L’AMMINISTRAZIONE NAPOLEONICA A PONTREMOLI 1808 – 1814

Alla fine del 1700 la Lunigiana era politicamente divisa fra il Regno di Sardegna, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana: Pontremoli costituiva uno dei tre Vicariati granducali insieme a Bagnone e Fivizzano.

Il periodo napoleonico comportò, come per tutta l’Europa, cosi anche per la Lunigiana, profondi cambiamenti, che eliminarono il precedente particolarismo e le aprirono prospettive di integrazione.

Le vicende che portarono alla riorganizzazione di questo estremo lembo della Toscana furono determinate dai successi ottenuti da Napoleone con le guerre della terza e della quarta coalizione. Il trattato di Presburgo con l’Austria e quello di Tilsit con lo zar consentirono a Napoleone di esercitare una forte egemonia sull’Europa: ed egli sicuro del Grande Impero, poteva dare respiro alla realizzazione di importanti progetti politici, amministrativi, giuridici, economici e dinastici, che culminarono all’apogeo del 1811, con la nascita del Re di Roma.

Col decreto dato a Bayonne il 9 giugno 1908 Pontremoli e gli altri vicariati granducali vennero incorporati nell’Impero Francese, nell’ambito territoriale del Dipartimento degli Appennini, che aveva come capitale Chiavari.

La sistemazione dell’ordinamento dell’Alta Lunigiana richiese un certo tempo: infatti, per circa un anno, perdurò uno stato di provvisorietà, durante il quale furono mantenute in carica le precedenti magistrature, sottoposte al controllo dell’autorità militare, che esercitava anche i poteri civili.

La struttura definitiva dell’assetto del Dipartimento fu sancita dal decreto emanato a Les Tuileries il 24 marzo 1809, in base ad esso si fissavano nella Lunigiana due Circondari con relative sottoprefetture ed uffici amministrativi e giudiziari rispettivamente a Pontremoli ed a Sarzana.

Il nuovo circondario facente capo a Pontremoli aveva la propria giurisdizione sui due versanti del crinale appenninico al di qua ed al di là della Cisa e comprendeva i comuni (mairies) di Albareto, Bagnone, Bedonia, Berceto, Borgotaro, Caprio, Compiano, Mulazzo, Tornolo, Tresana, Treschietto, Valmozzola, Villafranca e Zeri.

Dal punto di vista delle caratteristiche territoriali si può constatare la presenza di numerosi elementi di omogeneità, che determinavano corrispondenza di interessi, di esigenze, e, pertanto, anche prospettive di amministrazione svincolate da remore campanilistiche.

Si sarebbero potute trovare occasioni per valorizzare un territorio il cui sviluppo era stato frenato dalla frammentarietà degli interessi, dalla limitatezza delle relazioni e degli scambi e spesso pure dalla grettezza degli amministratori, abituati a operare in un ambiente chiuso e legato a rapporti e consuetudini di tipo feudale.

Non si determinarono tuttavia le condizioni favorevoli per iniziative di reale crescita in quanto i funzionari direttivi venivano imposti di nazionalità francese, legati più agli interessi della propria terra che a quelli della popolazione, sulla quale avevano il compito di esercitare solo il controllo mediante gli strumenti dell’apparato statale.

L’indirizzo che il sottoprefetto impresse alle scelte amministrative si caratterizzò non solo come volontà di imporre un regime poliziescamente rigido, ma anche come tentativo progressivo di far assumere lingua e modi di comportamento francesi alla locale classe borghese, chiamata a collaborare con funzione subalterna.

La risposta dei maggiorenti non fu coerente, in quanto non si indirizzò ad atteggiamenti di resistenza o di collaborazione sulla base di un ordinato progetto politico e ideale; il comportamento della borghesia e della popolazione in genere oscillò fra l’asservimento ossequiente e l’opposizione opportunistica, in relazione alle fortune militari di Napoleone.

