LA FIERA DI SAN GENESIO IN VAL DI MAGRA: TRA STORIA E LEGGENDA

L’offerta delle candele al Santo

La fiera di San Genesio in Val di Magra: tra storia e leggenda

Nel cuore della Val di Magra, nella Selva di Filetto nel comune di Villafranca di Lunigiana, si svolge, il 25 Agosto di ogni anno, una grande fiera: la fiera di San Genesio.

In tempi nei quali sono profondamente mutati i costumi e le fiere non rappresentano più, come nel passato, uno degli eventi più straordinari dell’anno, sollecita alcune riflessioni il costatare come, a differenza di altre simili manifestazioni che sono cadute in disuso o che sono state dimenticate o soppresse, la fiera di San Genesio abbia potuto conservare quasi intatta la sua importanza pur essendo in gran parte mutati i caratteri originali che, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, ne avevano garantito la sopravvivenza.

Prima pagina della rivista “Il Carabiniere”, del 30 settembre del 1882, con il disegno illustrativo della ribellione di Filetto. Foto gentilmente concessa dal socio Roberto Bernardini

Un fiera dedicata ad un patrono, ad un santo protettore o ad un santo intercessore, come è noto, assume quasi sempre e ovunque anche la connotazione di una festa paesana nella quale riescono a convivere ed a mescolarsi diverse componenti: quella religiosa e devozionale e quella mercantile, innanzitutto, ma anche quella foklorica e quella sociale e, a questo proposito, si pensi alla funzione che, da sempre, hanno esercitato i luoghi di incontro, al senso collettivo della festa, ai divertimenti, alle occasioni per ritrovarsi, per rivendicare appartenenze paesane, per regolare conti in sospeso e per ostentare vanità.

Nel nostro caso, al successo della “grande fiera della Lunigiana”,” hanno certamente contribuito la centralità del luogo, la facilità di potervi accedere e l’accogliente ed ombrosa selva di castagni nella quale essa si svolge; ma a garantirne la continuità, hanno indubbia-mente contribuito in modo determinante anche gli innesti sull’originale tessuto di alcune componenti “profane” quali, per esempio, i festival dei partiti politici, le moderne occasioni di svago (balere e luna park), i luoghi di ristoro organizzati da enti, da partiti e da associazioni, le esposizioni a cielo aperto e gli stand delle vendite promozionali. Tutte queste componenti, a partire dall’immediato dopoguerra, si erano affiancate ma non sovrapposte al tessuto preesistente. Era, quest’ultimo, un mondo fatto di bancarelle sulle quali si poteva trovare di tutto, di ciarlatani venditori di piatti, di banchi di cocomeri, di giocattoli e di dolciumi, di muggiti e di belati di imploranti animali legati ai castagni secolari, di pesci rossi porta fortuna e di pesci fritti lungo la strada, delle rapide mescite nelle frascate, e poi, ancora, il momento culminante della processione con il santo, le offerte di grano e di candele da parte dei fedeli, le elemosine ai mendicanti sempre con la mano tesa che si radunavano attorno all’oratorio, e la pietosa solidarietà che veniva rivolta ai colpiti dal “male di San Genesio”, gli epilettici, che venivano ad implorare, in quel giorno, la grazia al loro santo protettore.

L’articolo che parla degli scontri avvenuti nella Selva di Filetto il 25 agosto 1882

Da questo crogiolo, nel quale si erano fuse e stratificate diverse situazioni, erano scaturite fresca linfa e nuove energie che avevano contribuito in larga misura ad adeguare l’evento ai tempi mutati; questo era avvenuto perché non erano stati stravolti gli ancestrali cardini di riferimento, e cioè la fede, la devozione, le attività mercantili ed il “senso della festa”.

Ma è soprattutto su quest’ultimo punto che intendiamo soffermarci.

Il compito che ci proponiamo è quello di tentare di cogliere, a distanza ormai di tanti anni, il senso “antico” della festa e dell’aura che l’animava e che la circondava, traendo, qualche volta di peso, dai racconti di Luigi Campolonghi, dagli articoli di Giorgio Batini e dalle ricerche di Riccardo Boggi, ma, anche facendo ricorso ai ricordi personali ed a quelli tramandatici dalla viva voce di persone anziane, una fra tutte quella di Lisauro Bazzali di Villafranca (1868-1963) il quale, tanti anni fa, mi aveva fornito preziose notizie di prima mano che avevo pubblicato sul Corriere Apuano (27 Settembre 1997), e delle quali, per comodità del lettore, qui di seguito ripropongo alcuni stralci:

Ci sarebbe voluto Tavarelli….. (era questo un modo di dire villafranchese che stava a significare che le situazioni difficili potevano essere risolte solo da un certo Tavarelli, mitica figura di bargello autoritario che aveva fatto rispettare la legge a Villafranca, al tempo dei marchesi).

