La vecchia favola di “Apua”, capitale degli Apuani, eroico propugnacolo ligure, identificata con Pontremoli, ha cessato sin dal secolo XVIII di appartenere alla materia delle discussioni storiografiche (1); ma da poco Manfredo Giuliani ne ha risuscitato l’interesse, riguardandola, nella sua più intima e quasi ignorata elaborazione pontremolese, quale « mito esaltatore di un particolare ethnos nel quale si idealizza lo sforzo d’indipendenza del comune »; creazione di grammatici e di curiali animati dal vivido soffio delle passioni civiche, in un particolare clima etnico e politico, divenuto proprio del primo comune cittadino della Lunigiana, dove l’epopea ligure trovò, per la più strana via, una mitica risonanza (2).
Nessuno pensi ch’io voglia, ora, portare alcun nuovo contributo, o, altrimenti, contraddire a questi geniali risultati; il discorso che segue muove unicamente da una questione secondaria posta dall’Autore là dove chiedo se proprio la sola famosa invenzione di frate Annio sia stata il gratuito movente della leggenda, o se questa non possa aver avuto un’anticipazione e uno spunto locale. Ora, ecco che una ricerca diplomatica, da me fatta su diverso argomento, mi porta ad interloquire in questa questione, sembrandomi d’aver acquistato la prova convincente che un nome traducibile in “Apua », o tale almeno da giustificare questo equivoco, appartenne, nell’età più remota, al nucleo primitivo della città di Pontremoli. Questa scoperta, beninteso, non riporta nel campo storico la morta controversia d’Apua; il vocabolo in questione non è che un nomen fundi. forse d’origine romana, ma senza alcuna relazione col demotico degli Apuani.
D’altra parte, le mie ricerche toccano un problema più complesso riguardante le origini e le forme del singolare sinecismo da cui l’aggregazione pontremolese ebbe vita e statuto urbano.
La questione diplomatica alla quale ho accennato innanzi non è nuova giacché ne ho trattato in altri scritti; riguarda il testo dell’atto di fondazione dell’ abbazia dell’Aulla datato anno 884. Questo testo, che abbiamo da una copia gravemente scorretta fornita al Muratori da due intenditori di antichità lunigianesi, il marchese Giuseppe Malaspina di S. Margherita e Goffredo dei Filippi (3), è stata già da me emendato in qualche passo; fra le varie correzioni proposte indicavo la voce topografica “ in finibus Lunianense” da leggersi invece “in finibus Surianense» (4). Mi occorre ora giustificare in extenso questa correzione di grande portata per la storia dell’Alto Medio Evo lunense) giacché la comunicazione da me fatta su questo argomento in una seduta della Deputazione Parmense è rimasto inedita, salvo un breve cenno nel verbale dell’adunanza (5). Adunque, in primo luogo, il vocabolo “lunianense” nel significato di “lunigianese” non è accettabile, a mio giudizio, per ragioni cronologiche, perché alla data dell’atto non eransi ancora avvenute le condizioni storiche o geografiche che corrispondono al significato del secondo termine; d’altra parte, di fronte al supposto “lunianense”, sta nell’atto medesimo, in posizione antitetica, il comune aggettivo topografico “lunensis” inteso a designare un territorio distinto o diverso dal primo; infine, la semplice collazione delle due copie da noi conosciute del documento ci offre la prova pregiudiziale che, nell’apografo, era scritto in “finibus Surianense” e o non altro.
Infatti, prima che dal Muratori, il nostro documento fu reso nolo da Cosimo della Rena (6) su una copia del 1626, sottoscritta dal notaio delle cause della Camera Apostolica ed estratta, non sappiamo se dall’originale, o da una copia più antica (7); l’erudito toscano ne trascrisse testualmente, per l’interesse genealogico della sua trattazione, alcuni brani ed una nota dei vocaboli topografici; questi ci appaiono nell’ordine e nella grafia del testo muratoriano salvo che, nel luogo preciso della voce “in finibus Lunianense” troviamo invece “Surianense” (8).
