di Giampietro Rigosa
La Lunigiana è una regione storica corrispondente, grosso modo, alla valle del fiume Magra e a quelle dei suoi affluenti – che ha nell’antico comitatus di Luni e nella diocesi omonima il suo riferimento identitario. Con l’assetto amministrativo seguito all’unificazione nazionale, il territorio della Lunigiana storica è stato attribuito in parte alla provincia della Spezia e in parte a quello della provincia di Massa-Carrara (2). Forse anche per tale ragione, il termine “Lunigiana” del linguaggio corrente non evoca più, se non lontanamente, il territorio dell’antico comitatus di Luni e della diocesi omonima identificando ormai, per progressiva riduzione, la sola alta val di Magra.
La Lunigiana storica, entro i cui confini erano dunque inclusi i territori sulla destra e sulla sinistra del Magra e quelli della sua foce, da Levanto alla Versilia (3), in ragione delle sue caratteristiche geomorfologiche, ha svolto un ruolo di collegamento tra la regione padana e il Tirreno sin dall’antichità. A differenza di altre catene montuose, che per la loro conformazione rappresentano un ostacolo alle comunicazioni, la dorsale appenninica tosco-emiliano-ligure, essendo solcata da valichi e passi di moderata altezza che mettono in comunicazione le testate della val di Magra e della val di Vara rispettivamente con il parmense e il piacentino, ha da sempre rappresentato una delle più naturali e accessibili vie di collegamento tra nord e centro Italia. Per questa vocazione naturale, e per il fatto che la formazione del suo etnos e la sua storia sono stati da questa fortemente influenzati, la Lunigiana è stata spesso simbolicamente paragonata ad una vera e propria grande via di comunicazione.
L’interesse dell’abbazia di Leno per la Lunigiana storica è riconducibile a questa sua vocazione viaria e, in particolare, ai riflessi politici ed economici conseguenti all’affermazione di quella che diverrà nota come via Francigena.
Il ruolo viario della Lunigiana e il monastero di san Benedetto di Leno
È stato giustamente osservato che all’origine dell’iniziativa di penetrazione nelle valli del Taro e della Magra da parte del monastero di Leno all’inizio del secolo XI vi fu un preciso disegno politico conseguente al rinnovato ruolo del cenobio bresciano nell’ambito della politica imperiale in Italia (4). La dinamica delle dismissioni e delle acquisizioni di possedimenti da parte dell’abbazia in questo periodo è, a tal proposito, assai esplicita. Infatti, mentre sul finire del X secolo i possedimenti lenesi sono dislocati quasi esclusivamente nella Pianura Padana e a sud della dorsale appenninica sono in numero assai ridotto e denominati nei documenti in modo talmente vago da impedire la loro identificazione (5), a partire dall’XI secolo, in corrispondenza dell’ascesa al trono imperiale della casa di Franconia, il monastero abbandona progressivamente i possedimenti presso il delta del Po – dove si va affermando l’abbazia di Pomposa – orientando la sua espansione verso le valli del Taro e della Magra.
Un grande monastero come quello lenese, importante pedina della politica imperiale in Italia, non si può certo sottrarre alla necessità di assicurarsi validi e strategici presidi sul tracciato che più di ogni altro ha assunto importanza “continentale, sia per esercitare il controllo del traffico commerciale, che per organizzare il servizio ai pellegrini e ai viandanti che la percorrono in numero sempre più considerevole e, cosa non secondaria, per predisporre strutture atte a garantire sicurezza e ospitalità per gli spostamenti dell’abate e dei monaci, nonché dei legati imperiali e di quanti agiscono in nome e per conto di entrambi. La corrispondenza di questa nuova politica con i disegni sopra esposti è testimoniata da numerosi diplomi imperiali e papali a partire da quelli di Enrico II del 1014 (6) e di Benedetto VIII del 1019 (7). Grazie a questi documenti è possibile ricostruire la geografia e la dinamica della penetrazione del monastero di Leno verso il Tirreno.
La località dalla quale prende avvio tale dinamica è Fontanellato, dove convergono i tragitti via fiume del Po, dell’Oglio e del Taro e dove i tracciati viari si riuniscono prendendo la direzione di Monte Bardone. Su questa direttrice sono le acquisizioni di Noceto, Medesano, Cassio e, con ogni probabilità, di Campo Mercati (9). Per quanto riguarda, invece, il versante tirrenico dell’Appennino, le località che entrano nelle mire del monastero di Leno sono Montelongo, Pontremolum, Talavurnum, Melazano (o Mulazano), Griniacula, Sesto, Arcola e Villa Laude. Non tutti questi toponimi sono identificabili sulla scorta di evidenze documentarie e toponomastiche e, in alcuni casi, neppure la loro identificazione geografica è sufficiente a stabilire le istituzioni o i beni ai quali si riferiscono i diplomi. Al fine di fornire le coordinate per una possibile ricostruzione della geografia e della consistenza della presenza lenese in queste località si propone di seguito una scheda con l’indicazione della citazione nei documenti imperiali e pontifici (10) e una raccolta delle informazioni ad esse relative sulla scorta dei documenti stessi e dei contributi della storiografia locale.
Montelongo
Senodochio Sancti Benedicti in Montelongo (Enrico II, 1014); xenodochium cum aecclesia Sancti Benedicti in Montelongo (Enrico II, 1019); xenodochium in Montelongo (Benedetto VIII, 1019); Montemlongum cum pertinentiis suis (Gregorio VII, 1078; figura in tutti i documenti imperiali e pontifici).
Questo toponimo è identificato con la località di Montelungo (11), nel territorio comunale di Pontremoli, in provincia di Massa-Carrara. Si tratta di un piccolo villaggio costituito da una villa superiore e da una inferiore, a circa nove chilometri dal passo della Cisa (12), sulla strada che porta a Pontremoli. L’antico villaggio di Montelungo, compreso nella circoscrizione pievana di Vignola, sorgeva poco più a levante dell’attuale ma venne abbandonato dalla popolazione nel XVIII secolo, a seguito di rovinosi smottamenti del terreno e di frane vere e proprie che lo seppellirono (13). La relazione di Montelungo con le istituzioni monastiche precede di molto il diploma di Enrico II del 1014. È infatti condivisa l’identificazione di Montelungo con un toponimo, contenuto in un diploma di Adelchi a favore del monastero di San Salvatore e Santa Giulia del 772, pervenutoci mutilo (14). Questo diploma e quelli successivi dell’851, 861 e dell’865 relativi al cenobio bresciano(15), permettono di identificare lo xenodochio di Montelungo con il Benedicti almifici di un’epigrafe longobarda rinvenuta nella chiesa di San Giorgio a Filattiera, nota come “epigrafe di Leodgar “(16). Questa serie di diplomi di epoca longobarda e franca e i privilegi successivi a favore del monastero di Leno hanno portato ad ipotizzare un avvicendamento tra Santa Giulia di Brescia e San Benedetto di Leno nel possesso dei beni di Montelungo. Siccome i diplomi imperiali a favore di Santa Giulia dei secoli X-XII (17) continuano tuttavia ad annoverare l’ospitale Sancti Benedicti in Montelungo (18), si è legittimati a dubitare di tale avvicendamento e ad ipotizzare, viceversa, che tra l’XI e il XII secolo, Santa Giulia e Leno mantenessero in questa località, ognuno per proprio conto, una istituzione ospitaliera (19) e tale situazione potrebbe essere estesa a tutto il X secolo (20). A causa dei diritti sulle decime della curtis di Montelungo, Leno entrò in contrasto con la cattedra episcopale lunense (21). A seguito dell’orientamento filoepiscopale della Chiesa, culminato nella stesura degli statuta canonum, anche il vescovo di Luni tentò infatti di contrastare la presenza monastica nella sua diocesi rivolgendo l’attenzione anche a quelle zone, come appunto l’alta val di Magra, dove essa si era stabilmente e autorevolmente radicata (22). La disputa che ne nacque e la conseguente sentenza papale autorizzano a ritenere che, oltre alla tradizionale attività di assistenza materiale e spirituale dei viandanti sulla grande via di Monte Bardone, i monaci di Montelungo si dedicassero anche alla cura animarum nei piccoli villaggi del territorio circostante, così esercitando una decisa influenza sulla popolazione locale.
