Forse a molti potrà sembrare incredibile, ma in occasione di molte festività è possibile rintracciare nelle nostre tradizioni popolari alcune usanze ed abitudini che adombrano ancora riti e cerimonie remotissimi; totalmente prive di qualsiasi elemento in comune con lo spirito e l’etica del cristianesimo esse affondano le loro più remote origini e quindi i loro primi motivi ispiratori in credenze ed in rituali precristiani e preromani; risalgono quindi alle stesse origini della civiltà.
Nella maggioranza dei casi si tratta di usi e costumi che attraverso il fluire dei secoli e dei millenni hanno subito il profondo lavorio di una costante evoluzione; che talvolta si presentano irriconoscibili per i sedimenti dei secoli più civili, ma che quasi sempre, a ben studiarli, svelano sotto aggraziate e poetiche contaminazioni cristiane o moderne la loro primigenia violenza, barbarie e ferinità.
Attraverso lo studio delle varie aree di investigazione e quindi di comparazione, in molti casi, è possibile giungere ad una precisa o molto approssimata ricostruzione dell’uso originario; intuirne gli elementi mancanti avvalendoci di opportune integrazioni fornite da altre lezioni della stessa usanza, o scoprirne il vero spirito ritrovandolo pressoché intatto in aree di relegazione periferica o in zone ove l’azione livellatrice della civiltà non si è ancora fatta sentire.
In questi sommari appunti desidero richiamare l’attenzione su alcune usanze lunigianesi, in parte scomparse solo in questo ultimo cinquantennio e formulare alcune ipotesi sulla loro probabile origine e sul loro significato.
Nella Lunigiana orientale (Valle dell’Aulella ed alta val di Serchio) nella mattinata dell’Epifania un corteo di ragazzi, seguendo un certo ordine, si reca di casa in casa chiedendo la «mancia» o il «menopio»; piccole regalie a base di frutta (mele, noci, nocciole, castagne secche) e di dolciumi. In alcuni paesi della Garfagnana (Vagli) il corteo è reso più pittoresco e solenne dalle immagini dei Re Magi e di angeli alati che vanno cantando di casa in casa a ricevere offerte, da bere e da mangiare con festose e calorose accoglienze.
In alcuni paesi l’uso del «menopio» è anticipato al primo dell’anno; variante che rientra nello stesso ciclo, giacché, come vedremo, la celebrazione una volta durava per parecchi giorni e si protraeva da prima di Natale all’Epifania.
Questa però è la forma più semplice dell’usanza; quella cioè che ha subito più fortemente le trasformazioni del tempo e che ha già accettato gli angeli ed i Re Magi del cristianesimo.
Più ricchi e più complessi particolari questa stessa usanza presentava qualche decennio fa nella Val di Vara ove era nota col nome di «ricca». «La vigilia della solennità, vestiti a festa e adorni di nastri, tutti i bambini si recavano in giro pel paese alla spicciolata, ma con una tal compostezza come se andassero in Chiesa. Dopo l’Avemaria, essi convenivano in un dato luogo per poi di là muoversi a coppie ed in ben ordinata fila dietro le orme di uno di essi a questo scopo prescelto. Poscia arrivava la musica che suonava a ballo. Alla porta di ogni casa (tranne quella contristata da una morte recente) si fermava la truppa infantile per cantare in rozzi versi dialettali l’avvenimento pasquale, e portava gli auguri di buon raccolto. Il canto terminava con una preghiera, la quale chiudeva così:
Pregherem che il ciel vi dia
la sua grazia e i suo favori.
Che conceda ai vostri cuori
bella pace ed allegria.
La mattina poi, tre o quattro dei più vispi, tornavano alle case stesse con un panierino coperto da una salvietta; ivi erano accolti con letizia dalle massaie, ognuna delle quali deponeva nel cestino qualche dolciume o altre leccornie.
Dopo il vespero, sei dei più robusti toglievano sulle spalle una barella foggiata a mo’ di tronco, detta «bussola” perché intrecciata di bosso, e posatovi sopra il più autorevole di loro, vestito da befana, lo menavano in trionfo pel territorio al suono degli strumenti. Gli altri fanciulli tenendosi per mano e facendo cerchio intorno alla lettiga, emettevano grida di gioia ed evviva al mascherato sire.
