LA LUNIGIANA, AVANTI MILLE E DOPO MILLE

AVANTI MILLE

Chi andasse cercando qualche spiraglio di luce nelle tenebre che avvolgono la storia della Lunigiana nei secoli avanti il mille, avrebbe da rattristarsi per il desolante spettacolo che gli apparirebbe dovunque. Le cave di Luni sono divenute deserte; un triste silenzio succede al clamoroso lavorio dei villici e degli schiavi, e l’aquila si annida sovrana non disturbata, nelle grandi tagliate delle rocce fattevi dal genio romano, e che ancora oggi destano la meraviglia del visitatore. La Magra, non più regolata nel suo corso tumultuoso, ma abbandonata a se stessa, impadula a poco alla volta quasi tutta la pianura; i Saraceni e i pirati di mare devastano colle loro scorrerie vecchi monumenti e campagne; Luni a poco a poco scompare ; e gli scarsi abitanti sono costretti a trovare rifugio nei più alti culmini delle circostanti colline, ove si formano dei piccoli centri che cresceranno poi in borghi e terre murate.

Ma un nuovo elemento di vita, rimasto lungamente latente, andava diffondendosi, lavorando a tempi migliori. Fu fatale che il Cristianesimo sorgesse appunto insieme all’Impero dei Cesari! La sua legge universale di civiltà, che perfettamente si adattava alla monarchia universale, compenetrò nello Stato e arrivò a dominarlo: e quando L’Impero affranto dal lungo dispotismo dei suoi [….] cadde sotto l’urto dei popoli nordici, la Chiesa ne raccolse facilmente l’eredità, subentrando in tutto l’organamento amministrativo dello Stato. Così sorse la seconda Roma, ed ebbe anche una volta conferma il grandioso e fatidico motto di Virgilio:

“Te regere imperio populos, Romane memento”

Per altro la propagazione del Cristianesimo fu lenta in Lunigiana, come da per tutto; sia per la resistenza tenace che opponeva la vecchia religione pagana, sia per le traversie terribili a cui fu soggetta l’Italia nelle ripetute invasioni barbariche. La Diocesi di Luni sembra fondata sul principio del IV secolo. S. Basilio ne fu il primo vescovo, ma s’ignora in che tempo fiorisse, e la serie certa dei suoi vescovi comincia ad esserci nota con un Felice che intervenne al Sinodo di Roma nel 463. Luni dette anche un Papa alla Chiesa in Eutichiano verso la fine del III secolo. Ma tutto ciò non prova che il Cristianesimo vi dominasse allora pacificamente, perché vi si trovano tracce di paganesimo fino verso la fine del secolo VI. Rutilio Numaziano, descrivendo il suo viaggio, allorché verso l’anno 416 dell’Era Volgare fece ritorno nelle Gallie , ricorda di avere veduti nelle isolette di Capraja e della Gorgona, parecchi cristiani che vi si erano rifugiati a condurre vita monastica; e anche di recente sono stati scoperti nello scoglio del Tinetto che fronteggia il golfo della Spezia, gli avanzi di un antico eremitorio cristiano.

L’organizzazione amministrativa della Chiesa , foggiata su quella dello Stato, era quasi compiuta intorno al Mille. Una rete di Vescovati e di Diocesi si distese sulle provincie dell’impero, esercitando, di solito, la loro giurisdizione sull’Agro (Ager), ch’era il territorio attorno alle città. Le Pievi, comprese nelle Diocesi, furono sostituite ai Pagi, nei quali si divideva l’Agro, ed erano tratti di campagna contenenti più Vici, (Vicus) ossia ville, castelli e borgate, formanti tutte insieme una comunità (Pagus). Le Parrocchie, finalmente, presero il posto dei Vici, rimanendo subordinate alle Pievi.

L’erudito autore della Storia di Pontremoli nel Medio Evo, pubblicata nel 1904, indagando sulla origine di un’antica Pieve presso Pontremoli, quella di S. Cassiano di Saliceto, le riconobbe il vanto di essere, sotto il nome di Urceola, un antico Vico a tempo dei Romani, anzi il Vico principale, capoluogo del Pago. Questa circostanza lo ajutò a confortare la opinione, oggi generalmente accettata, che Pontremoli non fosse che una mansione ossia un luogo di fermata e riposo dei viandanti, come solevano stabilirsi sulle vie romane. Urceola era situata un miglio circa più in basso di Pontremoli, sulla destra della Magra, in un piccolo altopiano tra lo sbocco dei torrenti Gordana e Teglia, al sicuro della via che, sulla sinistra della Magra, dava sfogo ai due valichi dell’Appennino, i quali necessariamente facevano capo al luogo ove sorge Pontremoli, ed ivi dovevano, pur necessariamente, attraversare il fiume. A Urceola, dunque, come capoluogo, trovavasi il centro di tutto il movimento del comune rurale, mentre più in alto, alla congiunzione delle due strade appenniniche, era quel ponte, forse originariamente di legno, e perciò tremante, intorno al quale , come scrisse il Muratori, “cominciò la gente a fabbricare molte case, e ne venne a poco a poco un terra” che prese il nome di Pontremoli. Concentratosi qui, allora, il movimento del Comune, il villaggio che sorgeva intorno alla Pieve di Urceola, andò perdendo importanza a poco a poco scomparve; tanto che anche la Pieve cambiò l’antico nome di Urceola in quello di Saliceto.