Nicolò II, infatti, sentenziò, rispetto all’oggetto formale del contendere, a favore dell’abbazia lenese, ma sancì anche la titolarità episcopale sulle cosiddette “decime novali”, quelle cioè relative alle cappelle o alle istituzioni religiose appena sorte, verosimilmente ad opera dei monaci, grazie alle quali l’abbazia tendeva ad estendere la sua giurisdizione. Della cura animarum e della successiva fondazione di cappelle ad opera dei monaci di Montelungo è rimasta traccia nelle testimonianze dei cronisti pontremolesi secondo i quali le cappelle di San Bartolomeo di Gravagna (23), di Santa Maria di Cavezzana d’Antena (24) e di San Lorenzo di Cargalla (25) vennero fondate appunto dai benedettini lenesi. Nel caso di Gravagna questo rapporto di dipendenza è documentato anche da un atto notarile del 1542 (27). Indicativo a questo proposito è anche quanto riportato da un cronista pontremolese in merito al passaggio della chiesa di Montelungo (28) dall’abbazia bresciana a tale Domenico da Grondola. Nonostante le conferme in tal senso ottenute dal vicario episcopale e dal duca di Milano, allora signore di Pontremoli, l’insediamento del prelato nel suo nuovo ufficio fu contrastato dai beneficiari delle cappelle di Cargalla, Cavezzana d’Antena e Gravagna i quali riuscirono infine ad ottenere lo smembramento della chiesa di Montelungo e l’erezione a parrocchie delle rispettive cappelle (29).
A conferma della sua indipendenza dall’organizzazione diocesana lunense, il priorato di Montelungo risulta fra gli enti esenti sia nelle liste delle decime bonifaciane della fine del secolo XIII (30) sia negli estimi del 1470-1471 (31). A poca distanza dal villaggio di Mon-telungo, in prossimità dell’originario tracciato romeo, sono visibili ancora oggi le rovine di una vetusta ma imponente costruzione denominata “il Palazzo” che, secondo la tradizione locale, fu l’ultima dimora dei monaci benedettini.
Pontremoli e la chiesa di San Giorgio
Duas partes de strata in Ponte Tremulo (Enrico II, 1014); есclesia Sancti Georgii cum possessionibus suis (Federico I, 1177); есclesia Sancti Georgii in Pontremulo cum pertinentiis suis (Gregorio VII, 1078; figura anche in tutti i documenti imperiali e pontifici dal 1078).
Pontremoli (32) sorge ai piedi del crinale appenninico che dal Monte Gottero giunge al Monte Orsaro, alla confluenza del torrente Verde nel fiume Magra, nel luogo dove convergono i percorsi viari provenienti dai valichi del Borgallo, del Brattello della Cisa e del Cirone. Essendo collocata all’inizio di uno stretto fondovalle che presenta allargamenti solo più a sud, Pontremoli ha sempre rappresentato un luogo di passaggio obbligato per coloro che, pro-venendo da settentrione, intendevano portarsi nel centro Italia transitando dalla Lunigiana e viceversa. Per queste ragioni la cittadina fu definita unica clavis et janua della Toscana (33), un ruolo che Pontremoli ebbe già dall’affermazione dei primi itinerari eremitici dell’alto Medioevo (34). L’assoluta importanza della cittadina lunigianese rispetto all’antica viabilità è messa in luce dagli itinerari dei pellegrini medievali (35), in ognuno dei quali si accenna esplicitamente a Pontremoli. Essa divenne dunque, già dalla sua nascita, un luogo di grande interesse per le istituzioni monastiche del centro e del nord Italia, che vi fondarono ospedali e cappelle in numero considerevole (36). Tra queste si possono ricordare quelle dedicate a Sant’ Antonio, l’ospedale dei Santi Giacomo e Leonardo, che divenne poi giuspatronato dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, l’ospedale dei Cavalieri del Tau o di Altopascio e quello di San Giacomo del Campo. Anche l’abbazia di Leno ebbe in questo contesto un ruolo di primissimo ordine. Anzi, se si considera che i primi riferimenti documentari attestanti l’esistenza di Pontremoli precedono di pochissimi anni i richiami alla stessa contenuti nei diplomi di Enrico II a favore di Leno, appare addirittura verosimile che l’abbazia possa aver avuto un ruolo di un certo rilievo nel processo di affermazione del centro abitato stesso. Grazie alla sua posizione strategica Pontremoli godette per secoli di uno status particolare che la rese in qualche modo indipendente dapprima dai marchesi Malaspina e, in seguito, dalle signorie che in Lunigiana si fronteggiarono per il controllo delle importanti vie di comunicazione (38).
Nel diploma di Enrico II del 1014 e in tutti gli altri documenti imperiali viene confermato a Leno il diritto sulla metà del pedaggio che vi si riscuoteva per il transito. È probabile che il luogo dove il monastero riscuoteva questo pedaggio fosse quello in prossimità del quale sorse la chiesa di San Giorgio, a meno di un miglio fuori Porta Parma, in direzione del Monte Bardone (39). Di questa chiesa, che viene confermata a Leno a partire dal 1078, rimane la pregevole abside la quale, essendo rivolta a levante, sfugge allo sguardo disattento di chi percorre la strada mentre la navata, rovinosamente crollata, ha lasciato il posto ad un camposanto ormai in disuso. Il predio in questione doveva essere costituito da una cappella e da non meglio precisate possessioni e pertinenze (40), verosimilmente costituite da beni immobili dai quali si traevano i proventi per il sostentamento dei monaci e per l’espletamento dell’attività ospitaliera vera e propria che doveva svolgersi nei locali dell’edificio ancora oggi addossato al lato settentrionale del desueto camposanto (41).
Del lungo periodo lenese di San Giorgio non si hanno che frammentarie notizie. Sappiamo, ad esempio, che tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo la chiesa assurse al rango di prioria e che nel 1332 il priore era tale Simonino o Simoncino mentre nel 1353 la carica venne ricoperta da Gerardo da Corvaria. Nel 1591 nel chiostro di San Giorgio furono isolati e rinchiusi molti affamati accorsi nella città a causa di una gravissima carestia ai quali il Comune provvedeva a garantire “tre pani al giorno” (42). Nel 1597 priore di San Giorgio era Andrea Bonaparte di San Miniato al Tedesco, il quale nominò quale suo procuratore Marco Antonio Reghini, vicario del vescovo di Luni-Sarzana. Questo fatto parrebbe sancire il definitivo affrancamento della chiesa, e più in generale dell’antica istituzione monastica pontremolese, dalla grande abbazia bresciana. Dopo un secolare legame con Leno, San Giorgio passava così, definitivamente, sotto la giurisdizione episcopale lunense.
Corre infine il dovere di segnalare che, sulla scorta di vari elementi, tra i quali l’originaria intitolazione, è stata intravista da alcuni studiosi di storia locale una diretta filiazione dal monastero di San Giorgio, quindi dall’abbazia di Leno, anche per la chiesa pontremolese di Santa Cristina (43), un tempo intitolata appunto anche a San Salvatore.
Talavurnum
In Melazano et Talavurno integerrime (Enrico II, 1014); Talavurnum cum pertinentiis suis (Gregorio VII, 1078); Talavurnum (Callisto II, 1123); Talavurnum cum ecclesia Sancti Benedicti (Alessandro III, 1176; presente in tutti i documenti imperiali tranne quello enriciano del 1019, come pure in tutti i pronunciamenti pontifici dal 1078, tranne che in quello di Urbano II del 1095).
Corrisponde alla località di Talavorno (44), sulla riva destra del fiume Magra, nel comune di Mulazzo, nella circoscrizione pievana di Sorano. Ciò che resta dell’antico possedimento lenese è rappresentato dalle vestigia di una chiesa intitolata a San Benedetto e dai resti degli adiacenti edifici ad essa originariamente connessi. Gli studiosi locali hanno dibattuto sull’individuazione dei beni e delle pertinenze dell’antica istituzione monastica, a partire dall’espressione «in Melazano et Talavurno integerrime», che si ritrova in numerosi diplomi imperiali a favore del monastero di Leno. Secondo alcuni l’uso di tale generico avverbio e, allo stesso tempo l’assenza di uno specifico riferimento ad una chiesa, escluderebbero l’esistenza di un edificio religioso a Talavorno sin quasi alla fine del XIII secolo, sino cioè a quella che si riteneva la sua prima menzione nelle decime bonifaciane del 1296-1297 (45). Secondo altri studiosi, invece, integerrime starebbe ad indicare l’insieme di più beni e possedimenti tra i quali poteva essere compresa anche una chiesa (46). Sulla scorta dei riferimenti documentari disponibili non è possibile stabilire se tra i beni confermati a Leno all’inizio dell’XI secolo vi fosse una cappella ma di essa non si può dubitare per il secolo successivo come dimostra l’esplicito accenno ad una ecclesia intitolata a san Benedetto a Talavurnum in una bolla di papa Alessandro III del 1176. Il riferimento ad una cappella de Talaverno contenuto nelle liste delle decime bonifaciane del 1296-1297, indette pro subsidio Regni Siciliae, tra gli enti non dipendenti dalla cattedra episcopale, e in quanto tale esentata dal pagamento, confermerebbe la matrice monastica di questa cappella. Della chiesa di Talavorno non vi è invece alcun cenno nei diplomi imperiali a favore di Leno mentre il primo riferimento ad una ecclesia Sancti Benedicti a Talavorno nelle bolle papali successive al 1176, al quale più sopra si accennava, è solo del 1434.
