GIACOMO BELLONO: UN BENEDETTINO DEL ‘500 IN VISITA ALL’ABBAZIA DI SAN CAPRASIO DI AULLA

Il daffare è grande circa li poderi et l’intrate dell’abbazia…

Nella sua relazione inedita di sei pagine,  stesa probabilmente nel 1570  , il monaco benedettino genovese Giacomo Bellono, descrive lo stato delle chiese soggette all’abbazia di san Caprasio ; dispone la realizzazione dei  più urgenti lavori di restauro da eseguirsi ; esprime pareri in merito alla gestione delle proprietà fondiarie , ai delicati rapporti di potere  tra l’abate ed i marchesi titolari dei feudi in cui si trovano le chiese, ma anche riguardo alla controversa questione che sta ponendo la comunità di Terrarossa nel chiedere la presenza di un prete e autonomia dall’abate.

 In quegli anni i Centurione hanno ormai da tempo acquisito sia i diritti sul feudo di Aulla , con le investiture dell’imperatore Carlo V del maggio e agosto 1543, che quelli sull’abbazia con il giuspatronato concesso con la bolla di papa Paolo III del 1554 .

Sul colle che sovrasta Aulla  i nuovi signori  hanno  già costruito quella fortezza della Brunella, espressione del loro potere economico e politico,  che è – e resterà per secoli –  la più moderna macchina da guerra della Val di Magra e della quale , in un testo stampato nel secolo XVII in lingua spagnola per celebrare origini e fasti del loro casato , diranno esser costata loro molto oro e di averla sempre posta al servizio della Spagna.

Con il riconoscimento del giuspatronato sull’abbazia i Centurione più che portare a termine un’iniziativa di carattere economico hanno concluso un’operazione che dà prestigio al casato , ai suoi membri laici, ma anche ai religiosi di famiglia che nel corso dei decenni assumeranno il titolo di abate.

 Il rilevante impegno economico che i Centurione metteranno nei radicali lavori di restauro ( comodo et ornamento, come si legge in una ritrovata epigrafe datata 1666 ) e nel rinnovamento dell’arredo liturgico  con pregevoli manufatti in marmo , non può certamente essere stato finanziato con gli introiti derivanti dalla gestione dei possessi dell’abbazia .

Tuttavia  sarà sempre loro cura  tutelare il patrimonio dell’abbazia ed i diritti dell’abate sulle chiese su cui ha giurisdizione  e la relazione che viene ora pubblicata si colloca in un periodo in cui sono ormai evidenti i dissapori con la curia vescovile. Le pretese della diocesi  dovevano essersi fatte sempre più insistenti  dopo le direttive del Concilio di Trento  e gli esiti della prima visita pastorale del 1568  , voluta dal cardinale Benedetto Lomellini   .

 Il vescovo ed i suoi inviati  nello stendere le relazioni della visita avevano seguito uno schema che prestava attenzione a segnalare le condizioni strutturali della chiesa ,  la tenuta dei tetti , la chiusura delle porte , lo stato dei  campanili e delle canoniche, la dignitosa custodia del SS. Sacramento, l’idoneità dei paramenti liturgici, la presenza del fonte battesimale , la buona condotta del clero e l’adesione dei fedeli ai Sacramenti  (1).

Dalla lettura del nostro documento appare evidente che in merito agli accertamenti condotti dalla curia vescovile sulle chiese dipendenti dall’abbazia si vuole veder chiaro : a volerlo probabilmente è il marchese e lo si fa affidando l’indagine  ad un monaco di fiducia,  che era stato per breve tempo abate di san Caprasio .

 Si ha l’impressione che il Centurione  voglia esser ben sicuro della verità dei fatti e della fondatezza delle contestazioni della curia , soprattutto in materia di rispetto delle indicazioni del concilio,  perchè sono ormai evidenti i tentativi degli emissari del vescovo di portare sotto la propria influenza il clero sottoposto agli abati, come si vedrà a proposito di quanto padre Giacomo  scrive sulla scorta delle informazioni a lui pervenute  da Albareto .

Sul terreno della cura spirituale e del decoro degli edifici di culto si vuole essere certi del buon operato dell’abbazia per prevenire legittime contestazioni della curia in un momento in cui , con la redazione di quel registro di tutte le possessioni, affitti e livelli e chiese del monastero e abbazia di san Caprasio , riscoperto e pubblicato da Giulivo Ricci , è stata  ormai definita la consistenza dei possedimenti e si è messo  ordine nella loro gestione economica (2).

Le poche pagine di questa relazione in un certo senso  completano l’opera  avviata con la redazione dell’inventario : dopo aver descritto il patrimonio spettante all’abbazia ora  si ribadiscono i poteri di ordine spirituale , mettendo in chiaro che la nomina dei sacerdoti spetta all’abate, e non , come era accaduto a  Barbarasco , al marchese del luogo ;  ma si puntualizza anche , per Terrarossa,   che trattandosi di chiesa sine cura non vi è obbligo di mantenimento di un prete . Che poi l’abate possa mandare, di tanto in tanto, un suo prete a celebrare la messa è cosa auspicabile, ma sia chiaro e si sappia che  quello andarvi non è per obbligo, ma  è per amor di dio e per inanimar loro a fare quello che devono intorno l’honor di dio e salute delle anime loro.

Da queste poche annotazioni traspare chiaramente che l’inviato dei Centurione non si preoccupa soltanto di dare consigli e disposizioni utili a rimediare alle mancanze segnalate nei verbali della visita pastorale e neppure si limita a ribadire il potere di ordine spirituale che l’abbazia esercita sulle chiese sottoposte.

Padre Giacomo in questa missione è osservatore per conto di un potere laico, ma è prima ancora  un uomo di chiesa , fedele alle disposizioni del Concilio  e convinto assertore della necessità di un rinnovamento dei costumi del clero e di una adeguata assistenza spirituale al popolo.

Se un carattere della personalità del religioso si può cogliere in queste poche pagine , è quello di un  prudente uomo di chiesa che non manca mai di sottolineare quanto debba essere prioritaria necessità la cura delle anime , indipendentemente dai rispettivi obblighi del potere  ecclesiastico o laico.

Sottolinea , non senza amarezza, che vi è un grande bisogno di catechesi che riporti alla fede ed ai sacramenti un popolo che si è allontanato da Dio, qui come in tutta la campagna  , dove i gesuiti hanno avviato una vasta opera di predicazione,  che ha visto tra i protagonisti   Silvestro Landini , lunigianese  mandato da sant’Ignazio in missione  nella sua terra, nelle campagne di molte altri territori italiani  ed  in Corsica  ( 3 ) .

