Al termine della guerra annibalica i Romani conservavano il controllo di Pisa e, quasi certamente, quello della fascia costiera sino al portus Lunae. Sulle alte montagne sovrastanti, dall’interno della val di Magra e da quella del Serchio sino alle più lontane propaggini dell’Appennino orientale, un popolo vegliava ansioso in armi. La grande confederazione dei Liguri Apuani, la più potente e fiera fra le popolazioni della Liguria rimasta indipendente, non poteva non reagire di fronte al lento accerchiamento che Roma andava operando lungo l’Appennino e al consolidamento del dominio sulla costa versiliese che era stata sua. Questo rude popolo di pastori e montanari non ha potuto vantare nessuno storico o poeta che ne magnificasse le imprese: e tuttavia la sua epica e tragica lotta traspare solenne dallo stesso racconto di parte che ne fa Livio e tanto basta a celebrarne nel tempo la grandezza.
Nel 193 a.C., coniuratione per omnia conciliabula universae gentis facta (76), ventimila Apuani invadono l’agro lunense, diecimila devastano il territorio di Piacenza e ben quarantamila si accampano sotto Pisa. Il console Quinto Minucio Termo, giunto da Arezzo, salva Pisa da sicura distruzione, ma non osa attaccare direttamente il nemico, mentre i baldanzosi Apuani continuano la devastazione del territorio circostante. Caduto anzi in un agguato, per poco il console avrebbe visto rinnovarsi il triste ricordo delle Forche Caudine, se non fosse intervenuta la cavalleria ausiliaria dei Numidi. Le ostilità si continuano per tutto il 192, allorché, dopo una regolare battaglia in campo aperto e la morte di novemila Liguri, Minucio può finalmente respingere il nemico e devastarne villaggi e castellari: castella vicosque eorum igni ferroque pervastavit (77).
Si giunse così al 191, quando gli Apuani, lege sacrata coacto exercitu, (78) attaccarono improvvisamente l’esercito dello stesso console. Malgrado la ben superiore tecnica della collaudata organizzazione militare romana, fu assai difficile a Minucio salvare le sue truppe dalla rovina e il ritiro dei Liguri fu ottenuto solo a prezzo di grandi sforzi e innumerevoli sortite. Un tale risultato, dopo tre anni di lotta, equivaleva più o meno a un nulla di fatto dell’intera campagna.
Minucio tornò a Roma nel 190, ma il trionfo gli fu concordemente negato. Fu molto probabilmente allora che Marco Porcio Catone avrebbe pronunciato in senato il suo celebre discorso in Q. Minucium Thermum de falsis pugnis, in cui veniva accusato di aver simulato le vittorie, ingigantendo il numero dei nemici uccisi (79). A invettive di tal genere, sotto un torrente scrosciante di frasi incisive, Termo non resse; se ne andò da Roma, trovando poi morte gloriosa combattendo contro i Traci, un paio d’anni dopo. (80)
Se Pisa era salva, interrotte erano le comunicazioni col portus Lunae, mentre gli Apuani avevano rioccupato larga fascia della costa e minacciavano di incursioni tutta l’Etruria settentrionale e i loro collegati Friniati scendevano spesso a devastare la stessa valle dell’Arno. Nel 188 il senato inviò in Liguria il console Marco Valerio Messalla, ma questi ritornò ben presto a Roma senza risultati. Così nel 187 una più massiccia spedizione fu organizzata utilizzando entrambi i consoli, Caio Flaminio e Marco Emilio Lepido, destinati a risalire separatamente le valli che scendono dall’Appennino verso l’Arno. Flaminio inseguì e vinse i Friniati e poi gli Apuani che avevano fatto incursioni nell’agro vicino a Pisa e Bologna. In quanto a Marco Emilio, risalita la valle del Serchio, incendio e saccheggiò campi e villaggi degli Apuani, costringendoli a ritirarsi su alte montagne, fra cui il Suismontium, che forse corrisponde alla Pietra di Bismantova nel Reggiano: ma poté in seguito affrontarli e vincerli in una battaglia campale. Quindi, valicato l’Appennino, respinse altri gruppi di Friniati, costringendoli in pianura e dando poi inizio a Bologna alla costruzione della grande arteria stradale che avrebbe preso il suo nome: la via Aemilia.