Tutti i paesani s’inchinavano e battevano le mani alla piccola maestă, sinché il più ricco del paese facendosi innanzi ed inchinandosi profondamente, chiedeva umilmente la grazia di dar da merenda alla piccola corte. Il piccolo re, discendeva allora dal suo trono e con gli altri giovinetti si metteva a tavola chiudendo in tal modo la festa e il suo breve impero”. (1)
Qui troviamo parecchi nuovi elementi che sembrano fare della «ricca» cosa del tutto indipendente dalle usanze della Lunigiana orientale sopra descritte. Tuttavia si tratta certamente di una identica tradizione che è stata fissata in uno stadio un pò più antico e che appare quindi dotata di maggiori particolari, Ciononostante le figure ed i cerimoniali non ci illuminano ancora sufficientemente sull’origine e sul vero significato della festa. Dovremo quindi allargare ancora la nostra indagine ed andare a cercare questa stessa usanza là ove essa appare con elementi ancor più significativi, che per meglio intenderci chiameremo “elementi chiave».
Infatti la creazione del re dell’Epifania ed in generale tutto il cerimoniale di Val di Vara presenta una stretta analogia con le usanze che nella prima metà del secolo scorso erano ancora vive in molte zone della Francia. Ma qui troviamo anche nuovi ed importantissimi elementi capaci di integrare e sotto molti aspetti chiarire il più profondo valore dell’usanza.
“Ogni anno a Carcassonne, la prima domenica di dicembre i ragazzi di via Saint-Jean solevano uscire di città armati di bastoni a battere i cespugli in cerca di scriccioli. Il primo che prendeva uno di questi uccelli veniva proclamato re. Tornavano quindi in paese in processione col re alla testa, che portava lo scricciolo in cima a una pertica. La sera dell’ultimo giorno dell’anno il re e tutti quelli che avevano fatta la caccia allo scricciolo marciavano per le strade della città alla luce delle torce, suonando tamburi e trombe. Alla porta di ogni casa si fermavano e uno di essi scriveva col gesso sulla porta: vive le roi, con il numero dell’anno che stava per incominciare. La mattina dell’Epifania il re andava di nuovo in processione in gran pompa portando una corona, un mantello azzurro e uno scettro. Davanti a lui si portava lo scricciolo in cima ad una pertica, adornato di una verde corona di ulivo, di quercia e spesso anche di vischio di quercia. Dopo avere assistito alla messa nella Chiesa parrocchiale di S. Vincenzo, circondato dai suoi ufficiali e dalle sue guardie, il re visitava il vescovo, il sindaco, i magistrati e i cittadini più ragguardevoli raccogliendo del denaro per fare le spese del banchetto reale che aveva luogo la sera e finiva con una danza”. (2)
Risalendo ancor più nel tempo ed allargando ancor più l’area di comparazione, non ci sarà difficile scorgere una stretta relazione tra questa cerimonia ed altre analoghe processioni di animali sacri documentate presso molti popoli, in Egitto, nell’India, nel l’America e nelle nuove Ebridi.
E se è possibile, come sembra, stabilire un parallelo tra le usanze di Val di Vara e quelle della Francia, alle più lontane origini di queste manifestazioni starebbe un rito magico di carattere totemico: il cui ricordo, trasportato di civiltà in civiltà e di ambiente in ambiente, ha perduto completamente il suo significato originario e con esso anche gli elementi più importanti e più indicativi ai fini della nostra ricerca: è rimasto però come prova ed esempio di uno stato culturale più antico, al disopra del quale in alcune zone se ne è sviluppato uno nuovo, sorto (come vedremo, a Sassalbo) per contaminazione con altri riti non meno arcaici, o come in Garfagnana, per la diretta influenza della tradizione cristiana.
Gli “elementi chiave” che ci permettono di chiarire l’usanza e di collegare la «ricca» con la tradizione di Carcassonne, sono la creazione del re dell’Epilania e l’uccisione dello scricciolo.
Possiamo cosi giungere al vero spirito della cerimonia che evidentemente nasce nel clima di un paganesimo molto primitivo ed appare strettamente legato a quel culto che lo scricciolo (designato ora come piccolo re, reattino, degli uccelli, della siepe e del bosco) godeva tra i Greci ed i Romani antichi e tra tutti i popoli dell’Europa moderna.
