Mentre era ancora in atto la repressione contro gli Apuani, si sollevarono anche le popolazioni della Riviera di Ponente, capeggiate dagli Ingauni. Nonostante il foedus del 201, difficoltà erano cominciate a manifestarsi allorché i Romani cercarono di far percorrere per via di terra gli eserciti diretti in Spagna. Già nel 189 si era verificato un grave incidente, quando il pretore Quinto Bebio era perito, con parte del suo seguito, in un agguato tesogli dai Liguri della costa, non lontano dai possedimenti di Marsiglia (89). Soprattutto davano noia gli atti di pirateria compiuti a danno dei Greci per opera di navi corsare di Ingauni e Intemelii. Vedremo dunque i Romani impegnati, nel quinquennio 185-181, a sottometterli con la forza, essendo per Roma assolutamente necessario avere libere le comunicazioni terrestri e marittime con Marsiglia e quindi con la Spagna.
Dopo una prima spedizione di Appio Claudio Pulcro nel 185, che avrebbe ottenuto successi, ma non chiari né permanenti, se gli fu negato il trionfo, solo uno dei più famosi generali del tempo, Lucio Emilio Paolo, il futuro vincitore di Pidna, poté riportare quella vittoria definitiva che ci si attendeva. Impiegato l’anno 182 a debellare quelle popolazioni che tra Genova e Albenga erano ancora ostili (forse i Viturii e i Sabates), giunse ai confini dello Stato Ingauno, probabilmente nei pressi di Finale. Tratto in inganno dagli ambasciatori del nemico, che riuscirono a guadagnare tempo allo scopo di raccogliere copiose truppe al di là dei monti, il suo campo trincerato venne assediato a lungo e messo in seria difficoltà, sì che fu costretto a chiedere rinforzi a Pisa (giungeranno poi a cose compiute). Una sua fortunata sortita riuscirà però a cogliere i Liguri vacillanti e a capovolgere la situazione: vi sarebbero stati per gli Ingauni ben 15.000 morti e 2.500 prigionieri. Tre giorni dopo Album Ingaunum chiese la resa, consegnando armi e ostaggi. Nello stesso tempo, sopraggiunta da Pisa al comando del duumviro Caio Matieno, una flotta romana impegnò e distrusse quella ingauna, catturando trentadue grosse navi corsare.
Lucio Emilio Paolo aveva avuto l’ordine dal senato di non infierire sui vinti, a differenza di quel che sarebbe avvenuto l’anno seguente per gli Apuani. Forse perché:
«la politica romana mirava ad accattivarsi con mezzi il più possibile pacifici queste genti liguri marittime, già preparate dai contatti esterni ad assimilare elementi civili, e voleva farne un blocco sicuro contro il pericolo celtico. Egli si limitò quindi a vietare l’uso di navi di grosso tonnellaggio e a distruggere le mura delle singole città», (90)
L’anno dopo (180 a.C.), celebrato a Roma lo splendido trionfo del vincitore, in cui furono condotti innanzi al cocchio del generale multi principes Ligurum e venticinque corone d’oro, fu stretto fra Romani e Ingauni un nuovo foedus, che apriva la via alla romanizzazione della regione. Gli Ingauni avrebbero perso la libertà, ma ottenuto l’aiuto romano contro i Montani, che già in quello stesso anno il console Postumio avrebbe costretto a capitolare. Il territorio dei Montani venne quindi annesso alla giurisdizione ingauna, che così ingrandì notevolmente i propri confini. Come la maggior parte dei municipi liguri, gli Ingauni ottennero il diritto latino nell’89 a.C. e la piena cittadinanza romana nel 45 a.C., sotto Giulio Cesare.
Tutta la costa ligure da Pisa a Monaco era ormai in salda mano romana. Restavano autonome ancora vaste sacche di territorio situate nel Piemonte meridionale ad ovest di Tortona (Bagienni, Statielli) e numerose altre site a nord dell’Appennino emiliano (confederazione dei Friniates) che si protendevano ad est sino a interrompere le comunicazioni fra Etruria ed Emilia.
