
Riccardo Boggi è nato a Mulazzo il 19 luglio 1951. Si è laureato in pedagogia con una tesi sulle tradizioni magico-religiose della Lunigiana, discussa presso l’Università di Genova nell’ambito dell’insegnamento di Sociologia della conoscenza.
Dal 1981 al 2011 è stato dirigente dei Servizi culturali del Comune di Aulla. Nel 1983 si è iscritto all’Ordine dei Giornalisti Pubblicisti ed ha svolto attività giornalistica per “La Nazione” di Firenze in qualità di corrispondente per la Lunigiana, e per l’emittente televisiva “TRPN” di Pontremoli in qualità di redattore e conduttore del notiziario e di rubriche culturali. E’ stato responsabile dell’ufficio stampa del comune di Aulla ed attualmente collabora con il settimanale cattolico “Il Corriere Apuano”.
È membro del direttivo dell’Associazione “Manfredo Giuliani” per le Ricerche Storiche ed Etnografiche della Lunigiana; socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi; socio dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri; socio dell’Istituto per la Cultura Materiale (ISCUM) di Genova; socio del Centro Aullese di Studi e Ricerche Lunigianesi; già membro del gruppo tecnico dell’Associazione Europea delle Vie Francigene; accademico dell’Accademia Lunigianese di scienze, lettere e arti “Giovanni Capellini”.
È stato tra i fondatori del Museo Etnografico della Lunigiana, all’interno del quale ha curato l’allestimento della sala dedicata alle tradizioni popolari.
Dal 2001 ha promosso le ricerche archeologiche all’interno dell’abbazia di San Caprasio e l’allestimento dell’esposizione museografica. Nel 2012 ha ricevuto il Premio Ethnographica da parte della Società Dante Alighieri della Spezia; nel 2016 la Targa Speciale del Premio Lunigiana Storica; nel dicembre 2018 il Premio “Frate Ilaro” dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi.
Dal 2017 è Direttore del Museo di San Caprasio.
Studioso di tradizioni popolari, è autore di numerose pubblicazioni di carattere storico e storico-etnografico.
Tra le principali ricordiamo “Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese” (1974), curato da Patrizia Maffei Bellucci, con contributi suoi, di Alberto Nocentini e prefazione di Giacomo Devoto; “Magia, religione e classi subalterne in Lunigiana” (1977).
Intervistiamo Riccardo Boggi per conoscerlo meglio.
Quali sono stati i tuoi “maestri”?
La prima, fondamentale nel sollecitare l’interesse per la storia della Lunigiana, è stata Maria Calani, la mia maestra delle elementari, quando ci portò in classe un libro che mi sembrò (ed è) bellissimo: Castelli di Lunigiana di Ferrari, Bocconi, Conti e Formentini. Andammo al castello di Groppoli, recitammo una scenetta storica e, da allora, l’interesse non mi ha più abbandonato; al tempo delle scuole medie acquistai il mio primo libro di storia locale: Lunigiana di Giovanni Petronilli che conservo come una reliquia. Alle scuole superiori la passione per la storia in generale mi è stata trasmessa da Marino Gambacciani, che mi ha insegnato a studiare confrontando sempre più fonti. Ma l’incontro più importante risale al 1972, quando conobbi Germano Cavalli ed i ragazzi dell’Associazione “Manfredo Giuliani”: alla prima uscita con loro scoprimmo la statua stele di Canossa e il ricordo dell’ emozione di averla estratta con mani e bastoni è ancora oggi vivissima. Germano Cavalli è stato determinante nel guidarmi alle indagini storiche ed avvicinarmi a quelle etnografiche: le esperienze di ricerche con la “Manfredo Giuliani” hanno indirizzato la scelta della tesi universitaria e sono state fondamentali quando si è trattato di concorrere al posto di dirigente dell’ufficio cultura del comune di Aulla. Curiosa è stata la circostanza dell’incontro con Giacomo Devoto, che conoscevo solo per gli articoli che scriveva sulla terza pagina de “La Nazione” di Firenze. Gli