 Se si può esser soddisfatti dell’impegno dei sacerdoti dipendenti dall’abate, poiché “tutte le chiesie soggette dell’abbazia stano assai bene, parlo della servitù spirituale del ministrar e tener li Sacramenti con assai bon ordine, e li vasi d’essi ancora, e si li paramenti quei pochi che vi sono, dove sono dico, et ancor per li sacerdoti che servono”, tuttavia la questione più spinosa rimane la scarsa devozione delle popolazioni .

 Al nostro benedettino, a conclusione della sua missione a Podenzana , dopo l’ennesima constatazione che non si tiene in chiesa il Santissimo Sacramento , non resta che concludere : “mi pare un male che tenga tutti quei paesi come poco amatori di dio e de Santi.mi Sacr.ti ed a voler rimediare ad un tanto male vi bisognaria altra medicina che la mia”.

Oltre l’ordine del concilio la necessità lo dimanda…

 Come si è  prima accennato, eventuali carenze dell’abbazia sotto il profilo dell’assistenza spirituale e del decoro delle chiese ad essa sottoposte avrebbero potuto costituire un argomento a favore della diocesi nel caso che le controversie fossero giunte all’esame della curia romana: per questo motivo i Centurione debbono esser certi di avere tutte le carte in regola.

Giacomo Bellono viene scelto per questo delicato incarico probabilmente perché, essendo già stato abate di san Caprasio,  ha conoscenza e dimestichezza con le questioni da trattare: abate lo era stato certamente nel 1569, avendo come vicario quel Ludovico Corbani che lo accompagna ora nella ricognizione ( 4) .

 Quale abate si era già trovato nella necessità di riprendere uno dei preti dell’abbazia : “io le feci la correzione fraterna l’ano del 69 essendo io col S. marchese alla vulla et adesso glie l’ho fatta in compagnia d’ un’altro pur religioso”  .

Tuttavia ora, anche se non  è più abate, assolvendo al mandato che ha ricevuto e probabilmente viene svolto in un periodo in cui la carica di abate è vacante ,  padre Giacomo non manca di fare, ove  necessario, altre correzioni fraterne.

 Nel trattare degli affari temporali dell’abbazia Giacomo consiglia di coinvolgere, assieme al procuratore e al podestà, il nuovo parroco che ancora deve essere nominato, poiché  fino a quel momento dei quattro preti che i Centurione si erano impegnati a mettere al servizio dell’abbazia ne sono in carica solo tre (5) : 

quando il signor Abbate o suoi agenti s’elegeranno mandarle un prette faccino tutto e che sia e religioso di buona vita ed ancor non manchi d’esser pratico o’ vero inteligente al mondo perché con l’uno servirà a dio e salute di quelle anime  e con l’altra gioverà assai all’utile dell’abba(zia) e loderei havesse qualche autorità insieme col m.(messer) p.(procuratore) Ludovico et il sign. Podestà, perché più veggiono più ochi ch’un solo et il daffare è grande circa li poderi et l’intrate dell’abbazia e questo almeno sinche fussero incaminate le cose” .

Abbiamo visto che  padre Giacomo è stato chiamato a condurre la sua inchiesta in  tempi di profonde trasformazioni in cui da una parte troviamo i Centurione che  cercano di recuperare il prestigio ed il patrimonio dell’abbazia che papa Giulio III dal giugno 1554 ha loro affidato in commenda secolare di giuspatronato e dall’altra la diocesi che , dopo la pubblicazione delle disposizioni del concilio di Trento, è impegnata in una profonda opera di rinnovamento spirituale, ma anche organizzativo,  che segnerà , tra l’altro, il declino della centralità religiosa ed economica delle pievi e delle abbazie e vedrà la progressiva concessione del diritto di somministrare i sacramenti a chiese di nuovi insediamenti che erano  da tempo sorti e cresciuti, anche economicamente.

Giacomo pare essere la persona più idonea per esprimere un parere oggettivo sullo stato delle cose e sulla rispondenza ai dettati del concilio.

La sua attenzione alle prescrizioni conciliari si deduce anche dal fatto che nella relazione , parlando della chiesa abbaziale, egli vi  fa esplicito riferimento  :

la chiesia loderei che (…) finite di dirgli le messe si stesse chiusa perché oltre l’ordine del concilio la necessità lo dimanda che andando io in chiesia a dir l’officio il sopra giorno venniano le galine et altri animali ancora et in chiesia si vedevano le imonditie d’esse galine che ancora sopra l’altare possono fare il simile”.

Tra le esigenze espresse  dal Concilio c’era quella di una moralizzazione dei costumi del clero e di un’attenta opera di catechesi per ricondurre il popolo alla pratica dei sacramenti, con particolare insistenza sull’importanza della predicazione in preparazione alla Pasqua  e  sulla custodia del S.S. Sacramento .

Circa questi aspetti il cardinal Lomellini visitando l’abbazia aveva  rilevato , tra l’altro, come non si predicasse in tempo di quaresima ed il nostro Giacomo conferma, non senza un malcelato biasimo le mancanze del clero dell’abbazia:

sopra ogni cosa è bisogno le sia predicata la parola di dio la 4ma ( quaresima) o almeno da meza4ma (quaresima) in_sino a pasca e per questo se gli è fatto far un pulpito che poco gioveria senza predicatore” .

Non può neppure far a meno di rilevare la poca cura che i preti dell’abbazia hanno del chiostro : Il chiostro ancora sarebbe bene che quelli sacerdoti che l’habitano di tanto in tanto lo facessero nettare e sterpar via certe herbazze che vi sono acciò paresse stanza da religiosi no da bestie.

 Nella visita all’abbazia e alle  sue chiese  Giacomo Bellono viene accompagnato da quel Ludovico Corbani  che era stato suo vicario e che tanta parte aveva avuto e avrà ancora in seguito nella cura degli interessi dell’abbazia, a volte come  vice abate, altre volte come procuratore.

Giulivo Ricci descrive Ludovico come  uomo energico, astuto, attivo, forse un poco intrigante,  che tuttavia ha avuto tanta parte nel compiere la ricognizione dei beni dell’abbazia, nel reintegrare il monastero del patrimonio conteso o usurpato, persino nel promuovere le controversie con la curia vescovile, certamente collaborando con i Centurione  che, tra l’altro,  al momento dell’acquisto del feudo  lo avevano nominato podestà provvisorio ( 6 ).

