LA STORIA DI PONTREMOLI

Nella seconda meta del Secolo XVI, allorquando, dopo le vittorie di Carlo V, l’ Europa andò, a poco a poco, a ricomporsi alla pace e alla tranquillità, cominciò un periodo che parve di spossatezza e di riposo, ma che piuttosto fu di raccoglimento, perché in esso gli studi e la cultura presero un avviamento pratico e positivo, che non ebbero mai per il passato. L’ Italia nostra cadde in servilità ed abiezione politica cd in grande rilassatezza di costumi; ma in compenso, ebbe il vanto di riformare la filosofia naturale per opera di Galileo e di dare al mondo un Muratori che fu padre, fra noi, di quella critica storica già inaugurata in Francia con tanti meravigliosi lavori pubblicati nell’ epoca ch’ ebbe nome di Luigi XIV. II Muratori trovò terreno fecondo per la sua grande opera, perché in Italia fino dalla fine del Secolo XVI era sorto l’ amore alle patrie antichità, ed era stato molto curato lo studio delle storie municipali. Ma in questo studio, sebbene fossero tenuti a scorta i documenti, pure gli autori dettero troppo campo alle congetture, spesso si lasciarono troppo trasportare dall’ amore patrio e anche, dalla vanità municipale.  A poco a poco, la critica andò scoprendo molte mende nella storia d’ Italia, le quali necessariamente portarono a correggere e modificare anche le storie dei municipi e più tardi, per il riordinamento degli archivi pubblici -e per la gran copia di materiale da essi disseppellito, non pochi fatti nuovi sono venuti in luce, mentre altri han dovuto essere diversamente spiegati ed interpretati. Perciò molte storie municipali ebbero non solo largo incremento, ma poterono essere ricostruite quasi di nuovo. Questa ultima circostanza si verifica appunto nella Storia di Pontremoli.

Il 1° Agosto 1788 Pontremoli fu elevata a residenza vescovile ed ebbe titolo di città dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo. Per I’ innanzi era una semplice Terra murata.  che si trova ricordata con nobili parole da Flavio Biondo e da Filippo da Bergamo nel Secolo XV, da Leandro Alberti, da Agostino Giustiniani e da Michele di Montaigue nel Secolo XVI, e dal P. Placido Puccinelli che, verso il 1656,  la qualificò per una delle terre più cospicue d’Italia (1).

Le attestazioni di questi scrittori dimostrano che nei tempi antichi Pontremoli, quantunque fosse una piccola terra, ebbe nome e importanza tali da -non potere essere dimenticata dai dotti visitatori o illustratori della nostra Italia.  Ed invero per tutto il Medio Evo principalmente, ma anche -per molto tempo dopo, la importanza di Pontremoli fu grandissima.  Situata sulla confluenza dei fiumi Magra e Verde, ai piedi dei punto più dipresso degli Appennini che circondano l’ alta Lunigiana, sopra un basso sprone di monte che, al di sotto, dominava la via conducente in ‘Toscana, e al di sopra riuniva e chiudeva i due più importanti valichi dell’Appennino, quello proveniente da Parma per Fornovo, Berceto e la Cisa, e I’ altro da Piacenza per val di Taro e il Bratello, essa rappresentava una forte posizione militare, una specie di baluardo, che, come scriveva Federico II nel 1247 al proprio figlio e come fu fatto notare dai ghibellini pontremolesi ad Arrigo VII nel 1313, era la chiave e la porta per venire di Lombardia in Toscana e in qualunque altra parte Italia. Per queste ragioni nei Secoli XII e XIII, allorché Pontremoli si reggeva a Comune, Parma e Piacenza si contrastarono ferocemente la padronanza delle accennate due strade; e più tardi, Genova, Milano e Firenze si affaticarono ad estendere il loro dominio e la loro influenza nella valle della Magra, guardando sempre con occhio geloso, e disputandosi, Pontremoli. Diverse  nobili famiglie genovesi ebbero vasti possedimenti in Lunigiana, fra le quali i Fieschi che, ad intervalli, dominarono su Pontremoli fino dai primi del Secolo X IV. Gli Scaligeri, i Visconti, gli Sforza, i Re di Spagna la tennero lungamente soggetta al Ducato di Milano; e la Repubblica Fiorentina sino dal Secolo XV, e poi i Granduchi Medicei, per via di accomandigie, di dedizioni, o di acquisti a contanti, stabilirono e allargarono la loro potenza in tutta la regione, mirando sempre a Pontremoli. Cosimo I, chiedendo a Carlo V, nel 1 547, Ie terre confiscate in Lunigiana ai Fieschi, dopo  la nota congiura infelicemente riuscita, ne disse francamente la ragione, ripetendo la frase adoperata dai ghibellini pontremolesi nel 1313. “ Pontremoli – egli scriveva – vicino alle terre e  luoghi nostri di Bagnone, di Castiglione del Terzieri e  di Fivizzano, è la chiave del passo di Lombardia; la quale, quando fusse ben guardata, serrerebbe quello adito di tal sorta che non sarebbe possibile ad alcuno di potere per quella banda intrare a’ danni di Toscana, ed oltre le prenominate terre nostre di Lunigiana, sarebbe lo antemurale di Pietrasanta, di Pisa, di Volterra et di tutta questa nostra banda della marina” (2) Cosimo non riuscì allora nello scopo; ma vi riuscì più tardi Ferdinando II, il da grati mercante, com’ egli era, sciolse col denaro la questione a suo favore. Il Governatore di Milano per -il Re di Spagna, Don Bernardino Fernandez di Velasco, Contestabile di Castiglia,  costretto da gravi angustie finanziarie, avea venduto, nei 1647, Pontremoli e il suo territorio ai Genovesi, ritirandone -il prezzo di 200 mila pezze: ma Ferdinando, offrendo .il doppio di quella somma, e regalando con medicea munificenza- ministri ed agenti spagnoli, ottenne che il Re rifiutasse la ratifica al contratto; e tre anni dopo, cioè nel 1650,  prese possesso di Pontremoli come assoluto padrone (3).

Le lotte provocate da tanti diversi contendenti, riuscirono naturalmente a portare divisioni fra gli stessi Pontremolesi, che non furono ultimi attori in quel miserando spettacolo di gare fratricide dato dalla nostra Italia nel Medio Evo. Ciò produsse al paese gravissimi danni, accresciuti anche dal continuo passaggio di personaggi grandi ed illustri, Imperatori, Pontefici e altri Sovrani, i quali, facevano pagar caro l’onore della loro presenza, perché erano accompagnati da eserciti o da numerosi seguiti, che la Comunità quasi sempre doveva mantenere: e questo era il minor male, giacché talvolta quei Sovrani lasciarono dietro a loro incendio e distruzione, come avvenne al di Totila, seppure è vera l’ asserzione di Giovanni Villani (4) e ai tempi dell’ Imperatore Arrigo V, e del Re Carlo VIII di Francia. Né queste lotte dannose riuscirono mai a produrre conseguenze che compensassero in qualche modo i lutti inflitti al paese: esse contribuirono soltanto a formare l’ indole battagliera e tenace degli abitanti; la quale, pur troppo, non servì che a perpetuare il seme della discordia a vantaggio dei rapaci dominatori che vi si succedettero in lunga serie. Due sole circostanze possono oggi rilevarsi come conseguenze della condizione specialissima in coi si trovò Pontremoli nel medio evo. La prima è che la sua Storia municipale si ricollega strettamente colle principali vicende della storia generale d’ Italia, e non è affatto ingloriosa nel periodo durante il quale la terra si resse a comune. La seconda che, pei rapporti occasionali,’ ma quasi, continui, coi potenti che di là transitarono o vi dominarono sorsero in paese famiglie cospicue, non per ricchezze o potenza, giacché il territorio e la costituzione politica della Lunigiana non lo consentivano, ma per intraprendenza, avvedutezza politica, abilità e rettitudine nelle discipline. amministrative e giudiziarie. Pochi paesi come Pontremoli, hanno dato dai tempi più antichi fino quasi ai nostri giorni, uomini’ di governo, magistrati, lettori e professori di Università -in Toscana, a Milano, a Genova, a Bologna, a Ferrara, a Parma, a Modena, a Pavia e in altri luoghi d’ Italia. E molti di costoro ritornavano poi in patria con quel più elevato sentimento di dignità ch’ era loro inspirato dallo esercizio di alti e delicati uffici e dalla convivenza nelle classi migliori e più culte delle grandi città. Di qui ne venne anche che Pontremoli, sebbene piccola, perché situata in angusto territorio, e anticamente rinchiusa entro le sue mura e torri merlate, ebbe sempre oltre i solidi edifizi pubblici, anche buone e bene ornate fabbriche particolari, ove quelle famiglie abitavano signorilmente, dando alla terra un aspetto di severa nobiltà.

ln questa condizione di cose, una buona storia di Pontremoli era desiderabile, ma purtroppo è mancata finora: Il più grande disastro di Pontremoli fu, com’ è noto, incendio che dovè subire nel 1495, per opera degli Svizzeri di Carlo VIII, e che portò la distruzione quasi totale degli archivi pubblici e di quelli delle migliori famiglie; per la qual cosa venne a mancare quasi affatto ogni documento che recasse ‘luce sui tempi anteriori a quell’ epoca. L’ Archivio municipale comincia col “Primus Consiliorum  liber post incendium” in testa del quale sta una deliberazione del 24 febbraio 1495 ab. incarnat, che corrisponde al 24 febbraio 1496 dello stile comune; e l’Archivio notarile ha pochissimi protocolli anteriori al detto anno, che poterono salvarsi perché erano presso i notari, Per tal modo la storia di Pontremoli nei quattro Secoli dopo il mille, rimase avvolta nella più completa oscurità :  bisognava ricomporla, spigolando nelle cronache di altre città, nei documenti di Storia generale italiana, e nelle tradizioni locali, usando, riguardo a queste ultime, molta cautela, perché divennero presto esagerate e fallaci. Alcuni Pontremolesi, nei Secoli XVI e XVII, rivolsero lo studio alla storia del loro paese, ma privi affatto di ogni critica e allucinati dalla vanità municipale, invece di rischiarare la oscurità, quasi la resero più intensa. Erano da poco tempo divulgate le celebri imposture di Annio da Viterbo, e quei buoni studiosi furono lietissimi di trovarvi tutto il loro pascolo; e sognarono Apua, e la sua distruzione, e la edificazione di Pontremoli sulle sue rovine, per opera delle loro principali famiglie; seguitando poi ad imbastire insieme fatti veri e tradizioni favolose, con tale sicurezza che fa meraviglia. Uno solo di essi, il Ferrari, si sciolse da queste pastoie, ma il suo lavoro è assai limitato, come in seguito vedremo. Soltanto nel Sec. XVIII un altro Pontremolese, l’Avv. Niccolò Maria Bologna, raccolse un corpo di memorie della sua patria, che comunicò nel 1750, per mezzo dell’Aud. Stefano Bertolini, al Dott. Giovanni Targioni Tozzetti, il quale le pubblicò con poche aggiunte nel Tomo XI delle Relazioni di alcuni viaggi la Toscana (5).  Ma questo lavoro, sebbene accolto con favore a quei tempi, perché compilato su documenti e su notizie desunte da fonti autorevoli, apparve presto affatto insufficiente, specialmente per il periodo medioevale, che è il più importante. Il Bologna non dette alle sue memorie il largo sviluppo di una storia ; ed infatti lo intitolò modestamente Notizie  storiche.  Egli trascorse la lunga ed operosa sua vita (6) entro i confini municipali, e trasse solo profitto dai pochi documenti che poterono venirgli a mano a Pontremoli, trascurando anche, perché forse non ne ebbe la comodità, di sfogliare molto i libri a stampa. Si studiò di condurre il suo lavoro con retto criterio, ma la nuova scuola critica, della quale egli vide soltanto i primi albori, ha dovuto più d’una volta correggerlo. Deve quindi concludersi, come abbiamo già detto, che una storia di Pontremoli finora è mancata.

A siffatta mancanza ha riparato Giovanni Sforza, l’ infaticabile scrittore, che rivolse una buona parte dei suoi studi ad illustrare, con amorosa cura, la nativa Lunigiana, pubblicando alcuni magistrali lavori di non scarsa mole e una quantità innumerevole di scritti minori (7). Oggi, che abbandonata la direzione dell’Archivio di Stato di Massa da lui fondato, presiede a quello di Torino, è da augurare non voglia colla sua Storia di Pontremoli nel Medio Evo prendere commiato dalla sua Provincia, e desistere dal lavoro d’ illustrazione Lunigianese, così felicemente da lui incominciato e condotto a buon punto.

La Storia di Pontremoli nel ‘Medio Evo (come abbiamo già detto) bisognava ricomporla, quasi crearla, con solerte indagine nella immensa mole di documenti della storia generale d’Italia, e nelle non scarse, ma fallaci tradizioni locali. Opera laboriosa e di lunga lena, alla quale l’A. dové consacrare un primo periodo di pazienti investigazioni, per raccogliere documenti e memorie sparse in antiche cronache, che pubblicò nel 1887, come PARTE SECONDA del suo lavoro. Poi attese a dettare la narrazione in quattordici capitoli, corredati di nuovi documenti e copiosissime note, nelle quali concentrò il frutto di ulteriori ricerche fatte negli archivi comunitativo e notarile di Pontremoli, e quanto altro di meglio poté trovare nei cronisti locali. Aggiunse poi alla narrazione cinque Appendici; e tutto questo formò la PARTE PRIMA testé pubblicata.

Per procedere con migliore ordine e chiarezza, cominceremo dal dar conto della Parte Seconda, passando poi alla Parte Prima e alle Appendici, con quella brevità che sarà compatibile al largo sviluppo che l’A. ha dato al soggetto.

