Secondo un’indagine effettuata nel 1947 dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria sulla distribuzione delle proprietà fondiarie in Italia (1), risulta che nell’alta Lunigiana prevalgono le proprietà di piccolissima estensione poiché il 92% del loro numero totale è di superficie inferiore ai 5 ha (di queste il 54% è inferiore a ½ hn, il 32% è di esten-ione fra il ½ e i 2 ha, il rimanente tra i 2 ei 5 ha). Solo il 5% delle proprietà ha un’area tra i 5 e i 10 ha, mentre il 3% è di superficie tra i 10 e i 50 ha. Le proprietà tra i 50 ei 100 ha sono soltanto 54, mentre quelle superiori ai 100 ha sono in tutte 34 (2). Rispetto ai sistemi di conduzione predomina quello a conduzione diretta poiché i proprietari delle piccole aziende coltivano quasi sempre direttamente il proprio pezzo di terreno. Quasi inesistente è il sistema di affitto. Quando il proprietario non è lavoratore manuale si serve di mezzadri: il sistema mezzadria predomina di solito nelle proprietà di estensione più ampia.
La piccola proprietà, in prevalenza coltivatrice, è ampiamente diffusa in tutta la regione, sebbene si trovi in grande maggioranza nell’alta Lunigiana, dove è in gran parte costituita da minuscoli appezzamenti che si sono via via sempre più frazionati. Le cause principali del frazionamento sono dovute alle divisioni ereditarie. In Lunigiana infatti vige l’uso di distribuire il patrimonio in parti uguali fra tutti i figli. Oltre a ciò, poiché ad ogni erede spetta una parte di ciascun fondo, questo viene ad essere polverizzato. Hanno però contribuito al frazionamento anche numerosi emigranti, i quali, rimpatriando, spesso dopo essersi arricchiti, hanno cercato di acquistare dei terreni, molte volte senza badare alla distanza dei vari fondi, pur di impossessarsi della terra.
La piccola proprietà è diffusa in Lunigiana da molto tempo ma si è sviluppata sopra tutto dopo la prima guerra mondiale, quando la maggiore disponibilità di denaro ha permesso a molti di diventare proprietari. In questi ultimi anni si è estesa specialmente in alcune zone di pianura dove è quasi decuplicata (3). A Filattiera, Scorcetoli, Caprio ha assunto le proporzioni più notevoli sia per opera di montanari che si sono trasferiti in questi paesi cercando terreni più fertili e meno faticosi a lavorarsi, sia per opera dei merciai, che in questa zona sono assai numerosi. La piccola proprietà, oltre che dalle modestissime dimensioni, è caratterizzata anche dal frazionamento e dalla dispersione. Difficilmente i campi sono riuniti in un sol blocco ma si trovano dispersi qua e là a distanze assai considerevoli poiché spesso un podere, oltre ad essere costituito da tre o quattro appezzamenti di terreno più o meno vicini alla casa del contadino, è formato anche, un po’ più distante, da un lembo di bosco o di pascolo.