La campagna contro i Friniati inizia nel 179 con la spedizione del console Quinto Fulvio Flacco «attraverso montagne senza sentieri e i gioghi del Ballista». (91) Attaccato il nemico in battaglia campale, lo vince e cattura 3200 uomini, subito trasferiti in pianura. Il conflitto nell’Appennino modenese riprende nel 177, proprio mentre sta per finire la guerra romano-istrica, allorché il senato dà ordine al console Caio Claudio Pulcro di condurre le legioni dall’Istria alla Liguria. Si ha uno scontro campale presso il fiume Scultenna, affluente del Panaro, con l’uccisione di 15.000 avversari e più di 700 prigionieri, mentre il resto fugge sui monti. Claudio saccheggia il territorio e torna a Roma, celebrando il trionfo su due popoli.
Proprio durante la celebrazione del trionfo giunge notizia che i Friniati, riunitisi in un esercito più forte del primo, hanno attaccato di sorpresa la colonia di Modena, conquistandola e saccheggiandola. Modena sarà ripresa l’anno dopo con relativa facilità dallo stesso Claudio in qualità di proconsole, ma intanto un fremito di rivolta pare ripercorrere tutto l’Appennino orientale, dilagando persino – nessuno l’avrebbe immaginato ancora – nel versante marittimo versiliese.
Le tribù dei Garuli, degli Hergates e dei Lapicini, federate ai Friniates, fatta causa comune con resti di Apuani d’oltre Appennino, giungono a devastare l’agro lunense e pisano, facendovi largo bottino: saranno sottomessi solo nel 175 dal console Publio Mucio Scevola.
In quanto ai Friniati, fortificatisi tra i monti Leto e Ballista, contro di loro muove il nuovo console Quinto Petillio Spurino per espugnarli a viva forza.
«Si racconta che colà, mentre esortava i soldati riuniti in assemblea, non ricordandosi dell’ambiguità della parola, presagì che egli in quel giorno avrebbe conquistato il Letum» (92).
Vale a dire che avrebbe ottenuto la «morte», poiché così significa letum in latino. Il console infatti perisce in battaglia, ma la vittoria finale è dei Romani e pare, questo, un colpo definitivo alla resistenza ligure in tutto l’Appennino orientale per vasto raggio.
L’ultima propaggine rimasta indipendente in tutta l’area, quella dei Velleiati, sarà sottomessa solo nel 158 a.C. dal proconsole Marco Fulvio Nobiliore: almeno così registrano i soli Fasti Trionfali. (95) È certo che, se quest’ultima popolazione poté sicuramente conservare una relativa autonomia, divenendo sede di un proprio municipio, così non fu per i resti dei Friniati ribelli, non deportati in terre lontane, ma disarmati ed espropriati di ogni territorio, assegnato a quello delle vicine colonie emiliane.
In quanto al popolo degli Statielli, abitanti nei dintorni dell’odierna Acqui, forse perché legati da interessi commerciali con Genova, avevano sempre mantenuto nel conflitto romano-ligure un atteggiamento di prudente astensione. Ma nel 173 dovettero subire la durezza di un console, Marco Popillio Lenate, che era l’esponente di una delle più radicali correnti nazionaliste dell’Urbe. Questi affrontò gli Statielli davanti alla loro capitale, Carystum. Dopo un’aspra battaglia, che ebbe a lungo esito incerto, restarono uccisi sul campo diecimila Liguri e tremila Romani. Carystum fu rasa al suolo e a nulla valse la resa immediata degli Statielli, depredati di ogni bene e venduti come schiavi (94).

