I LIGURI APUANI NELL’ALTO SANNIO*

La “Respublica Baebianorum”

“Un costante coraggio ed un’indomita volontà di essere liberi rendono la storia dei Sanniti di un interesse commovente.

Finanche i Romani, loro irriducibili nemici, lo rilevarono.

I loro storici, infatti, si servirono degli eventi delle guerre sannitiche per magnificare ed abbellire altri periodi della loro storia …; i poeti romani vi trovarono materiale interessante per la loro epica”. Con queste parole lo storico inglese E. T. Salmon conclude la sua magistrale opera: Samnium and the Samnites.

Nell’Alto Tammaro, lungo la via Minucia che dai monti dell’Abruzzo conduceva verso il mare delle Puglie, oggi denominata Tratturo, lungo i fiumi Biferno, Tammaro, Tammarecchia, da Bo-vianum, a Saepinum, noi aggiungiamo a Bebio, lo storico inglese Salmon ritrova il cuore della civiltà sannitica; lo storico Cianfarani la primavera della civiltà italica. L’antica capitale dei Liguri Bebiani si trovava sulla direttrice Bovianum-Saepinum.

Piccoli templi o cippi funerari sorgevano lungo la via Minucia per richiamare l’attenzione e la devozione dei viandanti e dei pastori delle transumanze. In tal modo, il tratturo già dal periodo della civiltà sannitica, pastorale e nomade, assumeva un significato mistico-religioso. Il santuario sannitico di Pietrabbondante sorgeva a poca distanza dall’altro grande tratturo che dalla Marsica conduceva sempre nelle Puglie. Bovianum, la capitale del Sannio Pentro, era lungo la via Minucia, il cui percorso è provato da un miliario rinvenuto a Carpinone e da altri due miliari trovati recentemente presso Pettoranello, con le distanze CXX e CXXI, entrambi del periodo augusteo (1).

Lo stesso tratturo è utilizzato come decumano maggiore di Saepinum.

A Sepino, dopo la porta beneventana, sulla sinistra del tratturo, si nota il mausoleo di Caio Ennio Marso, uno dei decurioni del municipio della città.(2)

Andando verso Circello, dopo Saepinum, vi era la Statio super Tamari fluvium, di cui parla l’Itinerarium Antonini (attuale Santa Croce del Sannio), ed infine Macchia di Circello ove sorgeva l’antica capitale dei Liguri Bebiani. Lungo la via Minucia, dunque, si avviarono i 40.000 Liguri Apuani nel 180 a. C., deportati e guidati dai Consoli M. Bebio Tanfilo e P. Cornelio, nelle zone del Sannio rima-ste deserte dopo le guerre sannitiche e diventate ager publicus. Essi scelsero la contrada denominata in seguito Macchia di Circello come centro della loro Respublica, alla destra della via Minucia andando verso Reino e alla sinistra del fiume Tammaro.

Molto è stato scritto dagli storici per localizzare l’ “Ager publicus populi Romani… qui Taurasinorum fuerat” di cui parla Livio (3).

Il nome di Taurasi compare per la prima volta sul sarcofago di Cornelio Scipione Barbato (C.I.L., 1, 29) che nel 298 a. C. la conquistò.

Nel testo di Plinio (Naturalis Historia, III, 70) abbiamo il toponimo Taurania per indicare un bel villaggio della Campania, già scomparso ai tempi dello stesso Plinio. Taurasi, di cui parla lo storico Livio, non può essere identificata con la moderna Taurasi. Secondo il Salmon, il “Taurasinorum” sta per un originale “Tauranianorum” del testo liviano, come sosteneva Stefano Bizantino.(4)

Cosi inverosimile sembra l’ipotesi che i campi (5) Taurasinorum siano i campi Arusini presso Benevento o che i campi Arusini si siano mutati in campi Taurasini, come ritengono alcuni storici e tra essi il Della Vecchia nella sua monografia Ricerche sulla vera posizione dei campi Taurasini, Napoli, 1823.