Nelle civiltà primitive, infatti, si uccideva (e si uccide) una volta all’anno con particolare solennità l’animale sacro della tribù e del clan e lo si portava di porta in porta perché ognuno dei suoi adoratori potesse ricevere una parte delle divine virtù che si credevano emanare dal dio morto o morente. (3)
E nell’augurio che quasi uniformemente abbiamo veduto formulare dai cortei di ragazzi per l’Epifania potremmo facilmente vedere la traccia di una antica formula rituale propiziatoria seguita sempre dall’offerta, che se in origine era elemento integrante, è rimasta invece la parte più viva e sostanziale nelle attuali usanze lunigianesi.

A Sassalbo, nell’alta valle del Rosaro, la «mancia» ai piccoli è trasferita al primo dell’anno e si svolge nelle primissime ore del mattino, nella forma semplice, la più evoluta, già descritta all’inizio. Se i ragazzi sono in gruppo dividono le piccole regalie ricevute in parti meticolosamente uguali. Se però sono respinti o accolti con scarso profitto, sostituiscono la normale frase di augurio («bon di per bona mancia – k’a son arrivà dai…») con questa singolarissima espressione:
«Dio vogl k’a v ven tanti boñi n-t-l kulo
quanti sassi n-t-st’ muro ».
Evidentemente l’espressione scurrile-burlesca sostituisce una più antica formula di maledizione, riservata un tempo a chi peccava di empietà; a chi forse non accettava più la benedizione del totem morto o morente.
Ma a Sassalbo per l’Epifania esiste un’altra usanza che sebbene parallela nel concetto animistico con le processioni totemiche, appartiene certamente ad un altro ciclo di celebrazioni; ciclo diverso, ma non meno arcaico. Si tratta di una singolarissima usanza, credo unica in Lunigiana, detta «ligavecchia», della quale non sono protagonisti i ragazzi, ma persone anziane.
«La vigilia dell’Epifania, a tarda sera, un gruppo di persone anziane, tutte in blocco, girano per il paese in cerca del “ligavecchia“; si tratta di persone tra le più bisognose del paese, appartenenti a famiglie “non di buona razza” e di faccia franca; sono precedute dal “bufon” e da “quello del sacco“. Il bufon, il più franco e chiacchierone, è vestito peggio che può: cioè con calzonacci tutti strappati e rattoppatissimi, con una camiciola analoga, col viso mascherato da un qualsiasi cencio, con in capo un berrettaccio o una calza vecchia che spesso simula una testa con corna (allora c’è anche la coda), il collare col campano al collo che scampana continuamente per preavvisare l’arrivo. Mentre tutti fanno gran fracasso e urlano “m’ fei la ligavecchia?” (mi fate la legavecchia ?) il bufon e gli altri bussano a gran calci alle varie porte. Appena in casa butta la “soga” (la fune) al collo della vecchia di casa o della più anziana e se quella vuol essere slegata deve dare qualche cosa, altrimenti minacciano di legarla e di portarla al canale ad affogare.
