IL RITRATTO DI PONTREMOLI

Fin dagli albori del Medio Evo, due vie principali univano, attraverso l’Appennino, la Lombardia, l’Emilia e la Lunigiana. Una, la Francigena o Romea, muoveva, al nord, da Parma. Da lì, raggiungeva Fornovo e Berceto, valicava il passo di Monte Bardone (ora della Cisa), discendeva a Pontremoli e proseguiva verso Luni. L’altra, era detta del Bratello: partiva da Piacenza, toccava Bardi e Borgo Val di Taro, superava la giogaia del Borgallo, e, percorrendo la valle del torrente Verde, sfociava a Pontremoli, dove si fondeva con la prima. Nella metà del Cinquecento decadde in valore, perchè ad essa venne preferita quella Francigena o Romea.

Ma entrambe, sebbene quest’ultima in misura più rilevante, furono battute continuamente da pellegrini e commercianti, da imperatori e da sovrani, da eserciti longobardi e bizantini. I viandanti del tardo Medio Evo, mossi dalla fede verso il centro visibile della cattolicità, incontravano assai frequentemente, in chiese o cappelle, bassorilievi di pietra raffiguranti un labirinto. Tale rappresentazione, come via crucis o chemin de Jerusalem, trae origine da una pratica devota dei pellegrini che, visitando i luoghi santi, usavano percorrere l’itinerario della Passione, dal pretorio al Golgota; itinerario, a quanto pare, reso assai complicato dalla configurazione della città. Siffatta struttura venne a rispecchiarsi, seppure in forme ideali e stereotipe, lungo le vie romee. Sovente, i labirinti venivano disegnati, su notevole superficie, nei pavimenti delle chiese mediante una calcolata disposizione delle tessere marmoree; seguirne la traccia ginocchioni aveva il significato di culto e il valore di merito di una visita al Santo Sepolcro. I viandanti del nord che raggiungevano Pontremoli avevano già trovato la figura del labirinto (a loro familiare, soprattutto per l’uso chiesastico del motivo) in San Michele di Pavia, in San Savino di Piacenza e dovevano rinvenirla, nell’immediato séguito del viaggio, in San Caprasio dell’Aulla e in San Martino di Lucca. A Pontremoli. in San Pietro, edificata quasi in fondo al borgo, in direzione della foce della Magra, ed ora scomparsa, i romei scoprivano lo stesso simbolo, ricuperato poi con pochi altri elementi e posto nella prossima chiesa di San Giacomo. E mentre i labirinti delle chiese citate e di altre minori sono costituiti da un intreccio di semplici linee, quello di San Pietro, all’ordito su un piano concentrico, si aggiungono due cavalieri affrontati e duellanti, – unico esempio del genere-.

Due volte traversò la via Francigena o Romea Lodovico IV detto il Bavaro: nel 1327, allorché si recò a Roma per farsi incoronare imperatore, e due anni dopo al suo ritorno in Lombardia. Fra tanti imponenti passaggi resta memorabile quello di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, quando, nel 1471, raggiunse Firenze con la consorte Bona di Savoia, i parenti di lui, i suoi maggiori feudatari e consiglieri. largo stuolo di dipendenti, nonché con una sequela di cavalli, muli da carriaggio, cani, falconi e sparvieri. Poco noto, sì, ma non per questo meno suggestivo a riguardare il personaggio, è il transito, su quella via, del filosofo e moralista Michele di Montaigne, l’autore dei celebri “Saggi ». Fatta sosta a Pontremoli, riparti la mattina del 2 ot-tobre 1581 diretto a Piacenza, a cavallo del suo fedele muletto. Com’egli annota nelle memorie del suo “ Viaggio in Italia » – scritto in un italiano alquanto strambo ma non inconsueto fra i letterati francesi del suo tempo, procurò di procedere cauto per la minaccia dei “furfanti » che, in quelle gole, angariavano i forestieri e di evitare il più possibile la esosità degli osti montanari, che però gli diedero da gustare diverse specie di «intingoletti buonissimi ».