Questa lezione è genuina ed insospettabile; ed invero nessun preconcetto poteva suggerire al notaio della Curia Romana un vocabolo perfettamente sconosciuto alla cultura storico-geografica del suo tempo; mentre, per contro, è facile intendere come i copisti del Muratori, a cagione appunto della loro erudizione locale, siano stati portati a tradurre nu vocabolo sconosciuto in una forma più prossima alla forma e al significato di “lunigianese”, dato che, a prima vista, questa pareva la vera designazione topografica risultante dall’atto, Ma il vocabolo genuino serbatoci dalla copia romana testimonia, invece, una partizione amministrativa della nostra regione molto diversa da quella comunemente ritenuta; prima del secolo X, i “fines Iu-nenses”, intesi i limiti giurisdizionali della città, del suburbio, della “campanea” di Luni, non venivano, nella Val di Magra interna, oltre la riva sinistra dell’Aulella; il restante territorio della futura Lunigiana era diviso fra i “fines Garfaniense” e “fines Surianense” (9); questo si legge chiaramente nell’atto di fondazione dell’abbazia dell’Aulla se si accetta la lezione li Cosimo Della Renna.
Per quanto riguarda, in particolare, i “fines Surianense” (nella quale locuzione. L’evidente sconcordanza dei casi ci fa vedere un appellative topografico irrigiditosi all’ablativo locativo singolare per effetto dell’uso comune di sottintendere il titolo giuridico della circoscrizione, come “civitas”, gastaldatus, o “comitatus”, a cui l’aggettivo stesso andava unito nelle pubbliche registrazioni) (10), il documento dell’Aulla non fa che confermare una precedente notizia, dataci, nell’ identica forma ”in finibus Sorianense” da un diploma di re Adelchi del gennaio 772, circa il territorio appartenuto al castello bizantino, poi gastaldato longobardo di “Surianum”, l’attuale Filattiera (11); i suoi confini, senza volerli per ora precisare, abbracciavano tutto l’alto corso della Magra, e implicitamente tutto il pontremolese, visto che il citato regio diploma vi pone il Monastero-ospedale di San Benedetto di Montelungo.
Veniamo ora all’elenco delle proprietà descritte nella carta aullese; qui vediamo indicate, nel confini surianesi, precisamente le case i beni che il fondatore del monastero Adalberto I di Toscana possedeva “in loco ubi dicitur Abbia”, come identificare questo vocabolo non mai ripetuto in altre carte lunigianesi? Non avremo che da stabilire quali dei possedimenti dell’abbazia a noi noti per altri documenti possano situarsi negli antichi confini di Suriano.
Il documento più prossimo alla data di fondazione che descriva nella loro integrità le dipendenze del monastero è una bolla di Onorio Il all’abate Tedaldo del 29 maggio 1125, la cui autenticità è dubbia ma il cui testo può, in ogni modo, riferirsi ad un autentico privilegio di Innocenzo II (1130-1143) (12); in essa è fatto richiamo alla originaria dotazione di Adalberto I e sono espressamente elencate le “possessiones priorum temporum » del monastero. Esaminato questo elenco, vediamo che la sola proprietà che possa porsi entro il circuito surianese è rappresentata dalla “cappella Sancti Alessandri in Pontromolo”. Questa è dunque una chiesa sorta per opera dei monaci aullesi nel centro delle case e dei terreni che formavano, all’età di Adalberto I, la villa Abbia (13). Ma noi sappiamo dagli studiosi pontremolesi che S. Alessandro non è altro che la parrocchiale posteriormente intitolata a S. Nicolò, la matrice del primo e più vecchio abitato pontremolese, la cui unione topografica e giuridica col “castrum” avviò il movimento del sinecismo cittadino (14). Si può affermare, dunque, «Si può dunque affermare a stretto rigore che il nome “Abbia” precedette il nome il nome “Pontremoli », del quale io non saprei trovare altra origine se non quella risultante dalla sua etimologia volgare latina; ed è probabile che, por qualche tempo, il primo nome siasi mantenuto, como voce tradizionale o locale, in concorrenza col secondo di origine palese-mento avventizia (non è senza significato che sta registrato la prima volta in un itinerario straniero) (15), finchè, col sorgere e il dilatarsi di un abitato borghese nel Iuogo, questo non ebbe perduto le caratteristiche fondiarie a cui il nome “Abbia” era legato. Ma il vocabolo tradotto « Abbia” dallo scriba lucchese del documento adalbertino non avrà suonato nella voce locato come a “Appia »? Se questa supposizione è possibile, e nulla vi si oppone dal lato linguistico, noi possiamo intendere facilmente come questo vecchio vocabolo, non dimenticato dalla tradizione locale, sin stato trasportato all’epico suono e significato di Apua non appena balenò dalle pagine di Lavio, ai primi peregrinanti scolari o ai maestri di grammatica del Comune, l’eroica gesta apuane.