Viene regalato e gettato alla rinfusa nel sacco, patate, noci, castagne secche e chi dà vino lo versa in un recipiente che uno della comitiva si era portato dietro. Fatto il giro del paese, i componenti la compagnia vanno a casa di uno e dividono in parti uguali la “liganecchia“: (così si dice per la raccolta come per l’usanza)». (4)
Sebbene dotata di elementi diversi ed improntata a caratteri peculiarissimi, questa usanza a ben considerarla non differisce sostanzialmente da analoghe “legature” che in Lunigiana ed altrove si documentano per la fine di Carnevale o per la domenica grassa. Ecco infatti come si usava in Val di Vara per la domenica grassa:
«Molti fra i più arguti popolani, mascherati gli uni da giudici e gli altri da birri, si mettevano in agguato là ove doveva passare il parroco o qualche benestante del paese. Ivi organizzavano la battuta ed aspettavano il momento propizio di poter ghermire la prescelta vittima in modo certissimo. L’assalto, oltre che improvviso era condotto con tutte le regole dell’arte e della strategia. Fermato il presunto malfattore, lo si legava passandogli al braccio un nastro rosso; poi una fucilata annunziava l’operazione compiuta e chiamava a raccolta chi fu posto all’inizio dell’azione a guardia dei paesi e dei sentieri. Al rimbombo della fucilata, mille voci di giubilo rispondevano da ogni lato, una banda di suonatori, che si teneva nascosta, intuonava la marcia consueta e tutto il paese correva a rotoli sul teatro della cattura. Quivi si costituiva il tribunale, i giudici ascoltavano le accuse, le testimonianze, le discolpe, procedendo poscia a questa singolare sentenza: “Considerando che il Sig. N. N. ha troppe mortadelle, troppa farina, troppo vino, troppa carne di porco per il suo bisogno e che la legge ordina a tutti di dare ai poveri quello che avanza, condannarono e condannano il medesimo alla pena di una sontuosa merenda a favore della brigata dei legatori”. Finalmente, pubblicato il decreto, si succedevano gli spari, gli evviva di rito e tutti si recavano sghignazzando alla casa del condannato ove aveva luogo la esecuzione della pena”. (5)
Mentre a Sassalbo la legatura ha un carattere direi privato, ove i protagonisti sono un piccolo gruppo che agisce alle spalle dell’intero paese, qui è l’intero paese che ricatta una sola persona; tuttavia rimane identico il principio, elemento chiave dell’usanza, che vuole la liberazione della persona legata solo a patto che sia scontata una pena; sia essa l’offerta del ligavecchia o il banchetto.
Un processo, pressoché identico, nella forma, a quello di Val di Vara si documenta in alcuni paesi montani dell’Appennino Reggiano (Cerreto delle Alpi, Collagna). Viene celebrato allo sposo quando esce dalla chiesa dopo il rito nuziale; egli trova la strada sbarrata da un tavolo dietro il quale siedono giudici, avvocati, pubblici accusatori, guardie e popolo. Il processo termina quasi sempre invariabilmente con la condanna ad offrire alla corte ed ai presenti un congruo numero di bottiglie. Ma, come ho già avvertito, in questo caso esiste solo una rassomiglianza formale con il processo carnevalesco, poiché il significato dei doni pretesi dal paese allo sposo va identificato in un mezzo di propiziazione o di compensazione per il danno che si recava alla comunità con l’allontanamento della sposa: così come gli stessi doni nuziali vanno intesi come un analogo risarcimento al gruppo gentilizio. (6).
Esiste, invece, una strettissima relazione tra le legature della Val di Vara e quelle che si praticavano nella stessa ricorrenza in certi paesi della Garfagnana. Qui si legava saldamente e si sottoponeva a varie sevizie il forestiero che quel giorno fosse capitato nel paese. Era una specie di berlina, burlesca e un po’ crudele, che qualche volta poteva finire anche tragicamente (7). Ed in questo caso i protagonisti, sia pur inconsciamente, ripetevano gli atti di quel remotissimo rito, che dobbiamo identificare come l’origine delle odierne tradizioni carnevalesche dell’Europa.
Infatti queste legature non sono altro che varianti del processo che in tutta l’Europa si suole fare al Carnevale; cioè ad una burlesca immagine, signore di un breve periodo di allegria e di libertà, che viene invariabilmente bruciata o lapidata o seppellita dopo sommari processi.
Mi sembra superfluo accennare qui alla figura del. lo spezzino «Battiston» che viene bruciata ogni anno al mare o nei cortili dei quartieri popolari, tra le festose ghirlande di bandiere, scoppi di petardi e girandole di fuochi d’artificio.
Cosi a Frosinone era famosa questa usanza col nome di “radica” ed aveva aspetti molto chiassosi e vivaci; a Lerinda, in Catalogna, il processo e l’esecuzione di “Sua Eccellenza Pau Pi” terminava con la comparsa dei demoni che si contendevano la desiderata preda. In Provenza, invece, è chiamato “Caramantron”, a Saint-Lô “Martedi Grasso”. Nelle vicinanze di Tubinga “l’orso del Martedi Grasso»; nella Transilvania il Carnevale viene impiccato ed in Estonia lo si raffigura in un fantoccio di paglia, chiamato «Metsik», che si abbandona alle sevizie del tempo alla sommità di un albero non lungi dal paese.
Si tratta quindi di una usanza molto diffusa e precisa, che pur sotto multiformi varianti, presenta indubbiamente una origine unica.