Ludovico è indicato nel nostro documento come messer procuratore , evidentemente con pieni poteri di spesa, se  è a lui che padre Giacomo dà gli incarichi relativi agli interventi strutturali da porre in essere.

A proposito degli interventi sugli edifici,  Giacomo avverte la necessità di procedere in fretta per porre rimedio alle emergenze segnalate dagli emissari del vescovo e  prevenire i possibili provvedimenti della curia vescovile , lasciando poi all’abate che verrà designato il completamento di quelle opere.

A san Caprasio, oltre  a constatare i problemi di chiesa e campanile- certamente da risolvere per primi- Giacomo  rileva le  precarie condizioni generali degli edifici dell’abbazia e del suo ospedale :

“le stanze dell’abbazia son molto maltrattate ma perchè vi sarebbe bisogno spesa grande non ne dirò altro sennonché sarà bene siano rifatte le arve (?)  ad un balcone che sta molto male e peggio l’inverno che v’entra col freddo e la nieve e l’acqua ancora et ho detto a m. Ludovico gliele faci fare e così tutte le altre cose suddette, dalla custodia infuori” .

“La chiesa ha bisogno prima che sia messo in ordine l’ospitale acciò li poveri possino esser albergati per quel poco che si può”.

La visita pastorale aveva segnalato l’umidità della sacrestia ed i danni al campanile di Aulla , oltre alla mancanza delle porte e del tetto nella chiesa di Terrarossa ; padre Giacomo non ha dubbi sul da farsi :

 ( ad Aulla )  “il campanile sta scoperto et è di necessita coprilo al meglio che si può adesso che poi con più comodità si potrà finire.

La sagrestia ha bisogno d’esser conza come ho detto a m. Ludovico perché quando piove il pavimento è tutto pien d’acqua che non solo fa dano all’hora, ma causa una…… humidità che guasta li paramenti e bisogna ancor levar la terra di fuori che causa quasi tal male….” ,

( a Terrarossa ) … “ presso essa chiesia meza scoperta el resto ch’é coperta dicono che piove e ch’é peggio non vi son porte per chiuderla anzi è habitation d’ogni bestia che vi vuole entrare lor stanza e dicono che li mulateri ne fano lor stanze de muli  ne essi ( gli abitanti di Terrarossa)  sono da tanto  ne così  ( cristi )ani che sappino vietarglielo, ho ordinato a m.p. Ludovico che facci far le porte al meglio si può e pregati loro ne habbino cura e che se vorranno si riconzi il tetto ancor loro concorrano nella spesa e travaglio ma non la vogliono intendere anzi vorriano che l’abbazia facesse il tutto cosa che non mi pare già giusta ne conveniente”.

Non posso ne debbo tacer che il R. Vicario di Sarzana, dico del Rev. Cardinale…

Tutta la relazione è caratterizzata dalla preoccupazione di padre Giacomo di confermare o smentire, seppure senza mai citarle espressamente,  le carenze sottolineate nei verbali della visita pastorale , specificando sin  dalle prime parole della relazione di aver guardato a tutte quelle cose che mirano l’honor di Dio e d’essa abbazia e soi membri ,  per poi scrivere , in proposito,   quanto al mio povero giudizio sovvene.

Quando il nostro monaco scrive c’è già stato lo sgarbo dell’abate e del marchese nei confronti del vescovo : il cardinale Benedetto Lomellini aveva visitato di persona la chiesa abbaziale nel giorno del cinque maggio,  ma – segno dei dissapori già manifestatisi con i Centurione e l’abate ­-  non l’avevano accolto né l’abate e neppure il vice abate : due assenze certamente non casuali.

D’altra parte la prova indiretta dei contrasti  in atto tra i due poteri si ha da quanto padre Giacomo    riferisce  circa episodi a lui segnalati a proposito della visita del vicario vescovile ad Albareto.

Dalle informazioni raccolte appare chiara la spregiudicata campagna del vicario  per convincere il clero dipendente dall’abbazia a passare sotto la giurisdizione del vescovo.

 Il vicario promette a chi abbandona l’abate di lasciar perdere, qualora vi fossero, tutte le questioni degne di “reprensione o castigo”.

Si dice che “andando (il vicario) in visita e trovando un sacerdote haver havuto comerci con done lo fece pagar cinquanta scudi,  e tutto fu poi piano….Si lamentano li pretti  soggetti dell’abbazia che quando è andato a visitarli oltre gl’altre cose è bisognato pagarle le cavalcature chi più e chi meno e se più chiesie visitava in un giorno tutti bisognava che pagassero”.

Come se tutto questo non bastasse i preti di Albareto  descrivono il vicario come uomo iracondo :

“dicono ancora che considerando poco quanto importi la gravità d’un giudice, e giudice ecclesiastico , con furia habbi tagliato il colaro della camiscia di un di loro e pubblicamente cosa che non s’acconviene apena a tirani , non che superiori ecclesiastici in cui deve esser tutta la modestia”.

Ma la questione più importante da investigare, per il nostro padre Giacomo, è quella di ordine spirituale  e – segnatamente- che sia  assicurata la somministrazione dei sacramenti della confessione e della comunione:

…” non posso ne debbo tacer che il R. Vicario di Sarzana, dico del Rev. Cardinale dicono che fece gran esclamatione che era morto non so chi senza confessione  e sacramenti et io rispondo haver parlato con un proprio figlio del morto che mi disse non esser vera tal cosa, anzi gli erano stati dati li sacr.ti dalli sacerdoti della Vulla e così dicono essi religiosi”.

Intorno a questi episodi il nostro  osservatore è prudente e ancora una volta fa capire che  per lui  e per l’onore dell’abbazia, è fondamentale aver accertato  che i preti nominati dall’abate  hanno assicurato e assicurano l’assistenza spirituale  ai fedeli.

Sul comportamento del vicario , Padre Giacomo precisa : “ delle suddette cose dico per averle sentite e da più numero  (…) se sia vero o non,  lo sa il Signore e saprà lui alle soe spese (il riferimento è al comportamento del vicario nel passar sopra ai commerci con donne di un sacerdote, dietro pagamento di 50 scudi)  quando havrà da rendere conto inanzi al giudice che vede il segreto de cori nostri, quella però del morto senza confessione torno a dire, che il proprio figlio e li sacerdoti della vulla dicono non gl’è mancato niente.

Insomma , del vicario del vescovo si occupi quel giudice che vede il segreto de cori nostri ; l’importante per il bene dell’abbazia è che il figlio del defunto ed i preti dell’abbazia abbiano garantito che al moribondo non gl’è mancato niente.