scrissi una lettera polemica in risposta ad un suo articolo, pensando che l’avrebbero cestinata: dopo pochi giorni mi giunse una sua cartolina postale con l’invito a raggiungerlo a Ramiola. Conversando con lui si parlò di dialetti e del mio interesse a saperne di più su quelli lunigianesi: il vecchio professore mi mise in contatto con Patrizia Maffei Bellucci, una sua giovane allieva studiosa di dialettologia, che ha guidato me, Lia Giambutti ed altri soci della “Giuliani” nella ricerca di quel patrimonio di tradizioni orali confluito poi nel volume “Componimenti di Letteratura tradizionale Lunigianese”. Tra i maestri non posso dimenticare Giulivo Ricci, presidente del Centro Aullese di Studi e Ricerche Lunigianesi con il quale ho collaborato per molti anni. Tiziano Mannoni è stato per me un maestro e un amico: senza la sua paziente e generosa partecipazione e supervisione alle ricerche di San Caprasio oggi non avremmo quell’importante patrimonio storico e archeologico che fa di Aulla una delle più interessanti tappe della Via Francigena. Potrei ricordare ancora Augusto Cesare Ambrosi e l’ingegner Mario Niccolò Conti e so di dire una banalità, ma è ben noto che la vita è fatta di incontri con maestri e amici e da tutti impariamo: cito tra i tanti Andrea Baldini e Giuseppe Benelli, Maria Concetta Fozzer e Orazio Pugliese ed uno più giovane di me, ma per me fondamentale. E’ don Giovanni Perini: la sua saggezza, la sua concretezza ed il suo entusiasmo hanno fatto sì che San Caprasio sia diventato quel luogo di fede, cultura e accoglienza che conosciamo.
Quest’anno la “Manfredo Giuliani” compie 50 anni. Puoi raccontarci i tuoi esordi e la tua attività in questa associazione?
I miei esordi sono quelli che ho sopra ricordato e partono proprio da quel giorno di aprile del 1972 quando a Canossa, cercando testimonianze di antichi ritrovamenti di tombe liguri a cassetta, ci imbattemmo nella statua stele: da allora ogni sabato per anni siamo usciti a fare ricerche sul campo occupandoci di storia, tradizioni orali e raccolta di oggetti per il costituendo Museo Etnografico. Poco dopo pubblicai nella rivista Studi Lunigianesi un articolo su Groppoli, ma mi occupai soprattutto, assieme ad altri, della raccolta di tradizioni orali: era entusiasmante avvicinare le persone anziane, sorprese e felici che qualcuno ascoltasse e registrasse canti, filastrocche, favole e tradizioni. Il volume Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese, pubblicato nel 1974 con la prefazione di Giacomo Devoto, raccoglie testi in trascrizione fonetica, così da rendere possibile l’esatta pronuncia anche a distanza di anni ed è stato definito “un’arca di Noè” : in effetti ha salvato un patrimonio orale ormai disperso. Per il C.N.R. feci una serie di registrazioni in tutti i comuni per la Carta dei Dialetti Italiani e per l’Atlante Lessicale Toscano, studiate da Patrizia Maffei Bellucci che, nella collana dedicata ai dialetti italiani, pubblicò un volume dedicato espressamente alla Lunigiana riconoscendo l’originalità delle nostre parlate. Per conto della “Manfredo Giuliani” nel 1982, su invito di Tiziano Mannoni, presentai una ricerca sui testi di Castagnetoli e la fornace post-medievale di Vico di Bagnone al Congresso Internazionale di Storia della Ceramica di Albisola. Entusiasmante è stata la partecipazione all’allestimento del Museo Etnografico che ha visto tutto il gruppo della “Giuliani” impegnato sotto la direzione di Germano Cavalli e Lia Giambutti, con Gianluigi Maffei e Stefano Milano. A me è toccata la cura della sala della medicina popolare e della magia, un lavoro a suo modo delicato, perché si doveva non banalizzare tradizioni secolari senza lasciarsi trasportare dal pittoresco interesse per la magia, oggi così di moda e stravolto dall’industria di maghi e speculatori.