Mulazano o Melazano
In Melazano et Talavurno integerrime (Enrico II, 1014); in Melazano cum duabus partibus de Arcole (Enrico VI, 1194; presente in tutti i documenti imperiali tranne quello di Enrico II del 1019, manca invece nei documenti pontifici).
Si tratterebbe di Mulazzo, borgo fortificato situato poche miglia a sud-ovest di Pontremoli. Il centro abitato sorge su una piccola altura dominante la direttrice viaria che da Pontremoli porta verso mezzogiorno in riva destra della Magra. Mulazzo fu capoluogo del feudo malaspiniano dello “spino secco” (48) e, nell’ambito dell’organizzazione ecclesiale, compreso nel piviere di Sorano (49). L’antico nome di questo villaggio fortificato era Mulazanum. Corte e castello di Mulazzo vengono infatti così denominati nel diploma di Federico I a Obizzo Malaspina nel 1169. Il riferimento a Mulazzo dei diplomi imperiali è tuttavia talmente generico da rendere difficoltosa una pur vaga individuazione dei beni confermati all’abbazia lenese. L’assenza in tali diplomi di riferimenti espliciti ad una chiesa e la contemporanea assenza nelle bolle papali a favore di Leno di istituzioni a Mulazzo sembrerebbero escludere che tra i beni lenesi a Melazanum potesse esservi una chiesa o una cappella. Forse Leno possedeva nei pressi del borgo strutture atte ad assolvere al ruolo di controllo ed assistenza sia sul tragitto che da Pontremoli, passando sotto Mulazzo, portava a Talavorno, quindi verso il litorale, sia sul percorso che da Surianum, tramite un guado sul fiume Magra, si dirigeva verso il valico dei Casoni, quindi in Val di Vara. Cioè verso Sesta, Zignago e Brugnato, rispettivamente i possedimenti di Leno nell’ambito della parte occidentale della Lunigiana storica, e l’importante abbazia benedettina fondata da Liutprando nell’VIII secolo divenuta poi sede episcopale (50).
La genericità di cui si è detto sopra ha lasciato spazio a svariate ipotesi sulle antiche istituzioni religiose di matrice monastica in generale e collegabili a Leno in particolare. Secondo alcuni studiosi locali la chiesa di San Martino al camposanto di Mulazzo, che fu un tempo la parrocchiale extra castrum et distans, sarebbe ad esempio da identificarsi con l‘auleola Sancti Martini citata nell’epigrafe di Filattiera accanto al Benedicti Almifici del quale si parlava a proposito di Montelungo (51). Altri studiosi hanno invece ipotizzato una matrice lenese per la chiesa di San Pietro di Arpiola, anticamente denominata “cella” di San Pietro de conflentu (poi San Pie-tro de Pisciula o de Felicibus) (52)che sorge nella frazione di Arpiola, nella parrocchia di Mulazzo, sulla strada che da Talavorno porta al capoluogo comunale e in prossimità della strada medievale che da Pontremoli conduceva a Brugnato e a Sestri Levante(53).
Sexto e Griniacula
Et in Sexto manentes sex, in Graniacula cum una ecclesia (Enrico II, 1014; presente in tutti i documenti imperiali, tranne in quello di Enrico II del 1019, manca nei documenti pontifici).
Queste località della Lunigiana storica non si trovano nella valle della Magra bensì in quella della Vara e corrisponderebbero alle attuali Sesta e Zignago (54). Sesta, il borgo che con Godano dà il nome al comune di Sesta Godano, sulla direttrice viaria congiungente Brugnato con San Pietro Vara, era anticamente compresa nel territorio della pieve di Roggiano. Zignago, che non è una località vera e propria ma un nome territoriale sotto cui si comprendono diversi gruppi di abitazioni rurali, era anticamente compresa nel territorio della pieve di Cornia (55), poi detta anche di Zignago. Per Sexto, i diplomi imperiali a favore di Leno confermano senza solu-zione di continuità manentes sex mentre per Griniacula viene confermata a Leno una ecclesia. Se per Sexto risulta assai difficoltoso comprendere a quale istituzione o realtà vengano ripetutamente confermati i sex manentes, per Griniacula il preciso riferimento ad una chiesa parrebbe facilitare il compito. In verità le cappelle esistenti all’epoca delle decime bonifaciane nel territorio della pieve di Cornia, cioè quelle de Scongna, de Valcuncata, de Roxana e de Antexio, risultano tutte paganti, ossia dipendenti dall’autorità episcopale. Allo stesso tempo tra gli enti esenti non risultano istituzioni o chiese riconducibili al territorio in questione.
Nonostante ciò, a partire dal Formentini, gli studiosi di storia ecclesiastica della Lunigiana non hanno mai messo in dubbio l’identificazione di Griniacula-Grimacula con Zignago-Cornia, anzi proprio il Formentini ha ipotizzato che la località dove i monaci lenesi ebbero giurisdizione fu Pignona (56). Recenti scavi effettuati dall’ISCUM di Genova hanno individuato in questa località, e precisamente lungo la via mulattiera che da Pieve di Zignago conduce alla località di Serò, resti di edifici collegabili ad una chiesa e, forse, ad un ospedale (57). Memorie erudite raccolte da studiosi locali ricordano invece la presenza in questi territori di «insediamenti di benedettini che insegnavano l’agricoltura». E’ il caso infine di ricordare che entrambe le località sopra menzionate ebbero durante il medioevo un ruolo di particolare rilievo nell’ambito della viabilità congiungente la Val di Vara, la Val di Taro e la Val di Magra.
Arcule
Villa Laude cum duabus partibus de Arcule (Enrico II, 1014; Gregorio VII, 1078); duas partes de strata in Ponte Tremulo cum duabus partibus de Arcole (Enrico II, 1019); et in Melazano cum duabus partibus de Arcule (Enrico VI, 1194; presente in tutti i documenti imperiali e pontifici). Si tratterebbe di Arcola, centro abitato in provincia della Spezia, posto sul crinale che divide il basso corso del fiume Magra e la Piana di Luni dalla moderna città portuale. La prima notizia di una curtis di Arcola è del 1050 (59) mentre la località in quanto tale compare tra quelle confermate dall’imperatore ai marchesi estensi Ugo e Folco nel 1077. Arcola fu una delle più importanti fortezze dei marchesi Obertenghi e dei loro discendenti Este e Malaspina. Spesso, a causa della vicinanza alla sede episcopale, Arcola rappresentò motivo di contesa tra vescovo e marchesi. La località dava il nome anche alla pieve omonima intitolata ai santi Stefano e Margherita e nominata per la prima volta nel 1132, che però si trovava nella località di Baccano, a poco più di un chilometro da Arcola (60). Il diritto su duabus partibus di Arcola confermerebbe il livello di influenza raggiunto all’inizio dell’XI secolo dal cenobio bresciano sulla direttrice viaria e sulle località poste in riva destra del fiume Magra, non solo in relazione al possesso di strutture mo-nastiche con funzioni ospitaliere, ma anche riguardo a veri e propri diritti feudali.
Villa Laude
Il toponimo non è identificabile direttamente o indirettamente con località della Lunigiana storica, prossima o distante da quelle elencate, perché nessuna porta questo nome o un nome ad essa in qualche modo riconducibile.
Corre peraltro anche in questo caso il dovere di segnalare, unicamente per ragioni di completezza della trattazione, che è stata a suo tempo avanzata una ipotesi secondo la quale i beni che furono anticamente oggetto di doni, di cessioni e di conferme all’abbazia di Leno ma anche al monastero di S. Maria di Castiglione e al monastero di S. Venerio del Tino (61), sarebbero da mettere in relazione di prossimità con Arcola. Secondo tale ipotesi, peraltro non suffragata da evidenze documentarie, Villa Laude sarebbe dunque da identificare «con le fertili terre che dovevano formare l’antica curtis di Arcola, ossia le terre che dal borgo si estendono verso Baccano e Monti ai lati della antica via Strata per il Piano di Migliarina e per Vezzano».