E , quasi a giustificarsi per non aver  visitato   Albareto e ascoltato di persona i fatti,   ci tiene a precisare che ad impedirlo sono state la lontananza da Aulla e la sua salute malferma:

  “La chiesia d’albareto non vidi non mi bastando l’animo di giungerle e per la lunga e malagevole strada e feci bene che forse m’amalava per strada con mio troppo danno e forse peggio ch’io  non dico, si come è piacciuto al signore lasciarmi giongere a casa prima mi carricasse il male, di che sia sempre lodato il suo nome in secula amen”.

Hano suplicato à Roma già son mesi e forse ani…

Un altro elemento che pone in competizione abbazia e  diocesi è quello che vede la popolazione di Terrarossa chiedere la presenza in loco di un parroco, una richiesta certamente non osteggiata dalla diocesi , ma a cui l’abbazia non risultava tenuta.

 Riferisce padre Giacomo :  “queste genti forse per comodità de loro terreni o lavori hano habitato esso loco et adesso dimandano un prette che ci soministri li sacramenti e li dica messa e per tal causa hano suplicato à Roma già son mesi e forse ani,sarà parte del S. Abbate voler esser sentito da lui o suo agente perché non è tenuto altrimente a tal dimanda e se pur al fin volesse haver il suo intento col beneplacito d’esso abbate sarano debitori proveder che colui che gli hauvrà da servire habbi da poterle vivere perché non intende l’abbate haverlo debito alcuno essendosi loro allontanati dall’abbazia per loro stessi.

Anche in questa circostanza nell’atteggiamento di padre Giacomo troviamo la preoccupazione per la salute spirituale del popolo affidato all’abbazia :

questo giudicarei atto (cristi)ano e d’onorevole pastore ch’el vice abbate o procuratore talvolta le mandasse a dir una messa con essortarle tenessero netta la chiesa e dirle che quello andarvi è per amor di dio e per inanimar loro a fare quello che devono intorno l’honor di dio e salute delle anime loro.”.

L’abbazia deve garantire, almeno ogni tanto,  la celebrazione della messa a Terrarossa e se proprio la gente vorrà un prete residente il consiglio per il marchese è che “ non si lasci passar la dimanda soa in Roma se non assignano tanta entrata al sacerdote che dimandano, qual sia sempre sotto protezione e correzione  et ancor elettione  del S. Abbate o’ suo agente “(7) .

Quei signori marchesi che vi stano…

Un altro aspetto interessante che si coglie in questa relazione è il giudizio poco benevolo sul comportamento dei marchesi che governano alcuni feudi  in cui si trovano chiese dipendenti dall’abbazia.

Se il popolo trascura le proprie chiese, non avendo le disponibilità economiche necessarie, al loro decoro non suppliscono certamente i ben più abbienti marchesi  Malaspina .

 Padre Giacomo non li cita mai per nome, si limita  a parlare genericamente di “  signori marchesi ” : ad Olivola trova una chiesa ricca di calici, ma povera d’onore e riverenza verso il Santissimo Sacramento e gli  “parve cosa molto indegna della chiesa e di quei signori marchesi che vi stano” ; a Podenzana scrive : mi dolsi bene che una chiesa ove habitava il marchese non tenesse in chiesia il SS. Sacramento.

Anche a Canova la chiesa di fatto è impraticabile ed “ è tenuta da quei signori marchesi che come la trattino e riconoscono l’abbazia lo dice chi n’ha cura”.

In un caso la critica al marchese è più articolata e a  sbagliare, con il marchese , sembra esser stato anche l’abate : a Barbarasco la chiesa è in pessime condizioni :“è senza pavimento alcuno, ma la terra sotto i piedi, e malamente composta con uno altare privo d’ogni netezza o’ attrezzo, con certe figure nelli muri che non hanno forma di figure ma di cose nere et affumate, con certe tovaglie, e poche e vecchie, e corporali che da uno paro in fuori, gl’altri portai mecco e li abbrugiai come che fussero neri più che la mia robba

Ma ancora più nera della sua nera veste di benedettino è stata la vicenda di cui si è occupato il marchese, mentre avrebbe dovuto occuparsene l’abate :

Hora dico come sta dentro, dico circa lo spirituale : pria la serviva un prette che per esser pubblico concubinario et ancor non se astenendo dalla biastema fu levato dalla cura, non già dall’abbate a cui tocava farlo ma dal marchese che è signor di quella villa, che no lo doveva ne di ragion poterlo farlo e vi chiamò un prette che sta lontano dalla villa 3 miglia, pensi chi può , come puotrà sovenire alla cura dell’anime bisognando talvolta quando meno se le pensa, e della confessione e della comunione et il marchese havendo mandato via el prete e chiamato questo, ha dato ancor le terre di essa chiesia come ha voluto “

La questione è delicata : il marchese ha cacciato giustamente il prete peccatore, ma ne ha chiamato uno che abita troppo lontano e che ha difficoltà a confessare e comunicare in caso di urgenza .

Avendo poi distribuito le proprietà della chiesa come meglio gli è parso  e lasciandone poche al prete, quest’ultimo dice che se gli sarà dato tutto quello che gli spetta si farà costruire una stanza  e potrà così abitare in loco e attendere alla servitù delle anime.

Insomma , bisogna  non transigere sui diritti  dell’abbazia e “  far che al marchese sia contento che le cose ecclesiastiche siano governate da coloro che le devono governare, e non voler essere lui signore di quello che non deve “.

Questa caneva così nomata…

Intorno alla chiesa di Canova  dalla relazione di padre Giacomo  ci arriva una qualche suggestione che sembra confermare l’ effettiva esistenza , nel XV secolo,  di un monastero . 

La chiesa è “molto maltrattata in tutti modi, dico che v’é il tetto ma quasi scoperto e penso vi piovi dentro come alla campagna,  vi si vede un’ altare ove qualche volta si deveva dir messa, il resto della chiesia che piuttosto mi par una stanza fatta per bisogni di villa è tutta aliena da ogni forma sacra, anzi vi sono dentro mille cose per uso di massarie senz’altro”

L’ edificio  alieno da ogni forma sacra , ridotto a ripostiglio per masserie, che par una stanza fatta per bisogni di villa poteva forse conservare ancora, sul finire del XVI secolo, oltre al ricordo dell’antica chiesa di san Giacomo citata nel 1192  anche quello di una caneva (magazzino, deposito di derrate) che il vescovo di Luni aveva nel territorio della pieve di Soliera , o –addirittura- di qualche annesso di un monastero ?