Il Meomartini, storico della provincia di Benevento, si chiede: “Ma dove erano i campi che erroneamente si dicevano Taurasini? Dove erano stati i Liguri Bebiani e Corneliani dei quali nulla ancora si conosce di preciso? Ed allora siccome nella provincia di Avellino vi è il comune di Taurasi, conosciuto più per la bontà del vino che pel nome, si vociò, senza alcun fondamento storico, che ivi fossero stati dedotti i Liguri.

Tutto ciò aveva per base l’erroneo principio che in Livio leggersi dovesse Taurasinorum, per accostarsi a Taurasi, e non Tauraninorum o Tauraininorum, siccome stava scritto in altri antichi codici. Quella lettera “s” è stata involontaria ed inconscia cagione degli errori assurdi di ogni specie. Attualmente, giudicando dalle recenti scoperte, ed integrando il testo di Livio, è chiaro che i campi erano detti Tauraini o Tauranini dal nome dei progenitori dell’attuale Reino, sito abitato sempre, più prossimo all’antica sede Ligure-Bebiana.

Questa idea pare più convincente che l’altra che i campi vorrebbe estesi da Taurasi pel Cubante a tutta la vallata del Tammaro.

Certo è che i Liguri occuparono con la loro città l’attuale ex feudo di Macchia e molti pagi nei dintorni e nei siti dove poscia è esistita la terra feudale o il demanio comunale”.(6)

L’insediamento si verificò certamente in vecchi pagi sanniti. Lo possiamo dedurre non solo dai frammenti di ceramica a vernice nera, non componibili, che affiorano durante l’aratura dei campi, ma anche da epigrafi Osche. Proprio a Macchia, come ricorda il Garrucci (7), fu rinvenuta la seguente iscrizione Osca: “Sakara/klum maatreis/…  ras futre ….(Templum Matris/…..ae Genitricis).

 Tale iscrizione è riportata dal Nazari (8), da Ettore Pisani (9), e dal Vetter. (10)

I Liguri Bebiani costituirono un gruppo etnico a parte, organizzati in una confederazione di piccoli villaggi. A Bebio, la capitale, risiedeva la Magistratura, alla quale facevano capo tutti i pagi disseminati lungo il Tammaro e le alte colline boscose dell’alto Sannio beneventano.

Nel 42 d. C. il territorio dei Liguri è annesso a quello di Benevento e ciò favorisce l’emigrazione verso la Campania: “Non è da escludersi – scrive L. Maio – parlando di Foglianise, un paese che si trova nelle vicinanze di Benevento, che il Folius Oriens dell’accennata Tavola Bebiana, sia in rapporto diretto col fondo Folianensis e ciò rafforzerebbe l’ipotesi già avanzata dal Garrucci del fenomeno migratorio dei Liguri Bebiani nel territorio beneventano”, (11)

Lo stesso autore, descrivendo l’Ara di Silvanus Curtianus presso Benevento, vi localizza il pagus Curtianus ricordato dalla Tavola Bebiana. (12)  P. Veyne, invece, senza riportare una documentazione attendibile, ha localizzato il pagus Albanus presso Montesarchio ed uno dei pagi Fasciani presso S. Agata dei Goti, denominato ancora oggi Faggiano.(13) L. Maio, confrontando le epigrafi di Benevento con quelle di Veleia e con la Tavola Alimentaria dei Bebiani, ha rilevato affinità onomastiche. Per es. il nome gentilizio Vettius, registrato in un’epigrafe presso Benevento, corrisponde al fundus vettianus minor della Tavola Bebiana.

Più spesso questo nome gentilizio ricorre nelle tavole di Veleia. Così in molte epigrafi, trovate a Benevento, si parla della gens Dellia e nelle tavole di Veleia troviamo i fundi Delliani.

L’autonomia municipale ed il territorio dei Liguri Bebiani

La contrada Rapinella (Fragneto Monforte) si trova su una collina circondata da altipiani che vanno verso Circello; dista circa dieci chilometri da Benevento. Un gruppo di masserie ricorda ancora l’antico pagus sannitico-romano. Proprio qui vi era un’epigrafe, che il contadino aveva risparmiato dalla distruzione, e che riguardava proprio i Liguri Bebiani.

