IL SALOTTO LETTERARIO DI ANNETTA MALASPINA DELLA BASTIA ALLA CORTE DI PARMA

Ritratto di Anna Malaspina, eseguito nel 1759 da Louiis Michel van Loo. Parma, Cassa di Risparmio

La pace di Aquisgrana del 1748 assegna a Filippo di Borbone. secondogenito di Elisabetta Farnese e di Filippo V di Spagna, il ducato di Parma e Piacenza con l’aggiunta di Guastalla, dove da poco si sono estinti i Gonzaga. La pace pone fine ad un periodo di guerre combattute per la successione ai troni di Spagna, Polonia e Austria, aprendo un lungo periodo di concordia in cui gli stati italiani perseguono una vita civile migliore, secondo le indicazioni della cultura illuministica. Il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla si evidenzia per le riforme che riguardano la politica e l’economia, la cultura e l’assetto del territorio, le arti e il modo di vivere. I protagonisti di questa politica riformista ducale sono numerosi, provenienti per lo più dalla Francia, anche se la storiografia li compendia tutti facendo riferimento a Guglielmo Du Tillot (1).

Don Filippo entra in Parma il 9 marzo 1749, dove lo raggiunge la consorte Luigia Elisabetta di Borbone, figlia di Luigi XV di Francia. La corte francese sollecita la venuta di Du Tillot, “valet de chambre” di don Filippo, “comme une sorte d’observateur et de conseiller” che possa emancipare il ducato dalla pesante tutela madrilena (2). Il segretario passa da incarichi di corte a quelli di governo, divenendo nel 1759 primo ministro e il “deus ex machina” del ducato fino alla caduta in disgrazia e all’allontanamento nel 1771. Sotto il suo governo Parma si trasforma in una piccola Parigi. Quattromila francesi, per lo più in posti di responsabilità, invadono la città che conta non più di quarantacinquemila abitanti. La gallomania impera ovunque e raggiunge tali livelli da indurre i parmigiani a seguire la moda francese, perfino nelle prediche in chiesa (3).

Per realizzare le riforme Du Tillot si circonda di intellettuali che in ruoli diversi sostengono la sua politica e creano l’atmosfera culturale necessaria per farla accettare a nobiltà, clero, borghesia e popolo. In questo ambito e con questo intento svolge un ruolo di primo piano la marchesa Annetta Malaspina della Bastia, la cui bellezza e grazia assumono toni leggendari e il cui salotto è punto di riferimento per capire e interpretare una stagione così ricca di speranze e di idee. Nella rinascita del ducato la marchesa occupa un posto importante per essere l’amica e la musa ispiratrice di Du Tillot.

Il Settecento è definito “il secolo della donna” e le donne svolgono un ruolo determinante nell’organizzazione del “salotto letterario”, una delle istituzioni intellettuali più caratteristiche dell’illuminismo. Nei salotti, nati nelle società di corte del Seicento, le dame dell’aristocrazia incoraggiano la produzione di una cultura letteraria comune. In tutto ciò l’apporto femminile è fondamentale, perché è la padrona di casa che ospita nella residenza di famiglia e con la sua cultura e la sua personalità conferisce il carattere peculiare del salotto. Lei sceglie i componenti da invitare, presiede gli incontri e controlla l’agenda intellettuale del gruppo (4). Alla semplice buona creanza i salotti aggiungono la galanteria, “quel non so che” fatto di grazia e fascino che solo attraverso la frequentazione delle donne, e per le donne, è possibile acquisire e a cui viene improntato l’intero modo di comportarsi di una élite (5). Il ruolo ricoperto da Annetta Malaspina ha contribuito a sedurre gli spiriti cosmopoliti dell’Atene d’Italia e a diffondere con l'”immagine bella” il prestigio di una corte illuminata.                                       


Nata a Siena il 28 novembre 1727, Anna Maria è figlia di Dejanira Malaspina di Podenzana e di Giovan Cristoforo, marchese di Mulazzo della “linea di palazzo”. Agli inizi del Cinquecento, infatti, per riparare ai danni delle continue divisioni, i Malaspina decidono di adottare la primogenitura, ad imitazione di quanto hanno dovuto fare altre grandi famiglie italiane. Così i possedimenti del feudo di Mulazzo vengono riuniti, formando due linee che governano alternativamente di anno in anno e che prendono il nome di “signori del castello” e “signori del palazzo”, in quanto l’una abita il castello feudale e l’altra un palazzotto all’interno del paese. Dal matrimonio di Giovan Cristoforo con la figlia del marchese Alessandro di Podenzana nascono sei figli: Obizzo, Giovan-Francesco-Corrado, Cesare, Alessandro, Alberto e Anna Maria o Annetta. Il marchese abita quasi sempre a Firenze o a Siena, delegando il governo del feudo, prima al fratello Giovan Francesco, poi alla moglie Dejanira che sopravvive al marito per lungo tempo e prende “stabil dimora in Mulazzo (7).

Annetta, figlia di un Malaspina e di una Malaspina, “orgogliosa oltre ogni dire del glorioso ceppo da cui discende”, sposa nel 1751 il marchese Giovanni Malaspina della Bastia, figlio di Serafino e della contessa Teresa Borri di Parma, che alla corte di Parma è gentiluomo di camera di don Filippo (8). “Salito sul seggio marchionale – scrive Eugenio Branchi- Giovanni, non curandosi che delle investiture che ottenne nel 18 agosto 1738, 14 febbraio 1744, e nell’anno 1766, non si mosse giammai siccome il padre da Parma, lasciando che i suoi incaricati ministri, il capo dei quali era il suo Agente o Fattore, la privata e la pubblica cosa regolassero, servendosi delle terre subjette come luogo unicamente di passatempo e di villeggiatura (9). Dal matrimonio nascono quattro femmine: “Adelaide che fu moglie del Conte Alessandro Arrivabene di Mantova, Dama della Croce Stellata, e tra gli Arcadi Amarillide, Amalia-Gioseffa che sposò il Conte Artaserse Bojardo di Parma, in onor della quale e in occasione delle sue nozze Giovanni Arrivabene stampò in Parma un Epitalamio, Enrichetta che maritossi al Bali Demofilo Pavesi-Fontana di Parma, e Matilde, intorno la quale per quanto sembra si ha una domanda della madre al Granduca di Toscana del 1785 per chiuderla, forse per mal costume, nella Pia Casa di Carità in Pisa (10).

Il ducato di Parma, collocato tra la Toscana e il Milanese, diventa “una strana isola di influenza francese” governata da un pronipote di Luigi XIV. Du Tillot, investito del marchesato di Felino, sa ispirare fiducia al giovane sovrano, a suo padre Filippo V e a suo suocero Luigi XV, ottenendo praticamente carta bianca per le felici riforme che assicurano un’invidiabile prosperità al piccolo stato (11). Don Filippo e Luigia Elisabetta amano le feste, il teatro, la caccia e Du Tillot cerca di compiacere in ogni modo ai desideri della coppia regale. In particolare la giovane duchessa, che accarezza mire espansionistiche del ducato verso il mare, capisce che l’intraprendente ministro è l’elemento indispensabile per lo sviluppo del nuovo stato. Annetta Malaspina viene nominata dama di Luigia Elisabetta e partecipa alla vita di corte, prendendo parte ai giochi di cui l’infanta è appassionata. Assiste ai concerti da camera e alle rappresentazioni, alle feste del Collegio dei Nobili e alle assemblee poetiche degli Arcadi di Parma. Accompagna in più оссаsioni la duchessa a Parigi, presso la corte del padre Luigi XV, dove soggiorna dal 1757 al 1760, suscitando attorno a sé l’attenzione e le lodi della corte. Fra i protetti dell’ infanta a Parigi c’è il poeta François-Augustin Paradis de Moncrif, che scrive alcuni versi in onore di Annetta. Carlo Innocenzo Frugoni, venuto a conoscenza dell’episodio galante, ne fa il tema di un sonetto dedicato alla Malaspina a Parigi. Scusandosi di non possedere “la penna onorata e famosa che le Muse diedero al dotto Damoncrif’, il poeta italiano arcadico suggerisce senza gelosia alla “dolce Dea italiana”, a questa “donna immortale” di rivolgersi a colui “Che di te scrisse in si leggiadri modi, / Degna del Sacro onor de’ Carmi sui (12).

A Versailles la marchesa Malaspina suscita l’ammirazione del re e la gelosia della stessa Pompadour (13). Scrive il conte Pompeo Litta: “E’ di questa donna che si racconta andasse in Francia col gesuita Bettinelli, per cacciar di scranno la Pompadour grande persecutrice de’ gesuiti. Si trattava di far conoscere la bella italiana a Luigi XV, onde colle sue grazie potesse ammaliarlo a vantaggio della Compagnia di Gesù. Anna Maria fu alloggiata in Versailles, ma l’avveduta Pompadour non la perdé d’occhio, l’oppresse di cortesie, tergiversò tutti i suoi disegni. Vide però Anna Maria due volte in secreto il Re, che allora era già quasi putrido, e ritornò a casa col disonore di una pensione (14). La pensione di cui si parla le spettava come liquidazione dopo la morte della duchessa, avvenuta a Parigi il 6 dicembre 1759 a causa del vaiolo, a soli trentadue anni (15). Ma, per Litta, Annetta è “donna di straordinaria avvenenza, di sommo talento, generosa di cuore, ma di smisurato orgoglio” e Branchi la considera “corollario non molto decoroso” della vita del marito, marchese della Bastia (16).

