimento dei rurali contro il borgo (16).
Tale, riassumendo, il rapido profilo della formazione urbanistica dell’oppidum medioevale pontremolese, sorto in contrasto caratteristico con l’assetto locale antico, del quale gli antichi centri pagensi erano rimasti rappresentati dalle vecchie pievi di Vignola e di Urcéola, trasformazione della fase cristiana, rimaste ormai isolate nelle campagne, mentre con lo svolgimento della vita comunale si andava già allestendo un nuovo corrispondente assetto ecclesiastico di tipo cittadino.
A ricercarne le prime notizie nelle rare e più antiche cronache, il nuovo centro appenninico sembra apparire, quasi improvviso, tra impervie montagne, in questo suo aspetto guerriero di oppidum. In una tabellina del ben noto Itinerarium, da Londra alle Puglie, di Matheus Parisiensis, del 1253, si osserva una veduta di “ Pont de Tremble », che Giovanni Sforza dice « affatto immaginaria e da non tenerne conto per nulla». Certo, la figurina è immaginaria, ma non del tutto insignificante e da trascurare, perché anche se fantastiche e convenzionali quelle figurine dell’Itinerarium coglievano un qualche aspetto e la funzione dei luoghi de-scritti. Nella stessa tabellina si vedono altre figure convenzionali ma ideografiche, illustrative, come quella di “Luckes» (Lucca), che rappresenta un grande fabbricato di chiesa romanica a tre navi, e quella di « Pise sur mer », dove si vede il disegno di un seno di mare (il porto pisano), con un faro, una prua e un’ancora, evidente e precisa qualificazione della città. Nella tabellina “ Punt de tremble » è rappresentato da una grande fortezza merlata alla guelfa, sulla quale si eleva un cassero esso pure alto e merlato, la quale ricorda il tipo della fortezza di Castelnuovo (quella di re Enzo?), quale è rappresentata nelle descrizioni e nei disegni eseguiti quando la sua originaria struttura caratteristica era ancora abbastanza conservata. «Punt de Tremble “ sembra sorgere tra due catene di monti: quella a tramontana è indicata come “Munt Barun», cioè la montagna attinente alla via della Cisa: quella meridionale è contrassegnata da due pini (« pin») e da una tartaruga (“tortue»). La figura è di difficile interpretazione: alcuni studiosi ritengono che la « tortue” vada intesa come un richiamo fonico a Tortona, la città piemontese, ma la spiegazione lascia incerti perché non si intende come da Tortona, sulla Scrivia, passata una catena di montagne, si possa andare a Pontremoli, sulla Magra, e quindi risalire l’Appennino. Senza entrare in discussioni esegetiche, che sarebbero inutili per un tal genere di documenti, si può tuttavia supporre, con qualche probabilità di avvicinarsi al vero, che i pini e la tartaruga possano indicare il lido ligustico: in tal caso si potrebbe spiegare come dalle “arenae lunenses”, attraverso i monti della Val di Magra, si potesse giungere al « Punt de Tremble», e, di qui, salire al « Munt Bardun per la Liguria classica, o Lombardia.
Comunque, è ben certo che lo scopo della veduta è soprattutto quello di rappresentare Pontremoli come una gagliarda e inaspettata fortezza, piazzata tra catene di monti, su un valico importante e difficile, proprio come è descritto dai cronisti più antichi, quali Ottone di Frisinga e Godefredo da Viterbo. Il primo nel raccontare il passaggio di Enrico V, diretto a Roma, nel 1110, annota: inde castra movens [da Piacenza] Appenninum trascendit, op-pidumque, quod Pons Tremulus vocatur, natura locorum et altis-simis turribus munitum, transitus prohibens, expugnavit et coe-pit; il secondo, accennando allo stesso episodio, esso pure riferi-sce che il burgus Pontis Tremuli, era fortemente munito turribus et muris e che transitum exercitu prohibere tentavit. Qualche secolo dopo un personaggio del seguito di Carlo VIII, il memorialista Filippo di Comines, ripeteva quasi le stesse parole, in occаsione del passaggio da Pontremoli dell’esercito francese, alla vigilia della battaglia di Fornovo (1495): “et est [Pontremoli] a l’entrée des montagnes. La ville et le chasteau estoient assez bons et en fort païs. S’il y eust bon et grand nombre de gens, elle n’eust point esté prise ».
Sino alla vigilia della Rivoluzione Francese, Pontremoli aveva mantenuto questo carattere di terra murata e vigilata: le porte avevano ancora i loro pesanti portoni custoditi, che venivano chiusi la notte, e, malgrado l’imbelle governo granducale, era ancora vivo nei suoi abitanti il ricordo delle antiche tradizioni militari dei padri (17).
Ma se l’impronta originaria del borgo fortificato traspariva ancora dalla superstite struttura muraria, e, nella cerchia dei “ Donnicata”, malgrado il successivo appoderamento, era ancora possibile ravvisare la traccia del vecchio ordinamento territoriale agrario, non erano, d’altra parte, mancate trasformazioni e rifacimenti, rimasti altrettanto caratteristici.
Torri e mura, nel corso dei secoli e delle vicende medioevali, erano state più di una volta distrutte e rifatte. Non solo Enrico V. ma anche Federico II avevano espugnato o fatto demolire le torri e le mura oppidane: anche incendi, come quello provocato dagli Svizzeri di Carlo VIII, esplosioni come quella avvenuta nel castello del Piagnaro nel sec. XVIII, guerre, rivolgimenti e cataclismi, avevano inoltre apportato ricostruzioni e inevitabili rinnovamenti. Ma soprattutto va tenuto conto della spinta, sia pure attenuata e ritardata dall’ambiente, della naturale evoluzione degli stili edilizi e delle sistemazioni urbane, la quale, specialmente in un certo momento, e per ragioni delle quali si dirà, ebbe da inaspettate ed eccezionali circostanze un imprevedibile impulso.
Le due attuali piazze centrali, p. es., giunsero al loro ufficio urbanistico e al loro aspetto presente dopo molte, lunghe e profonde trasformazioni. In origine, come si è accennato, non erano che un largo unico tratto di terreno aperto, tra i due borghi superiori. In epoche più lontane ed oscure in quell’aperto e quasi deserto terreno, erano sorti, dalla parte della Magra, dove più recentemente fu ricostruito il palazzo Venturini, poi Bocconi, il Monastero e la ricordata chiesa di S. Giovanni e, superiormente, la chiesetta od oratorio di S. Maria del Popolo. Per quanto poi campo di scontri sanguinosi tra le avverse fazioni, tuttavia in questo terreno aperto va forse cercato l’originario mercatum burgense spostato, dai vecchi centri pagensi, qui dove appunto poi sorsero le gabelle o Doana del Comune, se pure non ci si può richiamare a un conventus ante ecclesiam, precedente alla formazione parrocchiale di S. Giovanni che fu la prima organizzazione ecclesiastica del borgo di sotto (18).
Nel processo della unificazione burgense dei vari elementi originariamente sparsi, questo territorio acquistò importanza costruttiva non solo per essere geograficamente centrale, ma anche per essere rimasto fuori delle mura, terreno neutro tra i due borghi rivali: vi si poté, per tal ragione, stabilire la sede degli uffizi del governo in posizione di equilibrio tra le parti in contrasto. La più notevole trasformazione di questo territorio fu cagionata dalla ricordata costruzione della fortezza di « Cazzaguerra », la quale divise in due la vasta area unica: le due parti, a poco a poco, inquadrate dai fabbricati, appoggiati in seguito anche ai due lati della cortina, dettero appunto origine alle piazze attuali. In quella inferiore sorse, a varie riprese, incorporando anche costruzioni di privati, il palazzo Pretorio, sede del potere civile; in quella superiore, più tardi, furono elevati, nel luogo occupato dalla antica chiesetta di S. Maria del Popolo, la più vasta chiesa collegiata di S. Maria Assunta (divenuta, in tempi più recenti, la Cattedrale) e alcuni fabbricati successivamente trasformati nel palazzo vescovile.