Le parole del nostro monaco a mio  parere confermano  l’ipotesi di Giulivo Ricci, secondo il quale a Canova, dove la chiesa è senza cura,

 “ ci si trova di fronte ad un insieme di beni formante ab antiquo la dotazione patrimoniale di una istituzione locale : chiesa, monastero,magazzino di vettovaglie, distinti, divisi, uniti, succedutisi o sostituitisi o intrecciatisi nel tempo ( 8).

Ricca e accorpata in  un unico grande lotto  è la dotazione di terre della Canova :  un bel podere o – meglio-  un’intera collina .

Da uomo   pratico o’ vero inteligente al mondo – come direbbe lui – padre Giacomo comprende che bisogna  prendersi cura queste terre con più attenzione di quanto si è fatto per il passato, in modo da farle rendere di più  :

” Questa caneva così nomata ha un bellissimo podere anzi una collina circondata di boschi di castagne et altri alberi alle parti supreme poi si dilata al fine con belli prati et orti, ch’al giudizio d’ogni uno, sarà giudicata una bella cosa e degna di altro governo di quella ha, et ancora di magior utile dell’abbazia che non le da” ;

 ma poiché la sua missione è anche e soprattutto attenta alla cura delle anime, benché Canova sia senza cura , conclude che c’è  comunque bisogno sopra tutto di qualche atto religioso e servitù spirituale.

 V’era un certo villano che mi pareva il saggio della villa…e li garbugli di gieronimo manichia canonico di Sarzana

A Gorasco sia  le cose della chiesa che la devozione dei parrocchiani sono  messe male  e la  curiosa vicenda di un calice conferma  che il nostro benedettino visita le chiese soggette all’abbazia  poco tempo dopo il passaggio degli inviati del vescovo, cardinal Lomellini.

 Nella visita pastorale del 1568 si parla di un calice inutilizzabile, perché rotto , calice  che, quando Giacomo scrive, non si sa ancora in mano a chi sia finito :

  “a gorasco poi trovai le cose molto mal in ordine e questo è causato dalla povertà e dalla poca carità e devotione de parrocchiani e per dir  in prima non hano calice se no uno guasto qual avendo dato a sarzana per farlo conzare, li parrocchiani non vogliono pagare quel tanto s’è speso, et il prete manco, et io le dissi che se lo prette pagasse il calice saria il suo e se li huomini della villa pagassero sarà il calice della chiesia,  non so quello  (che ) avranno fatto…”

 Sembra di capire, benché non se ne faccia esplicito riferimento,  che se  la chiesa è soggetta a San Caprasio , tanto che il prete che vi dice messa usa un calice dell’abbazia, non sono  ancora del tutto risolte vecchie beghe tra la curia vescovile e gli abati  .

In paese c’è  un informatore del vicario del cardinale che è malvisto dal resto degli abitanti ed in questo caso il giudizio di Giacomo è severo  : “…mentre era in chiesia per intendere quel tanto bisognava v’era un certo villano che mi pareva il saggio della villa perché voleva rispondere lui al tutto e seppi poi ch’era quello che diceva ogni cosa al vicario del Rev.mo Cardinale e quasi era biasmato da tutte quelle genti penso che sia di necessità raccomandarlo al vostro podestà che alle cose giuste lo tratti come merita…”

Forse si tratta di una di quelle persone che già avevano testimoniato, durante la visita pastorale del 1568, a favore di un diritto di collazione da parte del vescovo.

A questo proposito è interessante riportare quanto, sulla scorta di carte consultate presso l’Archivio Vescovile di Sarzana,  ha scritto  Giulivo Ricci  :

 “ I testimoniali del 1568-1570 introducono diversi personaggi, evidentemente tutti favorevoli al vescovo (…) testimonia pure un Tommasino Giannetti, che durante la visita del 1568 era stato accusato di incesto : riferisce di aver inteso dire che  la chiesa di Ghorasco era sotto posta al vescovato e che messer Thoma insieme con messer  Ieronimo Manechia et prete Gian Maria ano mandato a male tutte le scritture de la chiesa de santo Bartolomeo… (…) Bastiano del fu Fabiano di Gorasco, a sua volta ha inteso dire da Agostino della Canova, cognato di prete Gio Maria da Gorasco che Geronimo Manecchia ebbe la chiesa dal vicario del vescovo e si recò a Genova insieme col prete predetto e poi permutarono la chiesa con un altare della chiesa medesimadopo di che avevano brugiato  la collazione avuta dal detto vicario.

Ci sembra di capire che si recarono a Genova dai Centurione, signori di Aulla e dall’abate, un Centurione, e che, guadagnati alla causa dell’abbazia, distrussero gli atti di collazione favorevoli al vescovo “. ( 9)

Quando padre Giacomo sale a visitare Gorasco e annota le sue impressioni non lascia trasparire di essere a conoscenza, se vi sono effettivamente stati, di eventuali accordi intercorsi tra il Manichia (così è scritto nel nostro manoscritto)   ed i Centurione  e della circostanza di eventuali distruzioni dei documenti attestanti  la collazione avuta dal detto vicario . Del Manichia  sente tuttavia parlare, anche perché risulta effettivamente titolare di un altare.

Il nostro padre Giacomo ancora una volta si dimostra uomo  accorto e prudente :

“ve in essa chiesia un’ altare quale è imbrattato delli garbugli del già m.  gieronimo manichia canonico di Sarzana quel che vi sia o no non ho potuto intendere, ma non ha già buon sono quel pocho se ne sente”.

Quali  effettivamente siano stati i garbugli  il nostro non dice.

Se anche a lui siano giunte le parole di Bastiano del fu Fabiano, sopra citato, non lo sapremo mai , così come mai sapremo  perché intorno a questa vicenda non abbia voluto riportare ciò che aveva inteso dire dalla gente di Gorasco , diversamente da quanto farà dopo a proposito delle questioni di Albareto.

Forse, con saggia diplomazia,  non ha voluto approfondire  quella diceria sulla visita fatta a Genova  dal Manichia e dal prete Gio Maria presso i Centurione, semplicemente perché – se verificata- avrebbe reso questi ultimi complici di poco onorevoli garbugli.

Padre Giacomo è uomo pratico o’ vero inteligente al mondo, ma è pur  vero che lui è sempre, prima di tutto,  religioso di buona vita .

Allora- sembra dirci- intenda chi deve intendere e chiunque  garbugli abbia fatto sappia che

    “ non ha già buon sono quel pocho se ne sente “.