Delle quattro antiche cronache pontremolesi l’A, giustamente ritenne che fosse meritevole di essere pubblicata soltanto quella di Gio. Maria Ferrari; ed infatti la pubblicò in questa seconda parte, facendola precedere da un Commentario della vita, abbastanza fortunosa, del Ferrari. Quanto alle altre, cioè, a quella di Gio. Rolando Villani (n. 1510  + poco dopo il 1574), di Sforza Trincadini fiorito nella prima metà del Secento c di Bernardino Campi, cappuccino, (+ 1716) si limita a ricordarle in una semplice Nota Bibliografica; ne di ciò vorrà farglisi carico, qualora si pensi che tutti costoro lavorarono molto di fantasia e poco o nulla di criterio.

Gio. Maria Ferrari, notaro, volgarmente chiamato Ser Marione’, compitò una Excerpta di parecchi brani di antichi cronisti, specialmente Parmensi, in cui si descrivono i principali avvenimenti pontremolesi, seguiti tra il 1230 e il 1404, e registrò in una Cronaca le patrie vicende, delle quali fu testimone dal 1503 al 1506 e dal 1526 al 1543. Ai brani che formano l’ Excerpta del Ferrari, l’A.  ne aggiunse altri in gran copia, spigolati nelle grandi raccolte di antiche cronache e documenti di storia italiana venute in luce posteriormente. E la cronaca corredò di molte note, commentando e illustrando i fatti esposti con documenti e cogli estratti dei libri delle deliberazioni consiliari del Comune. Essa è scritta, per la maggior parte nel grosso latino notarile usato a quei tempi, e talvolta, ma raramente, in un volgare rozzo ed incolto; ma rivela animo imparziale, ed ha il pregio di rappresentare con ingenua schiettezza “uno dei periodi più ricchi d’ avvenimenti e più interessanti e curiosi, che abbia attraversato Pontremoli dopo la sua perduta indipendenza; periodo in cui le gare de’ ghibellini e dei guelfi seguitarono ardenti e ostinate in pieno Secolo XVI”.

Queste parole dell’A. ci inducono a manifestare il rammarico che la sua narrazione abbia termine subito dopo l’ incendio del 1495. Avremmo volentieri sentito illustrare dalla sua penna gli avvenimenti (che egli stesso chiama interessanti e curiosi) fino al 1547, epoca nella quale, dopo l’ esito infelice della congiura dei Fieschi, i Pontremolesi acclamarono per loro sovrano l’ Imperatore Carlo V, e per mezzo di lui, morto nel 1558, passarono definitivamente sotto i Re di Spagna, Duchi di Milano. Allora soltanto ebbero fine per Pontremoli le vicende medioevali, giacché, per circa cinquant’ anni ancora, dopo l’ incendio, seguitò ad essere tormentata da Re ed Imperatori, e da antichi e nuovi feudatari. Dal 1500 al 1522 ne furono padroni i Re di Francia Luigi XII, e Francesco I, il primo dei quali la regalò nel 1504 a Galeazzo Pallavicini, col titolo di Governatore a vita’ e il secondo, nel 1520, al suo scudiere Pier Francesco Noceti. Ma volgendo a male la fortuna di Francesco I, il Noceti fu costretto, dopo poco più di un’ anno, a ritirarsi; e allora i Pontremolesi si dettero nel 1522 a Francesco Maria Sforza Duca di Milano.  Vinto anch’ esso, e fatto prigioniero, presero, sul principio del 1526 il partito male augurato di eleggere in loro Sovrano lo stesso Imperatore Carlo V, il quale, dal canto suo, in un bel giorno del 1528, concesse il “nobile e celebre oppidum nostrum Pontremuli” con tutta la sua giurisdizione, in feudo a Sinibaldo, Gio. Luigi e Giovanni Fieschi. Dicemmo male augurato partito, perché, dopo la congiura, portò i Pontremolesi a sottostare per un secolo intero al giogo di Spagna.

E’ bensì vero, che alla mancata narrazione di questo periodo l’ A. ha supplito, almeno in parte, colla pubblicazione della Cronaca del Ferrari e colle sue ricche note, illustrative.

Una di esse (8) illustra il governo di Galeazzo Pallavicino, il quale ne’ suoi atti si mostrò sollecito del bene del paese, quantunque ne vivesse quasi sempre lontano, risedendo ne’ suoi feudi di Lombardia, e assai di rado, e per brevissimo tempo, facesse dimora in Pontremoli. Egli si adoperò a pacificare i discordi cittadini; e, a quest’ oggetto, nel 1514, approvò alcuni capitoli e ordini, “fatti ad perpetua pace et honesto vivere deli homini dela terra et Comunità di Pontremili “ dei quali l’A. pubblica il testo, finora inedito : e nel 1517, per nuove risse e discordie nate tra famiglie rivali, scrisse una bella e savia lettera al Consiglio, che pure è dall’A. pubblicata con altri documenti importanti.

Con altra nota (9) procura di riempire la lacuna lasciata dal Ferrari, dal 1506 al 1 526, valendosi “de registri delle deliberazioni dei Dieci e del Consiglio Generale, fonte quasi affatto inesplorata di notizie in gran parte ignote”.  E qui, riprendendo la sua illustrazione dalla morte di Galeazzo Pallavicino, avvenuta il 30 gennaio 1520, tratta del governo del Noceti, e di quello di Sforzino Sforza, come rappresentante del Duca Francesco Maria, che fu abbastanza contrastato e fortunoso.

Viene poi in scena un personaggio noto tristemente, nella Storia d’ Italia, Fabrizio Maramaldo, che fu governatore di Pontremoli dal 6 marzo al 1° luglio 1526, eletto dai Pontremolesi, a sollecitazione del Marchese del Vasto, comandante supremo dell’ esercito cesareo; fatto sconosciuto ai biografi del Maramaldo, del quale l’A. trattò più largamente in un’ altro suo lavoro pubblicato più tardi.  Il Maramaldo non ebbe, in sì breve periodo di tempo, neppure l’ agio di visitare Pontremoli; ma il suo governo si ricollega ad un’ avvenimento notevole di cronaca locale, cioè alla, così detta, Rivolta dei villani, ossia degli abitanti dei villaggi.Più innanzi avremo occasione di dare un cenno sulle condizioni di questi abitanti della campagna, di fronte ai terrazzani; ora basterà dire com’ essi, che si erano sempre prestati di mala voglia a pagare la loro parte delle spese per il mantenimento e l’ alloggio delle milizie di passaggio, ricusarono di prestarsi allo sborso del danaro richiesto per alcune truppe cesaree; e, dopo querele e lagnanze, apertamente si ribellarono, presero le armi, strinsero quasi d’ assedio Pontremoli, battagliarono più volte coi terrazzani, tanto che vi furono morti e feriti. Il tumulto durò assai lungamente. Il 21 aprile i Dieci ricevereno una lettera del Maramaldo che diceva :

“Manderò el doctore et uno baricello; et se non farano li villani quello che deveno, non solamente me ne venerò con due o tre compagnie, ma cum tuta la fantaria per li abrusiare et castigare di bona sorte…… Io scrivo una altra lettera alli villani, a tale che non pensano che io non voglio intendere le loro ragione, et che mandeno uno de loro qua a dire quello che vorranno, a tale non se li manca iustitia equa”.

Giunse infatti il 16 di maggio a Pontremoli, come Commissario e Luogotenente di Fabrizio, Messer Agostino Bellincini di Modena, col “bariccllo” e il 18 la pace tanto contrastata fu definitivamente conclusa. Il Bellincini di lì a poco andò via, lasciando per suo vicario un’ altro modenese, il Dott. Giovanni Barazzoni, che ebbe a trovarsi in un grosso imbroglio. Sforzino Sforza che seguitava ad essere padrone del castello del Piagnaro, tentò una gherminella per riacquistare la perduta signoria; e fu quella di dare a credere che Carlo di Borbone Capitano e Luogotenente in Italia della Maestà Cesarea, gli aveva fatto dono di Pontremoli e di Castelnuovo, Il fido castellano del Piagnaro alzò talmente la cresta e incusse tale e tanto spavento al Barazzoni, che fuggì via, e colla sua fuga il 1°  luglio finì il governo dl Fabrizio (10). Invece il 21 agosto fu nominato governatore Sinibaldo Fieschi, che ne prese possesso il 2 settembre.

Alla Cronaca del Ferrari e alle illustrazioni che vi ha fatte l’A . seguono i Monumenta res pontremulenses memorantia ex variis Tabulariis Italiae cura et studio Ioannis Sfortiae trascripta.  Sono 35 documenti, il più antico dei quali è del 1077, e l’ ultimo del 1327, tolti dagli Archivj di Stato di Firenze, Lucca, Modena, Pisa, Torino, da quelli comunali di Parma, Piacenza e Pontremoli, e Capitolare di Sarzana per la maggior parte inediti, e consistenti in Privilegi, concessioni, e decreti imperiali, trattati di alleanza e di pace, compromessi, lodi, vendite ecc. Della importanza loro è inutile discorrere, stando in essi tutto il fondamento delta storia di Pontremoli nei tre secoli dopo il mille.

Con due Appendici termina la parte seconda dell’ opera, ossia il volume delle Memorie e dei Documenti. La seconda Appendice, assai breve, è intitolata: Il Villaggio di Montelungo che trovasi a otto miglia, a settentrione, da Pontremoli, sopra uno sprone dell’Appennino della Cisa, lungo la via detta già di Monte Bardone o Francesca. Esso nel 5 giugno del 774 fu da Carlo Magno donato colla vicina selva, al celebre monastero di S. Colombano di Bobbio ; poi si trova che nel 1014 apparteneva alla non meno celebre Abbazia dei SS. Salvadore e Benedetto di Leno, nel Bresciano, fondata da Desiderio Re dei Longobardi, e che aveva uno spedale sotto il titolo di S. Benedetto.

La prima Appendice ha per titolo: La strade del Bratello e della Cisa, quelle due, appunto, delle quali abbiamo fatto cenno in. principio, e che suscitarono negli antichi tempi tante controversie e tante guerre fra i Piacentini e i Parmigiani, nelle quali si trovarono necessariamente coinvolti anche i Pontremolesi, In una delle Appendici al 10 volume (11), intitolata: Pontremoli negli Itinerarj Medioevali, l’A. accresce c completa le notizie date in questa; ond’ è che stimiamo opportuno di darne conto complessivamente,

Osserveremo prima di tutto, a maggior chiarezza, che l’Appennino di Lunigiana presenta diversi punti più depressi, che formano altrettante foci o aditi, pei quali si può più facilmente comunicare fra la Lombardia e la Toscana. Giovanni Targioni (12) ne enumera non meno di tredici, ai quali, ai suoi tempi, cioè nel Secolo XVIII, facevano capo altrettante strade di comunicazione più o meno comode e frequentate, Ma le foci più importanti, perché maggiormente battute, erano due, che abbiamo già ricordate, quella dell’Alpe di Borgola, o Bergolla o Borgallo, da cui passò la strada detta Bratello, proveniente da Val di Taro; e l’ altra di Monte  Bardone, ossia della Cisa, da cui passò la strada che veniva da Fornovo e Berceto; e questa ultima più frequentata dell’ altra, tanto che vi fu tracciata nel 1808 la bellissima strada Napoleonica. Anticamente però questa strada della Cisa passava più in alto, cioè per il Bardone che rimane a destra venendo di Lombardia, e si chiamò, oltre che Strada di Monte Bardone, anche Francesca o Romea, dal continuo passarvi di francesi e di pellegrini che andavano a Roma. L’ A. diffusamente esamina se la via della Cisa debba ritenersi per quella antica romana detta Via Emilia di Scauro la quale, passando per Pisa e I.uni, metteva capo, secondo alcuni ai Sabazi, popolo ligure, all’ occidente di Genova, e, secondo altri, a Tortona. Il Repetti, lo Spotorno, e il Celesia vollero dimostrare che quell’ antica via, arrivata a Luni, anziche continuare per la riviera, volgesse a destra. e valicando l’Appennino per Val di Magra, passasse a Tortona, prima di giungere ai Sabazi. L’ Oderico e il Sanguinetti, all’ opposto, sostennero che la via, continuando per la riviera, passasse dai Sabazi, prima di arrivare a Tortona. L’ A. conclude accettando la opinione di questi ultimi, ma soggiunge: “L’ aver per altro la Via Emilia proseguito lungo la riviera, non toglie che anche la Val di Magra avesse una strada sua propria. Anche il Targioni lo congettura,. .. Uno indizio gravissimo della esistenza di questa strada per il varco della Cisa, come già avverti il Repetti, è il nome romano di Cassio mantenuto ancora alla più alta sommità di quell’Appennino, ed esservi nella direzione medesima un Foro (Fororovanus adesso Fornovo)…. Questa strada però è da credersi costruita dopo l’ anno 571 di Roma, nel quale ebbero principio le colonie di Modena e Parma…. Nè la strada della Cisa doveva essere la sola ch’ esistesse a tempo de’ romani. Anche il valico del Bratello è da ritenersi fin d’ allora traversato da una via; e l’ archeologo Giovanni Mariotti, che l’ ha fatto a’ giorni nostri soggetto di studio, dichiara che non mancano ivi i ricordi ed monumenti di antica via romana ……Anzi conviene credere che la via del Bratello sia anteriore all’altra della Cisa perché appunto da quel valico, toccando Velleja, si andava a far capo a Piacenza, ridotta a colonia fino dall’ anno 534 di Roma. Manca affatto ogni prova per annoverare, sia l’ una, sia l’altra di esse strade, tra quelle militari. Forse erano semplicemente municipali, ed è probabile, anzi direi sicuro, che venissero tracciate su i sentieri già praticati e battuti. L’Appennino, anche prima della conquista romana, dovette avere i suoi luoghi di passaggio; erti, disagevoli, faticosi, ma pur noti e comuni; calcati tanto da modesti viandanti, quanto dagli eserciti dei conquistatori (13).

E qui l’A. comincia dal dichiarare che, secondo l’ opinione più accreditata, Annibale dovette pure transitare col suo esercito l’Appennino di Lunigiana l’ anno di Roma 535, cioè il 217° avanti Cristo; e poi enumera con la scorta del Repetti e sull’ autorità di antichi scrittori, i personaggi più ‘illustri e gli eserciti che di là transitarono, cominciando da certi legionari cristiani, che nel 310 sfuggivano all’eccidio ordinato dall’Imperatore Massimino, e venendo sino all’ Imperatore Carlo V e ai Pontefice Paolo III, che vi passarono, il primo nel maggio 1536, e il secondo nell’ aprile 1539.