Brevi considerazioni e ipotesi
La dislocazione dei possedimenti lunigianesi confermati a Leno a partire dagli inizi dell’XI secolo pone alcuni problemi interpretativi. Si noterà che mentre da Fontanellato a Pontremoli i toponimi dei diplomi imperiali e delle bolle pontificie sono disseminati lungo il corso “classico” della Francigena, più a meridione essi interessano invece la sponda destra della Magra (Talavorno, Mulazzo, Arcola e Villa Laude) mentre altri ancora non hanno alcuna relazione di prossimità con la Francigena essendo collocati in Val di Vara (Sesto e Zignago).
Se non vi sono ragioni per dubitare che il disegno politico generale che ispira la penetrazione lenese verso il Tirreno sia quello al quale si è all’inizio accennato (63), vi sono elementi per ipotizzare che i possedimenti lenesi della Lunigiana storica elencati a partire dal diploma di Enrico II del 1014 siano riconducibili al disegno politico suddetto per ragioni che non sono sempre le stesse per tutte le località.
Sono certamente riconducibili al disegno politico tendente a sviluppare sulla Francigena un ruolo significativo di controllo ed ospitalità – e da questa avviare un allargamento della propria sfera di influenza – i possedimenti di Montelungo e Pontremoli. Come si è detto queste località, e i possedimenti lenesi gravitanti su di esse, sono delle vere e proprie ‘stazioni’ sul corso della Francigena.
Diverso è il caso di Mulazzo e Talavorno, situati sulla destra della Magra a sud di Pontremoli. Pur essendo possibile che su di essi si sia concentrato l’interesse di Leno in ragione della loro prossimità con la Francigena, che scorreva sulla sponda opposta della Magra a poco più di un paio di miglia in linea d’aria, il ruolo ben più importante di entrambe queste località dovette essere quello di raccordare i centri della Val di Vara (Brugnato, Sesta e Zignago) con la Val di Magra ovvero con Surianum prima e con la Francigena poi. Dal crinale appenninico, che oggi divide la Liguria dalla Toscana, scendevano infatti numerosi percorsi utilizzati sin da epoca protostorica, che ebbero in età altomedievale una notevole affermazione.
Questi percorsi costituivano, insieme con quelli che portavano dalla Val di Magra nell’alta Val di Taro e quelli che da quest’ultima portavano in Val di Vara, la rete delle comunicazioni della regione del Gottero, il massiccio che rappresenta il punto di incontro delle valli suddette (64). Questa rete di comunicazioni, che collegava tra loro i maggiori centri delle valli limitrofe, ossia Borgotaro, Surianum e Brugnato, si affermò certamente a seguito della conquista longobarda della Lunigiana e della Liguria. Grazie alla definitiva vittoria dei longobardi sui bizantini, dal primitivo tracciato longobardo ad orizzonte sovraregionale avente in Pavia, Bobbio e Pontremoli (65), i punti nodali tramite i quali dalla capitale del Regnum ci si portava nel centro Italia, si diramarono in direzione della Liguria nuovi percorsi. Sull’affermazione di questa rete di comunicazioni ebbero un ruolo di primaria importanza i benedettini: innanzitutto quelli di Bobbio, ai quali seguirono quelli di Brugnato e quelli delle istituzioni fondate da Desiderio, tra le quali, appunto, l’abbazia di Leno.
Per Leno, Mulazzo e Talavorno dovettero quindi rappresentare luoghi strategici e validi presidi su una rete viaria che confluiva nella Francigena e interessava un territorio che manteneva ancora, all’inizio dell’XI secolo, un’importanza assolutamente non trascurabile, indubbio retaggio degli accadimenti che qui si verificarono a seguito dell’affermazione della viabilità alto-medievale proveniente da Pavia.
Per i possedimenti lenesi di Arcola e di Villa Laude, la quale pur non essendo individuabile esattamente parrebbe in una certa relazione di prossimità con Arcola, potrebbero valere ancora altre considerazioni. Arcola, per la sua vicinanza al Mar Ligure, rappresentò certamente per Leno uno sbocco importantissimo grazie al vicino porto fluviale di San Maurizio. Non si pensi qui solo all’importanza della direzione dal settentrione verso i porti ma anche a quella inversa, non meno rilevante sia per il traffico dei pellegrini che per quello delle merci, tra cui il sale (66). Ma il possesso di un importante diritto signorile – duabus partibus – su questa località, suggerisce ulteriori elementi sulla presenza lenese in Lunigiana ai quali in questa sede si intende solo brevemente accennare. Posta di fronte alla rocca vescovile di Trebbiano, Arcola rappresentò per lungo tempo il baluardo della dominazione comitale in Lunigiana contro l’insorgente potere episcopale. Siccome è noto che con l’avvento della casa di Franconia la politica imperiale in Italia ebbe nei monasteri in generale e in quello di Leno in particolare uno dei più importanti strumenti di affermazione, non si può escludere che, in questo nuovo ruolo nell’ambito della politica imperiale in Italia, sull’abbazia bresciana abbia avuto un certo influsso l’autorità comitale obertenga la quale, al fine di limitare l’insorgente potere vescovile, abbia visto nei monaci benedettini miranti ad uno sbocco verso il Tirreno lo strumento adeguato alla bisogna.
Non è certo tra gli scopi di questo contributo quello di stabilire le precise ragioni che stanno alla base della penetrazione di Leno verso il Tirreno tuttavia, sulla scorta degli elementi documentari esaminati, si può ragionevolmente ipotizzare che nella pianificazione di tale progetto di espansione lungo la Val di Taro, la Val di Magra e la Val di Vara siano state considerate anche le questioni strategiche alle quali si è qui brevemente accennato.
Giampietro Rigosa, Note di toponomastica lunigianese per servire alla storia dell’espansione dell’abbazia di Leno verso il Tirreno, pubblicato in Studi Lunigianesi, Associazione Manfredo Giuliani per le Ricerche Storiche ed Etnografiche della Lunigiana, voll. XLII – XLIII, anni 2012 – 2013, Villafranca di Lunigiana, pp. 71 – 93
NOTE
(1)Questo contributo, fatta salva qualche piccola modifica, è stato originariamente pubblicato in: “Brixia Sacra, Memorie storiche della diocesi di Brescia, Terza Serie, Anno XI-2006, N. 2, Ass per la storia della Chiesa bresciana, Brescia 2006, pp. 433-456. Essendo i lettori dell’autorevole rivista bresciana non necessariamente edotti sulla geografia e la storia lunigianesi, il contributo è ricco di incisi di carattere geografico e storico che risulteranno certamente pleonastici e ridondanti ai lettori di codesta autorevole miscellanea di studi. Di fronte alla scelta tra rivedere tutto il lavoro in vista di questa pubblicazione, o pubblicarlo integralmente con l’aggiunta della presente avvertenza e le dovute scuse ai lettori, l’autore
ha optato per la seconda soluzione.
(2) Sulla collocazione geografica della Lunigiana, Gioacchino Volpe scriveva: «dove Toscana vien morendo e Liguria non è viva ancora», G. Volpe, Toscana Medievale, Massa Marittima, Volterra, Sarzana, Firenze 1964, p. 315).
(3)Benché i suoi confini non siano, per ovvie ragioni, precisi, la Lunigiana storica può essere delimitata da una linea che partendo dalla costa nei pressi di Framura raggiunga il passo del Bracco e quello di Cento Croci, segua poi il crinale appenninico sino al passo del Cerreto e alla cima Belfiore quindi scenda alla foce di Giovo e al monte Altissimo nelle Apuane per raggiungere di nuovo la costa a sud di Montignoso.
(4)Cfr. A. Baronio, Il dominatus dell’abbazia di San Benedetto di Leno. Prime ipotesi di ricostruzione, in “L’abbazia di San Benedetto di Leno. Mille anni nel cuore della pianura Padana”, Atti della giornata di studio (Leno, Villa Seccamani, 26 maggio 2001), a cura di A.Baronio, «Brixia sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia», VII, 1-2 (2002), pp. 33-85.
(5)Heinrici II et Arduini Diplomata, ed. H. Bresslau, in Monumenta Germaniae historica [=MGH], Diplomatum regum et imperatorum Germaniae, III, Hannoverae 1900-1903, pp. 372-374, n. 300.
(6)Ibidem.
(7)Regesta pontificum romanorum ab condita ecclesia ad annum post Christum natum 1198, ed. Ph. Jaffè, proseguito da S. Loevenfeld, F. Kaltenbrunnen, P. Ewald, II, Lipsiae 1888 [= JLJ; nr. 4026; PF. Kehr, Regesta Pontificum Romanorum, in “Italia Pontificia”, VI/1, Berolini 1913 [=IP], p. 344, п. 2.