Hai curato l’allestimento della sala del Museo Etnografico della Lunigiana dedicata alle tradizioni popolari. Facendo leva su quanto hai appreso in questi anni perché è importante, oggi, continuare a studiare le tradizioni popolari?
Intanto bisogna premettere che le tradizioni popolari sono materiale vivo nel senso che si trasformano col passare degli anni e talvolta finiscono per perdere parte del significato più antico. Non è indispensabile sapere se i testi trasmessi oralmente sono stati composti dal popolo o per il popolo, quanto perché una comunità li ha fatti propri. Tuttavia i testi orali sono documenti molto fragili e spesso gli informatori che ce li raccontavano avevano dimenticato il senso dei vocaboli: in alcune preghiere popolari si è conservato, ad esempio, l’uso del passato remoto, oggi sconosciuto; altre preghiere fondono in una stessa versione parole di testi diversi e tuttavia la loro analisi ci fa comprendere come la ripetitività e la trasmissione orale, anche con l’utilizzo della rima, siano state uno strumento indispensabile per comunicare valori e informazioni ad un popolo quasi totalmente analfabeta. Il fenomeno del cantastorie Bugelli (Luigi Fabbri), al quale anni fa ho dedicato un articolo su Cronaca e Storia di Val di Magra, è esemplare per comprendere come le tradizioni si trasformino: nel suo cantare si fondono vecchie filastrocche con termini dialettali e nuovi testi in italiano, rivive la tradizione del cantare nei giorni di festa, ai matrimoni, in modo diverso nella forma, ma con identiche motivazioni nella sostanza. Studiare le tradizioni popolari nel loro presente e nel loro passato non è una semplice operazione di nostalgia, ma è un modo per approfondire l’identità (anche se il termine non mi piace molto) e la cultura di un territorio: un popolo di smemorati che ignori la cultura dei padri è destinato ad essere perdente di fronte ad una invadente omologazione imposta secondo strategie ed interessi di tipo economico e politico, pericolosi anche come attentato alle libertà democratiche. Ben venga, allora, per fare un esempio, studiare e mantenere le tradizioni dei fuochi o falò che caratterizzano la Lunigiana con il loro arcaico significato di feste di purificazione e allegria, comuni a popoli lontani e credenze che affondano nella religiosità primitiva di uomini che temevano la scomparsa del sole. Tuttavia sbaglieremmo se vedessimo solo l’aspetto per così dire “pagano”: nei fuochi di san Nicolò e sant’Antonio la componente di cristianizzazione si legge, così come si coglie nei riti domestici del ciocco di Natale, nella fasèla di Bratto, accesi nella consapevolezza attuale di far festa, trarre auspici, scaldare simbolicamente Gesù Bambino, da secoli dimentichi dell’antica ritualità fatta per aiutare il sole, basso sull’orizzonte, a riprendersi. Che lo studio storico delle tradizioni abbia un senso anche per sfatare interpretazioni spesso create dalla pubblicistica ce lo dice la questione della sfida dei falò pontremolesi di gennaio (17 gennaio San Nicolò, 31 gennaio san Geminiano) che proprio dalla pubblicistica è stata presentata come contesa tra le fazioni guelfa e ghibellina. In realtà lo storico Paolo Lapi ha dimostrato che lo sfottò “Abbasso san Nicolò, abbasso il Vaticano”, urlato da quelli di San Geminiano, non c’entra nulla con contese tra guelfi e ghibellini e neppure vuol essere blasfemo: si riferisce ad una questione legata alla processione del giovedì santo e ai relativi dissidi tra le due contigue parrocchie, chiusi con la sentenza del Vaticano a favore di San Nicolò, da allora identificato dai rivali con il Vaticano. Il tutto può sembrare meno attraente, ma è in realtà un aspetto tipico delle rivalità tra parrocchie che caratterizzavano la Pontremoli del passato e ciò che conta ed è importante oggi è l’aggregazione festosa di tanti giovani e meno giovani che si concretizza attorno all’accensione dei falò.