Du Tillot regge con fermezza ed intelligenza le sorti del ducato e la Malaspina, “che occupa un gran posto nella sua vita”, è il centro animatore della vita brillante ed elegante della corte (17). Il suo salotto diviene il ritrovo preferito da intellettuali e personaggi illustri. Frugoni rievoca nei suoi versi la lieta brigata di casa Malaspina: Du Tillot, il marchese Francesco Bonvisi, i conti Antonio e Luchino Dal Verme, il capitano corso Giovanni Castagnola, Giuseppe Pezzana, il conte Rossetti, il marchese Giambattista Meli Lupi di Soragna e suo figlio Diofebo, Stefano di Condillac, Paolo Maria Paciaudi, il marchese Francesco Ottavio Piazza, Gioseffo Scacchini, monsieur La Rochette, il conte Antonio Maria Boselli, Giovanni e Ignazio Bergonzi, il marchese Calcagnini, monsieur d’Antoine conte di Belvedere, il conte Magnoni, l’ambasciatore di Malta Bali di Bréteul, Anton Gioseffo e Carlo Gastone di Rezzonico, Guido Antonio Scutellari, il maggiore barone Duminique, Gian Domenico Borzoni, monsignor Boscoli, il maggiore Betti, Giuseppe Maria Pagnini, il marchese di Bertholon, Antonio Costa, il Saint-Germier e “cent’altri adoratori e incensatori” (18).

L’ambiente galante, la società con i ricevimenti, i divertimenti, i viaggi in campagna, offrono a Frugoni la possibilità di cantare Parma come “la Città cara agli Dei”, “la Città, che è nuova sede / d’immortal nascente impero”, il teatro della bellezza. La vita gaudente, le conversazioni brillanti e salaci, le schermaglie d’amore vengono celebrate in canzonette leggere, strofe per cembalo, che “fermano l’occhio come documenti festevoli nella storia del costume settecentesco (19). Ad Annetta, “Fiorilla Dianeja” in Arcadia, il conte Gio. Antonio Liberati dedica il suo poemetto Taneto e Frugoni la canta come “la diletta da la sorte, / la delizia de la Corte” (20). Annetta è definita da Angelo Pezzana “dama d’ingegno vivacissimo, di persona bellissima, di modi oltre ogni credere dignitosi, nobili, cortesi”, “l’idolo al quale tutti alzavansi gl’incensieri di que’ dì, anche per gli aulici favori non duraturi che la circondavano”(21).


Ritratto di Guglielmo Du Tillot del pittore Pietro Melchiorre Ferrari. Parma, Galleria Nazionale

Du Tillot dirige la politica parmense in modo riformatore e lotta energicamente per fronteggiare nel piccolo ducato la crisi economico-sociale che avanza in tutta Europa (22). In agricoltura Du Tillot dà impulso alla coltivazione del gelso, introduce e favorisce quella della patata, che in quel tempo si sta diffondendo in Europa. Allenta i vincoli commerciali, favorendo esportazioni ed importazioni, curando strade e ponti. Apre fino a Bardi la grande strada per la Liguria. Contro la disoccupazione e la scarsa produzione incoraggia e sovvenziona la realizzazione delle merci più svariate: i bozzoli e le sete prima di tutto, poi gli oggetti di moda, come piume, drappi, calze, velluti, nastri, guanti e veli. Chiama dalla Francia e dalla Svizzera abili operai e artigiani col compito d’insegnare la loro arte, concede gratuitamente locali per le nuove industrie, le finanzia, assegna pensioni agli artigiani perché formino nuovi allievi. La stessa marchesa Malaspina si interessa di imprese industriali, come della fabbrica di tele indiane di calancà che Roger e  Lebrun avviano in Parma nel 1757 e che Felice Permoli e Sebastiano Ortalli rilevano nel 1764 (23). In occasione di una visita del ministro accompagnato da Annetta, il direttore di una fabbrica di tele indiane di Piacenza fa preparare una stoffa con le loro sigle intrecciate (24).

Contro i privilegi ecclesiastici Du Tillot pubblica nel 1764 la Prammatica, che vieta il passaggio di ogni bene nelle manimorte, con disposizioni restrittive anche per i passaggi già avvenuti. Dal 1765 opera una “giunta di giurisdizione” che avoca a sé “gran parte dei poteri dei tribunali ecclesiastici e non poche delle mansioni di sorveglianza in precedenza affidate agli organi della Chiesa (25). Il 3 febbraio 1768 vengono espulsi i Gesuiti dal ducato e i beni di molti ordini religiosi sono assegnati a istituti di beneficenza e d’istruzione pubblica. La giunta di giurisdizione affida al governo l’imprimatur dell’Inquisizione, “obbligando il clero alla pura predicazione evangelica con l’astensione da qualsiasi allusione ai principî riguardanti la sovranità, il governo, le leggi; proibendo infine qualsiasi ricorso a Roma (26).

Il nucleo centrale della politica di Du Tillot è legato a schemi propri dell’ancien régime, ma con aperture che gli vengono dalla sua adesione ai principî generali dell’Illuminismo. (27) Dalla sua corrispondenza col conte Charles Augustin Ferriol d’Argental, noto per l’amicizia che lo lega a Voltaire, ministro plenipotenziario del duca don Filippo presso Luigi XV, apprendiamo del contributo dato dal conte alla diffusione della produzione letteraria francese nel ducato. In particolare veniamo a sapere che è grazie a lui che le opere di Voltaire vengono recapitate dal tesoriere Claude Bonnet alla corte (28). I corrieri parigini portano, nel febbraio 1758, “Candide, nuovo libro di Voltaire” e nell’aprile 1760 “una piccola critica” dello stesso che accompagna “il discorso di Lefranc de Pompignan”. In maggio Bonnet fa arrivare a Parma “una commedia di Voltaire tradotta dall’inglese”; nel gennaio e marzo del 1761 “la tragedia Tancrède in formato grande” e un “opuscolo sul teatro inglese”; nell’agosto 1762 l’Histoire du Siècle de Louis XIV, giudicando assolutamente necessario che l’infante e il ministro la leggano (29). Sempre in quell’anno Du Tillot scrive al tesoriere parigino di spedirgli il ritratto di Voltaire in un’incisione di Fiquet, tratta dal pastello di La Tour, che si trova presso Duchesne, libraio in rue Saint-Jacques (30),

Attenti a ciò che avviene in Francia, stimolati dalle notizie ricevute, desiderosi d’istruirsi e di educare, felici di costituire brillanti collezioni per loro soddisfazione personale e per l’onore dello stato, gli uomini della corte si fanno arrivare i libri da Parigi, contribuendo alla diffusione del pensiero francese. Nel giugno del 1763 viene spedito “il secondo tomo dell’Histoire Universelle di Voltaire” e i sei tomi seguenti vengono recapitati regolarmente dai corrieri. Tra le spedizioni effettuate da Bonnet negli ultimi tempi del regno di Don Filippo, si trovano nel 1763 “un decimo tomo di Voltaire”, il libro su La Tolérance, “l’ottavo tomo di un’opera voltairiana non specificata”, ma che molto probabilmente è l’ultimo volume dell’ Essai sur les Mœurs et l’Esprit des Nations, nell’edizione ginevrina del 1761-’63, che Bonnet chiama Histoire Universelle. Seguono infine le Œuvres complètes di Voltaire nell’edizione di Ginevra dei fratelli Cramer, trenta volumi di cui i primi sette stampati nel 1768. In quello stesso anno, infatti, Bonnet sottoscrive con l’approvazione di Du Tillot per sei esemplari di questa pubblicazione, di cui possiede i primi sette volumi (31).

Il banchiere Claude Bonnet, legato al ministro da profonda amicizia, possiede un’abilità e un tratto particolari nel consigliare gli acquisti e nel far notare i limiti che la sua compiacenza non può superare. Nei mesi che seguono la morte di Luigia Elisabetta, la Malaspina fa visita a Bonnet a Parigi e inoltra una sua richiesta: “Questa mattina, Signore, ho dimenticato di chiedervi un favore, cioè di fornirmi ancora un po’ di danaro, perché ho finito i 1800 franchi che gentilmente mi avevate dato per ordine del signor Dutillot. Comprendo bene che vi occorrerebbe un altro ordine per soddisfare la mia domanda, ma il signor Dutillot è troppo giusto e si rende certo conto che qui non si vive a lungo con una simile somma… Se ritenete ragionevole la mia richiesta, vi sarò molto grata se vorrete soddisfarla e credere a tutta la mia riconoscenza”. Il tesoriere le ricorda che non può eseguire ciò che la corte non gli ordina e scrive al ministro: “Tutto quello di cui potevo assumermi l’iniziativa era quello di offrirle in anticipo la spettanza di aprile. Attendo la sua risposta e non dubito che questa bella signora accetterà la mia proposta che spero voi vorrete approvare” (32).

