UNA FAMIGLIA DI VALDANTENA IN SUDAMERICA FRA OTTOCENTO E NOVECENTO: TITO VESPASIANO LISONI AI VERTICI DELLA REPUBBLICA CILENA

Tito Vespasiano Lisoni

Nel novembre 2006 postai sul blog “Alle sorgenti del Magra” (1) una vecchia fotografia trovata fra i ricordi di casa e, con sorpresa, ricevetti una email: “Giovanni Maria Lisoni era il nonno di mio nonno“; subito risposi che era “anche il nonno di mio nonno” e mi si aprì una finestra sui Lisoni in Cile. La fotografia è piuttosto singolare. Sulla terrazza che guarda a Versola della casa di famiglia, a Toplecca inferiore, piccola frazione di Valdantena in comune di Pontremoli, attorno al letto su cui giaceva una defunta, è schierato un eterogeneo gruppo: donne, uomini, giovani, bambini tutti in posa, accomunati dal dolore per la perdita di una persona cara. Chissà come e perché, quel giorno, un fotografo era passato da quelle parti e chissà a chi sarà venuto in mente di portare all’aperto il letto con sopra l’estinta per immortalare quella triste evenienza e lasciarne il ricordo all’immagine.

I familiari di Luigia Caffoni ved. Lisoni vegliano l’Estinta a Toplecca nel 1905

La stranezza della cosa m’indusse a ricercare qualche dato in più. Da mia madre, Celide Lisoni, seppi che la donna morta era la sua bisnonna, Luigia Caffoni, nata nel 1824, seconda moglie di Giovanni Maria Lisoni, deceduta a Toplecca inferiore il 22 aprile 1905. Quelli attorno erano parte dei suoi familiari, fra i quali citavo Maria Maddalena Petronilla (1853-1928), Lorenzo (1857-1886), Maria Fortunata (1862-1911), Ignazio Bartolomeo (1864-1951), Ottavio (1865-1938), Colomba Assunta (1868-1955), Giovanni Battista (1859-?) e Marco (?-1879). Dalla prima moglie, Veneranda Orioli, Giovanni Maria aveva avuto altri due figli: Vincenzo Bernardo (1843-1923) e Ferdinando (1845-1928). Fra i figli di secondo letto c’era anche Stefano, ma nel 1905 era già deceduto (2).

Il primo figlio di Luigia Caffoni era Sante (1851), del quale s’erano quasi perdute le tracce. Quando in casa se ne parlava, lo si diceva emigrato in Cile, ove aveva fatto una discreta fortuna; si ricordava un suo figlio, Tito, che aveva fatto carriera (fra i parenti girava una sua fotografia in posa ufficiale, con una sfilza di medaglie al petto), ma ben poco di più. I rapporti con la famiglia s’erano perduti da tempo (3), da quando s’era interrotta la relazione epistolare che lo legava, in particolare, al fratello Ottavio, morto in Valdantena nel 1938; anch’egli aveva avuto un’esperienza di emigrazione in Cile, dove aveva collaborato in un’impresa commerciale col fratello, ma, poi, aveva fatto ritorno in Italia per stabilirsi a Groppodalosio, ove aveva messo su famiglia con Maria Luigia Cavalieri. Ed anche un altro fratello, Giovanni Battista, era emigrato in Cile (4), per poi rientrare in Italia.

Negli ultimi mesi ho cercato di capire meglio cosa fosse accaduto a Sante: non è, infatti, nelle tradizioni della gente di Valdantena e del Pontremolese l’emigrazione in quella parte del Sudamerica. Semmai, i flussi si dirigevano, oltre che verso il Nord Italia e l’Europa (Francia, Inghilterra, Svizzera e Belgio), verso gli Stati Uniti (la colonia dell’alta valle del Magra a New York, nella 62 strada, era “il paese in America“) e, quanto al Sudamerica, prevalentemente verso Argentina e Brasile o, comunque, verso gli stati che si affacciano sull’Atlantico.

Capire quando, come e perché Sante Lisoni sia finito proprio in Cile non è, perciò, facile. Gli atti danno conto della sua nascita avvenuta a Pontremoli, nella frazione di Toplecca inferiore, il 21 maggio 1851 da Giovan Maria e Luigia Caffoni (5); lo si ritrova ancora presente in famiglia in occasione del Censimento del 1865 (6), quando, quattordicenne, era dichiarato incapace di leggere e scrivere; infine è menzionato nelle Liste di leva del 1871 (7) e considerato esente perché primo figlio di madre vedova: è significativo che a questa data fosse indicato come studente. Poi a Pontremoli non se ne hanno più tracce: il censimento del 1881 (8) presenta la famiglia di Luigia Lisoni fu Ferdinando Caffoni, vedova di Giovan Maria composta da dieci persone: oltre alla capofamiglia (“agricoltrice, possidente di terreni e fabbricati, incapace di leggere e scrivere”), i figliastri Vincenzo e Ferdinando, i figli (Giovanni) Battista, Maria (For-tunata), Ottavio, (Colomba) Assunta, Lorenzo ed (Ignazio) Bartolomeo e la nuora (Clementina) Marianna Varoli (9). Tutti, ad eccezione della nuora, priva di beni immobili, erano censiti come agricoltori proprietari di beni immobili. In grado di leggere e scrivere erano soltanto Vincenzo, Battista e Ferdinando, il quale, come Lorenzo e Bartolomeo, alla data del 31 dicembre 1881, era assente dalla famiglia e fuori dal comune, poiché impegnato altrove come braccian te: pur essendo i Lisoni di Toplecca proprietari di casa e di diversi terreni, la loro situazione economica non era tale da sfamare adeguatamente tutte le bocche di una famiglia di dieci persone.

Di Sante si sa che era certamente in Cile il 3 settembre 1876, quando, a Santa Cruz, nasce il figlio Tito Vespasiano Lisoni.

Cosa aveva lasciato Sante, andandosene dalla terra d’origine?

Valdantena, come tutto il mondo contadino, assisteva da lontano alla faticosa formazione dello Stato Unitario. Le istanze che avevano portato allo scontro con i vecchi governi regionali erano cose della borghesia imprenditoriale ed economica, che immaginava nuove fortune dall’abbattimento di barriere doganali che interrompevano i traffici, ma riguardavano ben poco il mondo agricolo della montagna, abituato a vivere in un’economia chiusa, con scambi ridotti per quantità, qualità e distanze; semmai, più che le merci si muovevano le persone. C’era una frequente emigrazione stagionale, indirizzata soprattutto verso la Corsica, la Maremma e la Barsana, cioè l’area della Lombardia (10) ove l’attività riservata alle donne era preminentemente la sfogliatura dei gelsi e, per gli uomini, la piccola mercatura ambulante, con nella gerla filo per cucire, bottoni, immagini sacre, qualche libro, code per affilare la falce o altre chincaglierie proprie di un mercato povero (11). Di tale emigrazione c’è traccia presso i comuni, che, prevalentemente nei mesi invernali, rilasciavano permessi per temporanei allontanamenti dal territorio, o nei libri parrocchiali, dove in paesi ubicati lungo i molteplici sentieri di valico dell’Appennino è citata la triste sorte di forestieri che, provenienti per lo più dalla Maremma, spossati dalla malaria e dalla stanchezza del viaggio, trovavano la morte o lungo la strada o in poveri giacigli loro offerti da chi li aveva ospitati (12).