L’esistenza e l’attività dei coltivatori diretti, in complesso, non presentano differenze troppo notevoli da parte a parte, come non si manifesta molto varia neppure la struttura delle proprietà: le più evidenti diversità sono in stretto rapporto con l’altimetria. Le piccole proprietà di fondovalle e di collina sono un po’ più raccolte (sebbene anch’esse spesso si presentino notevolmente particellari e disperse) e, soprattutto, meno faticose perché più facilmente lavorabili con l’aratro. Sono, inoltre, assai più fertili e produttive, a causa della natura del suolo e della possibilità d’irrigazione. Anche il tenore di vita è notevolmente migliore nelle zone meno montuose, come lo sono le condizioni igieniche e il regime alimentare. In conseguenza di ciò le esigenze sono più forti in pianura, a causa della vicinanza dei centri maggiori verso i quali il contadino è attratto più facilmente La proprietà del coltivatore diretto è, in genere, piccola e frammentaria, molte volte è piccolissima. I campi sono sparpagliati qua e là e solo il pezzo più grande è vicino. Questa, sebbene lo sia per lo più, non sempre è di proprietà del coltivatore, poiché alcune volte è presa in affitto nel paese vicino ai campi. Altri lembi di terreno si trovano più meno lontano. lontani da casa sono costituiti da un bosco o da un pascolo; a volte, più anche da una vigna e da un uliveto
I terreni più lontani, naturalmente, sono sottoposti molto meno alla diretta cura e sorveglianza del padrone. Perciò i boschi e i prati naturali, avendo meno bisogno di un’attenzione continua, impegnano molto meno il contadino e sono visitati piuttosto di rado. Al prato infatti i componenti della famiglia si recano soltanto al tempo della falciatura del fieno. Questo lavoro viene iniziato in un giorno stabilito dell’anno (in genere il giorno dopo la festa di S. Giovanni). Gli appezzamenti di terreno che hanno bisogno di una cura più assidua, come per esempio un uliveto, se sono molto lontani vengono affidati a un contadino che abita nelle vicinanze. Egli, in compenso della sua vigilanza, ha il diritto di coltivare sfruttare il terreno stesso. Solo al tempo della maturazione delle ulive il proprietario si reca sul posto, procede alla regolare raccolta, se ne torna via e spesso non vi fa ritorno che l’anno successivo. La famiglia del coltivatore diretto non è costituita da molte persone: in genere i componenti si aggirano sui 4 o 5 e raramente formano più nuclei. Per questo le figure tipiche dei poderi toscani, il capoccia e la massaia, compaiono raramente in Lunigiana; in generale le famiglie del proprietario coltivatore sono formate soltanto dal marito, dalla moglie e dai figli. Non tutti i componenti sono sempre dediti ai lavori agricoli: se la proprietà è molto piccola, come in genere lo è nelle zone di fondovalle e di bassa collina, solo la madre e qualche figlio si dedica al lavoro dei campi, poiché il padre e i figli maggiori, se vi sono, si occupano di altre attività. Il più delle volte lavorano all’Arsenale della Spezia e fanno il mestiere di muratore. Nei giorni liberi e la sera sbrigano i lavori più pesanti poiché tutti sono attaccati alla poca terra che possiedono e che integra coi suoi prodotti i guadagni del loro lavoro. Molte volte alcuni componenti esercitano nella pianura padana il mestiere di ambulanti; vanno, come sono soliti dire, “an barsana”. Se il capofamiglia non fa questo lavoro, i figli sono affidati alla direzione ed alla custodia di qualche persona che li istruisce nel mestiere e li fa lavorare alle proprie dipendenze. Quando sono divenuti più grandi ed hanno acquistato pratica, si svincolano dalla custodia del padrone e cominciano a girare con articoli propri. Anche gli ambulanti nei mesi invernali in cui restano a casa si dedicano al lavoro dei campi.
Quando alcuni componenti della famiglia, spesso i più validi, integrano come si è visto il reddito della proprietà con altre occupazioni, tutto il lavoro agricolo è sulle spalle della donna, la quale deve sostenere fatiche molto pesanti. Qualche figlio l’aiuta nei lavori più semplici e soprattutto uno è dedicato a portare al pascolo l’unica mucca che molte volte la famiglia possiede; se non vi sono figli piccoli, è una persona anziana che si occupa di questa mansione. In montagna è un po’ più difficile che il capofamiglia non si dedichi ai lavori agricoli anche perché la proprietà è assai estesa (infatti, in genere, comprende ampi boschi) e richiede una maggiore fatica. Su di lui grava, perciò, tutto l’andamento familiare ed è qui che si sente più forte ed imperiosa l’autorità del pater familias. Le occupazioni che integrano il bilancio dei poderi di montagna sono molto più affini a quelle della vita agricola e sono: il taglialegna e il pastore.
