Quando gli staffieri dell’arcivescovo di Canterbury, Sigericio, abbeveravano i cavalli nel fiume Magra, durante una sosta nel gruppo delle abitazioni sorgenti sulla sponda destra del fiume, le torme dei pellegrini, che, come le acque di un fiume continuavano a scendere, sostavano ad ammirare le bardature di quei superbi cavalli con le selle e le gualdrappe trapunte di oro, le staffe e le fibbie d’argento.
L’alto prelato, che si era recato in visita a Roma, ci ha lasciato nel suo Itinerarium la strada, che ha seguito e aperta a quei tempi, segnando le borgate incontrate, e dove faceva sosta.
Cosi troviamo Lucca, Camaiora (Campmajor), Santo Stefano (See Stephane). Aulla (Aguilla), Pontremoli (Puntremel), Berceto etc. Gli studiosi sulla designazione di queste località, hanno ricostruito la strada esistente a quei tempi e dove transitavano i pellegrini diretti a Luni per proseguire verso il santuario di Compostella o nella città eterna. Non è stato difficile a questi studiosi ricostruire gli ospizi o i posti di ristoro denominati in un documento del 767 col termine xenodochio, parola in uso nei paesi dell’oriente per indicare gli ospizi per i pellegrini.
Nell’itinerario del prelato primaziale, risalente al 900 circa, troviamo per la prima volta il nome della nostra città, come luogo secondario di sosta per rifornimenti e provviste.
Fra i ricoveri costruiti sulla via romea, c’era quello di Santa Maria sulla sommità del valico della Cisa e quello di San Benedetto a Montelungo. Tanto quello della Cisa, di cui restano pochi ed insignificanti ruderi come quello di Montelungo, sorsero per opera di un gastaldo, vissuto ai tempi di Luitprando di nome Leodegario che morì a Sorano, l’odierna Filattiera.
Se i documenti scoperti ci assicurano dell’esistenza di questi soggiorni ospitalieri, non ci forniscono nessuna notizia sul loro funzionamento. Dobbiamo tenere presente che quella strada era praticata ancora da gente dell’industria e del commercio, esportatori di prodotti lanieri e di valuta monetaria sui mercati esteri. Tutti questi non avevano bisogno di quella assistenza, che si doveva usare ai pellegrini scalzi, malamente difesi dalle intemperie, schiantati sotto il peso di enormi croci che portavano sulle spalle.
Insieme a questi posti di sosta del versante pontremolese dovevano funzionare altri posti come quello di Cassio appartenente al comune di Terenzo sul versante emiliano, che interrompeva i lunghi e faticosi percorsi del territorio parmense. Questo xenodochio di Cassio era sulla via, che si congiungeva a quella della Cisa, nelle vicinanze di un picco roccioso denominato il “salto del diavolo”.
Questo xenodochio è dovuto alla liberalità di un insigne medico di nome Galdoaldo, che viveva alla corte di Adelchi e Desiderio. Questo ospizio è ricordato insieme a quello della Cisa e di Montelungo, che esistevano all’inizio del secolo XI, in un diploma di Enrico II del 1013, unitamente ad altre abbazie fondate da Desiderio e da Ansa sua moglie.
Qui viene da domandare da chi erano sostenuti questi ospizi o case di ricovero.
I fondatori per lo più erano persone o enti di riguardo e che potevano disporre di mezzi adeguati per far fronte ai bisogni del ricovero.
Quando l’abbazia di Berceto, fondata da Luitprando, non poté per la sua vita breve continuare l’assistenza ospitaliera allo xenodochio di Cassio, Montelungo e della Cisa, l’onere passò al Priorato di Leno. Alla bella cittadina del contado di Brescia, distesa in una ricca pianura fra il Mella e il Chiese, all’ombre dei filari di gelso e al sussurro delle sorgenti termali, è legato il ricordo della grande Abbadia la quale aveva mezzi adeguati e larga disponibilità a causa delle sue proprietà nella pianura parmense e nella vallata del Magra.