Tale epigrafe, purtroppo murata, si presentava scheggiata profondamente nell’angolo sinistro e mutila nello spigolo inferiore destro. Le lettere erano eleganti e incise profondamente; triangolari i punti di separazione. Con l’aiuto del prof. L. Maio riesco a ricostruire il testo come segue:

TULLIUS L(uci) F(ilius) / CAESIUS M(arci)

F(ilius) / IIII vir(i) QUINQ(uennales) / D(ecreto)

D(ecurionum) F(aciundum) C(uraverunt) EIDEMQUE /

PRO (baverunt).

Non è stato possibile prendere le misure della pietra.

Il territorio in cui la lapide è stata rinvenuta apparteneva sicuramente alla Respublica dei Ligures Baebiani. La stretta vicinanza con Macchia di Circello, ove risiedeva l’antico capoluogo dei Liguri e l’affinità con un’altra epigrafe ivi rinvenuta,(14) ove sono riportate le cariche religiose e civili di Tursellius Fulvius, Pontifex, Aedilis, Quaestor, due volte IIII viri iure dicundo, ne sono una prova.

Ma la prova più convincente è data dal rinvenimento di un’epigrafe del tutto identica trovata proprio a Macchia di Circello, con lettere eleganti alte cm. 6,50, identica per grandezza (60 x 60; altezza cm. 55) dedicata agli stessi magistrati: Tullius, Luci filius, Caesius, Marci filius IIII viri quinquennales.

Ambedue le iscrizioni ovviamente vanno catalogate fra quelle di opere pubbliche. Tullius e Caesius, quattuorviri quinquennales, costruirono, con l’approvazione del consiglio dei Decurioni, un’opera, sia nel pagus di contrada Rapinella, che a Bebio, non ricordata dalle due epigrafi.

Il nome di Caesius non può non riportarci ai fundi caesiani della Tabula Alimentaria Baebiana, (15) il riferimento, per quanto insufficiente, potrebbe contribuire all’individuazione di uno dei fondi elencati nella Tabula.

L’eleganza delle lettere e l’assenza dei cognomina ci inducono, con il parere del prof. Maio, a porre queste iscrizioni nella prima metà del I secolo a. C.

Tali epigrafi sono interessanti perchè confermano che i Liguri Bebiani avevano il Municipium e la loro magistratura residente a Bebio. I pagi minori che facevano parte della Respublica non erano dei municipia, non avevano magistratura, ma dipendevano dai magistrati di Bebio.

Da Augusto nel 42 d. C. parte del territorio della repubblica fu annesso al territorio di Benevento, insieme a Caudium. (16)

Munatius Plancus nel 42 d. C. condusse a Benevento una colonia di veterani.

La repubblica dei Liguri Bebiani perde allora la sua autonomia territoriale ed amministrativa. Essa resta solo un ricordo nei documenti posteriori al 42 d. C.; compresa la Tabula Alimentaria che rimonta al 100 d. C., essendo imperatore Traiano.

I pagi ricordati dalla Tavola, o sono del tutto beneventani, o a volte sono denominati beneventani e a volte liguri. (17) Per designare il territorio beneventano la tavola adopera tre frasi: in Beneventano, pertica beneventana, finibus Beneventanorum.

Secondo P. Veyne, uno dei più autorevoli studiosi della Tabula Baebiana, la giurisdizione dei magistrati dei Liguri anche prima della annessione al territorio beneventano non oltrepassa i confini del loro piccolo territorio, cioè i confini di Bebio (Macchia).

Se essa si fosse estesa anche agli altri pagi del territorio ligure questo avrebbe preso il nome di territorio municipale. Il Veyne riconosce alla Repubblica dei Liguri una giurisdizione giudiziaria autonoma, amministrata dai quattuorviri jure dicundo.

Dopo l’annessione i Liguri perdono anche l’autonomia di amministrare la giustizia, la circoscrizione giudiziaria; nella Tavola ormai la repubblica dei Liguri non sarebbe altro che un ricordo.