Con diversi antichi Itinerari nei quali è ricordato Pontremoli, si stabiliscono i luoghi e le stazioni toccate da coloro che per il Bardone si recavano di Lombardia in Toscana, e viceversa. Il più antico Itinerario, l’ ultimo recentemente scoperto e pubblicato, che è pure il documento più antico in cui si trovi ricordato Pontremoli, è quello di Sigerico Arcivescovo di Canterbury dell’ anno 990 circa. In esso si legge: Adventus Archiesuscopi nostri Sigerici ad Romam…. Luca, Campmajor, (Camajore) Luna, Sce Stephane (Santo Stefano) Aguilla (Aulla) Pontremell, Sce Benetedicte (Montelungo) Sce Moderanne (Berceto etc. etc.  Un altro Itinerario importantissimo, fra quelli ricordati dall’A. e che per brevità omettiamo, è quello di Niccolò Abate Tragorense (del monastero di Thingeyar nella Danimarca) il quale si recò nel 1151 in Terra Santa, attraversando la Germania, la Svizzera, l’ Italia e la Grecia, E’ scritto in lingua danese, ma fu tradotto in latino dal proL Enrico Cristiano Werlauff, e da lui pubblicato a Copenaghen nel 1821. Da esso risulta che la via di Montebardone per Pontremoli, era la sola praticata da tutti quelli abitanti del Nord che, dopo il mille, solevano portarsi in pellegrinaggio a Roma e in Palestina; fra i quali l’Ab. Niccolò enumera non solo gl’lslandesi, suoi connazionali, ma i Franchi, Fiamminghi, Galli, Inglesi e Scandinavi.

Una l unga introduzione precede i tredici capitoli nei quali è divisa la parte prima dell’ opera. ….. Non ci fermeremo sovr’essa e sulle amplissime note che le fanno corredo, se non per accennare che vi si trova concentrata una illustrazione completa della città e di tutto il territorio di Pontremoli, sulla scorta dei cronisti locali e di altri autorevoli scrittori, quali sono il Targioni Tozzetti, il Gazzeri, il Gargiolli Io Zuccagni Orlandini, il Bertoloni, il De’ Rossi etc.., e coll’ aggiunta di ogni migliore e più sicura notizia desunta dalle recenti pubblicazioni officiali. Gli studiosi della regione vi troveranno buona messe per le loro ricerche, mentre a noi interessa soltanto di fermarsi sopra un fatto degnissimo di memoria, ma al quale l’ entusiasmo patriottico del 1847 dette un’ importanza storica che, secondo noi, veramente non ha.

La valle di Zevi, nel territorio cli Pontremoli, fertile di cereali, abbondante di prati e pascoli, ha una popolazione che si mantiene di belle forme, di robusta complessione, di animo gagliardo, di poche parole, frugale, ospitalissima ma rozza e intollerante d’ ogni più piccola offesa, Le donne vi crescono d’ una robustezza maschile e vi conducon la vita laboriosa e intemerata. Là può veramente dirsi che siano il sollievo dell’ uomo. Nel  1799 un tal Graziani, corso, che si qualificava Capitano Aiutante di campo, Capo dello Stato Maggiore della Sottodivisione della Riviera dl Levante, Massa -e dipendenze, Comandante al Golfo della Spezia, dopo essere stato il 2 aprile a Pontremoli, con un distaccamento composto di un’ accozzaglia di soldati repubblicani liguri e Guardie nazionali di Spezia e di Sarzana per inalzarvi I’ albero della libertà e instaurarvi il governo repubblicano (14), andò nel 26 maggio successivo, con trecento uomini circa, nel territorio di Zeri, probabilmente collo scopo di ridurre alla repubblica quei riottosi montanari. Ma, o che quella truppa raccogliticcia e indisciplinata facesse, come alcuni dicono, larga rapina di bestiame, o oltraggiasse le donne, o anche che gli Zeraschi non volessero sapere di repubblica portata a nome di gente straniera, il fatto è che, suonando le campane a martello, la popolazione si sollevò in massa, e costrinse gl’ invasori a fuggire dal loro territorio, dopo averne fatta non piccola strage, Allorché nel 1847 il territorio di Pontremoli fu dato, dal Granduca di Toscana, in baratto ai Borboni di Parma, i Pontremolesi ebbero per un’ istante idea di impedire quel baratto colla forza; e gli Zeraschi scesero armati, a frotte, dalle loro montagne a far causa comune coi Pontremolesi. Il Montanelli dando conto di quest’ ultimo fatto, esaltò gli Zeraschi, chiamandoli famosi per la resistenza del 1799 al Generale Victor, la quale, a confessione di Napoleone stesso, contribuì a fargli perdere la battaglia della Trebbia. Il nostro A. ripete le parole del Montanelli, ma poi, riflettendo bene alla cosa, nelle Aggiunte e Correzioni (a pag. 842 del vol. II) osserva che veramente Napoleone in nessuna delle opere dettate o ispirate da lui accenna a questo fatto, ed aggiunge essere dimostrato dalle memorie del tempo che Victor passò da Pontremoli diversi giorni dopo al fatto di Zeri, ma senza toccare quella valle. Il Montanelli dunque evidentemente confuse la scorreria del Graziani col passaggio di Victor, facendo dei due fatti un fatto solo, e attribuendogli effetti che non ha avuto né poteva avere.

Sulla origine di Pontremoli si scrissero molte favole, ed anche si fecero molte congetture più o meno erudite. Frate Annio da Viterbo che dette alla luce alcuni frammenti di antichi scrittori, inventati da lui, per quanto sembra ormai accertato; li annotò, chiosò e commentò largamente. Fra gli altri riporta un brano di Marco Catone, ov’è scritto: Macram  ad cujus fontes est Apua oppidum……e quindi annota: Nunc Pont Remuli dicitur. Molti scrittori, tra’ quali Raffaello Maffei di Volterra, e i Sarzanesi Landinelli e De’ Rossi abboccarono all’ esca, e si fecero sostenitori di Apua, appoggiandosi anche ad una falsa iscrizione che si diceva esistente (ma non ha mai esistito) in una torre di Pontremoli, nella quale, fra gli altri versi, si leggeva il seguente: Apua sum quondam Marco celebrata Catone, Cosa ne pensassero i cronisti Pontremolesi si è già detto : essi composero subito una leggenda, nella quale neppure manca l’episodio romanzesco di una bellissima fanciulla della famiglia Villani (fra le prime più illustri del luogo) che riuscì ad innamorare il capitano di una legione di Goti, ivi lasciata di presidio dal Re Alarico, un certo Trepunzio; il quale d’ accordo colle più potenti famiglie della vecchia Apua, che si erano rifugiate nei castelli dei monti vicini, riedificò Pontremoli col materiale e sulle rovine di quella. Figuriamoci se la leggenda acquistò credito in quei tempi, ed in un luogo ove si era costretti a vivere rinchiusi, e quasi in prigione, in anguste case e fra torri fortificate. La fantasia lavorò; e come l’ antica donna fiorentina favoleggiava colla sua famiglia de – Trojani, di Fiesole e di Roma, così par di veder la donna pontremolese vegliare, discorrendo colle comari degli ultimi giorni di Apua, e delle gesta romantiche dei fondatori della nuova città. Tanta era la frenesia per Apua che uno dei cronisti pontremolesi, Gio. Rolando Villani, appartenente a quella stessa famiglia della bellissima fanciulla di Trepunzio, nei suoi atti notarili scrisse quasi sempre Appuontremoli, invece di Pontremoli, poiché, secondo lui, i Goti distruttori di Apua, nel loro barbaro idioma, chiamavano quella città Appuonter, il qual nome fu poi cambiato in Appuontremoli, e più tardi in Pontremoli! E non basta: nel libro degli Statuti di Pontremoli, stampato a Parma nel 1571 a cura e spese del Comune, Gio, Antonio Costa, che ne fu l’ editore, nella lettera di dedica ai Consiglieri e ai Sindaci si fa eco e banditore della favolosa leggenda. Nel 1780, quantunque allora il fiorentino Giuseppe Averani avesse luminosamente dimostrato che l’ esistenza di Apua era una favola, Angiolo Anziani pontremolese e Onorato Bonamici nel loro Compendio  storico della Provincia di Lunigiana, tornarono a spezzare una lancia a favore di quella immaginaria città, dalla quale vogliono che sorgesse Pontremoli, E finalmente si chiamò e continua a chiamarsi Apuana la Diocesi di Pontremoli istituita dal Papa Pio VI nel 4 luglio 1787.

Non meno insussistenti sono le congetture, fra le quali basterà ricordare quella dell’ Ab. Emanuele Gerini, che, cioè, Pontremoli avesse il suo principio nell’ anno di Roma 447, per Quinto Marzio Tremulo, mentre era console con Publio Cornelio Arnina; ma osservò il Repetti che questa congettura cade di per se stessa, se si rifletta che i Romani non penetrarono nei confini occidentali dell’ Etruria prima dell’ anno di Roma 516. L’ A.  fa naturalmente sommaria giustizia di Apua, riassumendo quello che con maggiore larghezza aveva scritto in un altro suo pregevole lavoro; ma a corroborare sempre più le sue dichiarazioni, riporta una lettera del Muratori in data 24 giugno 1730, della quale ci sembra opportuno trascrivere la parte riguardante più strettamente l’ argomento: “Che quella nobil Terra (Pontremoli) sia nel tratto di paese dove abitarono i Liguri Apuani, non ho difficoltà a crederlo. Ma che Pontremoli sia lo stesso che Apua degli antichi, confesso il vero che non ne sono sinora persuaso, e amo nelle cose scure, siccome a me par questa, di sospendere il giudizio. Infatti per autorità sufficiente neppur veggo che vi fosse Apua, da che niuno scrittore de’ vecchi secoli fa menzione di tal luogo. Ancora son rinomati Ligures Friniates presso Livio, e se ne conserva tuttavia il nome nella provincia montana nel nostro Frignano, dove sono Fanano, Sestola e molte altre belle Terre. Ma da ciò non si può con certezza dedurre che al tempo de’ Romani fosse colà una terra denominata Frinia o Frinium quando anche Apua Terrra vi fosse stata, solamente opinando, e non già per cognizione alcuna certa si può dire che fosse dov’ è ora Pontremoli. Perciò il voler ciò credere e sostenere non è da persona che cerchi di fuggire gli errori né voglia precipitare i giudizi. Il più comun parere è che Pontremoli sia stato cosi detto da Pons Remuli, A me sembra  più probabile che il suo nome sia venuto da Pons Tremulus; nell’ investitura data da Arrigo III fra gl’ Imperatori nell’ a. 1077, e da me pubblicata nelle Antichità Estensi Pontremulum. A questo ponte tremante cominciò la gente a fabbricare molte case, e ne venne poco a poco una terra così denominata, come Pontevico, Pontormo ed altre simili terre. (15)

Queste ultime parole del Muratori conferiscono, secondo noi, autorità alla opinione sulla origine di Pontremoli, accettata e cosi dichiarata dal nostro A. A me, sembra probabile che fino dal tempo de’ Romani, dove ora è Pontremoli sorgesse una delle innumerevoli mansiones  che si costruivano sulle pubbliche strade per fermata e ricovero dei passeggeri, per lo più alla distanza di una giornata di cammino le une dalle altre ; e che poi attorno a questa mansio, collo andare del tempo, a mano a mano si fabbricassero delle case, e finisse col tramutarsi in una borgata. Anche Nicolò Maria Bologna aveva pensato che Pontremoli, in origine, fosse una mansione. Infatti cosi scrive: (16) “La opportunità del posto ci rende credibile che Pontremoli, nei tempi della potenza romana, giungesse ad essere luogo assai considerevole, se non altro perché capo e centro di molte vie militari importantissime, di comunicazioni fra le provincie Cisalpine e Transalpine,’ alle quali doveva servir di mansione, non solamente comodissima e sicura, ma anche invariabile, mercè del ponte sulla Magra, che non si sarebbe potuto altrove costruire-in quei dintorni.

Per seguire l’ ordine che ci siamo proposti, e anche per meglio chiarire la questione dell’ origine di Pontremoli, crediamo qui di dover dar conto di un’ altra fra le più importanti Appendici, delle quali è corredata la Parte Prima dell’ Opera, quella cioè che ha per titolo: La più antica Pieve del Pontremolese (17). In essa l’ A. con-larghezza di erudizione studia il propagarsi del Cristianesimo nella regione. Con Rutilio Numaziano scorge, -verso l’ anno 416 dell’ Era volgare, i cristiani rifugiati a condurre vita monastica nell’ isoletta della Capraia e in quella della Gorgona; pensa che, fin d’ allora, era, forse, popolato di eremiti lo scoglio del Tinello presso il golfo della Spezia, (l’ antico Luni), dove Ubaldo Mazzini ha di recente scoperto gli avanzi di un eremitorio de’ vecchi tempi cristiani; nota che Luni era in quel tempo, in gran parte sempre pagana; la sua diocesi venne fondata o alla fine del III o al principio del IV secolo; ma anche alla fine del secolo VI vi era qualche traccia di paganesimo.