Come ho detto in principio, l’identificazione di Abbia col luogo più antico di Pontremoli, indipendentemente dal valore che ha per la storia della leggenda di Apua (od anche se non ne avesse alcuno in questo senso), ci somministra qualche dato per meglio definire i singolari caratteri del sinecismo pontremolese, sul quale fenomeno hanno portato luce studi recenti.
La villa Abbia, nel documento adalbertino, è descritta, non soltanto come un tenuta agricola di qualche estensione, e “ cum omni adiacentia et pertinentia sua”, ma anche come un gruppo abitato composto almeno di più case; questa notizia richiama alla nostra attenzione la speciale importanza che, in un certo tipo di economia monastica, in particolare, nell’amministrazione aullese, ebbe la proprietà di fabbricati non propriamente rustici. Per quanto riguarda la sede centrale di questo monastero, una prova risulta dall’atto stesso di fondazione, là dove il donatore trasferisce ai monaci le “pensiones» dovutegli dagli uomini abitanti le case entro il castello dell’Aulla, distinguendo nettamente questi redditi dai censi di natura propriamente agricola; si tratta dunque di case pseudo-urbane date a fitto. Non bisogna intendere però che qui si abbiano i semplici rapporti d’un contratto di locazione; la formula” casamentum dare”, nel diritto feudale, significa la concessione di un diritto di stabilimento nella “pars dominica “ d’una tenuta, il che implica un rapporto di natura politica fra il proprietario e l’inquilino (16). Nel caso di monasteri fondati su grandi strade e in Iuogo deserto, come l’Abbazia dell’Aulla, questo particolare indirizzo economico ed amministrativo fu inteso a disciplinare, sotto la direzione monacale, l’afflusso e lo stabilimento degli avventizi; da simili rapporti mosse lo svolgimento democratico del Comune medioevale dell’Aulla sotto la sovranità temporale degli abati (17).
Le stesse esigenze dovevano indirizzare in modo analogo l’attività degli stabilimenti monastiel venuti a convegno, forse già fin dal secolo VIII, nel grande crocicchio stradale di Pontremoli, ciascuno del quali divenne il centro di una vicinіа indipendente. Non abbiamo, è vero, molte notizie su queste singole formazioni, ma I documenti d’uno di questi monasteri pontremolesi, appunto, perchè il suo aggregato fu più tardi raggiunto dall’espansione cittadina, se ne serbano ancora una traccia vivente fra il XIII o il XIV secolo. E’ Il monastero di S. Pietro in Conflentu sorto, forse, con l’abbazia di Brugnato a cui fu soggetto, nell’età di Liutprando, quale stazione itineraria sulle riaperte strade verso la Riviera. Trasferitosi a Pontremoli, il vescovo di Brugnato, sulla fine del secolo XIII, rivendica con ogni cura l’antico patrimonio della prioria pontremolese rimasto il suo unico beneficio; il Registrum Curiae dol 1277-1321, i cui regesti abbiamo dal Mazzini, non è altro, in massima parte, che un liber jurium del monastero di S. Pietro. Ora, abbiamo da questo registro che una vicinia distinta col nome « Monosterium” costituiva ancora un’aggregazione demografica e un corpo edilizio distinto, nel quale un gran numero di case, date a fitto, rimanevano di proprietà dell’ex monastero (18); ciò prova che i monaci di S. Pietro orano stati gli istitutori di un primo demos e forsʼanche gli architetti e gli edificatori d’uno dei nuclei urbani di Pontremoli.