Anche se sullo sfondo c’erano le grandi vicende della storia nazionale, non erano esse a destare l’attenzione di chi ha lasciato testimonianza sulla vita della gente dei paesi, i parroci in primo luogo. Certo che a Pontremoli, e a Valdantena in particolare, era ancora vivo il ricordo di quando, nell’aprile 1848, giunta la notizia dell’insurrezione di Milano e dei disordini a Parma, fu costituito un governo provvisorio con l’avv. Bianchi, Bologna, l’avv. Reghini, il rettore di San Colombano, don Giovan Matteo Farfarana, e il dott. Ruschi. Fu dichiarata la decadenza del Duca di Parma ed un corteo guidato proprio da don Farfarana, originario di Versola di Valdantena, sventolante la bandiera tricolore, il 27 aprile chiese ed ottenne l’allontanamento del presidio militare parmense, mentre il vescovo Orlandi celebrava il Te Deum (13). Poi si rammentavano l’entusiastica accoglienza riservata a Vincenzo Gioberti (14) e la soddisfazione per il ritorno dell’ex Lunigiana Parmense alla Toscana, il cui Granduca Leopoldo, a luglio, era stato ricevuto con tutti gli onori a Pontremoli (15). Un fuoco di paglia: già nella primavera 1849 tutto ritornava come prima e Carlo II di Borbone era di nuovo signore dei pochi sassi della Provincia di Pontremoli. Sono anni contraddittori: da un lato c’è la simpatia di molti pontremolesi per Carlo, frequentemente presente nel capoluogo, dall’altro ci sono le epurazioni nei confronti dei maggiori attivisti dei moti del 1848, con don Farfarana spedito al confino nel seminario di Fidenza, da dove potrà, però, fare ritorno già nel 1851 per l’intercessione del vescovo.

Altrimenti le vicende dei grandi e l’influenza delle loro decisioni sulla vita della gente, così come i fatti militari del Risorgimento, restano assai in sottofondo: il 26 agosto 1849 il parroco di Pracchiola don Silvestro Orioli, a margine dell’atto di matrimonio fra Alessio Pellegrino Ricci e Gioconda Armanini, segnala che “questo è il primo matrimonio celebrato a norma del Codice Civile Parmense” (16); nel 1850 una norma emanata dal Ministro di Grazia e Giustizia del Ducato di Parma e Piacenza stabilisce che nel giorno della domenica in albis devono essere convocati i Consigli delle Opere Parrocchiali per l’approvazione dei bilanci e le decisioni sulla gestione di chiese e cimiteri (e lo stesso parroco di Pracchiola, nel Liber chronicus, informa sulla seduta, sui presenti e sulle decisioni assunte); nel 1854 il vecchio camposanto realizzato a Casalina nel 1810 è restaurato a spese del Comune di Pontremoli (17) e nel marzo dello stesso anno sono le campane di Montelungo, prime in Lunigiana, ad annunciare con i loro mesti rintocchi il transito lungo la via della Cisa del feretro del duca Carlo ucciso da un repubblicano per vendicare le repressioni da lui attuate. Le vicende risorgimentali ritornano anche in una tavoletta ritrovata nella chiesa di S. Geminiano a Pontremoli, ove si legge che il 20 aprile 1859 a Pontremoli “è venuta la neve e li tedeschi” (18). Ma prima la neve! Di fatto, l’Unità d’Italia determinò per l’alta Lunigiana un ulteriore impoverimento, tant’è che Pontremoli “diventò un anonimo borgo in zona appenninica pedemontana, decisamente marginale rispetto alle grandi direttrici del traffico, anche culturale” (19).

Maggiore pregnanza hanno, nei resoconti dei parroci, l’andamento delle stagioni, le vicende dell’agricoltura e le epidemie che, a scadenze quasi regolari, mietevano vittime in piccole collettività formate spesso da poche centinaia, a volte decine, di abitanti. Basti citare la suggestiva descrizione dai toni ossianici, lasciataci da don Lorenzo Maestri, allora parroco a Fivizzano, ma originario di Gravagna, dell’epidemia di colera che, nell’estate 1855, colpì il suo paese di origine. “Correva l’estate dell’anno 1855 quando nella villa di San Rocco scoppiò il micidiale morbo del colera, morbo che gettò nel lutto tutto il paese facendo una strage inaudita, i morti erano perfino due e tre al giorno e da ogni casa non uscivano che urla e gemiti strazianti. Furono messi i cordoni sanitari ed i morti non si potevano più portare al cimitero, che allora era nel piazzale della chiesa, per cui si dovettero seppellire in un campo che poi fu recinto e da allora è diven tato l’attuale cimitero. Uno fu sepolto perfino cento metri distante da questo luogo nella valle che da quel giorno più propriamente si chiamava e si chiama tuttora la valle del pianto: Valpiansana. Si verificarono nel paese le scene più orribili: la gente che non era ancora colpita si disperse per i boschi circostanti il paese, rifugiandosi nelle capanne e di lì udivano le grida dei paesani che pian gevano la morte dei loro cari, e dalle case si vedeva uscire il fumo ed il fuoco che bruciava le vesti ed il letto dei morti; un giorno fu visto anche un povero padre uscire da una capanna recandosi sulle spalle due teneri figlioletti morti di colera nella notte. Alla chiesa non si poteva più andare e ad accrescere lo strazio della povera gente che abitava nelle capanne veniva anche l’impossibilità di fare le proprie devozioni e di confessarsi per mettersi in grazia di Dio. In tale circostanza si distinse grandemente il vecchio cappellano Don Giuseppe Malossi il quale con apostolico coraggio, noncurante affatto della propria vita si portava al capezzale di tutti per amministrare i Ss. Sacramenti e visitava per i boschi la povera gente ed all’ombra di un castagno ascoltava le loro confessioni. In questa opera fu molto prezioso il servizio, oltreché del parroco, quello del priore di Montelungo Don Giuseppe Pinelli che scendeva dal Righedo nella Gariella portando loro quell’aiuto che la sua grande carità di Sacerdote gli suggeriva” (20). Altre epidemie travagliarono l’alta valle del Magra: tifo e “febbre acuta” a Casalina nell’aprile 1862 (21), colera nel 1867 (22), vaiolo nel 1871 (23), difterite (“Desterite, detta nel volgo mal d’ungina” o anche “mal dal grup”) nel 1874 e negli anni successivi, quando per questo male morì lo stesso parroco di Valdantena, il quarantunenne don Pietro Bozzi (24).