Quanto è stata utile la collaborazione con giornali ed emittenti televisive per “raccontare” il territorio? Puoi ricordare qualcosa di queste esperienze? Dove sta andando, con l’avvento dei social, il giornalismo locale?
Collaborare con “La Nazione” e con le emittenti televisive locali per me è stato naturale dopo l’ esperienza fatta a meno di vent’anni con un giornalino parrocchiale “Na scarpa e n’zòcl”, scritto con altri ragazzi sotto la direzione di don Aldo Occhi che mai ci censurò: spedivamo il mensile agli emigrati groppolesi e davamo fastidio all’allora P.C.I. locale e compresi allora la forza del giornalismo. Quando nel 1981 Enrico Ferri mi invitò a collaborare con la neonata pagina della Lunigiana de “La Nazione” ne fui subito entusiasta: all’inizio non ci firmavano gli articoli che si spedivano “fuori sacco” (internet era sconosciuto), bisognava portare scritti e foto a Sarzana prima delle 17, orario di partenza della corriera che recava i pezzi a Firenze. E’ stata una esperienza esaltante, ho scritto centinaia di pezzi, molti dedicati proprio alle tradizioni allora poco conosciute al di fuori dei paesi, scrissi di artigiani e coltivatori, a partire da Fabio di Corneda e altri appassionati vignaioli che salvavano vitigni e vini locali, commentai eventi culturali e raccontai anche di episodi curiosi di storia locale sull’esempio del grande inimitabile maestro Augusto Cesare Ambrosi, non solo storico, ma anche grande giornalista. Diversa, ma altrettanto appassionante, è stata l’avventura televisiva con Teleradiopuntonord, ma anche con alcune collaborazioni con le redazioni regionali TG3 di Firenze e Genova. Lì il contatto con il pubblico era più immediato, dovevi metterci ogni sera la tua faccia, avvertivo la necessità di usare un linguaggio semplice e il metro di giudizio era mia madre: se non aveva capito quanto detto significava che avevo fallito. Devo dire che fu vincente la scelta fatta con Antonio Zanni di parlare il minimo indispensabile di cronaca nera e privilegiare le notizie positive e la conoscenza del territorio: così trovammo un pubblico numeroso e affezionato. Con Maria Carla e Giancarlo Raffaelli, realizzammo numerosi documentari storico-turistici che furono diffusi anche nelle scuole. Inventammo rubriche come “La piazza” per discutere in diretta con politici e operatori economici e culturali, ma quella rubrica che più mi è cara è stata “Vivere nei campi”: si andava presso le stalle, i vigneti, i meleti, i campi lavorati, si facevano parlare gli agricoltori e poi in studio chiamavamo a rispondere loro politici ed esperti. Il giornalismo locale è molto cambiato e non per colpa dei bravi corrispondenti : le redazioni privilegiano la cronaca nera, il gossip, la polemica politica. Il pubblico ama e si appassiona alle notizie negative e il giornalismo locale si è adeguato, forse rinunciando al compito di essere anche strumento di crescita del territorio. Penso che il giornalismo locale, ancora molto seguito, si salverà se saprà andare controcorrente rispetto alle tante banalità e spesso alle false notizie che appaiono sui social, che non hanno filtri critici.
A te si deve la scoperta del sepolcro di San Caprasio e parte del rinnovato impulso culturale che si sta registrando negli ultimi anni ad Aulla, città che si annovera tra i principali centri di accoglienza del percorso europeo della Via Francigena.