Rivolgendosi a Bonnet, Annetta sa di ricorrere a un uomo di gusto, al parigino conoscitore della vita culturale e al corrente delle novità della moda. Sempre Bonnet nel 1761 avvisa Du Tillot: “Voi troverete nella scatola n. 20 un pacchetto molto pesante indirizzato alla Signora Malaspina. Contiene dei diamanti che la signora De Stohremberg ha fatto montare per questa dama e che ha pregato tramite la Signora D’argental di farle avere per posta” (33). Le spedizioni dalla Francia arrivano a un punto tale che Du Tillot deve, a più riprese, mettervi ordine. Così Bonnet risponde al ministro nell’agosto 1765: “Continuerò a conformarmi più esattamente che mai ai vostri ordini di non ricevere alcun pacco per privati, fatta eccezione per coloro che mi avete indicato, cioè i signori di Keralio, Sanvitale, l’abate Condillac e la signora Malaspina” (34). L’inventario delle scatole trasportate da ogni corriere permette di contare le spedizioni di fronzoli per la signora Malaspina: “una scatola di merletti” una volta, “una scatola di pizzi di seta” un’altra, infine “una scatola di passamanerie”(35). Il conte di Caylus, antiquario parigino, invia a Du Tillot due bastoni da passeggio, dicendogli che il più piccolo è “per la sua innamorata”(36).

Nel 1761 Du Tillot nomina “regio bibliotecario” il padre teatino Paolo Maria Paciaudi, maestro e amico dell’Alfieri, con l’incarico di progettare la nuova biblioteca. Ventisette anni prima, nel 1734, don Carlo di Borbone aveva trasportato a Napoli, con la quadreria e l’archivio, la ricca e scelta libreria dei principi Farnese. Bisogna pertanto costruirne una nuova, che non faccia rimpiangere la splendida biblioteca farnesiana. Solo al principio del 1762 Paciaudi inizia a Parigi il suo effettivo lavoro di ricerca e raccolta di libri, in stretto rapporto con gli amici letterati e i librai della capitale. Gli acquisti si succedono velocemente perché il sovrano e il ministro, che apprezzano la dottrina e l’operosità di Paciaudi, non lesinano i mezzi. La nuova biblioteca viene collocata nel palazzo ducale della Pilotta e il disegno della scaffalatura è affidato al francese Ennemond Alexandre Petitot, l’architetto di corte. Manoscritti e stampati di pregio arrivano dall’Italia, dalla Germania, dal-l’Olanda, dall’Inghilterra e soprattutto dalla Francia. Nel 1768 i volumi della biblioteca sono 24.000, tutti buoni e scelti, fra i quali duemila rari e una trentina unici. Quindi la biblioteca si arricchisce dei libri degli espulsi Gesuiti. L’11 maggio del 1769 alla presenza dell’Imperatore Giuseppe II viene inaugurata con la prolusione di Paciaudi (37).

Ritratto di Paolo Maria Pciaudi, dipinto da Giuseppe Luccarelli. Parma, Museo Glauco Lombardi

L’espulsione dei Gesuiti da Parma mette in crisi il settore della scuola e dell’educazione, monopolio della compagnia, e pone il governo di fronte al problema di una riforma dell’insegnamento. Al vuoto nato dalla loro partenza si cerca di ovviare con il tentativo di creare una scuola coordinata e controllata dallo stato. La programmazione viene affidata a Paciaudi e la sua Costituzione per i nuovi regi studi, “invidiata da Firmian, ammirata a Parigi, imitata nel 1770 in Spagna”, appare come “uno dei frutti pedagogici maggiori del moto riformatore italiano (38). In questo modo la politica di Du Tillot, al di là dell’ambito ristretto in cui viene sperimentata, s’inserisce felicemente nel clima “senza frontiere” dell’età dell’illuminismo italiano in cui, pur tra ritardi e precorrimenti, va definendosi nelle linee generali “una spinta per la costituzione di uno stato moderno” (39). Parma diventa il modello di una trasformazione intellettuale e politica, economica e religiosa: “la vetrina della politica borbonica in Europa (40).


Quando nel 1763 Azzo Giacinto Malaspina, primogenito del marchese Moroello “signore del castello” di Mulazzo, giunge alla corte dell’infante don Filippo di Parma come “Cadetto del Reggimento Infanteria”, diviene “uno dei partitanti più animati della Marchesa Annetta”, il cui salotto vive il suo massimo splendore (41). Al tempo della visita del duca di York alla corte di Parma, nel 1964, la Malaspina rifulge per “bellezza, senno ed eloquenza”, compone versi e tiene “discussioni d’arte e di filosofia condilacchiana”(42). Frugoni le dedica la poesia A Fiorilla Dianeja pastorella arcade. Per i primi leggiadri versi da lei fatti ed esalta la sua cultura nel componimento Alla detta Signora Marchesa: “Mille pregi sono in voi, / Siete, il so, sangue d’Eroi. / Siete bella, siete scaltra, / Quanto mai nol fu alcun’altra. / Il gran mondo, e la cultura / In voi tanti di natura / Doni egregi migliorò, / Parma, e Senna vi stimò”(43).

Il salotto della Malaspina è frequentato dal fior fiore dell’alta società e della corte ducale, sotto la guida indiscussa della bella Annetta. Du Tillot vi conduce illustri ospiti stranieri, come il barone scozzese James Mac Donald. Il barone letterato, dopo aver visitato Voltaire a Ferney e Cesare Beccaria a Milano, passa da Parma e Annetta chiede a Frugoni qualche verso per quel giovane scozzese che le muse hanno posto tra i saggi. Dopo aver lasciato la città Mac Donald indirizza a Frugoni un poema in latino che il poeta di corte traduce in “endecasillabi toscani”(44). E’ lo stesso Frugoni che con giochi letterari improvvisa qualche verso all’indirizzo del marchese di Paulmy che rientra nella sua ambasciata di Venezia; o saluta il conte di Rochechouart, “di sangue nobile e guerriero, del gran Re interprete fedele e degna immagi-ne”; o canta il buon Rochette, “grande amico dei piaceri”. “Grate son le vicende / Dell’ozio e delle cure. / Dove Fiorilla splende / Tutto è gioia e piacer”(45).

Nel 1763 il generale corso Cipolla è ospite del salotto della marchesa, frequentato anche da altri isolani, impiegati a corte o graduati dell’esercito, come Giovanni Castagnola, il capitano dei granatieri Ciavaldini, Antonio Carcopino e Simone Bartoli. Da costoro il ministro Du Tillot riesce ad ottenere informazioni di prima mano da trasmettere a Parigi sulla delicata “questione corsa” (46). Nella villa del Pantaro, verso l’Enza, di proprietà della Malaspina, si gioca alle “tanto amate pastorellerie dell’Arcadia”. Talvolta Annetta partecipa ai balli nelle ville vicine. Una volta l’anno è ospite del conte Beltramo Cristiani di Reggio, in occasione della fiera. Memorabile una gita alla chiesa di Gattatico, sempre descritta da Frugoni”. Nel 1767 Du Tillot accompagna Annetta alla chiesa delle suore di san Cristoforo, perché la marchesa è particolarmente devota ad un’immagine miracolosa che vi è custodita. Lo stesso vescovo di Parma, monsignor Francesco Pettorelli-Lalatta ama conversare spiritosamente con l’affascinante Annetta e dà prova di fedele amicizia ancora nel 1770, quando ormai le fortune della marchesa stanno declinando (48).

La Malaspina ama il gioco delle carte, uno dei passatempi preferiti della corte, incoraggiato dal duca Filippo. Si gioca a “brulotto”, “quindici”, “ambre”, “tresette”, “bambara”; la signora marchesa teme il “ghignone”; il gioco più praticato è “Faraone” e Frugoni chiama la villa del Pantaro “la corte di re Faraone”. Annetta è abile cacciatrice e partecipa in abito virile a battute sui monti: “Fiorilla, il tuo Pantaro / ti vide cacciatrice; / ma il tuo fucil felice/ne’ colpi suoi non fu. // Volò il minuto piombo/ ma la preda fu viva, /sul’ali fuggitiva/non volle cader giù. // Ninfa sublime e bella,/così ferir non dei:/ad altro nata sei:/a che nascesti il so./Brami che a te lo sveli?/A trionfar/de’ cori/con occhi feritori/Amor ti destino”. (49)

A Parma, dove è particolarmente intensa la vita teatrale ed è frequente imbattersi in spettacoli messi in scena dalla nobiltà, la marchesa Malaspina è tra i componenti della Società che nel 1768 fa costruire il “graziosissimo teatro” di casa Gian de Maria, nel borgo delle Colonne. Vengono rappresentate per lo più tragedie, tra le quali memorabile è il successo della Marianna di Voltaire (50). I componenti della Società, oltre alla Malaspina, sono la marchesa Soragna, la contessa Anna Arcelli, la marchesa Piazza, il marchese Meli Luppi di Soragna, un’altra madame Malaspina, il conte Castagnola e il conte Cavriani; mentre la direzione è affidata al Mangot (51). Frugoni in una poesia dedicata alla Malaspina, dopo essersi detto offeso per i troppi torti subiti, è disposto a far la pace, “Ma con patto, che a me lecita / Sia l’entrata a quella Recita, / Che già scrisse su la Senna / Di Voltair l’immortal penna. / Già le Dee di Giove figlie / Di voi dicon maraviglie; E le dicono di quella, /Che fedel con voi favella; / Pur lodando gli altri poi, / Che si fanno onor con voi (52).