Anche a Pontremoli come a Parigi si fecero processioni solenni e si innalzarono Te Deum di ringraziamento all’indomani delle campagne vittoriose: nel pieno dei successi il Consiglio Comunale deliberò addirittura di stanziare nel bilancio del 1812 la somma di circa 5.000 franchi per erigere un monumento all’Imperatore. Non si tralasciarono tuttavia tentativi di sobbillare rivolte nelle campagne, quando le sorti di Bonaparte si scontravano con ostacoli insormontabili come i diritti delle nazioni e gli interessi del capitalismo internazionale.

La resistenza antinapoleonica trovava terreno particolarmente favorevole nella classe contadina, sulla quale i possidenti esercitavano un tradizionale ascendente.

La campagna infatti si vedeva privata di numerose braccia di giovani costretti ad arruolarsi nella Grande Armata. Non era difficile per alcuni disertare e trovare sicuri nascondigli nelle montagne boscose: tali gruppi diventavano nei momenti di maggiore tensione massa di manovra per suscitare disagi, promuovere disordini, e creare difficoltà all’apparato statale.

Una prima avvisaglia di rivolta si manifestò nel 1809 all’indomani degli insuccessi di Aspern ed Essling, ma rientrò immediatamente; il disastro conseguente alla spedizione di Russia, insieme alle ulteriori gravi difficoltà che indebolirono la compagine dell’Impero, offrirono invece terreno fertile ad una rivolta incontrollabile.

Il piccolo Circondario di Pontremoli diventava una cassa di risonanza in cui si diffondeva l’eco dei grandi avvenimenti dell’Europa, che orientavano, secondo le circostanze, ora al “servo encomio” ora al “codardo oltraggio».

Sulla base delle considerazioni accennate possono risultare comprensibili le lungaggini che accompagnarono il perfezionamento degli organi della municipalità di Pontremoli.

Le funzioni di maire a partire dal momento dell’istituzione fino al novembre del 1810 furono assolte provvisoriamente dal cancelliere comunitativo Anton Maria Zambeccari, senza che fosse insediato il Consiglio Municipale.

Gli adempimenti correnti demandati agli organi collegiali furono espletati dai membri della passata magistratura; questi furono incaricati di preparare, discutere e deliberare gli atti di competenza, fra i quali aveva particolare importanza quello del bilancio preventivo annuale.

Gli uffici della mairie poterono essere costituiti solo nel mese di novembre del 1810: alla carica di sindaco fu chiamato il possidente sig. Caimi Giuseppe, che, nell’assumere l’incarico, espresse tutto il proprio ossequio e la sua particolare devozione nei riguardi delle autorità francesi, dichiarandosi pronto a collaborare con impegno e diligenza.

Contemporaneamente, mediante lo stesso decreto di nomina, furono attribuite le cariche di aggiunti alla mairie a Schiavi Carlo e a Zucchi Stefano; fu insediato anche il Consiglio Municipale, composto da 20 membri, uomini nuovi che non avevano occupato posti di responsabilità sotto il governo granducale: Reggi Blaise, Barsani Pasquin, Vianesi Antoine, Farfarana Celestin, Pizzati Jean, Costa Alberigo, Parasacchi Charles, Pavesi Joseph, Restori Antoine, Simonani Pierre-Jean, Venturini Jean-Baptiste, Bonaventuri Antoine, Eschini Jean-Baptiste, Bocconi Louis, Zangrandi Jean-Baptiste, Ricci Antoine, Galli Galeotto, Briganti Pellegrin, Giumelli Jean, Anziani Nicolas Antoine.

Parallelamente al processo di riordinamento politico e amministrativo si attuava la trasformazione dell’ordinamento giuridico che, attraverso l’applicazione del Codice Napoleone, definiva un modello di società civile fondata sulla libertà individuale, sull’uguaglianza giuridica e religiosa dei cittadini e sulla laicità dello stato.