Secondo il Frazer al di sotto di queste simboliche rappresentazioni starebbero i riti per l’uccisione dello spirito della vegetazione, che presso le civiltà primitive, ogni anno deve morire per poter rinascere più vigoroso e più vegeto con i primi moti della primavera. Quindi, identificato il nostro Carnevale con gli antichi Saturnali, il grottesco individuo, che tutta l’Europa mette a morire per il martedì grasso o per la domenica grassa e che in Lunigiana e in Garfagnana talvolta si vede in persone reali che in qualche modo devono scontare una pena, non sarebbe altro che il successore dell’antico re dei Saturnali; il signore della festa, l’uomo vero che personificava Saturno e che, quando la festa aveva termine, era messo a morte in rappresentanza del dio. Il Frazer nota anche che il martirio di S. Dasio attesta questa barbara usanza ancora in vigore al tempo di Massimiliano e di Diocleziano. Quindi come il re del bosco di Aricia viveva e moriva come incarnazione di una divinità silvana, egli ebbe in tempi antichi un parallelo a Roma negli uomini che, ogni anno, venivano uccisi come rappresentanti del re Saturno, il dio del grano seminato e risorgente”. (8)
Se a prima vista il “legavecchia” di Sassalbo può sembrare fuori stagione, in realtà non lo è affatto qualora si pensi che i Saturnali romani avevano inizio il 17 dicembre; a questa luce, anzi, appare come un prezioso relitto folkloristico capace di documentarci l’esistenza di analoghi riti anche nel cuore dell’inverno: quando cioè l’uccisione dello spirito della vegetazione poteva apparire quanto mai giustificata. Infatti nelle più impervie zone di montagna, ove i lunghi freddi invernali e l’imperversare del cattivo tempo rendono spesso stentata e lungamente ritardata la germinazione delle semenze, si può ben giustificare nella concezione di una mentalità primitiva l’ansia di affrettare la rapida crescita dei cereali mediante particolari pratiche e particolari riti magici; e questo proprio quando lo spirito del seme deve morire della sua lenta macerazione per rinascere a nuova vita.
Forse non saremmo lontani dal vero immaginando a Sassalbo altri particolari dell’antico rituale, oggi scomparsi, capaci di collegare più chiaramente il «legavecchia» a questo ciclo di celebrazioni. Perché sebbene il nome dell’usanza ed il suo svolgersi siano molto indicativi, qui non troviamo più un rapporto diretto o un qualsiasi legame, anche minimo, con le coltivazioni ed i frutti del lavoro campestre. Rimane solo l’offerta, fatta di prodotti essenziali provenienti dai campi e dalle selve; e può darsi che, appena un secolo fa, le patate, ancora sconosciute nella zona, fossero sostituite da piccole offerte di cereali; offerte veramente simboliche e rituali perché particolarmente preziose. Si tratterebbe quindi di un cerimoniale trasferito per esigenze stagionali dall’aperto all’interno delle case; qualche cosa come i rituali fuochi per la celebrazione del solstilizio invernale che da epoca remotissima furono trasferiti nell’interno delle case e che sussistono del tutto irriconoscibili nel tradizionale ceppo natalizio. (9)
Per questo quindi il «legavecchia” di Sassalbo avrebbe totalmente perso i suoi primitivi rapporti con i campi e soprattutto con la raccolta o la germinazione dei cereali: rapporti che invece sono ancora vivi o documentati in buona parte dell’Europa, Per dare un quadro complessivo sia pur approssimato di queste usanze mi basterà ricordare la Baviera, ove il mietitore che taglia l’ultimo mannello di grano viene canzonato e stuzzicato in tutti i modi perché ha la vecchia e non è lasciato in pace finché non offre birra ed acquavite. Nella Slesia la donna che fa l’ultimo covone di grano deve sottostare a scherzi anche brutali. In Lorena quando si batte l’ultimo grano tutti gridano «uccidiamo la vecchia». A Tilsit l’uomo che taglia l’ultimo grano viene chiamato «l’uccisore del. la vecchia”; in Lituania chi batte l’ultimo grano è colui che «ha colpito a morte la vecchia» e che deve espiare il malfatto offrendo a tutti dell’acquavite (10). Talvolta però analoghi trattamenti erano riservati anche ai forestieri di passaggio; tutte queste usanze significano, in definitiva, che la persona che taglia, che lega e che batte l’ultimo grano è trattata come la incarnazione dello spirito del grano; legandola o fingendo di ucciderla, a parodia dei sacrifici umani usati in epoche remote, si credeva di uccidere il vecchio spirito della vegetazione perché questo potesse rinascere più forte e più vigoroso nel nuovo raccolto. Perché nella religione agraria primitiva la periodica scomparsa e riapparizione della vita vegetale sono sempre considerate come morte, occultamento e resurrezione del dio agrario. (11)