E’ sempre Frugoni che costruisce facili allegorie in cui trasforma i convitati in piante, fiori o uccelli. Du Tillot è il protagonista di varie metamorfosi: una volta Cedro, un’altra Fenice, “uccello raro, unico al mondo”. Lo stesso Comante Eginetico canta Il nobile convito di casa Malaspina, dove trasforma in fiori i “degni convitati”: Annetta è trasformata in rosa, “de i fiori la regina”; il marito, “II Bastia, di viver tanto / Desioso, un amaranto”; Azzo Giacinto “Si trasformi qui in buon punto / Pien d’onor da l’Arno giunto/Di Mulazzo un nobil figlio / In ranuncolo vermiglio” (53). Quella Mulazzo che il Frugoni richiama scherzosamente nella poesia Alla Sig. Marchesa Malaspina: “Dama amabile, e in qual giorno / Vi vedrem qui far ritorno? /Da noi troppo vi togliete: / in Firenze, o in Lucca siete? / O in un luogo più romito/In due zz, e in o finito, /Che ha più sassi, che persone, / Siete voi col vecchio Adone?”(54).


Nella primavera del 1765 la marchesa Malaspina è tra le dame che accompagnano a Genova la principessa Luisa Maria, che va in Spagna per le nozze col principe delle Asturie. Nel luglio 1769 Annetta gode di un assegno annuo di 24.000 lire in qualità di Cameriera Maggiore, con sette donne sotto di sé, un proprio quartiere a corte con un maestro di casa, sei servitori e un cuciniere. Ma il 24 agosto 1769 entra in Parma la nuova duchessa Maria Amalia, figlia dell’ imperatrice Maria Teresa, che sposa don Ferdinando, succeduto giovanissimo al padre nel 1765. Invano Du Tillot cerca d’opporsi al matrimonio. Il marchese Cesare Malaspina, fratello di Annetta, ciambellano del granduca Pietro Leopoldo di Toscana, viene inviato alla corte di Parma “per congratularsi con l’Infante Don Ferdinando delle nozze con l’Arciduchessa Amalia” (55). Per le celebrazioni del matrimonio Azzo Giacinto svolge il prestigioso incarico di “cavaliere della quadriglia della tigre”, come si legge nella splendida pubblicazione, stampata dal Bodoni nella stamperia reale, composta da 76 pagine e circa 50 disegni del Petitot, dal titolo Descrizioni delle Feste celebrate in Parma l’anno MDCCLXIX per le auguste nozze di Sua Altezza Reale l’Infante don Ferdinando di Borbone colla Reale Arciduchessa d’Austria Maria Amalia.(56)

La Malaspina continua a svolgere la funzione di Cameriera Maggiore anche della nuova duchessa. Per qualche tempo l’infanta finge il suo attaccamento alla marchesa. Nel giugno 1770 va a farle visita al Pantaro e, malgrado i consigli contrari, vuole vedere le due figlie della dama d’onore che sono “nel periodo dell’eruzione” per la recente inoculazione contro il vaiolo. Ma ben presto l’arciduchessa, “l’austriaca, violenta e lussuriosa, sfrenata e dispotica”, oppone ogni sorta di difficoltà alla designazione della Malaspina come governante del bimbo che le deve nascere. Ci vuole tutta l’autorità di Maria Teresa perché Annetta, infine nominata “aia”, possa portare la principessina al fonte battesimale al posto dell’imperatrice. Da quel momento Maria Amalia, bizzarra e vendicativa, le infligge angherie di ogni tipo raccontate da Annetta in lettere e memoriali al duca d’Aiguillon. Anche nella corrispondenza dell’arciduchessa con la madre e della Cameriera Maggiore con l’imperatrice si coglie la grave difficoltà del momento (57).

Le ragioni di tanto astio sono da ricercare nel conflitto col ministro Du Tillot, sì che le satire contro di lui non mancano di colpire anche Annetta, accusata di eccessi scandalosi (58). Certo la sua relazione con Du Tillot è di dominio pubblico e il conte Dufort scrive: “Credo che il suo maggior torto sia quello di essere l’amica del ministro, e di avere, forse a proposito, fatto un po’ la governante… Non conosco nessuna qui che sia più adatta al posto di cui è stata privata” (59). Il 21 luglio 1771 Maria Amalia costringe proprio Du Tillot a dare comunicazione alla Malaspina della perdita di ogni carica e della condanna alla relegazione dalla corte. Il 19 novembre dello stesso anno il grande ministro deve lasciare Parma, dopo aver ricevuto la notifica del decreto di nomina del suo successore. La marchesa è allontanata nella sua villa del Pantàro, oltre l’Enza, dove continua a ricevere gli amici d’un tempo. Du Tillot, dopo essere stato accolto con benevolenza da Carlo III a Madrid, si ritira a Parigi dove muore nel 1774. Dopo sette anni di forzata e sofferta lontananza, Anna Malaspina viene riammessa a Parma, ma non alla vita di corte. Muore nel marzo del 1797.

Sulla morte di Anna Malaspina, Litta scrive: “Non molto tempo dopo le fu conceduto il ritorno in Parma, ma vietato il ricomparire avanti il sovrano, ond’essa si era ritirata a Mulazzo. […] Morì in Parma nel 1797, 5 marzo d’apoplessia in Giovedi grasso essendo a mensa” (60). Stanga, nel capitolo ultimo intitolato “Nel Feudo di Mulazzo”, dopo aver detto che “fu concesso alla Malaspina il ritorno a Parma, ma vietato di ricomparire avanti al Sovrano, perciò, sebbene continuasse ad essere ascritta nel novero delle Dame di Palazzo, si ritirò nel feudo paterno di Mulazzo”, aggiunge: “Un colpo apoplettico fulminò la Malaspina a tavola in pieno Giovedì grasso, il 5 marzo 1797 (61). Dallo studio dello Stanga è facile dedurre che la morte della Malaspina sia avvenuta a Mulazzo. Marcello Turchi nel suo Ritratto di Anna Malaspina “ispiratrice di poesia” ripete che la marchesa “si ritirò infine nel feudo paterno di Mulazzo, ove visse fine al 1797 (62). Bernini nella Storia di Parma conclude il capitolo “Parma sotto i primi Borboni (1731-1802)” con queste righe: “Dopo sette anni, la Malaspina fu liberata dal confino, ma non essendole concesso di comparire a corte, si ritirò nel feudo paterno di Mulazzo, dove visse tranquillamente fino al 17971 “(63). Ancora nel libro di Anna Ceruti Burgio, Donne di Parma. 20 profili femminili tra 400 e ‘800, edito nel 1994, alla fine del capitolo XII dal titolo “La musa del Du Tillot: Anna Malaspina della Bastia”, si legge: “La Malaspina si ritirò nel suo amato Pantaro; solo dopo sette anni fu liberata dal confino, ma privata della possibilità di frequentare la corte di Parma. Allora tornò nel feudo paterno di Mulazzo, dove mori nel 1797, a tavola, per un colpo apoplettico: era il Carnevale, e la fine della bella Annetta amante della tavola e delle allegre brigate, fu consona alla sua vita passata. Come commenta il Clerici, “mori com’era vissuta, tra un’eletta schiera d’amici giocondi, che le facevano corona a mensa, nel suo palazzo, senza accorgersene, tranquillamente” (64).

Nella Bibliografia Generale delle Antiche Province Parmensi, a cura di Felice da Mareto, alla voce “Malaspina Anna (1727-1797)”, nella breve presentazione troviamo scritto: “bella, colta e brillante, celebrata dal Frugoni e dal Monti, ammirata da Prospero Manara e dal Du Tillot, morta nella sua villa del Pantaro da lei trasformata in piccola reggia (65). Del ritiro a Mulazzo della Malaspina non si hanno documenti né testimonianze nella tradizione storiografica lunigianese. Per quanto riguarda il palazzo di Mulazzo, dove la marchesa si sarebbe ritirata, nella seconda metà del Settecento risulta già spogliato dei suoi arredi” (66). Neppure esistono elementi che lascino risupporre che la sua morte sia avvenuta a Mulazzo: nel registro parrocchiale dei morti non figura nessuna notizia. D’altro canto in un ripostiglio del duomo di Parma è stata rinvenuta l’epigrafe tombale, in cui si legge: “ANNAE. MALASPINA / EX. MARCHIONIBUS. MULAZZI / IOANNIS. MALASPINA. BASTIAE. DYNASTAE. UXSORI / MATRONAE. CRUCIGERAE. AUGUSTALI/IN AULA PARMENSI/MUNERIBUS. ET. HONORIBUS. QUANTIS. MAXIMIS. HONESTATAE / QUAE. INGENTIBUS. NATURAE. BONIS. ORNATA / HAEC. AD. EAM. USQUE. FRUGEM. VIRTUTE. SUA. PROVEXIT / UT. GALLIA. ATQUE. ITALIA. PERAGRATIS / UBIQUE. LOCORUM. INIECERIT. ADMIRATIONEM. SUI / ET. CLARISSIMORUM. HOMINUM. AMICITIAM. INIVERIT/HINC. PARMAM. REDUCEM/CUNCTIS. CIVIUM. ORDINIBUS. ACCEPTAM/QUOTQUOT. HUC. VENERE. CONSPICUI. VIRI / EAM. AD. UNUM. OMNES. CONTINUO. ADIBANT / HUIC, SUBITA. EHEU. NIMIUM. QUANTUM. BONIS. OMNIBUS/LUCTUOSA. MORTE. SUBLATAE. III. NON. MAR. MDCCLXXXXVII / ADELAIDES. ET. AMALIA. FILIAE. CUPIDISSIMAE/PARENTI. INCOMPARABILI. PP. / VIXIT. ANNOS. LXVIIII. MENSES. IIII.”. Al di sotto della scritta appare scolpito l’elegante stemma coronato, composto dalla doppia aquila bicipite e dal doppio leone rampante con lo spino secco, in rappresentanza dei due rami malaspiniani di Mulazzo e Bastia (67).