E qui cade a proposito una osservazione. Le predette trasformazioni edilizie riflettono nell’urbanistica un caratteristico aspetto della crisi sopravvenuta nella evoluzione degli assetti locali provocata con tanta energia dalla spinta iniziale della costituzione comunale di tipo cittadino. L’azione investì necessariamente anche gli ordinamenti ecclesiastici antichi e alto medioevali di tipo pagense, plebani e monastici, provocando una trasformazione di tendenza urbanistica, che, con lentezza secolare, e pur con l’aiuto di circostanze eccezionali ed esterne, giunse a dar vita, almeno nel territorio più omogeneo e connesso all’oppido, alla civitas vescovile. Nell’ordine civile, invece, l’istituto politico del Comune, che era stato il suscitatore della trasformazione della demografia locale, non avendo avuto la capacità di dare origine a un dominio più largo e autonomo, come una Signoria o una forte oligarchia, non ebbe che il vano titolo di città, quando non era più che un subordinato organo amministrativo (19).
Anche qui, dunque, l’evoluzione degli ordinamenti comunali aveva apportato nell’urbanistica e nella edilizia, cambiamenti connessi alle trasformazioni sociali, necessariamente condizionati alle situazioni del territorio.
Si è accennato come, in una regione di tipo esclusivamente rurale, si fossero andati formando, per cause straordinarie, quei ceti popolari, di artieri e commercianti, che dovevano rendere possibile la formazione del Comune di tipo cittadinesco. Sarebbe altrettanto importante poter seguire, rispetto alle trasformazioni urbanistiche, gli adattamenti degli stili edilizi, in una regione così appartata quale poteva essere un territorio che doveva le sue fortunate trasformazioni proprio alla sua posizione su un tratto difficoltoso delle vitalissime comunicazioni che lo attraversavano. Sino al sorgere della concentrazione demografica borghigiana, la popolazione del territorio più settentrionale dell’alta Val di Magra, come si può arguire dalle testimonianze della sua organizzazione pagense, all’uso delle popolazioni dedite all’agricoltura e alla pastorizia, viveva, come ho già accennato, sparsa in rustiche case raccolte in piccoli villaggi e in capanne distribuite nelle regioni dei pascoli, nelle zone più montane e isolate, costume, del resto che, nei paesi montani, si è mantenuto sino ad ora. Se, infatti, si può ricordare, in questo territorio, qualche ritrovamento preistorico come punte di frecce, o avanzi di sepolcreti a incinerazione, o frammenti di rozze pietre lavorate, come il menhir di S. Cristoforo Gordana, non si ha invece memoria di avanzi romani, nemmeno riferibili a sistemi non del tutto naturali, di strade, quali resti di ponti, cippi, iscrizioni militari o di connessi toponimi. Toponimi di base latina si riferiscono, invece, a nomi di proprietari di fondi rustici. Nessun ricordo o traccia di avanzi di opere bizantine o ravennati.
Le due pievi del territorio, che pure hanno rappresentato le due più importanti istituzioni ecclesiastiche, non hanno conservato la traccia dei loro stili originari. La chiesa plebana di Urceola è stata talmente rimaneggiata da non esservi restati che i materiali sciolti provenienti da precedenti edifizi, reimpiegati nelle successive trasformazioni. La pieve di Vignola, sebbene essa pure abbia subito vari rifacimenti, mostra tuttavia la traccia di una assai vasta costruzione di tipo lombardo. L’una e l’altra chiesa furono, in origine a quanto si può arguire, modeste fabbriche sufficienti per una popolazione scarsa e sparsa, ingrandite poi in tempi più floridi. Più indicativi sono invece i solitari avanzi non manomessi di altre chiesette od oratori che i cambiamenti dei lontani assetti locali, specialmente delle comunicazioni, isolarono su deserti pianori, determinandone l’abbandono e la rovina. Erano piccoli fabbricati a una nave, di nuda pietra squadrata, i più antichi esemplari di stile romanico, semplice e severo.
La più antica di queste chiesette è forse quella di S. Pietro in Campiglia, nell’alta valle del Verde, che sorgeva su un tracciato arcaico della via del Borgallo. Navola, Cervara. Vignola, Sa-liceto e oltre e che venne presumibilmente, trasferita nella omonima chiesa di S. Pietro di Baselica, quando la comunicazione andò spostandosi verso oriente, nella direzione di Pontremoli.
Sorte simile ebbe l’anonima diroccata chiesetta ridotta ora a cimitero del villaggio di Traverde (circa mezzo chilometro più in alto) sulla vecchia via Bratello-Grondola-Pontremoli, forse su un antico incrocio abbandonato. Di essa non rimangono che i muri perimetrali smozzicati, composti di grandi bozze quadrangolari allineate, e due architravi monolitici di forma triangolare. uno dei quali ancora in posto su una superstite porta secondaria sul fianco di sinistra.
Fortunatamente, sin qui, è rimasta quasi incolume la chiesetta di S. Martino e Lazzaro, sulla via Pontremoli-Annunziata, superstite monumento viario di notevole importanza, specialmente per alcuni suoi elementi stilistici di età longobarda. La chiesetta sorgeva di fronte a un guado della Magra che, anteriormente al ponte di Saliceto, collegava in quel punto le comunicazioni del lato destro della valle alla via di Montebardone (20).
Rispetto a queste costruzioni di iniziativa locale, piccole e povere, estranee ed anteriori al borgo, stanno, invece, ben più vasti ed architettonicamente importanti, gli edifizi ecclesiastici dipendenti da lontane e importanti Abbazie, essi pure anteriori alla formazione oppidana, come, p. es., il già ricordato Monastero di S. Giovanni Battista con l’annessa chiesa, che sorgeva, in riva alla Magra, prospicente sul terreno trasformato poi nella piazza inferiore del Borgo. Di esso sono ignote le origini e, da secoli, è scomparso: i suoi pochi avanzi, grosse muraglie da fortezza, sono rimasti incorporati nel palazzo Venturini, poi Bocconi, che ne occupò l’area (1602).
Meno antica era certo la chiesa di S. Giorgio che, con gli annessi canonici, era una dipendenza, come ho già ricordato, della Abbazia di S. Salvatore e S. Benedetto di Leno, nel bresciano, alla quale apparteneva pure la Prioria di S. Benedetto di Montelungo. La chiesa di S. Giorgio, poco distante da porta Parmigiana, sull’antico bivio della via Lombarda con quella della Cisa, è descritta da un cronista del sec. VIII come un grande edifizio a tre navi, con colonne di arenaria e torre campanaria, della quale non rimane ora che l’abside, pure in pietra, elegante lavoro di esperte maestranze comacine.
Anche della antica prioria brugnatense di S. Pietro, nella parte meridionale del borgo, non restano più che avanzi molto impo-tanti di sculture romaniche, elementi di parti strutturali che fanno presumere una costruzione di buona architettura. La prioria e la chiesa dovevano formare, con i dipendenti annessi un corpo edilizio notevole, centro anche di un importante complesso economico per i molti beni che possedeva nel territorio, tanto da aver dato origine, come si è visto, ad un importante vicinia, inclusa poi nel complesso oppidano.
Il superstite campanile romanico di S. Francesco, sulla riva destra del Verde, fregiato di belle trifore di arenaria accuratamente lavorata, evidentemente è l’avanzo di una antica costruzione, esterna al borgo, completamente trasformata, e rimaneggiata anche stilisticamente, specialmente nei sec. XVI e XVIII.
Sotto gli intonaci degli adattamenti e rifacimenti edilizi moderni di Pontremoli, e in qualche superstite esemplare, è facile ritrovare ancora gli avanzi delle originarie strutture romaniche delle prime formazioni della edilizia burgense, nella quale, pur sempre con esemplari modesti e rudi, si andarono poi inserendo, presumibilmente nello scorcio del sec. XIII, le più agili forme delle strutture ogivali. Una di queste costruzioni, posta nelle vicinanze della chiesa di S. Alessandro e Niccolò, non troppo danneggiata e alterata dall’incuria e dai rabberciamenti, offre un esemplare caratteristico di quelle che dovevano essere, in genere, le abitazioni della prima oligarchia comunale, costruite con bozze di macigno locale, squadrate e lavorate a facciavista, strette e alte come robuste case fortificate. Esemplari di gotico meno rude dovevano trovarsi nel borgo ghibellino, dove pure torreggiava il vecchio petrigno palazzo Trincadini, a giudicare almeno dagli avanzi che di tali opere ancora rimangono in vista, come facciate e cortiletti con eleganti trifore, agili colonnine, lavorati capitelli e signorili camini di marmo.