Nonostante la reazione negativa del senato, proclive in gene-e a non infierire sui Liguri, se non in casi eccezionali, (95) ancora nel 172 si venne a sapere che Popillio era venuto di nuovo a battaglia con gli Statielli, uccidendone altri seimila in battaglia. Un senatusconsultum conclusivo, che sanciva la libertà degli Statielli assegnando loro nuove terre oltre il Po, poneva infine termine alla lunga contesa. Si affermava il principio per cui «tutti i Liguri ancora indipendenti nella pianura padana occidentale dovevano essere trattati con riguardo e venir chiamati a collaborare all’opera di fecondazione e di ripopolamento della Transpadana». (96) E un’offerta che fu probabilmente accolta dagli ancora autonomi Bagienni, fra la Stura e il Tanaro, per i quali non si ha notizia di azioni di conquista (fig. 34).
Fra il 166 e il 163 furono per ultimi sottomessi da Marco Claudio Marcello i Liguri Alpini, abitanti l’entroterra montuoso tra Savona e Monaco. (97)
A parte le popolazioni delle Alpi, restavano ancora indipendenti le genti transalpine che vivevano alle spalle o a contatto delle colonie greche, da Monaco a Marsiglia. Nel 154 furono gli stessi Greci di Nizza e Antibes a richiedere l’intervento romano contro gli atti di pirateria dei Deciates e degli Oxybii, che dall’approdo di Aegitna paralizzavano i commerci marittimi delle colonie elleniche.
Dopo il fallimento di un’ambasceria, respinta in malo modo, mosse contro di loro il console Quinto Opimio, che, espugnata Aegitna, sbaragliò quattromila Oxybii. (98)
Non si ha notizia di reazioni dei Liguri Vediantii, stanziati a Cemenelum, non lontano da Nizza: è probabile che con loro fosse stato stipulato anzitempo un foedus.
L’espansione romana in Provenza riprese solo trent’anni dopo, allorché nel 125 il console Quinto Fulvio Flacco fu mandato in soccorso dei Marsigliesi contro i celtoliguri Salluvii, che sottomise, seppure in maniera non definitiva, assieme coi più settentrionali Vocontii e con le tribù transalpine confederate dei Ligauni, Anatelli e Albici. Recatosi a Roma per celebrarvi il trionfo, Flacco fu sostituito nel 124 dal nuovo console Caio Sestio Calvino, che si batté ancora contro Vocontii e Salluvii, ottenendone la resa a discrezione. Presso l’oppido di Entremont, che era stata la capitale dei Salluvii, sorse allora la nuova città di Aquae Sextiae, che dal console prendeva appunto il nome.
Pochi anni dopo, nel 118 a.C., dedotta a Narbona una colonia di cittadini romani e costruita dal Rodano ai Pirenei la via Domizia, nasceva la Provincia Narbonensis: «un atto politico di portata secolare, che concluse e risolse il travaglio delle generazioni liguri da secoli fluttuanti e indietreggianti di fronte alla pressione gallica, alla vana ricerca di una propria consistenza nazionale». (99)
Renato del Ponte, L’ultima fase delle guerre romano-liguri (185-124 a.C.), tratto dal vol. I Liguri – Etnogenesi di un popolo, ed. ECIG, 1999, 2a ed., pag. 240 – 246
(89) Lav., XXXVII, 57, 1.
(90) N. LAMBOGLIA, Albenga romana e medievale, Bordighera 1981, p. 12. Sui resti di Albenga preromana, vedi anche la nota 18 di questo stesso capitolo.
(91) Liv., XL, 53, 1. Il Ballista è forse identificabile col monte Valestra, secondo G. SANTINI, Territorio e beni culturali di una città montana, Pavullo nel Frignano 1979, p. VII.
(92) Lrv., XLI, 18, 1.
(93) (M. Fulvius) M. J. M. n. Nobilior pro. cos. a. DXVCV (de Liguri)bus Eleatibus XI K. Sept.
(94) Liv., XLII, 7, 3 e 8, 1.
(95) Ibidem: «Una vittoria, sentenziò il senato, è gloriosa se si vincono coloro che combattono, non se si infierisce sui vinti».
(96) LAMBOGLIA, LA, р. 199.
(97) Cfr. Liv., per., 46.
(98) Cfr. Liv., per., 47; POL., XXXIII, 8, 1 e 10, 12.
(99) LAMBOGLIA, LA, p. 204