Nonostante le apparenze, il blocco della confederazione apuana restava pressoché intatto e contro gli stessi Friniati i Romani avrebbero dovuto combattere a lungo.
Così nel 186 – l’anno stesso dell’inchiesta sullo scandalo de Bacchanalibus – il console Quinto Marcio Filippo si mosse verso nord con copioso esercito: tremila fanti e centocinquanta cavalieri romani, accompagnati da cinquemila fanti e duecento cavalieri di diritto latino. (81)
Quello di Quinto Marcio fu certamente il più grave disastro che le guerre coi Liguri abbiano provocato ai Romani.
Mentre incautamente dà loro la caccia in mezzo a boschi impenetrabili, il console viene circondato in una gola e sbaragliato: perde ben quattromila uomini, tre insegne di legioni e undici insegne degli alleati di diritto latino. Quei Romani che nella fuga trovano impaccio nelle armi, le gettano via: gli Apuani li inseguono a lungo, poi si fermano, mentre il nemico ancora fugge: infatti prius sequendi Ligures finem quam fugae Romani fecerunt. (82) Lo stesso console conservò la vita per miracolo, ma ad eterna memoria di quello smacco rimase da allora il suo nome al luogo della sconfitta: saltus Marcius. Sarebbe oggi interessante identificarlo: diverse sono le località candidate, ma nessun indizio sicuro ci soccorre. (83)
Resi più baldanzosi dal successo, gli Apuani ripresero le scorrerie sul litorale versiliese mentre intanto a occidente il conflitto si allargava con l’intervento degli Ingauni.
Contro questi ultimi si diresse nel 185 Appio Claudio Pulcro, mentre l’altro console, Marco Sempronio Tuditano:
“mosse contro i Liguri Apuani e, devastando i loro campi, incendiando i loro villaggi e castellari, apri il passo che conduceva sino al fiume Magra e al portus Lunae. I nemici si attestarono sulla montagna, che era stata l’antica sede dei loro antenati». (84)
Evidentemente si trattò di successi effimeri, se a entrambi i consoli fu negato il trionfo. Nei due anni successivi, in cui l’uno e l’altro console ebbero ancora come «provincia» la Liguria, Publio Claudio Pulcro e Lucio Porcio Licino nel 184 e Marco Claudio Marcello con Quinto Fabio Labeone nel 183, non avvenne alcun fatto degno di essere segnalato. Vinti, ma non domati, gli Apuani riprendevano le loro abituali minacce: abbandonavano nuovamente le loro sedi montane, si radunavano a concilio per una lega a difesa dei loro diritti e per la conquista di nuove sedi. È quanto traspare da una lettera di Quinto Fabio Labeone al senato: periculum esse, ne impetum in agrum Pisanum facerent. (85)
La segnalazione dei torbidi che avvenivano nella zona del Magra non rimase inascoltata: occorreranno tre anni di preparativi per dare il colpo decisivo. Alla fine raggiungeranno la Ligu-ria quattro nuove legioni con truppe ausiliarie, per un complesso di 35.800 uomini. Considerato che anche a Quinto Fabio Labeone col suo esercito era stato prorogato per un anno l’imperio, ben tre eserciti consolari si trovavano ad agire sul suolo ligure, dalla costa degli Ingauni alle Alpi Apuane. Nella primavera del 180 due di questi eserciti, condotti dai proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo, ebbero l’ordine di marciare contro gli Apuani per un’azione risolutiva. Questi, che non s’aspettavano la guerra prima dell’arrivo dei nuovi consoli (cioè Aulo Postumio Albino e il suffectus Quinto Fulvio Flacco), dovettero arrendersi in numero di 12.000.