Ma, rispetto a questi accostamenti di elementi stilistici, la più tipica costruzione oppidana è forse il palazzo Comunale, o meglio, Palazzo Pretorio, venuta a compimento tra la decadenza della libertà del Comune e i tentativi delle prime dominazioni forestiere (sec. XIV). Costruito a varie riprese, romanico nelle parti più antiche e archiacuto nelle più recenti, esso, da quanto si può presumere dalle sue condizioni attuali, dai vecchi disegni che ne hanno conservato la veduta, e da quanto si è potuto vedere in occasioni di lavori di adattamento o di restauro, situato tra la Magra e la piazza inferiore, formava una fabbrica quadrangolare intorno ad una piazzetta interna: un forte muro merlato si elevava verso la piazza esterna, al quale si appoggiava il porticato della Gabella. Oltre il fianco settentrionale di essa, s’apriva il portone, con arco a sesto acuto, con ampia scalinata. Una porta secondaria sboccava dalla piazzetta sotto il portico della Gabella o « Doana del Comune ». La parte posteriore del palazzo che faceva ala alla piazzetta interna, dalla parte del fiume, aveva per base un ampio porticato ad archi acuti sui quali posava la “sala magna » del Comune e altri uffizi (21).
Il vecchio borgo fortificato era dunque composto, entro le mura e le torri, e tra fortezze, di questi rudi palazzi, con i tetti caratteristicamente coperti di nere planeae, delle ricordate vecchie chiese romaniche, e di fabbriche più modeste: dai casotti » signorili, alle case dei popolani benestanti ed alle abitazioni del basso popolo, in parte anche di legno, col tetto di scàndole, o di paglia con terra battuta, cosa, del resto, non infrequente anche nelle città (22).
Ciò spiega come fosse stato facile agli Svizzeri di Carlo VIII, in occasione del ritorno da Napoli, alla vigilia della Battaglia di Fornovo, di appiccare il fuoco alle case del borgo, a sfogo di vendetta, e di provocare il funesto incendio del 1495, causa di tante distruzioni, specie negli archivi pubblici, così da essere rimasto col suo tristo ricordo, come una formula di indicazione cronologica nei documenti: ante o post incendium.
L’incendio infatti era facilmente divampato tra le povere case del popolo; ne rimasero salve le fortezze, i fabbricati più alti e coperti di piagne » (domus muratae et plagnatae), come il ricordato palazzo dei Trincadini, del quale, a detta di un cronista, la soldataglia non riuscì ad incendiare il tetto. Invece andarono distrutti l’Archivio pubblico e quello del Comune (23).
Ma, tornando alle due piazze, circondate come si detto, di costruzioni in pietra e delle torri della fortezza, va aggiunto che esse traevano un elemento caratteristico, intonato al rude paesaggio montano, boscoso e, allora, sonoro di abbondanti e libere acque correnti. Nella piazza superiore la chiesetta di S. Maria del Popolo era anche chiamata Santa Maria della Rovere » perché vicino d essa, ad ombreggiarne il sagrato, verdeggiava una rovere secolare. Essa fu sradicata, al principio del ‘600, quando si dette mano alla costruzione della nuova grande chiesa che divenne poi, come si è detto, la cattedrale. Altre piante di quercia vigoreggiavano intorno alla cortina di Cacciaguerra, che il Comune aveva cura di non lasciar scomparire: tra il 1536 e 1538, furono, appunto, ripiantate a cura del pubblico, tre querce, allineandole lungo la fortezza, dalla parte del Verde, nella piazza inferiore, e altre tre furono collocate nella piazza superiore, di fronte ad altre due situate sul lato opposto (24). Quei rudi burgensi, operosi e guerrieri, non cercavano certo per rallegrare di verde e ricreare di ombre le loro piazze, non si dice addomesticati ligustri, oleandri e palme dei nostri tempi, importati dalle tiepide riviere, ma nemmeno i grandi frondosi platani e i fiorenti ippocastani che, al principio dello scorso secolo, erano stati piantati, a regola d’arte, nel nuovo «Passeggio di Borgovecchio”, ideato e disegnato dal marchese Tommaso Malaspina di Villafranca, al quale si debbono le murature sulla Magra e la cappella del “ Sacramento” dei conti Bonaventura, nella Cattedrale (25).
Ma come, allora, non si sdegnavano le nude bozze di pietra locale per le facciate delle case, delle chiese e dei palazzi e per i lastrici delle vie del borgo (i quali risalgono al 1456), così si preferivano le roveri degli antichi boschi, dove nei remoti tempi, si erano adunate le assemblee dei non dimenticati liguri, ricordati nella tenace leggenda di Apua. Ma va aggiunto un particolare caratteristico dei tempi, nei quali barbarie e gentilezza si intrecciavano strettamente: una di quelle robuste roveri serviva per legarvi i condannati ad esser messi alla berlina, o coloro ai quali doveva essere inflitto l’ignominioso supplizio della « scopa “ (26).
Ma per ritrovare questo antico e rude Pontremoli, che fu quello della oligarchia e patriziato comunale, non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal carattere esteriore della sua ultima trasformazione edilizia, compiutasi sullo scorcio del ‘600 e nella prima metà del ‘700.
Il borgo aveva mantenuto a lungo i vecchi tratti della rude edilizia medioevale romanico-gotica, con scarse e tarde e poco partecipate influenze rinascimentali, fermo nelle vecchie tradizioni e negli arretrati gusti, per l’indole del suo popolo e per ragioni specialmente inerenti alla posizione geografica e alla sua decadenza politica ed economica. Di questo vecchio Pontremoli si trova, inaspettatamente, il ricordo e, quasi, la veduta, nel “ Journal de Voyage en Italie” di Michel de Montaigne, che vi passò e pernottò nell’ottobre del 1581. Sono pochi tratti incisivi, come il rapido schizzo di un pittore, che ne rendono efficacemente aspetto paesistico e urbanistico e ne rilevano molto acutamente caratteristiche assai determinanti del costume. Ecco la nota, scritta in lingua italiana e, perciò, con maggiore immediatezza espressiva:
“ PONTREMOLI, 30 miglia [da Sarzana], città molto lunga, popolata d’antichi edifizi non molto belli. Ci sono alcune ruine, e si dice che si nomava Appua. È adesso del Stato di Milano: et ultimamente la godevano quei di casa Fiesca. A tavola mi fu data la prima cosa il cacio, come si fa verso Milano e contrade d’intorno Piacenza. Mi furono date, secondo l’uso di Genoa, delle olive senza anima, acconcie con oglio e aceto, in forma d’insalata, buonissime. Il sito di essa città è fra le montagne et al piede di esse. Si dava a lavar le mani un bacile pieno d’acqua posto sopra uno scannetto. Bisognava che si lavasse ognuno le mani con esso l’acqua. Me ne partii lunedì 23, la mattina e salii all’uscir di casa l’Appennino, alto assai ma la strada punto difficile né pericolosa. Stetti tutto il dì salendo e calando montagne, alpestre la più parte e poco fertili (27).
Questo carattere medioevale e viario della « città molto lunga e popolata di antichi edifizi non belli», così bene osservato dal grande scrittore degli Essais, durò, con pochi mutamenti, per tutto il cinquecento e oltre. La trasformazione edilizia successiva, alla quale si è accennato, iniziatasi dalla seconda metà del Seicento, non fu opera della vecchia classe dirigente comunale, ma della nuova élite, arricchita nei nuovi commerci e nelle industrie, che l’aveva sostituita, e che, in effetto, era la nuova sorgente borghesia, anche se, in parte, discesa dai vecchi ceppi, o, comunque, fregiata di onorifici titoli nobiliari.