Ritratto giovanile di Giambattista Bodoni, del pittore Giuseppe Baldrighi. Parma, Museo Glauco Lombardi

Vincenzo Monti, nei versi sciolti posti a dedica dell’Aminta del Tasso, nel 1788, in nome di Gian Battista Bodoni, ricorda che “Erano d’ogni cor tormento allora / della vezzosa Malaspina i neri / occhi lucenti”. In questo modo il poeta sintetizza il significato della splendente civiltà dell’Atene d’Italia” e della vitalità della cultura parmigiana, animate dall’impulso innovativo impresso da Du Tillot, “Pericle novel”, e dall’azione culturale illuminata di Annetta Malaspina (68). Nei versi montiani della splendida edizione dell’Aminta, stampata da Bodoni per le nozze di Giuseppina Amalia col conte Artaserse Bajardi, si coglie la nostalgia di un’esperienza culturale unica e irrepetibile. Bodoni, dedicando alla marchesa Malaspina la sua nuova splendida edizione, intende rendere pubblico omaggio alla protettrice delle arti e al suo casato che vanta l’ospitalità dantesca, ma soprattutto a quell’età dell’oro della cultura parmense i cui protagonisti si stanno rapidamente allontanando dalla scena. L’epistola deve quindi rievocare quel passato, ricordare gli ingegni prediletti, farne rivivere l’elegante atmosfera (69). Quella Parma settecentesca offre, sotto il segno dell’intelligenza illuministica e attraverso la grazia “ispiratrice di poesia”, l’immagine stimolante di una società ricca di fermenti e umori che si apre verso prospettive europee (70)

Nel 1752 è sorta l’Accademia, detta più tardi di Belle Arti, diretta da un senato accademico in cui sono chiamati i maggiori artisti italiani e stranieri, con segretario Frugoni. L’Accademia bandisce periodicamente concorsi: a quello del 1771 partecipa il grande pittore spagnolo Francisco Goya. Nel 1760 si cominciano gli scavi di Velleia e col materiale ritrovato si dà inizio al Museo d’Antichità. Nello stesso anno, per volontà di Du Tillot, inizia le pubblicazioni la “Gazzetta di Parma”, settimanale ufficiale. Nel 1761 il padre Paciaudi è incaricato d’organizzare la nuova biblioteca Palatina. Nel 1768, chiamato dal Paciaudi, viene a Parma il saluzzese Gian Battista Bodoni, il grande stampatore che dalla sua celebre tipografia reale fa uscire libri d’insuperata bellezza. Ennemond Alexandre Petitot è l’architetto di corte: sono sue opere l’ampliamento del Palazzo del Giardino, il tempietto d’ Arcadia, la facciata della chiesa di San Pietro, lo Stradone con l’elegante Casino di sfondo, le scale monumentali di accesso al parco di Colorno, la decorazione degli appartamenti, il piccolo teatro di corte, la chiesa ducale, cioè quanto ha dato volto alla nuova Parma. Giovan Battista Boudard plasma i busti di don Filippo e di Frugoni, dissemina statue e vasi negli ombrosi recessi del Giardino ducale, scolpisce il bel gruppo del Sileno (71).

Il sensismo di Stefano Bonnot de Condillac, chiamato a Parma nel 1758, determina un particolare orientamento della filosofia italiana. Dietro raccomandazioni di Keralio, su proposta del duca di Nivernois, allora ambasciatore a Roma, il filosofo francese viene nominato istitutore dell’infante erede del ducato di Parma (72). La sua elezione a precettore presso il ducato di Parma è quasi “una sorta d’avallo pubblico e solenne alla sua fama scienti-fica, un premio ed un riconoscimento per una delle più fini personalità della Parigi colta del tempo (73). Nell’ambiente riformatore del piccolo stato, Condillac inaugura una stagione nuova del suo pensiero in cui cala le lumières nella pratica di governo, in una complessa operazione che non vede più in primo piano l’analisi dello spirito umano”, ma la storia e la politica. II pensatore francese scrive un Cours d’études pour l’instruction du Prince de Parma, in tredici volumi (74), con cui dimostra come il sovrano debba evitare di sostituire “la sua ignoranza, i suoi capricci e le sue passioni” alla giustizia e all’imparzialità della legge (75). Si tratta di realizzare un assetto sociale che, senza pretendere di modellarsi sul “progetto chimerico” di una perfetta uguaglianza, assicuri a tutti di che vivere decorosamente: “e io dico che dovunque ci sono mendicanti, il governo è vizioso (76). Filosofo che si fa precettore di un principe, Condillac è protagonista di un esperimento unico nel Settecento europeo, che attira l’attenzione e desta le speranze di Voltaire, d’Alembert e Diderot (77).

Gli sforzi del Condillac per dare un’educazione illuminata all’erede al trono ottengono ben pochi risultati. Ferdinando di Borbone, insensibile a ogni sollecitazione delle lumières e chiuso in un ostinato bigottismo, mette tutto il suo impegno a rovinare la legislazione giurisdizionalista di Du Tillot e a mettere fine alla breve stagione riformatrice del ducato. Lo notano con amarezza sia coloro che a Parma hanno svolto la loro opera, come lo stesso Condillac e Auguste de Keralio, sia coloro che hanno guardato con interesse e speranza al singolare esperimento pedagogico, come Diderot che, in una lettera del 6 dicembre 1775, segnala a Caterina II il Corso d’educazione del Signor Abate di Condillac, “un’opera eccellente di un precettore eccellente” che “non ha prodotto, tuttavia, che un allievo sciocco” (78). Nonostante tutto ciò, osserva giustamente Mario Dal Pra, Condillac “rappresenta l’acquisto di maggior rilievo che la cultura parmense abbia avuto durante quei decenni; ed esso si inserisce a sua volta nell’influsso complesso che la politica e la cultura francese esercitarono sul ducato di Parma” (79). Accanto al sensista Condillac in quel tempo operano a Parma l’ateo enciclopedista Alexandre Deleyre, l’ex gesuita Claude-François Xavier Millot, il barone Louis-Félix Kéralio seguace d’Holbach; mentre da lontano giunge “la benedizione… di Voltaire” (80). Quando nel 1767 Condillac lascia Parma, porta con sé “il dispiacere d’ognuno e l’ammirazione universale per tutto l’alto suo sapere e per le sue eminenti qualità” (81).


Ma lo specchio e la voce della società elegante parmigiana è l’abate genovese Carlo Innocenzo Frugoni (82). Il suo poetare è un “canzoniere da salotto”, un gioco, un mestiere, “un modo di vivere”. Alcuni aspetti della cultura arcadica, tra i più caratteristici della società aristocratica, trovano forme esuberanti nella poesia di Frugoni, “verseggiatore spesso approssimativo e quasi improvviso”, che scrive in funzione del trionfalismo galante della corte. La finzione è il mezzo tecnico che giustifica il tono declamatorio, la sonorità e la frondosità, gli indugi descrittivi e ornamentali. Il contesto mondano impone la celebrazione storica dei protettori “in forme pindariche tendenti al vaticinio e alla solennità”, mentre il sentimento amoroso è ridotto alla finzione dell’ars amandi”, dove il mondo di Venere si presenta come una miniatura. Frugoni coltiva tutte le forme liriche del secolo, ma soprattutto la canzonetta, la canzone ode, il verso sciolto e il sonetto, che a secondo dell’argomento è detto sacro, morale, eroico, galante o amoroso (83).