(8)”Fontanellato (Fontanalata, Fontanelata o Fontana Lata), toponimo presente nei diplomi a favore del monastero di Leno dal 1014, diverrà in brevissimo tempo una località strategica nell’ambito dell’organizzazione del dominatus abbaziale. Cfr. A.Baronio, Il dominatus, cit., p. 82. Fontanellato e tutti i possedimenti della Valle del Taro, cioè Noceto, Medesano e Cassio, e quelli della Valle della Magra, cioè Montelungo, Pontremoli, Mulazzo, Talavorno, Arcola e Villa Laude, sono anch’essi citati come possedimenti lenesi in tutti i diplomi e le bolle imperiali a partire dal 1014. Qualcuno ha tuttavia sostenuto che difficilmente i possedimenti collegati a queste località possano essere stati acquisiti dall’abbazia nel brevissimo lasso di tempo intercorso fra i diplomi ottoniani, dove essi non appaiono ancora, e il primo di Enrico II. Sulla scorta di tale speculazione è stata avvalorata l’ipotesi secondo la quale i beni e possedimenti lunigianesi ai quali si riferiscono i diplomi a partire dal 1014 corrispondano a quegli «omnes, cortes et villas que sunt in Tuscia de ipsa pertinentia cum illarum pertinentiis» dei diplomi ottoniani. Cfr. U.Formentini, I Longobardi sul Monte Bardone, Biblioteca della Giovane Montagna», 73, Parma 1929, p. 18.
(9)Per questi quattro toponimi, la cui prima menzione si trova nel diploma di Enrico II del 1014 (Heinrici II. et Arduini Diplomata, cit., pp. 372-374, n. 300), si veda A.Baronio, Tra Brescia e Roma sulla via dei monasteri, in G. Archetti(ed.), Lungo le strade della fede. Pellegrini e pellegrinaggio nel Bresciano, Atti della giornata di studio (Brescia, 16 dicembre 2000). <Brixia sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia», VI, 3-4 (2001), p. 138; A.Baronio, Il dominatus, cit., p. 47
(10)Si fa riferimento ai diplomi imperiali di Enrico II del 1014 e 1019, di Corrado II del 1026 e 1036, di Federico I del 1177 e di Enrico VI del 1194; alle bolle di Benedetto VIII del 1019 (nella quale compare il riferimento al solo xenodochium di Montelungo), di Gregorio VII del 1078, di Urbano II del 1095, di Callisto II del 1123, di Onorio II del 1125, di Innocenzo II del 1132, di Eugenio III del 1146, di Alessandro III del 1176 (ripresa in una bolla di Eugenio IV del 1434). Per ogni località considerata si indicano: la più antica espressione presente nei documenti imperiali, cui seguono le relative varianti nel corso del tempo; la più antica indicazione presente nei documenti pontifici con le relative variazioni; infine, tra parentesi, la nota relativa alla presenza o meno del toponimo in tutta la documentazione.
(11)Tra i tanti contributi relativi a Montelungo si vedano G. Sforza, Il villaggio di Montelungo, in “Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli”, II, Lucca 1887, pp. 372 sgg.; L.Schutte, Der Appenninenpass des Monte Bardone und die Deutschen Kaiser, Berlino 1901; U. Mazzini, L’epitaffio di Leodgar vescovo di Luni del secolo VIII. Nuovi studi sulla lapide di Filattiera, in «Giornale Storico della Lunigiana», X, 2 (1919), pp. 99-100 [ora anche in “Annali del Museo Civico della Spezia, 1 (1977/78)]; G.Mariotti, La strada Francesca di Monte Bardone e l’ospedale di S. Benedetto di Montelungo, in «I quaderni della Gio-vane Montagna», XVIII, 59, Parma 1940;U. Formentini, Il monastero regio di S. Giovanni di Pontremoli, in «I quaderni della Giovane Montagna», XVIII, 53, Parma 1940, pp. 5-6; U.Formentini, I Longobardi sul Monte Bardone, in “Biblioteca della Giovane Montagna” anno XXX, n. 5, Parma 1929, estratto, pp. 3-22; U. Formentini, Le due Viae Emiliae, in «Rivista di Studi Liguri” XIX, 1,4, (1933), pp. 43-74; G.Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, 1, La Spezia 1961, in “Collana storica della Liguria orientale”, II, Istituto Internazionale di Studi Liguri Museo Bicknell – Bordighera, sezione Lunense, p. 115; N. Zucchi Castellini, Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena e dell’alto bacino della Magra, in «Archivio Sto-rico per le Province Parmensi», IV, XIII (1961), estratto, pp. 1-16; P. M. Conti, Luni nell’Alto Medioevo, Padova 1967, pp. 6-7; V. POLONIO, Diocesi della Spezia – Sarzana – Brugnato, in “Liguria monastica”, Cesena 1979 (Italia benedettina, 2), pp. 45-47; G.Rigosa, Note ed appunti su Montelungo e sui Longobardi in Val di Magra nell’VIII secolo, in «Archivio Storico per le Province Parmensi», IV, 50 (1998), pp. 37-45.
(12)Anche sul valico della Cisa era esistito uno xenodochio intitolato a S. Maria; di esso si trova cenno in un diploma a favore del monastero di S. Salvatore e S. Giulia di Brescia degli imperatori Lotario e Lodovico dell’865. Cfr. Codex diplomaticus Langobardiae, e. G. Porro Lambertenghi, Torino 1873 (Historiae Patriae monumenta, XIII), doc. CCXLV;G.Schianchi, Gli ospedali di Roncaglia e di Santa Maria della Cisa, Parma 1926.
(13) Cfr. G. Sforza, Memorie e documenti, cit., pp. 372 sgg.; G.Mariotti, La strada Francesca di Monte Bardone, cit., p. 20.
(14)Codice Diplomatico Longobardo, ed. C. Brühl, Roma 1973 (Fonti per la Storia
64), docc. 41 pp. 239-241 (772, giugno 14), 44 pp. 251-260 (772, novembre 11). Si tratta della conferma di una donazione fatta da Desiderio ed Ansa al cenobio della città bresciana. Nel documento si citano beni «in finibus Sorianense in loco ubi dicitur Monte…». Quest’ultimo toponimo, pervenutoci mutilo a causa di un guasto della pergamena, è stato sciolto come Montelungo, con riferimento all’hospitale presente in questa località. Cfr.F. Schneider, Die Entstebung von Burg und Langemainde in Italien, Berlin 1924, pp. 6-7; U. Mazzini, L’epitaffio di Leodgar, cit., pp. 99-100, anche G . Rigosa, Note e appunti su Montelungo, cit., pp. 37-45.
(15)Codex diplomaticus langobardiae, cit., docc. CLXXIII, CCXII, CCXLV, nei quali si accenna ad un «hospitale Sancti Benedicti in Montelongo». Vedi anche G. Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, cit., p. 115.
(16)”L’epigrafe è conservata nella chiesa di San Giorgio di Filattiera. Vi si ricordano le gesta di un anonimo personaggio, da alcuni identificato in un corepiscopo missionario longobardo di nome Leodgar, deceduto nel secondo anno del regno di Astolfo (752). A questo personaggio sono attribuite, tra l’altro, l’edificazione del Benedicti almifici, dell’ auleolam Sancti Martini e la repressione di culti non ortodossi (idola fregit). Cfr. P. Ferrari, Monumenti romanici a Filattiera, in «Lunigiana», 1, 6, Pontremoli 1910, p. 3; U. Mazzini, Un’epigrafe lunigianese del secolo ottavo, in «Giornale Storico della Lunigiana», II, 3 (1911), pp. 153-160 [anche in «Lunigiana» II, 2 (1911), p. 2]; U. Mazzini, L’epitaffio di Leodgar, cit., pp. 81-111;G. Mariotti, La Pieve di S. Maria di Fornovo, in «La Giovane Montagna», XXXI, 4, Parma 1930, p. 1;U. Formentini, Scavi e ricerche sul limes bizantino nell’appennino lunese-parmense, in «Ar-chivio Storico per le Province Parmensi», XXX (1930), pp. 39-69; P.M. Conti, Luni nell’Alto Medioevo, cit., pp. 170-172. Considerando che San Benedetto di Montelungo venne fondato antecedentemente al 752, quindi prima della fondazione del monastero di San Salvatore di Brescia (753), e tenendo conto del fatto che l’istituzione religiosa lunigianese venne donata anteriormente al 772 da Desiderio e dalla moglie Ansa a San Salvatore, è ipotizzabile che l’anonimo personaggio dell’epigrafe fosse in qualche modo legato all’ultimo re longobardo o alla sua famiglia. Cfr. G. Rigosa, Note e appunti su Montelungo, cit., pp. 37-45.
