QUANDO I BACHI SALIVANO….AI BOSCHI

L’industria serica in Lunigiana: dal marchese imprenditore alle filande di Fivizzano e Pontremoli censite dalla Camera di Commercio

Salire al bosco non è una frase casuale, ma l’esatta descrizione di ciò che le larve fanno quando iniziano a produrre il bozzolo: trovare un posto adatto, generalmente più in alto di dove fino ad allora hanno mangiato la foglia e in un “bosco” di rametti, che permetta loro di fissare i vari punti fermi della costruzione della rete di filo serico che consentirà loro, in piena sicurezza, di chiudersi all’interno del bozzolo…
 ( Nello Serra)

Dell’allevamento del baco da seta si è ormai persa la memoria e la si rintraccia soltanto nelle carte degli archivi: quello della Camera di Commercio, che annualmente doveva inoltrare al Ministero la statistica relativa alla lavorazione della seta,  è il più interessante per comprendere l’importanza della produzione,  che  era significativa e di lunga tradizione. Il marchese di Terrarossa,  Fabrizio Malaspina (1556-1621), nel costruire il suo nuovo castello predispose ampi spazi destinati all’allevamento del baco da seta , come ci ricorda Eugenio Branchi nella sua storia della Lunigiana feudale : “…il marchese Fabrizio si diè somma premura nel far coltivare i propri terreni con dissodamenti e piantagioni utilissime, fra le quali merita special menzione quella dei gelsi, fonte grande di ricchezza serica, al cui scopo per quanto sembra fece costruire vaste sale che tuttora si veggiono nel palazzo o castello che dai fondamenti eresse in Terrarossa..”. Nella prima metà dell’ottocento la coltivazione dei gelsi appariva  un buon investimento, stando a quanto nel 1835 scriveva  Michele Angeli nel suo Aronte Lunense,   auspicando per Fivizzano la messa a dimora di gelsi : “un altro oggetto oggi assai scarso, ma che potrebbe venire di gran conseguenza per tutto il Fivizzanese, sarebbe la coltivazione dei Mori o Gelsi” e in una nota ricordava che molti vivai erano stati impiantati “ queste piante pure in oggi sono in aumento, essendone stati fatti molti vivai, fra i quali ve n’è uno a Bigliolo, degno d’esser veduto. Speriamo che anche questa coltivazione vada crescendo al riflesso soltanto che quest’albero al presente, tranne l’ulivo, è quello che ci rende maggiore utilità”.

Nella seconda metà dell’ottocento a Fivizzano e Soliera erano attive due filande dei Cojari e dei Ginesi, mentre  una era in funzione a Pontremoli : nel 1867 la filanda Cojari disponeva di 40 bacinelle riscaldate a vapore, tecnica innovativa che aveva soppiantato l’uso dell’acqua calda per liberare i bozzoli dalla lanugine che li ricopriva. A Pontremoli, la filanda in attività nel 1866 era decisamente più modesta,  disponeva di sole 16 bacinelle ad acqua calda ed aveva funzionato per 79 giornate lavorative, mentre per l’anno successivo non fu attivata a causa della scarsità di bozzoli.

Nel 1880 ad Aulla venne istituito un mercato dei bozzoli, dove convenivano tutti gli allevatori, meglio sarebbe dire le allevatrici, perché erano le donne a provvedere all’allevamento e alimentazione con le foglie di gelso. L’incubazione del seme dei bachi iniziava a primavera, in genere verso fine aprile, quando il gelso aveva ormai messe le foglie.  Il seme comincia a svilupparsi a calore superiore ai 10° C e in seguito la temperatura doveva essere progressivamente aumentata e costantemente controllata: nelle case contadine i luoghi più utilizzati erano la cucina o il gradile, ma la schiusa avveniva in seno, dove le donne  tenevano le uova per una quindicina di giorni, avvolte in un sacchetto di lana.

Sempre nel 1888 la Camera di Commercio inoltrò al ministero la statistica dalla quale si evince che in Aulla  furono incubate 100 once di seme indigeno ( 3 kg) che dettero 45 kg di bozzoli di ottima qualità per la rigogliosa vegetazione dei gelsi, non così nel resto della Lunigiana : a Bagnone 420 once di seme indigeno e 30 di seme giapponese dettero soltanto 25 kg di seta di qualità mediocre per cattiva stagione, umida, burrascosa, fredda, specialmente negli ultimi giorni in cui i bachi erano per andar al bosco; a Fivizzano 300 once di seme dettero 35 kg di bozzoli di mediocre qualità; a Casola si ottennero 25 kg di bozzoli di mediocre qualità; a Pontremoli da 110 once di seme si ebbe  un’ottima produzione di 62 kg per la foglia abbondante ed apparentemente molto bella, ma molti bachi perirono mentre erano per andar al bosco; a Montignoso 128 kg di bozzoli furono di cattiva qualità perché l’allevamento andò bene, ma i bachi ebbero la peggio nell’andare al bosco, mentre a Mulazzo a fronte di 40 once di semi si ebbero 3,5 kg di bozzoli di mediocre qualità.

Nel 1882 non si hanno più notizie della filanda di Pontremoli, mentre a Fivizzano esistevano ancora le due filande, “ una in Fivizzano e una in Soliera, ove sono impiegate per la filatura dei bozzoli complessivamente 100 operaie alle quali si corrisponde la mercede  media giornaliera di lire una.Il loro prodotto   speciale è la seta grezza che ammonta annualmente a circa 500 chilogrammi per ciascuna filanda e che si esporta nella provincia toscana. Il sistema di filatura è stato ridotto a norma dei moderni perfezionamenti. Si avverte che nel corrente anno la seconda filanda è rimasta chiusa a causa della morte del proprietario.”

Nel corso del novecento scomparve progressivamente l’allevamento del baco da seta: probabilmente non furono estranee a questo abbandono la mancata innovazione nella tecnica di allevamento del baco da seta, la mancanza di spazi idonei, la diminuita disponibilità di manodopera negli anni della guerra; non va dimenticato che l’allevamento dei bachi, divoratori di enormi quantità di foglie, imponeva un’assistenza giorno e notte per fornire foglie sane e ben asciutte.

La decadenza della bachicoltura ha fatto progressivamente scomparire dal paesaggio lunigianese il gelso: solo qualche raro esemplare sopravvive, relitto vivente di un’attività economica il cui ricordo è affidato alle carte di un archivio.

Riccardo Boggi, Quando i bachi salivano….al bosco, in pubblicazione della Camera di Commercio di Massa

L’immagine di introduzione alla pagina raffigura una delle ultime piante di gelso ancora presenti in Lunigiana – Laghetto di pesca a Maserino di Groppoli – fotografata dall’autore dell’articolo e pubblicata sulla sua pagina Facebook.

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