Il Frugono e l’Arcadia (particolare), dipinto da Pietro Melchiorre Ferrari. Parma, Galleria Nazionale

Poeta buono a tutti gli usi: per monacazioni e nozze, per l’invio di un dono e per una cerimonia funebre, per una bella dama che gli chiede di farle da segretario galante e per narrare d’un topo arrampicatosi sotto le vesti d’una cameriera. Molto abile nel comporre brindisi alla salute dei convitati o poesie leggere che narrano i piccoli incidenti di una festa o che cantano la magnificenza di un “giorno de’ Re”. La parola è per lui “sensuale e polposa come i frutti dell’orto della reggia di Colorno”. Nello studio La brigata frugoniana di casa Malaspina Carlo Calcaterra scrive: “Nella Parma borbonica, a cui Guglielmo Du Tillot sognava di dare il primato in Italia, il poeta genovese, celebrato allora come “il primo lirico del secolo”, era veramente dell’apollineo archimandrita; e intorno a lui era tutta frugoniana la società elegante dell’Atene d’Italia, frugoniano negli spiriti e nelle forme il lirismo con cui tentavasi di dare un’elevazione poetica alla vita d’ogni giorno e di render illustre con il canto delle Muse quell’opera di ricostruzione e di rinnovamento, per cui Parma, “detersa del vecchio squallor, godeva farsi / la meraviglia dell’estranie genti” (84). Questo mondo elegante e svagato è rap-presentato dal pittore Pietro Ferrari nel quadro Bosco d’Arcadia, dove fra le dame insaporite come ninfe agresti campeggia discinto e ispirato pastore Comante Eginetico. Di questa Parma, centro culturale di portata internazionale, “il corifeo” è Frugoni e “il fiore più splendido” è la bellissima Anna Malaspina della Bastia (85).

La cacciata da Parma di Du Tillot segna, in modo emblematico, la fine di un’epoca per il ducato. Ireneo Affò, il celebre bibliotecario e storiografo ducale, scrive: “Con lui partì da questa città la magnificenza e il buon gusto”8%. Infatti, subito dopo, comincia l’aperta reazione dei fautori dell’antico sistema e vengono annullati di colpo i risultati più importanti delle riforme illuminate. II clero per primo approfitta dell’appoggio della duchessa, della debolezza di Ferdinando e del malcontento popolare per ottenere il ripristino dei privilegi ecclesiastici. Ritornata l’Inquisizione, lo stesso bibliotecario Paciaudi, amico di Du Tillot, subisce l’onta della consegna nel carcere di Santa Cristina e l’intimazione di render conto del suo operato. Al suo posto nella direzione della Palatina subentra il padre benedettino Andrea Mazza, che riesce a farsi grande a spese del condannato. Nel 1774 si ritocca la Prammatica, nel 1778 vengono riaperti i conventi soppressi, nel 1793 i ge-suiti riacquistano potere. Un ritorno al passato, dunque, che non è solo for-male e che avviene non per la sola volontà del principe e dei suoi collabora-tori. In realtà il passato non è mai morto del tutto: la ventata riformatrice e le idee illuministiche ne hanno fatto prendere coscienza. L’evento liberatorio, “la rivoluzione”, può essere vagheggiato solo in qualche opuscolo, ma per il momento resta “patrimonio di una cultura, essa stessa bisognosa di ben altre spinte per divenire operativa tra gli uomini e le cose” (88).

Giuseppe Benelli, Il salotto letterario di Annetta Malaspina della Bastia alla corte di Parma, pubblicato in “Studi Lunigianesi” Voll. XXII – XXIX, anni 1992/1999, edito da Associazione Manfredo Giuliani, Villafranca Lunigiana


1.Cfr. G. Tocci, Il ducato di Parma e Piacenza, Torino, Utet Libreria, 1987, pp. 78-79.Il fatto che, tra i collaboratori di Du Tillot, ci siano uomini come Pezzana, Schiaffini, Nasalli, Paciaudi, Affò, Turchi, Riga, Capellotti, non ha sostanzialmente mutato l’opinione che il senso della circolazione delle idee sia dalla Francia verso il ducato.

2.F. Venturi, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria. Torino, Einaudi, 1969, II, p. 214. Nato nel 1711 a Bayonne, in terra di confine, Du Tillot compie gli studi a Parigi e raggiunge il padre in Spagna entrando al servizio della corte di Madrid come capo-guardaroba. Presto la sua pronta intelligenza e le singolari doti di mente gli valgono il posto di segretario particolare dell’infante don Filippo. Cfr. U. Benassi, Guglielmo Du Tillot. Un ministro riformatore del secolo XVIII. Contributo alla storia dell’epoca delle riforme, “Archivio Storico per le Province Par-mensi”, n.s., XVI, 1916, pp. 294-295; G. Tocci, op. cit., p. 80.

3. Cfr. L. Farinelli, Introduzione, in Gazzetta di Parma 1760, Parma. Public Promo Service Editrice, 1993, pp. VII-VIIL

4.Opere teatrali, composizioni poetiche e in prosa vengono lette ad alta voce e spesso, prima di essere presentate al grande pubblico, modificate in funzione delle critiche dei partecipanti. Cfr. D. Outran, L’illuminismo, trad. di G. Arganese, Bologna, Mulino, 1997, pp. 116-117.

5.Cfr.G. Duby – M. Perrot. Storia delle donne in Occidente. Dal Rinascimento all’età moderna. a cura di N. Zemon Davis e A. Farge, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 408-410.

6. “Esse, per assicurar viemmeglio l’unità di cui sopra, predisposero ed ottennero dall’Imperatore Carlo V di istituire ciascuna nel proprio seno la primogenitura: pattuirono poi formalmente di lasciare sempre in comunione il loro Mulazzo e di esercitarvi il potere alternativamente, di anno in anno, mediante i primogeniti”; L. Bocconi, Malazzo, in AA. VV, Castelli di Lunigiana. Pontremoli, Cavanna, 1927, p. 14.

7.E. Branchi, Storia della Lunigiana feudale, 1, Pistoia, Beggi Tommaso Editore, 1897. pp. 331-336. Branchi scrive che Giovan Cristoforo è morto tra il 1755 e il 1756 e che l’ultimo atto di governo della moglie si trova registrato il 21 marzo 1772. Ibidem, p. 336.

8. Stanga, La Marchesa Anna Malaspina della Bastia, Cremona, Stabilimento Tipografico Società Editoriale “Cremona Nuova”, 1932, p. 8; G. Sforza, Anna Malaspina, “Giornale storico  della Lunigiana”, 1915, pp. 59-62.

9.E. Branchi, op. cit., II. p. 753.

10.Ibidem. pp. 753-754.

11.”M. Vaussard, La vita quotidiana in Italia nel Settecento, trad. di M. Pizzorno, Milano, Rizzoli. 1990, pp. 8-9.

12. Cfr. H. Bedarida, Parma e la Francia (1748-1789), a cura di A. Calzolari e A. Marchi. introduzione di G. Cusatelli, I, Parma, Segea Editrice, 1986, pp. 247. Frugoni nel 1757 traduce e adatta due delle tragedie liriche di De Moncrif dal titolo Gl’Inca del Perú e Zelindoe re de’ Silfi?

13.Cfr. I. Stanga, op. cit., pp. 11-13; II Viandante (Carlo Caselli), Lunigiana ignota, La Spezia 1933, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore, Bologna 1976, pp. 98-100. In una lettera di Luigi XV al duca Filippo, del 4 settembre 1757, si legge che il re la considera donna “grande e ben fatta”. Cfr. C. Stryjenski, Le genre de Louis XV, Don Philippe, Infant d’Espagne et duc de Parme, Paris 1904, p. 400.

14.P. Litta, Famiglie celebri italiane. Malaspina, Parte 1, Fasc. 133, Tav. XXII, Milano 1852.

15.Durante la malattia la duchessa raccomanda vivamente allo sposo la povera marchesa Malaspina, costernata per il dolore del distacco imminente dalla sua sovrana. Cfr. U. Benassi, op. cit., “Archivio Storico per le Province Parmensi”, n.s., XIX, 1919, p. 154.

16. P. Litta, op. cit.; E. Branchi, op. cit., II. p. 755.

17.Cfr. M. Turchi, Ritratto di Anna Malaspina “ispiratrice di poesia”, “Aurea Parma”, LX. 1976. 1. p. 5. Litta scrive che Annetta “era molto intrinseca al primo ministro di quella Corte”: P Litta, op. cit. Tav. XXII.

18.Molti di questi nomi li troviamo in C.I. Frugoni, Il festeggiato re della Fava in Poesie dell’Abate Carlo Innocenzo Frugoni fra gli Arcadi Comante Eginetico, XIV, Lucca, Bonsignori. 1780, pp. 202-203,

19.”A. Piromalli, Società, cultura e letteratura in Emilia e Romagna, Firenze. Olschki, pp. 65-80

20. Cfr. G.A. Liberati, Taneto brevemente descritto in versi da Nirisbo Scamandrico P. A. e da lui dedicato alla Egregia e Nobil Donna Marchesa Anna Malaspina della Bastia, nata Marchesa Malaspina di Mulazzo, Dama di Palazzo di S. A. R., fra le pastorelle d’Arcadia Fiorilla Dianeja, Parma, Parma, Borsi, 1756; C.I. Frugoni, Alla detta Signora Marchesa, in op. cit., V. p.176. L’Arcadia, nata a Roma sul finire del Seicento, dopo la morte della regina Cristina di Svezia, tra i frequentatori del suo salotto, è l’accademia più caratteristica del Settecento e trova un particolare sviluppo nella corte farnesiana di Parma, “Crisopoli”, l’Atene d’Italia del tempo. Gli accademici adottano nomi dagli echi pastorali e pubblicano il “Giornale Arcadico”, Cfr. A. Piromalli, L’Arcadia, Palermo, Palumbo, 1963.

21.A. Pezzana, Continuazione delle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, raccolte da p. Ireneo Alfio Parma, Ducale, t. VI. parte 1, 1825. pp. 9-10.