Per comprendere appieno le difficoltà della gente dei campi, hanno, infine, rilevanza, l’andamento delle stagioni e le malattie delle piante. Dal 1847 è presente la peronospora delle patate (25) e dal 1851 al 1858 si diffonde anche la malattia delle viti (26); fenomeni alluvionali con danno alle colture sono citati nel settembre 1852 (27), piogge torrenziali nell’ottobre 1858 (28), “diluvio di San Matteo” nel settembre 1868 (29), oltre a diversi episodi di freddo intenso e gelicidio che mettono a dura prova, soprattutto nelle zone più elevate, le colture viticole ed olivicole.

Questo scenario giustifica la presenza di un’emigrazione anche massiccia, che, per di più, togliendo al territorio le energie migliori, contribuisce al suo progressivo impoverimento.

Ma torniamo a Sante Lisoni. Se la sua partenza per il Cile era avvenuta certamente fra il 1865 e il 1875, è abbastanza certo un suo rientro in Italia nel 1877, quando a Pontremoli, presso lo studio del notaio Petrini, il 15 febbraio è rogato l’atto con il quale egli concede alla madre Luigia Caffoni pieni diritti su tutti i suoi beni. La tradizione familiare narra che quando egli aveva deciso di lasciare l’Italia – fosse stata proprio Luigia a fornirgli di nascosto il denaro per affrontare il viaggio e, quindi, la concessione da lui fatta nel febbraio 1877 era il frutto della riconoscenza verso colei che gli aveva consentito di fare una discreta fortuna sulle sponde del Pacifico. C’è anche da supporre, ma non è stato possibile rinvenire dati certi sulle date di partenza, che il suo rientro a Toplecca fosse stato anche l’occasione per indurre a tentare l’avventura cilena i fratelli Giovanni Battista (meglio noto come Battista) ed Ottavio (30). Essi sono sicuramente oltre Oceano quando, il 6 dicembre 1895, il notaio Luigi Santi, a Pontremoli, roga l’atto con il quale si procede alla divisione dei beni del fu Giovanni Maria Lisoni. L’analisi dei partecipanti consente di tracciare uno spaccato della situazione della famiglia (31). Nello studio notarile, per ratificare un accordo faticosamente raggiunto (32) sulla base delle perizic effettuate da due esperti, il geometra Giovanni Oppicini ed il perito pratico Francesco Varoli, erano presenti i due figli di primo letto di Giovan Maria, Vincenzo e Ferdinando (33); c’erano, poi, Bartolomeo, che agiva per se stesso e come procuratore di Battista (34), Giovanni Battista Botti Caffoni ſu Giuseppe di Valdantena quale “procuratore e mandatario agli affari” di Ottavio (35), Annunziata Farfarana, vedova di Lorenzo, a tutela degli interessi del figlio minore Adolfo, Marianna Varoli, moglie di Vincenzo Lisoni, Luigia Caffoni, vedova di Giovan Maria, coerede del figlio Stefano defunto e cessionaria del figlio Sante. Nell’asse ereditario c’erano anche la parte di Marco (morto nel 1879, celibe) e quelle delle sorelle Petronilla e Maria, che con atto del notaio Angella del 25 agosto 1883, avevano rinunciato alla loro parte a favore di tutti i fratelli tranne Sante.

Quando questi era giunto in Cile, il paese sudamericano stava vivendo una stagione di riforme, gestite dalle élites formate in parte da famiglie spagnole, là stanziatesi in concomitanza con la colonizzazione, in parte da altre, anch’esse d’origine europea, che in Cile s’erano già costruite notevoli fortune economiche correlate o allo sfruttamento delle miniere di salnitro nel nord, o alla gestione di commerci interni ed internazionali lungo la costa del Pacifico, o al latifondo agricolo. Era in corso un processo di democratizzazione: nel 1865 era stata sancita la libertà di culto, nel 1870 era stata approvata la legge che impediva la rielezione del Presidente della Repubblica, nel 1871 Federico Errazuriz Zañartu, latifondista del sud, in passato esiliato in Perù per le sue idee liberali e successivamente riabilitato, era giunto alla Presidenza ed aveva formato un governo laico e liberale che ampliò fortemente gli spazi di libertà nella politica e nella società cilena. Non mancavano le contraddizioni, ma neppure le opportunità per chi, dotato di spirito imprenditoriale, avesse voluto coglierle. Se da un lato, come raccontava Ottavio dopo il suo rientro in Italia, “là si dormiva, la notte, con la pistola sotto il cuscino” (36), era, dall’altro lato, possibile un’ampia mobilità sociale per chi, venuto dal niente, poteva entrare nell’élite per il suo successo economico o anche contraendo matrimoni con esponenti della medesima.

Così deve essere accaduto per Sante, anzi, ormai, Santos Lisoni Caffoni, convolato a nozze con Delicia Mac-Clure Alvarez, che il 3 settembre 1876 gli dà un figlio, Tito Vespasiano. In quell’anno le elezioni politiche sono vinte da Anibal Pinto a capo della Alianza Liberal, coalizione formata da liberali e radicali (37). Sono ancora anni difficili per il Cile, vuoi per drammatici eventi naturali (un terremoto ed alcune alluvioni causano ingenti danni), vuoi per la guerra del Pacifico contro Perù e Bolivia e per le tensioni con l’Argentina per il possesso della Terra del Fuoco, vuoi per una pesante crisi monetaria esplosa nel 1878. Gli anni successivi, caratterizzati dalla presidenza di Domingo Santa Maria Gonzales, vedono appesantirsi la crisi: mentre si costruisce a fatica la pace con Bolivia e Perù, i capitalisti inglesi e statunitensi si appropriano, i primi, delle miniere di salnitro e, gli altri, investono su quelle di rame e argento. Sotto la presidenza di José Manuel Balmaceda Fernández si fa aspro lo scontro fra i conservatori, fautori della preminenza di un regime parlamentare, e Balmaceda, che punta ad una maggiore efficienza, colla trasformazione delle istituzioni in senso presidenziale. Mentre nasce il Partido Democratico (38), che si diffonde soprattutto fra piccoli imprenditori e commercianti e propone una riforma del sistema doganale in senso protezionistico, il Cile passa attraverso gravi turbolenze: nel 1890 le lotte dei minatori culminano nei due grandi scioperi generali di Tarapacà ed Antofagasta, si radicalizza il contrasto fra Balmaceda ed il Congresso fino allo scoppio di una guerra civile, con la Marina che occupa i porti del Nord. Gli Usa si schierano col Congresso e gli industriali con i ribelli. Valparaiso e Santiago sono occupati e Balmaceda si suicida. Il nuovo presidente, il generale Jorge Montt Alvarez, è costretto ad accettare pesanti condizioni dagli USA, ma riesce, con pazienza, a rappacificare il Paese e a riportare, con l’abolizione del corso forzoso della moneta, anche una certa tranquillità economica. I suoi successori, Federico Errázuriz Echaurren (figlio di Federico Errázuriz Zañartu), liberale e possidente agrario, già legato a Balmaceda, ma non impegnato direttamente negli scontri del 1891, e Germán Riesco Errázuriz, candidato di Alianza Liberal e vincitore nelle elezioni del 1901 contro il conservatore Pedro Montt (che gli succederà nel 1906) governano in un periodo di continue tensioni sociali. Nel 1903 i portuali di Valparaiso attuano un duro sciopero, con agitazioni che si estendono a tutta la città, finché l’esercito non soffoca l’insurrezione; nel 1804 il presidente, statunitense Teodoro Roosvelt enuncia la dottrina del big stick come corollario della Dottrina Monroe; nel 1905 lo sciopero a Santiago contro il carovita si conclude con il massacro di oltre 200 persone ad opera di esercito e polizia, nel 1906 il grande sciopero ad Antofagasta vede oltre 2000 morti per la repressione messa in atto da esercito e polizia a tutela degli interessi imprenditoriali.