Nebulose sono le origini di Pontremoli (è da escludersi, tuttavia, che fosse capoluogo dei Liguri Apuani, come invece attesta Frate Annio da Viterbo in una sua storia fantasiosa), nonché oscure le sue sorti in epoca romana. Superati i patimenti per causa delle invasioni barbariche, che afflissero non solo la Lunigiana ma buona parte dell’Italia, Pontremoli acquistò un proprio, deciso volto in età medioevale, allorché si costituì in libero comune, difendendo eroicamente i suoi diritti e la sua indipendenza. L’imperatore Arrigo V, nel 1110, conobbe a proprie spese gli aspetti della sua fierezza e perfino Federico Barbarossa e Federigo II non ebbero a vantarsi eccessivamente dei contrasti con la piccola ma indomita città. Purtroppo, però, le discordie interne, non rare in ogni contrada della Penisola e invano lamentate da Dante, turbarono anche Pontremoli col decadere del comune. Fatalmente le signorie si costituirono, succedettero ed avvicendarono nel suo territorio: i Fieschi, Castruccio Castracani, i Rossi di San Secondo, i Della Scala, i Visconti, e poi nuovamente i Fieschi e i Visconti ed infine gli Sforza. Nel primo ventennio del Cinquecento, i francesi e gli spagnoli si contesero il dominio dell’Italia. Con il prevalere degli spagnoli, Pontremoli cadde nel 1525 sotto il loro governo; superata una non breve serie di prove tutto il territorio venne, nel 1650, in possesso del Granducato di Toscana. Da quell’anno Pontremoli godette un lungo periodo di pace e di benessere; periodo nel quale rifiorirono i commerci e le arti. La rivoluzione francese e l’egemonia napoleonica furono turbini, acchetati dal placido ritorno della città in seno al Granducato al quale rimase soggetta fino al 1849.

Significativi, anche per la storia e la ricostruzione topografica della città la quale occupa il cuore di una conca di colline ubertose e di montagne verdeggianti, là dove la Magra, solcando i contrafforti meridionali degli Appennini, per ripide balze e difficile cammino, viene ad incontrarsi con il Verde quasi al termine dell’abitato, la valle, fino allora angusta, si allarga incontrastata, appaiono i due emblemi di pietra del XII secolo posti ai fastigi della facciata di San Francesco (ora parrocchiale di San Colombano), nel cui interno si ammira una « Madonna col Bambino”: delicata scultura di Agostino di Duccio: colui che modello, con prodigiosa illuminazione, i putti del tempio malatestiano di Rimini. Quello di sinistra è lo stemma della parte ghibellina: torre con merli a coda di rondine, ponte rampante e a tre archi situato a sinistra della torre. Quello di destra è lo stemma della parte guelfa: torre con merli quadrati, ponte sempre rampante e a tre archi, ma situato a destra della torre. La presenza dei due simboli che ricordano la signoria fieschina fra il XIII e il XIV secolo sta a significare l’uguale interessamento alla costruzione della chiesa: sia da parte guelfa (dalla Fortezza di Cacciaguerra in su, ivi comprese le parrocchie di San Geminiano e di San Nicolò), sia da parte ghibellina (dalla Fortezza di Cacciaguerra in giù, ivi incluse le parrocchie di San Colombano, Santa Cristina e San Pietro).

La Fortezza, chiamata con voce augurale Cacciaguerra, fu innalzata intorno al secondo decennio del Trecento da Castruccio Castracani per sedare le lotte intestine. Essa si componeva di tre torri e di una cortina di mura (oggi scomparsa), eretta fra la Magra e il Verde onde separare il quartiere guelfo da quello ghibellino e tenere, quindi, a fieno le due opposte fazioni. Delle tre torri ne sopravanzano due: verso la seconda metà del Cinquecento, cessata da tempo la peculiare funzione del complesso, quella centrale venne tramutata in torre civica mediante una sovrastruttura per l’allogazione delle campane e detta popolarmente il Campanone»; e l’altra, cui venne addossata la parte absidale del Duomo, prese poi l’ufficio di campanile della chiesa. Alla quadrata torre di guarnigione nominata «il Casotto », vestigio di quell’apparato fortificatorio, se non di altro in periodo antecedente, che vigila la confluenza del Verde con la Magra, è inserito un ponte a schiena d’asino con tre campate ogivali; torre e ponte banno dato lo spunto per l’assegnazione dello stemma alla città. Le campate hanno luci diverse, confacenti ai canoni dell’architettura più antica, che eludeva dalle forme statiche nella stessa pietra, e che anche agli edifici più calcolati in ogni loro aspetto imprimeva qualcosa di un organismo vivente; recava alle prospettive più esatte un certo disordine, un arresto di ritmo. La simmetria, nel concetto dell’architettura romanica, era sinonimo di morte, di conclusione. In seguito, con il Rinascimento, che è linearità, e con il neoclassicismo, la simmetria, intesa nella più severa accezione, si esprime nella sua interezza.


