Il 25 aprile intervenne per salvare la vita di quattro soldati tedeschi
A proposito della lapide che l’ Amministrazione comunale di Bagnone ha fatto murare in piazza Roma – ove nel pomeriggio del 25 aprile il prevosto don Aurelio Filippi fece ogni sforzo per impedire la fucilazione di quattro soldati tedeschi condannati a morte dal comando del distaccamento “Bottero” della Brigata “L. Borrini” entrato in Bagnone la mattina dello stesso giorno, dopo che nella notte precedente tutto il personale dell’ospedale militare tedesco, installato presso la villa Quartieri, aveva smantellato le principali attrezzature – preso atto della contestazione da parte di Rifondazione Comunista di Bagnone, non per accendere polemica, ma unicamente “pro veritate” e per non apparire tacitamente connivente, esprimo alcune precisazioni.
Anzitutto non si trattava di militari armati, ma di addetti ai servizi sanitari del locale ospedale e quindi disarmati; tanto che, in applicazione della normativa della Croce Rossa, i militari tedeschi che entravano in Bagnone (ad esempio per accompagnare le autoambulanze che trasportavano i feriti dal fronte della Garfagnana) dovevano deporre le armi al posto di blocco prima dell’arco di S. Rocco. Quattro di essi in quella circostanza pensarono di disertare e trovarono rifugio presso un fienile nelle vicinanze della Pieve di Bagnone ove trascorsero la notte; ma già alle prime ore del mattino vennero individuati e segnalati al comando partigiano che, riunito presso la villa Morandi, li processò con condanna a morte per fucilazione.
Quanto sostenuto da Rifondazione, e cioè che si trattava di soldati colpevoli di gravissimi atti compiuti contro la popolazione civile, non corrisponde quindi alla realtà, indipendentemente dalla circostanza che durante il rastrellamento del luglio 1944 le SS tedesche avessero ucciso alla Pieve di Bagnone ben 7 inermi civili, compresa la madre del parroco don Pietro Necchi.
L’intervento di don Aurelio era basato sulla illegittimità della condanna a morte in quanto i prigionieri non erano armati, non si erano macchiati di delitti, avevano diritto alla integrità fisica in quanto prigionieri di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra. Il suo fu un intervento doveroso e coraggioso in quanto sacerdote che in quel momento adempiva ad un suo compito di carattere religioso e civile, degno di riconoscimento.
Tutto ciò premesso, a distanza di 58 anni dalla fine della guerra, placati i risentimenti di parte, se un riconoscimento a don Aurelio era doveroso, lo stesso doveva coinvolgere tutta la comunità bagnonese, considerato che trattavasi di sacerdote con la carica di vicario foraneo di tutte le parrocchie della vallata. Contrariamente a quanto sostenuto da Rifondazione comunista a proposito del pacco dono al personale ospedaliero locale ed agli Alpini della Monterosa in occasione del Natale 1944, circa sue presunte simpatie di parte, don Aurelio nel luglio precedente era stato arrestato dalle SS tedesche, deportato al nord unitamente ad altri parroci del bagnonese e quindi rimesso in libertà per interessamento del Vescovo mons. Sismondo che era riuscito, tramite il Vescovo di Parma, a far pervenire una supplica al maresciallo Kesserling. Si era poi proficuamente interessato presso il comando della Monterosa perché venissero posti in libertà 5 partigiani della Brigata “Borrini”, tra i quali il comandante Zeta e Nello Guidi, prima che venissero processati e probabilmente condannati.
Considerata l’opportunità di chiudere la polemica in quanto sterile ed anacronistica, perché è giunto il momento di fare parlare unicamente la storia, quella vera, riteniamo sia più utile per tutti guardare al futuro, consolidare la via della libertà e della democrazia, della tolleranza reciproca, evitando di ripetere gli errori del passato, a qualsiasi parte possano appartenere.
C. B. Brunelli, Il Corriere Apuano, a. 2003