Ci puoi parlare dell’ “abbazia cercata e ritrovata” ed illustrare le tappe evolutive più significative che hanno portato all’allestimento del Museo di San Caprasio, del quale sei stato fondatore ed ora direttore?
Io non ho scoperto materialmente il sepolcro di San Caprasio, caso mai sono stato quel che oggi si usa dire il “facilitatore” delle ricerche cercando, direi quasi questuando, finanziamenti da ogni possibile fonte e collaborazioni con studiosi e archeologi. Il mio ruolo di dirigente dell’ufficio cultura del comune e la comprensione e incoraggiamento dei sindaci mi hanno dato la possibilità di seguire, fin dal 2001, prima l’adesione all’ “Associazione Europea delle Vie Francigene” e poi l’avvio delle ricerche archeologiche. Fu proprio lo stimolo derivato dalla fondazione dell’Associazione a spingermi a realizzare subito negli spazi dell’ex palazzo comunale, una prima struttura per l’accoglienza dei pellegrini e poi a cercare di trovare tracce di quell’importante abbazia fondata nell’anno 884 e visitata dall’arcivescovo Sigerico intorno al 990, trentesima tappa nel suo viaggio di ritorno a Canterbury. Come in tutte le avventure il “caso” o la “fortuna” sono necessari e il fatto che ha dato avvio alle ricerche accadde una mattina di primavera del 2001 quando l’allora seminarista Marino Navalesi, guidato da una mano provvidenziale, colpì l’intonaco dell’abside scoprendo poco più di un metro di una particolare muratura. Tutto è partito da quella martellata: chiesi subito il parere di Tiziano Mannoni, che da quel giorno ha seguito le ricerche fino a due giorni prima della sua morte, e si decise di rimuovere tutto l’intonaco dell’abside concordandolo con parrocchia, diocesi, soprintendenza. La scoperta di piccole finestrine all’altezza di un metro dal piano di calpestio esterno più antico ha dato corpo alla tradizione orale, non creduta dagli storici, del corpo del Santo sepolto sotto l’altare: quelle finestrelle potevano forse illuminare una cripta e si decise allora di intervenire con tanti scrupoli e timori a rimuovere il pavimento e la sistemazione moderna postconciliare del presbiterio. Furono coraggiosi allora il parroco don Giovanni Pasquelli e il vescovo Eugenio Binini ad autorizzare lavori sulla scorta di una ipotesi che fortunatamente si rivelò esatta: la monumentale tomba c’era, con all’interno un prezioso reliquiario sigillato tra l’anno 1000 e il 1050 contenente le reliquie di san Caprasio, “vigilate” da una grossa bomba inglese di 500 libbre inesplosa e rimasta lì per settant’anni, a poco più di un metro dal sepolcro. Ricordo lo stupore degli artificieri di Piacenza che ci dissero di avere all’attivo il disinnesco di 1600 ordigni, ma solo nel caso di Aulla si erano attivati tutti i meccanismi della spoletta e la bomba non era inspiegabilmente esplosa. Lo scavo e le datazioni hanno chiarito che la chiesa attuale risale alla prima metà dell’anno mille e nell’abside, oltre alla tomba, custodisce le absidi rasate della chiesa del IX secolo con tracce di un pavimento in marmo realizzato con mattonelle di epoca romana e tracce dell’abside di una chiesa ancora più antica, risalente al secolo VIII. Con l’arrivo di don Giovanni Perini c’è stata una svolta importante con la sua decisione di indagare tutta la chiesa e gli edifici dell’ex abbazia scampati ai bombardamenti: sono stati recuperati il pavimento seicentesco, le 17 tombe ed il prezioso fonte battesimale ad immersione del XII secolo. Proseguendo nell’ex canonica, allora adattata ad uffici, sono state demolite le pareti interne ed è stata recuperata la sala capitolare con le grandi colonne centrali: allora si è deciso di musealizzare gli ambienti recuperati restaurando ed esponendo subito, di volta in volta, ogni nuovo