E’ questo un episodio di urbanistica, connesso a un momento caratteristico della storia economica di Pontremoli ed anche a certe particolari condizioni di vita politica italiana creata dal predominio straniero.
La via di transito di Montebardone, nella rete delle comunicazioni medioevali, coordinando in un attivo complesso di traffici le altre comunicazioni locali, tra le quali, vitalissima, quella di Genova, aveva dato, come si è visto, tanto vigoroso impulso alla attività politica ed economica del territorio. Le trasformazioni della viabilità, con lo svolgersi dell’età moderna, rendendo più agevoli e rapide le comunicazioni e restaurando le antiche, non solo tolsero al valico della Cisa e alla stazione di Pontremoli l’importanza che aveva avuto sul passato (proprio in relazione alla difficoltà del traffico), ma determinarono l’abbandono delle altre vie laterali, per cui gli si chiusero ai lati, impervie barriere, i fianchi della valle, aggravando l’isolamento, penosa causa di decadenza.
E allora, è da chiedersi, come mai, proprio in un periodo di sempre più inoltrata decadenza politica ed economica, il vecchio borgo medioevale esca dalla sua passività conservatrice subisca la sua ultima trasformazione, e si arricchisca di palazzi, di chiese, di opere d’arte, specialmente pittoriche, e finisca per assumere, proprio quando gli era venuta a mancare la sua capacità politica sino a decadere a dipendente capoluogo amministrativo, quel caratteristico inatteso aspetto edilizio moderno di piccolo centro urbano speduto tra i monti (28).
E, certo, un caso singolare che va messo in relazione con un importante avvenimento economico, ingegnoso artificio mercantilistico, e, cioè, con l’eccezionale incremento della attività del porto di Livorno, al quale, con un accorto sistema di agevolazioni e di franchigie per il passaggio delle merci, fu assicurata un’espansione notevole della sua attività, stimolando, anche oltre il naturale retroterra regionale, una forte corrente commerciale tra quello scalo e (per restringerci a quanto interessa il nostro argomento) l’Emilia occidentale e, soprattutto, Parma e Piacenza (29).
Pontremoli venne, in tal modo, necessariamente a trovarsi sulla linea di questa corrente di scambi commerciali: ne seppe vantaggiosamente profittare, non solo per l’industriosa accortezza del suo ceto commerciale abituato ab antiquo ai traffici e a vivere di traffico sulle piazze forestiere, ma anche per immigrazioni di ricchi commercianti dalla valle padana. Il medioevale oppidum si fece, in tal modo, un aperto centro di mediazione commerciale tra il porto tirrenico e la valle del Po. Si dette vita a società commerciali con lo scopo di svolgere questa attività commissionaria, raccogliendo gli ordini del Nord per servire il Sud, e viceversa (30). Fu un momento di prosperità che, oltre a trattenere in patria coloro che ne dovevano stare lontano per attendere agli affari, promosse anche, come si è accennato, immigrazioni di famiglie, ricche e povere, dedite alle industrie e ai commerci. « Vi sono ancora (scriveva, a questo proposito, un cronista pontremolese ai primi del Settecento) onorati, ricchissimi e ben accreditati mercanti, i quali trafficano nelle prime piazze d’Europa. Vi è finalmente copioso numero di bottegari ed artefici, per servizio del paese, assai mercantile, stante il passo dalla Toscana in Lombardia e per le fiere e mercati che vi si fanno fra l’anno e due volte la settimana col concorso della giurisdizione e degli Stati circonvicini ».
Tali prospere condizioni economiche avevano dato impulso appunto a quel rinnovamento edilizio al quale si è accennato.
Già all’aprirsi del ‘700 lo stesso cronista ora citato dava una bella descrizione di Pontremoli, ricca di felici scorci, che si contrappone, con la manierata vivacità di un quadro secentesco, al sobrio ma incisivo scorcio che aveva lasciato Montaigne:
“ Non poco lodato è Pontremoli – scriveva il cronista Bernardino Campi – per i molti palazzi e comode case degli abitanti, in gran parte a’ nostri giorni risarcite e ridotte in forma più moderna, nobilmente apparate ed addobbate di rigguardevoli suppellettili, come s’è più volte veduto nell’alloggio di diversi qualificati personaggi e gran principi. Magnifico e delizioso è il palazzo del Dosi, fuori di Pontremoli un miglio, sì per la vaghezza ed artificio delle pitture, sì per i vaghi giardini copiosi di acque e ripieni di varie sorte di frutti e fiori stranieri di singolare vaghezza » (31).
Non era evidentemente solo un rinnovamento edilizio, ma di ceti: anche gli usi e i costumi non erano più quelli, indigeni, della vecchia oligarchia burgense: certo, agli ospiti qualificati non si offrivano più “le insalate di buone olive senz’anima acconcie con oglio e aceto, all’uso di Genova”, e tra le “ragguardevoli suppellettili” non si trovava certamente lo “scannetto” per il bacile, da lavarsi le mani, comune a tutti i commensali, che aveva fatto torcere il naso, più di un secolo prima, al filosofo francese. Il Campi nota esattamente che i palazzi e le comode case in gran parte “erano state risarcite e ridotte in forma moderna »: infatti le antiche case medioevali non erano state del tutto demolite, per dare luogo e materiali a nuove costruzioni, ma molte di esse furono riunite, o ampliate e adattate al gusto moderno (32). Sorsero in tal modo i nuovi palazzi, nuove chiese, il teatro. Le nuove costruzioni o ricostruzioni vennero condotte su disegni e con la direzione e l’opera di artisti pontremolesi, o immigrati dalle regioni vicine, in prevalenza pittori, alcuni dei quali, abilissimi disegnatori di architetture, seppero efficacemente, secondo il gusto generale del tempo, e, particolare, delle scuole che avevano frequentate in varie città, fondere insieme gli effetti dei valori strutturali con quelli degli elementi decorativi, della pittura e della statuaria. L’esecuzione dei disegni edilizi fu, invece, opera di locali maestranze di muratori, di scalpellini, di fabbri, le quali vi portarono la loro maniera tradizionale, con la loro tecnica abile, ma antiquata per quel certo impaccio o ritardo di gusto, che è nell’indole delle popolazioni isolate delle regioni montane. In questo intreccio di gusto e di impacci di tecniche nella esecuzione delle nuove o rinnovate fabbriche, si venne atteggiando una derivazione di barocco temperato e semplificato, senza slanci originali e stravaganze, che andò assumendo nella sua evoluzione un caratteristico adattamento non privo di un certa singolarità (33). Si venne, così, fissando, nell’edilizia, in certo modo, un tipo di palazzo, signorile se non fastoso, con cortili o atrii inquadrati o fiancheggiati di porticati con pilastri o colonne, sviluppi di archi, scaloni, ecc. L’opera esperta dei pittori, che erano anche architetti, integrava ed efficacemente accentuava gli effetti architettonici, con ampie prospettive negli atrii, nelle gallerie, nelle scale, con abili inquadrature decorative delle sale e delle camere, per incorniciare gli affreschi delle pareti, delle volte o delle cupole (se trattavasi di chiese), con ariose rappresentazioni mitologiche, nei palazzi, e, religiose, nelle chiese, ottenendo complessi felici e, spesso, grandiosi di motivi architettonici e pittorici. Dalle facciate scomparve il macigno a faccia vista, sostituito dagli intonaci, dagli stucchi, dalle colorazioni non troppo vivaci, ma vi resistette come elemento ornamentale nelle cornici, negli stipiti, nelle mensole, nei davanzali, nei poggiuoli, nei portali, alcuni dei quali, per disegno ed esecuzione, specialmente pregevoli. Anche nelle rostre delle porte secondarie ad arco, nelle ringhiere dei balconi, nelle inferriate delle finestre terrene, si possono ancora notare negli esemplari superstiti, pregevoli lavori di ferro battuto, dovuti a locali artigianati di antica tradizione (34).