Tutto ciò che può rammentare le più lontane origini di Pontremoli è andato sommerso nei secoli. Rimangono, invece, monumenti del periodo medioevale, dei quali i citati sono i più validi insieme al castello del Piagnaro, che svetta in cima ad una delle ultime propaggini del Molinatico. Intorno e al di sotto della rocca, lungo lo sprone che va a bagnarsi tra la Magra e il Verde, vetuste ed umili case, con architravi e piedritti sottratti al fiume e appena squadrati, e a cui vicoli e ripide gradinate recano radi sdrusci di luce, costituiscono un borgo intensamente popolato che prende il nome dal castello. Una parte della fitta compagine prolunga sulla riva del Verde; un’altra, digrada verso la Magra e si fonde con il resto del paese, immettendo i suoi chiassoli nei «carruggi più tipici di Pontremoli: quelli di San Nicolò e di San Geminiano, protettore della città. Al Piagnaro abbandonato a poco a poco dai più abbienti, scesi ad abitare case belle e comode, che distendevansi sulla sponda di entrambi i corsi d’acqua continuarono ad ammucchiarsi famiglie, che si assuefacevano ben presto all’ambiente: il quale induceva al rispetto della radicata tradizione del luogo. Il centro primitivo, pur confinando con quello recente, manteneva la propria parlata, che, nell’insieme, è aspra, piena di gutturali e suoni cupi. La Pontremoli nuova raccoglieva poi dalle campagne, dai paesi limitrofi, da città lontane altre famiglie; ma il Piagnaro perseverava nella sua modesta vita plebea. Ancora vi aleggia, in rozzi racconti, la leggenda di una Francesca che salvò il Piagnaro dall’incendio di Carlo VIII; ancora vi persistono quelle strane tradizioni in fondo alle quali il volgo sa conservare la traccia dei più lontani avvenimenti e le sigle misteriose di tenebrosi ricordi.

Le case spaziose di Pontremoli sono allineate, come abbiamo accennato, ai margini di quella lunghissima e tortuosa via che forma quasi la spina dorsale della parte urbana venuta costituendosi tra il Quattro e il Cinquecento. Ivi s’innalzano i palazzi della più antica nobiltà pontremolese. Il retro di essi offre per archetti, logge, poggioli, giardini, disposti secondo le particolari esigenze un pittoresco mosaico e, insieme, un vero baluardo con la complicità dei due fiumi. Le sponde del minore e del maggiore corso d’acqua sono tragittate da ponti: tre sul Verde e quattro sulla Magra.

Il Rinascimento toscano ha lasciato a Pontremoli scarsa orma. Raramente i cortili dei palazzi presentano gli esemplari capitelli quattrocenteschi o cinquecenteschi. Le chiese che conservano l’ossatura rinascimentale sono due: quella di San Francesco e la suburbana della Santissima Annunziata. Ma queste sporadiche testimonianze non contribuiscono a modificare il volto della città, che presenta due stili architettonici:  quello bellico medioevale  e quello barocco, piú  profano che sacro: il quale, avviato nella seconda metà del Seicento, si agghinda ed impreziosisce via via fino ad assumere le grazie di un barocchino, che continua impavido a sbizzarrirsi in esili cornici e in flessuose volute dorate anche nel periodo neoclassico e in pieno Ottocento. Sorprende vedere che le costruzioni sorte in quei due secoli e mezzo si succedono l’una all’altra come manifestazione d’una intelligente aristocrazia locale in gara di potenza, di ricchezza e di arte.

Nel Settecento, quando l’architettura gentilizia pontremolese trova la sua espressione più nuova e seducente, fiorisce, nello stesso centro, una bella scuola pittorica, quasi sconosciuta ai più, che insiste fin verso la metà del secolo scorso. Essa vanta, fra altri, i nomi di Giuseppe e Giovanni Bottani, di Francesco e Giambattista Natali, di Antonio e Nicola Contestabili, di Pietro Pedroni, di Andrea Pavesi, di Antonio e Giuseppe Ricci, di Pietro Cocchi: quest’ultimo morto ventenne, nel 1846, e sepolto nei sotterranei del chiostro di Santa Maria Novella a Firenze. Opere impegnative di questi artisti si possono ancora vedere in varie chiese della città.

Le case patrizie erano già elegantemente arredate con mobili di mano artigiana (si pensi alla grazia di quelli barocchi e barocchini) su cui spiccavano candelabri sbalzati o crocefissi di bronzo o d’avorio. I proprietari adornarono allora di altri quadri le pareti qua e là damascate; fecero affrescare gli ambulacri e le volte delle sale maggiori, decorare di fregi i monumentali camini e le imposte di finestre, nonché quegli architravi lignei, intagliati da solidi stipiti, che quasi si rincorrono da una all’altra stanza come immagini in giuochi di specchi.

GIOVANNI PETRONILLI, RITRATTO DI PONTREMOLI, tratto da “Il Campanone”, Almanacco Pontremolese, 1961 -1962, Edizione Città del Libro, pp. 11 – 16

Immagine di introduzione alla pagina: “Pontremoli – Aspetto della Fortezza chiamata “Cacciaguerra” come era nel secolo XIV (ora piazza della Repubblica) (Rip. G. Nicolosi)

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