Sono gli anni della formazione e, poi, delle scelte politiche del giovane Tito Vespasiano Lisoni Mac-Clure, che, dopo aver frequentato le scuole nel Colegio San Augustin, poi nella Facoltà di Ingegneria dell’Università del Cile, quindi in quella di Scienze fisiche e matematiche dell’Università Cattolica ed infine nella Facoltà di Diritto dell’Università del Cile, il 20 maggio 1899 giura come avvocato per dedicarsi alla professione. Negli stessi anni si sposa con Etelvina Rojas Alvarez, che gli darà quattro figli.

L’inizio della sua attività político-diplomatica è del gennaio 1907, con la nomina a console in Guatemala, per passare, l’anno successivo, al Venezuela (39). S’avvia una carriera folgorante. La Reseña Biográfica Parlamentaria sul sito della Historia Política Legislativa del Congreso Nacional de Chile (40) ne dà ampio resoconto. Gli impegni diplomatici lo vedono rappresentare Venezuela, Guatemala e Repubblica Dominicana al IV Congresso Scientifico di Santiago (41); poi è vice presidente della 5ª Conferenza Sanitaria Internazionale delle Repubbliche Americane (novembre 1911) a Santo Domingo, il cui governo, nel 1914, gli affida pieni poteri di rappresentanza alla 5ª Conferenza Panamericana di Santiago. Membro del Consiglio delle Belle Arti per un triennio dal dicembre 1921 e, nell’agosto del medesimo anno, delegato al Congresso Postale Panamericano di Buenos Aires, partecipa, nel 1924, al IV Congresso Panamericano di Pediatria e, dal 1913 al 1927, è Secretario general de la Sociedad Científica de Chile. Non mancano legami con la terra d’origine, che si attuano nel ruolo di consulente politico dell’Ambasciata italiana e si ritrovano, nel 1900, quando nel Teatro Municipale di Santiago pronuncia il Discurso in occasione della veglia funebre per l’assassinio di re Umberto I di Savoia.

I suoi interessi sono molteplici ed attestano una poliedrica attenzione rivolta non solo a sanità e sicurezza sociale, ma aperta a tematiche culturali e politiche. Molte le sue opere edite, fra le quali il poemetto Angel caído (1888) e diversi saggi (42), fra i quali, significativo, l’intervento del maggio 1927 per l’adesione del Cile alla Exposición Iberoamericana de Sevilla. A sostegno dell’iniziativa “El diputado Tito Lisoni enumeraba los términos que había que promover en Sevilla como los de un país “progresista, laborioso y fecundo en hermosas iniciativas y de una nación “esforzada y productora”. Por ello, según sus mismas palabras, había que evitar ser calificado en el certamen hispalense como un pueblo “perezoso, débil, mísero, de comercio precario, falto de industrias y de ambiente para el esfuerzo amplio y progresista”. Se trataba, entonces, de mostrarse como un país serio y, sobre todo, trabajador. En su entender, sería el conjunto que demostrara “mayor eficiencia en las luchas del trabajo y la inteli gencia” quien triunfaría en la Exposición” (43). All’Esposizione, inaugurata nel 1929 dopo una lunga serie di rinvii, parteciparono, oltre al Cile, l’Argentina, il Brasile, la Colombia, Cuba, gli Stati Uniti, il Marocco, il Messico, il Portogallo, il Perù, l’Uruguay, tutte le comunità autonome della Spagna e le province dell’Andalusia. L’adesione fu a Santiago motivo di scontro fra chi, come gli agrari, vi si opponeva, considerandola inutile spesa, e chi, imprenditore nell’industria o nei commerci, voleva, già con la stessa grandiosità del padiglione espositivo, promuovere l’immagine di un Cile moderno che stava puntando ad un progresso economico e sociale basato sull’apporto della tecnologia e delle scienze applicate. Dal 1924 in Cile si era, fra l’altro, affermata “un’élite tecnocratica”, il gruppo degli ingenerios, che, ostile alle antiche forme di governo dell’economia e della società, si conquistò spazi ai vertici delle istituzioni promuovendone l’innovazione (44).

La militanza in politica del Lisoni era iniziata nel 1913 con l’adesione al Partito Liberal-Democratico, di cui fu segretario fino al 1921, quando ne assunse la vicepresidenza. Il partito, nato nel novembre 1893, rappresentava l’ala più avanzata della destra e agli inizi del XX secolo fu il vero oppositore dell’altra formazione di destra, il Partido conservatore, sostenuto, oltre che da molte famiglie delle élites cilene, da buona parte della gerarchia ecclesiastica, che lo sentiva interprete del tradizionalismo cattolico. Anche in questa importante area della società agli inizi del XX secolo le cose cominciavano a cambiare. Se in passato erano stati i gesuiti a dare al cattolicesimo cileno un’impronta fortemente tradizionalista, nei primi decenni del Novecento sono alcuni di loro a portare in Cile la dottrina sociale della Chiesa ispirata alla Rerum novarum di Leone XIII e gli scritti di Jacques Maritain e Maurice Blondel ed anche grazie a loro si guarda con attenzione alla Democrazia Cristiana di Romolo Murri e, poi, al Partito Popolare di Luigi Sturzo, finché, a partire dal secondo decennio del secolo, cominciano a nascere cooperative sociali ed organizzazioni sindacali di ispirazione cattolica che ottengono consensi nella stessa FOCh (45). Nel 1931, un gruppo di giovani provenienti dal Partito Conservatore darà origine alla Falange Nacional, di ispirazione social-cristiana e saranno proprio alcuni esponenti della Falange, assieme al altre forze minoritarie attente al sociale, ad avviare l’esperienza della Democrazia Cristiana, che porterà Eduardo Frei alla presidenza dello Stato dal 1964 al 1970, anno in cui alla guida del paese sarà eletto Salvador Allende.