Soltanto (son parole dell’ A.) nel corso del V secolo cominciano a sorgere le Pievi nel territorio di Luni; ma a spizzico, a stento, in mezzo alle traversie crudeli che tanto funestavano allora l’ Italia minacciata, poi corsa da Alarico co’ suoi Goti, infestata da Radagasio con un altro sciame di barbari, poi da Attila co suoi Unni, da Genserico co’ suoi Vandali. Nel 489 Teodorico co Goti fa il resto. Nelle campagne romane, dove prima biondeggiavano le messi, sorgon padüli, selve, boschi; straripano i fiumi abbandonati a loro stessi, i ponti vanno in rovina e non sono rifatti; impraticabili le strade. Città e villaggi arsi, distrutti, spopolati; molti tra gli scampati alle spade dei barbari, morirono per la fame e gli stenti. La Val di  Magra corsa e ricorsa dalle torme selvagge che calavan giù dall’ Appennino, mutò faccia, e la sua popolazione restò quasi annientata. Non erano tempi da pensare a fondar chiese; pochissime bastavano al bisogno. Ecco perché il numero delle Pievi veramente vecchie è così scarso nella Diocesi di Luni, la quale, soltanto dopo il 1000, prese a popolarsi di chiese. “

Prosegue poi l’A., sempre sulla scorta di dotti ed autorevoli scrittori ed archeologi, a indagare quando avessero origine le parrocchie di campagna, qual fosse la loro posizione di fronte alle Pievi, quali i rapporti coi Vescovi; e scende a dimostrare come l’antica organizzazione dei territori, esistente al tempo dei romani, si trasformasse a poco a poco nella organizzazione ecclesiastica stabilita dal cristianesimo. Il territorio della città a tempo dei romani, chiamavasi Agro (Ager), ed era distinto e diviso da quello delle città confinanti con termini che i magistrati municipali, nell’ esercizio della loro podestà, non potevano oltrepassare. L’ Agro poi si spartiva in Pagi, e ogni Pago in tanti Vici, ossia castella. Sotto il Cristianesimo, ai Pagi si si sostituirono le Pievi, che per ordinario assunsero il nome di qualche santo, se alla nuova religione non si adattava il primitivo nome del pago, che sovente si riferiva al culto idolatrico. Ai Vici subentrarono le Parrocchie che, in numero maggiore o minore, furono subordinate a ciascuna Pieve. E intanto, a poco alla volta, vennero grandeggiando i Vescovi nelle città non solo per l’autorità spirituale e per l’ esenzione loro conceduta dai Principi, ma molto più per la protezione dei popoli contro gli arbitrii degli ufficiali regi, attribuita loro dai nuovi Re. Sedevano infatti a giudizio insieme coi magistrati secolari, ed era lecito alle parti che si stimassero gravate dalle decisioni di costoro, di domandarne ai Vescovi la riforma. Con che ponevasi il germe di posteriori rivolgimenti, in forza dei quali i poteri sociali caddero interamente in mano del clero, intanto che nelle campagne la parrocchia costituiva la base dei Comuni rurali. (18).

Una sola Pieve del Pontremolese è ricordata nelle carte anteriori al mille, quella di S. Cassiano di Saliceto, chiamata allora S. Cassiano d’ Urceola, a un miglio circa da Pontremoli. Vien rammentata in un istrumento del 26 luglio 998, e poi in diverse bolle papali del 1148, 1153, 1186, e 1202. Ma il fatto veramente notevole riguardo a questa Pieve, egli è che essa fu sempre ab immemorabile la chiesa madre di tutte le chiese di Pontremoli, le quali ricevevano da essa nella Settimana Santa gli olii sacri; e il suo Arciprete aveva poi il privilegio, nel giorno del Corpus Domini, di cantare messa solenne nella Chiesa principale di Pontremoli e portare processionalmente il SS. Sacramento per tutta la Terra. Di questo privilegio, uno degli Arcipreti volle che ne rimanesse autentico ricordo per atto pubblico rogato il 27 maggio 1535, alla presenza di tutto il clero, del Commissario di Pontremoli Vincenzo Fieschi, dei Castellano del Piagnaro, e delle persone più autorevoli del paese. Questa supremazia della Pieve di Saliceto cessò nel 1721, allorché Innocenzo III, colla bolla In Suprema del 18 Xbre, eresse in Collegiata la nuova Chiesa di S. Maria del popolo di Pontremoli; ma ne nacque una lite che fu dibattuta a Roma per di-versi anni, e per la quale furono stampate diverse dotte me-morie legali pro e contro le ragioni accampate dalla Pieve di Saliceto a difesa de’ suoi privilegi. Tuttavia essa dovette soccombere, e venne ridotta alla condizione delle altre chiese di campagna. Il villaggio che aveva attorno, già da tempo diminuito d’ importanza, si ridusse a poche case; il fabbricato della Chiesa sformato, guasto, intonacato, imbiancato, perse ogni traccia della sua antichità; e per di più, un fulmine nel 1747, distrusse l’ultima reliquia medioevale della chiesa, spezzando la sua vecchia campana, che portava la data del 1277-Dopo altre erudite osservazioni sugli usi e sulla vita pubblica romana, l’A. conclude che Urreola, quantunque ne sia da secoli scomparso anche il nome serba il vanto di essere il più antico villaggio del Pontremolese; l’unico di cui ci sia la certezza fosse un Vico a tempo dei romani, anzi quello principale, il capoluogo del Pago. Appunto per questo fu dalla Chiesa di Cristo scelto a Pieve matrice. “

Colla illustrazione di questa antichissima Pieve, caduta da secoli in abbandono e quasi dimenticata, l’ A. ha, secondo noi, portata una bella luce sulla origine di Pontremoli. Ammesso, come nessuna ragione di buona critica vieta di ammettere, che l’ antica Urceola fosse a tempo dei romani, un Vico, anzi il vico principale del Pago, e ritenuto com’ è indubitatamente provato da consuetudine immemorabile, riconosciuta e sanzionata da documenti, che la Pieve di Saliceto, già d’ Urceola, era madre di tutte le Chiese pontremolesi, è facile a chiunque abbia materiale conoscenza dei luoghi, formarsi certa opinione che, a quei tempi, Pontremoli non aveva importanza propria e non poteva essere che un luogo di fermata e riposo dei viandanti, ossia una mansio com’è già stato accennato. Urceola era situata un miglio circa più in basso di Pontremoli, sulla destra della Magra, in un piccolo altipiano fra lo sbocco dei torrenti Gordana e Teglia, al sicuro della via che, sulla sinistra della Magra, dava sfogo ai due valichi dell’ Appennino, i quali necessariamente facevano capo nel luogo ove sorge Pontremoli, ed ivi dovevano, pur necessariamente, attraversare il fiume. A Urceola, dunque, come capoluogo, trovavasi il centro di tutto il movimento del comune rurale, mentre più in alto, alla congiunzione delle due strade appenniniche, era quel ponte, forse originariamente di legno, e perciò tremante, intorno al quale come scrisse il Muratori, cominciò la gente a fabbricare molte case, e ne venne a poco a poco una terra che prese nome di Pontremoli.

Né qui ha termine la importanza di questa III Appendice,  giacché la illustrazione della Pieve, offre occasione all’ A. di dimostrare l’antichità di molte chiese di Pontremoli; di dare notizie particolari sull’antica diocesi di Luni, e di produrre dei documenti sconosciuti. Fra questi è un Extimum Ecclesiarum Episcopatus Lunensis exemptarum et non exemptarum, compilato nel 1470 in occasione del Sinodo che fu tenuto a Sarzana dal Vescovo Anton Maria Parentuccelli. Fra le Chiese ricorda specialmente S. Giacomo del Campo, oggi S. Giacomo della Misericordia, che fino dal 4 febbraio 1252 era soggetta al Capitolo di Luni; S. Gemignano, della quale esiste memoria fino dalI’ Agosto 1095; S. Giacomo d’ Altopascio, ch’ era in origine, una delle tante mansioni o magioni di quell’ordine di Spedalieri, già fiorente sulla fine del Secolo XI; S. Pietro, già antichissima Prioria di Benedettini, che nel maggio 1133 passò sotto il Vescovato di Brugnato, allora istituito. Di questa Chiesa esistono anche oggi due monumenti, testimoni parlanti della sua antichità, cioè l’architrave della porta della canonica e un laberinto sulla facciata della Chiesa, ambedue scolpiti in pietra arenaria.

La importanza della mansione sullo sbocco delle due strade appenniniche, andò naturalmente crescendo di mano in mano che aumentava il transito e con esso il commercio. Nei ricordi relativi ad eserciti o personaggi illustri che nei secoli VII e VIII valicarono l’ Alpe del Bardone non si fa cenno di Pontremoli, che per altro, si trova notata per la prima volta nello Itinera di Sigerico Arcivescovo di Canterbery, dell’ anno 990 circa, come fu avvertito. Ciò può far ritenere che l’ importanza propria di Pontremoli, come terra murata, avesse il suo sviluppo nei due secoli avanti il mille; e più tardi, per la sua posizione strategica, divenne un forte arnese di guerra, trovandosi che è ricordato nel Secolo XII, come un castello natura locorum ac altissimis turribus munitissimum. Ed invero la più antica me-moria di Pontremoli è del 20 maggio 1014, nel qual giorno I’ Imperatore Arrigo II, detto il Santo, assegnò alla celebre Abbazia di S. Salvadore di Leno, nel territorio di Brescia, duas partes de strata de Pontremulo, assegnazione che venne poi confermata da Corrado II Re di Germania negli anni 1026 e 1036, da Federigo Barbarossa il 17 agosto 1177, e da Enrico VI il 3 giugno 1194. Ai cronisti pontremolesi, ed anche al Bologna, rimase oscura la frase duas partes de strata; crederono che si trattasse veramente di due tronchi di strada, e si lambiccarono il cervello a indagare quali fossero. Ma l’ A. giustamente spiega che quelle parole debbono intendersi per due porzioni di pedaggio o gabella che ivi si riscuoteva per conto del Fisco o Camera imperiale; il qual pedaggio non si sa quando avesse principio, ma forse, secondo l’A. rimonta ai tempi dei Longobardi, ai quali non dovette certo sfuggire l’importanza della strada.

Sessanta tre anni dopo, trovasi un altro documento che è il più antico tra quelli che direttamente riguardano la costituzione politica di Pontremoli. É un brano di diploma di Arrigo IV Re di Germania, inserito in un’ altro diploma di Carlo IV del 16 novembre 1354, mancante di data, ma dal Muratori giudicato del 1077, cioè, di quell’ anno famoso, nel quale quel Re andò a Canossa a chieder pace e a fare atto di soggezione al Pontefice Gregorio VII. Con esso è confermata ad Ugo e Folco figli del Marchese d’Este, la concessione di diverse terre, e tra queste, Pontremoli ed altri luoghi del contado di Luni. Ma questo documento non servi finora a dare molta luce sulle condizioni di Pontremoli in quel tempo; anzi aumentò le incertezze ed i dubbi, perché, in base a molti riscontri, si ritiene come certo che nè gli Estensi nè i Malaspina esercitassero mai vera e propria signoria in Pontremoli.

Le incertezze ed i dubbi furono per altro dileguati dall’ A. indagando con erudizione e chiarezza la costituzione della Lunigiana nei secoli di mezzo. Essa formava un Comitato, che probabilmente aveva per confini quelli stessi dell’antica diocesi di Luni; ma il comando del Conte era limitato dai diritti di potestà temporale su varie terre e castella conferiti al Vescovo da Imperatori e da Re. Un Oberto, longobardo di stirpe, forse discendente dai Marchesi e Duchi di Toscana, comparisce, verso la metà del Secolo X, come Conte di Lunigiana, e poi si leva a dignità di Marchese, senza che sia dato scoprire dagli scarsi documenti che ci restano, la precisa natura e i confini della Marca affidatagli. Da uno dei suoi figli, Oberto II, nacquero Alberto Azzo progenitore degli Estensi, e Oberto Obizo pro-genitore dei Malaspina questi ultimi ricevettero in cessione dai primi l’avita eredità che loro spettava in Lunigiana, e cosl divennero padroni di tutto quanto gli Estensi possedevano di diritto a di fatto in quella regione. Pontremoli, nel Secolo X, era dunque compresa nel Comitato di Luni, e faceva parte della Marca Obertenga; per conseguenza il diploma del 1077 non fu una vera e propria concessione a Ugo e Folco, ma una semplice recognizione e conferma delle ragioni avite. Che se di fatto nè essi, nè i Malaspina esercitarono signoria in Pontremoli, ciò dipese da uno dei più grandi e meravigliosi rivolgimenti che registri la storia, il sorger dei Comuni; fatto che, appunto in quel secolo si andava svolgendo e maturando, per poi in quello  appresso affermarsi nella sua gagliarda pienezza…..I discendenti di Oberto per ogni dove si trovavano incalzati, respinti, ristretti; da principio perdono ogni signorile diritto, e ogni avanzo di signorili diritti nelle città; da ultimo anche i diritti che loro spettavano nelle terre rurali sono oggetto di continua conquista per parte dei nuovi Comuni. I Malaspina…..a levante si trovano rinserrati da Tortona, a settentrione da Piacenza, a mezzogiorno da Genova, tutte e tre città libere, e piene di vigoria, di forza e di vita; e nella stessa Lunigiana, dove pure riesce loro di mantenersi, sempre diminuendo l’avita potenza, e sempre sminuzzandosi e impoverendosi, hanno un rivale e un nemico in Pontremoli, che erettosi a Comune, si governa da per sè, e guerreggia ogni resto di feudale soggezione, e guarda torvo e minaccioso quegli eredi degli Obertenghi, suoi vecchi Signori, in cui si erano andate concentrando con le ragioni avite, anche quelle nuove dei ceppo d’ Este.