Il prestigio della modernità esercitato dalle costruzioni signorili favorì, sino alla esagerazione, l’espansione del nuovo stile, provocando l’estendersi generale di restauri e rifacimenti anche alle case più modeste e popolari: si diffuse in tal modo uno strano disgusto della vecchia pietra locale che, col tempo, finì per farsi tradizionale, tanto da rivolgersi anche contro le parti ornamentali di pietra lavorata, opere lodate dei maestri locali, fatte scomparire sotto intonaci colorati, quasi per cancellare in tal modo un preteso segno di antica rusticità..
La prosperità economica che aveva dato luogo alla trasformazione sociale e edilizia urbana dette impulso nella campagna alla trasformazione agraria, con l’appoderamento dei terreni, per cui i medioevali “donnicata” composti di piccole possessioni (dial. pussùn) o luoghi (löghi) furono raccolti dalle ricche famiglie in unità padronali, integrati con acquisti di terreni isolati venduti dai rurali, bonificate con impianti ad arte, di castagneti, di uliveti, di vigneti, sistemate con razionali divisioni delle culture. Dove i bandi statutari del Comune avevano proibito, per ragioni di sicurezza militare, le abitazioni, vennero costruite le case coloniche per insediarvi le famiglie dei coloni, che, in precedenza, dovevano abitare nel borgo o nelle ville e casolari. É fu quello certamente il momento più felice della magra agricoltura locale.
Lo stato di cose che aveva dato luogo alla congiuntura economica precedentemente descritta, dalla quale era conseguita al vecchio borgo in decadenza una florida inaspettata ripresa di commerci e di connesse industrie locali, effetto di artifici politici, non durò a lungo: senza richiamare i grandi avvenimenti europei ed italiani che, nell’ultimo scorcio del ‘700 e nella prima metà dell’ ‘800, avevano dato luogo a tanti rivolgimenti politici, economici e sociali, basti qui accennare, per quanto concerne l’argomento, alle profonde trasformazioni della viabilità che aggravarono la crisi dei vecchi centri legati agli antiquati tracciati delle comunicazioni, specialmente montane. La cittadina nella quale si era esteriormente rinnovato, per inaspettate circostanze, l’oppidum medioevale, vede nuovamente allontanare il corso dei traffici o affievolire localmente la sua portata economica. La nuova oligarchia commerciale, mutati i tempi, perdette, essa pure, la sua egemonia: pochi dei palazzi da essa costruiti rimasero nelle mani dei discendenti dei primi possessori. Ragioni di natura eco-nomica imposero ai nuovi proprietari e agli stessi discendenti delle famiglie rimaste nelle avite sedi trasformazioni più utilitarie degli stabili.
Ai palazzi venne in tal modo a mancare il primitivo signorile unitario carattere di residenza dei larghi complessi famigliari magnatizi. Divisi e adattati a quartieri, ne andò distrutto l’originario disegno architettonico con tutto l’ordine unitario, funzionale, delle varie parti della costruzione. Furono lasciati in abbandono gli scaloni, le sale, le gallerie, le decorazioni, gli affreschi, quando non vennero manomessi o distrutti per necessità di adattamenti più utilitari. Le facciate, sfigurate da frettolose ed economiche opere di manutenzione, rimasero impoverite ed involgarite, private del primitivo carattere e brio stilistico, lasciando nell’osservatore quel senso di malinconia che si accompagna alle cose abbandonate e decadute.
Anche la proprietà terriera subì la stessa vicenda: le trasformazioni degli assetti giuridici e sociali iniziatisi nell’ottocento disgregarono i complessi famigliari dei possessori dei poderi e della loro unità aziendale: gli stessi poderi, già messi insieme, come si è visto, con tecnico accorgimento, andarono dissolti, sbriciolandosi, di nuovo, nella piccola proprietà impotente.
E qui, per l’osservazione storica, si conclude la vicenda urbanistica della quale si è tentato di tracciare il secolare profilo nei suoi più caratteristici aspetti. E la chiarificazione storica, conseguentemente, apre la via ad una domanda, di vivo interesse pratico, che può essere posta nei termini seguenti (35).
Il vecchio borgo, intatto nella sua originaria struttura anche sotto il descritto rinnovato aspetto cittadinesco, era rimasto, sino ai nostri giorni, negli angusti primitivi confini, tra i quali era passata per secoli quella via di Montebardone dalla quale il borgo stesso aveva avuto vita e incremento, quale luogo necessario di sosta e di assistenza, mansione itineraria, sopra una difficile via naturale di montagna. Per effetto di una lenta opera di trasformazione ultramillenaria, l’originaria pista montana, uscita dai primitivi confini in cui era stata chiusa come carraria burgi, divenuta una grande via artificiale moderna di transito, ampliatasi sul fianco orientale dell’antico oppidum protettore, il quale, per la sempre crescente rapidità del transito, si è trovato isolato e tagliato fuori dai benefici economici del traffico d’altri tempi, che erano stati il suo alimento.
E qui, appunto, ci si può porre la domanda se il ponte costruito, nel primo decennio del secolo, sul torrente Verde, a occidente del borgo, tra i due medioevali ponti a schiena d’asino, abbia aperto, o stia mai per aprire, la via a traffici di diversa direzione e natura, capaci di rianimare, come nel passato, l’economia e la demografia, nella parte occidentale della valle. Se, cioè, sarà possibile ridar vita, mediante la tecnica moderna, alle vecchie comunicazioni, di carattere regionale, col genovesato e col piacentino, e di ritrovare in tal modo, nei traffici locali e diretti, compensi ai perduti benefici già derivati indirettamente dal traffico della grande arteria di transito. Ovvero se l’affrancamento dalle angustie dei vecchi confini non finirà per esaurirsi in una espansione solamente edilizia, dando luogo a un semplice trasferimento di popolazione dalla parte vecchia alla parte nuova della città.
Manfredo Giuliani, Pontremoli, Profilo Storico dell’Urbanistica di un “Oppidum” medioevale dell’Appennino Ligure-Emiliano, in Giornale Storico della Lunigiana, N.S., XII (1961), 1-4, pp. 67-96
(1) Per le notizie di carattere generale si rimanda passim ai 3 voll. di Giovanni Sforza, Storia di Pontremoli, Firenze, 1904 e Lucca, 1887; al vol. di P. Ferrari, La chiesa e il Convento di S. Francesco di Pontremoli, Pontremoli, 1926; alle mie memorie: Luni e la leggenda di Apua nel cronisti pontremolesi, nell’ Archivio Storico per le provincie Parmensi, vol. XXXIII; Note di topografia antica e medioevale del Pontremolese, ibid., vol. XXXV, N. S.; Lo scloglimento del Comune di Pontremoli e la sollevazione del villani, ibid., IV S., vol IV (1952); La via del Borgallo, il Pagus Vignolensis e Il castrum Grondulae, ibid., IV S., vol. VI (1955), in fine; Formentini, Brugnato, in Mem. Accademia Lunigianese “G. Capellini”>. A. XX, fasc. unico.
(2) Dal latino med. “bedale”, di base germanica, dial. Biédal, gora, canale.
(3) Nel significato di incavato, franc, creux, genovese creusa. La stradetta attraversava probabilmente la lingua di terra tra i due fiumi, dalla chiesetta di S. Maria nella Magra, alla Bledla sul Verde, forse originariamente collegata a due guadi.
(4) Per la trasformazione parrocchiale di S. Niccolò cfr. Sforza, op. cit., III, doc. n. 17: la sua vicinia, forse trasformazione di un più antico nucleo locale, ha mantenuto sino ai nostri giorni una così staccata individualità, quasi di caratteristica etnica, rispetto agli altri gruppi di popolazione fusi poi nel complesso comunale. Sotto tale aspetto, nella leggenda del Cristo nero (un vecchio crocifisso annerito dal tempo, che si venera nella chiesa di S. Niccolò) può forse intravedersi la persistenza di una devozione al culto della Croce (la festa dal murët > ricorre appunto il 14 settembre), diffusa nella valle del Verde, connessa forse a un primitivo oratorio privato, popolare, di qualche casato o gruppo famigliare, anteriore all’ordinamento ecclesiastico plebano, esteso tardo, come si è visto, al territorio di quella vicinia per interferenze di varie giurisdizioni monastiche (cfr. per “la festa dal Murët” e la leggenda relativa, II Campanone, almanacco pontremolese, 1942, p. 46).