(17)Il primo è un diploma di Ottone III del 19 gennaio 997. Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Codice Diplomatico Bresciano (d’ora in poi ASBs, ASC, CDBs), b. IV, n. LIX. Il secondo è un diploma di Lotario del 1136. Ivi, b. V, n. LXXXIX.
(18)G. Rigosa, Nuovi documenti sulle istituzioni monastiche di Montelungo, in «Studi Lunigianesi», XXX, 13 (2000-2001), pp. 285-296.
(19)Ivi, p. 294; anche a: Baronio, Tra Brescia e Roma, cit., p. 156 n. 100 e la bibliografia citata.
(20)Ci si riferisce alla testimonianza dell’abate di Leno, Guenzelao, rilasciata in relazione alla disputa con il vescovo di Luni sulla riscossione delle decime per la curtis di Montelungo. L’abate testimoniò infatti che il suo monastero godeva del diritto contestato da oltre cento anni. Vedi anche nota seguente.
(21)La contrapposizione tra l’abate di Leno e il vescovo di Luni verteva sulla titolarità dei diritti di riscossione delle decime sulla curtis di Montelungo. Di questa controversia, inquadrabile nell’ambito del complesso rapporto che andò maturando all’interno della Chiesa tra cattedre vescovili e istituzioni monastiche, e più in generale tra l’elemento filoepiscopale della gerarchia ecclesiastica e quello filomonastico nel corso del secolo XI, è possibile ricostruire la vicenda basandosi sulla sentenza contenuta in un privilegio di papa Niccolò II del 1060. Verosimilmente vessato dalle usurpazioni di Guido, vescovo di Luni, l’abate Guenzelao dovette lamentare dinnanzi al papa la situazione sostenendo che l’abbazia di Leno «iam per centum et eo amplius annos” era in possesso delle decime della curtis di Montelungo che ora il vescovo Guido pretendeva per se «sine aliquo Ecclesiastico et mundano judicio”. A tali affermazioni il vescovo Guido replicava che secondo gli statuta canonum le decime spettavano nella loro totalità al vescovo. Il papa alla fine stabili che «decimas aut qua-scumque res ecclesie Dei per quadriennalem vel triennalem quietem sine contradictione possedere tunc secure in perpetuum haberent”, ma stabilì pure che «a modernis autem decimis episcopatibus subtraendis abstinerent omnimodis», Come rilevato da Baronio, da un lato il privilegio di papa Niccolò II sancisce la titolarità di Leno sullo ius decimandi della curtis di Montelungo ma, dall’altro, vieta all’abate di sottrarre alla cattedra vescovile le decime sui beni di recente acquisizione. Cfr. A. BARONIO, Monasterium et populus. Per la storia del contado lombardo: Leno, Brescia 1984, pp. 244-246. Verosimilmente, quindi, il vero motivo del contendere doveva risiedere nella tendenza dei monaci lenesi di Montelungo a riscuotere decime sulle cappelle di recente fondazione, formalmente sottoposte all’autorità episcopale. Per la vicenda cfr.F. A. Zaccaria, Dell’Antichissima badia di Leno, Brescia 1767, pp. 104-105; G. Sforza, Memorie e documenti, cit., pp. 373-374; G. Mariotti, strada Francesca di Monte Bardone, cit., p. 19;C. Violante, Pievi e parrocchie nell’Italia centro settentrionale, in C. Violante(ed.), Le istituzioni ecclesiastiche nella “societas christiana” nei secoli XI-XII, Atti della sesta settimana internazionale di studio, Milano 1977, p. 688, A. Baronio, Tra Brescia e Roma, cit., p. 156 n. 100, ripresa in A. Baronio, Il dominatus, cit., p.p. 83 n. 158; G. Rigosa Istituzioni monastiche ed autorità episcopale in Lunigiana tra il X e XI secolo.Brevi note su un’antichissima controversia tra l’abate di Leno e il vescovo di Luni, in «Studi Lunigianesi, XXII-XXIX (1992-1999), pp. 143-150.
(22)L’ambito di influenza dell’autorità episcopale lunense dovette essere per secoli quello della parte sud-orientale della Val di Magra. Nell’alta Valle e nella parte occidentale della Lunigiana storica, invece, furono le istituzioni monastiche a compiere l’opera di diffusione del cristianesimo tra le popolazioni autoctone dei territori più interni e di quelle, ancora legate al paganesimo, qui stanziatesi a seguito delle invasioni succedutesi alla dissoluzione dell’Impero. Il loro radicamento nel territorio lunigianese fu favorito sicuramente dalle condizione di marginalità dello stesso, e quindi anche dalla conseguente assenza di reali antagonisti, come pure dalla particolare considerazione nella quale esse furono sempre tenute da parte della monarchia longobarda prima e di quella franca poi. Con l’andare del tempo queste realtà monastiche si radicarono nel territorio divenendo per le popolazioni il principale, se non unico, riferimento cultuale ed economico. Cfr.G. Rigosa, Istituzioni monastiche, cit., pp. 143-145.
(23)La cappella di Gravagna, sita in località Montale, negli estimi della diocesi lunense del 1470-1471 è censita fra le dipendenze della pieve di Saliceto. Essa fu eretta a parrocchia autonoma sul finire del XV secolo e i primi atti dei quali si conserva memoria datano agli inizi del XVI secolo. Cfr.G. Franchi, M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, il divenire di una diocesi fra Toscana e Liguria dal IV al XXI secolo, p. I, vol. II, Modena -Massa 2000 (Deputazione di Storia Patria per le Province modenesi, Biblioteca – Nuova Serie 160/2), p. 218.
(24)La cappella di Cavezzana d’Antena compare negli estimi della diocesi lunense tra le di-pendenze della pieve di Saliceto. Nel 1473 fu smembrata da Montelungo e unita alla parrocchia di Cargalla. Fu eretta in sede autonoma al principiare del XVI secolo, pur rimanendo unita a Cargalla fino al 1647, e dipendente da Leno per la nomina del comune parroco. Gli atti dell’archivio parrocchiale iniziano nel 1569. Cfr.G. Franchi, M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara-Pontremoli, cit., p. 216.
(25)La cappella di Cargalla, che originariamente doveva sorgere nei pressi dell’attuale camposanto in località Cerminuto, è censita negli estimi della diocesi lunense del 1470-1471. Nel 1473, quando già era autonoma da Montelungo, le fu unita la cappella di Cavezzana d’Antena. Le due cappelle rimasero unite sino al 1647; l’archivio della chiesa inizia nel 1570. Cfr. G.Franchi, M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, cit, p. 215.
(26)Queste notizie si trovano nei protocolli del notaio Gian Paolo Ferrari conservati nell’archivio notarile di Pontremoli. Cfr.P. Ferrari, La chiesa e il convento di San Francesco di Pontremoli, Mulazzo 1926 (rist. 1974), p. 135. Vedi anche N.Zucchi Castellini, Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena, cit., pp. 4-6.
(27)Cfr.P. Ferrari, La chiesa e il convento di San Francesco, cit., p. 135; N.Zucchi Castellini, Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena, cit., p. 4.
(28)Ivi, p. 5. Cfr. anche G. Targioni Tozzetti, Viaggi in Toscana, XI, Firenze 1768-1779, p. 389.
(29)Ibidem.
(30)”Le liste delle tre decime triennali decretate da Bonifacio VIII, rispettivamente per il 1295-98 (indetta pro subsidio Regni Sicilie) per il 1298-1301 (pro quibusdam necessitatibus domi-ni pape et Ecclesie Romane) e per il 1301-1304 (pro negotio Regni Sicilie), costituiscono uno dei più importanti elementi per la conoscenza dell’organizzazione diocesana lunense. Della prima decima si conoscono le rationes per il primo e il secondo versamento del secondo anno. Della seconda, le rationes per l’intero primo anno (1298-99), della terza le rationes per la seconda quota del secondo anno. A differenza delle decime precedenti gli elenchi delle decime bonifaciane comprendono, in un unico rendiconto, tanto il gruppo degli enti esenti quanto quello degli enti non esenti. Cfr. G. Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, op. cit., p. 76.