Gli inizi della esperienza politica di Lisoni nel Partido Liberal Democratico avvengono al tempo della presidenza di Ramón Barros Luco, esponente liberale, che, schieratosi col Congresso nello scontro istituzionale del 1891, aveva firmato l’atto di deposizione del presidente Balmaceda. Gli succede Juan Luis Sanfuentes, sostenuto da una coalizione tra conservatori, nazionalisti e liberali democratici, dopo uno scontro durissimo col liberale Emiliano Figueroa, già legato a Balmaceda, alla cui linea si orientano le scelte del Lisoni, che, nel 1917, è il principale organizzatore della Gran Convención Balmacedista, che avrebbe aperto la strada al governo di Arturo Alessandri Palma, “politico assai popolare, di stile diretto, grande oratore che scuoteva le masse che si identificavano in lui e che deliravano quando le definiva “mi querida chusma“. Nel 1915 ottenne il seggio senatoriale di Tarapacá, conquistandosi il soprannome di “leone di Tarapacá”. Annunció al Paese un programma di profonde riforme: legislazione sociale, diritto del lavoro, imposte sui redditi, rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, istituzione della Banca Centrale, etc. Questo piano ambizioso fu interrotto dalla fiera opposizione dell’oligarchia, che non voleva rinunciare ai propri privilegi, con frequenti cadute di ministeri, attacchi politici odiosi ed ostacoli ai progetti di legge voluti dal Governo” (46). Infatti, quando Arturo Alessandri, di origine toscana (il padre proveniva da Pisa) (47) arriva, nel 1920, alla presidenza della repubblica, Tito Lisoni è deputato nella circoscrizione di San Felipe, Putaendo e Los Andes, nella regione di Valparaíso, è supplente nella Comisión Permanente de Ralaciones Exteriores y Colonisatión e fa parte della Comision Permanente de Legislacion Social, al cui interno promuove un progetto, approvato dalla Camera il 23 gennaio 1919, per limitare gli interessi sui prestiti e impedire i tassi usurari.

Tito Lisoni

La sua esperienza parlamentare continua, per il medesimo collegio elettorale, nella successiva legislatura: rimane nella Comision Permanente de Legi slacion Social, entra a far parte del Comitato Permanente de Relaciones Exte riores y Colonización y de la Correción de Estilo, è membro del Consiglio delle Belle Arti, promuove la legge, approvata nel 1921, che dichiara festivo il 12 ottobre, per celebrare la scoperta dell’America e l’unione della Spagna con le antiche colonie americane, propone una legge, emanata nel 1922, che dispone l’erezione di un monumento di Simon Bolivar a Santiages, monumento di cui proprio Arturo Alessandri pone la prima pietra il 19 aprile 1923.

La successiva legislatura, iniziata nel 1924, vede ancora Lisoni sedere alla Camera dei deputati per la medesima circoscrizione, ma l’esperienza si inter rompe già l’11 settembre, quando il Parlamento è sciolto dalla Giunta militare guidata dal ministro dell’ Interno, il generale Luis Altamirano, che assume poteri dittatoriali. Alessandri, le cui dimissioni sono respinte dal Congresso e tra sformate in un “congedo” all’estero, è costretto all’esilio in Italia. È un periodo particolarmente turbolento per il Cile. Già a gennaio dell’anno successivo un nuovo colpo di stato, guidato da Carlos Ibáñez e Marmadoque Grove insedia una muova Giunta ed a marzo Alessandri è richiamato dall’esilio. Sotto la minaccia di un ulteriore intervento militare, è modificata la Costituzione, accrescendo i poteri del presidente, ma ad ottobre un altro golpe guidato anco ra da Carlos Ibáñez costringe di nuovo Alessandri a lasciare la presidenza della repubblica per rifugiarsi all’estero.

Nelle elezioni svoltesi nel 1926 Tito Lisoni è di nuovo eletto alla Camera dei deputati per la quinta Circoscrizione dipartimentale (Petorea, La Ligua, Pua taendo, San Felipe e Los Andes) ed è anche primo Vicepresidente della Came ra (ruolo che mantiene dal 6 ottobre 1926 al 22 maggio 1928), entrando a far parte della Commissione Permanente di Gobierno Interior y las Relaciones Exteriores. La situazione politica resta assai complicata: nel 1927, dopo un anno in cui la presidenza è affidata nominalmente a Emiliano Figueroa Larrain, Carlos Ibáñez occupa il vertice dello stato ed instaura una rigida dittatura, trovando il sostegno degli USA, che concedono al Cile un credito di 300 milioni di dollari in cambio della costituzione della COSACh, società mista fra capitali stra-nieri e cileni, per il monopolio dei nitrati. È l’ultimo atto dell’espansione economica statunitense nel paese sudamericano, iniziata nei primi anni del secolo: nel 1908 gli investimenti americani in Cile superavano i 31 milioni di dollari, per salire a 170 milioni già nel 1914 e diventare, alla fine degli anni Venti, predominanti.

Nel 1930 Lisoni torna ancora una volta in Parlamento ed entra a far parte della Commissione Permanente per gli Affari Esteri e, come supplente, in quel la delle Finanze, ma la legislatura si interrompe dopo appena due anni, il 6 giugno 1932, quando un nuovo golpe ad opera di un movimento rivoluzionario scioglie la Camera dei deputati. Fautori ne sono alcuni civili e militari di estrazione piccolo-borghese, animati da aspirazioni di riforma sociale. L’ala più radicale è guidata da Eugenio Matte Hurtado e Marmaduque Grove ed instaura una repubblica socialista che dura dal 4 al 16 luglio, quando è costituita una nuova Giunta che estromette gli elementi più radicali ed impone la dittatura di Carlos Dávila Espinoza, con dure repressioni contro le organizzazioni operaie. Gli Stati Uniti riconoscono la Giunta di Dávila, ma già a settembre il potere passa al generale Bartolomé Blanché Espejo, sostituito ad ottobre da Abraham Oyanedel Urrutia. Dopo le elezioni di ottobre torna alla presidenza Arturo Alessandri, che, applicando la Costituzione promulgata nel 1925, pone fine all’anarchia seguita alla caduta di Carlos Ibáñez ed alla Repubblica Socialista, cercando di ristabilire l’ordine istituzionale ed interno, opponendosi, in particolare ai tentativi di riportare Ibáñez al potere messi in atto da alcune frange della destra di ispirazione nazista, che sta facendo numerosi adepti nel Paese ed in tutto il Sudamerica.