Che il “legavecchia” dell’Epifania e le altre legature documentate in Lunigiana abbiano un certo rapporto e siano manifestazioni diverse di una stessa celebrazione sembra confermato dalle stesse usanze sassalbine del Carnevale:
«Appena inizia il tempo di Carnevale gruppi di giovani preceduti dal “buffone”, vestito al solito modo del «legavecchia» senza però la fune, ma coi testi di castagnacci, suonando, cantando, vanno nelle case, specialmente ove ci sono ragazze; o dove sanno che c’è buon ricevimento. Sono mascherati in vario modo, quasi sempre da donna, ma anche da soldato e magari, un tempo, da chirurgo o da sacerdote (almeno nelle intenzioni). A volte il «buffone” finge d’essere gravido, con una gran pancia, seni ecc. La comitiva procede tra canti, risate, saluti e trilli per non farsi riconoscere. Solo il «buffone» ha la faccia scoperta: fa balli, versacci, parodie sconce. imita il parto: si getta dolorante ed urlante a terra; o finge di celebrare la messa. Un tempo, quando il veglio era nei focolari (essicatoi delle castagne) saltava nel fuoco per spengerlo. Qualcuno fa la parodia di due fidanziati con approcci anche spinti.
Se trovano la casa vuota, asportano secchi, paioli ecc. che poi abbandonano poco distante. Generalmente vien loro offerto del vino e dopo aver bevuto se ne vanno con grandi inchini, ringraziamenti e strette di mano». (12)

Non ci sarà difficile scorgere in questa descrizione elementi di folklore di eccezionale interesse; che però sono relativamente utili ai fini della nostra ricerca; ciò che invece conta, è la presenza dello stesso «buffon”, protagonista del «legavecchia»; forse la stessa ridicola figura simboleggiante altrove chi si deve uccidere, ma che a Sassalbo non si processa e non si condanna perché il rito è stato sdoppiato e la parte più essenziale, comprendente la pena da scontare è stata anticipata, o meglio, è stata mantenuta all’Epifania, cioè nel colmo dell’inverno. Non si riuscirebbe altrimenti a capire come Sassalbo, paese tanto tradizionalista, potesse apparire privo di un elemento folkloristico tanto comune e diffuso come il processo carnevalesco. Non manca però neppure qui, nel Martedì Grasso, una cavalcata mascherata, che però è cosa quanto mai formale che si limita oggi ad una esibizione e ad uno sfoggio di modesti costumi.
Pensando col Tylon le sopravvivenze quasi come fatti immobili che rimangono nei popoli per forza di inerzia a documentarci le fasi primordiali della vita e del pensiero umano, ho creduto di poter ravvicinare e collegare tra loro alcuni elementi del folklore lunigianese che sembrano avere le loro radici in un comune clima magico-animistico.
E sebbene in etnografia non si possa e non si debba per principio sostenere che «fenomeni uguali debbano avere uguali significati» (Graebner), una certa relazione tra le varie legature di Sassalbo, della Val di Vara, della Garfagnana e le analoghe manifestazioni dell’Europa, sembra credibile ed ammissibile, sia pur in forma del tutto ipotetica; così tra queste e le celebrazioni annuali del Carnevale nella simbolica uccisione del suo effimero re.
Ma nel secolare e lentissimo evolversi dei costumi e delle civiltà, nel sovrapporsi e confluire delle varie correnti culturali, lo stesso uso vivo in una ristretta area di diffusione, può aver mantenuto e potenziato magari un solo elemento che il genius loci aveva esasperato, mentre altrove si affermò soltanto una forma che ne differisce sostanzialmente nelle apparenze ma non nel più segreto significato.
Così il «legavecchia” appare del tutto isolato nell’area lunigianese, sia per la stagione, sia per il significato che sembra esprimere.