La giornata dei contadini, specialmente in estate, è molto densa di occupazioni e di lavoro e le ore di riposo sono poche. Quando i campi sono lontani e occorre molto tempo per recarvisi, la famiglia parte di buon mattino, lasciando la casa prima del sorgere del sole e molte volte non vi torna prima dell’imbrunire. Neppure a mezzogiorno i contadini vanno a casa per il desinare; verso una data ora solo la massaia vi si reca per preparare il pranzo che poi porta nel campo ancora caldo. Le case per molti giorni, specialmente d’estate, restano perciò completamente disabitate ed è facile attraversare un paese di montagna senza incontrare anima viva o vedere soltanto qualche vecchia seduta sulla soglia di casa con la conocchia in mano intenta a filare la lana delle proprie pecore. Neppure le stalle, nei paesi di montagna, sono abitate durante il giorno, poiché il bestiame d’estate sale tutto ai monti; dove non è in uso il sistema dell’alpeggio vero e proprio, un componente, spesso una ragazza o un ragazzo, è dedicato esclusivamente alle bestie, che per lo più sono mucche. La mattina, quando tutti stanno per partire per i campi, dopo essersi preparato il fagotto del mangiare, costituito per lo più da una fetta di pane e formaggio o da un pezzo di “pattona », la persona addetta al pascolo, parte da casa e sale verso i prati. Spesso vi si reca a giorni alterni poiché, se le mucche di sua proprietà sono poche, porta al pascolo anche quelle di un altro padrone il cui figlio, a sua volta, il giorno dopo si occupa anche del bestiame dell’altro. La strada verso il prato naturale molte volte è tutt’altro che breve. Una volta giunte, le mucche sono lasciate liberamente pascolare poiché. dopo la falciatura del fieno, ogni pastore può fare andare le proprie bestie anche nei prati che non sono di sua proprietà. La sera, dopo essere state riunite, le bestie sono ricondotte a casa.
Molte volte, invece di condurre le mucche al pascolo giornalmente, sono fatte sostare per alcuni mesi sui prati che si trovano al di sopra delle abitazioni temporanee. In questo caso un componente della famiglia (sempre un uomo) si trasferisce col bestiame, per quel periodo, nella capanna che possiede sull’ alpe. Le capanne temporanee sono molto rudimentali e sono generalmente costituite di un solo vano. In un angolo contengono il focolare, formato da pochi sassi, che generalmente è situato vicino alla porta poiché le capanne non hanno finestre o soltanto un piccolo buco. Nel lato opposto al focolare sorge il giaciglio (rapasela) che è rialzato da terra con quattro bastoni conficcati nel suolo ed è formato da rami di faggio incrociati; il pagliericcio è quasi sempre sostituito da uno strato di frasche, anch’esse di faggio o di felci. Non vi sono stalle per farvi trascorrere la notte al bestiame, poiché esso dorme all’addiaccio. Qualche volta è riunito entro un recinto («mandria”) che sorge dietro o di fianco ed anche davanti alla capanna. Si usa anche far “stabbiare” e cioè far sostare la notte le bestie entro recinti che vengono di tanto in tanto spostati per permettere a tutto il pascolo di venire concimato. La giornata del pastore è assai intensa di lavoro poiché è proprio sull’alpe che viene effettuata la lavorazione del latte. Le prime ore del mattino, dopo la prima mungitura, sono le più attive. Appena fatte allontanare le bestie verso il pascolo, il pastore comincia la lavorazione del formaggio, che appena fatto viene posto a seccare su assi di legno sospese al soffitto o conficcate nelle pareti. Non sempre l’abitazione temporanea contiene un locale apposito per la conservazione dei prodotti del latte. Gli arnesi per la lavorazione del formaggio, di burro e della ricotta sono assai rudimentali e primitivi e ben poco corrispondenti alle norme igieniche. L’alimentazione del pastore è assai semplice e frugale. Le provviste principali vengono portate dai villaggi, da cui le donne ogni tanto si allontanano per rifornire i pastori. Generalmente ogni capanna ha nelle vicinanze un piccolo pezzo di terra dove si coltiva un po’ di patate e un po’ di segala. A volte viene allevato, assieme alle altre bestie, anche qualche maiale che viene nutrito coi sottoprodotti del latte.
