Ho sempre sostenuto che chi non è stato a Castiglione del Terziere da Loris Jacopo Bononi non conosce la Lunigiana. Non è solo la bellezza del borgo, dominato dal castello medievale, a indicare il luogo come emblematico della grande tradizione malaspiniana e sede del Capitanato Fiorentino, ma è soprattutto il fascino poetico di chi è stato per tanti anni il custode dell’identità lunigianese, con la sua passione colta e raffinata per questa terra incuneata tra Toscana, Liguria e Emilia. Chi non è entrato nelle sale di questo Castello non ha colto il cuore più autentico della Lunigiana, quella Lunigiana che è un humus sempre presente e permeante nell’opera e nella figura di Loris Jacopo Bononi. Quanti ricordi, quante emozioni!
“Mio padre ha conosciuto il professor Bononi che ha restaurato il castello di Castiglione del Terziere», così Andrea Baldini mi diceva nei primi anni Settanta, durante un nostro peregrinare alla scoperta della Lunigiana. Il riferimento era l’inaugurazione della rinascita dell’importante castello per opera del medico-umanista, impresa incredibile da parte di un personaggio che destava grande interesse e viva curiosità. Dopo aver bussato a lungo al grande portone del castello, Bononi ci appare alto sulla terrazza, penetrante con gli occhi azzurri, elegante negli abiti del castellano, gentile e disponibile a farci visitare le stanze dell’interno, nonostante l’imminente partenza per Milano. Subito mi colpisce la voce dal timbro seducente e il linguaggio competente che colloca i restauri, i vari reperti architettonici, i quadri e le sculture, i libri preziosi e i documenti d’archivio in un ambito culturale di grande respiro. Nonostante l’urgenza del partire, la sua convivialità si è rivelata subito eccezionale e commovente. Il dono con dedica del suo libro Diario postumo, edito da Cappelli a Bologna nel 1969, suggella un incontro straordinariamente emozionante. La meraviglia della scrittura con i grandi spazi bianchi della pagina, lo stile linguistico fortemente incisivo e i tanti neologismi sono gli elementi letterari che subito suscitano il mio interesse. Alcune correzioni a penna dello stesso Bononi creano il mio stupore e la consapevolezza del continuo labor limae della sua scrittura. I veri scrittori tolgono, cambiano e aggiungono di continuo. A volte, come in questo caso, lo fanno anche a cose compiute, quando il libro ha già da tempo cominciato la sua vita pubblica. Un dono unico e veramente speciale.
Loris Jacopo Bononi è nato a Fivizzano nel giugno del 1929. Dopo gli studi ginnasiali a Pontremoli e il liceo classico a Carrara, si iscrive alla Facoltà di Medicina di Parma dove si laurea nel 1954. Trascorso un periodo breve ma intenso come medico condotto nella valle del Lucido, si trasferisce a Roma dove intraprende la carriera universitaria, che lo vede nel 1965 libero docente di Microbiologia nell’Università la Sapienza di Roma, nel 1967 libero docente di Chemioterapia sempre alla Sapienza e dal 1972 professore di Chemioterapia nella Facoltà di Medicina dell’Università di Torino. Durante la sua attività accademica pubblica oltre cento ricerche scientifiche nel campo degli antibiotici e ricopre posizioni di alta responsabilità manageriale, a livello internazionale, nella ricerca industriale farmaceutica. Dirige la sezione italiana della Pfizer e per un certo periodo anche negli Stati Uniti; prosegue l’attività dirigenziale nella Zambeletti a Milano e nella Manetti&Roberts a Firenze. La sua attività in campo scientifico non gli impedisce di coltivare interessi artistici. Fin dal periodo degli studi universitari, dedica attenzione e studio al teatro che estende poi alla conoscenza della storia e delle tecniche del balletto classico. A Roma collabora, per la parte letteraria, con il coreografo russo Grant Mouratov ad alcuni spettacoli teatrali di avanguardia. Alla fine degli anni Sessanta, si impegna nel ripristino, nella programmazione e nella conduzione del Teatro delle Arti di Roma. Ha occasione di conoscere Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini e di frequentare Federico Fellini, Giulietta Masina, Sandro Bolchi, Paolo Stoppa e molti altri personaggi dello spettacolo e della cultura.
Nella primavera del 1969 Bononi affronta con coraggio e determinazione i lavori di restauro del castello di Castiglione, accompagnato dal suo cane fedele Domalfolle e da numerosi gat-ti neri dagli occhi d’oro, che trovano rifugio tra le mura calde e protette della torre. La decadenza del castello, minacciato dai terremoti e dalle intemperie, è iniziata nella seconda metà del Settecento. Quando Bononi dà l’avvio ai lavori di consolidamento e di ristrutturazione, è ormai prossimo alla rovina. La domenica del 12 Agosto 1973, dopo quattro anni di lavori e ricerche, il castello di Castiglione del Terziere vede la sua inaugurazione e apertura al pubblico, a disposizione della cultura lunigianese. Il suo non è stato un semplice restauro: bisognava restituire a questo castello la funzione di un ambiente culturale al quale tutti potessero attingere. Le sale sono state stipate di carte, autografi, manoscritti e testi a stampa di argomento lunigianese, dal XIV al XIX secolo. Libri relativi alla presenza fiorentina in Lunigiana, alla vicinanza genovese, milanese, parmense. Letteratura italiana in prima edizione (moltissimi dei preziosi volumi custoditi nella biblioteca sono stati “inseguiti» per anni nelle aste internazionali). Anche l’arredamento è in funzione della memoria storica: i dipinti, i disegni, le stampe e molti oggetti che si trovano nel castello si riferiscono a persone, luoghi e fatti strettamente connessi con Castiglione del Terziere e con la Lunigiana. Tutto ciò che si trova nelle sale è frutto della passione e dello studio di Bononi, che soleva ripetere ai visitatori: “i libri, i documenti, le statue e la quadreria non sono semplici arredi, ma documenti della storia di questo castello e della Lunigiana». Per Emerico Giachery «Bononi ha vissuto, si può dire, nelle carni le vicende di quelle pietre antiche rinascenti che ha voluto impastare d’anima».
