IL SOLSTIZIO D’ESTATE, GLI OZIACI E LA NOTTE DI SAN GIOVANNI

Fig. 1 Il battesimo di Gesù da un dipinto di Giuseppe Comparetti, Piacenza, 1774 (collezione privata)

Il casuale ritrovamento di una pubblicazione (1) assai rara, riemersa dopo anni di oblio da un fondo archivistico lunigianese, per la singolarità degli argomenti trattati rivolti soprattutto a diffondere la conoscenza di forme linguistiche arcaiche anche attinenti però ad un patrimonio di saperi legati al mondo della cultura e della religiosità popolare, ci induce, alla luce delle acquisite nuove informazioni, a riprendere in esame temi di interesse etnoantropologico ai quali, alcuni anni orsono, avevamo dedicato alcune attenzioni (2) e dei quali in Lunigiana, si avvertono ancora oggi significative sopravvivenze.

Ci riferiamo alle “celebrazioni” dei riti solstiziali che, fino a poco tempo fa, ancora si praticavano in tutta la Val di Magra sia nel periodo estivo (21 giugno) sia in quello invernale (21 dicembre) durante i quali, soprattutto nelle campagne, assumevano particolari significati apotropaici che si coniugavano con la ricerca di presagi augurali.

Nel corso delle nostre ricerche abbiamo avuto modo di riscontrare però che mentre nello svolgimento dei riti connessi al solstizio d’inverno (partecipazione, preparazione e accensione dei fuochi e dei falò) si assisteva, di fatto, ad una sostanziale continuità con le tradizioni del passato, nel caso del solstizio d’estate, in base alle testimonianze raccolte, si avvertiva invece ormai soltanto la presenza di labili tracce di ciò che, presumibilmente, era appartenuto ad un assai più vasto patrimonio di usanze e di tradizioni sopravvissute ormai soltanto nel ricordo della magica Notte di san Giovanni.

Come in altra sede abbiamo cercato di dimostrare, il graduale declino dei riti solstiziali estivi dovrebbe essere messo in relazione ai mutamenti delle forme socio economiche e culturali ai quali era stato soggetto il territorio lunigianese nel periodo che aveva fatto seguito al secondo conflitto mondiale, periodo nel quale, venuta meno la funzione di forza trainante rappresentata dalle pratiche agricole (3), la conseguente decadenza del mondo contadino aveva determinato un crescente disinteresse nei confronti di alcune di esse e, segnatamente, in quelle connesse alla mietitura ed alla battitura del grano sulle aie con il cercine, sulle quali nelle nostre campagne si erano incentrate per secoli le liturgie propiziatorie del solstizio d’estate.

La tradizione della accensione dei fuochi, come abbiamo avuto modo di verificare, sebbene in misura diversa, era dunque comune ad entrambi i solstizi assumendo però, almeno in Lunigiana, significati diversi anche se tutti riconducibili ad una comune matrice.

A questo proposito cosi si esprimeva il Frazer: “…da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d’Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti fuochi di gioia, in certi giorni dell’anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra… la loro origine si deve cercare in un periodo molto anteriore alla diffusione del Cristianesimo… i sinodi cristiani del secolo VIII tentarono di abolirli in quanto riti pagani (4).

Tra le diverse interpretazioni delle feste del fuoco, due erano quelle alle quali gli studiosi rivolgevano le maggiori attenzioni. La teoria solare del Mannhardt e la teoria della purificazione proposta dal Westermarck. Secondo la prima i cerimoniali connessi alle feste del fuoco si svolgevano per assicurare la provvista necessaria di calore e di luce per aiutare il sole a risplendere quando la sua luce si affievoliva, mentre per la seconda, le feste del fuoco avevano una funzione purificatrice essendo intese a distruggere tutte le influenze negative tanto concepite in forme personali come streghe, maghi, demoni e mostri, quanto in forme impersonali come i malefici, le infezioni e le corruzioni diffuse nell’aria e le fatture (5).

Il motivo centrale della purificazione, che è comune a tutte le feste del fuoco che si celebravano nel corso dell’anno (fuochi di Carnevale, di Primavera, di Maggio, dell’Estate e dell’Inverno) è stato individuato nella stretta connessione che esiste tra morte-purificazione-rinascita, uno dei concetti principali che, da sempre, è stato alla base degli antichi riti propiziatori di questa religione agraria. Attraverso l’azione del fuoco, si eliminavano simbolicamente i mali, i dolori e i dispiaceri accumulati durante il ciclo che si concludeva e, contemporaneamente, attraverso lo stesso rito, si traevano presagi augurali di bene e di prosperità. Dal crepitio delle fiamme, dalla direzione del fumo e delle scintille così come dall’intensità dei bagliori, si traevano gli auspici, mentre i tizzoni raccolti tra le ceneri venivano conservati come preziosi amuleti (6).