22.Cfr. U. Benassi, Guglielmo Da Tillot. Un ministro riformatore del secolo XVIII. Contributo alla storia dell’epoca delle riforme. “Archivio Storico per le Province Parnensi”, n.s., XV, 1915, pp. 1-121: XVI, 1916, pp. 193-368; XIX. 1919, pp. 1-250.

23.Cfr.E. Casa, Storia dell’amministrazione di G. Du Tillot, “Archivio Storico per le Province Parmensi, 1893, p. 161.

24. A. Ceruti Burgio, op. cit., p. 98.

25.F. Venturi, op. cit., p. 219.

26.Ibidem, p. 220, G. Drei, Notizie sulla politica ecclesiastica del ministro Du Tillot. Sua corri spondenza segreta col vescovo di Parma, “Archivio storico per le Province Parmensi”, n.s. XV, 1915, pp. 197-230; F. Bernini, Storia di Parma, Parma, Luigi Battei, 1976, pp. 138-140; G Tocci, Il ducato di Parma e Piacenza, in AA.VV. I ducati padani, Trento e Trieste, Torino, Utet, 1979, (“Storia d’Italia”, XVII, diretta da G. Galasso), p. 306.

27. Cfr. H. Bedarida, op. cit., I pp. 81-124.

28.Cfr. A.M. Moschini. Dalla corrispondenza Du Tillot-D’Argental: i primi passi di un Ministro, “Archivio Storico per le Province Parmensi”, s. IV, XXXVII, 1985, pp. 526-527. Sui rapporti tra Voltaire e d’Argental si veda M.B. May, Conte d’Argental. “Studies on Voltaire and the Eighteenth Century”, n. 76, 1970. Per quanto riguarda la fortuna del pensiero di Voltaire a Parma, occorre ricordare che il gesuita Saverio Bettinelli insegna a Parma nel prestigioso Collegio dei Nobili dal 1751 al ’59, pur con interruzioni, e con le sue lezioni delinea la più importante delle sue opere, Il Risorgimento d’Italia dopo il Mille, dove con limiti e remore attua “l’ideale illuministico di una storiografia civile sul modello dell’ Essai sur les mœurs di Voltaire. Del Collegio dei Nobili di Parma sono stati discepoli e ne hanno conservato un grato ricordo Pietro Verri e Cesare Beccaria. Cfr. M. Fubini, Premessa, in Atti del convegno sul Settecento parmense nel 2″ centenario della morte di C. I. Frugoni, Parma 10-11-12 maggio 1968, Parma, Deputa-zione di Storia Patria per le Province Parmensi, 1969, p. 14. Il Bettinelli è anche un ammiratore del Voltaire tragico e dal Catilina voltairiano in parte traduce e in parte riduce il suo Catilina. Nel 1757, di ritorno da Parigi, il gesuita sosta alle Délices in Svizzera per far visita al grande filosofo francese. Cfr. E. Bonora, Classicismo e illuminismo in Saverio Bettinelli, in Atti del convegno sul Settecento parmense, cit., pp. 49-65; V.E. Alfieri, Bettinelli e l’illuminismo, in Atti del convegno sul Settecento parmense, cit., pp. 67-76.

29.H. Bédarida, op. cit., I, p. 294. Tutti questi dati si ricavano dalla corrispondenza di Claude Bonnet col Du Tillot.

30.Ibidem, p. 297.

31. Ibidem, pp. 284-294. Lo spoglio delle lettere di Du Tillot col banchiere Bonnet e i suoi numerosi corrispondenti consente di redigere una lista lunghissima dei libri giunti dalla Francia per le necessità della corte, del governo e soprattutto della nuova biblioteca pubblica.

32.H. Bédarida, op. cit.,I, pp. 223-224.

33. A. Ceruti Burgio, op. cit., p. 98.

34.H. Bédarida, op. cit., I, p. 231.

35.Ibidem, p. 272.

36.A. Ceruti Burgio, op. cit., p. 98

37. La prolusione sarà stampata dalla vedova di Bodoni col titolo Orazione nel solenne aprimento della Reale Biblioteca di Parma. Cfr. A. Ciavarella, Notizie e documenti per una storia della Biblioteca Palatina di Parma. I 200 anni di vita dalla sua fondazione (1762-1962) e il centenario della morte di Angelo Pezzana (1862-1962), Parma, Biblioteca Palatina, 1962, pp. 9-18.

38.F. Venturi. Settecento riformatore, II, cit., p.223.

39. G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, Torino, Utet Libreria, 1987. p. 81.

40.F. VENTURI, Settecento riformatore, II. cit., pp. 214-216.

41.Cfr. E. Ruggeri, Biografia inedita di Azzo Giacinto Malaspina Marchese di Mulazzo, “Giornale Ligustico di Archeologia, Storia e letteratura”, XXII, 1897, 3-6 pp. 182.184; G. Sforza, Contributo alla biografia di Azzo-Giacinto Malaspina Marchese di Mulazzo, “Giornale Ligustico di Archeologia. Storia e Letteratura”, XXII, 1897, 3-6, pp. 180-181.

42.I. Stanga, op. cit., p. 9.

43.C.I. Frugoni, A Fiorilla Dianeja pastorella arcade. Per i primi leggiadri versi da lei fatti, in Poesie dell’Abate Carlo Innocenzo Frugoni fra gli Arcadi Comante Eginetico, III, cit., pp. 230-231; Alla detta Signora Marchesa, Ibidem, V. p. 175.

44. “C.L. Frugoni, Trasporto degli endecasillabi latini del cavalier Maggdonal in endecasillabi toscani mandati a Comante, in Opere poetiche, IV, p. 30. Cfr. H. Bédarida, op. cit.I, pp. 112-113 e 117.

45.Ibidem, p. 117.

46.Probabilmente l’interesse di Du Tillot per la Corsica è in funzione di un progetto dell’Infanta, che tanti ne formula per modificare la geografia dei possedimenti di don Filippo. Cfr. H. Bédarida, op. cit., I. p. 101. Sull’ufficiale corso Castagnola, il cui nome ricorre spesso nell’opera di Frugoni, si veda il libro di G.P. Clerici, Storie intime parmensi del Settecento. Opera postuma per cura di Antonio Boselli, Parma, Accomandita Editrice Invalidi, 1925.

47.Cfr. C.I. Frugoni, Gita alla chiesa di Gattico, in op. cit., IV. p. 186.

48.Cfr. U. Benassi, op. cit., “Archivio Storico per le Province Parmensi”, n.s., 1924, p. 201.

49. C.I. Frugoni, Alla Signora Marchesa Malaspina cacciatrice, in op.cit., III, pp. 239-240, Sul gioco delle carte Frugoni ha scritto numerosi componimenti poetici. Cfr C.I. Frugoni, Contro il giuoco del Brulotto, in op. cit., XIV, pp. 155-157; il Ghignone, in ibidem, pp 158-160; //Faraone in giro, in ibidem, pp. 167-169

50.P. Cirani, Musica e spettacolo a Colorno tra XVI e XIX secolo, Parma, Edizioni Zara, 1995, p. 67.

51.Ibidem, p. 95.

52.C.I. Frugoni, op. cit., XIV, pp. 188-189.

53. Ibidem, Il nobile convito, V. pp. 178-180.

54.Ibidem, p. 308.

55.E. Branchi, op. cit., I, p. 338. Cfr. C.I. Frugoni, Al Signore Marchese Cesare Malaspina. Cavaliero inviato da S.A.R. il Gran Duca di Toscana alla R. Corte di Parma. Alla tavola del Signore Marchese Colonello Calcagnini, in op. cit., IX, p. 134.

56.L’opera si divide in cinque parti: una prefazione, i Torneamenti, l’Arcadia, la Fiera Cinese e l’Illuminazione del giardino ducale di Colorno. I caratteri di stampa del testo, redatto in italiano e francese dal Paciaudi, sono forniti da Parigi dal Fournier, mentre gli incisori dei disegni preparati dal Petitot sono i migliori del tempo. Azzo Giacinto Malaspina figura in costume, come “cavaliere ignoto della tigre” del favoloso trofeo d’armi, combattuto l’otto e il dieci settembre, nella lista dei nobili partecipanti alla quadriglia della tigre con lo stemma malaspiniano. M. Pellegri. Ennemond Alexandre Petitot. 1727-1801. Architetto francese alla Real Corte dei Borboni di Parma, Parma, Tipografia Cooperativa, 1965, pp. 122-128. Fra le nobili pastorelle che recitano alla festa campestre, intitolata “L’Arcadia o le pastorelle d’Arcadia”, celebrata il 3 settembre, troviamo Adelaide Malaspina della Bastia e Teresa Malaspina di Licciana, Ibid., p.125. Adelaide Malaspina è una delle quattro figlie di Annetta, Amarillide in Arcadia, maritata nel 1775 al conte Alessandro Arrivabene di Mantova; I. Stanga, op. cit., p. 31. Teresa Malaspina, figlia di Cornelio marchese di Licciana, “poetessa per quanto sembra perché tra gli Arcadi chiamossi Aglauca“, sposa nel 1785 il marchese Giuseppe Malvezzi Angeletti di Bologna; E. Branchi, op. cit., II, p. 688.