In quegli stessi anni dell’impresa di Castiglione, Bononi pubblica tre libri che lo fanno considerare da Pier Paolo Pasolini tra i maggiori scrittori del Novecento. Quando nel 1969 esce Diario postumo, Bononi è riconosciuto come una voce straordinaria nel panorama letterario italiano, estranea a condizionamenti. Bononi scrive e pubblica Diario postumo proprio nell’anno in cui acquista il rudere del castello di Castiglione, l’anno della grande svolta, della radicale scelta di vita. Poi, nel 1970 con Miserere Dei e nel 73 con Il poeta muore si consolida la sua fisionomia di «scrittore inconfondibile». È singolare notare che il 1973, anno in cui si completa la Trilogia, è anche l’anno in cui terminano i lavori di restauro del castello. La frenetica attività di ricerca di testimonianze storiche che si concentra attorno alla ristrutturazione di Castiglione del Terziere s’intreccia con l’opera letteraria e anzi le due “av-venture” si vivificano vicendevolmente. Scrive l’amico Giachery: “Castello e scrittura, stile di vita e stile di pagina si assomigliano, si completano e si spiegano reciprocamente».
Diario postumo segna per Bononi un’educazione alla parola («Sì, in me c’è il culto della parola») che con un’intensa musicalità coniuga un silenzio denso di attesa con un itinerario esistenziale in cui tutto è profetico. «Dunque, il silenzio si era trasformato in pietre, in orti, in case. Anche gli uomini entravano a far parte del silenzio. Un silenzio accanito, che non cedeva alle voci, ai richiami, agli inviti: una lastra lucida dove non si poteva incidere». La scoperta del «mistero della morte» interagisce con brani di antichi testi volgari del Vangelo o delle lettere di Paolina Leopardi al fratello Giacomo. Dopo una vita molto attiva il protagonista avverte il senso del “vuoto», quel «brivido» dell’età adulta non più carica di attese. La vicenda è concentrata, con ampie descrizioni liriche, sui paesaggi lunigianesi e il coro di voci dei compagni di gioco, dei collegiali di Pontremoli, del mondo degli adulti contrapposto all’in-fanzia. Tutto Diario postumo è sospeso all’ascolto di un domani che controlla una crescita a contatto con un mondo insidiato dalla perdita della memoria. Attraverso una cultura popolare fiabesca, nella quale la pratica di «un colloquio col vento» diventa inquietudine, Bononi rivendica la sopravvivenza delle cose alla luce del ricordo. Come emerge da un testo inedito del 1991, conservato a Castiglione del Terziere, che risponde al titolo iniziatico di I luoghi della memoria o il ricordo conquistato: «Vivere oggi la vita di ieri, e accorgersene. Non rivivere, dunque, ma vivere “postumi” alla vita di ieri: prendere, e non “riprendere” il posto delle cose: riconoscersi situati nella loro assenza».
Miserere dei è un viaggio meditativo teso verso la ricerca della risposta al senso della vita e al mistero eterno del dolore. Bononi infatti è mosso da quell’ansia religiosa che affonda le sue radici nell’infanzia, quando il Cristo dei miracoli plasma la nostra co-scienza. Da qui l’insanabile contraddizione dell’uomo adulto che vede da un lato il bisogno di vivere come se Dio non esistesse e dall’altro l’aspirazione latente a condurre una vita in sintonia con la dottrina cristiana. Dubbio suscitato dalle infinite «vie crucis” che attanagliano l’esistenza e che spingono l’uomo al «bisogno del bisogno di credere». La narrazione ruota attorno al meccanismo di ripresa della teoria dei miracoli del Vangelo, dalle nozze di Cana alla donazione della vista al cieco, dalla Resurrezione all’Ascensione, reinterpretati nei fatti della vita agreste e contadina di Lunigiana. Alla nascita di Cristo e all’adorazione dei Magi fa puntuale riscontro il ricordo dei pastori accolti nella casa di Fivizzano, così come l’orrore della strage degli innocenti voluta da Erode trova una precisa e straziante corrispondenza negli eccidi nazifascisti di Vinca e San Terenzo Monti. Cristo, pur tra dinieghi, diventa l’unica alternativa alla morte che lascia esterrefatti.