E parrebbe veramente incredibile che usanze dall’aria tanto innocente o burlesco come quelle dell’Epifania e del Carnevale dovessero adombrare i drammi più foschi della nostra spirituale evoluzione!
Eppure alla luce delle moderne scienze esse possono diventare documenti vivissimi e parlanti, non meno eloquenti di un monumento epigrafico o di un reperto archeologico; così come i vari toponimi [karlisciar] (carmen laxare) (13) tanto frequenti nella Lunigiana, ci attestano inequivocabilmente in tarda fase romanza la sopravvivenza ed il pieno fiorire di quelle feste carnevalesche che mantennero intatto per lunghi secoli il sapore e lo spirito del rito pagano.
AUGUSTO C. AMBROSI, NOTA DI FOLKLORE E DI ETNOGRAFIA SU ALCUNE USANZE LUNIGIANESI DELL’EPIFANIA E DEL CARNEVALE, estratto dda “La Spezia”, Rivista del Copmune, fascicolo 4- 6, Luglio – Dicembre 1955, Tip. Moderna
I due disegni qui riprodotti sono opera del pittore G. Bellani.
NOTE
(1) G. Sittoni, Tessitori, agricoltori ed allevatori nella Val di Vara inferiore in Arch. per l’Etnologia e la Psicologia della Lunigiana.(1912). 3. pag. 117-118.
(2) J. G. Frazer. Il Ramo d’oro. I sacrifici e le feste del fuoco, vol. 11. Einaudi, pag. 209-210.
(3) Frazer, ibidem. pag. 210.
(4) Devo tutte le informazioni su Sassalbo riportate in questo articolo alla cortesia della Signora Elide Giannarelli Squassoni, che le ha diligentemente raccolte in una accurata monografia ancora inedita. Per altre usanze sassalbine si veda con qualche riserva, C. Caselli. Lunigiana ignota, pag. 104 segg.
(5) G. Sittoni, op. cit., pag. 117: v. anche Gargioli in «Cat. Lunense” 1835.
(6) Cfr. Van Gennep. Le Folklore-Crojance et cultures populaires françaises, Paris, 1924. pag. 90.
“In tutta l’area ligure sono assai diffuse nel folklore matrimoniale, le usanze relative al cosiddetto “barrage”, col quale i giovani della comunità frequentemente sotto la guida del “re” o dell’” abate” dei giovani si oppongono simbolicamente alla partenza della sposa, sin ché questa non abbia pagato un riscatto”. Cfr. Benoit La Provences. pag. 143 segg. e Van Gennep. Le Folklore des Hautes-Alpes, vol. I. pag. 131 in E. Sereni. «Comunità rurali dell’Italia antica, 1955, pag. 291, nota 76.
(7) In varie parti della Lunigiana (a mia conoscenza a Lusciniano ed a Castagnola nel Comune di Casola) e della Garfagnana (cfr. G. Mirela. Il notaio nel pozzo Quasi storia di Capuleti e di di Montecchi nell’antica Garfagnana in Il Tirreno, 1 febb, 1955, 31, si ha viva nel ricordo popolare la memoria di un omicidio commesso durante queste feste: un gruppo mascherato era entrato in una casa per fare il tradizionale ballo sostenendo e trascinando tra risa e scherzi un individuo anch’esso mascherato, che poi veniva abbandonato cadavere su una sedia come persona ubriaca e addormentata.
(8) Frazer, op. cit., pag. 286-287.
(9) Si noti che in molti paesi della Garfagnana e dell’attiguo appennino reggiano si usa ancora accendere grandi fuochi all’aperto, “i Natalecci” nella notte di Natale, Cir. E. Bonin, «Beiträge zur Mundart und Volkskunde von Gorfigliano (Garfagnana) und Nachbarortez. München. 1952, pag. 30 ed A. C. Ambrosi, I Natalecci in La Garfagnana». Dicembre 1952.
(10) Per questi ed altri esempi si veda ancora il Frazer, op. cit.. pag. 16 segg.
(11) W. Mannhardt. Il ald-und Feldkalte in G. Cucchiara, Storia del Folklore in Europa, Einaudi, pag. 429,
(12) E. Giannarelli Squassoni, op. cit.
(13) Merlo, nomi romanzi del Carnevale in Folklore Italiano II (1926г. Гаг. III. pag. 429.