La permanenza di espressioni come fines Beneventanorum è dovuta solo alla fedeltà dei suoi redattori ai documenti che avevano a portata di mano, quasi sicuramente i registri del censimento.

Le due epigrafi che noi presentiamo dimostrano, invece, che i Liguri Bebiani avevano una loro autonomia territoriale ed amministrativa che riguardava non solo le circoscrizioni giudiziarie ma anche l’amministrazione municipale. I Liguri avevano avuto tale giurisdizione municipale già dalla prima metà del I secolo a. C., prima di Augusto, come dimostrano le due epigrafi qui riportate.

L’organizzazione municipale di Bebio potrebbe rimontare a prima della guerra sociale (89 a. C.). I romani attuarono la municipalizzazione delle comunità italiche dopo la guerra sociale dell’89.

Bebio ottenne, in tal caso, lo statuto municipale prima della stessa Saepinum, un altro centro importante, distante una cinquantina di chilometri da Bebio, via Tratturo, che ottenne lo statuto municipale solo dopo l’89 a. C. (18).

Il Veyne sostenendo che, dopo l’annessione al territorio di Benevento, i Liguri perdettero anche la circoscrizione della giustizia, adduce solo argomenti indiretti e verosimili. Non esistono documenti così espliciti da costringerci ad abbracciare la sua tesi, (19). E’ probabile che anche dopo il 42 d. C. i Liguri continuassero a conservare la loro autonomia, amministrativa compresa, e forse anche le loro tradizioni e la loro cultura che avevano già dal momento della deportazione (180 a. C.).

I pagi ricordati dalla Tavola sono diciannove, situati in parte nel territorio dei Liguri Bebiani e sette nella colonia di Benevento. Di due la Tavola dice che dipendevano in parte dai Liguri, in parte da Benevento. Degli altri dieci non dice niente espressamente, ma bi-sogna presupporre che dipendessero dal territorio dei Liguri. Mol-to difficile riesce la loro localizzazione topografica.

Per quanto riguarda la delimitazione del territorio, i Liguri confinavano ad ovest con il territorio di Saepinum presso l’attuale S. Croce del Sannio. Per quanto invece riguardava i confini verso il sud e la Campania, una grande polemica si sviluppò fra gli studiosi dopo il rinvenimento della Tavola nel 1831.

Secondo l’archeologo gesuita P. R. Garrucci, uno dei primi che lesse e studiò la Tabula Alimentaria, i fiumi Tammaro, Tammarecchia, ed il Solano descrivevano il confine occidentale delle terre assegnate ai Liguri nel 180 a. C.

Tale territorio corrisponderebbe alla zona che attualmente porta la denominazione di Alto Tammaro.(20) L’ipotesi del Garrucci fu seguita da Alfonso Meomartini (21) con-

tro Daniele Perugini che, nella sua monografia su Pontelandolfo, (22) aveva sostenuto che uno dei pagi dei Liguri si trovava presso Pontelandolfo nella zona oggi denominata S. Teodora: “Come pure è a far congetture scriveva il Meomartini – sulla estensione dei Liguri Bebiani fino al di là di Pontelandolfo e dire che al di là di questo comune fosse stato sito il Pago Erculanco. L’ “ager baebianus” era limitato, secondo l’asserzione di Frontino (De Colonis) e il dotto archeologo Garrucci intuì e dimostrò il vero, quando i limiti dell’ “ager baebianus” pose fra il Tammaro, il Tammarecchia e il Chiusolano” (23)

L’epigrafe trovata nella contrada Rapinella ci consente di sostenere col Perugini che già prima del 42 d. C. i Liguri si erano spinti oltre il Tammaro verso Fragneto e Pontelandolfo.

La Tavola Alimentaria dei Liguri Bebiani

L’imperatore Traiano (97-117 d. C.) destinò alcune somme della cassa imperiale perchè fossero date in prestito a mite interesse a proprietari terrieri di città italiane. I mutuatari dovevano far iscrivere nei registri della città uno o più dei loro fondi, come garanzia del prestito. Gli interessi erano devoluti in favore dei fanciulli e delle fanciulle povere della città. Ecco nel 101 la institutio alimentaria,( 2).4

Il principio e la linea della legge etano semplici e l’effetto doppiamente benefico, perchè non solo essa soccorreva i fanciulli bisognosi, ma largiva capitali alla piccola proprietà a miti condizioni, certo migliori rispetto a quelle che offriva il mercato.