Con Il poeta muore l’inquietudine rivela la profonda amarezza, che sopraggiunge dalla verifica dell’inutilità delle opere fatte di fronte all’appressarsi della morte. L’estremo atto si manifesta con una ben definita presa di posizione: la morte non può vincere il poeta, non può distruggere un creatore dell’arte, anzi la morte stessa verrà salvata dalla poesia, poiché essa sola è più immortale della morte. La tensione lirica si scioglie attraverso un segno che «pro-feticamente» giunge dal passato ed è Bononi stesso a raccontarlo:
«Un giorno dell’estate passata: avevo chiuso, ormai, la sofferenza di un poeta che muore, scrivendo le ultime righe di quel libro. Mi mancava qualcosa, qualcuno che mi aiutasse, che dicesse, in mia vece, come muore un poeta. A caso, quella sera d’estate, sfogliavo le pagine antiche del Manzini, quando fui fulminato: “diem clausit extremum bibliothecae suae penetrali, cubanti similis, compertus exanimis super libro”. Prima di me, un mio concittadino aveva scritto in modo incomparabile come muore il poeta. Mi parve (la presunzione dell’amore) un segno, questo, di prodigio, e mi ricordo, sulle terrazze del Terziere, la notte allargarsi in uno spasimo di buio rarefatto, fino a un gran sole: era venuto giorno». Emerge così una calma interiore che è la conquista stessa della poesia, liberatrice dagli interni travagli. Loris Jacopo Bononi guarda ormai alla vita in modo nuovo e maturo. Gli eventi interni ed esterni sono un segno del destino, sono un prodigio.
L’identità della Trilogia rinvia alla terra di Lunigiana, nell’esperienza di questa vallata della Magra, nell’incontro coi grandi uomini e grandi scrittori, con le nostre tradizioni. Ma il messaggio di Bononi esce da questi confini, perché assume qualcosa di universale che gli viene ampiamente riconosciuto. Non solo la Trilogia ha avuto traduzioni in inglese, spagnolo e francese; non soltanto alla Trilogia si sono ispirati componimenti musicali e rappresentazioni sceniche ma, per l’interesse che negli anni ha continuato a suscitare, la Trilogia è riproposta dalla casa editrice Marsilio nel ’94, con la presentazione di Cesare De Michelis. Certamente la Trilogia fa di Bononi un uomo di Lunigiana unico e speciale.
Bononi s’impone per una scrittura indipendente, incurante delle mode, segno di sorprendente autonomia. «Creativa» è l’azione di chi «fa dal nulla», di chi produce e genera in modo originale. Creativo è chi rischia sentieri nuovi, chi esprime nei vari campi del sapere una propria visione delle cose. Esprimere sulla carta i nostri pensieri è già di per sé un esercizio faticoso, ma acquisire la caраcità creativa della scrittura è una conquista immane. La scrittura creativa di Loris Jacopo Bononi è oracolare, immaginifica, punta sullo stupore degli effetti speciali, scopre risorse di comunicazione. È ricercata e esoterica. Il movente della scrittura creativa è avvincere e convincere, stupire e sedurre, lasciare un’impronta nell’anima e suscitare una suggestione. Bononi poeta «inventa» il suo linguaggio, “trova le parole» per una dimora che apre ai visitatori con grande generosità.
Ci sono persone geniali che esprimono creatività «ingenua», “nata dentro», naturale già in età giovanile. Questo è il caso di Bononi. La sua creazione è vivificata da una vigorosa intuizione dell’universo e la sua scrittura è artistica perché nella stesura ogni altro fine scompare e l’espressione rimane fine a se stessa. Il gusto delle metafore e dei termini assoluti, con lo scavo etimologico e l’amore del linguaggio figurato, deve essere ricercato nella natura particolarissima della sua esperienza umana, intensa ed ineffabile. Questo comporta un’aderenza delle parole alle cose e allo specifico della realtà che vuole rappresentare. Il suo modo di scrivere non è mai irrelato, non nasce da un’emozione astratta e generica, ma da una circostanza specifica. Ciò che lo rende interessante è la totale concretezza. La corposità, la sensuosità, la stranezza espressiva sono in stretta relazione con la sfuggente realtà spirituale che Bononi vuole chiarire e fissare.
L’arte in Bononi si manifesta per inconscia virtù di un temperamento radicato nella tradizione lunigianese. La cultura antica era segnata dalla voce e dall’orecchio, coordinata e ridondante, tendenzialmente conservatrice e ripetitiva, concreta e selettiva, rivolta alla costruzione di eroi, figure mitiche, simboli viventi al posto di concetti. Le cose cambiano con l’avvento della scrittura e, ancor più, della riproduzione a stampa. Si afferma così la cultura del testo ancorato all’occhio, articolato in sintassi complesse, teso all’astrazione, nel quale alle figure si sostituiscono i concetti. Incatenato alla parola detta, modificata dalle varie tonalità, irripetibile nella parola scritta, Bononi incalza la scrittura per avvicinarla il più possibile alla forza dell’espressione orale. Certo l’etimologia della parola, spesso incerta e sofferta, si apre ai neologismi in cui domina l’inventiva del suono e l’apertura di orizzonti di senso. «I miei neologismi – dichiara in un’intervista a Paolo Mordelli – non sono parole “inventate” su base letteraria, o programmate artificiosamente: sono piuttosto concrezioni, aggrumamenti che nascono spontaneamente dall’esigenza di sintetizzare in una sola parola più significati». Ma è la sfida dei silenzi tra le parole e le frasi che è troppo importante per non affrontarla nelle pagine bianche e negli spazi tra le linee. È il silenzio il grande serbatoio del senso vocale da cui si apre l’ascolto.
