LAVORO PONTREMOLESE NEL MONDO

Ragionando della nostra emigrazione, sentii dire un giorno, che il pontremolese ha invaso il mondo intero ». La frase mi sembrò un po’ forte, ma senza dubbio aveva un fondo di vero: nelle località e nei Paesi di maggior capacità lavorativa il Campanone è stato sempre largamente rappresentato.

Le modeste risorse produttive della nostra zona non hanno mai concesso alternativa: era necessario uscire. Per alcuni emigrare significava migliorare, ma per moltissimi altri voleva dire sopravvivere.

Si partiva quindi per i grandi centri della Penisola, si praticava il commercio ambulante, si emigrava all’estero. E chi attraversava il cosiddetto bozzo era, per lo più, senza un mestiere, senza una qualche attitudine, solo accompagnato da molte speranze. Sperava di trovar lavoro e poter risparmiare, di migliorare quel lavoro per poter raddoppiare i risparmi. E non si può dire che le speranze di tutti costoro siano andate deluse: molti, forse la maggior parte, si ritrovano sistemati in maniera solida. I loro durissimi, innegabili sacrifici dei primi tempi sono stati largamente e giustamente ricompensati.

L’emigrazione all’estero è calata sensibilmente in questi ultimi tempi, mentre è in altissima percentuale lo spostamento verso le nostre grandi città. Comunque ci si allontana sempre dal Campanone con una stretta al cuore, oggi come allora, e non lo si dimentica più.

Se per i prossimi anni potessimo indire una Giornata dell’Emigrante pontremolese e richiamare all’ombra del Campanone i figli lontani, tutti coloro che vivono oltre la Cerchia delle quattro torri, ci renderemmo conto non solo del loro numero, della loro posizione attuale, delle loro risorse, ma principalmente dell’attaccamento alla loro terra dalla quale non avrebbero mai voluto staccarsi.

Forse in quell’occasione finiremmo per convincerci che costoro non hanno invaso il mondo intero ma lo hanno sentimentalmente conquistato.


Chi sarà stato, quale genere di lavoro avrà svolto il primo nostro emigrato?. Mi rivolse questa domanda un amico libraio, mentre visitavo il suo bellissimo negozio di Genova. Cercai di rispondere  qualcosa; dissi che il primo sarà stato un ambulante, forse del Seicento; che non è da escludere che dalla nostra terra si sia allontanata gente ancor prima… Cercai poi di cavarmela concludendo che non sarà mai possibile risalire al primo emigrante, rintracciare il primo pontremolese che si allontanò alla ricerca di lavoro.

Fu a questo punto che l’amico mi mostrò un documento assai interessante in fatto di emigrazione pontremolese: un libretto di lavoro. elegantemente foderato in carta-pecora, rilasciato dalla città di Genova. Non è certamente del Seicento o del Cinquecento, anzi è piuttosto recente, ma senza dubbi è di interesse estremo. In esso si può leggere: «Città di Genova, Quartiere di S. Vincenzo. Libretto n. 3278 di Bertagna Annunziata, nata Papi di Pontremoli, di anni 38, lavoratrice di casa al servizio dei signori Galli-Rossi con domicilio in S. Giusto. Si rilascia il presente sovra la presentazione di carte regolari. Genova, 24 febbraio 1840 ».

Di simile libretto, che funzionava da lasciapassare, dovevano essere in possesso, secondo le disposizioni emanate da Carlo Felice già nel 1829 « tutti gli individui dell’uno e dell’altro sesso, che prestano loro opera o servitù all’anno o al mese, qualunque sia loro arie o mestiere, e sotto qualsivoglia titolo o denominazione servano o lavorino nelle case de’ privati, nelle manifatture, negli alberghi, nelle cucine etc. etc. ».

La tradizione vuole che, nello stesso periodo, alcuni nostri ambulanti si specializzassero nella vendita di libri a sistema capillare. come si direbbe oggi, e prendessero a girare con la loro gerla per lungo e per largo la Penisola recando nelle case, fra gli altri, i volumi  “proibiti” di ispirazione liberale che inneggiavano all’indipendenza e all’unità d’Italia.

I librai pontremolesi, che furono inizialmente librai ambulanti (alcuni li sono tuttora), hanno quindi la loro origine nel primo periodo del Risorgimento italiano.


L’emigrazione in massa dalle nostre zone ebbe però inizio sulla fine dell’Ottocento. Molti degli operai che erano stati impiegati ai lavori del Borgallo, ultimata la galleria, furono assunti da imprese svizzere specializzate in trafori ed impianti di comunicazione. Era il periodo del grande sviluppo ferroviario. Costoro non ebbero però la fortuna di chi, poco più tardi, si avventurò a Londra o negli Stati Uniti dopo pochi anni, la maggior parte tornò a casa e si ritrovò alle prese con il solito problema.

Furono gli abitanti di Bratto e di Braia a dare l’avvio alle grandi imprese di oltre confine e partirono per l’Inghilterra ben presto imitati da altri. E si trattò di vere avventure. Lasciarono i loro paesi decisi a tornare, un giorno, con una certa fortuna; affrontarono disagi e sacrifici di ogni genere pur di riuscire nell’intento.

Di questo dobbiamo dare atto alle genti di Bratto e di Braia, cosa per cui essi devono andare orgogliosi: aver avuto la forza del sacrificio e la saggezza del risparmio, di aver creduto in un domani più roseo e di non aver disperato mai.

All’emigrazione verso l’Inghilterra e l’America del Nord seguì quella per la Francia e l’Argentina: Paesi altrettanto ospitali che furono mèta di buona parte di pontremolesi fino all’inizio dell’ultimo conflitto. Quindi si registrarono altre partenze per l’Argentina, e poi per il Venezuela e l’Australia.

Oggi l’emigrazione all’estero è notevolmente ridotta, in considerazione della possibilità di impiego di mano d’opera specializzata nelle grandi città della Penisola. A queste sistemazioni in massa non è affatto estranea la bontà di alcuni concittadini che, occupando posti di rilievo nei centri nazionali più produttivi, hanno contribuito sostanzialmente alla temporanea soluzione di uno fra i problemi più spinosi della nostra zona.

E la miglior fortuna arrida ancora a tutti i pontremolesi lontani, alle varie “Colonie” e “Consolati” sorti un po’ ovunque per raccogliere tutti i figli del Campanone, « per rinsaldare i vincoli con la terra natia e favorire lo sviluppo di quei sentimenti che legano alla terra comune e che la lontananza da essa rende più forti ed indissolubili “(1); perchè il ricordo di Pontremoli rimanga indelebile e si allarghi idealmente la Cerchia delle quattro torri.

NICOLA MICHELOTTI, Lavoro pontremolese nel mondo, tratto da “ Il Campanone”, Almanacco pontremolese, 1961 – 1962, Edizione Città del Libro, pgg. 153 – 156

(1) Dallo Statuto del Consolato Pontremolese a Milano.

Immagine di introduzione alla pagina: “Pontremoli – La storica torre di Castruccio, detta popolarmente il Campanone, in un suggestivo angolo della piazza. (Ripr. G. Nicolosi)”

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