L’applicazione della legge, però, presentava difficoltà perchè non poteva essere uniformemente attuata, ma doveva variare secondo la condizione e l’importanza della città da beneficare.

Forse Traiano nominó una commissione di personaggi che, assunte informazioni sul numero dei fanciulli da soccorrere, sulla potenzialità economica dei proprietari, sul valore dei fondi, ordinasse in ciascun luogo tutta la materia.

L’iscrizione di Veleia è il testo più completo e più ricco di notizie sulla institutio alimentaria. E’ scritta in una grande tavola di bronzo, di cui restano sette colonne. Fu rinvenuta nel 1747, presso il villaggio di Macinese nell’Appennino Parmense, dove scavi successivi hanno rilevato notevoli avanzi della città di Velcia.

L’altra grande iscrizione alimentaria, incompleta, è proprio la Tabula Alimentaria dei Liguri Bebiani.

La Tabula Alimentaria Baebiana, di bronzo, alta 2 metri e larga più di un metro, rinvenuta a Macchia di Circello nel 1832 nei fondi del Cav. D. Giosuè D’Agostini di Campolattaro, fu una delle scoperte archeologiche più sensazionali del secolo XIX. Essa, non solo svelò l’appartenenza, la suddivisione dei fondi ed il nome dei proprietari, ma rese possibile localizzare la zona colonizzata dai Liguri e la loro capitale Bebio, oggi denominata Macchia.

La Tabula Alimentaria è stata letta e studiata dal Guarino, dal Cassitto, dal Brunn, dal Garrucci, da Teodoro Mommsen, (25) dallo Henzen. (26). E’ stata studiata recentemente dal punto di vista sociale dal francese Paul Veyne: La table des Ligures Baebiani et l’institution alimentaire de Trajan, (27).

Le leggi alimentarie stabilite dall’imperatore Traiano a favore dei bambini poveri ed assistiti dallo stato, riportate dalla Tavola di bronzo, sono ricordate in un pannello dell’Arco di Traiano a Benevento, ove si vedono tre matrone accanto alla Dea Roma.

Secondo il compianto prof. Rotili le tre matrone rappresenterebbero: una Benevento, l’altra Telese e forse la terza Bebio, (28) mentre il Pietrangeli leggeva nella matrona con la corona turrita la figura dell’Italia, (29) poichè all’Italia fu limitata la citata institutio.

La institutio alimentaria è rappresentata nel secondo dei rilievi dei Rostri nel Foro Romano.

Nel rilievo del Foro Romano si hanno due scene: a sinistra l’imperatore togato ritto sulla tribuna in atto di arringare il popolo che è appunto rappresentato come popolo, non togato col solenne vestito della parte nobile della cittadinanza, ma vestito di penula e di mantello che copre le gambe fino al ginocchio. Come sfondo sono riprodotti al pari che nell’altro rilievo alcuni monumenti del Foro. Molti di quei tunicati levano la mano in segno di assenso e di plauso. E’ dunque proprio la riproduzione storica della scena che si svolse nel Foro quando Traiano comunicò dai Rostri al popolo l’editto che costituiva la nuova beneficenza.

Ma la sola riproduzione storica non sarebbe stata sufficientemente chiara; nell’altra metà del pluteo Traiano seduto riceve e conforta una donna nobilmente vestita che sorregge sul braccio sinistro un bambino e conduce per mano una fanciulletta. Sebbene manchi il capo della figura, la dignità grande di essa e delle sue vesti ci permette di riconoscere non una madre supplice, ma una figura allegorica: l’Italia, cioè, come tutti gli esegeti giustamente spiegarono.

Dalla Tabula Alimentaria apprendiamo la denominazione di famiglie nobili che al tempo di Traiano avevano possedimenti nella Respublica Ligurum Baebianorum.