Ormai, però, la parabola politica di Tito Vespasiano Lisoni si sta concludendo: muore a Santiago il 28 dicembre 1933, all’età di 57 anni. La sua bio-grafia ufficiale ricorda che, nella sua lunga esperienza, promosse in Cile l’obbligatorietà della carta di identità, fu fra i fondatori, nel 1908, del quotidiano “La Prensa” (48), fu membro dell’Associazione degli Avvocati di Lisbona, dell’Accademia delle Scienze Sociali e Politiche del Venezuela, dell’Accademia di Giurisprudenza della Colombia, dell’Ordine degli Avvocati Brasiliani e dell’Accademia di Scienze del Portogallo, operò negli Atenei di Lima, El Salvador e del Guatemala, fu membro onorario della Reale Accademia Spagnola di Diritto. Ampio l’elenco delle onorificenze di cui venne insignito, a testimonianza di una vita intensa al servizio dello stato, del diritto e della cultura.: “Recibió la Gran Cruz del Libertador de Venezuela; Orden del Sol del Perú; de Honor y Méri to de la Cruz Roja de Cuba; Espiga de Oro de China; Gran Oficial de las Ordenes de San Mauricio y San Lázaro; Oficial de la Corona de Italia; condecoración Cóndor de los Andes de Bolivia; Placa de la Orden de Isabel La Católica; Palmas Académicas de Francia; Gran Placa de la Cruz Roja de España: Comenda dor de las Órdenes de Cristo de Portugal; San Olaf de Noruegu y del Salvador de Grecia. Medalla de honor de la Instrucción Pública de Venezuela”.

Abstract

An old photograph taken from the family archives pushed A. to study the story of Sante Lisoni from Valdantena, Pontremoli. He left Italy in the years shortly after its Unit and immigrated to Chile where he found himself in a completely different reality from that of Lunigiana. In Chile Santos Lisoni achieved a con-siderable fortune, he married Delicia Mac-Clure and entered the Chilean elites, which in fact led the South American country.

His son, Tito Vespasian, a brilliant lawyer and with a multiform culture fol-lowed ‘cursus honorum’ before entering the diplomatic service and acquir-ing ample space in politics. He was elected several times in the Chilean Par-liament and carried out intense legislative activities, he promoted the coalition that brought Jorge Alessandri to the Presidency of the Republic and extended State projects of modernization. During the first decades of the 20th century, his positions covered significant moments in the life of Chileans in the South American continent.


Giulio Armanini, Una famiglia di Valdantena in Sudamerica fra Ottocento e Novecento: Tito Vespasiano Lisoni ai vertici della Repubblica cilena, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Quarta serie, vol. LXVI, anno 2014, pp. 119/136