La pubblicazione del codice e l’insediamento degli uffici giudiziari costituirono i provvedimenti prioritari: il codice entrava in vigore già nel 1 maggio del 1808 e il procuratore imperiale si stabiliva a Pontremoli immediatamente dopo l’istituzione della sottoprefettura il 20 luglio 1809.

Le iniziative più importanti che agirono in modo significativo sul tessuto sociale e civile furono l’abolizione dei diritti feudali, la soppressione e l’incameramento dei beni ecclesiastici che non avessero utilità pubblica, la liberalizzazione del trasporto e del commercio dei grani, la sottrazione all’autorità religiosa della tenuta e conservazione dei registri di stato civile.

Per quanto si riferisce ai conventi, furono interessati alla soppressione quello dei Cappuccini, sotto il titolo di San Lorenzo, quello dell’Annunziata, sotto il titolo di Sant’Agostino, ed il con-vento di Sant’Antonio Abate: i religiosi ridotti allo stato di secolarizzazione in ottemperanza alle norme e residenti del comune di Pontremoli erano trentotto.

Nei loro confronti furono predisposte discrete e meticolose misure di controllo poliziesco riguardanti le loro relazioni, le loro pratiche ed i loro discorsi, affinché con massime fanatiche, contrarie alla sana religione, alla bene intesa politica e ai doveri del suddito verso il sovrano non venissero a turbare l’opinione pubblica». Il sottoprefetto nei suoi rapporti mensili alla prefettura non ebbe a segnalare nulla di rilievo a questo proposito.

I beni dei conventi soppressi furono incamerati dallo stato, per equilibrare e sanare i bilanci e per alimentare le risorse dell’erario, sempre esausto a causa delle continue spese militari.

Triste sorte toccò all’argenteria e ai preziosi: la grossa cassa venne affidata sotto buona scorta ad un vetturiere perché la tra-sportasse a Sarzana, da dove avrebbe proseguito per Chiavari e, quindi, per la Zecca di Parigi.

L’iniziativa di liberalizzare il commercio dei grani fu disposta nell’autunno del 1810 e fu dettata non tanto da ragioni teoriche, quanto piuttosto da motivi contingenti di opportunità. Bi-sognava infatti porre rimedio alle inquietudini prodotte dalla scarsezza dei raccolti dell’annata che faceva prevedere una vera e propria carestia per l’anno successivo.

Questo provvedimento tuttavia non portò al territorio i benefici sperati, perché mancavano le condizioni di supporto essenziali. In particolar modo l’assetto viario era ancora nella sua struttura fondamentale del tutto arretrato: gli assi tradizionali della Cisa, del Bratello e del Cirone non avevano ricevuto interventi di miglioramento significativi; l’impianto poteva essere considerato in linea di massima ancora medievale, disagevole per le forti pendenze, per il fondo sconnesso e per l’angustia della carreggiata: a queste difficoltà si aggiungevano la insicurezza e il rischio, determinati dalla presenza di bande brigantesche formate dai disertori.

La rete di collegamento fra le frazioni ed i borghi era assolutamente insufficiente: si trattava in linea di massima di mulattiere, quasi sentieri, impervie e difficili.

Di fronte ad una situazione caratterizzata da ostacoli oggettivi e compromettenti di tal sorta, l’impegno prioritario doveva fare riferimento a progetti che imponevano un salto di qualità nella valutazione delle risorse e delle potenzialità del territorio: si trattava in primo luogo di rompere i vincoli che provocavano un isolamento poco conveniente agli interessi economici determinati dalla politica di Blocco Continentale e di favorire i traffici in funzione di vantaggio per l’Impero.

Diventava di primaria necessità l’apertura di un asse di agevole comunicazione fra il Regno d’Italia e l’alto Tirreno, dove il porto di Livorno poteva incrementare il suo volume di traffico e La Spezia offrire agevoli opportunità di essere valorizzata come porto militare da affiancare a quello di Tolone.