(31)Gli estimi del 1470-1471 rappresentano un altro caposaldo per la conoscenza dell’organizzazione diocesana lunense tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna Cfr.G Sforza. Un sinodo sconosciuto della diocesi Luni-Sarzana (1470-71), in «Giornale Storico e Letterario della Liguria», V (1904), pp. 235-250;G. Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, op. cit., pp. 131 sgg.
(32)Per Pontremoli, cfr. tra gli altri, M. Giuliani, Pontremoli. Profilo storico dell’urbanistica di un “oppidum” medievale dell’Appennino ligure-emiliano, in “Saggi di storia lunigianese”, Pontremoli 1982, pp. 213-243; N. Zucchi Castellini, Storia di Pontremoli dalle origini all’Unità d’Italia, Genova 1990;G. Benelli, L’identità storica di Pontremoli, in I. Trivelloni Manganelli (ed.), Dimore Pontremolesi, Sarzana 2001, pp. 11-93.
(33)È cosi che Pontremoli venne definita da Federico II in una lettera al figlio Enzo. Cfr.G. Sforza, Memorie e documenti, cit., p. 304.
(34)Cfr.R. Stoppani, Prima della Francigena. Itinerari romei del “Regnum Langobardorum“, Firenze 2000 e, dello stesso autore, La via Francigena in Toscana, storia di una strada medievale, ed. Salimbeni, Firenze 1984,pp.5sgg
(35)La serie degli itinerari riguardanti la Lunigiana in epoca medievale inizia con il percorso “teutonico” che segna il passaggio seguito dai pellegrini tedeschi. In esso si ricordano Lunis (Luni), Surianum (Sorano di Filattiera), Monte Bardone (Passo della Cisa), Berceto e Parma. Cfr.R. Stoppani, La via Francigena in Toscana, cit., p. 15. Il secondo in ordine di tempo è l’itinerario dell’arcivescovo di Canterbury Sigerico, il quale nel suo viaggio di ritorno da Roma (990-994), annota Luna (Luni), Sancte Stephane (Santo Stefano), Aguilla (Aulla), Puntremel (Pontremoli), Sancte Benedicte (Montelungo) e Sancte Moderanne (Berceto). Cfr. Rerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores, LXIII, London 1858-1891, p. 392. Anche G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, II, Firenze 1904 (rist., Bologna 1972), pp. 599 sgg. Il successivo è l’itinerario dell’abate danese Nikulas di Munkathevera in Terrasanta tra il 1151 e il 1154. In esso si ricordano tra gli altri Mons Bardonis (Passo della Cisa), Villa Francorum (forse Villafranca Lunigiana), Ponstremolus (Pontremoli), Luna (Luni). G. SFORZA, Memorie e documenti, cit., pp. 596 sgg. Del 1181 è l’itinerario del re di Francia Filippo Augusto di ritorno dalla terza Crociata. Vi si annotano Lune (Luni), Sardena (Sarzana), Punt-Tremble (Pontremoli), Munt Bardum (Passo della Cisa), Seint Beneit in Monte Bardum (Montelungo), Seint Moderant in monte Bardum (Berceto). Cfr. Ex gestibus Henrici II et Ricardi I, in MGH, Scriptores, V, 1, XXVII, Berolini 1936, pp. 131 sgg.; RICHARDUS DIVISIENSIS, Chronicon de rebus gestis Richardi I (1189-1192). ed. J. Stevenson, Londra 1838; inoltreG. Sforza, Memorie e documenti, cit., pp. 598 sgg.; R. Stoppani, La via Francigena in Toscana, cit., p. 65. Del 1253 è l’itinerario di Matteo Paris da Londra alle Puglie. Vi si leggono Mont Bardum (Passo della Cisa), Punt de Tremble (Pontremoli), Vile Auirneluca (Aulla), Sardaine (Sarzana), Lune (Luni), etc. Cfr. G. Sforza, Memorie e documenti, cit., pp. 599-600; R. STOPANI, La via Francigena in Toscana, cit., pp. 89 sgg. Negli Annales Standeses auctore Alberto del XIII secolo troviamo Lukkemange, Woste Lune e Pontremele. MGH, Scriptores, XVI, ed. G. H. Pertz, Berolini 1859, pp. 335, 339-341; cfr. id., La via Francigena in Toscana, cit., pp. 97-103. Nell’itinerario dell’arcivescovo Eudes Rigaud da Rouen a Roma del 1254 si annotano Lucam (Lucca), Marcam de Sardena (Magra di Sarzana), Portam Bertrandi (Porta Beltrami), Bruniacum (Brugnato), Sistre (Sestri) e Reque (Recco). Cfr. id., La via Francigena in Toscana, pp. 109 sgg.; A. C. Ambrosi, Sulla via dei pellegrini, cit., p. 40. Del 1350 è l’itinerario di Barthélemy Bonis, mercante di Montauban recatosi a Roma in pellegrinaggio. Vi si annotano Pontremol (Pontremoli), Vilafrancha (Villafranca in Lunigiana), S. Estefe (Santo Stefano Magra) e Sezania (Sarzana). R. Stoppani, La via Francigena in Toscana, cit., pp. 133 e 136. Riferimenti alle località in questione si trovano anche nelle Chansons de Geste. «Passa Penuble ef Fornel e Pontranble/et Guillés et Perroi et Cherchemble», cfr. id., La via Francigena in Toscana,p481.8).
(36)Cfr. A. C.Ambrosi, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana, cit., pp. 41-43; qualche utile preci-sazione, con riferimento alle istituzioni bresciane, in G. Archetti, Pellegrini e ospitalità nel Medioevo. Dalla storiografia locale all’ospedale di Santa Giulia di Brescia, in «Brixia Sacra. Memorie storiche della Diocesi di Brescia», s. 3, VI, nn. 3-4, (2001), pp. 83-106.
(37)La prima citazione è nell’Itinerario di Sigerico (990-994), per cui cfr. la nota 20.
(38)Ci si riferisce soprattutto a quanto avvenne in Lunigiana sul finire del Medioevo quando su Pontremoli in particolare si concentrarono le mire di Milano, Verona, Firenze e Genova per il controllo del borgo e del suo territorio.
(39)Cfr.G. Rigosa, La Chiesa di San Giorgio di Pontremoli, in “Corriere Apuano” 5 giugno 1999.
(40)[….] et ecclesia Sancti Georgii cum possessionibus suis» nella bolla di Gregorio VII del 1078 e nei diplomi di Federico I del 1177 e Enrico VI del 1194; dalla bolla di Callisto II del 1123 viene citata l’«ecclesiam Sancti Georgii in Pontetremulo», senza indicazione delle pertinenze.
(41)Di una “precisa descrizione” della chiesa fatta nella prima metà del XVIII secolo ad opera di M. N. Bologna parla P. FERRARI, La chiesa e il convento di San Francesco, cit., pp. 95-96.
(42)Ivi, p. 96; qualche notizia sulle strutture nel XIV secolo anche in G. Archetti, Scuola, lavoro e impegno pastorale: l’abbazia di Leno nel medioevo (secc. IX-XIV), L’abbazia di San Benedetto di Leno. Mille anni nel cuore della pianura Padana. Atti della giornata di studio (Leno, Villa Seccamani, 26 maggio 2001), in «Brixia Sacra. Memorie storiche della Diocesi di Brescia», s. 3, VII, nn. 1-2 (2002), p. 122.
(43)A dispetto della effettiva possibilità teorica che la chiesa di Santa Cristina potesse essere una filiazione di San Giorgio, gli studiosi che hanno sostenuto tale ipotesi non hanno peraltro fornito evidenze documentarie al riguardo. Di questa chiesa sappiamo che compare nelle carte del monastero di San Venerio del Tino con il titolo di Santa Cristina e San Salvatore, poi nella colletta per la crociata del 1276 tra le dipendenze della pieve di Saliceto. Nel 1568 è parrocchia autonoma. Cfr.G. Franchi, M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara, cit., p. 221;M. Giuliani, Pontremoli, cit., p. 218; A. Baldini, Note per una storia delle istituzioni monastiche a Pontremoli dalle origini al XIII secolo, «Studi Lunigianesi», X (1980), pp. 199-212.
(44)Su Talavorno, si vedaM. N. Conti, S. Benedetto di Talavorno, «Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Cappellini», XXXVII (1967) [La Spezia 1972), pp. 27-34; R. Piccioli, R. Barbuto, S. Benedetto di Talavorno: un antico oratorio benedettino in Val di Magra, in “Annali del Museo Civico U. Formentini” della Spezia, II, 1979-1980 (1982), pp. 286 sgg. R. Boggi, San Benedetto di Groppoli, in “Cronaca e Storia di Val di Magra’, anni XIV-XV, 1985-86 (1986), pp. 141 sgg.