Rutilio Lupo, che aveva molte proprietà sia nel territorio di Benevento che in quello dei Liguri Bebiani, al tempo di Traiano era governatore dell’Egitto.

Marcello e Lucio Nerazio Proculo. La famiglia Nerazia, (31) di Sepino era molto legata all’imperatore Traiano. Il fondatore della famiglia Neratius Pansa (73-76 d. C.) raggiunse la massima carica che si potesse conseguire: il governo di alcune importantissime provincie orientali: Cappadocia, Galazia, Lycia, Pamphilia.

La Gens Neratia svolse un ruolo importantissimo nell’amministrazione dello Stato romano nel periodo compreso tra Vespasiano ed Adriano, con il governo di province europee quali la Britannia, la Germania inferiore e la Pannonia.

Gens Julia: Julius Saturninus e Julia Ecate. Tale denominazione ricorre spesso sia presso i Liguri Bebiani che a Benevento. Ricordiamo i Fundi Juliani majores et minores et mediani della Tavola alimentaria.

Gens Marcia spesso ricorre sia a Benevento che nei paesi vicini. La Tavola ricorda diversi Fundi Marciani: spesso Marcio Rufino è ri-cordato come confinante. Un Cn. Marcius Cn. F. Rustius Rufinus fu prefetto dei vigili sotto l’imperatore Severo.

Satrius Crescens. Plinio ricorda un Satrio Crescenzo, oratore (ep. 1, 5).

La Gens Noniorum fu celebre in questa parte d’Italia. La Tavola ricorda: Nonium Restitutum fumdamque Nonianum in Beneventano.

La Gens Valgia la quale sin dai tempi di Silla aveva grandi possedimenti in Irpinia. Tale famiglia è ricordata da Cicerone nell’orazione De lege agraria contra Rullum, c. 1: “sed ita latum est, ut melior tui (Rulli) soceri (che era Valgio) fundus Hirpinus sit sive ager Hirpinus – totum enim possidet – quam meus paternus avitusque fundus“.

Gens Munatia, una famiglia che è ricordata spesso nelle epigrafi di Benevento.

Gens Octavia, La tavola bebiana, oltre al fondo Ottaviano: Ottavio Libico e Marziale e Proculo, nel territorio dei Liguri, parla di Ottavia Venusta e di Ottavio Modesto nel territorio beneventano.

Gens Gavia è molto citata nei diversi Municipi d’Italia.

Gens Caerelliana è una famiglia che si trova soltanto in queste regioni.

Gens Treboniana: si tratta di una famiglia nobile beneventana, Gens Arelliae di cui si trovano rare tracce in altre fonti.

Gens Vibiana. Di questa famiglia vi sono molti ricordi nei monumenti ed epigrafi di Benevento.

Gens Umbria, illustre famiglia beneventana. Fra gli altri ricordiamo C. Umbrio Servilio Giusto, decurione di Benevento.

Gens Vedia o Veidia, famosa fra le famiglie beneventane, ricordata da Seneca nel De clementia, 1, 18.

I fratelli Suelli, Flaccus e Rufus, proprietari di fondi nel pagus Salutaris appartengono ad una famiglia largamente diffusa a Benevento, caratterizzata dall’uso del prenome Cneus. Gli Cnei Suelli occupano cariche municipali alla fine della Repubblica. Durante l’impero si conosce un Cn. Suellius Flaccus legato della legione in Africa nell’87, ed un Suellius Rufus, proconsole di Creta nel secondo secolo. A Macchia un’epigrafe era dedicata a Gn. Suellius:

GN. SUELLIUS

EUTICHES

L.D.D.D.

CUM SEDIBUS (32)

I Naselli di Benevento appartengono alla nobiltà municipale e si distinguono nell’ordine equestre.

Un’altra famiglia, indigena, molto ben rappresentata nel Beneventano e sconosciuta nel resto d’Italia, è la famiglia Afini. Il più ricco proprietario ricordato dalla Tavola è senza dubbio Marcus Rufus con dodici fondi corrispondenti al valore di mezzo milione di sesterzi. M. Rufus fece la sua carriera senatoriale con Settimo Severo; mentre la famiglia Rufo emerse al tempo di Vespasiano.