 Riccardo Boggi,    Giacomo Bellono : un benedettino del ‘500 in visita all’abbazia di san Caprasio di Aulla                                                                                

NOTE

  1. Sulla visita pastorale, per i riferimenti generali e le citazioni che compaiono nel testo, si rimanda a :  E. CAVALLI, Il più antico manoscritto delle visite pastorali della Diocesi di Luni, in Giornale Storico della Lunigiana, anno XVIII-1967, pp 39-129  e  ANNO XIX  1968, p 65-123.
  2. cfr. G. RICCI, Un inventario nella Lunigiana del Cinquecento, Pontremoli, 1999
  3. Sulla figura e opera missionaria di Silvestro Landini si veda la tesi di laurea di Carlo Luongo , Silvestro  Landini e le nostre Indie un pioniere delle missioni popolari gesuitiche nell’Italia del ‘500   , Università degli Studi di Roma III , facoltà di  Scienze Politiche ,   anno accademico 2004-2005
  4. cfr. G. RICCI, op. cit., p. 26. Nel suo articolo : Gli abati di san Caprasio dell’Aulla, in : Cronaca e Storia di Val di Magra, anno IV-1975, pp 51-59 , Ricci indica Giacomo Belloni (nel nostro testo Bellono) quale abate negli anni 1569-1570. Nel 1570 è abate Alessandro Centurione.
  5.  Da  G. RICCI, op. cit., p 366 : “se de’ sapere anchora ch’est in obligo de tenire alla Badìa quatro capelani de li quali alla morte d’ messer Jacomo Centurione abbate se fece due fede al’ Papa per messer Ludovico Corbani de ordine del Signore Adam ….”( Adamo Centurione)
  6. cfr. G. RICCI, op. cit., pp. 19-28.
  7. Sulla vicenda  dell’erezione in parrocchia della chiesa di Terrarossa , avvenuta solo nel corso del XVII secolo, dopo decenni di schermaglie tra abbazia, abitanti di Terrarossa e Curia , si veda G. RICCI, op. cit. pp. 149-167
  8. La chiesa di Canova compare citata per la prima volta nel 1192, quale dipendenza dell’abbazia di Marola ( Reggio Emilia), mentre nel 1220 risulta sottoposta all’abbazia di Aulla. Negli estimi del 1470-71 la chiesa è indicata come monastero. Se a Canova vi sia effettivamente mai stato un monastero dedicato a san Giacomo è questione ancora aperta, come chiarisce G. RICCI , op. cit. pp. 99-103.
  9.  Cfr. G.RICCI, op. cit., pp. 131-133

Visita fatta dal R. Giacomo Bellone alla chiesa abbatiale et all’altre chiese sottoposte all’Abbatia (1)

Io p. Jacomo Bellono dico che essendo stato a visitare l’abbazia della Vulla con i suoi benefity e vedute tutte quelle cose che mirano l’honor di dio e d’essa abba(zia) e suoi membri soggiongo appresso quanto al mio povero juidicio sovvene.

  ABBAZIA

E p.  dico che l’abba(zia)  ha bisogno d’un sacerdote quando l’obligo delli p.roni d’essa ve ne debbono  tener quatro, et adesso ve ne sono a pena tre de quali uno dice messa solamente le feste, e quando il s. Abbate o altri (per) lui tornarà a visitarla forse s’elegera cangiar un’altero d’essi quatro da così buono odore della vita sua come forse puotrebbe et io le feci la correzione fraterna l’ano del 69 essendo io col S. marchese alla vulla et adesso glie l’ho fatta in compagnia d’ un’altro pur religioso e per aventura puotrebbe emendarsi quando il signor Abbate o suoi agenti s’elegeranno mandarle un prette faccino tutto e che sia e religioso di buona vita ed ancor non manchi d’esser pratico o’ vero inteligente al mondo perché con l’uno servirà a dio e salute di quelle anime  e con l’altra gioverà assai all’utile dell’abba(zia) e loderei havesse qualche autorità insieme col m.(messer ?) p. (procuratore ?) Ludovico et il sign. podestà perché più veggiono più ochi ch’un solo et il daffare è grande circa li poderi et l’intrate dell’abbazia e questo almeno sinche fussero incaminate le cose.

La chiesa ha bisogno prima che sia messo in ordine l’ospitale acciò li poveri possino esser albergati per quel poco che si può.

La custodia del corpo di ( Cristo) è molto vergognosa e sarà bene comprarne una e quelle che v’é si puotrebbe vender alla chiesia di gorasco che non ha ne buona ne cattiva.

Il campanile sta scoperto et è di necessita coprilo al meglio che si può adesso che poi con più comodità si potrà finire.

La sagrestia ha bisogno d’esser conza come ho detto a m. Ludovico perché quando piove il pavimento è tutto pien d’acqua che non solo fa dano all’ hora, ma causa una (…..) humidità che guasta li paramenti e bisogna ancor levar la terra di fuori che causa quasi tal male.

Sopra ogni cosa è bisogno le sia predicata la parola di dio la 4ma ( quaresima) o almeno da meza4ma (quaresima) in sino a pasca e per questo se gli è fatto far un pulpito che poco gioveria senza predicatore.

Le stanze dell’abbazia son molto maltrattate ma perchè vi sarebbe bisogno spesa grande non ne dirò altro senonché sarà bene siano rifatte le arve (?)  ad un balcone che sta molto male e peggio l’inverno che v’entra col freddo e la nieve e l’acqua ancora et ho detto a m. Ludovico gliele faci fare e così tutte le altre cose suddette, dalla custodia infuori .

La chiesia loderei che sia il giorno,  finite di dirgli le messe,  si stesse chiusa perché oltre l’ordine del concilio la necessità lo dimanda , che andando io in chiesia a dir l’officio il sopra giorno venniano le galine et altri animali ancora et in chiesia si vedevano le imonditie d’esse galine che ancora sopra l’altare possono fare il simile.

Il chiostro ancora sarebbe bene che quelli sacerdoti che l’habitano di tanto in tanto lo facessero nettare e sterpar via certe herbazze che vi sono acciò paresse stanza da religiosi no da bestie.

                       TERRAROSSA

L’abbazia ha un membro chiamato terrarossa che non ha cura d’anime ma vano all’aulla a sentir messa ove ancor pigliano li sacramenti et esso luogo è giurisdizione d’altri marchesi , queste genti forse per comodità de loro terreni o lavori hano habitato esso loco et adesso dimandano un prette che ci soministri li sacramenti e li dica messa e per tal causa hano suplicato à Roma già son mesi e forse ani.

sarà parte del S. Abbate voler esser sentito da lui o suo agente perché non è tenuto altrimente a tal dimanda e se pur al fin volesse haver il suo intento col beneplacito d’esso abbate sarano debitori proveder che colui che gli hauvrà da servire habbi da poterle vivere perché non intende l’abbate haverlo debito alcuno essendosi loro allontanati dall’abbazia per loro stessi.