Le esperienze passate sono rivissute alla luce della lirica trobadorica e del legame con una terra di Lunigiana, avvertita nel grande “volo» dei poeti provenzali. La scrittura di Bononi interpreta la fatica dell’italiano quattrocentesco di liberarsi dal gotico trecentesco e aprirsi all’umanesimo. Nel corso degli anni gli ambiti del volgare si espandono nelle cancellerie degli stati regionali, nei movimenti religiosi, coi predicatori itineranti che devono farsi capire ovunque. Nel giro di pochi decenni il volgare polimorfo si trasforma nell’italiano unificato dalla teoria bembiana e dalla generale convergenza dei letterati sul modello dei grandi trecentisti. A questa profonda trasformazione delle lingue e all’assunzione a modello della parlata toscana si lega lo scavo etimologico della parola di Bononi poeta.
La letteratura diventa così ossessione e insoddisfazione linguistica. Rendere estroversi i sogni e usare la scrittura come la continuazione del sogno è l’impegno costante di Bononi. Così riesce a trasformare la parola in mito, piovuta dall’alto, con una forte impronta visionaria. Bononi scrive immagini, pensa per icone e conquista i sensi. Ma, per non disperdersi nella nebulosa onirica, deve planare sul territorio, attecchire alla realtà, tornare alla vita e rappresentare i suoi desideri. Il suo linguaggio sposa i contrari e congiunge i diversi; sa accostare cose remote, mondi diversi, concetti lontani; dilata o contrae gli spazi e i tempi; capovolge il loro senso ordinario, la loro proporzione; inverte le sequenze. Pratica la virtù folgorante della brevità, del messaggio condensato nel minor numero di parole. La lingua di Bononi è talento sensitivo, illumi-nazione, grazia, intuizione e chiarore, dono degli dei e magia di puntare diritti al cuore delle persone.
Scrive Anselmi nella «Nuova Antologia» del 1972: «Non a caso, dovendo parlare dello scrittore più nuovo di questi ultimi anni, ci siamo trovati in difficoltà, poiché Loris J. Bononi sfugge, forse suo malgrado, a ogni classificazione preordinata. È difficile trovargli padri, putativi o non; impossibile incasellarlo in una qualche corrente che in questo ultimo trentennio ha dominato la scena lette-raria: ermetismo, realismo, sperimentalismo, ecc.; pare che la sua voce ci giunga da terre remote e che ricalchi con timbro personalissimo orme già segnate da passanti antichi…». Da Carlo Bo a Pasolini, da Paolo Milano a Giancarlo Vigorelli, da Enrico Falqui a Gian Antonio Cibotto, da Giachery a Claudio Marabini, da Piero Dallamano a Vasco Bianchi, da Mario Luzi ad Alberto Bevilacqua, da Lorenzo Mondo a Giuseppe Fontanelli, molti ne hanno scritto con ammirato entusiasmo.
In quegli anni si assiste alla rinascita culturale lunigianese. Siamo di fronte, scrive nel 1974 Giacomo Devoto, «a una svolta non solo negli studi demologici, ma nella storia della cultura di provincia». «Sta per nascere l’Italia dei giovani che, rimanendo aderenti alla loro terra, sanno farla parlare e, sulla base di conoscenze approfondite, sanno confrontare regioni e regioni e, attraverso questa conoscenza di prima mano, sono in grado non solo di acquisire elementi nuovi di cultura, ma di giudicare essi stessi da esseri maturi, consapevoli, liberi da complessi». Ponendo la Lunigiana al centro di studi e ricerche, c’è l’esigenza di contribuire alla formazione di una coscienza storica attraverso la consapevolezza del territorio. Germano Cavalli, che alla fine degli anni Sessanta ha creato l’Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, scrive che in Lunigiana «persistono due spinte contrapposte: l’una rappresentata dall’atteggiamento dissacrante di parte delle nostre popolazioni che, nell’intento di dimenticare un passato fatto di sacrifici e di condizioni servili, lo rinnega […]; l’altra rappresentata dalla necessità di recuperare invece tutte le testimonianze di un patrimonio culturale in via di rapida dissoluzione, la cui conoscenza è però indispensabile per una corretta lettura della nostra cultura d’origine».
Da tutto ciò nasce negli anni Settanta quel fenomeno dell’«associazionismo culturale” che porta alla costituzione di gruppi spontanei, che si affiancano ai preesistenti istituti culturali. Oltre all’Associazione Manfredo Giuliani, che pubblica la rivista «Studi lunigianesi», nascono il Centro aullese di ricerche e di studi lunigianesi di Giulivo Ricci, che stampa «Cronaca e storia di val di Magra», e l’Associazione culturale pontremolese, voluta da Vasco Bianchi. Bononi s’inserisce felicemente in questa rinascita culturale con la creazione a Castiglione del Terziere del Centro Studi Umanistici “Niccolò V” e della Libera Cattedra di Filologia e Polifonia Vocale, che contribuiscono all’inserimento della Lunigiana nel panorama culturale internazionale.
Il Centro di Studi Umanistici “Niccolò V” dal 1973 promuove conferenze, seminari, convegni, rappresentazioni teatrali e cinematografiche, concerti strumentali e vocali, esposizioni di libri antichi. Provvede alla stampa e alla distribuzione gratuita di libri e di monografie di contenuto storico e letterario, avvalendosi anche della collaborazione di eminenti studiosi di notorietà internazionale. Papa Niccolò V rappresenta le humanae litterae e la grande cultura umanistica lunigianese. Figlio di Andreola dei Bosi di Fivizzano, «usava dire che dua cose farebbe s’egli mai potesse ispendere, ch’era in libri, et in murare; et l’una et l’altra fece nel suo pontificato». Attento ricercatore di codici, rifondatore della Biblioteca Vaticana, lo spirito di Niccolò si esprime nella volontà di realizzare una biblioteca dotata di codici latini e greci, adeguata alla dignità della sede apostolica. Di lui rimane il «canone bibliografico», realizzato per Cosimo dei Medici, che è la proposta di una biblioteca ideale che accompagna come riferimento e stimolo tutta la vita di Bononi bibliofilo.