Una minuta di decreto imperiale stesa nel palazzo di Compiègne il 17 aprile 1810 metteva in rilievo l’interesse di Napoleone per la realizzazione di due grandi arterie fra la Francia e l’Ita-lia: la prima da Nizza a Carrara, con lo scopo di evitare il rischioso attraversamento invernale delle Alpi; la seconda da Lione, attraverso Torino, Parma, La Spezia, fino a Firenze.

La determinazione di costruire l’opera viene tradotta in atto impegnando il Servizio dei Ponti e Strade, Navigazione, Porti di Commercio a iniziare al più presto i lavori sul percorso fra Parma e La Spezia: il primo cantiere fu aperto a Montelungo il 7 marzo 1811.

Si trattava di un’opera imponente, considerando la modernità e la speditezza del tracciato che, in linea di massima, coincideva con quello attuale della Strada Statale n. 62 della Cisa.

La parte più impegnativa dei lavori era costituita dal percorso di valico, che correva tutto all’interno del territorio dipartimentale dal suo limite settentrionale fino a Pontremoli. Con l’intento di procedere speditamente nell’esecuzione delle opere, i complessivi 34 km di strada furono affidati a quattro cantieri: il primo tronco di 9150 m andava dal confine nord del Dipartimento fino a Berceto; il secondo, da Berceto al colle della Cisa, era lungo 8450 m; il terzo, più breve, era 6717 m, copriva il tracciato dalla Cisa a Montelungo; infine l’ultimo di 9667 m arrivava da qui alla riva sinistra del torrente Magriola.

I lavori procedettero con lentezza, perché il progetto richiedeva la costruzione di importanti manufatti e comportava un impiego notevole di mezzi e di uomini: da Pontremoli al Passo, ad esempio, erano previsti sette ponti, nove acquedotti, numerosi muri di sostegno: tuttavia l’ostacolo maggiore alla realizzazione dell’opera venne dalla sfavorevole evoluzione della situazione internazionale, culminata nella disfatta conseguente alla spedizione in Russia.

I primi disagi si erano fatti sentire già nel maggio del 1812, suscitati da una reazione istintiva che aveva il movente principale nel rifiuto dell’ormai insopportabile tributo di sangue, imposto dalle continue, interminabili guerre. Infastidiva anche l’ecces-sivo gravame fiscale richiesto dalla contribuzione fondiaria, tanto più iniqua in quanto il contribuente pontremolese risultava penalizzato di un terzo in più rispetto agli altri del Dipartimento: questa disparità si evinceva confrontando le tariffe previste dai vari catasti in relazione al valore dei terreni e del denaro corrente.

La pressione fiscale raggiunse il limite di rottura con l’istituzione di un nuovo dazio sulla macellazione degli animali.

Il Consiglio Municipale si rifiutò per questo motivo di approvare il bilancio di previsione per l’anno 1813, ma le rimostranze non ebbero esito e l’Amministrazione dei Diritti Riuniti decretò il 22 maggio 1813 l’istituzione del dazio.

Le notizie del disastro della campagna di Russia offrivano motivo per fomentare disordine, le bande di disertori trovavano l’occasione di operare scorribande sulle montagne in corrispondenza del passo della Cisa: il sottoprefetto di conseguenza ritenne necessario imporre misure di repressione molto severe contro chiunque avesse ardito manifestare sentimenti di insubordinazione.

L’amministrazione mise in atto un espediente per tentare di riprendere il controllo della situazione: considerando i rapporti molto tesi intercorrenti fra il sottoprefetto e il Consiglio Comunale, si ritenne che il suo allontanamento avrebbe potuto portare una schiarita.

