MA GLI ZOCCOLI SONO SCOMPARSI

Al mio ritorno, mi sembrò che cose, volti, voci fossero ancora quelli di venti anni prima. Le mani che strinsi sotto il Campanone erano di donne, vecchi, coetanei, giovani che mi accoglievano e salutavano come se ci fossimo lasciati la sera prima. « Come va, sig. Giuliano?», mi chiedevano guardandomi negli occhi e calcando sul signor dal sapore e dalla musicalità, immediati e logici, come un gesto di affetto e di amicizia. A me, ormai abituato alla artificiosa collana di titoli che nelle città ti regalano i fattorini e gli uscieri per il piacere di aver a che fare con persona importante e la speranza di ricavarci un riconoscimento tangibile, quel disusato e rispettoso aggettivo prima del nome ricordato con familiarità, a me fece l’effetto di una grande ovazione.

Prima di entrare in Pontremoli ero stato tormentato da dubbi. incertezze, perplessità. Mi avrebbero investito il lungo tempo trascorso, sorpreso i ricordi, avvolto la solitudine dell’età? Ma quando, lasciata la macchina a Porta Parma, ritrovai, incamminandomi verso la Piazza, il ritmo dell’antico selciato, mi investirono dalle soglie di portoni e di botteghe sguardi e curiosità noti, finì sulle mie gambe la corsa vociante di monelli che mi parvero gli stessi di allora (ed i palazzi, i balconcini, le rampe al Castello, la facciata del Duomo avevano conservato il colore, il senso ed il gusto di quegli anni che pur gli rendevano, per la mia fanciullezza, dimensioni più fastose ed imponenti) ebbi la certezza che avrei riconosciuto tutto.

Ero sceso lungo i tornanti della Cisa, rivedendo querceti, castagneti, pascoli abbandonati e silenziosi come apparizioni di altra epoca. I piccoli paesi, raggomitolati senza criterio nelle valli, vivevano una volta di latte e di castagne, del magro orto e del povero prato strappato alle rocce ed alle forre. C’erano ancora: e le baite, e le cappelle semidiroccate suscitavano sensazioni compiaciute a morbide, quasi impastate nei colori di un dipinto estemporaneo. Solo la vita degli uomini sembrava assente, oggi più di ieri. Restava la vitalità del messaggio cromatico, della fantasia, dell’immaginazione e dell’arte, qui genuine e improvvise quanto la semplicità della gente; ma gli uomini non li vedevo, perché forse erano a Parigi, Londra, New York, Milano.

Lo so che è raro incontrare, oltre alle occasionali venditrici di funghi, che spuntano d’improvviso sulla strada come in un cespuglio di felci le rosse teste dei boledi, giovani e fanciulle nel contado avaro di avvenire. Sono via. Nelle casupole piccole, coi tetti grigi di lavagna i gatti sonnecchiano su soglie che l’inverno spoglia di passi. Le donne, i vecchi, i Parroci rimangono a raccontarsi storie del passato, a servire Iddio in umiltà, a sussurrare speranze nel futuro. Poche speranze perché l’età incombe, poche speranze per questi villaggi che man mano si trasferiscono in regioni più opulente cd ospitali.

A valle, nella campagna ancor fertile e generosa, il contadino è stanco, solitario, isolato, anche se vive meglio che ai tempi della mia infanzia.

Perchè queste meravigliose colline non sono mutate, non hanno tentato e trovato colture più redditizie e omogenee, appisolandosi, invece, sulla coltre ingiallita di un crudele fatalismo? L’irrequietezza, l’intraprendenza, la genialità della gente lunigianese, che alligna dovunque decida di trapiantarsi, non sono riuscite a trasformare questa terra, dai pascoli saporiti e dal clima sanatore, in un catino di benessere e di progresso, anche se hanno spinto nuove strade ad arrampicarsi fin sulle vette, hanno automatizzato il telefono e realizzato tante opere pubbliche, che non si contano più.

E’ vero che gli ambulanti del libro sono diventati librai fissi. editori, persino scrittori; che contadini si sono trasformati in industriali e montanari in scienziati; è vero che li incontri nelle città più remote, cordiali e commossi. Ma questa carica di volontà, questo esasperato spirito di proiezione e di superamento si esercitano lontano, in una società che si definisce e si trasforma per la graduale affermazione di istanze sociali. Quando i librai, i contadini, i montanari ritornano (perché ritornano, certo, dopo un anno o dopo cinquanta) sembrano abbandonare ai confini della città e del paese l’esperienza, la preparazione, la coscienza « sociali” per cui sono emersi e si sono imposti. Ridiventano individualisti, sornioni e bonari cittadini di un paese che non cambia mai accreditando alla sapienza dei padri e alla distensiva indifferenza verso problemi che, qui, sono « ancora » utopie a cronache da veglia.


Ho riconosciuto tutto perché il cuore della città medioevale, la fronte degli amici, la brontolante cordialità della mia gente sono rimasti immutati. Il traffico convulso sulla  « nazionale », i palazzı e le vie che, nella città nuova, hanno invaso il « nostro campo sportivo, il Premio Bancarella e l’Amministrazione civica, democratica e coraggiosa, i motori applicati alle biciclette, gli acquedotti e l’autostrada (che si sdraierà veloce da Parma al mare) non hanno avvilito l’atmosfera romantica di Pontremoli, difesa dalle acque di due fiumi e dal verde aggressivo delle sue colline. E anche se nei campi le macchine hanno sostituito le pacifiche mucche per i lavori più faticosi, anche se tutte le ferite della guerra non sono ancora rimarginate, anche se i giovani spesso emigrano in cerca di lavoro il clima è quello di tanti anni fa, quando giocavamo a nasconderci nei vicoli agitati e sconnessi.

E rivedendo strade, campi, ponti, campanili, Chiese, piazze, osterie, intatti malgrado tempeste e lotte, ci siamo convinti che siamo proprio noi a preferire, in fondo, che tutto resti così; e lo vogliamo per tenerlo lontano dalla demagogia, dalle contraffazioni, dai miti che sconvolgono e minacciano le collettività ammassate attorno agli alti forni e ai grandi laminatoi. Quello che superficialmente potrebbe giudicarsi sprovvedutezza amministrativa e impotenza politica (l’incapacità di portare, nella vallata, la nervosa attività industriale), è forse soltanto ricerca di energie e di riposo, convincimento di spiritualità ed impegno di civiltà.

Io non voglio giustificare la mia negligenza. Ma esaminare come, dentro di me, urge il bisogno di pregare così che la mia invocazione salga, senza esser oltraggiata dall’urlo della sirena, dallo stridio degli ingranaggi, dal fumo delle ciminiere, dal rombo dei motori, dall’informe coro delle folle, al Dio che ha dato a questa gente braccia, coraggio, fede per ereggere un monumento di umanità e di candore.

Una cosa non ho ritrovato: gli zoccoli a « stivaletto” dalla suola di ciliegio e la tomaia di cuoio spesso e rigido. Non appaiono più appesi in mostra sulle bancarelle del mercato nè ai piedi del ragazzetto, che guida le mucche al pascolo. Sono scomparsi senza lasciare nè nostalgia nè monumenti.

Eppure sono state le scarpe di un’epoca.

GIULIANO CAMPOLONGHI, Ma gli zoccoli sono scomparsi,tratto da “il Campanone”, almanacco pontremolese, 1961 – 1962, Edizione Città del Libro, pp. 123 – 126

Immagine di introduzione alla pagina: “Pontremoli – Aspetto della piazza di sotto come era nel secolo XVII (ora piazza della Repubblica). (rip. G. Nicolosi)

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