E’ da ritenere, con un certo riservo, che in quei ricoveri vi fosse un’assistenza spirituale con qualche cappellina, dove i pellegrini potevano riaccendere la fiamma, che gli strapazzi e la stanchezza potevano illanguidire. Poteva in qualche modo far pensare all’opera dello Xenodoco, ufficiale della chiesa greca, per lo più sacerdote, che esercitava coi pellegrini che arrivavano all’ospizio.
I pellegrini, che al calar della sera giungevano molte volte stremati di forze all’eremitaggio della Cisa, nel contemplare da quella superba balconata di montagne, il tramonto del sole, non potevano fare a meno di pensare, che su quel povero ospizio sarebbe calato il tramonto, cavalcando sulle ali delle continue bufere e per l’incuria degli uomini. E il tramonto venne.
Le orde calate dal settentrione con Barbarossa trasformarono quel rifugio in bivacco per la sosta delle truppe.
Ed ecco dalla sommità della Cisa affacciarsi i turbolenti eserciti di Federico II. Una delle più drammatiche soste fu quella del convoglio, che trasportava a Roma, in segno di dileggio, gli avanzi del Carroccio abbandonato dai milanesi sul campo di battaglia nel novembre 1236 e alla vista del quale il papa Gregorio IX scoppiò in pianto.
Alla Cisa e a Montelungo sostò pure il drappello che scortava Pier delle Vigne, colui che per 25 anni fu l’uomo più potente della corte imperiale ed ora, accusato di tradimento, stretto in catene, accecato, consunto dagli stenti, era additato, per ordine dello stesso imperatore, al disprezzo dei popoli della Val di Magra.
Dante, che lo relegava nel girone dei suicidi gli fece dire:
giuro che giammai non ruppi fede al mio Signor,
che fu d’onor si degno (XIII-73).
Sotto le maldifese tettoie dei ricoveri di Montelungo e della Cisa trovarono riparo i cortei, che giungevano dalla Sicilia, composti delle più alte personalità dell’impero, dirette a Magonza. Accanto agli uomini di armi cavalcavano magistrati, poeti, filosofi, letterati, baroni, astrologi, giganteschi mori, che scortavano leoni, pantere, elefanti coi quali Federico, nella superba città renana offri uno spettacolo mai visto sotto i lividi cieli del nord per ostentare la sua orgogliosa potenza. Mentre Federico stordiva il mondo con tanto splendore di forze, il suo figlio ribelle Enrico scendeva giù dal colle della Cisa. stretto in catene, diretto ad un cupo castello delle Puglie, condannato dal padre, che sei anni dopo ne pianse la morte con angosciata disperazione, come fece per l’altro figlio Enzo prigioniero in una torre di Bologna. Lo sventurato figlio, che rivive nella melodiosa lirica del Pascoli con le Canzoni di Re Enzo, non potè ridiscendere la vetta della Cisa che egli aveva orgogliosamente salita per portare aiuto al padre sui campi di battaglia.
L’ultimo e più autentico pellegrino che sostò presso i diroccati avanzi degli xenodochi della Cisa, fu S. Rocco che nel 1315 circa, tornando da Roma, attraverso la Val di Magra, dove sostò in diverse località. Per questo il Santo, patrono dei pellegrini, ebbe un culto assai diffuso e diede il nome a parecchi gruppi di case.
In molte delle nostre chiese è esposta la sua statua col bordone, la pellegrina, la zucca, il cane, emblemi di un’autentica povertà, che hanno acquistato un fascino di alta spiritualità nelle opere dei grandi artisti, come nel quadro del Borgognone, della pinacoteca di Brera, dove l’artista sembra accendere i colori del suo pennello alla fiamma di quella carità che spinse il dovizioso signore di Montpellier a rinunziare alle ricchezze per prestare la sua assistenza agli appestati recando, coll’aiuto materiale, anche quello della fede e della fiducia in Dio, consolatore dei miseri e degli infelici.
PASQUALE PASQUALI, Xenodochi o ospizi lungo la via Romea dell’Appennino pontremolese, in Il Campanone, Almanacco pontremolese 1962-1962, edizione Città del Libro, pp. 105 – 108
Immagine di introduzione alla pagina: “Pontremoli – La porta Archi-Acuta accanto alla torre di Castelnuovo con la vecchia scalinata del ponte in ferro (da un vecchio e raro documento del Comm. Luigi Poletti). (G. Nicolosi)