Dirò bene che essendo lontana essa villa da miglia 3 mal se  le può portar li sacramenti massimamente lo S.S. Sac.to dell’eucarestia benché penso in tal caso si puotrebbe dir messa in una chiesia che v’é et a tal modo supplire.

E presso essa chiesia meza scoperta el resto ch’é coperta dicono che piove e ch’é peggio non vi son porte per chiuderla anzi è habitation d’ogni bestia che vi vuole entrare lor stanza e dicono che li mulateri ne fano lor stanze de muli ne essi sono da tanto  ne così  ( cristi )ani che sappino vietarglielo.

ho ordinato a m. p. Ludovico che facci far le porte al meglio si può e pregati loro ne habbino cura e che se vorranno si riconzi il tetto ancor loro concorrano nella spesa e travaglio ma non la vogliono intendere anzi vorriano che l’abbazia facesse il tutto cosa che non mi pare già giusta ne conveniente.

Hora intorno a questo giudicarei atto (cristi)ano e d’onorevole pastore ch’ el vice abbate o procuratore talvolta le mandasse a dir una messa con essortarle tenessero netta la chiesa e dirle che quello andarvi è per amor di dio e per inanimar loro a fare quello che devono intorno l’honor di dio e salute delle anime loro.

E sopra tutto riccordo essere di necessità non si lasci passar la dimanda soa in Roma se non assignano tanta entrata al sacerdote che dimandano qual sia sempre sotto protezione e correzione  et ancor elettione  del S. Abbate o’ suo agente .

CANOVA

ha ancora un’altro luogo detto la caneva che così la chiamano dove è una chiesia molto maltrattata in tutti modi, dico che v’é il tetto ma quasi scoperto e penso vi piovi dentro come alla campagna vi si vede un’altare ove qualche volta si deveva dir messa, il resto della chiesia che piuttosto mi par una stanza fatta per bisogni di villa è tutta aliena da ogni forma sacra, anzi vi sono dentro mille cose per uso di massarie senz’altro.

Questa caneva così nomata ha un bellissimo podere anzi una collina circondata di boschi di castagne et altri alberi alle parti supreme poi si dilata al fine con belli prati et orti, ch’al giudizio d’ogni uno sarà giudicata una bella cosa e degna di altro governo di quella ha, et ancora di magior utile dell’abbazia che non le da , ma sopra tutto di qualche atto religioso e servitù spirituale ,  adesso è tenuta da quei signori marchesi che come la trattino è riconoscono l’abbazia lo dice chi n’ha cura.

 BIBOLA

Andai a bibola e vidi le cose della chiesia assai politamente tenute et il prette che mi par n’ habbi assai bona cura,  è vero che quando va a portar il sant.mo sacramento alli infermi lo porta in uno calice picciolo di stagno, ne mi piace lo porti a quel modo per lo pericolo di cadere essendo essa villa molto malagevole da andar  per essa perché se cadesse anderebbe per terra il ss. Sacramento, cosa che non si può pensare nonché incorrere in tanto periodo,  io le dissi che poteva comprar un tabernacoleto di stagno che avesse lo coperchio o almeno far fare un coperchio a quello istesso calice ove lo porta che molto poco spenderia e mi promisse farlo poi essendo stato io tre o quattro giorni e più alla vulla non lo vidi più havendole ditto io che glielo manderei da genova quando volesse, il resto in quella chiesia sta assai bene – dirò bene che quelli parrocchiani potrianno esser più devoti e più amatori e zelanti della chiesia soa, al prete ancora feci la correttione fraterna per certe cose che mi furon dette piuttosto di sospetto che d’apparente scandalo.

GORASCO

A gorasco poi trovai le cose molto mal in ordine e questo è causato dalla povertà e dalla poca carità e devotione de parrocchiani e per dir  in prima non hano calice se no uno guasto qual avendo dato a sarzana per farlo conzare, li parrocchiani non vogliono pagare quel tanto s’è speso, et il prete manco, et io le dissi che se lo prette pagasse il calice saria il suo e se li huomini della villa pagassero sarà il calice della chiesia

 non so quello avranno fatto, il prete a cui lo conferissemo non dice ancor messa

 pur v’ha uno prette che serve la cura, che mi pare un’ homo da bene e religioso e nell’habito e soe parole, adopra un calice dell’abbazia,  in quella chiesa non si tiene il sacramento perché non v’é da poter tener lo lume acceso come si conviene e li parrocchiani dicono esser poveri e non poter farlo, così dice ancor il prette che bisogna le viva lui et il prette che serve , e vi bisogna una custodia per il sacramento con un tabernacolo per portarlo agl’amalati, ve in essa chiesia un’altare quale è imbrattato delli garbugli del già m.  gieronimo manichia canonico di Sarzana quel che vi sia o no non ho potuto intendere, ma non ha già buon sono quel pocho se ne sente.

Mentre era in chiesia per intendere quel tanto bisognava v’era un certo villano che mi pareva il saggio della villa perché voleva rispondere lui al tutto e seppi poi ch’era quello che diceva ogni cosa al vicario del Rev.mo Cardinale e quasi era biasmato da tutte quelle genti,  penso che sia di necessità raccomandarlo al vostro podestà che alle cose giuste lo tratti come merita.

ROMETTA

Andai ancora a Olmeta che una villeta molto picciola e la chiesia piccolissima pure v’era un prette giovinetto assai attrezzato con quelle poche cose che sono in chiesia ove aveva li sacramenti per poter batezzare e dar l’olio santo, non vi tien lo S.

Sacr (amento) per non haver da  tenervi lo lume, ma mi disse che quando v’erano amalati consecrava alla messa da poter comunicarli e vi bisogna ancora  un tabernacolo da portarlo attorno che almeno sia di stagno come già detto.

 OLIVOLA

Andai poi alla olivola ove trovai una chiesia  molto ricca di calici essendovene almeno 6 ma povera d’honore e riverenza  intorno il S.S.S: prima non v’è senò una custodia vechissima indegna e vergognosa di tanta fattione poi non vi si tiene   di continuo il SS Sacr(amento) per non esservi da tener il continuo lume che mi parve cosa molto indegna e dalla chiesia e di quei sign. marchesi che vi stano.

Li sacramenti da battezzare et oleo santo erano assai bene tenuti, con gli altri vasi sacri come ho gia detto, et il prette mi parve assai discreto et attrezzata persona , ne da altrui mi fu fata querela alcuna di lui come ne ancor de gl’altri già veduti.