Dicemmo già che non ingloriosa è la storia di Pontremoli nel periodo in cui si resse a Comune. Un primo fatto è l’audace resistenza ad Arrigo V, a quel furibondo Re, che ammazzando e bruciando per via, e imprigionando poi slealmente il debole Pontefice Pasquale II, volle per forza ricevere a Roma unzione e corona per la grazia di Dio! Egli era sceso in Italia per la via di Savoia, e il 12 ottobre del 1110 era a Vercelli. Mosse di qui per Novara che incendiò, facendo poi subire ugual sorte ad ogni terra o castello che non gli faceva buona accoglienza.  Milano soltanto sdegnò di prestargli obbedienza: e la Contessa Matilde se ne stava chiusa e minacciosa nel suo castello di Canossa. Intanto Arrigo, dopo essersi trattenuto per tre setti-mane a Roncaglia nel Piacentino, e averci riunita quella parte dei suoi soldati che veniva dal Trentino, fece presso il Po una solenne rassegna dell’esercito ascendente a trenta mila soldati a cavallo, oltre gl’ Italiani, e poi si fermò a Parma Di qui sollecitò la pace colla Contessa Matilde, che fu conclusa nel castello di Bibianello. Assicuratesi in tal modo le spalle, mosse per la via di Monte Bardone, in mezzo a grandi pioggie, per le quali ebbe a perdere molta gente e gran numero di cavalli. Ma i Pontremolesi gli sbarrarono il passo, facendogli vigorosa resistenza, per cui dovè espugnare a forza la Terra, ch’era munita di altissime torri, e la mise a sacco. Il Fiorentini riporta un atto della gran Contessa, dato da Pontremoli, dal Palazzo pubblico della Corte, il 4 ottobre 1110, che autorizza una donazione fatta da un tale Ugolinello di Nobili alla Pieve di Castelvecchio in Garfagnana, deducendone ch’essa aveva giurisdizione in Pontremoli. Ma ciò non è provato da alcun altro documento; anzi sembra doversi escludere, qualora si rifletta che se Matilde fosse stata padrona di Pontremoli, avrebbe, dopo la pace fatta a Bibianello, lasciato libero passo ad Arrigo per quella Terra. Ben dice, dunque, l’A., che il documento allegato dal Fiorentini ha tutta l’aria di essere falso; e, ammesso anche che sia vero, proverà che Matilde il 4 ottobre si trovava a Pontremoli, ma non certamente ch’essa avesse parte nella resistenza opposta dai Pontremolesi ad Arrigo, essendo avvenuta dopo che aveva fatto pace con lui.

Venne poi il tempo tanto famoso per le guerre contro Federigo I Barbarossa e per la lega lombarda. Federigo era venuto più volte in Italia; ed ora si avviava a Roma per cacciarne il Pontefice legittimo Alessandro III e intronizzarvi il suo anti-papa Pasquale III. La Lombardia bolliva d’odio contro lo straniero e ferveva d’amore di libertà; le sue città, secondate da altre del resto d’ Italia, dopo la tristissima sorte toccata ad alcune di esse, specialmente a Milano, lavoravano a raccogliersi per fare argine alla barbara prepotenza dall’ Imperatore; il quale, già disceso in Italia nel novembre 1166, muoveva da Lodi nel gennaio 1167, dirigendosi a Roma per la via dell’Emilia e delle Marche. “A somiglianza di altri paesi, che per quanto avversi  all’ Impero e avidi di vita propria, pur nello Impero riconoscevano per vecchie e per allora non spente né sradicabili tradizioni, la suprema potestà, anche Pontremoli volle che Cesare con un atto solenne riconoscesse e sanzionasse di diritto le franchigie già conquistate col fatto. “

Questo atto solenne è un diploma datato da Reggio il 1º febbraio 1167, che l’A. illustra, essendo, egli dice, il primo sprazzo di luce per farsi, almeno in parte, una idea della condizione di Pontremoli in quei giorni.

A Roma, Federigo pervenne al culmine della sua potenza, avendo restaurati i diritti dell’ Impero e messo in Vaticano. il suo Papa.

< Se non che (ci piace dirlo colle parole di un eloquente scrittore) in mezzo a tutti questi fausti successi, d’un tratto apparvero gli angeli sterminatori, armati del flagello delle febbri….. Roma di repente si trasmutò in Gerusalemme, e l’Imperatore Federigo fu annientato come Sennacherib. Negre nubi calarono il 2 agosto su Roma, e si sciolsero in diluvi di pioggia; indi succedette un’ ardente caldura, e la mal’ aria che a Roma nell’ agosto è mortifera, produsse febbri pestilenziali. Morte ingloriosa miete il fiore dell’esercito invitto; cavalieri, fanti, scudieri caddero oscuramente, e spesso morivano di repente, cavalcando o camminando per le vie poco andò che non si potè dare sepoltura ai morti. In sette giorni Federigo I vide, uno dopo l’ altro, morire i suoi migliori eroi……..I tedeschi ne ebbero terrore, come se la mano di Dio li gastigasse di avere tormentata la Città Santa, incendiato le chiese, polluti di sangue i templi della cristianità. A di 6 di agosto l’ Imperatore levò le tende, e sbigottito partì col resto dell’oste, che aveva l’aspetto di un esercito di ombre (19) e per la via di Viterbo e Pisa, perseguitato dagli anatemi della Curia Papale, tornò in Lombardia, diretto ai suoi Stati di Borgogna. Ma giunto a Villafranca di Lunigiana, una nuova dolorosa sorpresa lo aspetta. I Pontremolesi, ad onta del favore poco prima ricevuto, eccitati e sostenuti nel loro spirito guelfo, da aiuti che loro vennero dalle città lombarde, gli vietarono il passo; ed egli non potè conquistarlo colla forza. Si sarebbe certo trovato a mal partito, senza l’aiuto del Marchese Obizo Malaspina rimasto fedele all’ impero; il quale avviandolo pei suoi feudi che serravano da ogni parte Pontremoli, gli fece passare l’Appennino più in basso per erti e disagevoli sentieri, ove si perse gran parte del suo equipaggio.

Vinto poi a Legnano dalla Lega lombarda, Federigo, dopo pochi altri inutili sforzi, dovè colla pace di Costanza riconoscere, sotto certe condizioni, e assicurare ai Comuni italiani il diritto di eleggere i propri magistrati e darsi leggi e governo. Epoca gloriosa fu questa, che diè principio al più splendido periodo della storia italiana e alla grandezza delle sue città; se non che venne presto disturbato dalle lotte fra le città rivali e fra nobili e popolo; le quali, in un tempo più o meno lungo, secondo la importanza, la forza e la ricchezza di ciascuna città e di ciascun paese, ricondussero poi a servitù. Pontremoli, piccola terra, forte solo per la sua posizione, ma non per popolazione, ricchezze, commerci e influenze, e dilaniata ben presto da partiti interni che degenerarono in brutali discordie, potè ancora godere dei benefizi della libertà per un secolo e mezzo circa. Le alleanze e le rivalità dei Pontremolesi furono alter-nativamente coi Piacentini, coi Parmigiani e coi Marchesi Malaspina. I primi due popoli avevano interesse a tenere aperte e sicure, a loro particolare vantaggio, le comunicazioni colla Toscana per la via di Pontremoli; e i Malaspina gelosi del loro dominio e della loro influenza in Lunigiana, vedevano mal volontieri, in mezzo alle loro terre, un paese retto a libero comune, che teneva la chiave dell’ importante passo dell’ Appennino.

Lo spettacolo che offrono le continue lotte provocate da queste rivalità è quello stesso che, disgraziatamente, si rappresentava allora in quasi tutta l’Italia. Due piccoli castelli, Grondola e la Rocca Sigillina, il primo situato a cavaliere della strada del Bratello che conduceva a Piacenza, il secondo disputato ferocemente ai Malaspina, sono il pretesto della discordia, che, ad intervalli, si acquieta, ma sempre si risolleva. Alcune città lombarde, Milano, Brescia, Cremona, Crema vi s’ intromettono, talvolta per calmare, tal’ altra per inasprire i dissidi. Anche il Pontefice Clemente III è costretto nel 1188 ad intervenire come paciere, per mezzo dei suoi legati Pietro Card. di S. Cecilia e Loffredo Card. di S. Maria in Via Lata, per impedire che il fermento e la discordia non prendesse troppo larghe proporzioni. In mezzo a queste lotte comparisce anche in Lunigiana quella istituzione umanitaria diretta a frenare gli omicidi, gl’incendi e i saccheggi divenuti frequentissimi, che sorse verso il 1031 col nome di Tregua di Dio, e poi divenne una vera e propria magistratura chiamata semplicemente Tregua; e Treguani si dissero i suoi componenti. A Lucca specialmente ebbe largo sviluppo, e durò fino al 1378, formando una delle sette Curie lucchesi: ma, mentre a Lucca i Treguani non erano che una Magistratura civile, in Lunigiana composero un’ associazione armata, che prestava il suo soccorso in imprese di guerra. Perciò resta ancora molto oscurità sul vero scopo e sull’ ordinamento di questa istituzione, scarsissimi essendo i documenti che ne rimangono. Riguardo alla Lunigiana se ne conosce uno solo, che l’A. riporta, ed è del 2 settembre 1172, dal quale apparisce che uno dei quattro capi dei Treguani, in quell’ anno, era un Albertino, console del Comune di Pontremoli, e insieme Treguano.

Federigo II dette pure da fare a Pontremoli. Egli era stato inalzato alla dignità imperiale dalla Santa Sede nel 1215; ma, in seguito, le sue relazioni con essa avevano incominciato ad intorbidirsi per gl’ indugi frapposti a mantenere la promessa da lui fatta a Innocenzo III d’ intraprendere la crociata di Terra-santa. Aggiungasi che nel 1226 la maggior parte delle città lombarde, mal sofferenti del giogo imperiale aveano concluso una nuova confederazione contro Federigo, il quale da S Donnino, nella estate dello stesso anno, pronunzio un decreto che le poneva al bando dell’ Impero. Furono colpite da questo bando Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, Faenza. Rimasero di parte imperiale Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti, Pavia, Lucca e Pisa.

Appunto in detto anno 1226 I’ Imperatore passo per la prima volta da Pontremoli; e poichè i Pontremolesi erano allora alleati dei Parmigiani, esclusi dal bando, vi si fermò per qualche giorno, aspettando che i Pisani gl’inviassero un nerbo di soldati che gli facesse scorta sicura sino alla loro città. Da Pontremoli, infatti, egli dato nel 26 luglio 1226 il il diploma col quale prese sotto la sua protezione il Comune di Genova. Sodisfatto per l’accoglienza ricevuta, Federigo volle gratificarsi i Pontremolesi con un diploma in data del luglio, col quale prendendo il Comune sotto la sua protezione, gli confermò gli antichi privilegi e la giurisdizione. Nel seguente anno 1227, il nuovo Pontefice Gregorio IX esige che Federigo parta per la Crociata, ed egli infatti fa vela da Brindisi per la Terra Santa; ma dopo pochi giorni, camiando di proposito, torna indietro e sbarca ad Otranto; e il Pontefice ai 20 settembre solennemente lo scomunica. Di qui scaturiscono gravi turbolenze e guerre, le quali principalmente tribolarono lo Stato della Chiesa e il regno di Napoli. Nel 1230 fu fatta la pace; e Gregorio prosciolse Federigo dalla scomunica; se non che questa pace fu piuttosto una tregua, giacché le ostilità presto ricominciarono, e la guerra arse allora in Lombardia. Nel 1236 cadde per assedio Vicenza, nel 1237 si arresero Padova e Mantova, e nello stesso anno, a dí 27 поvembre fu combattuta la celebre battaglia di Cortenuova, nella quale i Milanesi furono vinti e perdettero il Carroccio. Federigo, orgoglioso di avere cosi vendicato le armi imperiali dalla sconfitta di Legnano, mandò al popolo romano gli avanzi del Carroccio milanese, affinchè li custodisse come trofei in Campidoglio; e quelli avanzi gloriosi, caricati sopra muli, con insegne e altri arnesi di guerra, passarono da Pontremoli diretti a Roma nel gennaio 1238. A quella vista Gregorio restò addoloratissimo, ed arse di sdegno: Dominus Papa usque ad mortem doluit, dicono le antiche cronache, e fatta lega con Genova e con Venezia, prese apertamente le parti delle città lombarde. Scomunicò per la seconda volta l’Imperatore (24 marzo 1239), gli dichiarò la guerra, e convocò un concilio a Roma contro di lui; ma Federigo lo impedì, facendo catturare presso le isole di Montecristo e del Giglio, dalle flotte Siciliana e Pisana riunite, le navi genovesi che recavano a Roma i prelati (3 maggio 1241) e facendo questi prigionieri.

Nell’anno appunto in cui fu pubblicata questa seconda scomunica, l’ Imperatore Federigo II passò per la seconda volta da Pontremoli, diretto a Pisa; ma sembra che allora i Pontremolesi non gl’ispirassero  completa fiducia, perché occupò la fortezza e diversi loro castelli, conducendo poi seco sessanta ostaggi fra i migliori uomini della terra. Arrivato a Luni vi fece prigioniero il Vescovo, e lasciò il Marchese Uberto Pallavicino suo Vicario in Pontremoli e in Lunigiana. Frattanto per il solito castello di Grondola, caduto in mano dei Pontremolesi, i Parmigiani indispettiti ricorsero a Federigo, il quale ordinò, senz’ altro, l’abbattimento delle torri e porte di Pontremoli. Il Podestà di Parma, Princivalle Doria, nel 1243, va con buon nerbo di soldati, ad eseguire quest’ ordine, e l’ opera di abbattimento incomincia. Ma poiché i Pontremolesi adoperavano ogni arte per impedirla, il Pallavicino, Vicario imperiale, fingendosi malato a Villafranca, chiama a sé i consiglieri del Comune di Pontremoli col pretesto di dover loro comunicare cose di grande importanza. Accorrono essi obbedienti e fiduciosi, ma son fatti prigionieri, né vengono rimessi in libertà sinché le loro torri e le loro porte non sono completamente distrutte.

Nel 1241 entro Roma assediata era morto Gregorio IX, vecchio di quasi cento anni, ma di animo sempre invitto. Gli successe per soli diciassette giorni, Celestino IV; e la Sede Apostolica rimase poi vacante fino alla elezione d’Innocenzo IV. Durante la lunga vacanza Federigo sospese l’assedio di Roma, riprendendolo poi più tardi, finché, non riuscite le trattative di pace, Innocenzo riparò coi Cardinali a Genova, condottovi dalla flotta della repubblica. Di li passò a Lione, ove convocato un concilio, Federigo fu per la terza volta scomunicato, e quindi deposto (17 luglio 1245). Altre due volte ripasso Federigo da Pontremoli; nel 1247 recandosi in Lombardia, e nel marzo 1249, ritornando dal regno di Napoli, ov’era stato a reprimere la ribellione di alcuni baroni. Offerse allora ai Pontremolesi un miserando spettacolo, trascinandosi dietro in catene Pier delle Vigne, che da li a poco fece crudelmente abbacinare. In cotesta occasione il Re Enzo, suo figlio, concesse ai Pontremolesi di ricostruire le torri e le porte in premio di averlo aiutato a domare la ribellione di alcuni Marchesi Malaspina.