La Libera Cattedra di Filologia e Polifonia Vocale, diretta dal maestro Adolfo Tanzi, professore di armonia nel Conservatorio Musicale di Parma, esprime l’amore di Bononi per gli strumenti musicali e l’educazione alla melodia. Istituita nell’agosto del 1974, ha tenuto numerosi concerti in molte località italiane ed estere (Danzica, Salamanca, Barcellona, Bydgoscz, Erlangen, New York, Bethesda, Washington). Come nel Rinascimento cantare e suonare sono un aspetto della formazione del gentiluomo e dello stesso principe, come scrive Baldesar Castiglione nel dialogo sul perfetto Cortigiano: «…io non mi contento del cortigiano s’egli non è ancor musico, e se, oltre allo intendere ed esser sicuro a libro, non sa di vari strumenti». Così la musica è presente nelle manifestazioni culturali della vita di Castiglione e dei centri storici lunigianesi. Portando i suoi concerti di musiche rinascimentali nelle piazze e nelle chiese di Lunigiana, la Libera Cattedra accompagna e segna con la sua musica polifonica colta e raffinata, arricchita da coreografie in costumi cinquecenteschi, i momenti importanti e indimenticabili della vita poetica di Loris Jacopo Bononi. Alcuni brani tratti dal suo libro Il Poeta muore sono musicati e messi in scena a New York dal direttore d’orchestra e compositore inglese Christopher Lyndon Gee, a Buenos Aires dal compositore argentino Roberto Garcia Morillo, con il titolo Tango de Plata. Op. 53, ed in Italia da Adolfo Tanzi che li musica in forma polifonica. Il maestro Tanzi, che ha diretto a Parma il coro “Ildebrando Pizzetti” e il coro del Teatro Regio, sa cogliere l’essenza stessa delle cose e trasformarla in musica, passando dall’arte alla storia, dalla filosofia alla scienza. Proprio questa osmosi lo porta ad armonizzare la musica coi luoghi in cui veniva interpretata.
Sempre Bononi fa risorgere a Fivizzano l’ Accademia degli Imperfetti, istituzione letteraria cinquecentesca nella quale la tradizione umanistica lunigianese si rinnova. Nella piazza medicea, ornata dalla splendida fontana voluta da Cosimo III, si affaccia Palazzo Gargiolli, sede per lungo tempo degli accademici imperfetti. Nella seconda metà del secolo XVII il principale sostenitore dell’Accademia è stato Pier Carlo Vasoli, medico che si era allora trasferito da Volterra a Fivizzano. Le tornate di questi accademici si chiamavano “veglie» e, in occasione della venuta a Fivizzano del Granduca Giovan Gastone Medici, se ne tenne una solennissima in cui si recitarono alcune poesie, stampate nel 1739. Tante le manifestazioni e i convegni promossi dall’Accademia, come nel 1977 il convegno per il secondo centenario della nascita del fivizzanese Emanuele Gerini. Sul finire degli anni Settanta è nominato accademico imperfetto lo scienziato Albert Hoffman, che ha sintetizzato la molecola del LSD, strabiliante rivoluzione nel campo dei medicinali e nelle applicazioni relative. L’Accademia celebra il fivizzanese Marcello Zavelani Rossi, ingegnere progettista dei più grandi teatri d’Europa e per questo oggetto di una pubblicazione dedicata alla sua «perfezione teatrale». Numerosi i libri di Bononi per l’Accademia: da Jacopo da Fivizzano stampatore: quinto cente-nario dell’introduzione della stampa in Fivizzano (1971) al Cinquecentesimo anniversario della “dedizione” di Fivizzano alla Repubblica Fiorentina die sexta mensis martii MCCCCLXXVII (1977), da Marcello Zavelani Rossi o della perfezione teatrale (1986) a Fi-vizzano e Firenze: Accomandigie e Stampatori (Celebrazioni Lau-renziane 1492-1992), dall’Accademia dei Georgofili: corrispondenza accademia e altri scritti di Girolamo Gargiolli (1993) a Adolfo Bartoli (1894-1994), dalle Celebrazioni Fridericane (1194-1994) a Massa dell’Alpi Apuane e Labindo (1994), da Torquato e Danese, Dell’Amor di Marfisa e Goffredo (1995) a Fivizzano “Città Nobile” Traccia di un percorso (1998).
La lezione degli storici lunigianesi della prima metà del Novecento, Ubaldo Mazzini, Manfredo Giuliani e Ubaldo Formentini, è accolta e portata avanti in un momento in cui l’emergere di classi sociali popolari, lontane ormai dal mondo aristocratico, si rivelano sempre più disponibili ad acquisire coscienza storica del modo di vivere e di pensare della società lunigianese. Risultati evidenti di questa svolta culturale sono le istituzioni dei musei che hanno trovato nell’associazionismo spontaneo gli stimoli necessari, accompagnati dall’opera instancabile di Augusto Cesare Ambrosi. Il museo delle statue-stele di Pontremoli, il museo etnografico di Villafranca, quello di storia naturale ad Aulla e il museo del territorio a Casola, sono la testimonianza del lavoro di questi ultimi decenni. Questi musei, espressioni dell’incontro delle istituzioni pubbliche con i ricercatori privati, sono centri di promozione culturale al servizio degli studiosi, del mondo della scuola e soprattutto delle nostre popolazioni che nei musei devono potersi riconoscere.