Riferendosi queste riflessioni ai riti solstiziali dell’estate e dell’inverno, è forse il caso di tornare a soffermarci sull’atteggiamento che la Chiesa nel corso dei secoli aveva assunto nei loro confronti passando da situazioni e da procedure dapprima ostili e poi tolleranti, per poi assorbirli nelle proprie liturgie sostituendo i periodi ed i giorni solstiziali con le ricorrenze dei santi del proprio calendario cristiano. Fu così che la ricorrenza della natività di San Giovanni Battista (24 giugno) si sovrappose al solstizio d’estate, i fuochi del carnevale e della primavera vennero indicati come fuochi della Pasqua e, per quanto più da vicino ci interessa, le festività di san Nicolò (6 dicembre), di santa Lucia (13 dicembre), della Vigilia di Natale (altra notte magica tra il 24 ed il 25 dicembre), di sant’Antonio Abate (17 gennaio), di san Gemignano (31 gennaio), dettero nome a tutte le manifestazioni solstiziali che si svolgevano (e che tuttora si svolgono) nel periodo invernale in Lunigiana (7).

La possente reazione della Chiesa, attuata per debellare il paganesimo che manteneva profonde radici soprattutto nelle campagne e tra larghi strati della cultura popolare delle popolazioni della Val di Magra, dette vita ad una atipica situazione culturale che, a sua volta, generò una sorta di religione magica (o se si preferisce, una magia religiosa) per cui oggi è assai arduo poter stabilire fino a che punto ci sia di pagano nel ruolo e nella figura di san Giovanni Battista e di cristiano nel giorno del solstizio d’estate.

La Notte di san Giovanni

….chiamando i fuochi di mezza estate con il nome di San Giovanni Battista gli si è data una leggera tinta cristiana, ma non possiamo dubitare che la loro celebrazione dati da molto tempo prima del principio dell’era nostra. James G. Frazer (8).

Quando negli anni Sessanta del secolo scorso, con Patrizia Bellucci, con Riccardo Boggi e con i giovani dell’Associazione “Manfredo Giuliani”, raccoglievamo notizie sulle nostre tradizioni popolari indagando nel sopravvissuto della nostra cultura orale ormai avviata verso una rapida dissoluzione, estendendo le nostre attenzioni ed il nostro campo di azione anche verso gli argomenti che sono l’oggetto di questa rivisitazione, ci rendemmo conto che, di quel mondo, potevamo ormai raccogliere soltanto sparsi frammenti (10).

Dagli appunti presi durante le nostre indagini

Ricordi vaghi tramandati da tremule voci di persone anziane fanno cenno a pratiche rituali e ad usanze legate soprattutto alla notte dei falò ma anche alla mietitura, alle rugiade dagli effetti miracolosi, alle invocazioni e alle preghiere, alle frasi iterative di filastrocche perdute. Tutto ciò concentrato nella Notte di san Giovanni, la notte magica per eccellenza, tra il 23 ed il 24 giugno.

I fuochi (più corretto sarebbe dire i falò) rappresentano dunque la tradizione solstiziale alla quale più spesso si fa riferimento. Erano accesi sulle alture (il pensiero corre alle belle pagine di Cesare Pavese) ed erano più simili ai “carlisciari” (fuochi di Carnevale che venivano accesi anche nei cortili e nelle aie) che non ai grandi fuochi-falò del solstizio d’inverno ai quali si attribuivano poteri magico-apotropaici.

 Si raccoglievano i tizzoni (conservati come preziosi amuleti) per proteggersi dai fulmini e dagli incendi e per appenderli ai filari delle viti sulle piante da frutto e nelle stalle (usanza ancora praticata a Filattiera).

Ci si ballava attorno e ci si saltava sopra. A Filattiera fino a qualche anno fa “il salto del fuoco” veniva considerato un’usanza ben augurante per gli sposi.

Si riteneva che avessero il potere di tener lontane le streghe ed i loro malefici quando durante i loro sabba, sotto ed attorno alle querce, celebravano i loro riti orgiastici in onore del diavolo. Nel Comune di Licciana, “tutti parlano della Quercia di Morian… gigantesco albero che vegetava dietro Monte Vignale, tra la Pieve di Monti e Panicale, dove ora si apre la frana di Costadei attorno alla quale, nella Notte di san Giovanni si riunivano le streghe (11)!.

In tutta la Lunigiana e segnatamente nello Zerasco fino ad alcuni anni fa, si faceva ancora cenno a questa credenza.

I “fuochi” venivano accesi per propiziare un buon raccolto di grano, per proteggerlo dalle tempeste e per scegliere il giorno più propizio per iniziare la mietitura (usanza praticata in tutta la Lunigiana).