All’infuori dell’uomo che sta all’alpe, i componenti della famiglia la sera si trovano tutti riuniti, dopo la faticosa giornata di lavoro, attorno al desco. La cena è per tutti i contadini il pasto più importante: la sera, non a mezzogiorno, la massaia prepara la minestra che costituisce molto spesso, assieme all’immancabile bicchiere di vino, tutto il pranzo. Molto semplice e frugale è l’alimentazione. Mentre in molte zone, specialmente in piano, il contadino acquista giornalmente il pane alla bottega, anche perché non sempre la farina è sufficiente al fabbisogno familiare, in montagna è sempre diffusa l’usanza del pane cotto in casa, ma raramente nel forno. In Lunigiana infatti il sistema più diffuso di cottura è quello per mezzo di due testi di argilla, di forma circolare, i quali, fino a poco tempo fa, si fabbricavano proprio nella regione e precisamente nel paese di Castagnetoli (I). Più del pane però è di prammatica il consumo della così detta “crescente” (carsenta) che è una focaccia di farina di granturco e grano cotta anch’essa nei testi. Altro alimento, che un tempo sostituiva il pane e che costituiva l’elemento caratteristico dell’alimentazione della Lunigiana, è la “pattona». La pattona è fatta esclusivamente di farina di castagne e viene cotta anch’essa nei “testi ». Oggi il suo consumo è molto diminuito e solo la gente più povera ne fa ancora uso. Comuni a tutta la regione sono le vivande che costituiscono il pasto dei contadini, fra cui hanno il primo posto le torte di vario genere: di riso, di patate, di porri ecc. Gli elementi fondamentali della cucina sono sempre quelli forniti dal campo e dall’orto, tra cui la farina gialla, la farina dolce e la patata; la carne invece compare molto raramente sulla tavola, poiché la massaia cerca di acquistare il meno possibile alla bottega e di sfruttare al massimo i prodotti della propria terra.
Le abitazioni sono semplici e costituite da pochi vani; i proprietari coltivatori vivono raggruppati in piccoli paesi dove per lo più possiedono la propria casa. Qualche volta l’hanno in affitto. Lo stato delle abitazioni è in relazione alle possibilità dei proprietari. Si trovano però case il cui abbandono non è soltanto dovuto a cause economiche ma a vera e propria trascuratezza. I rustici principali non mancano ma sono di dimensioni molto varie, poiché sono in relazione all’ampiezza della proprietà e alla quantità del bestiame. La legnaia non sempre esiste, poiché a volte la legna viene accatastata all’aperto poco lontano dalla casa. Anche il fienile qualche volta manca, specie dove le bestie non sono numerose e dove quindi i foraggi non sono molto coltivati. Nei campi e nei boschi compaiono numerose piccole capanne di frasche e di pietra ricoperte di paglia che servono di riparo e di deposito delle foglie di castagno conservate per lo strame, del fieno e della paglia. Nelle piccole proprietà manca sempre il granaio: il grano, come altri prodotti, in molte famiglie di montagna viene ancora conservato entro grandi cassoni di legno chiamati “scrigni”. La farina di castagne, in particolare, vi viene pressata a gran forza, tanto che per essere tolta deve essere spezzata a colpi di accetta (sgurcél). Ogni casa ha un pollaio spesso molto rudimentale ma è immancabile ed è sotto la cura della massaia, la quale tiene per sé e per le proprie piccole necessità il ricavato della vendita delle uova che, molte volte, rappresentano l’unico cespite di disponibilità.