Loris Jacopo Bononi nel castello di Castiglione riceve con grande disponibilità e signorile eleganza i tantissimi visitatori che salgono per vedere una residenza principesca e il cuore culturale della Lunigiana. Mecenate della cultura, è il «magnifico custode” del nuovo umanesimo della Lunigiana. Come un monaco amanuense nel suo castello ha vissuto circondato dai libri, preziosi amici e compagni di vita. Un patrimonio culturale che ha sempre aperto agli studenti in visita al castello, mostrando con delicatezza e passione le prime edizioni rarissime di capolavori della letteratura, incunaboli o pergamene, carte vergate da autori come Leopardi o Manzoni. Bononi negli ultimi anni amava definire il castello l’«u-niversità dei ragazzi»: ne arrivavano cinquemila ogni anno dalle scuole più lontane. Poi, quando tornavano in classe, scrivevano e spedivano lettere, pergamene, piccoli libri. Arrivavano per visitare un castello e si trovavano a volare nella storia trasportati sulle ali delle parole di Bononi. «I ragazzi sono la mia “missione”», soleva dire e a loro svelava le nobili origini culturali dei padri e li faceva sentire fieri delle loro radici. Toccavano la prima edizione della Divina Commedia, sfogliavano il piccolo libro con le Odi del Manzoni. Insegnava loro che «l’odore di carta di un libro nuovo nelle narici e nella testa di chi lo annusa ha la stessa identica forza del profumo di un bambino appena nato, del pane caldo appena sfornato, del mattino da poco iniziato, di un silenzio desiderato dopo un tempo assordante». Scrive di questi ragazzi: «Si inebriano: Giacomo, Ugone detto Ugo, l’Allighieri e i due Franceschi, Jacopone, e gli altri. Poi il loro numero crescerà, di questi ragazzi che rifiutano la politica locale che li vuole “orfani”, senza, cioè, cognizione di chi fur li maggiori tui».
È stato scritto che «Bononi ha allestito a Castiglione del Terziere un piccolo clone della biblioteca di Alessandria d’Egitto». E ne era orgoglioso perché aveva verso la carta stampata un’attrazione quasi fisica, che lo portava spesso ad accarezzare le pagine, quasi per coglierne l’essenza e il messaggio. Ai visitatori attoniti per tanta bellezza e suggestionati dalla magia del luogo e dal magnetismo dell’ospite, Loris proponeva, dopo un attimo d’incertezza, la lettura dei poeti più amati con la sua voce calda e coinvolgente. Come era solito fare, i versi che risultavano al suo orecchio più belli e musicali, o semplicemente snodi fondamentali della composizione, venivano ripetuti anche più volte. Non c’era soltanto l’intento di farli cogliere meglio, ma soprattutto di valorizzarne la musicalità e la struttura. Così i versi si snodavano con ritmo di danza in quella dolce e argentina musicalità propria della ricerca poetica.
L’ascolto della musica ha affinato in Bononi la sua sensibilità estetica. Il ritmo del linguaggio lirico fa parte della musica ed è lo stimolo per trovare nuove forme verbali. Quando Bononi utilizza la voce come espressione sonora, costruisce il verso sulla invenzione di vocali e consonanti, dove liberare la propria voce coinvolge il fisico e l’animo. La composizione del suono entra a far parte del processo creativo: la parola, i testi poetici, l’intero apparato dell’espressione verbale e dei codici linguistici, vengono sottoposti a un’analisi sonora intesa come esplorazione dei misteri dell’ascolto, come gestualità drammatica e teatrale. Questo gli ha consentito di acquisire una particolare sensibilità non solo alle cose dette, ma come vengono dette, al tono, timbro, volume della voce e alla struttura del linguaggio. Per Bononi la lingua è il bene che noi riceviamo alla nascita e, non per caso, si chiama madrelingua. Ci for-ma, ci condiziona, ci trasforma e noi la formiamo, la trasformiamo, la condizioniamo in un rapporto reciproco. Se questo è vero per ogni parlata, qualcosa di preciso spetta all’italiano. Nella nostra lingua l’equilibrio tra il dicibile e il detto è esemplare, che deriva dall’humanitas dell’italiano che va difesa contro ogni pericolo.
A lui dobbiamo l’orgoglio dell’appartenenza a questa terra, che ha sempre saputo interpretare con grande respiro culturale. Alla Lunigiana e ai suoi uomini Bononi ha dedicato tanti studi: Manzini della Motta, Giovanni Fantoni, Jacopo da Fivizzano, Pietro da Noceto, Danese Cattaneo, Adolfo Bartoli, Alfredo Schiaffini, Marcello Zavelani Rossi, Dino Ghini, Vasco Bianchi, stampatori e editori di Lunigiana nel mondo. Loris ha avuto sempre il coraggio di scegliere e di lasciarsi scegliere da ciò che gli ha suscitato una luce e una speranza, il senso di una possibilità, sia pur remota e problematica, di aiutare la sua terra.