A Pallerone (Aulla) nella notte del 23 giugno si mangiavano gli agli allo spiedo cotti sulle braci del fuoco acceso nella Notte di san Giovanni per evitare il male alle reni durante il periodo della mietitura.

Nell’Alta Valle dell’Aulella, fino a qualche anno fa, la sera del 23 giugno sulle alture, affinché potessero essere visti anche da lontano, si bruciavano le “baldorie” ed i “carlisciari”, mentre fuochi più piccoli, attorno ai quali la gente faceva veglia ed i fanciulli si divertivano a saltare e nei quali si bruciava il “bucchio marino” dal profumo simile all’incenso, venivano accesi sulle aie e nei cortili (notizie che debbo alla cortesia del Sig. Valentino Spadoni di Ugliancaldo).

In Lunigiana, era soprattutto nella Notte di san Giovanni che i bambini andavano per lucciole da mettere sotto il bicchiere capovolto sul davanzale della finestra. La mattina seguente avrebbero trovato un “palancone” (10 centesimi) che le lucciole avevano lasciato per riconquistare la loro libertà.

Per guarire la sterilità, le donne si massaggiavano il ventre e le parti intime con la rugiada caduta nei prati nella Notte di San Giovanni (notizie raccolte nella Lunigiana montana a confine con il Parmense) (12).

A Castevoli (Mulazzo), durante la Notte di san Giovanni, veniva messa in funzione la quattrocentesca campana di san Bernardino. Fin dove si udivano i suoi rintocchi i frati del convento potevano fare la questua. Il resto, al di là di questo confine acustico, era di pertinenza dei frati del convento di san Francesco di Villafranca (informazioni che devo alla cortesia di Riccardo Boggi).

Secondo una credenza diffusa in tutta la Lunigiana, nella Notte di san Giovanni le ragazze da marito versavano un bianco d’uovo in un fiasco che veniva poi posto sul davanzale della finestra. La mattina seguente, guardando nel fondo del fiasco, si potevano scorgere le sembianze del futuro marito (si guardava nel fondo del fiasco anche per guarire dall’orzaiolo).

Durante la Notte di san Giovanni si raccoglieva “l’erba gialla” detta anche erba di san Giovanni (iperico) per preparare i decotti contro Therpes (usanza diffusa in tutta la Lunigiana)

Nella Notte di san Giovanni si confezionavamo i “brevi” da appuntare sulle magliette dei bambini per tener lontano il malocchio e le fatture degli invidiosi.

L’usanza del tizzone raccolto da un fuoco di san Giovanni usato dal capofamiglia per accendere il focolare domestico, non sembra essere stato molto diffuso in Lunigiana. Usanza legata invece ai “fuochi” del solstizio d’inverno.

Gli “Oziaci” e i giorni infausti

Fig. 2 San Giovanni – da un incisione del XVII secolo

San Giovanni è dunque il santo “magico” prodigo di attenzioni nei confronti di coloro che a lui si rivolgono con preghiere ed invocazioni. Quella che segue e che per comodità del lettore riproponiamo è una preghiera rivolta a “messer Santo Giovanni Battista” diffusa in tutta l’area della cristianità che così testualmente recita:

Verga fiorita, diletto di Cristo, vergine puro, figliolo benedetto, addomandate grazie per me dinanzi a Cristo.

Chỉ la dirà con divozione dinanzi alla maestà con la candela accesa con trenta paternostri ed avemarie a ginocchie ignude avrà quella grazia lecita che egli addimanderà.

Vuole si dire cento volte ogni mattina e la notte di San Giovanni mille volte. E avrà grazia chi la dirà con devozione (13).

A proposito di “Oziaci” (giorni fausti ed infausti), in Lunigiana, dove il culto di San Giovanni è molto diffuso, un antico proverbio recita: San Giovanni ha più anni (14), nel senso che chi ha più anni è più vecchio e chi è più vecchio è anche più savio.

Proprio al “savio” San Giovanni la cultura popolare si è rivolta con frequenza e devozione per invocare intercessioni e protezioni celesti. Un altro detto popolare recita: San Giovanni non vuole inganni, ed è forse questa una delle ragioni per la quale, al “savio santo” è stato de-mandato il compito di indicare, nel corso dell’anno ed in determinate circostanze, i giorni infausti e quelli fausti, perché gli uni sono mortali e gli altri vitali e un punto dae allegrezza e sanitade e l’altro dà tristizia e infermitade (16).

Fig. 3 Copertina della rivista “Scelta di curiosità letterarie inedite o rare”

Tracce di Oziaci potrebbero essere giunte a noi anche sotto forma di frammenti di frasi e di filastrocche e qualche segno lo si potrebbe ancora riscontrare, per esempio, nel detto popolare “né di Venere né di Marte, né si sposa, né si semina, né si parte“, indicando nel venerdì e nel martedì due giorni infausti, così come nella credenza dei numeri dispari (favorevoli) e dei numeri pari (sfavorevoli) come recita anche il proverbio: anno bisesto, anno funesto” (17).