(5) La chiesa era rimasta, isolata dalla vicinia, in alto tra le piante che formavano un brolo, o verziere, presso le mura, del quale è forse un avanzo l’attuale piazza antistante. Luogo pubblico di adunanze, dove, p. es., nel 1556 e ’58, posero il loro tribunale due Commissari Apostolici per giudicare e sentenziare sopra una vertenza relativa a beni livellari di varie chiese del territorio:” Domini Commissari, è detto nei rogiti stipulati, sedentes super duabus scamnis ligneis in Viridario S. Cristine de Pontremulo versus menia, quem loco pro indoneo et condecenti tribunali ad haec elegerunt et deputarunt”. Cfr. Atti del not. pontremolese Antonio Orsi di Agostino, agli anni sopracitati, del 3 dicembre e 30 giugno. La chiesa di S. Cristina formava un complesso ecclesiastico col contiguo oratorio di S. Lorenzo del quale dipendeva una chiesetta omonima, demolita da tempo che sorgeva, a monte della strada, poco prima di S. Lazzaro, Per le vicende delle vicinie e parrocchie di S. Cristina, S. Giovanni e S. Colombano cfr. Ferrari, op.clt., n. 29, p. XX. (6) Per il piccolo borgo e la porta di S. Giacomo del campo si veda Sforza, op. cit., n. 4, p. 51; e Villani, Annali, cc. 48-50.
(7) Intorno alla vicinia di S. Pietro de conflentu in relazione al Vescovato di Brugnato cfr. Formentini, op. cit., p. 15.
(8) Gli Statuta ricordano appunto la strata seu curraria burgi Pontremull a porta S. Georgij usque ad portam Monasterij “ de conflentu».
(9) Per la fortezza di Re Enzo cfr. Sforza, op. cit., I, 135; per il restauro di Castelnuovo, Ivi, p. 276. Alla attuale chiesa di Nostra Donna (1733) preesisteva la chiesetta della Madonna del Ponte, dove aveva sede una Compagnia o Confraternita, forse preesistente, e forse destinata alla assistenza dei viandanti quando il fiume doveva essere passato a guado. A proposito di questo e degli altri ponti, conviene dire che originariamente i ponti venivano costruiti su more o pile, unite poi con forti travature di legno di castagno e di tavolati inchiodati (Statuti, IV, 26). Nel testo degli stessi Statuti del 1391, è registrata una deliberazione secondo la quale i ponti sul Verde della Betula e di “Ymo burgo” dovevano essere ricostruiti, a spese del Comune, con archi, volte e ogni altra parte in muratura, eseguendo un’arcata per anno a partire da quello della deliberazione (L. IV, 25), continuando nel frattempo a mantenere in efficienza le parti in legno, a cura e carico delle ville, interessate. Della fortezza di Castelnuovo, nel sec. XVIII, ha lasciato un’accurata descrizione il Targioni Tozzetti nei suoi Viaggi (ΧΙ, 218).
(10) Va pure ricordato che, alle difese materiali, venivano spesso associate, a protezione, nei luoghi più pericolosi, immagini sacre. Ricorda Ser Marione nelle sue Cronache, che, essendo stato incaricato dal Comune di far costruire un muro di difesa della piazza superiore, verso la Magra, e che vi aveva fatto fare le trincee e le feritoie per gli archibugi, “et ad dictum murum”, aggiunge «feci fab bricare unam avoltiolam pro stando ad copertum et ibidem apposui immaginem Salvatoris nostri” (Sforza, op. cit., III, 166). Anche il Villani, nei suoi Annales (c. 94) ricorda che nei primi anni del sec. VI, nel demolire parte delle mura nella parte retrostante alla costruenda nuova chiesa di S. Giacomo d’Altopascio, fu scoperta sotto l’archetto di un camminamento l’immagine di una Madonna, che è appunto quella Madonna del Soccorso, staccata e trasportata poi, per la fama di un miracolo, nella suddetta chiesa, dove anche ora si trova, ahimé, recentemente restaurata
(11) Era prescritto dagli Statuti che nelle disposizioni per le opere munitionis burgi “fieri facere ubicumque utile visum fuerit pro Comune et defensione Burgi, per Burgum P., muros lapidibus et congruae altitudinis, qui per transversum extendantura et fiant a flumine Macrae usque ad flumen Viridis “(L. I, c. XXXVII). Queste disposizioni pur trovandosi nel testo statutario riformato, nel 1391, probabilmente erano riportate dagli Statuta vetera. In un documento di poco anteriore alla costruzione della fortezza di “ Cazzaguerra”, è detto che, al principio dello stesso anno, esisteva una divisione provvisoria delle due piazze, fatta elevare da Castruccio con i materiali delle case dei guelfi e dei ghibellini, che egli aveva fatto demolire, indicata col termine « sbarago supra». Sbarago è forse il termine dialettale attinente alle ricordate serraglie, che, più o meno, si usavano in tutte le città, e che si può riferire al dantesco «sbarro, o al francese “barrage” (cfr. il doc. nello Sforza, op. cit., III, p. 321). Negli “sbaragi” erano lasciate aperture ad arco per la libertà del passo nella” carraria», archi che, nella eventualità di un conflitto, potevano essere facilmente chiusi con catene o travature, come nel caso dell’arco detto dei Gualtieri che finì per servire di porta al borgo ghibellino nella vicinia di S. Colombano.
(12) Per i riferimenti in proposito cfr. Sforza, op. cit., I, pp. 197-199. Per la iscrizione posta sulla torre centrale cit. alla n. 12 cfr. le rettifiche di U. Mazzini nel “Giornale Storico della Lunigiana”, III, 151. La indicazione di “Cazzaguerra supra” o “infra” non era rimasta solamente quale indicazione topografica, ma era stata riconosciuta costituzionalmente come una vera e propria divisione giurisdizionale. Gli Statuti, infatti prescrivevano che coloro che erano nominati a cariche pubbliche amministrative, se in collegio, parte dovevano risiedere a “Cazzaguerra sura” e parte a “Cazzaguerra infra”: nel caso di un solo rappresentante, questi doveva risiedere un anno “supra2 e l’anno seguente “infra» (I, 6). A questa ultima disposizione non si sottraeva nemmeno il maestro di Grammatica il quale “doveva stare et tenere scolas uno anno a C. supra et seguenti a C. infra” (III, 186).
(13) Per la obbligatoria distruzione dei castelli di Piolo e di Grondola cfr. Statuti cit., IV, 48. Gli altri castelli sono ricordati dal Villani nei suoi Annales. Per Muceto (Dobbiana), cfr. la mia memoria: La strada lombarda del Cirone nell’alta Val di Magra, nell’ Archivio Storico per le Provincie Parmensi, IV S., vol. III (1951), p. 39, n.
(14) Sulla istituzione dei Saltari cfr. Statuti, I, 40.
(15) Gli Statuti contengono accurati regolamenti intorno alla manutenzione delle strade interne del borgo, alla loro comodità e decenza e sulle condizioni sanitarie delle case e su quanto si riferiva ai traffici di cibi e bevande, tali regolamenti si estendevano anche all’esercizio della “albargaria” e proibivano agli osti di tenere più di una insegna, o un’insegna simile ad altra (III, 105), e che « hospes vel hospitatrix non audeat nec presumat aliquo modo ire obviam hospitibus nec eos vocare ut ad eorum hospitium veniant, nisi de hospitio domus suae, vel de ante domum suam tantum…» (III, 136).
(16) Il cronista Ser Marione racconta che, nel 1537, in occasione di un passaggio di truppe spagnuole, che pretendevano alloggio nel borgo, mentre si discuteva tra le autorità se accettarle o non accettarle, inteso che la terra era tutta in arme “usciti fuori”, scrive, “et feci tirare su li ponti, chiavate le porte, et abscondere la chiave” (si v. la cronaca nello Sforza, op. cit, III, 164). Le truppe spagnuole alloggiarono nei “burgi exteriores”, come erano dette le località di S. Giorgio e S. Leonardo (Terrarossa), della SS. Annunziata, di S. Francesco, con-vento di Verdeno, e nelle Ville. Sul malumore delle popolazioni rurali cfr. la mia memoria: La sollevazione del villani ecc. cit., passim.