Alla morte di Federigo II esistevano due Re di Germania e dei Romani, Corrado IV, figlio di Federigo, riconosciuto dal partito ghibellino, e Guglielmo Conte di Olanda riconosciuto dal partito guelfo. Quest’ultimo, con diploma dato in Lione nel 16 aprile 1251, concesse e donò in perpetuo al suo consigliere Niccolò de’ Fieschi, Conte di Lavagna della famiglia di Papa Innocenzo IV, ed a’ suoi discendenti, il borgo di Pontremoli, col castello e tutti i diritti, giurisdizioni e pertinenze, e dichiarandolo vero signore di quel luogo. Per altro questa concessione non fu portata ad effetto per gli eventi a cui dettero luogo le fazioni locali.

Nel periodo decorso dalla morte di Federigo II fino a tutto il Secolo XIII, e anche più oltre, furono quasi generali la guerra e l’anarchia non solo in Italia, ma anche in Germania. In Italia la lotta principale fu nelle provincie meridionali, prima fra la Casa Sveva e quella Angioina, e poi fra questa ultima cacciata di Sicilia nei Vespri Siciliani (20 marzo 1282), e la casa di Aragona. Ad essa si aggiunse altra lotta fra le repubbliche, nella quale Genova abbatté Pisa colla celebre battaglia della Meloria (6 agosto 1284), e poi vinse i Veneziani costringendoli a un trattato commerciale (an. 1298). Il Papato era in contrasto e in angustie continue colle fazioni di Roma, capitanate dai Colonnesi e dagli Orsini, le quali finirono con indurre Clemente V (francese) a trasportare la S. Sede ad Avignone. L’ Impero ebbe un lungo interregno fino alla elezione di Rodolfo della Casa di Absburgo, il quale, intento a stabilire ed assicurare la sua dinastia in Germania, tanto poco si curò degli affari d’ Italia, che neppure pensò a farsi incoronare in Roma. In questa generale confusione le divisioni e i partiti nelle varie città e terre d’Italia si fecero più vive, tanto che nella seconda metà del Secolo XIII, ed anche per tutto il successivo Secolo XIV, la storia è piena dei nomi di Guelfi e Ghibellini. Nelle piccole terre e città, più che nelle grandi, questa divisione dette naturalmente luogo a sfogo di rancori e a vendette di private famiglie, che spesso produssero fatti deplorevoli e raccapriccianti. Pontremoli ebbe non ultima parte in questo triste spettacolo, e non avendo, per la sua piccolezza tanta forza ed autorità da farsi rispettare e mantenere la propria autonomia, affrettò in tal modo il momento in cui dové cadere in soggezione di uomini e famiglie potenti. E lungo e doloroso il racconto che fa l’ A. delle vicende di Pontremoli per tutta la seconda metà del Secolo XIII. Due famiglie, gli Enreghini (poi Reghini) a capo del partito guelfo, e i Filippi, a capo del partito ghibellino, si contrastano la supremazia della Terra, si cacciano e si esiliano scambievolmente, uccidendo e distruggendo, ritornano colla forza, aiutati ora dai Piacentini, ora dai Parmigiani, ora dai Malaspina. Finalmente riesce ai Guelfi Enreghini di rientrarvi nel 1293, e vi si fermano per più anni sotto la protezione della Repubblica di Lucca . Ma il loro governo fu debole e fiacco per cagione di continui contrasti, della irrequietezza e della rabbia a delle  fazioni, ad arte avvivate e fomentate dai Malaspina; alcuni dei quali parteggiavano coi guelfi, altri coi ghibellini, e tutti poi erano concordi nello scellerato proposito di tener diviso e discorde Pontremoli, per stendervi sopra gli artigli, appena se ne offrisse propizia occasione. E l’occasione non tardò per la venuta in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo.

Arrigo scese nell’ottobre del 1310 in Italia, annunziandosi come pacificatore dei partiti e come moderatore supremo delle cose d’Italia, d’accordo colla Chiesa. Grande e nobile concetto, che taluni pensarono essere stato davvero nella mente di Arrigo, ritenuto, per opinione generale, savio e prode. Dante stesso credè di scorgere in lui l’uomo del suo pensiero, e gli riservò un alto seggio nel Paradiso della sua Divina Commedia. Gl’Italiani per altro non ci crederono; e, vero o non vero che fosse quel concetto, si affrettarono a dimostrarlo una utopia. Sotto gli stessi  occhi dello Imperatore, a Milano, pochi giorni dopo la sua incoronazione, i ghibellini cacciano con furore i guelfi; e subito Brescia, Cremona, Crema e Lodi insorgono contro l’ Imperatore, che è costretto a ridurli all’ obbedienza colla forza. Firenze, che già aveva dimostrato apertamente la sua contrarietà, si leva a capo di una lega di guelfi, si arma e si prepara a fare resistenza. Insomma la parte di paciere che Arrigo, sinceramente o no, si era assunta, fallisce quasi subito completamente; ed egli, come bene osservò il Capponi “ a malgrado i suoi proponimenti, costretto vessare, costretto inferocire, ben tosto non fu, in mezzo ad uomini italiani, che un imperatore tedesco” (20). Sono note le sue ulteriori vicende, e come miseramente e senza gloria morisse il 24 agosto 1313 a Buonconvento, riuscendo ad essere micidiale all’Italia non meno degli altri Imperatori.

In Lunigiana, i Marchesi Malaspina si dichiararono parte favorevoli e parte contrari ad Arrigo; e questa divisione eccitò naturalmente Pontremoli, che fu il campo ove vennero a conflitto le due fazioni rivali. Appena Arrigo ebbe messo piede in Lombardia, la parte ghibellina Pontremolese propose di inviargli un ambasciatore per prestargli ossequio ed obbedienza. Non ci volle altro perché si accendesse subito la lotta. I Guelfi ebbero aiuti da Lucca, da Genova, da Reggio e da Parma; i Ghibellini furono soccorsi validamente da Franceschino Malaspina Marchese di Mulazzo, che se ne fece capo e condottiero. La lotta durò lungamente, e fu feroce per stragi e devastazioni. I Ghibellini ricacciati nella parte inferiore del Borgo, loro stanza consueta, vi furono tenuti come assediati, ma si difesero disperatamente, né alla parte guelfa riuscì di domarli. Finalmente i ghibellini stanchi per la lunga lotta inviarono, sul finire del marzo 1313 all’ Imperatore, che trovavasi a Pisa, un’ambascieria colla quale gli fecero conoscere che Pontremoli era la chiave e la porta per venire di Lombardia in Italia, e perciò interessava che egli non l’abbandonasse in altre mani; e gli domandavano aiuto per domare i ribelli. Arrigo accolse di buon grado l’ambascieria e mandò a Pontremoli, come Jacopo da Cassio, il quale per altro è accolto a colpi di balestra e di freccie dai guelfi della parte superiore del Borgo. Questi allora chiede all’ Imperatore severi provvedimenti per ridurre il paese all’ obbedienza; e i provvedimenti vennero subito in modo inaspettato da tutti, giacché, 25 giorni dopo, cioè il 6 di luglio, Arrigo concedeva in feudo Pontremoli, col castello e con tutta la sua giurisdizione, al Cardinale Luca Fieschi, nipote di Adriano V, ai suoi fratelli Ottobuono e Carlo e ai loro discendenti. Il Cardinale era figlio di quel Niccolò a cui nel 1251 il Re Guglielmo di Olanda aveva fatto simile concessione, che allora rimase senza effetto, ed era stato uno dei tre Legati che, a nome del Papa, incoronarono l’ Imperatore. L’ A. narra al Cap. IV i fatti di Arrigo in Italia con giusto e nobile entusiasmo per la grande lega guelfa capitanata da Firenze, nella quale s’incarnò l’elemento italiano e popolare, che respinse la conquista e l’ingerenza straniera. Ma questo entusiasmo lo fa, secondo noi, essere troppo crudo e severo contro l’ Alighieri, per la ben nota Epistola V, colla quale esortò i principi e i popoli d’Italia ad essere fedeli e reverenti ad Arrigo. “E’ nei popoli della lega, egli scrive, che, in quei giorni batte il cuore dalla vera Italia, non già nel petto di Dante .. Verrà un giorno, ma per adesso è lontano, che anche Dante (Dante cittadino, intendiamoci), non sfuggirà più, come ha fatto fin qui, al giudizio della storia. In quel giorno non vorrei essere ne’ suoi panni; vorrei essere ne’ panni di quei forti che all’ imperatore tedesco serraron le porte della generosa e italiana Firenze; vorrei essere ne panni di parecchi de tanti contemporanei di lui, che per rabbia di parte e odio di vendetta ha consacrati all’infamia e messi alla gogna giù nel suo Inferno. La giustizia è tarda, ma viene, e c’è : verrà anche per i calunniati da Dante; verrà anche per Dante cittadino. Dinanzi al Vero neanche per il Genio ci son privilegi! “.

Tutto ciò (ci consenta l’A. di dirlo) potrebbe esser giusto se Dante fosse stato un volgare tirannello o un ambizioso cittadino, che dalla venuta di Arrigo avesse sperato autorità, ricchezze o potenza; ma il suo grande intelletto mirava più alto, nella desolazione disperata in cui era ridotta l’Italia per le gare, le prepotenze feudali, e la confusione massima frutto delle continue lotte fra la Chiesa e l’Impero. Errante in esilio, si riconcentrarono nella sua anima tutti i dolori e le speranze d’ Italia; cercò una forza potente che potesse salvarla; non la trovò nella indipendenza, e andò cercandola nella unità: ma una unità italiana era allora, in fatto, impossibile anche a pensarci, ed egli la concepì nella grandiosa idea della Monarchia Universale.

“L’idea di Dante era classica” , scrisse il Carmignani, “Ella era quella di vedere restaurato l’ impero romano colla costituzione, che buoni imperatori conservarono e rispettarono sempre, dicendosi i generali di una repubblica obbligata dalla sua posizione e dai suoi precedenti a mantenersi colle armi il dominio del mondo. Nè questa idea era nuova in Italia ai tempi dell’ Alighieri: Stava sempre l’ombra del gran nome di Roma antica e gloriosa, rappresentante dell’ italiano primato fra le antiche nazioni. Gl’ imperatori che avevano capitanato le vittoriose sue armi, nati in Roma nel principio, vennero in seguito da straniere nazioni; ma divenuti imperatori, si dichiararono romani, e fino a Costantino stabilirono in Roma la permanente lor Sede. Era questo sistema che da non pochi in Italia invocavasi, sebbene i desideri fossero rivolti a imperatori germanici; ed era fra questi desideri pur quello di riveder Roma sede e centro dell’ Impero del mondo, e l’ Italia tornata ad essere la regina delle nazioni. Nè si può fare rimprovero alla teoria politica dell’ Alighieri di aver sacrificati allo amore di parte i sacrosanti diritti della umanità, quelli di cittadinanza e le pubbliche libertà. Egli vuol difesi, e non alterati dal monarca i diritti naturali dell’ umanità nell’ individuo; quelli delle affezioni del sangue nella famiglia; quelli della socialità nel Municipio; quelli dell’ interna ed esterna difesa colla riunione delle forze di più municipi nella città; quelli finalmente di nazionalità nelle relazioni reciproche di più città tra loro in un regno……. La monarchia dell’ Alighieri conosce ed apprezza tutte le esistenze morali e civili che nella loro ordinata gerarchia compongono i corpi politici. Il monarca è l’autorità direttrice suprema, e garante della fedele ed esatta amministrazione della giustizia e della pace, e della concordia reciproca fra tutti i municipi, le città ed i regni che cuoprono la terra, indipendenti tra loro nella gestione dei loro sociali interessi. (21) Grande utupia è questa ai nostri occhi, che veggono a sei secoli di distanza, ma che ha larga spiegazione nelle condizioni politiche e storiche dei tempi, e nel supremo sconforto di un’ anima grande che aveva perduto ogni fiducia nel risorgimento politico del suo paese”. Sbaglieremo, ma con tutta convinzione pensiamo che fino a quando non cesserà l’ammirazione ed il culto per i più alti concepimenti dello spirito umano, la giustizia invocata dall’ A. non verrà.