Nessuna precisa notizia ci permette di ricercare con profitto se anche altre vicinie, come quella di S. Giovanni, o di S. Colombano (19) abbiano avuto similmente una iniziazione monastica. Ma, certamente, lo sviluppo dell’abitato del Piagnaro e di Sommoborgo si collega con In presenza e l’attività dei monaci aullesi in S. Alessandro; può darsi che il gruppo edilizio e demografico costituito intorno a questa chiesa, circoscritto nei limiti territoriali dell’antica villa Abbia, sia rimasto in origine distinto dalla formazione sorta nelle dipendenze del “Castrum », ciò che potrebbe esser provato anche, indirettamente, dalla fondazione della cappella comunale-signorile di S. Geminiano nel medesimo circuito dell’abitato primitivo di Pontremoli (20); la completa fusione nel “ Comune » della vicinia di S. Alessandro non si ebbe che nei primi del Duecento quando il vescovo Gualtieri, allo scopo di favorire la piena unificazione del Comune, suo fortissimo alleato, sottomise all’ordinaria giurisdizione plebana di S. Cassiano di Urceola la chiesa di S. Alessandro ricevuta in permuta dall’abate dell’Aulla (21).
Se i nostri risultati sono attendibili abbiamo scoperto, negli stabilimenti monastici di Pontremoli e particolarmente in quello dell’Abbazia dell’Aulla, una particolare attività urbanistica la quale, specialmente con la concessione e lo sviluppo degli accasamenti, venne a stabilire una sorta di borghesatico a favore di distinti gruppi di abitanti resi estranei alle servitù feudali; così, fin dai tempi più remoti, nel grande telato delle priorie pontremolesi, si anticipa e si trama la posteriore vita del Comune,
UBALDO FORMENTINI, Apua – Per la storia precomunale di Pontremoli, La Giovane Montagna 15.1.1938, n. 1, pag. 2
(1) Per la critica storica e filologica di questa leggenda, la cui prima fonte letteraria, come è noto, sono gli Antiquitatum variarum volumina XVII di frate Annio da Viterbo (1489), v. SFORZA, Mem. e doc, per servire alla stor. di Pontremoli, parte I, vol. I, cap. I e note; vol. Il, pp. 501 ss. –
(2)GIULIANI, Luni e la leggenda di Apua nei cronisti pontremolesi, in ASPar., XXXIII (1933); pp. 205 ss. (memoria letta nell’adunanza tenuta il 18 ottobre 1931, all’Aulla, dalla R. Deputazione di Storia Patria per le prov. Parmensi).
(3) MURATORI, AЕ, 1,202 ss.
(4) Scavi e ricerche sul limes bizantino nell’Appennino lunese-parmense, in ASPar., XXX, (1930), p. 41.
(5) Verbale della tornata del 3 settembre 1931, in ASPar., XXXIII, pp. XXX.
(6) Della serie degli antichi duchi e marchesi di Toscana, parte I, Firenze 1000, p. 119.
(7) Non è improbabile che l’originale del doc. fosse stato depositato nella Cancelleria delle Cause della Camera Apostolica in occasione della lite svoltasi nel sec. XII fra gli abati dell’Aulla e i vescovi di Luni.
(8) La copia del Della Rena porta anche un’altra variante di grande importanza in questo elenco topografico: il vocabolo “ Enea”, il quale verrebbe in luogo della voce “(in finibus) Romue” del testo muratoriano; sospetto che qui possa essere indicato il territorio di Ena, o Valdena, nel Valtarese.
(9) La prima notizia d’una circoscrizione politica abbracciante, sotto il titolo di comitato, tutto il territorio della Lunigiana considerato come parte della Tuscia si ha da un diploma di re Ugo del 12 dic. 938 (Mhp., XIII, 944); credo che nell’anteriore governo della marca di Toscana l’ufficio comitale, nei “fines lunenses», come nei territori di Garfagnana e di Suriano, fosse esercitato dal marchese e conte di Lucca. La voce “Lunixana” è documentata la prima volta in data 4 agosto 1069; doc. in DREI, Le carte degli archivi parmensi, II, p. 204; altro doc. del sec. XI, s. d. ma circa 1085, in FALCO, Le carte del mon. di S. Venerio in Tino, I, п. XXXII, p, 40; questa voce, di formazione popolare, vuol indicare, senza precisazione giuridica i limiti del comitato e dell’episcopato; v. Infatti, In numerosi documenti del sec. XIII, le varie locuzioni: ( provincia, contracta, in partibus) Lunisae.
(10) Cfr. “ad Lunise” in doc. del 772; MD Luc., IV, App., 124-125; V-II, 77. L’uso di sottin-tondere, nelle registrazioni censuarie, il titolo giuridico della circoscrizione si documenta già nella Tav. di Veleia con lo forme:” in Parmense”,” in Placentino “ ecс.