  1. http://www.valdantena.blogspot.it/. L’obiettivo del blog è socializzare gli esiti di ricerche che sto conducendo relativamente al territorio dell’alta Lunigiana, alcune pubblicate ed altre tuttora in fase di elaborazione.
  2. Stefano Lisoni è citato nell’atto di divisione dei beni di Giovan Maria Lisoni perché è coerede della sua parte la madre Luigia Caffoni (cfr. Atto 6 dicembre 1895-rep. 371 redatto a Pontremoli dal notaio Luigi Santi – Divisione fu Giovan Maria Lisoni). Gli altri dati sono tratti dagli atti della parrocchia di Valdantena (Archivio Diocesano di Massa Carrara-Pontremoli sez. di Pontremoli (di seguito: ADMS-Po), Parrocchia di Casalina Valdantena, “Indice cronologico / dei battezzati coi padrini / matrimoni coi testimoni / e morti contenente indici di: battesimi 1562-1834, matrimoni 1567-1866, decessi 1624-1819)” e dal Comune di Pontremoli Ufficio dello Stato Civile, Censimento del 1865, reg. n. 30 (Valdantena, 2º vol), famiglia n. 110.
  3. In Valdantena, sugli emigrati in Sudamerica di cui non si avevano più notizie, si diceva che essi erano “andati in una terra scording“.
  4. Per questa ragione non era presente all’Atto 6 dicembre 1895 cit.
  5. Comune di Pontremoli, Ufficio dello Stato Civile, atto di nascita n. 186 dell’anno 1851.
  6. Censimento del 1865 cit.
  7. Archivio di Stato di Massa Carrara sezione di Pontremoli (di seguito: ASPo), Comune di Pontremoli, Nuovo comune, Stato Civile, cat. VIII: Registro delle Liste di leva per l’anno 1871.
  8. ASPo, Comune di Pontremoli, Nuovo comune, Stato Civile, cat. XII, busta 13: Censimento del 1881, Valdantena.
  9. Tra parentesi, in corsivo, le parti dei nomi non riportate nel censimento, ma indicate negli atti della parrocchia di Valdantena (Indice cronologico cit.).
  10. Per Lombardia in Alta Lunigiana si intendeva l’Italia aldilà dell’Appennino, mentre la Barsana non si limitava alla provincia di Brescia, ma indicava genericamente la pianura attorno al Po.
  11. Sui venditori ambulanti lunigianesi, G. B. MARTINELLI, I librai pontremolesi, Mulazzo, 2014.
  12. Ad esempio il 27nne Marco Fornili, di Marra di Corniglio, deceduto a Groppodalosio, nella casa di Francesco Cavalieri, 1’8 luglio 1880 (ADMS-Po, Parrocchia di Casalina Valdantena, Registro dei morti (SE) 1866-1896).
  13. La famiglia Farfarana è tuttora presente a Versola. Quanto al parroco di S. Colombano, nelle Carte di Emanuele Celesia (E. COSTA, I fondi archivistici della biblioteca universitaria di Genova riguardanti il Risorgimento. 1: Le carte di E. Celesia, in “Rassegna storica del Risorgi mento”, 52 (1965), fasc.. 4, p. 600), è definito “quel feroce apuano d. Matteo Farfarana che da una mano brandisce il crocifisso, dall’altra l’archibugio e aspetta i nemici senza paura“.
  14. L’autore Del Primato morale e civile degli italiani fu a Pontremoli nel maggio 1848 e l’accoglienza entusiastica dei cittadini lo convinse ad improvvisare un discorso dalla finestra della stanza d’albergo, nonostante soffrisse di un grave abbassamento di voce (N. ZUCCHI CASTELLINI, Pontremoli dalle origini all’Unità d’Italia, Pontremoli, 1976, p. 142).
  15. Nei confronti del Granduca di Toscana i Pontremolesi nutrivano un profondo senso di gratitudine perché era stato Pietro Leopoldo, nel 1778, a dichiarare Pontremoli “città nobile”, primo passo per giungere alla creazione della Diocesi che avverrà nel 1787.
  16. ADMS-Po, Parrocchia di Pracchiola, Busta 1 – Registro dei matrimoni (S. 3), 1818-1877.
  17. Parrocchia di Valdantena, Liber chronicus, p. 26. Questo è tuttora parte dell’archivio corrente, depositato presso il parroco.
  18.  A. CORRADINI, La chiesa di S. Maria del Popolo in Pontremoli, Pontremoli, 1969, p. 65.
  19. L. BERTOCCHI, In viaggio nella Pontremoli granducale e barocca, Pontremoli, 2014, p.216
  20. G. ARMANINI, P.A. SORDI, Paesi di Lunigiana: Gravagna, in Il Corriere Apuano, LXIII, n. 28 (10.07.1971), pp. 3-4.
  21. ADMS-Po, Parrocchia di Casalina Valdantena, Busta 2 VI Registro dei morti (SD), 1818-1866.
  22. V. ARRIGHI, La Madunina. L’oratorio di S. Ilario al castello, Pontremoli, 1993, pp, 3 e 7; di A.C. [A. CORRADINI, La chiesa cit., p. 144.
  23. M. ANGELLA, A. BAZZIGALUPI, P. LAPI, Il cammino della Misericordia di Pontremoli nei secoli 1262-2012, Milano, 2013, p. 126.
  24. M. ANGELLA, A. BAZZIGALUPI, P. LAPI, Il cammino cit.,, V. ARRIGHI, La Madunina cit., p. 16 e, soprattutto, ADMS-Po, Parrocchia di Casalina Valdantena, Busta 2 V-Registro dei morti (SE), 1866-1896. Nel 1879, anno della morte di don Bozzi, i decessi nella parrocchia di Valdantena furono 34, soprattutto bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni. Lo stesso accadde per tutti gli ultimi trenta anni del secolo, quando i numeri dei decessi correlati ad epidemie, che si diffondevano lungo le strade di valico, erano stati eguali se non addirittura superiori, così che alla fine dell’Ottocento alcune famiglie da sempre presenti nei paesi erano cosi decimate da risultare estinte nel breve periodo.
  25. La malattia delle patate, presente nella valle del Taro, passò nel Pontremolese, manifestandosi “a macchie nere per la superficie del pomo, e a poco a poco la ricopriva tutta sicché in poco tempo non rimaneva che un fetente torso“. La patata era arrivata in Alta Lunigiana nel 1777, quando Biagio Grilli di Adelano di Zeri la aveva importata dal Parmense, e, poi, grazie all’avv. Zucchi, si era diffusa estensivamente nel Pontremolese, diventando un elemento importante del-l’alimentazione assieme alla castagna. (R. MANZOTTI, O. SCHIAVETTA, Memoria di cose alquanto straordinarie, in Archivio storico per le province parmensi, IV serie, vol. L.II; L. MOLOSSI, LA Lunigiana, Fidenza, 2013, p. 126 e N. ZUCCHI CASTELLINI, Pontremoli cit., p. 111).
  26. La malattia delle viti compare in Valdantena nel 1851 e dura, senza che se ne trovasse un rimedio, in forma massiccia almeno fino al 1858 (cosi nel Liber chronicus di Valdantena, p. 26). Anche nella valle del Taro “le uve vengono assalite da un morbo detto critogamia, che investisce i granelli di certa penuria (sic) finissima, cenerognola, la quale ne asciuga l’umor di Bacco…” (cfr. R. MANZOTTI, O. SCHIAVETTA, Memoria cit.).
  27. A Pracchiola le “acque dirotte” causano diversi danni (Parrocchia di Pracchiola, Liber chronicus, pp. 2-3).
  28. Le “piogge torrenziali” del 12 e del 20 ottobre causano seri danni alle briglie dei torrenti presso Casalina con conseguenti smottamenti del terreno che coinvolgono anche parte del paese (Liber chronicus di Valdantena, p. 28).
  29. Nel settembre di quest’anno, il 21 ed il 28, si susseguono forti piogge, con vigorose piene del Magra che determinano anche l’intervento dei volontari della Misericordia. Crolla, a Pontremoli, anche l’antico ponte ubicato presso la fortezza di Castelnuovo (M. ANGELLA, A. BAZZIGALUPI, P. LAPI, Il cammino cit, pp. 123-4 e G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca-Firenze 1887, vol. 1, pp. 33-34).
  30. Le liste di leva ci rivelano che Ottavio sostenne il 19 novembre 1885 la visita militare, risultando arruolato e destinato al 24° Reggimento Fanteria (ma non v’è traccia in ASMS del suo foglio matricolare), mentre Giovanni Battista fu revedibile alla visita del 1879 e, l’anno successivo, dichiarato non idoneo “per ipertrofia delle tonsille” (ASPo, Comune di Pontremoli, Nuovo comune, Stato Civile, cat. VIII: Registri delle Liste di leva per gli anni 1879, 1880 e 1885). Rientrato dal Cile, Battista acquistò un appezzamento di terra presso Collecchio e li si trasferì con la famiglia.