La Fiera (2011)

“Ci sarebbe voluto Tavarelli” dunque, come diceva Lisauro, per sedare la furibonda rissa che era scoppiata durante una fiera di San Genesio, tanti anni fa, nella quale finirono per essere coinvolti quasi tutti i paesi dell’Alta Va di Magra. Questa zuffa aveva fatto seguito a quella del 1882 durante la quale i Castevolesi ed i Groppolesi si erano scontrati anche con le armi da fuoco ed erano finiti addirittura in cronaca nazionale, in prima pagina sulla rivista “Il Carabiniere” (vedi foto). Accadeva purtroppo qualche volta che la fiera, quasi sempre occasione di incontri, di devozione e di mercato, si trasformasse in luogo di scontro e di regolamento di conti tra i giovani dei diversi paesi che davano sfogo ad antichi rancori accumulati durante l’anno per ragioni di confini, di pascoli, di irrigazione, di boschi, di pesca e di donne. Quella volta la scintilla era partita da quelli di Groppoli che avevano accusato quelli di Filattiera del furto di alcune nasse nella Magra, e la rissa si era via via estesa a macchia d’olio allorché quelli di Villafranca erano scesi in campo a fianco di quelli di Groppoli, il che aveva immediatamente provocato l’intervento di quelli di Bagnone e di Filetto contro i quali si erano mossi minacciosi quelli di Virgoletta… e si potrebbe ancora continuare. Era scoppiata dunque una zuffa indescrivibile per sedare la quale ben poco avevano potuto fare i reali carabinieri, zuffa che era terminata soltanto al tramonto quando i contusi erano stati riportati a casa, e i feriti caricati sui barrocci, e portati a “ricucire” da Buffalini (leggi: Ospedale di Pontremoli). Ma, per fortuna, non erano soltanto questi il clima e l’atmosfera che precedevano il giorno tanto atteso della grande fiera di San Genesio che si svolgeva il 25 Agosto tra i castagni della Selva di Filetto.

Tutte le popolazioni dell’Alta Val di Magra aspettavano con ansia questo giorno per incontrarsi o per rincontrarsi, per rivedere parenti, per fare acquisti, per chiedere grazie, per stipulare contratti e per combinare matrimoni. Si poteva ben dire che la fiera di San Genesio rappresentasse un momento importante che scandiva (fino a qualche decennio fa) il lento scorrere della vita nei nostri paesi. I ragazzi cominciavano qualche mese prima a mettere da parte i soldi da spendere alla fiera andando per legna, per granchi e per more mentre i giovani e le ragazze andavano lungo il fiume a tagliare le vezze per fare cesti e panieri che, una volta scorticate ed essiccate al sole, venivano vendute a Valdin che passava a raccoglierle con il carro e con il cavallo. Le pelli di coniglio e gli stracci, tenuti gelosamente da parte per tutto l’anno, venivano venduti a cenciaioli di passaggio, mentre i rottami di ferro e di rame venivano portati a Trombella, nel mitico “Prato del Comune”, dove generazioni e gene-razioni di ragazzi villafranchesi avevano giocato a tutto”.

L’oratorio di San Genesio nella Selva di Filetto

Il clima dell’attesa che precedeva la festa era sentito almeno quanto quello della festa stessa. Le fatiche e le monotonie quotidiane erano interrotte da un giorno speciale nel quale si coltivavano speranze di incontri fortunati e dove si ostentavano vanità lungo l’affollato viale tra i castagni, percorso più volte, avanti e indietro, nella speranza di imbattersi in sguardi desiderati. Anche per questo la fiera di San Genesio è ricordata come la fiera dei fidanzati… “convenendovi giovanotti e ragazze da marito che si affidavano a sensali di molta venalità e scaltrezza che avevano il compito di preparare incontri e contratti (Luigi Campolonghi, Una cittadina italiana tra l’80 ed il 900). Si arrivava alla fiera” (è sempre Campolonghi che parla) su carri infiorati che provenivano da tutti i paesi della Val di Magra, trainati da mucche ben pettinate ed infioccate nella coda e nelle corna, con sopra intere famiglie, con serve e garzoni, tra ceste odorose piene di cibo e di fiaschi di vino… i villani con la camicia di bucato e le massaie con il corsetto corto a fiorami e la sottana blu scuro o nera, altissima sopra i fianchi…ad una certa ora, tutti riuniti a fare merenda all’ombra dei castagni “(Ma poi. dalla Spezia arrivò con il treno a Villafranca “una certa signora” con l’ombrellino giallo a fiorami rossi…).