BARBARASCO

A barbarasco, villa lontana dalla vulla 3 miglia trovai una chiesia alla campagna indegna di tal nome, come maltrattata e dentro e fuori fuori dico perché è senza pavimento alcuno, ma la terra sotto i piedi, e malamente composta con uno altare privo d’ogni netezza o’ attrezzo, con certe figure nelli muri che non hanno forma di figure ma di cose nere et affumate, con certe tovaglie, e poche e vecchie, e corporali che da uno paro in fuori, gl’altri portai mecco e li abbrugiai come che fussero neri più che la mia robba,  e in somma˜ nel resto malissimo attrezzato è poco remedio vi veggio all’emenda.

Hora dico come sta dentro, dico circa lo spirituale, pria la serviva un prette che per esser pubblico concubinario et ancor non se astenendo dalla biastema fu levato dalla cura, non già dall’abbate a cui tocava farlo ma dal marchese che è signor di quella villa, che no lo doveva ne di ragion poterlo farlo e vi chiamò un prette che sta lontano dalla villa 3 miglia,pensi chi può , come puotrà sovenire alla cura dell’anime bisognando talvolta quando meno se le pensa, e della confessione e della comunione et il marchese havendo mandato via el prete e chiamato questo, ha dato ancor le terre di essa chiesia come ha voluto, di sorte che quello che serve, a cui di ragion appartengono, non ne può haver se non una minor parte e dice se havrà quello che appartiene  alla chiesia, vi si farà una stanza, e potrà attendere alla servitù delle anime, e per questo è necesità haver consideracione in questo e far che al marchese sia contento che le cose ecclesiastiche siano governate da coloro che le devono governare, e non voler essere lui signore di quello che non deve.

                                                    PODENZANA

Andai a Podenzana ancora ove trovai la chiesia assai bene attrezzata, col prette ancor che teneva e tiene li sacramenti da battezzare nel suo cresemino di stagno assai bene conzo, mi dolsi bene che una chiesa ove habitava il marchese non tenesse in chiesia il SS. Sacr. ma mi pare un male che tenga tutti quei paesi come poco amatori di dio e de Santi.mi Sacr.ti ed a voler rimediare ad un tanto male vi bisognaria altra medicina che la mia et in somma tutte le chiesie soggette dell’abbazia stano assai bene, parlo della servitù spirituale del ministrar e tener li Sacramenti con assai bon ordine, e li vasi d’essi ancora, e si li paramenti quei pochi che vi sono, dove sono dico, et ancor per li sacerdoti che servono.

ALBARETO

La chiesia d’albareto non vidi non mi bastando l’animo di giungerle e per la lunga e malagevole strada e feci bene che forse m’amalava per strada con mio troppo danno e forse peggio ch’io  non dico, si come è piacciuto al signore lasciarmi giongere a casa prima mi carricasse il male, di che sia sempre lodato il suo nome in secula amen.

Vedrete la visita d’albareto per mano di scrivano autentica, non posso ne debbo tacer che il R. Vicario di Sarzana, dico del Rev. Cardinale dicono che fece gran esclamatione che era morto non so chi senza confessione  e sacramenti et io rispondo haver parlato con un proprio figlio del morto che mi disse non esser vera tal cosa, anzi gli erano stati dati li sacr.ti dalli sacerdoti della Vulla e così dicono essi religiosi.

Si lamentano li pretti  soggetti dell’abbazia che quando è andato a visitarli oltre gl’altre cose è bisognato pagarle le cavalcature chi più e chi meno e se più chiesie visitava in un giorno tutti bisognava che pagassero.

Dicono essi pretti che esso Vicario le diceva che pur che andassero al suo foro e si levassero dall’abbate che tutto saria piano ancor che vi fusse qualche cosa degna di reprensione o castigo.

Dicono ancora che considerando poco quanto importi la gravità d’un giudice, e giudice ecclesiastico , con furia habbi tagliato il colaro della camiscia di un di loro e pubblicamente cosa che non s’acconviene apena a tirani  non che superiori ecclesiastici in cui deve esser tutta la modestia.

Dicono ancor alcuni di loro che si lamenta e dice che vogliono farlo amazzare cosa che mai hano pensato, se lo dica o no habbi loco la verità mi disse uno religioso che andando in visita e trovando un sacerdote haver havuto comerci con done lo fece pagar cinquanta scudi,  e tutto fu poi piano.

Delle suddette cose dico per averle sentite e da più numero di persone l’ultima eccettuata, se sia vero o non,  lo sa il Signore e saprà lui alle soe spese quando havrà da rendere conto inanzi al giudice che vede il segreto de cori nostri, quella però del morto senza confessione torno a dire, che il proprio figlio e li sacerdoti della vulla dicono non gl’è mancato niente.


  1.  Il documento proviene dall’Archivio Vescovile di Massa e si trova in provvisorio deposito presso l’archivio parrocchiale di Aulla. Fa parte di una serie di carte sciolte, racchiuse in una cartella titolata Azione Cattolica di Aulla e probabilmente depositata presso l’Archivio di Massa in tempi recenti. Devo la sua segnalazione alla cortesia di don Roberto Marianelli e la disponibilità per la sua pubblicazione all’Ufficio Diocesano Beni Culturali.

Il documento si compone di 3 fogli sciolti , ciascuno di 4 facciate, piegati a metà in senso longitudinale, chiaramente estratti da una filza dispersa. Si ha l’impressione che si tratti di una copia seicentesca, in quanto  su un foglio utilizzato come raccoglitore ed in parte per la trascrizione del testo,  si legge la data 1570 e sotto, con altra grafia più tarda : Visita fatta dal R. Giacomo Bellone alla chiesa et all’altre chiese sottoposte all’abbazia.  Lo stesso foglio reca  anche la scritta, con grafia simile a quella della data 1570 : copia della relattione data da m.p. Jacomo Bellono sopra la visita dell’abbazia della Ulla come ne istrumenti (….) essa visita.

Sull’autore della relazione  non ci sono dubbi : è quel Giacomo Bellono ( altre volte nominato Bellone e nei  citati lavori di G.Ricci,  Belloni ) che, come si è visto,  fu  abate di san Caprasio nell’anno 1569 e per qualche mese dell’anno 1570, quando a lui subentrò Alessandro Centurione. Quando scrive il documento , così come ci dice l’intestazione più antica del documento, Giacomo Bellono ha funzioni di  messer procuratore, se così si legge l’abbreviazione m.p.

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