La non perfetta conoscenza degli Oziaci generava dubbi, ansie e timori e non si dava inizio a progetti, ad opere murarie, a cure (salassi), alla semina ed ai lavori agrari in generale, se prima non era stata invocata la protezione di san Giovanni.

Quello che segue e che abbiamo dedotto dall’opera più volte citata, è un tipico esempio di Oziaco tra i più diffusi in Italia (18).

Germano Cavalli, Il Solstizio d’estate, gli Oziaci e la Notte di San Giovanni, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, vol. XLVI – XLVII, 2016 – 2017, edito da “Associazione Manfredo Giuliani” per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana


Qui appresso saranno iscritti tutti i di Oziachi, i quali sono forti di e pericolosi

APPENDICE


Oziaco del salasso

Strumenti chirurgici per il salasso.
L’immagine di San Giovanni conservata in un antico tabernacolo ( collezione privata)

APPENDICE N. 2

Pratica per risolvere i dubbi sulla sterilità di genere ed invocazioni per scongiurare gli aborti e favorire i parti


Note

1 Il titolo è il seguente: Scelta di curiosità letterarie inedite o rare (dal secolo XIII al XVII), dispensa LXXII, Ubbie, ciancioni e ciarpe del secolo XIV, Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1866. Il nº 143 dell’edizione di soli 202 esemplari, ordinatamente numerati, è in nostro possesso.

2 L’indagine alla quale facciamo riferimento è stata condotta praticamente in tutti i comuni della Val di Magra, nei primi anni Settanta del secolo scorso

3 Cfr. G. Cavalli. Un mondo che tramonta e uno che sorge, in AA.VV., La Stampa periodica pontremolese tra Otto e Novecento, Firenze. Consiglio regionale della Toscana, 2013.

4 Cfr. J.G. Frazer, Il Ramo d’oro della magia e della religione. Le feste del fuoco, pagg. 943 e seguenti.

5 Idem c.s.

6 Da una mia ricerca che ha per titolo: Note e appunti per una storia del floklore in Lunigiana. La tradizione del processo e del fuoco nel carnevale pontremolese, «Studi Lunigianesi», anno X, Artigianelli, Pontremoli, 1980.

7 È interessante far notare come tuttora (2015) in Val di Magra l’usanza di accendere i fuochi in determinate ricorrenze sia ancora sentita e partecipata a Villafranca (5 dicembre), a Filattiera (16 gennaio) e a Pontremoli (31 gennaio).

8 Cfr. J.G. Frazer, Fuochi di mezza estate di san Giovanni, op. cit., pagg. 960-961.

9 I risultati di quella indagine promossa dall’Associazione “Manfredo Giuliani” confluirono nella pubblicazione: Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese, a cura di Patrizia Maffei Bellucci con i contributi di Alberto Nocentini e di Riccardo Boggi, presentazione di Giacomo Devoto, Villafranca di Lunigiana, 1974. Il volume fu presentato a Villafranca il 27 ottobre 1974 alla presenza delle autorità e di un foltissimo pubblico dal professor Giacomo Devoto, dal professor Cesare Augusto Ambrosi e dalla professoressa Gabriella Giacomelli dell’Università di Firenze.

10 Facendo le debite proporzioni, dal confronto tra i risultati delle ricerche condotte sui fuochi di san Giovanni dal Frazer in Europa tra l’Ottocento ed il Novecento e le informazioni da noi raccolte in Lunigiana a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, si avverte la presenza di uno stesso denominatore che attesta l’appartenenza ad una radice comune che è patrimonio di tutti i popoli europei.

11 Cfr. L. Sartorio, Amica Lunigiana, Parma, 2009.

12 Notizie raccolte nella Lunigiana montana a confine con il Parmense. Per la soluzione dei dubbi circa la sterilità e sulle invocazioni per scongiurare gli aborti e favorire i parti, si vedano “le orazioni” pubblicate in appendice.

13. Cfr. Scelta di curiosità letterarie…. Op. cit., pag. 19.

14 La dizione completa (in dialetto villafranchese) è la seguente: “San Giovanni i g’apú anni. San Lorenz i g’apú témp. San Silvester g’èna dpuprèst. Chi g’è elpùvecc?”.

15 L’Oziaco del salasso è riportato integralmente in appendice. Cfr. Scelta di curiosità letterarie…. Op. cit., pag. 13.

16 Cfr. Idem c.s., Op. cit., pag. 13.

17 Un mio amico al quale avevo chiesto il favore di inviarmi due foto per un articolo, mi rispose: “Te ne mando tre perché il due porta male”.

18 Cfr. Scelta di curiosità letterarie…. Op. cit., pag. 11.

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