Con il volume Libri & Destini. La cultura del Libro in Lunigiana nel secondo millennio (Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, 2000) Bononi promuove una catena di «luoghi museali reali», «luoghi museali virtuali» e «aiuole letterarie», situati nel territorio della Lunigiana storica. Progetto di valenza europea che aspira a promuovere il dialogo transnazionale sulla cultura del libro. Un percorso della conoscenza memoriale di autori, stampatori, editori, libri, librai, nel corsi dei secoli e nel presente, in modo da diffondere l’immagine di una Lunigiana «memore” della presenza e della fatica di tanti e tanti suoi figli in Italia e fuori d’Italia. Nella seconda metà del Novecento la cultura italiana ha guardato con certa attenzione alla storia degli editori e alla presenza degli stampatori. Eugenio Garin, coi suoi fondamentali studi sull’Umanesimo, ha richiamato l’attenzione all’importanza della tradizione degli stampatori ed editori. Si fa riferimento spesso al papa Niccolò V, a colui che ha dato a Roma e al cattolicesimo una dignità culturale e letteraria, ma molti autori che ruotano attorno alla storia dell’editoria e della stamperia di Lunigiana restano trascurati. E Bononi ci viene incontro col suo Libri&Destini, rievocando gli stampatori Jacopo da Fivizzano, Sebastiano da Pontremoli, Michele di Bagnone, Battista Ricardi di Aulla. E con Pontremoli e il premio Bancarella illustra i legami culturali di Virgoletta, Parana, Montereggio, Mulazzo.
Loris ricorda Emanuele Maucci della Piana di Parana e l’importanza della sua casa editrice America di Barcellona, probabilmente la maggiore nel suo tempo. La pubblicazione di 25 mila libri alla settimana e il suo magazzino con milioni di volumi hanno dell’incredibile. Il suo mercato è nel Centro e Sud America, ma anche in Spagna e Portogallo. Ed è Emanuele Maucci ad avviare il «diritto d’autore” dall’estero in Italia. Soleva ripetere Bononi: “Nella mol-titudine di emigranti ce ne sono tanti che si sono occupati di libri, ma ce n’è uno che ha una caratteristica: è analfabeta e ha 17 anni e va a piedi a Barcellona e passa qualche mese nella stiva di un battello che lo porta a Rio de la Plata, in Argentina. I lunigianesi sono come i santi: non se ne rendono conto, ma io ho visto gran parte di mondo, 72 paesi, io ho sempre incontrato uno di Lunigiana. Ho incontrato Lunigianesi dappertutto […]». Libri & Destini è un’opera che non soltanto colma le molte lacune della tradizione editoriale, ma soprattutto ci invita ad approfondire l’argomento nella consapevolezza che la storia dell’editoria non può più far finta che la Lunigiana non esista. La Lunigiana, infatti, è un’antica «provincia” di stampatori, editori, scrittori e librai in Italia e nel mondo.
Con la realizzazione del Museo della Stampa “Jacopo da Fivizzano”, Bononi corona il suo sogno più grande. Nel 2004, insieme al fratello Eugenio, inaugura il Museo nell’antico palazzo Fantoni di Fivizzano, che fu già residenza del poeta arcadico Labindo Arsinoetico. Costruito su progetto dell’architetto Bergamini, lo stesso che ha progettato il Palazzo Ducale di Massa, l’elegante dimora ha ospitato il duca di Modena Francesco IV, il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I, il Granduca di Toscana Leopoldo II, il comandante generale dell’Armata Toscana Cesare Niccolò Gioacchino De Laugier e il poeta Giosuè Carducci. Nel Salone d’Onore del palazzo, il 6 luglio del 1848, Leopoldo II ha elevato al rango di Città Nobile la terra di Fivizzano. Il Museo conserva documenti legati ad una storia tipografica fra le prime in Italia ed è un’istituzione di valenza intercontinentale che espone le prove della cultura del libro in Lunigiana.
La stampa si racconta attraverso libri e strumenti a Fivizzano, dov’è nata tra il 1471 e il 1474 quando Jacopo, che ha studiato “l’arte della scrittura» a Venezia, stampava testi di Giovenale (le Satire), Virgilio (le Opere), Cicerone (il De Officis), Sallustio (le Opere), Cornazzano (la Vita della Vergine Maria), utilizzando i primi caratteri tipografici italiani per definizione. «A Fivizzano – sottolinea con orgoglio Bononi – si comincia a stampare libri 11 anni prima che a Vienna, 9 prima che a Londra, 7 prima che a Ginevra, a Oxford e a Barcellona, 5 prima che a Bruxelles…». Qui nel 1802 Agostino Fantoni inventa e costruisce per la sorella cieca una macchina scrivente, che fu la prima a stampare come una moderna macchina per scrivere. E nel Museo ci sono manoscritti dall’XI al XV secolo, incunabuli di Jacopo da Fivizzano e di altri stampatori suoi contemporanei, vedute xilografiche antiche dei primi luoghi di stampa in Italia, xilografia litografia metallografia, stampa su seta, strumenti antichi per stampare e rilegare, caratteri tipografici in legno, prototipi di macchine per scrivere, rilegature antiche e moderne, assicelle pergamena pelle carta policroma, ferri antichi per impressioni in oro e a freddo, una scuola – storico atelier fiorentino – di restauro rilegatura decorazione del libro, ampia bibliografia, specialmente incunabulistica, antica e contemporanea. I libri e le testimonianze della grande casa editrice intercontinentale America di Emanuele Maucci.