E’ intenzione dei due generali, questa volta, di troncare una volta per sempre la testa all’idra apuana. Previa consultazione col senato, prendono la decisione di deportare ben 40.000 capi-famiglia del popolo apuano, con mogli e figli, nel lontano Sannio, in una zona di ager publicus già appartenuto ai Taurasini, non lontano da Benevento. Discendono i guerrieri dai loro monti con le donne e i bambini, con le loro povere cose, a malincuore, piangendo. Avevano mandato ambasciatori a pregare di non essere costretti ad abbandonare per sempre penates, sedemque, in qua geniti essent, sepulcra maiorum. (86) Avevano anche promesso di consegnare ostaggi e le armi, ma non v’erano più forze sufficienti a combattere e bisognò ubbidire. Una volta giunti nel Sannio essi formeranno una piccola oasi di tenace isolamento etnico che per secoli sopravviverà col nome di Ligures Baebiani et Corneliani. (87)
I nuovi consoli dell’anno, intanto, Aulo Postumio Albino e Quinto Fulvio Flacco, giunti finalmente a Pisa con le legioni loro destinate, completarono l’opera dei proconsoli. Postumio affrontò i Friniati nei dintorni dei monti Ballista e Suismontium, dove già si era combattuto sette anni prima, costringendoli alla resa. Quindi, battuti i Montani a occidente, procedette con una flotta a esplorare la costa degli Ingauni e Intemelii.
Fulvio condusse a termine la sottomissione degli Apuani della val di Magra, ottenendo la resa di quegli abitanti che erano sfuggiti alla precedente spedizione. Altri settemila capifamiglia coi loro cari furono così rastrellati e quindi avviati, per via di mare, alla deportazione nel Sannio.
Finiva in tal modo per sempre il sogno di indipendenza dei Liguri Apuani e da allora non si ebbe più memoria di importanti scontri verificatisi nel settore apuano, dove ristretti nuclei di popolazione indigena sopravvivevano in valli appartate, ai margini del territorio spopolato. Eppure, quando ormai la pax Romana regnava da tempo sul territorio della Liguria storica, ancora nell’anno 155 a.C. si sarebbe verificata un’estrema ribellione apuana, domata dal console Marco Claudio Marcello, che ebbe da Roma l’onore di un trionfo e una dedica di riconoscenza dalla giovane colonia di Luni (88).
Renato del Ponte, DE BELLO APUANO, tratto dal cap. V del vol. I Liguri – Etnogenesi di un popolo, ECIG editore, 1999, IIa ed., pag. 234 – 240
(76) Liv., XXXIV, 56, 1.
(77) Liv., XXXV, 21, 7.
(78) Liv., XXXVI, 38, 1.
(79) Cfr. F. DELLA CORTE, Catone Censore. La vita e la fortuna, Genova 1949, pp. 19-20.
(80) Cfr. Liv., XXXVIII, 41, 5; F. DELLA CORTE, op. cit., p. 20.
(81) Cfr. Lrv., XΧΧΙΧ, 20, 1
(82) Liv., XXXIX, 20, 5.
(83) Tra i vari luoghi possibili, ricorderò i «Cerri di Marzo, sulla fiancata orientale del monte Burello, nel territorio di Torrano (quindi nella stretta vallata del Gordana, al confine tra gli attuali comuni di Pontremoli e Zeri), e i «Mulini di Marzo», nel comune di Bagnone, entrambi in Lunigiana. Si consideri anche la località di” Marciaso», nel comune di Fosdinovo, sui monti sopra Sarzana e Carrara.
(84) Liv., XXXIX, 32, 1.
(85) Liv., XL, 1, 3.
(86) Liv., XL, 38, 1.
(87) In merito, vedi anche la nota 114 al termine del IV capitolo. Cfr. pure PLIN., III, 11.
(88) Cfr. Fasti trionfali (anno 155 a.C.): M. Claudius M.f.M. n. Marcellus II cos. II a. DXCHX de Liguri(bus Apua)nis, e CIL, XI, 1330.