ritrovamento in modo da far conoscere l’importanza dei reperti, dei lavori in corso e del sito dell’abbazia. Questa scelta ha consentito di tenere in loco e valorizzare tutti i reperti archeologici, cosa apprezzata dalla Soprintendenza che proprio in questi giorni sta esaminando la possibilità di assegnarli in deposito ufficiale. Proseguendo nelle ricerche si è demolita una piazza in cemento che ricopriva l’area del chiostro oggi in parte recuperato in un piccolo giardino con le piante della Bibbia; recentissimo è il ritrovamento e la musealizzazione delle basi di una imponente torre che le prime datazioni farebbero risalire al periodo bizantino. Ma quello di san Caprasio è un museo particolare: la sua sala principale è anche il luogo dove si accolgono i pellegrini e si tengono incontri culturali. E’ una struttura molto “vissuta”, non solo un luogo di conservazione di oggetti, per quanto i reperti siano di straordinaria importanza e attestino come primo segno di una presenza umana un frammento di fibula del VII secolo a.C. Alcuni degli oggetti esposti testimoniano lontane relazioni : intorno al mille qui è arrivata una tazza di produzione araba, ma sono arrivati i pellegrini che hanno lasciato una conchiglia, una medaglia papale, riportati da pellegrinaggi e, soprattutto, monete medievali lasciate al Santo coniate da zecche francesi, tedesche, monete con tutti i re e imperatori del medioevo. Una cosa desidero precisare: tutto quanto è stato fatto e si fa a san Caprasio, dall’accoglienza dei pellegrini alle guide all’itinerario di visita, che comprende oltre al museo anche la chiesa, il chiostro e la torre bizantina, è opera dei numerosi volontari che ogni giorno collaborano con il parroco. Nell’ottobre del 2011 la tragica alluvione ha colpito anche la chiesa: nei secoli non era mai avvenuto e gli scavi scesi sino al terreno vergine hanno trovato tracce di alluvioni di migliaia di anni fa, prima della presenza dell’uomo. Grazie ai Lions della Lunigiana e ai volontari giunti da diverse parti d’Italia in aiuto a don Giovanni Perini, coraggioso parroco che ha spalato fango e riaperto la chiesa in soli tre giorni, è stato possibile recuperare tutti i materiali, restaurarli e fare un nuovo allestimento del museo ed una pubblicazione a ricordo.
Quando è sorta l’Associazione “Amici di San Caprasio”? Quali sono i progetti più importanti passati, presenti e futuri dell’associazione?
L’Associazione “Amici di San Caprasio” è una onlus costituita nel 2010 con lo scopo di valorizzare il complesso di san Caprasio, proseguire le ricerche sulla storia del sito e della parrocchia in generale, accogliere i pellegrini della Via Francigena e provvedendo, nei limiti della disponibilità, ad opere di beneficenza. L’attenzione dell’associazione è rivolta anche alla promozione di incontri culturali, mostre d’arte e di interesse storico. Abbiamo ospitato, nel corso degli anni, più di duecento manifestazioni culturali e organizzato una serie di viaggi in località significative lungo la via Francigena: mi piace ricordare la visita ad Aosta e all’abbazia svizzera di Saint Maurice, ospiti dell’abate che aveva sostato pellegrino ad Aulla, ma anche all’abbazia di Polirone e a quella di Nonantola, oltre a gite in occasione di importanti mostre d’arte o eventi culturali quali le mostre sui Longobardi e su Costantino. A san Caprasio abbiamo accolto l’arcivescovo del Galles, pellegrino con al seguito una troupe televisiva, ed una delegazione guidata dal decano della cattedrale di Canterbury; in collaborazione con altre associazioni culturali abbiamo organizzato anche escursioni in Lunigiana per far conoscere il patrimonio di casa nostra: lo facciamo perché giriamo il mondo, ma troppo spesso non conosciamo storia e capolavori