«[…] Almeno una cosa possiamo fare bene: far risplendere ciò che di bello abbiamo in casa nostra e che sia in grado di evocare passaggi significativi della nostra tradizione culturale […]». Questa frase di Alberto Carmi accoglie i visitatori all’entrata del Museo della Stampa. Ed è proprio questo l’obiettivo che Bononi ha perseguito in tanti anni di studio e lavoro. Perché la grande eredità che lascia a tutti noi è legata alla cultura del libro e alla passione per la carta stampata. Il mondo di carta è un mondo creato dagli esseri umani grazie a quei «venti o poco più caratteruzzi» che, come dice Galileo, consentono di «dialogare” con quanti si trovano dall’altra parte del globo, e anche con le generazioni future, persino con coloro che verranno «tra mille anni», quando noi non ci saremo più. Nel libro si condensa il fascino dell’ignoto, di tutto quello che non conosci e alla fine crederai di sapere, ma che intanto ti lascia il beneficio di un dubbio. È il dubbio stesso che si insinua nella carne e che ti fa crescere nell’attesa di una risposta. Bononi si è avvicinato ai libri con la curiosità di chi si appresta a fare un viaggio senza una meta specifica, aspettando che le parole nuove forniscano la direzione, giusta o sbagliata che sia. L’importante è viaggiare, non aspettando niente e ricevendo tutto.
Portato, con grande concretezza, a guardare in faccia le difficoltà dell’esistenza, ho visto Loris negli ultimi anni amareggiato per una politica come quella del nostro Paese, caratterizzata da riforme velleitarie e inerzia conservatrice, costellata di tanta retorica pseudo umanistica e altrettanta diffidenza per la sobrietà scientifica. Ma Loris è rimasto fino all’ultimo fedele alla cultura del libro, a pieno diritto libera e liberante. “I libri – soleva dire -sono la moltitudine del cuore, la solitudine delle parole che non abbiamo mai detto, l’evidenza del nostro pensiero, il tesoro che abbiamo perduto, la voce che abbiamo fatto tacere, l’udito e la vista che non abbiamo esercitato. Essi sono il nostro postumo, la testimonianza contro o a favore di noi, che siamo loro autori, i loro custodi, i loro carcerieri, i loro liberatori, siamo capaci di fuggire insieme a loro, perché sappiamo che loro non ci abbandoneranno, neppure quando saremo famosi, neppure quando avremo fame. La nostra povertà, e la nostra miseria troveranno motivo di dissuaderci dall’abbandono di noi stessi, dal suicidio di ogni nostra ragione di esistenza e di vita, se ameremo un libro, perché lui sarà il nostro respiro, l’alito della nostra prigione contro il vetro triste della finestra invernale piovosa, e nel sole sarà lui, il libro, la luce del giorno, la luna di notte, la stella polare, il gran carro, il piccolo carro, la nostra grande avventura: il viaggio, in viaggio. Da viandanti potrà essere il nostro compagno, nell’attesa sarà il nostro chiarore del lampione nella piazza deserta, e le ombre saranno proiezione ansiose delle sue pagine, e le righe binari all’infinito, come l’amante che non avremmo mai immaginato di possedere e di essere posseduti, insieme a lui avremo fame e sete e sonno e saremo gioiosi e disperati, e lui ci sarà fedele, l’amante, il libro, il nostro amante il nostro libro. Avremo fame di amore, e la sua fedeltà ad essere per noi tutto padre e figlio, antenato e futuro, avremo fame, e la sua fedeltà sarà “il cibo che solo è nostro” e insieme, la nostra vergogna. Quelli di loro che saranno stati giudicati con assurdo processo, unici, antichi, vetusti, e perciò intoccabili, imprigionati dietro le sbarre delle biblioteche, imprigionati perché non escono dagli scaffali della loro cella, così che la gente non li possa vedere, toccare, amare (si può fare l’amore senza toccarsi?), e quando sono stati discriminati nel lager dell’Indice, divisi in buoni e cattivi, da leggere e no, e sono stati processati e condannati chi li aveva in casa, tutti noi uomini, buoni e cattivi, siamo stati i loro assassini. I libri sono fatti di scrittura, la scrittura è tutto ciò che superstita l’uomo. I libri sono la fine del mondo. Il nostro mondo finirà con loro. Idealmente, materialmente. Il resto, in loro vece, sarà virtuale. Virtuoso? I libri affollano la mia giornata, non ho più ragione di fare altro, e se faccio, e faccio, essi mi reclamano, mi chiedono pietà di essere considerati, non pretendono che io li legga, sanno che li leggo con le mani, come un cieco che comprende. Non mi chiedono il trat-tamento riservato agli ospiti illustri, alle persone di riguardo, sono amici, vogliono essere scombinati, scombinaci, disordinaci, posaci dovunque, dove ti piace dove vuoi, dove ti dimentichi di averci lasciato, perché è questo amore, questa mancanza di “rimembranza”, che ci fa capire che tu ami senza “pause dl cuore, come scriveva Proust. Oggi la fuliggine del cielo rende non vedenti. Resto sugli spalti, asta di bandiera senza bandiera, partecipo, a chi può im-maginarmi, la mia stanchezza, la mia disperazione, ma la gioia di essere insieme a lui, al libro che abbraccio nelle mani, è più forte di ogni presente e di qualunque vorrà essere il mio destino. Insieme, lui e io, noi, insomma, potremmo anche chiamare il sole a dissipare l’opaco del cielo, la cecità dei sentimenti, e lui ci obbedirebbe».
Giuseppe Benelli, Loris Jacopo Bononi custode dell’identità lunigianese, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, voll. XLII – XLIII, anno 2012-2013, edito da Associazione Manfredo Giuliani, Villafranca Lunigiana
L’immagine di introduzione alla pagina è di Loris Jacopo Bononi ed è tratta da articolo del Corriere Apuanodel 23.2.2018