(17) Per gli itinerari medioevali che ricordano Pontremoli si v. la nota Appendice di Sforza, op. cit., II, 596, anche per i rimandi bibliografici, Intorno alle tradizioni militari dei p. cfr. il mio scritto I pontremolesi nel ‘700, nell’ Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, vol. I (1911), p. 196. Da notare nella stessa nota, circa l’appoderamento terriero, quanto vi è citato da una cronachetta del tempo, circa i villani che, datisi all’ozio, vendevano le loro terre ai pontremolesi».
(18) Cfr. la Cronaca di Ser Marione: “la logia davanti alla Porta della Doana del Comune” v. nello Sforza, op. cit., III, 155.
(19) Il primo tentativo di elevare P. al grado di città e di costituirvi un Vescovato, smembrandone il territorio dalla Diocesi di Luni-Sarzana, risale a Galeazzo Maria Sforza, intorno al 1475, ma vi si oppose la Signoria di Firenze, in quel momento, padrona di Sarzana (Sforza, op. cit., I, 447). Per l’omogeneità e la vitalità territoriale la soluzione più idonea tra quelle ventilate, sarebbe, certo, stata quella di unire ecclesiasticamente il territorio pontremolese a quello di Brugnato i cui Vescovi solevano risiedere a P., dove spesso, per incarico, sostituivano, nelle funzioni episcopali, i presuli di Luni-Sarzana: ne sarebbe resultato un territorio più omogeneo, di cui P. sarebbe divenuta anche di diritto, come lo sarebbe stato di fatto, la sede cattedrale. La tarda formazione del sec. XVIII, per opera del Granduca di Toscana, fu un artificioso espediente politico che dette luogo a un aggregato territoriale ecclesiastico disorganico e squilibrato dovuto alla necessità di includervi tutti gli staccati possessi granducali sparsi in Lunigiana, oltre ad otto parrocchie della Comunità di Seravezza, in Versilia, possesso granducale esso pure fuori Stato. Si può osservare che altrettanto avvenne nella prima metà del secolo scorso, per l’erezione della Diocesi di Massa, con un nuovo smembramento della Diocesi di Luni-Sarzana, alla quale nuova diocesi oltreché il ristretto ma omogeneo territorio di Massa e di Carrara, per le stesse ragioni di carattere politico, furono annessi gli altri domini staccati e sparsi che gli Estensi avevano in Lunigiana e Garfagnana con un intrico tutt’altro che vitale di giurisdizioni. Si veda in proposito: D. Guido Ferrari, Pontremoli e la sua Diocesi, nel “Campanone”, Pontremoli, 1940. La creazione della città di Pontremoli (1778), che rese possibile l’erezione della Diocesi, fu un espediente necessario per impedire lo sgretolamento della compagine di tipo urbano, della popolazione dell’antico oppido, dove il Governo toscano aveva accentrato appunto per il suo carattere di antico capoluogo territoriale, con vari gradi di dipendenza, la direzione delle funzioni politiche e amministrative attinenti agli altri territori del suo dominio fuori Stato, situati in Lunigiana. Il governo granducale, instauratosi a Pontremoli nel 1650, non aveva voluto riconoscere, come avevano sempre fatto gli altri Stati, che ne avevano avuto la Signoria, le sue antiche franchigie di carattere cittadino, e l’antica consuetudine di riserbare il primo rango civico a un gruppo di famiglie antiche, e, per varie ragioni preminenti, così che queste famiglie erano rimaste escluse, specie dopo la legge leopoldina (31 luglio 1750) sui privilegi onorifici di nobiltà e cittadinanza, da onorificenze, precedenze, uffici, di cui, presso gli altri Stati dominanti, avevano sempre goduto. Ne era seguita la dispersione del locale ceto dirigente, che aveva cercato altrove il riconoscimento del proprio rango, e molte famiglie autorevoli si erano fatte aggregare alle nobiltà di Firenze, di Pisa, di Modena, di Parma, ecc., con la tendenza delle stesse famiglie a emigrare dal paese di origine per partecipare altrove ai benefizi e al rango che, nel passato, era stato loro riconosciuto. Con la creazione della città fu aperto il nuovo Libro d’oro, quale ordine esclusivamente civile, con il quale i governi assoluti e riformisti vollero dar vita a una nuova classe dirigente, legata alle fortune delle nuove istituzioni politiche, contro le tradizioni di spunto medioevale, feudale o comunale. Si vedano in proposito le interessanti osservazioni di Pietro Bologna, I Vescovi appartenenti a famiglie pontremolesi, in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi, Serie V, vol. III (1904), p. 69 e sgg., e la mia memoria: Un arciprete contro la nobiltà pontremolese, nel Giornale Storico della Lunigiana, VI, p. 95 e sgg.
(20) Cfr. il mio scritto: II Groppus de Tabernula sulla via di Montebardone e l’Oratorio di S. Lazzaro di Pontremoli, nel Bollettino Ligustico, A. 1955, n. 1-4.
(21) Per le notizie relative al monastero di S. Giovanni, alle case di Castruccio e Palazzo Pretorio cfr.: Sforza, op. cit., I, p. 203 e, passim cap. V e nn., p. 213; U. Formentini, Il Monastero Regio di S. Giovanni di Pontremoli, nei Quaderni della Giovane Montagna, n. 35, Parma, 1940, Pietro Ferrari, Noterelle storiche pontremolesi, nella Raccolta di scritti storici in onore del conte Carlo Del Medico Staffetti, Pescia, Benetti, 1942, p. 59 sgg. Circa la loggia, o porticato comunale interno (“in palatio comunis Pontremuli, super porticu, versus Macram fluvium”) e la sala magna (“in palatio Comunis supra sala magna”) si veda in Sforza, op. cit., I, in fine del doc. I, e, Ibidem, p. 362, п. 30.
(22) Gli Statuti del 1391 proibivano che le case del borgo avessero coperture “paleae, vel scandolarum, vel frascarum, vel melegariorum, vel similium rerum fragilium” e imponevano, evidentemente senza essere ubbiditi, che, non solo nel borgo, ma anche nel castrum di Arzengio e nella villa di Traverde, prossimi a Pontremoli, le case fossero coperte “de plagnis, vel culmis [fasci di paglia) terratis “(LL. III, c. 100 e IV, c. 46).
(23) Sforza, op. cit., II, p. 537.
(24) Cfr. la Cronaca di Ser Marione, pp. 160-161 nello Sforza, op. cit., vol. III. Il Comune si prendeva molta cura delle vaste abetine di sua proprietà, che prosperavano nell’alta Valle del Verde, il cui uso era sottoposto a severi regolamenti, per assicurarne la prosperità e per evitare lo sperpero del legname estratto onde fosse assicurato ai bisogni locali specie per le necessità dell’edilizia.
(25) Cfr. Pietro Bologna, Artisti e cose d’arte e di Storia pontremolesi, Firenze, 1898, p. 109.
(26) Cfr. la cit. Cronaca di Ser Marione, nello Sforza, op. cit., III, p. 76. (27) Cfr. Giornale Storico della Lunigiana, XII, p. 226.
(27) Cfr: “Giornale Storico della Lunigiana”, XII, p. 226
(28) Si vedano in proposito le giuste osservazioni di Pietro Bologna (op. cit., pp. 5-6) sulle caratteristiche del risveglio artistico di Pontremoli nel periodo di decadenza e sulle opere di architettura e pittura degli artisti locali e forestieri che vi parteciparono. Tra le più doviziose famiglie che promossero quel rinnovamento artistico egli ricorda specialmente quelle dei Negri, dei Pavesi, dei Dosi e dei Damiani, alcune delle quali originarie dell’alta Italia.