di casa nostra. Con i fondi dell’associazione abbiamo contribuito alla realizzazione dell’accesso ai diversamente abili al salone con la torre bizantina e all’allestimento della sala dedicata alla valorizzazione dei marmi erratici barocchi sino a pochi mesi fa accantonati in vari spazi. L’impegno più importante, anche se meno visibile, è svolto quotidianamente dalle nostre volontarie e dai volontari che accolgono ogni giorno i pellegrini e provvedono al decoro dei locali ove si fa accoglienza povera, oltre ad illustrare ai visitatori i nostri spazi e le nostre iniziative. Gli Amici di san Caprasio collaborano con Università interessate alla storia dell’abbazia: sono state realizzate ricerche promosse da Gianfranco Di Battistini dell’Università di Parma sulle tipologie dei marmi di scavo e attualmente è l’Università Cattolica di Milano a studiare i manufatti romani che risultano di grande interesse e in qualche modo enigmatici: provengono dalla spoliazione di Luni o da un insediamento in zona? A Maria Pia Branchi dell’Università di Parma si deve lo studio e l’attribuzione allo scultore Oberto Ferlendi del bellissimo capitello con draghi. C’è poi una collaborazione alla quale teniamo molto: è quella con le scuole del territorio, sia partecipando all’iniziativa “la scuola va al museo” della “Rete Provinciale dei Musei”, sia accogliendo il liceo classico e gli alunni di tutte le scuole primarie aullesi che ogni anno scolastico prendono spunto da un manufatto, da una storia locale per ricostruire e comprendere la storia generale. Quest’anno i giovanissimi alunni studieranno il giardino con le piante della Bibbia e le erbe aromatiche. Per il 2019 l’Associazione ha messo in cantiere un sondaggio e la pulizia dell’interno della torre bizantina che, appena autorizzati dalla Soprintendenza, saranno effettuati da Enrico Giannichedda, l’archeologo direttore di tutte le nostre campagne di scavo. Con le risorse disponibili stiamo attuando anche la revisione dell’illuminazione della sala dei capitelli e cercando di organizzare un convegno di studio per fare il punto sulle scoperte, in relazione con gli studi di altre abbazie dello stesso periodo. Poi anche per quest’estate stiamo organizzando le tre serate di luglio dedicate all’archeologia, nell’ambito del festival promosso dalla Regione Toscana: è una manifestazione alla quale teniamo tanto e che sinora è stata molto partecipata, una media di cinquecento presenze ad edizione, con studiosi di primo piano. Ne cito solo alcuni: Gino Fornaciari, Francesco Mallegni, Monica Baldassarri, Massimo Dadà, Caterina Rapetti, Maria Pia Branchi, Angelo Ghiretti, Almo Farina, Gianluca Bottazzi, Barbara Sisti, ecc.
Sono in qualche modo soddisfatto di aver previsto quindici anni fa una formula che abbina a quelle serate la valorizzazione, ogni sera, dell’assaggio di un prodotto tipico della nostra terra, per ricordare che cultura non è solo parlare di storia, ma anche dei diversi saperi della nostra terra. Se la stagione ci assisterà quest’anno torneremo ad organizzare letture e concerti nel chiostro, dove abbiamo organizzato le prime notti dell’archeologia e le letture dantesche. Riprenderemo anche escursioni giornaliere alla scoperta dei nostri borghi, accompagnati da esperti: pensiamo a Montedivalli e Madrignano, Mulazzo, Lusuolo, San Terenzo Bardine; in previsione anche gite a Padova e ville Venete, al nuovo museo delle navi romane di Pisa, a Luni, così vicina, così nostra madre e a noi così poco nota.
Marco Angella, Intervista a Riccardo Boggi, Direttore del Museo di San Caprasio, pubblicata nella rivista “il Porticciolo”, La Spezia, anno XII, n. 1.3.2019, pp. 128 – 136
La rivista spezzina “Il Porticciolo” è fondata e diretta dalla professoressa Rina Gambini.