DOPO IL MILLE

Il Medio Evo, nei secoli dopo il Mille, fu avviamento a migliori condizioni di civiltà. Nel concetto dei popoli, i modelli ideali di perfezione stavano allora, naturalmente, nelle tradizioni della grandezza romana quanto all’ordine civile, e nel Cristianesimo quanto all’ordine morale. La forza dei barbari, che avea rovinato l’edificio della civiltà antica, si mitigò  colle idee di questa: e per lo smembramento del potere nelle piccole signorie ch’ebber nome di feudi, divenne terzo elemento a ricostituire l’ordine sociale suscitando la potenza a resistere e rendere temibili anche le forze individuali. Crescendo il numero delle persone che potevano invocare il beneficio dello stato sociale, o non disperavano di avere forza di difendere la propria ragione, anche i potenti dovettero piegarsi a giustizia.

Gli effetti di questa vita, che accennava a maggior libertà e al risorgere della civiltà, presto si videro. La cavalleria fece nascere i sentimenti di generosità, lealtà, cortesia e spuntò la spada nella quale il feudalesimo avea posto da prima il suo solo diritto; la poesia e la musica dei trovatori diffusero la gentilezza e nobilitarono il concetto della donna; la lingua italiana pure s’ingentilì e prese forma, giungendo all’altezza a cui la portarono Dante, il Petrarca e il Boccaccio; da questi ultimi due grandi, e dai loro seguaci, furono rimessi in onore gli studj colla ricerca delle antichità classiche; e con tutto questo incessante lavorio si arrivò alla grande epoca detta del rinascimento , da cui ebbe origine la moderna civiltà.

La Lunigiana risentì subito l’influsso del nuovo avviamento del mondo, e concorse direttamente a secondarlo, riaprendo da una parte il tesoro dei suoi marmi, e schiudendo dall’altra le sue più facili vie di comunicazione per l’Appennino.

I Pisani, cresciuti a molta potenza pei loro traffici, furono i primi a riprendere la coltura delle cave di marmo, che si chiamarono, non più di Luni, ma di Carrara. Nel corso dei secoli XI, XII e XIII, sorsero a Pisa le celebri fabbriche della Chiesa e del Convento di S. Michele in Borgo, della Primaziale, del Battistero, del Campanile e del Camposanto, nelle quali tutte furono adoperati, oltre gli avanzi di antichi monumenti etruschi e romani, nuovi graniti delle isole d’Elba e del Giglio, e molti marmi portativi da Carrara. L’esempio di Pisa fu tosto seguito da molte città d’Italia; e Lucca, Modena, Venezia, Orvieto, Assisi, Siena, Pistoia e Firenze conservano nelle insigni loro chiese le più luminose memorie dell’uso che per tutta l’Italia fu fatto in quel tempo del marmo di Carrara; il quale andò crescendo col diffondersi e con l’ingentilirsi delle arti. I bassi rilievi, gli ornati, le colonne, le statue che s’innalzarono nell’interno e all’esterno di quelle chiese, i celebri pergami, i monumenti sepolcrali e tante altre pregevoli opere poste a decorazione di palazzi pubblici e privati, attestano della floridezza ella industria del marmo nel brillante periodo in cui vissero i più grandi maestri dell’arte scultoria.

Per l’Appennino di Val di Magra si stabilirono dopo il mille le più dirette comunicazioni tra la Lombardia e tutta la parte media e inferiore d’Italia che si distingue lungo il mediterraneo. La vecchia strada di Monte Bardone cominciò ad essere praticata da tutti quelli abitanti del nord, che , appunto dopo il mille, solevano portarsi in pellegrinaggio a Roma e in Palestina, per cui d’allora in poi prese il nome di via Romea: e quella turba di pellegrini si componeva di Franchi, Fiamminghi, Galli, Inglesi, Sassoni, Scandinavi e Islandesi. Anzi, nell’idioma islandico si ha uno dei più belli Itinerari, redatto da Niccolò abate del monastero di  Thingeyar nella Danimarca, allorché per questa via fece ritorno in patria nel 1154. Ma un altro itinerario assai più antico fu recentemente scoperto; ed è quello di Sigerico arcivescovo di Canterbury, dell’anno 900 circa. Ecco le stazioni da lui percorse in Lunigiana: Lucca, Campmaior (Camaiore), Aguilla (Aulla), Puntremel, S.cte Benedicte (Montelungo), S.cte Moderanne (Berceto).

Anche dall’Imperatori nei loro viaggi dalla Lombardia al Mezzogiorno, e viceversa, venne di frequente percorsa la via di Monte Bardone. Anzi, essi la guardarono sempre con occhio gelosissimo, e tennero in gran conto Pontremoli, che, su quella via, formava, a quei tempi, un punto eminentemente strategico. Federigo II, scrivendo nel 1247 al proprio figlio Federico d’Antiochia, suo vicario in Toscana, chiamava Pontremoli “unica clavis et janua quae nobis nostrisque reserare potest et claudere transitum et regressum”.

Pietro Bologna, Bozzetti popolari di Storia Lunigianese, Tip. Cavanna, 1910

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana…….

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