57.Cfr. H. Bédarida, op. cit., I, p. 119.

58.Cfr. M. Turchi, op. cit., p. 5.

59.A. Ceruti Burgio, op. cit., p. 99.

60. P. Litta, Famiglie celebri italiane. Malaspina, Parte 1, Fasc. 133. Tav. XXII, Milano 1852.

61.I. Stanga, op. cit., p. 29 e p.33

62.M. Turchi, op. cit., p. 6.

63.F. Bernini, op. cit., p. 148.

64. A. Ceruti Burgio, op. cit., p. 99.

65.Bibliografia generale delle Antiche Province Parmensi, II. Soggetti, a cura di Felice da Mareto. Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Parma 1974, p. 638.

66.Cfr. G. Ricci, Residenze signorili dei Malaspina in Lunigiana: il palazzo del Poderetto, in AA. VV., Studi in onore e memoria di Luigi Firpo, Centro aullese di ricerche e studi lunigianesi, Associazione “Manfredo Giuliani” per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, Pontremoli 1990, pp. 95-104

67. Devo alla cortesia di Marco Pellegri, presidente della Deputazione di Storia Patria per le province parmensi, la fotocopia dell’epigrafe tombale.

68.Cfr. A. Bocchi, Vicende di una famosa dedicatoria, “Aurea Parma”, XII, 1928; A. Boselli, Le correzioni del conte di San Raffaele e di Tommaso Valperga di Caluso al carme malaspiniano del Monti, “Aurea Parma”, XXIII, 1939;G. Barbarisi, L’epistola del Monti alla Malaspina, in AA.VV, Atti del convegno sul Settecento parmense nel 2 centenario della morte di C. 1. Frugoni, cit., pp. 223-240.

69. Cfr. G. Barbarisi, op. cit. p. 230. W. Spaggiari, “Mansuete muse e ben torniti carmi”. Bodoni e gli autori, in AA. VV. Bodoni, L’invenzione della semplicità, Parma, Ugo Guanta Editore, 1999, p. 149,

70.Cfr. C. Calcaterra, La brigata frugoniana di Casa Malaspina, in II Barocco in Arcadia e altri scritti sul Settecento, Bologna, Zanichelli, 1950, pp. 99-113.

71.Cfr. F. Bernini, op. cit., pp. 145-146.

72.Il filosofo è già famoso per il Traité des systèmes, che ha avuto una notevole influenza sull’illuminismo francese, per il Traité des sensations, in cui la realtà del mondo esterno si consegue attraverso lo sviluppo gnoseologico della sensibilità, e per il Troité des animaux, che ristabilisce le distanze fra il materialismo di Buffon e lo spiritualismo di derivazione cartesiana, Sulla presenza di Condillac a Parma si veda U. Benassi, Il precettore famoso d’un nostro Duca. “Bollettino storico piacentino”, XVII, 1923, pp. 3-19; H. Bédarida, op. cit., I. pp. 237-244, R. Parenti, luminismo e tradizione in Condillac, “Aurea Parma”, XLIX, 1965, pp. 5-20.

73.M. Dal Pra, # Cours d’études di Condillac nuova enciclopedia del sapere, in AA.VV., Atti del convegno sul Settecento nel 2 centenario della morte di C. 1. Frugoni, cit., p. 26.

74.La sezione più ampia è costituita da una storia universale che va dai primordi dell’umanità al 1720. L’intera opera viene stampata dal Bodoni presso la Tipografia Reale di Parma nel 1772, ma l’edizione non viene diffusa per l’intervento del padre benedettino Andrea Mazza che, incaricato dal vescovo di Parma di esaminare l’opera sotto il profilo dell’ortodossia religiosa, esprime l’opinione che l’abate francese è da ritenersi uno esprit fort, scarsamente preoccupato dell’ortodossia cattolica. Le Osservazioni sull’opera la quale ha per titolo Cours d’Études etc. si trovano nel ms. 644 della Biblioteca Palatina di Parma, che contiene varie carte del padre Andrea Mazza, e sono espressione del clima culturale a Parma dopo la caduta del Du Tillot. Cfr. M. Dal Pra, Le “Osservazioni” sul “Cours d’études” di Condillac del P. Andrea Mazza, “Rivista critica di storia della filosofia”, XXVIII, 1973, pp. 37-49. L’edizione del Cours, in 16 volumi, viene diffusa in Francia nel 1775, con indicazione falsa del luogo, in un testo molto diverso da quello del manoscritto tuttora conservato alla Biblioteca Palatina di Parma. Solo nel 1782 l’opera viene pubblicata scopertamente a Parma, in tredici volumi, due anni dopo la morte dell’autore. Cfr. R. Bizzarri, Condillac, Brescia, La Scuola, 1946, pp. 34-36. M. Dal Pra, Il Cours d’études di Condillac nuova enciclopedia del sapere, cit., pp. 26-28: L. Guerci, La composizione e le vicende editoriali del “Cours d’études” di Condillac, in AA.VV, Miscellanea Walter Maturi, Torino 1966, pp. 187-220; R. Parenti, Il pensiero storico di Condillac, “Rivista critica di storia della filosofia”, XVII, 1962, pp. 167-179, 309-320 e XVIII, 1963, pp. 32-43, L. Guerci, Condillac storico, Milano, Ricciardi, 1978.

75.Cfr. Condillac, Œuvres complètes, XVI, Histoire moderne, I. VI. Paris, 1798, cap. IV. p. 180. Questa edizione delle opere complete del Condillac, stampata a Parigi in ventitre volumi, riproduce il testo del Cours d’études del 1775.

76. Ibidem., XVI, Histoire moderne, 1. VII, cap. V. pp. 388-389.

77.Ibidem, pp. 135-136.

78.Cfr. D. Diderot, Correspondance, a cura di G. Roth e J. Varloot, vol. XIV, Paris, 1968, p. 174. Su de Keralio eft. F. Venturi, La corrispondenza letteraria di Auguste de Keralio e Paolo Frisi, in AA.VV., Europäische Aufklärung. Festschrift für Dieckmann, a cura di H. Friedrich e F. Schalk, München, 1966, pp. 301-309.

79. M. Dal Pra, // Cours d’études di Condillac nuova enciclopedia del sapere, cit., p. 26.

80.Cfr. F. Venturi, Settecento riformatore, II, cit., pp. 218-219.

81.B. Bergoli, Il Condillac in talia, Firenze, 1902, p. 17.

82.Cfr. A. Equini, C.1. Fragoni alle corti dei Farnese e dei Borboni di Parma, Palermo, Sandron. 1920, 1-11

83.A. Piromalli, Società, cultura e letteratura in Emilia e Romagna, cit., pp. 67-68.

84. C. Calcaterra, op. cit., p. 103. II Calcaterra, che del Frugoni è il più attento ed equilibrato studioso, evidenzia la “sincera modestia” quando il poeta scrive: “La poesia è difficile, ed io sono in quella misera mediocrità, che non vuolsi soffrire ne’ poeti…”. In una lettera del 1763 alla redazione del Giornale di Pisa, Frugoni scrive di essere “verseggiatore, e nulla più, non Poeta, nome usurpato da molti, meritato da pochi”: Poesie dell’Abate Carlo Innocenzo Frugoni fra gli Arcadi Comante Eginetico, I, cit., p. XIV. Del resto il Frugoni è contrario a raccogliere in stampa i tanto numerosi e dispersi suoi componimenti, “degnissimi dice di morir tutti con lui”. L’edizione, infatti, della sua opera si fa solo dopo la morte. Tuttavia, se rimane valido il giudizio del Carducci che lo definisce “il più compiuto meccanico fornitore di metri alla moderna lirica italiana”, bisogna riconoscere col Fubini che “di rado la galanteria del Settecento fu cosi amabile e così senza pretese come in queste poesie, che si leggono ancor oggi con diletto e ci permettono di fare qualche piacevole scoperta”; M. Fubini. Premessa, in op. cit., pp. 10-11.

85. Frugoni è definito “il corifeo del secondo manierismo arcadico” da P. Emiliani Giudici, Storia della letteratura italiana, Firenze, Le Monnier, 1865. II.

86.U. Benassi op. cit., XV, 1915, p. 28.

87.Cfr. A. Ciavarella, op. cit., pp. 18-19. Ma, nonostante le denigrazioni, il Paciaudi riesce a dimostrare la propria innocenza e a riavere la biblioteca il 28 settembre 1772. Tuttavia l’atteggiamento ostile del benedettino non si placa, tanto che il Paciaudi, disgustato, si ritira dall’incarico di bibliotecario, che viene affidato al Mazza dal 1774 al 1777. Nel marzo del 1778 il Paciaudi, sollecitato dallo stesso duca, rientra a Parma come bibliotecario. Le finanze non sono più quelle d’una volta e non v’è più l’illuminato ministro Du Tillot. Tuttavia il Paciaudi riesce a raccogliere 40.000 volumi, quando la stessa Biblioteca di Parigi ne conta 180.000. Il Paciaudi muore nel 1785, lasciando erede della sua biblioteca il collaboratore prediletto, il padre Ireneo Affo. Ibidem, pp. 19-22.

88.G. Tocci, Il Ducato di Parma e Piacenza, Torino, Utet Libreria, 1987, p. 97.

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