Appena avutane la concessione da Arrigo VII il Cardinale Fieschi si recò personalmente nel settemare 1313 a mettere ordine nel suo nuovo feudo di Pontremoli e nelle molte possessioni che teneva in Lunigiana e anche al di là dell’ Appennino; parte per antichi acquisti e parte per recenti concessioni imperiali. Egli mirava a stabilire in Lunigiana una vasta Signoria per la sua famiglia, ma non scelse bene il terreno, perchè i Malaspina erano troppo gelosi della loro autorità e dei loro diritti in quella Provincia. Franceschino Marchese di Mulazzo, l’ospite di Dante, insorge subito a contestare al Cardinale il possesso di alcuni castelli del territorio pontremolese; e di qui ne nacque una lunga guerra che durò dal 1314 al 1319, e tenne in grave tumulto una parte della Lunigiana, e specialmente Pontremoli, essendovisi coinvolte le fazioni locali. Fu fatta finalmente la pace a mediazione di Roberto Re di Sicilia che allora si trovava in Genova, ma poco durò perché la Lunigiana fu presto sconvolta dalla potenza invadente di Castruccio Castracane degli Antelminelli. Questo nuovo ed intrigato periodo di storia Lunigianese fu già descritto dall’A. in altro suo pregievole lavoro pur serve a più larga illustrazione delle vicende pontremolesi. Anche di esso ci gioviamo nella nostra esposizione. Gherardino Malaspina, Vescovo e Conte di Luni, (il Lunensem Pontificem ricordato da Dante nella Epistola IX, diretta ai Cardinali italiani), posto come guelfo, al bando dello Impero da Arrigo VII, con sentenza del 23 febbraio 1312, riparò in Toscana e per dare ai suoi dominii temporali un protettore potente, nominò, nel 4 luglio 1314, Castruccio Vice Conte di tutte quante le terre, i castelli e le ville appartenenti al Vescovato. (23) L’esempio di Gherardino fu seguito dai Comuni di Sarzana e di Sarzanello. Castruccio, che aveva allora trentadue anni, ed era al soldo di Uguccione della Faggiuola, Podestà di Pisa, fece di queste due cariche la base della sua potenza in Lunigiana, e il primo scalino per crescere in grandezza e Signoria. Riusci ad ottenere il 5 agosto 1315 da Federigo d’ Austria, Re dei Romani, la dignità di Vicario Imperiale e il grado onorifico di suo Segretario e famigliare; e quindi, al seguito di una con-giura, alla quale sembra che non fosse estraneo, cacciato Uguccione da Pisa, e sollevata Lucca, fu creato nel 17 aprile 1316 uno dei Governatori e condottieri delle milizie del Comune di Lucca; ufficio che gli fu scala a diventare Signore assoluto della città nativa. Egli rivolse allora la mente a riconquistare molte terre della Lunigiana, sulle quali la Repubblica di Lucca aveva esercitato giurisdizione e influenza prima di Arrigo VII; ed infatti occupò in breve tempo la rocca di Massa, riducendo a patti quei Marchesi, mosse guerra a Spinetta Malaspina che aveva favorito Uguccione della Faggiuola, togliendogli Fosdinovo, la Verrucola e tutti gli altri suoi possedimenti e castelli, e costringendolo a fuggire con tutta la famiglia; e finalmente ebbe in dedizione Gragnana, Groppoli, Gragnola, Cortile, Codiponte e una quantità di piccoli Comuni, ville e villaggi.

Di fronte a questa potenza ghibellina che si estendeva a gran passi nella provincia, non rimasero indifferenti i Pontremolesi sempre agitati dalle passioni. Ad istigazione dello stesso Castruccio, la fazione ghibellina che occupava il Borgo di sotto, ossia la parte inferiore di Pontremoli, lo proclamò suo Signore per cinque anni, il 27 maggio 1321. La fazione guelfa resisté per qualche tempo; ma poi accordatasi anch’ essa, Castruccio fu proclamato da ambe le parti Signore assoluto di Pontremoli nel febbraio 1322. Egli allora ne fece quasi la sua cittadella per dominare la Lunigiana, e sembra che colla sua autorità mettesse a dovere le fazioni, non trovandosi alcun fatto notevole avvenuto sotto il suo governo. Ma l’autorità rafforzò e tutelò anche con precauzioni materiali, giacché per costringere a tranquillità le fazioni costruì un terzo castello, che divideva Pontremoli in due parti: i guelfi stavano di sopra, i ghibellini di sotto, e non potevano comunicare fra loro che mediante una strettissima porta. Singolare provvedimento che dimostra a qual punto erano giunte la discordia e la violenza dei partiti in Italia e specialmente in Pontremoli.

Morto Castruccio il 3 settembre 1328, l’ Imperatore Lodovico il Bavaro cacciò da Pontremoli il di lui figlio Arrigo, compiendo un atto di solenne ingratitudine, dopo gli aiuti e i servigi prestatigli dal padre; e, trovandosi in Pontremoli nell’ aprile 1329, mentre ritornava in Lombardia (24), per compiacere gl’ irrequieti pontremolesi, con diploma del 12 dello stesso mese, << prese il Comune sotto la sua protezione, e con ogni pienezza gli confermò i privilegi che gli avevano largito Federigo II e gli altri predecessori; lo volle immediatamente soggetto alla propria Camera, dichiarando di nessun valore la investitura fattane da Arrigo VII ne’ Fieschi, non che quella di lui a favore di Castruccio e suoi discendenti. Poi nell’ atto di partire, lasciò un Vicario a governarlo, o per meglio dire a estorcere denaro dalla borsa dei pontremolesi; che tale era il mestiere di chi teneva i popoli a nome di quel venturiero. Ma il giuoco ebbe breve durata; e dopo pochi mesi, stanchi di vedersi di continuo angariati, ghibellini e guelfi, di comune accordo, gli si rivoltarono. Il male accorto Vicario, del quale è ignoto il nome, corse a rifugiarsi colle sue genti nel castello del Piagnaro, e per snidarlo di là ci volle una buona somma di fiorini, e fatto sicuro negli averi e nella persona mosse alla volta di Parma in traccia del suo Signore.

Cacciato in tal modo il Vicario del Bavaro, i Pontremolesi distrussero la fortezza del Piagnaro, perchè non servisse più di asilo ad oppressori e tiranni; e tutti concordi si dettero al Comune di Parma, allora retto da Gio. Rolando de’ Rossi. Così la rievocazione degli antichi diritti di libertà del Comune fatta dal Bavaro non fu che una formula, avendo i Pontremolesi stessi spontaneamente riaperta la strada a nuove Signorie; e il castello del Piagnaro fu presto ricostruito per uso dei futuri tiranni.

Ed ecco ora un altro, fra i tanti guastamestieri imperiali, che viene ad impicciarsi delle cose d’ Italia, Giovanni di Luxemburg, Re di Boemia, figlio di Arrigo VII. Brescia, che aveva sollecitata la sua venuta per liberarsi dalla oppressione dei Visconti, Bergamo, Parma, Reggio, Modena, e poco dopo, anche Lucca fanno subito la loro dedizione; anzi, Parma nel 5 marzo 1331 lo proclama assoluto padrone; ed egli per gratificarsi l’animo dei Rossi che di mal’animo vedevano togliersi quella signoria, gl’ investì nel giorno stesso di Pontremoli, insieme a Borgo San Donnino, Brescello e Berceto, dandone loro il pieno dominio nelle persone di Rolando, Marsiglio e Pietro de’ Rossi, e loro discendenti. Più volte il Re Giovanni passò da Pontremoli per gli affari di Lucca; ma fatto persuaso, per la lega mossagli contro dai Fiorentini, da Roberto Re di Napoli, dai Visconti e da altri, che l’Italia non era paese per lui, riprese presto la via delle Alpi..

Breve fu il dominio dei Rossi dal 1329 al 1336; ma non lieto pei Pontremolesi che si trovarono per necessità coinvolti nelle disavventure che allora colpirono quella famiglia. Dopo la partenza del Re Giovanni, essa aveva ripreso il reggimento assoluto di Parma; ma l’acquisto di Lucca nel quale si era impegnata, le portò addosso una quantità di nemici, primi dei quali gli Scaligeri divenuti forti per esteso dominio e cresciuti in potenza. Alla lotta che s’impegnò parteciparono i pontremolesi con molti pedoni e balestrieri a favore dei loro Signori; ma la lotta fu sfortunata pei Rossi, i quali, nel giugno 1335, dovettero cedere Parma a Mastino e Alberto Della Scala, riservandosi però il possesso di Pontremoli e di altri loro castelli; e nel novembre dello stesso anno cederono anche Lucca. Allora Pietro de Rossi ei suoi parenti, colle loro famiglie, si rifugiarono in Pontremoli, facendola centro della loro difesa: ma gli Scaligeri vi posero l’assedio il 13 giugno 1336, con una truppa composta di soldati a piedi e a cavallo, di gente manesca e di guastatori di campagna capitanata da Simone da Correggio. Pietro, messo a queste strette, ricorre, per mezzo di un suo procuratore alla Repubblica Fiorentina, che lo aiuta con danaro, e lo nomina suo Capitano di guerra. A questo annunzio, egli, audacemente, ma felicemente, in mezzo alle preghiere e alle lacrime della moglie e delle figlie, traversa il campo nemico che circonda Pontremoli, e corre a Firenze, ad assumere il comando. Di là viene a Lucca con 800 cavalieri, e si azzuffa due volte colle genti di Mastino; ma, chiamato dai Veneziani, anch’ essi in guerra erra cogli Scaligeri e in lega coi fiorentini, lascia in tronco l’ impresa di Lucca, e va a Venezia. Lo sostituisce come Capitano di guerra dei fiorentini il fratello Rolando, il quale, il 17 novembre, muove da Firenze con milletrecento cavalieri e tremila pedoni per soccorrere Pontremoli e levare l’ assedio; ma era tardi, perchè pochi giorni prima i Pontremolesi si erano arresi, salve le loro persone e cose, anzi ricevendo dal vincitore tremila fiorini d’oro. La famiglia e le donne dei Rossi, che uscirono da Pontremoli, andarono a Firenze, ove, scrisse Giovanni Villani, furono ricevuti graziosamente (25). >

Mastino e Alberto della Scala divennero cosi Signori di Pontremoli. Mastino vi andò nell’aprile del 1339, mentre recavasi a Lucca che era in quel momento a lui soggetta, e venne signorilmente ospitato a spese del Comune. Il suo governo fu ispirato a diffidenza e ferocia, per cui molte famiglie esularono, e fra queste, quella dei Filippi, calda fautrice dei Rossi, che mai più rimpatriò; ma fortunatamente ebbe corta durata, giacché Martino battuto dalla lega, perdé, con molte altre città anche Parma nel maggio 1341; e allora i Pontremolesi ne scossero ad un tratto il tirannico giogo, e si dettero ai Visconti.

Il movente di questa determinazione dei Pontremolesi fu certo la maggior sicurezza che offriva loro un governo come quello dei Visconti divenuti potentissimi in Italia. Ed infatti per tutto il rimanente del secolo XIV, ossia per oltre sessanta anni, le cose di Pontremoli passarono assai tranquille, e non senza una certa prosperità, sotto cinque Signori della famiglia Visconti, che furono Luchino, l’Arcivescovo Giovanni, Matteo, Galeazzo e Gio. Galeazzo.

Luchino signoreggiò da solo Pontremoli, giacchè tutto egli faceva e disponeva, quantunque avesse socio nella Signoria il fratello Arcivescovo Giovanni. Morto Luchino il 24 gennaio del 1349, rimase solo al Governo l’Arcivescovo, che alla sua volta, mancò di vita il 3 ottobre 1354. I tre nipoti di lui, Matteo, Bernabò e Galeazzo si spartirono il dominio; e Pontremoli toccò a Matteo, insieme a Bologna, Monza, Lodi, Parma, Piacenza e Bobbio. Ma essendo sfuggito di bocca a Matteo che era assai piacevole l’esser solo nella Signoria i fratelli lo avvelenarono; e mori il 28 settembre del 1355, come un cane, senza confessione, e forse degnamente per la sua dissoluta vita. (26) Bernabò e Galeazzo divisero la eredità del fratello Matteo, e Pontremoli tocco a Galeazzo. Fino dal 1375 Galeazzo si era associato nel governo il suo primogenito Gio. Galeazzo, marito d’ Isabella, figlia di Giovanni II, il Buono, re di Francia, che gli portò in dote la Contea di Virtus nella Sciampagna. Fu per questo che Gio. Galeazzo si fece chiamare Conte di Virtu’. Con la morte del padre, il 4 agosto 1378, egli ebbe la pienezza del comando; con la morte dello zio Bernabò, da lui imprigionato e fatto avvelenare, il 19 dicembre del 1385, rimase assoluto padrone di tutto il vasto domínio della famiglia potentissima dei Visconti. >

Da Vinceslao Re dei Romani, Gio. Galeazzo fu creato, con diploma dell’ 11 maggio 1395, Duca della città e diocesi di Milano; e il 13 ottobre dell’anno appresso, anche di tutte le città e terre di cui aveva il comando, fra le quali terras quoque Pontremuli, Sarzanae, Levantiae, Carrarie, Sancti Stephani etc. Ma nell’agosto 1402 egli si ammalò a Pavia, e trasportato nel castello di Melegnano, ivi mori il 3 settembre. A Pontremoli ne fu data notizia con lettera del suo figlio primogenito, Gio. diretta Nobili Viro Potestati Communi et hominibus terrae nostrae Pontremuli. Ai grandiosi funerali che gli furono fatti a Milano il 20 ottobre, la insegna di Pontremoli figurava fra quelle delle quarantesei città e castella grosse suddite al Ducato di Milano.

I due figli legittimi di Gio. Galeazzo, Gio. Maria e Filippo Maria, e il figlio bastardo, ma legittimato, Gabriele Maria, si divisero lo Stato del padre. Pontremoli, facendo parte del Ducato di Milano, passò allora sotto Gio. Maria. Ma questa divisione, l’età minore dei nuovi Signori, per cui dovè essere provveduto con una reggenza, e più di tutto la mancanza di una mano temuta e potente, com’ era quella dello estinto Duca, portarono gravi sconvolgimenti negli Stati dei Visconti. Si aggiunga che la lega formatasi tra il Papa ed i Fiorentini contro la crescente loro potenza, spargeva da per tutto gran fuoco, promettendo aiuto a chiunque si ribellasse; per cui fu mirabil cosa, scrisse il Muratori “ il vedere scatenarsi in questi tempi per quasi tutte le città del Ducato di Milano le dianzi addormentate fazioni di guelfi e ghibellini …….Rolando Rossi, coi Correggeschi ed altri guelfi, un gran turbine sollevo nel Parmigiano. Nel di 1º di luglio il Marchese Ugo Cavalcabò occupò Cremona e poi Crema, ed ebbe soccorso dai Fiorentini; Franchino Rusca si fece padrone di Como, la fazione guelfa s’ im-padronì di buona parte di Brescia; in Bergamo si scannarono le due nemiche fazioni; Lodi, la Martesana, Soncino, Bellinzona e moltissime altre terre, chi si ribello al Duca, e chi fu sotto-posta a gravi omicidi e saccheggi. Ne andò molto che anche gli Scotti, i Landi ed altri nobili di Piacenza, cacciati gli Anguissoli, presero in se il governo di quella città. Tutto insomma era in rivolta, e in mezzo a tanto incendio i Reggenti di Milano pareano incantati “ (27).