Sembra invece affascinare Giorgio Batini, che con taglio giornalistico ha dedicato molte pagine alle tradizioni popolari della Toscana e della Lunigiana, l’ipotesi dell’antica origine della fiera di San Genesio “… che si svolge da tempo immemorabile nel secolare castagneto di Filetto… un bosco sacro e leggendario legato per mille fili alla preistoria ed alla storia della Val di Magra“

San Genesio (da una vecchia stampa)

E’ sempre stata opinione comune che la fiera di San Genesio abbia avuto lontane origini, e gli aggettivi “antica” e “antichissima’, riferiti sia alla selva che alla fiera, hanno sempre trovato largo credito presso scrittori e giornalisti che li hanno sempre usati a piene mani per esaltare il prestigio e l’importanza sia dell’una che dell’altra. Se per la Selva l’aggettivo “antica” può ritenersi assolutamente legittimo (alcuni castagni ancora vegeti, vantano vite secolari), altrettanto non si può dire della fiera. Forse le inconsce suggestioni delle sacralità delle selve, i richiami frequenti alla supposta presenza di conciliaboli liguri (antichi luoghi di incontro, di culto e di mercato), la sopravvivenza di fantasiose leggende (Dante e la Selva oscura, e il maserion dei morti), ma, soprattutto, i numerosi rinvenimenti di statue-stele della Lunigiana (la Selva di Filetto, in fatto di ritrovamenti di queste antiche testimonianze è da considerarsi uno dei siti archeologici più interessanti d’Italia) hanno alimentato leggende e perpetuato credenze che si discostano però abbastanza sostanzialmente dalla verità storica.

I motivi che ci inducono a sostenere quanto abbiamo ora asserito, possono essere così brevemente riassunti. Il cronista e speziale lunigianese Giovanni Antonio da Faie (Malgrate 1409-Bagnone 1470) nelle sue Cronache, nelle quali con spirito arguto e molta sapienza, ha saputo interpretare e mescolare fatti di ordinaria quotidianità accaduti in Val di Magra con altri di assai più vasta portata che accadevano altrove, mai ha fatto riferimento ad una fiera o ad un mercato nella Selva o nel territorio di Filetto che, si badi bene, a quel tempo, faceva parte del marchesato nel quale il Faie era nato. Negli Statuti di Filetto del 1571, approvati dal marchese Giuseppe Malaspina e successivamente dal suo successore, il marchese Cesare nel 1590, nessun articolo fa riferimento alla fiera di San Genesio, e solo nelle aggiunte apportate nel 1676 dai marchesi Ariberti, subentrati nel frattempo ai Malaspina e alla Spagna nel governo del feudo di Malgrate, si fa, per la prima volta, cenno alla “Fiera di Filetto”.

La processione con il Santo ( da una fotografia degli anni ’50 del ‘900)

Da altra fonte (Storia degli Ariberti e del feudo di Malgrate, E. Santoro, Cremona, 1969) apprendiamo che agli inizi del XVII secolo (nel 1614) nel periodo contrassegnato dal tramonto della signoria malaspiniana e dal sorgere di quello ispano-aribertiano, nella Terra di Filetto si teneva una fiera annuale della quale però non conosciamo né la data né il luogo preciso nel quale essa si svolgeva e cioè se nella Selva o se entro le mura del borgo, per cui è difficoltoso immaginare la continuità tra questa e quella che di lì a qualche anno diverrà “la grande fiera della Lunigiana”.

Intorno alla metà del ‘600 le notizie cominciano a farsi più certe. Nel 1641 il marchesato di Malgrate era passato dalla Spagna alla signoria dei marchesi Ariberti di Cremona e nel 1645 il prelato Iacopo Francesco Ariberti, fratello del feudatario Giovan Battista, aveva donato agli uomini ed alla parrocchia di Filetto le reliquie dei santi martiri Genesio e Leonardo. In conseguenza di questa donazione, gli uomini della Terra di Filetto avevano deliberato di costruire nella Selva un oratorio dedicato a San Genesio attorno al quale, in breve tempo, si era sviluppata una grande fiera che aveva realisticamente sancito il momento nel quale la componente religiosa si era coniugata con quella mercantile e, in qualche misura, anche con quella politica. Si deve infatti tener conto che la fiera di San Genesio, presumibilmente istituita dagli stessi Ariberti, fu da questi certamente sostenuta al fine di contrastare i concorrenti mercati “toscani” di Bagnone e di Pontremoli.

Ripercorrere a ritroso questo cammino, oltre ad un proficuo esercizio della memoria, è stato certamente anche un modo per valutare le trasformazioni che sono avvenute nel nostro paese, nelle nostre abitudini e nella nostra cultura.

Per quanto ci riguarda, siamo ancora affascinati dalla risonanza di un evento che ha scandito, ormai sono quattro secoli, la vita delle popolazioni lunigianesi, esaltandone i momenti di devozione, di unione, di commercio e di svago.

Ci auguriamo che la Fiera di San Genesio, entrata ormai a pieno titolo a far parte della storia, del costume e delle tradizioni della nostra terra, possa ancora conservare, per lungo tempo, la sua magia e quel senso antico della festa che l’ha finora contraddistinta.


Germano Cavalli, La fiera di San Genesio in Val di Magra: tra storia e leggenda, pubblicata in “Studi Lunigianesi”, editi da “Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana”, Villafranca di Lunigiana, anno XL – XLI, 2010 – 2011

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