(29) Cfr. in proposito, anche per la relativa bibliografia, la mia memoria: La contesa tra Genova e Firenze per l’acquisto di Pontremoli (1647-1650), nel Bollettino Ligustico, Genova, X, 1-2, 1958, pp. 55 e sgg.
(30) I Dosi e i Pavesi, già ricordati, che erano, in Pontremoli, le famiglie preminenti di questo ceto dirigente, avevano costituito appunto società commerciali tanto a Piacenza che a Livorno. Si veda, in proposito, una interessante memoria di Nicola Zucchi Castellini, Palazzi e Case Pontremolesi, nei Quaderni della Giovane Montagna, n. 41, Parma, 1939, dove, tra l’altro, ricorda le caratteristiche vicende della nota famiglia Pizzati, arricchitasi in questi commerci, tra Livorno e Piacenza, nella quale ultima città oltre che a Pontremoli, aveva impiantato case di commercio che trattavano di panni di lana, tele, sete, damaschi ».
(31) E’ tolta, come le notizie precedenti e seguenti, dalle Memorie historiche del cronista pontremolese Bernardino Campi, pubblicate da Sforza, op. cit., I, pp. 6-8. Sul Campi e le sue Memorie cfr. lo stesso Sforza, ibid., III, pp. 63-64.
(32) Le case medievali non furono sempre demolite per dar luogo a nuove costruzioni, ma in parte riunite e ampliate, o solamente adattate al gusto moderno. Avanzi della vecchia edilizia, come basi e capitelli di tipo arcaico, tronchi di tozze colonne, stipiti con gli incastri di robuste inferriate, finirono nei sotterranei e nei nuovi giardini, materiali di ricupero adatti a mensole per vasi da fiori, o trasformati in panchine, scalette di servizio ecc.: questi ruderi e ciò che è rimasto nascosto sotto gli intonaci delle rinnovate costruzioni, sono le superstiti strutture degli edifizi non molto belli della medioevale Pontremoli, ricordati da Montaigne.
(33) Considerazioni simili potrebbero farsi anche a proposito dei mistici chiostri del Convento della SS. Annunziata, presso Pontremoli, costruiti da tarde maestranze comacine sulla scorcio del ‘400: in questo caso l’ispirazione e le in-fluenze rinascimentali sembrano involversi, con certa originalità, in una ricerca romanica del classico. Va aggiunto che alcuni di cotesti maestri, molti dei quali luganesi, presero poi stanza a Pontremoli (nei documenti qualificati come svizzeri), ciò che, dopo i lavori eseguiti per la costruzione della chiesa e del convento, non sarà certo rimasto senza influenza sulle tendenze e le caratteristiche tecnico artistiche delle maestranze locali.
(34) I più noti di questi artisti, vissuti tra i secc. XVII e XVIII, sono i Natali, Francesco e Gio. Battista, di famiglia oriunda di Casalmaggiore, trasferita a Pontremoli, che dette vari pittori di scuola cremonese; i Contestabili, Antonio e Niccolò, parenti dei Natali; i Bottani, Giuseppe e Giovanni, pure pontremolesi; i Galeotti, Sebastiano e Giuseppe, ecc. Si veda: P. Bologna, op. cit., Parte IV, nell’elenco degli artisti. Per le importanti osservazioni e informazioni sugli artisti e le opere architettoniche e pittoriche da essi eseguite si veda il già citato studio di N. Zucchi Castellini. Si veda pure: Nino Carboneri, Sebastiano Galeotti, Venezia, Neri Pozza ed., 1955. E’ un accurato studio biografico e critico che interessa il nostro argomento perché illustra e mette in giusta luce l’opera artistica del G., e l’attività da esso svolta nell’Italia settentrionale e specialmente nella Liguria, Emilia e Piemonte, che fu, in genere, lo stesso campo d’azione e d’esperienza degli altri pittori citati. D’origine fiorentina, il G., formatosi alla scuola del Ghi-rardini, vissuto a lungo nell’alta Italia, e specialmente a Genova, Parma, Piacenza e, soprattutto in Piemonte, dove morì (Mondov), 1741), traendo dalle sue esperienze settentrionali, e dal barocco piemontese, alcune caratteristiche della sua vasta opera, nella felice fusione degli elementi decorativi e pittorici, specialmente nei suoi lavori più importanti di Mondovì e di Torino. Col Galeotti lavorarono Francesco e Gio. Battista Natali, che tanto contribuirono a caratterizzare la manifestazione del barocco nell’edilizia pontremolese. Questo studio sul Galeotti, ricco di numerose e belle tavole, può dunque essere di notevole aiuto per le ricerche stilistiche alle quali si è accennato,
(35) L’argomento demourbanistico richiederebbe, certo, un abbondante sussidio di dati statistici, purtroppo non facilmente e sicuramente reperibili. Eccone, comunque, un breve saggio. Nel sec. XVI Mons. A. Giustiniani, dava, nella sua Descrittione della Liguria, le seguenti informazioni sulla popolazione del pontremolese, che era allora, intorno al 1535, nella Signoria dei Fieschi: il territorio, che era ancora quello del Comune politico, comprendeva le montagne a settentrione di Pontremoli, ma anche il territorio a mezzogiorno, sino al torrente Capria. Secondo il Giustiniani il capoluogo faceva 800 fuochi, la valle (nel senso di Distretto montano) di Rossano: 800; la valle di Zeri: 500; la valle Mulpe (= Guinadi): 500; nel complesso si può dunque calcolare una popolazione di ben oltre 11.500 abitanti, tenendo conto che il Giustiniani ricorda il territorio della Capria, “dove, egli scrive, sono molte habitioni” ma non aggiunge cifre. Aggiunge, invece, un dato importante per i calcoli demografici, affermando che “il Signore di Pontremoli poteva armare più di due millia huomini”. Questo dato sulla capacità militare di Pontremoli, se è esatto, segna un forte regresso rispetto a quello di due secoli prima, quando, al tempo di Arrigo VII, un Commissario informava l’Imperatore, come di cosa ben conosciuta e sicura, e notevole, a quanto pare, dati i luoghi e i tempi, che dalla fedeltà di quel Comune avrebbe potuto trarre una forza di uomini da calcolare in “quatuor milibus de melioribus peditibus Italie”. (Cfr. Giornale Storico della Lunigiana, IX (1918), p. 145) e Sforza op. cit., III, p. 309. Meno di due secoli dopo, il cronista Campi, nella descrizione di Pontremoli, in parte riferita, informava che lo stesso territorio “era diviso in settantasette ville, distribuite in quaranta parrocchie in circa», affermando poi “che altre volte faceva ventiduemila anime e che ora è ridotto a tredicimila e poco più comprese quattromila e poco più che abitano in Pontremoli ». Sono suppergiù le cifre del Giustiniani. Nel 1745 l’intera popolazione del Comune ascendeva a 8263 abitanti, quando non erano stati ancora staccati i territori di Zeri e Rossano e Guinadi per farne il Comune amministrativo di Zeri, né i territori di Scorcetoli, Caprio, Dobbiana per farne il Comune amministrativo di Caprio, successivamente annesso al Comune di Filattiera (1849). Notizie statistiche più abbondanti e sicure si hanno per il secolo scorso, quando si ebbero le cifre più alte della popolazione. Eccone un saggio: 1833: 9250; 1850: 10.496; 1855 (compreso il territorio di Zeri): 12.193. L’incremento più elevato della popolazione si è avuto sullo scorcio del secolo: 1889: 16.500; 1893: 16.901; 1895: 17.197. Aggiungo alcune cifre relative alla popolazione della città: 1745: 3062; 1833:3685; 1840: 4038; 1856: 3619; 1889: 4520. Di fronte alle cifre massime, la più recente del 31-12-1958 segna un notevole regresso con la cifra di 13.987. (Cfr. Sforza, op. cit., Introdu-zione, passim, e p. 9 e n. 13; Gargiolli, Calendario Lunese per l’anno 1836, Fivizzano, Bartoli, p. 81; Rassegna periodica della Camera di Commercio, Industria, Agricoltura, di Massa Carrara, 1959, u. 6, p. 8).