Il piccolo proprietario coltivatore possiede per conto proprio gli attrezzi da lavoro. Date le modeste, spesso modestissime, disponibilità, ne è molto geloso e li tiene con cura particolare. Naturalmente sono tutti attrezzi rudimentali e molto semplici, che richiedono molta fatica. L’attrezzo principale è l’aratro di cui si vedono ancora modelli molto antiquati e quasi primordiali. In montagna specialmente se ne usa ancora un tipo, chiamato arad anche nell’uso dialettale, di fabbricazione locale, composto quasi tutto di legno all’infuori della parte che deve affondare nel terreno. In pianura è più diffuso il così detto piò che è un aratro (di produzione industriale) interamente di ferro e che affonda maggiormente nel terreno. Sia l’aratro propriamente detto che il piò sono trascinati dalle mucche o dai buoi; questi ultimi però non sono molto numerosi in Lunigiana, poiché soltanto i maggiori proprietari ne posseggono un paio che prestano a giornate o ad ore, dietro relativo compenso, a chi non li possiede o non può mantenersi una mucca. Data però la forte montuosità del suolo e la fitta alberatura dei campi, non sempre l’uso dell’aratro è possi bile; sono quindi la zappa e la vanga che servono al contadino di strumento principale per lavorare la terra. Oltre agli altri comuni attrezzi agricoli, quasi ogni famiglia possiede un piccolo torchio e, a volte, la sgranatrice per il granturco e la pressa per il fieno. Coloro che non li hanno li chiedono in prestito e in cambio offrono un po’ del prodotto. La trebbiatrice arriva anche nei punti meno accessibili e perciò è quasi scomparso l’uso del correggiato (cersa) adoperato anche in altre regioni e costituito da due bastoni legati da un pezzo di pelle di porco o di asino. Viene ancora usato per i fagioli, i ceci, la segala ecc. Per il grano l’ho visto adoperare nei luoghi di più difficile accesso, come nel paese di Cervara (Pontremoli). Come mezzo di trasporto, il carro viene usato specialmente in piano: in montagna predomina la così detta “bena”. La “bena” è una “treggia”, formata da un basso cesto appoggiato a due bastoni incrociati detti “gambli” ed è trainata dalle mucche. La “trasa” invece è usata specialmente per il trasporto del fieno e della paglia ed è simile alla “bena” ma non ha il cestone. Sia la “trasa” che la “bena” sono di fattura locale. Sempre in montagna è molto usato anche l’asino, specie per il trasporto della legna che viene, in tal modo, fatta scendere fino alla strada dove possono giungere gli autocarri.
Come si è visto, molto semplice e ancora primitiva è l’esistenza di molti coltivatori. Il più delle volte la vita è molto dura e difficile: tutti i componenti cercano perciò di contribuire al mantenimento della famiglia e di cooperare nel lavoro. Concorrono a bilanciare le spese a cui ogni massaia deve far fronte, oltre alla vendita di alcuni quintali di grano, granturco, farina dolce, o vino, che molte volte sono appena sufficienti al consumo familiare, lo smercio dei prodotti minori che molti contadini fanno nei vicini centri di mercato. A Pontremoli, per esempio, ogni mercoledì e sabato, giorni di mercato, affluiscono numerose donne per cercare di vendere un po’ dei loro prodotti. Oltre alla verdura, le nova, il pollame, ricavano abbastanza dalla vendita della ricotta e del formaggio. Un altro discreto cespite di guadagno è rappresentato dai funghi, dalle fragole, dai lamponi e dai mirtilli che vengono portati sui mercati a ceste. Organizzata e diffusa è anche la vendita di questi profumati frutti di bosco lungo le strade di maggior transito. Sulla strada della Cisa, per esempio, s’incontrano moltissime donne e ragazzi che, a distanza di pochi metri, offrono a gran voce, in cestini costruiti da loro stessi, con scorza di faggio o con giunchi raccolti sul greto dei fiumi, le fragole, i lamponi e i mirtilli (percial) che sono andati a raccogliere il giorno prima, a volte molto lontano.
MARIA LUISA LISONI, Gli aspetti della proprietà agraria nell’alta Lunigiana, In Il Giornale Storico della Lunigiana, anno XII, SP, 1961, pp. 191 – 195
(1) Oggi questa lavorazione è scomparsa ed i testi di argilla, piuttosto fragili, sono stati sostituiti con testi di ghisa.
L’immagine di introduzione è tratta dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana….