NON CONFONDERE IL PORCO CON SANT’ANTONIO (detto popolare)

“Cignali” e maiali: storie di formiche che volano, di maiali allevati dai longobardi e di attributi di un grande santo relegato dalla tradizione popolare a protettore degli animali domestici e a dare il nome a una dolorosa malattia.

Non c’è chiesa di Lunigiana nella quale da qualche parte non faccia capolino un maialetto, talora relegato in un dipinto in compagnia di Santi, altre volte affiancato ad una scultura, sempre in strana compagnia di un vecchio con la barba bianca che ha come attributi anche una fiamma ed un bastone simbolo di autorevolezza. Dell’iconografia del Santo col maiale ci racconta Paolo Lapi, a me basta ricordare che il grande vecchio con la folta barba bianca raffigura sant’Antonio Abate e che un tempo non c’era stalla della nostra zona che non ne conservasse un’immagine, affissa da qualche parte, magari con un chiodo, tra intrecci di ragnatele: era una presenza indispensabile e preziosa, perché a lui si chiedeva di proteggere dalle malattie gli animali domestici, così importanti per la sopravvivenza economica della famiglia. Intorno alla sua festa del 17 gennaio il parroco passava nelle stalle a benedire gli animali, tradizione oggi quasi scomparsa che talora sopravvive in alcune località con la benedizione degli animali da compagnia. Tra i tanti animali di stalla e da cortile, così importanti per l’economia della famiglia contadina, il maiale occupava un posto non secondario, tanto che quando si incontrava qualcuno pensoso, scherzando gli si domandava: “T ‘è mòrt el pòrk?”. Del resto si sa che del maiale non si buttava via niente: dalle ossa scarnificate e bollite, al sangue e persino alle setole utilizzate per fabbricar pennelli: non c’era casa rurale che non avesse lo stabbiolo, un piccolo vano dove il maiale aveva poco spazio per muoversi, giusto per favorirne così l’ingrasso. Spesso il maiale era allevato a mezzadria e dalle nostre parti il salume più pregiato era, ed è, la spalla cotta che era conservata per i pranzi di nozze, per le più importanti feste di famiglia e frequentemente era venduta per acquistare alle fiere estive i maialetti da ingrassare che arrivavano prevalentemente dalla Maremma e dall’area senese. Parlerò più avanti del curioso rapporto tra il maiale, il Santo, gli ospedali e il temibile fuoco di sant’Antonio, ma incontriamo prima gli antenati medievali dei nostri maiali, quelli che nel 1600 gli abitanti di Arzelato chiamavano cignali e associavano a San Michele Arcangelo protettore delle genti longobarde.

1 CIGNALI Dl SAN MICHELE ln Italia l’allevamento del maiale si diffuse soprattutto, a partire dal sesto secolo, con l’arrivo dei Longobardi, popolo che non solo diffuse l’uso di cucinare la carne di maiale, ma introdusse anche la tecnica della salatura della carne per conservarla. I Longobardi diffusero anche il culto di san Michele al quale attribuirono virtù guerriere, un tempo proprie del loro vecchio dio germanico Odino e si ritiene che la loro presenza sia ancora testimoniata proprio dalle numerose chiese dedicate, spesso in luoghi elevati, all’ar- cangelo. E qui, in Lunigiana, la storia di San Michele si intreccia con l’allevamento del maiale e il prodigioso volo nunziale di sciami di formiche: quando si parla della storia delle formiche volanti di Arzelato si pensa ad una sorta di storiella mai presa sul serio, ma la storia di questo fenomeno naturale è stata oggetto di una vera indagine da parte delle autorità ecclesiastiche. Il fenomeno delle formiche volanti è conosciuto a Pianoro di Bologna, a Nibbiano di Piacenza, a Vetto di Reggio Emilia, a Pomarance di Pisa, a san Pellegrino Parmense e quasi sempre avviene nei pressi di edifici religiosi. Milioni di formiche alate, scientificamente “Myrmicascabrinodis” si danno appuntamento per l’accoppiamento e mentre i maschi muoiono cadendo al suolo anche alla base del campanile di Arzelato e sul sagrato della chiesa, le regine fecondate perdono le ali ,ma non muoiono e vanno a creare un nuovo formicaio. Intorno alla metà del 1600 l’inviato del vescovo di Luni Sarzana volle vederci chiaro attorno a quel fatto prodigioso che gli abitanti dicevano si ripetesse nei giorni della festa di san Michele, il 29 settembre, e fosse dovuto al volere del Santo. La spiegazione raccolta tra la popolazione ci rimanda al culto longobardo di san Michele e alle abitudini alimentari di quella popolazione, legata consumo di maiale, allevato allo stato brado nei boschi e, per inciso, ad Arzelato si ricordano anche sepolture longobarde rinvenute alcuni decenni fa in un sua frazione. I testimoni sentiti dall’inviato del vescovo raccontarono che nel giorno della sua festa il loro patrono guerriero era solito far giungere in paese due “cignali ” uno adulto e uno giovane, destinati a sostenere i bisogni alimentari del giorno di festa. In paese si macellava il più adulto e si lasciava libero di crescere e girare per il paese quello piccolo, ma in un anno di particolare carestia si uccisero entrambi, provocando l’ira del santo guerriero che da allora inviò sempre e soltanto sciami di formiche. L’esito dell’inchiesta non approdò a nulla: l’evento di Arzelato, che ancora si ripete annualmente, non fu riconosciuto di natura miracolosa.

Cinghiali e maiali appartengono alla stessa famiglia e nei documenti medievali spesso il maiale è chiamato cignale: nel periodo altomedievale le tra le attività più diffuse c’era proprio l’allevamento, nei boschi e terreni incolti, di suini che erano molto diversi da quelli attuali. Erano di piccole dimensioni, di peso che non superava gli ottanta chili, con un muso appuntito e pellame scuro. Ad Arzelato il racconto popolare ci racconta storie lontane: testimonia la presenza di popolazioni di origine longobarde che si insediarono nel colle che domina la valle della Magra, che portarono qui il culto del loro santo; nel prodigio dei cignali trasformati in formiche si conserva il ricordo del maiale che sfamava quella gente ed il cui consumo era anche occasione di festa, ma la tradizione sembra anche volerci ammonire di non trasgredire le regole imposte dal sacro, pena il dover sottostare ad una punizione che attraversa i secoli. Ma nel racconto seicentesco i cignali di san Michele, uno ucciso e consumato e l’altro lasciato libero di girare nel paese, sembrano confondersi con i maiali di sant’Antonio che gli ospedali dei monaci, a partire dal XII secolo, allevavano: avevano un campanello al collo per riconoscerli quando giravano liberi nei paesi e gli abitanti li nutrivano perché i monaci Antoniani con il loro prezioso grasso curavano le piaghe dell’herpes zoster.

IL PORCO E SANT’ANTONIO

Il santo al quale si accompagna il maiale è stato quel grande eremita egiziano del III secolo che dopo una vita facoltosa e dissoluta, abbandonò ogni agio e si ritirò a vivere come eremita nel deserto della Tiberiade; la sua fama ben presto richiamò altri giovani, tanto che sant’Antonio si considera come il fondatore delle prime comunità monastiche ed alla sua vita e al suo insegnamento, tramandati dal discepolo Atanasio di Alessandria, si ispirarono i primi monaci dell’Occidente cristiano. Quando san Caprasio nel IV secolo si ritirò nell’isola di Lérins, dopo aver sconosciuto le esperienze dei Padri del Deserto, aveva ben presente l’insegnamento di sant’Antonio. Numerose sono le storie delle tentazioni subite da Antonio nel deserto e tra le tante anche quelle del diavolo che gli apparve sotto forma di maiale, ma non è per questo che oggi l’iconografia cristiana lo associa all ‘animale.

L’antropologo Marino Niola ci ricorda che “Sant ‘Antonio Abate vanta tre aspetti distintivi fondamentali che lo delineano nella sua individualità quasi “eroica “: la signoria sul fuoco, la potenza taumaturgica, il patronato e I ‘associazione su e con il mondo animale. La signoria sul fuoco delle passioni infernali diviene signoria sul fuoco tout court, la dimestichezza con le passioni della carne si tramuta in amicizia con il porco che le incarna, ovvero patronato sul mondo animale. L ‘esemplarità della santità si traduce nel potere di sanare malattie degli uomini e degli animali, preziosi per la sopravvivenza della società. ll santo asceta diventa il santo del  porco, il  san scaltro che dà scacco al  diavolo, un diavolo, che prende le forme dei fantasmi storici d’ mondo contadino: la miseria, le malattie e la fame “.