(45)Ivi, p. 148.
(46)Sull’argomento si veda tra gli altri D. Manfredi, Sull’epigrafe di Filattiera. Vecchie e nuove nuove ipotesi, in «Cronache e Storia di val di Magra», XXV (Aulla 1996), pp. 57 sgg.
(47)Non è certo questa la sede per entrare nel tema della viabilità medievale della Val di Magra. Basterà qui ricordare che a seguito della conquista longobarda della Lunigiana storica – Val di Magra, Val di Vara e Alta Val di Taro – si svilupparono i percorsi che collegavano tra loro i centri di Brugnato, Surianum e Borgotaro (Turris). Precisi riferimenti documentari di epoca longobarda attestano la presenza monastica in tutte queste località. Nell’affermazione della viabilità medievale della regione, che per comodità di esposizione potremmo chiamare del Gottero – essendo il massiccio omonimo il punto di incontro delle tre valli limitrofe – non furono perciò certamente estranei i monaci benedettini. Il crinale appenninico tosco-ligure fu cosi interessato da numerosi percorsi che mettevano in collegamento la Val di Vara con la Val di Magra. Il passo dei Due Santi, poi chiamato dei Tre Confini, il valico del Rastrello e quello dei Casoni sono solo i principali di questi percorsi. Per quanto attiene alla loro direzione ovest-est questi tracciati puntavano a Surianum, già sede di una fortificazione bizantina all’epoca della guerra con i longobardi. Mulazzo e il suo territorio sono dislocati esattamente sull’asse congiungente Brugnato con Surianum. Su questo tracciato sono numerose le indicazioni toponomastiche allusive alla presenza longobarda e alla penetrazione benedettina. Tra queste il monastero di Santa Maria del Monte e la località denominata Montereggio. Per ragioni connesse alla impraticabilità dei guadi sul fiume Magra in particolari condizioni climatiche o politiche o legate al fatto che a poco a poco Surianum perse la sua importanza a vantaggio di località più a valle come ad esempio la Lealville degli “itinerari”, cioè l’attuale Villafranca, si dovette sviluppare un percorso sulla destra del Magra nel quale convergevano quelli che attraversavano il crinale. Meta di questo percorso, parallelo a quello che scorreva in riva sinistra, doveva essere il guado sulla Magra di Villafranca tramite il quale ci si poteva raccordare al percorso della Francigena. Mulazzo e Talavorno si trovano situati in posizioni strategica rispetto a questi percorsi. Questo tema è oggetto delle considerazioni finali del presente lavoro. Per l’importanza strategica di Villafranca nel periodo oggetto del presente lavoro cfr.G. Cavalli, Villafranca, storia di un marchesato di Lunigiana, Alinea, Villafranca L. 2010.
(48)La famiglia marchionale dei Malaspina giunse nel 1221 ad una suddivisione del suo pre-dio lunigianese in due parti. La linea di confine tra queste due nuove realtà politiche fu il fiume Magra. Sulla sua destra era il territorio facente capo a Mulazzo mentre sulla sinistra il territorio facente capo a Filattiera ovvero l’antica Surianum. L’unica eccezione fu rappresentata da Villafranca (Lealville) che pur essendo in riva sinistra fu assegnata al predio di Mulazzo. Le neonate linee marchionali di Mulazzo e Filattiera scelsero rispettivamente lo stemma dello spino secco e dello spino fiorito. Cfr. E. Branchi, Storia della Lunigiana Feudale, I, Pistoia 1897 (rist. anast., Bologna 1971), pp. 128 sgg.
(49)Per quanto attiene alle istituzioni religiose del territorio di Mulazzo in età medievale, si ha notizia dell’esistenza di una cappella di Cornocrispo o Cornospo, sottoposta alla pieve di Sorano, e di un monastero intitolato a Santa Maria del Monte, elencato tra gli enti esenti delle decime bonifaciane. Esso corrisponderebbe all’odierno oratorio della Madonna del Monte nella parrocchia di Pozzo. Si tratta indubbiamente di una antichissima fondazione monastica della quale, perlatro, si ignora la matrice, divenuta dipendenza del monastero di Sant’Andrea di Borzone. Un ospedale di Mulazzo risulta invece negli estimi del 1470-71 tra gli enti dipendenti dal vescovo di Luni: anche di esso non si conosce la primitiva matrice.
(50)Sull’Abbazia di Brugnato, si veda ad es. U. Formentini, Bugnato, gli abati, i vescovi, i “cives“,in “Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze G. Cappellini, XX, La Spezia 1940.
(51) due versi dell’epigrafe in questione, il settimo e l’ottavo del testo, secondo l’ultima in-terpretazione del Mazzini rečitano infatti: Benedicti ALMIFICI FVNDAVIT DOCHIVM AVLA/AuleolAM CONSTRVXIT MARTINI PROESOLE XPO, cfr. U. MAZZINI, Un’epigrafe lunigianese, cit. pp. 153-160; id., L’epitaffio di Leodgar, cit., pp. 81-111.
(52)Cfr. M.N. Conti, Dell’origine e dello sviluppo di Mulazzo, Mułazzo 1978.
(53)Per quanto attiene alla chiesa di San Martino non è certo questa la sede per entrare nel tema della individuazione della Auleolam Sancti Martini dell’epigrafe longobarda di Filattiera. Quanto alla matrice lenese di San Pietro di Arpiola non sono stati forniti dagli autori i necessari riferimenti documentari.
(54)Nella prima quota del secondo anno delle decime bonifaciane per il triennio 1295-98 la pieve di Cornia è denominata de Cornia sive Gignaculi. Cfr.G. Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, cit., p. 83.
(55)«L’antico toponimo di Cornia è oggi scomparso, sostituito da quello di Pieve che è stato assunto dal piccolo nucleo abitato formatosi intorno alla chiesa matrice». Ivi, p. 29.
(56)Cfr.U. Formentini, Guida storica etnografica artistica della Val di Vara, La Spezia 1965, p. 91.
(57)Cfr.I. Ferrando Cabona, A. Gardini, T. Mannoni, Zignago. I, Gli insediamenti e il territorio, in «Archeologia medievale», V (1978), passim; G. Franchi, M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara, p. 235.
(58)”A Zignago v’è memoria erudita dell’insediamento di benedettini che si sarebbero spinti lassù ad insegnare l’agricoltura, voluta interpretazione dei moventi dell’avvio di quei monaci» M. N. CONTI, S. Benedetto di Talavorno, cit., p. 34.
(59)Cfr.G. Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, cit., p. 25;G. Falco, Le carte del monastero di San Venerio del Tino, 1, Torino 1920 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, XCI), passim.
(60)Cfr G. Franchi, M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara, cit., p. 206.
(61)M.N. Conti, Arcola, in “Castelli di Lunigiana, Pontremoli 1927, p. 101.
(62)Ibidem.
(63)Cfr. la parte dedicata al ruolo viario della Lunigiana e San Benedetto, nel presente con-tributo.
(64)I valichi interessati da questa ripresa furono, quelli del Borgallo e del Brattello che colle-gavano Borgotaro a Pontremoli, quello detto dei Due Santi – dove giungeva una strada pro-veniente da Gotra, nei pressi della confluenza tra il torrente omonimo e il Taro, e che portava nella Valle del Gordana, affluente della Magra, la foce dei Tre Confini – dove giungeva una via proveniente da Albareto, nella Valle del Gotra, nelle cui vicinanze è l’antica chiesa intitolata a San Quirico – il Passo del Rastrello – che metteva in comunicazione la Valle del Mangia, quindi Zignago e Brugnato di nuovo con la Valle della Gordana e il Passo dei Casoni che congiungeva, tramite Rocchetta Vara e Suvero, Brugnato con Mulazzo. Tra i tracciati minori quello risalente dalla Pieve di Zignago e che tramite il valico tra il Monte Fiorito e il Monte Civolano scendeva nella Valle del Teglia oppure quello che provenendo da Villagrossa nei pressi di Calice al Cornoviglio attraversava il crinale tra il Monte Coppi-gliolo ed il Cornoviglio scendendo nella Valle della Mangiola. Per quanto attiene ai valichi del Borgallo e del Brattello. Cfr. M. Giuliani, La Via del Borgallo, il “Pagus Vignolensis” e il “Castrum Grundulae“, in “Saggi di storia lunigianese, Pontremoli 1982, pp. 89-108.
(65)R. Stoppani, Prima della Francigena, cit., pp. 5 sgg.
(66)Cfr. A. C. Ambrosi, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana, cit., pp. 51 sgg