Dopo le fondamentali ricerche del Formentini (1) sulle comunità rurali della Lunigiana, sulle loro evoluzioni e tarde sopravvivenze, un nuovo contributo allo studio di sì appassionato problema è apportato nella Rivista di Studi Liguri (2) da E. Sereni, il quale, imperniando in molta parte il suo studio sulle scoperte del Formentini, viene a basarsi prevalentemente su documenti lunigianesi. L’A. dotato di una profonda conoscenza dell’economia rurale dell’Italia antica, integra le ricerche del Formentini con una serie di osservazioni e di deduzioni, oltremodo fondate e ragionate, che vengono ancora una volta a dare risalto e nuovi documenti probanti alle geniali intuizioni dello Storico lunigianese.
L’ A. pensa che il compascuo, sito generalmente su due alti versanti dei crinali montani, oltre ad essere aperto agli usi comuni di due o più pagi, poteva anche essere una fascia di confine, cioè una vera e propria marca nel significato germanico della parola; che assumeva particolare valore ed estensione tra popoli etnicamente diversi (celti-liguri, etruschi-liguri); tra i popoli della stessa stirpe, invece, il compascuo, sempre centrale rispetto i pagi, rappresentava la normale sede degli scambi commerciali, culturali, politici e dei culti interfederali.
Mentre la esordiente agricoltura si sviluppava sulle terre proprie del pagus (ager compascuus), la pastorizia, che richiedeva necessariamente la pratica dell’alpeggio con notevole estensione di spazio, si esercitava sul compascuo aperto agli usi di più pagi.
E la base TUL (>tular) identificata come mediterranea e dal significato di pietra di confine non starebbe ad indicare i limiti dei vari pagi, bensì il confine tra il territorio proprio del pagus ed il compascuo. Quest’ultimo, infatti, essendo di uso comune, non poteva recare segni di confine. L’assenza di qualsiasi forma di divisione tra i vari agri comuni della Tavola di Polcevera sarebbe dovuta, secondo l’A., a questa fondamentale ragione.
Durante la stampa di questo notevolissimo lavoro era uscito un altro significativo studio del Formentini sulle istituzioni demoterritoriali dei Liguri Apuani (3) che, crediamo, avrebbe offerto al Sereni una viva materia di indagini e lo spunto per ancor più vaste e più approfondite ricerche. Del pari dobbiamo rammaricarci che Egli non abbia potuto avvalersi delle ultime genialissime ed acute osservazioni del compianto linguista, maestro della protostoria italiana. Francesco Ribezzo, che partendo egli pure dichiaratamente da una scoperta del Formentini, ha apportato il più decisivo contribuito alla conoscenza della voce tular, al suo significato e al suo preciso valore di fines (privati) (4). Osservazioni che a nostro avviso convalidano molto significativamente la tesi del Sereni.
Oltre alla ricca e chiara esemplificazione recata dal F. nel già citato studio Monte Sagro , desideriamo ricordare qui che una precisa identificazione di un compascuus e di un ager compascuus perfettamente distinti, sembra sopravvivere fino all’età moderna nella zona di Vinca, sulle Alpi Apuane.
In un fondo rogato da ser Angiolo Paoli, notaro fiorentino addì 1 ottobre 1552, si conferma l’esistenza di un comunello detto sotto le Alpi del Giogo, di pascolo e legnatico comune tra gli uomini di Vinca e di Minucciano (5). Si tratta di un territorio sito sul versdante garfagnino , sotto il dolomitico crinale che divide la valle del Lucido da quella del Serchio. Gli uomini di Vinca, accedendovi per la Foce di Giove, vi potevano pascolare il bestiame e far legna per uso privato, senza venderla, far formaci di carbone e similmente abbeverare il bestiame alla fonte denominata Orto delle Donne, ossia Orto della Madonna esistente fuori di essa comunella nell’indicato territorio di Minucciano, sotto l’Alpe chiamata la Forbice, coll’ammenda però del danno che in tale occasione venisse inferito dal bestiame ai possessi lucchesi dannficati.
Il compascuo tanto chiaramente espresso nel documento (6), era rappresentato da una fascia di terreno che dal crinale scendeva nel versante del Serchio fin quasi all’ampio fondovalle (Orto da Donna vero e proprio) di possesso minuccianese. Oggi questa zona è quasi interamente occupata dai complessi impianti per l’estrazione del marmo.
Nel 1838 il confine tra lo Stato Lucchese e quello Toscano divideva questa zona in due parti che dobbiamo ritenere uguali. E sebbene le carte dell’Istituto Geografico Militare rechino oggi il confine delle provincie di Massa e di Lucca sul filo dello spartiacque, in realtà esso deve ricalcare questa vecchia divisione; di essa infatti ha tenuto conto il magistrato in una recente causa tra il Comune di Minucciano e quello di Fivizzano circa il possesso di quei boschi e di quell’agro marmifero.
Oltre il crinale, invece, nel versante del Lucido di Vinca, nella vasta zona denominata Capanne del Giovo, ridotta a pascolo ma che porta ancora evidentissimi i segni di terrazzamento e delle colture, si estendeva l’ager compascuus , tutt’oggi sopravvivente nella nota forma dei beni sociali di Vinca (7).
Augusto C. Ambrosi, Nuove ricerche sulle comunità rurali della Lunigiana, in Giornale Storico della Lunigiana, luglio-dicembre 1954, La Spezia
- U. Formentini, Conciliaboli, Pievi e Corti nella Liguria del Levante-Saggio sulle istituzioni liguri nell’antichità e nel Medioevo, La Spezia, Tip. Moderna, 1926, pag. 85; per la storia preromana del pago (pagus, tular), Firenze, 1929, Studi Velleiati e Bobbiesi, in Acc. Lun. Sc. G. Capellini, XVII, fasc. II. I concetti qui espressi sono nuovamente riferiti, approfonditi e visti più particolarmente dal F. in numerosi altri studi sulle singole Pievi della Lunigiana.
- E. Sereni, La comunità rurale e i suoi confini nella Liguria antica, in Riv. St. Lig. XX (1954), pp. 13-42
- U. Formentini, Monte Sagro, In Atti del I Congresso Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 1952
- F. Ribezzo, A che punto siamo con l’interpretazione dell’Etrusco, in St. Etr. XXII, pp. 111-113
- Conosco indirettamente questo documento per le citazioni riportate dal registro Ricognizione ai Termini del 1838, manoscritto nell’Archivio Comunale di Casola Lunigiana.
- Si ricordi che sulle Alpi Apuane è tuttora vivo nella sua vetusta forma di toponimo compascuo e compascua.
- Per l’antica regolamentazione di questi beni si veda M. Giuliani, Gli Statuti di Vinca, in Aronte II, 1953, n. 4, pp.5-6