Vicino alla leggenda di Apua di derivazione erudita e signorile ne sta un’altra superstiziosa e popolare. Deformazione di ricordi e tradizioni incerte e trasformazione fantasiosa di fatti e di impressioni. Essa si ricollega ad Apua, o meglio, alle sue pretese rovine, ma vi è innestata sopra una storia di superstizione. Come ho già detto queste rovine di Apua sono i ruderi di un castello antico, poste sul monte di Ginesio o Apio, di faccia al sobborgo dell’Annunziata ed al suo convento, poco distante dalla Pieve di Saliceto, la più antica Pieve del Pontremolese. Questo monte sul quale sono i ruderi del Castello ad oriente, dirupato, guarda la Magra, e sotto vi passa una strada che venendo da Arzelato, s’innesta con la via di Mulazzo, a tramontana, pure dirupato e sassoso, finisce in un castagneto, a occidente si riunisce a una costa, e a mezzogiorno è tagliato da un profondo canale, detto il Canal scuro, che va a passare sotto una casa detta “volgarmente” il tribunale di Apua. Si vuole che alcune strade sotterranee dal castello conducessero a varie uscite presso la Magra. Spesso, sia in vicinanza di Saliceto, come intorno a questo castello, sono state trovate armi ed ossa ed opere in muratura. Si aggiunga anche, come abbiamo già accennato, che proprio sotto al colle vi è un nodo di strade, in luogo detto già le Tavernelle, che fu fino a poco tempo fa, luogo di sosta, nodo di strade importanti, l’una delle quali per Mulazzo portava in Val di Vara, ed altra ad Arzelato ed a Zeri, mentre a questa si riuniva la più battuta strada della Cisa. Elementi questi di ricordo, di impressione, di eccitamento fantastico ed anche, si noti, di facile elaborazione favolosa, per la frequenza e il movimento dei viandanti.
La Pieve, elemento profondamente popolare,, coi suoi usi e tradizionali ricordi di riti, le memorie dei convegni da ogni parte della Valle per cerimonie, consacrazioni, battesimi ecc. offriva naturalmente un confuso ricordo di antica grandezza, di luogo centrale, e porgeva naturale l’idea di una città o di un abitato importante, con funzioni autorevoli, che dovesse sorgere in quei luoghi. E’ naturale che le vecchie mura del castello diruto, con altre rovine, le armi ed altri oggetti trovati, facesse pensare ad una città scomparsa. e la fantasia popolare troppo naturalmente vi aggiunge subito l’idea solita del tesoro nascosto e una fantasia di carattere superstizioso misto di religioso e di magico. Sentiamo come racconta l’Arrighi questa leggenda.
“Nell’anno 1884 venne ad abitare vicino a me un vecchio quasi della età di cento anni, della famiglia Francesconi (pontremolese), esso si chiamava Giuseppe, ed era polverista del polverificio Bonzani e Bocconi. Questo povero vecchio mi raccontò in una sera molte cose antiche di Pontremoli: e mi disse che nel piano di Saliceto vi era la città di Apua che fu distrutta dai barbari e da Federico Barbarossa; e che, a suo dire, quando era fanciullo si vedevano ancora diversi pezzi di muro di antiche case. E fra le quali vi era una casa sulla sponda del canale che è vicino al giardino della Villa Coppini – detta casa veniva chiamata la “Casa dell’Enera (edera)” perché era coperta di enera: di questa casa gli avevano raccontato i suoi genitori che era un avanzo dell’antico Tribunale di Apua. E più mi disse: sul monte di Saliceto o di San Genesio, vi sono le rovine del castello Apuano, il maschio o Torrione cadde nel fiume Magra con fracasso nel 1800; e da questo castello parte una via sotterranea e va nei fondi della casa del Scuro. E più mi disse che nei fondamenti di questo castello è costante tradizione che vi sia nascosto un tesoro, e che molti hanno tentato di prenderlo, ma non hanno potuto perché se ne è impossessato il demonio…..Anche mio padre mi ha raccontato più volte le storie di queste rovine e che vi era un tesoro ecc.
Una volta tentarono di prenderlo. Andarono diverse persone con un prete, muniti dell’occorrente, misero le guardie alle strade, e quindi si misero al lavoro. Ma nel mentre che scoprivano il Tesoro il cielo diventò tanto buio, cominciò a lampeggiare e a tuonare, a cadere acqua e grandine a dirotto, pareva che il monte subissasse. Il prete intanto scongiurava: due bauli erano già stati scoperti, mentre il temporale infuriava orribilmente, e le guardie erano molestate da persone che volevano passare per andare a Pontremoli. Queste per un po’ fecero resistenza ma poi una cedette e lasciò passare un mulattiere con il suo carico di ceste, dichiarando che doveva portare quel carico al Governatore di Pontremoli. Allora scoppiò un forte fulmine che acciecò quelli che stavano sul monte, vicino alle mura del castello intenti ad estrarre i due bauli scoperti. Ad un tratto i due bauli si ricoprirono e le persone furono trasportati chi su di un monte e chi su di un altro, lontani; ed anche oggi al di là del paese d’Arzelato (paese sulla catena che divide la Val di Vara dalla Val di Magra, comune di Zeri) vi è una grotta e su di essa si vede inciso un piede di cavallo, chiamato zampa di cavallo. E la leggenda dice che questa impronta vi fu lasciata dalla zampa di quel mulo o cavallo con mulattiere, lasciati passare dalla guardia che era di posto sulla strada dell’Arzelato, i quali, invece di essere un uomo e un cavallo, erano due demoni dell’Inferno, i quali vollero impedire di prendere il tesoro stregato che era dentro al castello di Saliceto Apuano.
Manfredo Giuliani, Leggende Pontremolesi – Note di psicologia, in Archivio per la etnologia e la psicologia della Lunigiana
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina Facebook di Sergio Longhi