(11) V. su questo argomento: P. FERRARI, Monumenti romanici a Filattiera in Lunigiana, 1, n. 6 (nov 1910): MAZZINI, Una epigrafe Lunigianese del sec. VIII in GSLun. (1910), 153; L’epitaffio di Leodegar vescovo di Luni del sec. VIII, ivi, X (1919), 81; GIULIANI, Toponimi bizantini in Lunigiana, in ASPar., XXX, 60; FORMENTINI, Scavi e ricerche cit.; SCHNEIDER, Die Reichsverwaltung in Toscana, 1, 58-60; Die Entstehung v. Burg ecc., 6-8; MARIOTTI, La pieve di S. Moria di Fornovo, Parma, La Giovane Montagna, 1931-37, 6 ss.
(12) Cfr. DE SIMONI, in ASLig., XIX, p. 68.
(13) La chiesa antica di S. Alessandro era orientata liturgicamente ed aveva l’ingresso dalla parto del Piagnaro: l’attuale fu invertita e ingrandita dalla parte anteriore e posteriore; nel fianco meridionale è visibile un tratto di muro a corsi regolari di conci di medio taglio; l’opera muraria corrisponde a quella dei tratti superstiti nelle absidi della chiesa abbaziale dell’Aulla, La chiesa di Pontremoli non deve essere stata costruita in tempo molto lontano da quello della chiesa madre, comunque, il muro da me osservato è certamente preromanico.
(14) FERRARI, La chiesa e il convento di S. Francesco di Pontremoli, pp. 05 ss., note 58, 92 o passim.
(15) Itinerario di Sigerico di Canterbury in data 900.
(16) Cfr. FORMENTINI, La tenuta curtense degli antichi marchesi della Tuscia in Val di Magra e Val di Taro, in ASPar, XXVIII, pp. 19-20; per i simili processi d’accasamento nella fondazione dei borghi nuovi di Sarzana; ID., Note sui Bonaparte e sulla basilica di S. Andrea di Sarzana, in GSLig., (1. s.), V, 1919, 10 ss.
(17) v. La tenuta curtense ecc., 1. e.
(18) MAZZINI, II Registro della curia vescovile di Brugnato 1277-1321, in GSLun., XI (1920-21), рр. 10 ss.; Regesti, un. 31, 41, 40, 47, 48, 40, 50, 51, 50, 57, 50, 61, 60, 71, 70, 80, 80, 188, 170; altro caso del mon. di S. Pietro erano in “vicinia S. Columbani” (ivi, n. 37) o ad burgum. (ivi, nn. 43, 40).
(19) Sulla tradizione sicura dell’esistenza d’an monastero in relazione con la chiesa di S. Giovanni, V. FERRARI. 0. c., p. 138; GIULIANI, Note di topogr, antica e med. del Pontremolese, in ASPar., XXXV, p, 131; e il mio art.: Chiese lunesi dip. dai mon. attoniani dell’ Emilia, in La Giovane Montagna, XXXVIII, n. 11 (1, nov. 1937). Le origini monastiche della chiesa di S Colombano non sono accertate giacché i più antichi elenchi delle chiese della diocesi di Luni la indicano come una cura ordinaria della pieve di S. Cassiano d’ Urceola. Tuttavia, l’idea accennata dal Repetti che questa chiesa possa manifestare una remota espansione dell’Abb. di Bobbio nel Pontremolese non è priva di fondamento; credo, infatti, che la contesa fra il ve-scovo di Luni e l’abate Guinibaldo di Bobbio decisa nel placito di Carlo Magno (o di Carlo il Grosso) ricordato nel diploma di Ottone I, 902, al v. di Luni, abbia riguardato proprio il territorio fra Pontremoli e il Taro, dove le tenute bobbiese di Turris confinavano con Ia diocesi lunese: fra le sei ville rivendicate dal vescovo, noi possiamo identificare “Pontila” ( Basilica di Pontolo) e “Rupinalla” (Rovinaglia) nel versante del Taro; non è escluso che il nome di una delle quattro ville no identificate corrisponda al nome scomparso ed al luogo dove sorse la chiesa di S. Colombano in Pontremoli
(20) Chiesa ricordata la prima volta nel 1095; cfr. FERRARI. o.o, P. XIV, n. 75.
(21) Doc. in Cod. Pel., n. 536, 537, 538.