Secondo il Veyne i proprietari della Tavola appartengono, per buona parte, ad una piccola e ristretta casta di notabili regionali.

Da questa casta chiusa scaturirà una nobiltà equestre e senatoriale. Per comprendere bene la funzione della grande proprietà nel Beneventano bisogna tener presente questa aristocrazia. La Tavola potrebbe far pensare all’esistenza della piccola proprietà.

Ma per un giudizio sulla distribuzione della proprietà non possiamo attenerci né alla Tavola di Veleia, né alla Tavola dei Liguri Bebiani, poichè i due importanti documenti riportano soltanto i fondi sottoscritti e non del Catasto completo.

Il Mommsen, come fa notare il Paribeni, osservava “come gli estimi dei fondi nei territori beneventano e veleiate mostrano che la piccola proprietà sussisteva ancora numerosa e che fusioni di piccole proprietà in mano di un solo ne erano avvenute ma non in quella misura rovinosa che sembrerebbero farci credere alcune ben note espressioni di autori contemporanei” (33).

Il De Pachtere, riprendendo con molta maggiore ampiezza lo studio del documento veleiate, fa però rilevare in quali difficili condizioni la piccola proprietà versasse, e come gli speculatori in acquisti di terre avessero approfittato e profittassero di queste difficoltà. (34)

Dalle due Tavole di Veleia e dei Liguri Bebiani, possiamo dedurre che solo una minima parte dei proprietari terrieri beneventani sottoscrisse il prestito; la legge alimentaria, invece, trovò molto più successo a Veleia: i Veleiati ingaggiarono tutte le loro proprietà.

Il contrasto fra le due regioni è molto forte. Nel Beneventano la terra è nelle mani di poche famiglie nobili per lo meno a livello municipale. Invece, fra le trecento persone nominate nella Tavola di Veleia, non si trova nessuna appartenente all’ordine equestre o senatoriale. Per spiegare ciò bisogna anche ricordare che il territorio beneventano faceva parte del territorio romano da cinque secoli, mentre la Gallia Cisalpina faceva parte dell’Italia romana appena da 150 anni. La Tavola di Veleia ci descrive, quindi, il dinamismo di questa nobiltà cisalpina, nuova e di origine coloniale.

Le due tavole, in definitiva, rivelano già due Italie: l’una dominata dalla vecchia aristocrazia e l’altra da un’aristocrazia più dinamica.


Enrico Narciso, I Liguri Apuani nell’alto Sannio *, pubblicato in “Studi Versiliesi”, 1983, pp. 11 – 24

(*) La presente relazione è stata presentata al Convegno “I Liguri Apuani: problemi di ricerca e d’indagine”, che, organizzato dalla sezione “Versilia” dell’Istituto Storico Luc-chese, si è tenuto il 26 aprile 1981 presso la Biblioteca comunale “Sirio Giannini” di Sera-vezza, in occasione del gemellaggio tra la Versilia e il Sannio.

1) G. De Benedictis, 1977, p. 27.

2) AA.VV., 1979, p. 13.

3) Riportiamo qui di seguito tradotti i brani di Livio riguardanti la deportazione dei Liguris “I Liguri, che fino all’arrivo dei Consoli non si aspettavano di dovere affrontare una guerra, furono attaccati di sorpresa e furono costretti ad arrendersi in numero di circa 12.000.

Cornelio e Bebio, dopo aver chiesto per lettera il parere del Senato, decisero di deportarli dai loro monti in aperte campagne lontane dal loro paese, affinchè non potessero nutrire speranza di ritorno; ritenevano infatti che, oltre questo, non si sarebbe potuto mettere in atto altro espediente per porre fine alla guerra contro i Liguri. Nel paese dei Sanniti vi erano territori di proprietà del popolo romano, che prima erano stati dei Taurasini. Volendo deportare in essi i Liguri Apuani, i Consoli ordinarono che questi scendessero dai monti con la prole e con le mogli e portassero con sé tutte le loro masserizie. I Liguri inviarono loro parecchie ambascerie per scongiurarli a non costringerli ad abbandonare le loro case, il paese in cui erano nati, i sepolcri dei loro avi;  promettevano di consegnare armi ed ostaggi, ma sempre invano; ed allora, poiché non avevano forze sufficienti per affrontare una guerra, dovettero rassegnarsi ad obbedire.