Fu inviato a reggere la sottoprefettura un italiano che si mostrò subito attento a comprendere i bisogni e gli interessi dei suoi amministrati facendone propri i problemi e le esigenze. Anche la situazione internazionale lo favorì nel conseguire i risultati desiderati. Le armate francesi a seguito di alcune disperate vittorie erano riuscite ad ottenere la concessione di un armistizio; un ennesimo solenne Te Deum di ringraziamento fu cantato nella Cattedrale.

Cosi, nel rapporto inoltrato al prefetto di Chiavari sulla situazione politica del Circondario, potevano essere riferite notizie completamente rassicuranti, tanto da permettere di affermare che l’esito della guerra non lasciava dubbi circa la stabilità del sistema.

Con l’intento di eliminare i precedenti motivi di malcontento si provvide anche alla riduzione consistente delle tariffe del dazio, che, tuttavia, venne mantenuto.

I fermenti della popolazione sembrava che si fossero sopiti, si trattava però di una quiete apparente.

Se le ultime vittorie conseguite a caro prezzo potevano dare l’impressione di aver scongiurato il rischio di un rivolgimento nel sistema politico, le coscrizioni di quell’anno, tre successive, rispettivamente di 100.000, 80.000 e 120.000 uomini, avevano esacerbato gli animi nelle campagne. Anche il basso clero, ostile da sempre al regime, traeva motivo da questa situazione per suscitare ragioni di risentimento. Il numero dei disertori e dei refrattari si era ingrossato perché l’impunità era garantita loro dal fatto che l’amministrazione non era più in grado di rendere efficaci le sanzioni attraverso misure di polizia.

La sconfitta di Lipsia fece precipitare il precario equilibrio. A nulla valsero gli espedienti di distrarre la popolazione con spettacoli nel teatro locale e con pubbliche elargizioni nel giorno della ricorrenza dell’anniversario dell’incoronazione dell’Imperatore (2 dicembre); anche il tentativo di coinvolgere gli abitanti più ragguardevoli della città ad esercitare funzioni che comportavano il riconoscimento di maggiori prerogative non sorti l’esito sperato.

I decreti imperiali si succedevano accavallandosi in modo confuso, una colonna dell’esercito austro-anglo-prussiano entrava nel territorio del Circondario da sud, l’autorità dello stato era ormai inesistente (gennaio febbraio 1814).

Al sottoprefetto non rimase che cercare scampo nella fuga; la stessa cosa fecero le truppe ed il personale francese presente in città. Alla fine di febbraio ci fu un tentativo di riconquistare Pontremoli utilizzando tutte le forze residue raccolte a Borgotaro: ci fu solo una debole resistenza che impegnò sparuti gruppi di contadini, per il fatto che gli alleati, temendo il ritorno in forze dei Francesi, si erano portati frettolosamente verso la Cisa per congiungersi ad altre truppe che provenivano da Parma, già sotto il loro controllo.

Il sottoprefetto poteva rientrare a Pontremoli ed istituire un nuovo ufficio di mairie, chiamando Venturini Silvius ad assolvere le funzioni di maire, Dosi Jean-Simon e Bertolini Jean quelle di primo e di secondo aggiunto.

Questo provvedimento è l’ultimo atto dell’amministrazione francese, che riuscì a mantenersi nella città ancora per un brevissimo periodo (fine marzo).

La sorte di Napoleone era ormai segnata: il 30-31 marzo si ebbe la capitolazione di Parigi, il 3 aprile Senato e Corpi Legislativi dichiararono decaduto l’Imperatore: infine l’accordo di Fontainebleau dell’11 aprile lo relegava nell’isola d’Elba.

VITTORIO INNOCENTI GABRIELLI, L’amministrazione napoleonica a Pontremoli 1808-1814, in Studi di Storia Pontremolese, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Sezione di Pontremoli, 1990

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dall’articolo “Senza entusiasmo la Lunigiana si adeguò alle riforme di Napoleone” a firma Maria Luisa Simoncelli, pubblicato in Il Corriere Apuano, 21.5.2021

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