È proprio nel mondo contadino che san t’Antonio ha avuto uno straordinario successo con forme devozionali e culti che sono ancora attivi, seppure affievoliti: l’esempio più importante vicino a noi è quello della festa di Filattiera dove, come nei secoli scorsi, la notte della vigilia di sant’Antonio si accende un grande falò, poi si portano i tizzoni nelle stalle o presso gli animali di affezione per dar loro la benedizione e la protezione del Santo. Poi in quel giorno di festa sulle braci del falò si cuociono salcicce e costolette di maiale distribuite gratuitamente a tutti i presenti e dopo la festa ha inizio la stagione della macellazione domestica dei suini. Si diceva che il maiale è sempre affiancato all’immagine del Santo, come anche nella statua della chiesa di Filattiera, ma è solo a partire dalla fine del XII secolo che il maiale verrà sempre associato alla figura del santo nel cui nome era stato fondato l’ordine religioso ospedaliero dei canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne in Francia. I membri di questo ordine, dapprima nobili laici, dal 1297 divennero canonici regolari per volere di Bonifacio VIII ed erano chiamati anche cavalieri del fuoco di sant ‘Antonio (la malattia detta ergotismo) e nei loro ospedali curavano in particolare questa malattia utilizzando come balsamo il grasso di maiale. Venerato anche come protettore degli animali, il santo venne così associato al disturbo non come una causa del male, ma come un rimedio.  Con l’ordine degli Antoniani e la fondazione di ospedali (basti ricordare i nostri grandi ospedali di Pontremoli e Fivizzano ed i tanti minori che erano sparsi in tutta la Lunigiana) i suini, animali di grande importanza nell’economia contadina, furono posti sotto la protezione del monaco eremita ed entrarono nell’iconografia del Santo. Ai monaci di sant’Antonio fu concesso il privilegio di allevare maiali che potevano circolare liberamente e indisturbati per le vie dei paesi ed erano alimentati a spesa delle comunità; quando erano macellati dai monaci il lardo ed il grasso erano conservati per produrre unguenti destinati alla cura dell’hepes zoster.

La devozione per sant’Antonio Abate era molto diffusa non solo per la protezione degli animali: in un documento ritrovato da Mauro Bertocchi si racconta di Giovannina da Mulazzo che il 19 agosto 1417, afflitta dal “fuoco di sant’Antonio”, fece testamento prima di partire in pellegrinaggio alla volta di S. Antoine de Viennoise. Ai monaci di sant’Antonio di Vienne un benestante di Aulla nel 1388, prima di partire per un pellegrinaggio a Roma, lasciò in dote il reddito di una mucca che teneva a mezzadria a Caprigliola, beneficio che probabilmente era destinato ai monaci dell’ospedale di Fivizzano che si trova ricordato nel museo oggi allestito presso il santuario di Vienne.

Parlando dei maiali non si può dimenticare il pregiudizio che li ritiene temibili pericoli per i neonati, convinzioni alimentate da racconti storici di fatti di cronaca. Per rimanere in Lunigiana in un processo di metà “700 compare di fronte al giudice Lucrezia Egidi, detta la Giuletta, accusata di aver partorito e nascosto sotto lo strame della stalla un neonato ritrovato sull’aia a brandelli, lì portato da un maiale che, come provò il medico chiamato da Pontremoli ad analizzare i resti, ne aveva lacerato le membra; le cronache medievali francesi narrano poi di maiali addirittura processati e condannati a morte dopo aver assalito bambini.

Fatti e racconti orribili che tuttavia segnalavano l’esigenza di tener custoditi i branchi di maiali che lasciati liberi, se affamati, avrebbero potuto attaccare l’uomo: a questo proposito vi dice nulla l’invasione odierna dei cinghiali?

Riccardo Boggi, Non confondere il porco con Sant’Antonio (detto popolare), tratto da Almanacco Pontremolese 2022, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici

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