Furono deportati a spese dello Stato circa 40.000 uomini liberi con le mogli e con i figli. Ricevettero una somma di 150.000 denari d’argento che doveva servire alle nuove dimore, per procacciarsi il necessario.

Gli stessi Cornelio e Bebio, che avevano ordinato la loro trasmigrazione, ebbero l’incarico di dividere e di assegnare i terreni, ma, dietro loro richiesta, il Senato nominò cinque esperti che impartissero loro dei consigli”, (Livio, XL, 38).

“Fulvio, con la seconda e con la quarta legione attaccò, partendo da Pisa, i Liguri Apuani (quelli di loro che abitavano la valle del Magra); li costrinse alla resa: imbarcò sulle navi circa 7.000 di essi e li mandò a Napoli, oltre la costa del Mare Etrusco, Di poi furono deportati nel Sannio e furono assegnati ad essi dei terreni tra i loro connazionali. Aulo Postumio tagliò le vigne e brucio il frumento dei Liguri Montani fino a che, costretti da tutti i calamitosi eventi della guerra, si arresero e consegnarono le armi” (Livio. XL, 41).

4) Cfr. Pauly-Wissowa, Real-Encycl., 1932, vol. IV- A. s. v. “Taurasia” col. 2535

5) Ibidem

6) A. Mcomartini, 1970, pp. 392-393

7) R. Garrucci, 1875, p. 15.

8) O. Nazari, 1900, p. 214.

9) E. Pisani, 1953, p. 97.

10) E. Vetter, 1953, p. 117.

11) L. Maio, 1976, p. 180.

12) L. Maio, 1976.

13) P. Veyne, 1957.

14) T. Mommsen, C.I.L., IX, p. 125 e iscrizione 1465; R. Garrucci, 1864, p. 129

15) C.IL, IX, 1455.

16) R. Garrucci, 1876, p. 20: “Il territorio della colonia Malventana non fu molto vasto né si sa che fosse ampliato dai romani, quando ebbero preso Capua e trasportati i Sabatini nelle terre trastiberine, distribuendoli per le città di Sutri, Nepi e Veio. La nuova aggiunta dell’antico territorio devesi ad Augusto, che nella sua deduzione tolse ai Liguri Bebiani una metà delle loro terre e ai Caudini tutto il territorio attribuendolo ai nuovi coloni da sè dedotti, nella quale occasione deve credersi che vi fosse compreso anche quello dei Sabatini fino ad Arpaia, di che non si fa menzione da Frontino, forse perchè era stato antecedentemente aggiudicato al territorio Caudino”.

17) E. T. Salmon, 1967. p. 79.

18) AA.VV., 1979, p. 32. 19) P. Veyne, 1957.

19) P. Veyne, 1957

20) R. Garrucci, 1845.

21) A. Meomartini, 1970, p. 303.

22) D. Perugini, 1878, p. 15.

23) A. Meomartini, 1970, p. 303.

24) R. Paribeni, 1927, p. 184, vol. 1, pp. 177-183.

25) C.IL, IX, 1455.

26) G. Henzen, 1845, pp. 5-111.

27) P. Veyne, 1957.

28) M. Rotili, 1972.

29) C. Pietrangeli, 1947.

30) R. Paribeni, 1927, p. 184.

31) Sulla famiglia Neratia cfr. AA, VV., 1979, p. 40.

32) A. Meomartini, 1970, p. 394..

33) R. Paribeni, 1927.

34) Ibidem

BIBLIOGRAFIA

AA. VV., Sepino, archeologia e continuità, Campobasso 1979.

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L’immagine di introduzione alla pagina rappresenta la Tabula Alimentaria Baebiana ed è tratta da Wikipedia

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