  31. La famiglia Lisoni è presente in Valdantena quanto meno dal 1564, allorché, nell’Indice cronologico cit., si ha notizia della nascita di Martina Lisoni. Le vicende dei secoli successivi sembrano dimostrare, considerando negli anni il numero di nati, morti o matrimoni con il cognome Lisoni in Valdantena, l’alternanza di periodi di maggiore presenza con altri in cui questa diminuiva considerevolmente, pur rimanendo abbastanza saldo il nucleo di Toplecca. Da segnalare, nel XIX secolo, il testamento di don Santo Lisoni, figlio di Francesco e Benedetta Forzani, nato a Toplecca inferiore e domiciliato, in quanto parroco, a Vicopò in Diocesi di Parma. Questi, il 21 agosto 1833, con atto rogato dal notaio Giovanni Battista Albertosi di Pontremoli, aveva costituito un “patrimonio clericale” “volendo coadiuvare alle brame” del nipote “ex patre per nome Giuseppe, figlio del vivente Michele Lisoni della stessa villa di Toplecca, aspirante a intraprendere la cariera (sic) ecclesiastica“. Dopo la sua morte avvenuta a Vicopò il 30 luglio 1854, è aperto un suo nuovo testamento redatto il 24 ottobre dell’anno precedente, dal quale si evince come parte della famiglia d’origine sia ancora a Toplecca, ma parte si sia trasferita a Parma, dove don Santo possedeva una casa in Borgo S. Apollinare, lasciata ai nipoti Luigi, Giovanni ed Antonio figli del fratello Martino (padre anche di Rosalba, Annunziata, Maria e Bianca), mentre un fratello, Giovanni Battista, era domiciliato a Vigatto. Entrambi gli atti fanno parte dei documenti custoditi presso i Lisoni di Toplecca.
  32. Nella relazione di perizia dei beni stilata dai due esperti (allegata al citato atto di divisione del 6 dicembre 1895), si legge, fra l’altro che le parti furono definite “per interposizione di alcuni amici allo scopo di evitare liti dispendiose”.
  33. Francesco Lisoni, fratello di Giovan Maria, rimasto celibe, con atto del notaio Reghini del 20 settembre 1870 (rep. 661), conservato presso la famiglia Lisoni a Toplecca, aveva lasciato unici eredi i nipoti Vincenzo e Ferdinando.
  34. Battista aveva affidato al fratello la procura con atto che il notaio Santi dichiara di avere ” ricevuto dal R. Console Italiano residente a Santiago del Chile il 3 gennaio 1895″.
  35. Come da “atto della R. Legazione d’Italia nel Chile il giorno 31 maggio 1895″, acquisito dal notaio Santi.
  36. Cosi riferisce il nipote Benito Lisoni.
  37.  Le notizie sulla storia del Cile sono tratte prioritariamente da: F. BONELLIM. R. STABI LI (a cura di), Minoranze e culture imprenditoriali. Cile e Italia (secoli XIX-XX), Roma, 2000; M. R. STABILA, Il Cile, dalla repubblica liberale al dopo Pinochet (1861-1990), Firenze, 1991; E. SCAR-ZANELLAS. SECHI (a cura di), Società feudale e imperialismo in America latina: il caso del Cile, Bologna, 1977; M.R. STABILI, Il sentimento aristocratico: élites cilene allo specchio (1860-1960), Galatina, 1996; L. FAVERO (a cura di), Il contributo italiano allo sviluppo del Cile, Torino, 1993.
  38. Questo partito era stato fondato alla fine dell’Ottocento da “Angel Guarello, figlio di un marinaio genovese e nipote, per parte di madre, di un industriale italiano”, che “a lungo rimane l’unico deputato, poi senatore e poi ministro di quel partito in epoca parlamentare (1895-1925). La diligenza e rettitudine che lo rendono popolare a Valparaíso come avvocato, lo accompagnano durante tutta la sua carriera politica durante la quale promuove lo sviluppo delle ferrovie sia attraverso la costruzione di nuove linee sia attraverso la legislazione e la regolamentazione del lavoro di questo settore. Il suo impegno nella vita politica locale e nazionale non è mai oscurata da forme di clientelismo legato alla collettività italiana”. (L. FAVERO, M.R. STABILI, R. SALINAS MEZA ED ALTIRI, Il contributo italiano allo sviluppo del Cile, Torino, 1993).
  39. In Venezuela Lisoni fonda ed organizza il Corpo Diplomatico e ne è decano dal 1911 al 1918; sarà di nuovo console a Caracas all’inizio degli Anni Trenta, quando il parlamento cileno è sciolto per il susseguirsi di colpi di stato. Sempre in campo internazionale, oltre ad essere membro per conto del Cile della Commissione Panamericana per definire accordi a livello continentale, lo si trova, nell’ottobre 1929, enviado extraordinario y ministro plenipotenciario a Lima a guidare la delegazione internazionale che sigla il trattato che pone fine alla alla vertenza fra Cile e Perú.
  40. http://historiapolitica.ben.cl/resenas_parlamentarias/wiki/Tito_Vespasiano_Lisoni_Mac-Clure.
  41. Il Congresso, convocato dal governo cileno, vide, dal 25 dicembre 1908 al 5 gennaio 1909, la partecipazione di Argentina. Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Cile, Ecuador, El Salvador, USA, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Peru, Repubblica Dominicana, Uruguay e Venezuela. Furono trattati argomenti inerenti le diverse discipline, nella prospettiva di una modernizzazione del continente americano.
  42. Los síndicos de las quiebras (1899), La Revolución Social. Pajinas para Chile. Exposicón y crítica de teorías anarquistas (1903), La política exterior del general Cipriano Castro, juzgada por un tratadista de derecho internacional hispano-americano. Pubblicati anche alcuni suoi di-scorsi; oltre alla citata orazione funebre per l’assassinio di Umberto 1, quelli all’Università di Santiago sul Guatemala bajo la administracion Estrada Cabrera (1904) e su El libro “Ariel“. (1905). Del 1908 è l’intervento svolto dal Lisoni al Congresso di Santiago su La Republica Dominicana, mentre è della sua attività parlamentare l’Escuela Agricola para la Provincia de Aconcagua che pronuncio nel 1924 alla Camera quale Diputado de los Andes.
  43. Il discorso è riportato nel Buletin consular n. 29 di aprile-maggio e nel n. 30 di giugno-luglio 1927 (S. DOMMER SCHEEL, Metáforas de un país frío. Chile en la Exposición Iberoamericana de Sevilla en 1929, in Dossier Thématique – Image de la nation: art et nature au Chili, (c) Artelo gie, nº 3, Septembre 2012).
  44. A. IBÁÑEZ SANTA MARIA, Los ingenerios: la elite tecnocrática chilenn 1924-50, in F. BONEL 11-M. R. STABILI (a cura di), Minoranze cit, pp. 195-214.
  45. La F.O.Ch. (Federación Obrera Chilena) nasce nel 1909; i suoi primi dirigenti sono esponenti dell’ala progressista del Partito conservatore che si richiamano ai principi della Rerum novarum; nel 1917 ne è eletto presidente Luis Emilio Recabarren, che, dopo aver iniziato la sua attività politica nell’ambito del Partido democratico ed esserne stato eletto deputato nella zone delle miniere di salnitro nel 1906, approda al socialismo dopo aver preso contatto con esso durante un suo viaggio in Europa e, nel 1912, fonda il Partido Obrero Socialista.
  46. http://es.slideshare.net/fhenriqueztoro/chile-la-sociedad-finisecular.
  47. Arturo Alessandri. “Liberale, dopo una lunghissima attività come deputato e senatore tiene eletto presidente della Repubblica nel 1920 e subito avvia un processo di radicale trasformazione del ruolo e delle funzioni dello stato che a suo avviso deve diventare agente attivo delle riforme sociali ed economiche che Alessandri sancisce nella Costituzione del 1925. Leader carismatico, apre la strada al protagonismo politico delle masse. In carica per due mandati (1920-25 e 1932-38), sarà il capostipite di una dinastia di politici: i suoi figli infatti copriranno ruoli di grande rilievo sulla scena politica del paese e uno di loro, Jorge, sarà presidente della Repubblica dal 1958 al 1964” (L.. FAVERO, M.R. STABILI. R. SALINAS MEZA ED ALTRI, Il contributo cit.)
  48. Otro diario che servía el grupo del los liberales de gobierno fue La Prensa, tambien de corta vida. Fue fundata por los se ores Miguel A. Gargari y Luis A. Moreno en marzo 1908 y se publicó hasta el 27 de septiembre de 1910. Escribieron en este periódico: Julio Zegero, Alberto y Manuel Mackenna, Tito V. Lisoni, Arturo Alessandri mientre fue liberal coalicionista Augusto Vicu a S., Miguel Luis Rocuant y Anibal Celedón”. (J. HEISE G., Historia de Chile. El periodo par lamentario (1861-1925), Santiago, 1974. p. 342).

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