In mezzo a questo generale sconvolgimento, anche Pontremoli si ribello al Duca di Milano; nè volle essere da meno di tanti altri paesi nella discordia, perchè l’antica divisione ricomparve come d’incanto eccitata dagli antichi pretendenti alla Signoria, Infatti una parte, che sembra fosse la guelfa, si dette a Pietro de’ Rossi, a nome del quale prese possesso di meta della terra il suo fratello Giacomo, Vescovo di Verona, il 27 aprile 1404; ma l’ altra parte si dette a Luca ed Antonio Fieschi, i quali, poco dopo, cioè nel 1405, divennero padroni anche dell’ altra metà, per compra che ne fecero (a quanto sembra) dai Rossi.

Gli avvenimenti memorabili pontremolesi durante il dominio dei Visconti furono nel 1348 la peste, che fece nel paese moltissima strage, uccidendo (si legge nello Statuto) molti homines scientiati in legalibus, et medicinae, et aliis opportunis scientiis, et virtutibus opportunis ad hominum vitam, de quibus dicta  terra Pontremuli, ante dicti anni mortalitatem erat ornata et dotata sufficienter,” nel 1355, il passaggio, all’ andata e al ritorno da Roma, ove fu incoronato imperatore, di Carlo IV Re dei Romani, del quale scrisse il Muratori che ritornò al suo paese con molto oro, ma anche con molta vergogna; nel 1387 l’ammissione della popolazione rurale alla rappresentanza, con voto o semplicemente consultivo, nel Consiglio Comunale di Pontremoli, che per l’ l’avanti era composto di soli consiglieri urbani; nel 1388 la istituzione di un Collegio di notari, che continuò fiorentissimo sino quasi ai nostri giorni, con privilegi riconosciuti e confermati da tutti i governi che si succedettero in Pontremoli; nel 1391 la riforma e correzione degli Statuti del Comune. Nel Secolo XIV erano fiorenti in Pontremoli, oltre le famiglie degli Enreghini e dei Filippi, già ricordate, anche quelle degli Armani, oriundi di Brescia, dai quali si staccarono i Ricci; degli Alfieri, dei Filisseti, dai quali provennero i Coppini; dei Manganelli che ebbero Giacomo Vescovo di Brugnato dal 1300 al 1320; dei Galli, dai quali uscirono Gerolamo Vescovo di Negroponte nel 1300, e più tardi molti uomini di scienza e di toga; dei Trincadini o Tranchedini che nel successivo secolo XV divennero noti anche nella storia d’Italia per Nicodemo e Francesco suo figlio, agenti diplomatici dei Duchi di Milano; dei Villani non meno illustri per scienzati, magistrati e uomini politici; e finalmente dei Parasacchi, dei Seratti, dei Maracchi e dei Gabbrielli, i quali ultimi ebbero Giovanni Vescovo di Massa nel 1391 e Arcivescovo di  Pisa nel 1394.

La seconda Signoria dei Fieschi su Pontremoli durò dal 1405 al 1431. Nei primi anni, il solito castello di Grondola, che era rimasto in mano dei Rossi, provocò una sanguinosa guerra, nella quale Antonio Rossi morì e Pier Maria fu condotto con molti de’ suoi prigioniero a Pontremoli. A Luca e ad Antonio Fieschi successero un altro Antonio, figlio di Luca per una metà, e per l’altra metà i cinque figli di Antonio, Gio. Luigi, Obietto Vescovo di Vercelli, Lodovico Signore di Masserano e Crevacuore, Giovanni Abate di Trigoso, e Niccolò.

Di tutti costoro, Gio. Luigi fu quello che più dimorò a Pontremoli, e più se ne occupò; ma gravi avvenimenti andavano maturandosi, che resero da prima difficile e poi insostenibile la sua posizione.

Ucciso a Milano nel 1412 Gio. Maria Visconti, fenomeno di crudeltà e di ferocia, il fratello di lui, Filippo Maria, prese arditamente la corona ducale. A poco a poco, sfruttando l’ossequio che aveva Milano verso la casa dei Visconti, sapendo bene scegliere abili condottieri e valersene, e usando ogni arte anche più triste, era riuscito nel 1419 a ridurre sotto il suo dominio quasi tutte le città lombarde, e aveva spinto le sue mire fino a Genova. Occupò egli infatti quella città, cacciandone il Doge Tommaso di Campofregoso, al quale fu data in compenso la Signoria di Sarzana col suo distretto. Di qui ne nacque la guerra tra i fiorentini e il Visconti che continuò lungamente, e durante la quale i fiorentini si affrettarono a stipulare accomandigie coi Fieschi Signori di Pontremoli e con molti Marchesi Malaspina della Valle di Magra, per poter contrastare, all’ occorrenza, il passo dell’ Appennino al Duca di Milano. Nel tempo stesso erano essi riusciti a stringer lega coi principali Stati d’Italia; per la qual cosa il Visconti, sopraffatto, fu costretto a concludere una prima pace nel 1426; e poi, essendosi riaccesa subito la guerra, una nuova pace che fu conclusa e pubblicata a Firenze il 10 aprile 1428.

Due anni dopo cominciò l’ altra guerra dei fiorentini contro Lucca; e Filippo Maria Visconti, nonostante la pace fatta, v’entro subito di mezzo. Mandò Niccolò Piccinino ad occupare la valle del Taro, che apparteneva ai Fieschi, per esser pronto in ogni evenienza, e scendere a Lucca per la via di Pontremoli; e nel tempo stesso incaricò Francesco Sforza dello sleale ufficio di torre Lucca a Paolo Guinigi, che ne era Signore, sotto falso sembiante di dargli aiuto. Infatti lo Sforza, messi insieme 3000 cavalli e 1500 fanti, dando ad intendere che recavasi per suo proprio conto, verso Napoli, passò ad un tratto velocemente da Pontremoli; e sforzati i passi e le difese dei fiorentini entrò in Lucca nel luglio 1430, ebbe dai congiurati prigioniero il Guinigi, prese dai fiorentini cinquantamila fiorini d’oro per andarsene; e se ne andò, lasciando liberi i fiorentini di riprendere l’ assedio. Ma il Visconti non se ne stette; consigliò i Lucchesi a stringere una lega con Genova, e messe Niccolò Piccinino a capo delle truppe di questa lega questa lega contro i fiorentini. Il Piccinino infatti scese di Val di Taro con 4000 fanti e 2000 cavalli; attraversò Pontremoli e la Lunigiana, e arditamente, guadando il Serchio, piombò sullo esercito fiorentino, lo ruppe e s’impadronì del campo (2 decembre 1430). Poi ritornò in Lunigiana, conquistò a forza d’armi i migliori e più importanti castelli dei Malaspina; cacciò i Fieschi da Pontremoli e dal suo territorio, favorito dalla parte ghibellina del borgo di sotto, ed ivi fissò per poco tempo il suo quartier generale (An. 1431). Di li nuovamente discese in Toscana, continuando nelle sue fazioni militari a danno della repubblica fiorentina. Cosi Pontremoli ritornò, per la seconda volta, sotto i Duchi di Milano nel 1431; e vi rimase anche dopo la pace conclusa nel 26 aprile 1433, a mediazione del Duca di Ferrara, fra Filippo Maria e le repubbliche di Venezia e di Firenze; e quantunque fosse stabilito in quel trattato che ciascuno rientrasse in possesso di quello che prima possedeva, pure i soli Fieschi furono esclusi da questo benefizio.

Nel maggio 1432 passò da Pontremoli, e vi fece una breve sosta, Sigismondo Re dei Romani, diretto a Roma, ove nel 31 maggio 1433 cinse la corona imperiale per mano di Eugenio IV. Ebbero allora i Pontremolesi da soddisfare la loro curiosità, osservando questo singolar tipo d’ imperatore, così descritto da un testimone che lo vide a Lucca: “La maggior parte della sua compagnia sono grandi baroni et signori d’ Alemagna e d’ Ungaria, huomini di grande ardire e senza paura, franchi et gagliardi ogni uno di loro quanto fosse Hettorre, ma devoti a Dio et suoi santi come romiti o religiosi, et in grande astinenza, et non pajono huomini in nessuno loro atto, ma spiriti angelici. Lui (cioè il Re Sigismondo) con tutti li suoi, è sempre in capelli, et tutti portano ghirlanda di fiori et d’erba; et spesse volte questo nobil principe, andando per la terra et pigliando per mano le nostre giovane, si ha cavato la ghirlanda di capo et donatala loro, et cosi ne sono state donate a lui per le giovane, pur di fiori et non d’altra maniera. Io ben credo, che ancora che sia antico (aveva allora sessantasei anni) si arricordi del buon tempo, et cosi gli giovi pigliarsi piacere; che mai non si vide il più allegro huomo, nè il più piacevole”. (28) Dopo avere tranquillamente ammirato i monumenti di Roma con la guida di Ciriaco di Ancona, Sigismondo per la via di Todi, Perugia e Ferrara, se ne ritornò ai suoi paesi, in arnese di poco più che modesto viaggiatore, senza gloria, ma almeno senza avere recato molestie all’Italia.

Anche Alfonso Re di Aragona e di Sicilia passò da Pontremoli il 3 dicembre 1435, diretto a Portovenere ad aspettare il fratello Don Pietro colle sue galere, quando da Filippo Maria Visconti fu rimesso in libertà, dopo la sconfitta di Ponza, nella guerra di successione al regno di Napoli.

Filippo Maria si mostrò subito cortese e deferente alle richieste dei Pontremolesi. Consenti che il Comune si avesse a governare e mantenere come si reggeva a tempo del padre e dell’avo suo; sistemò diversi altri importanti interessi riguardanti tasse e tributi; e fece anche nuove concessioni, i capitoli delle quali, già pubblicati dall’ Osio, sono dall’ A. riprodotti in Appendice al Cap. IX, insieme a quelli accordati più tardi da Francesco Sforza. Per altro, pochi anni dopo (1436-37) Pontremoli e la Lunigiana furono di nuovo sconvolte dalla guerra che il Duca di Milano, istigato dai fuorusciti fiorentini, riprese contro Firenze per mezzo del Piccinino. Ma allora era Capitano generale dei Fiorentini il conte Francesco Sforza, che mosse contro il Piccinino, e lo batté a Barga, costringendolo a ritirarsi quasi rotto in Lunigiana. Si fermò per poco tempo in Pontremoli, ma essendo logore le sue genti se ne andò nel Parmigiano. Dietro a lui, mosse l’esercito verso la Lunigiana, nell’aprile 1437, anche lo Sforza, per recuperare, come infatti recuperò, Sarzana, Avenza e diverse altre terre, o genovesi o fiorentine, occupate dal Piccinino; e si spinse fino a Pontremoli: istigato dai Fieschi e da diversi fuorusciti; ma trovata la terra ben fornita di genti e di vettovaglie dal Piccinino, dopo esservi stato accampato per poco tempo, ritornò indietro.

Il disordine ch’ era in quel momento nella parte di Lunigiana che fa capo a Pontremoli, e la vita infelice di quelle popolazioni non si possono descrivere; ma, per farsene un’ idea bisogna leggerle nelle cronache del tempo. Giovanni Antonio Faie di Malgrate, testimone oculare, racconta con verità e vivezza, e con molti particolari, i fatti, del “magnifico chapitagno Nicolo Pecenino, venuto in Lunexana a petizione del Ducha di Milano, chiamato Felipo Maria, fiero dragho, che regnava in su la tera, e la fin sua fu cattiva”. E in una cronachetta lunigianese, anonima ed inedita, scritta nel Secolo XVI, si legge il seguente brano, relativo a fatti avvenuti appunto nell’epoca di cui ci occupiamo, e che è opportuno di riportare: “Filattiera è stata sempre guelfa, havendo il braccio della Signoria di Firenze, ed era nella Lunigiana de’ guelfi capo. Mulazzo e Villafranca erano l’altro capo, ed avevano il braccio del Duca di Milano, (29) tra i quali Duchi ed i Fiorentini erano grandissime discordie, talmente che in queste parti durò guerra più di sessant’anni, ed in essi sessant’anni non vi fu mai pace, ma tregue ora di un anno, ora di sei mesi, ora d’otto. In una di esse tregue, sotto fede e con astuzia, furono presi venti nomini delli più facoltosi di Filattiera appresso a quel luogo un mezzo miglio. Per il riscatto dei quali quelli di Filattiera volsero dare cinquanta prigioni della parte contraria e rendergli Groppoli, che quindici anni avanti quelli di Filattiera avevano preso, e tenuto sempre per forza. Ma non fu possibile riaverli insino a tanto che quelli di Filattiera non pagarono molte migliaja di scudi e restituirno Groppoli. E cosi fu fatta una mezza pace. Ma ricordandosi quelli di Filattiera che, sotto fede, erano stati presi, e che nella prigionia avevano patito molti disaggi et tormenti, ordirono alla parte contraria un stratagemma tale, che n’ ammazzorno grandissimo numero e li diedero la caccia da Serravalle e da Dubbiana (che erano andati ad abbrugiare come in effetto ambidui quei luoghi abbrugiorno) sino alle porte di Mulazzo e di Villafranca; e se havessero voluto, prendevano essi luoghi, ma non li presero, perchè stimorno che non vi fussero se non donne e ragazzi. Quando giunsero a Mulazzo, non vedevano, per essere di notte, più gente da corrervi dietro, perchè o erano stati uccisi, o erano fugiti, o si erano nascosti: ed erano sopra a centocinquanta fra a piedi et cavallo. Al ponte di S. Maddalena alla Cravia fecero ua poco di testa, per dividersi in due parti per soccorrere Mulazzo e Villafranca, non sapendo l’orditura, ed in due parti li messero in fuga: e sotto esso ponte, la mattina, si trovarono cinquanta morti di quelli di Filattiera. Per questo il Duca di Milano mandò a stare a Villafranca un suo capitano sviscerato, Bartolomeo da Rimini; quale un giorno, andando a Pontremoli per il vetricaio di Filattiera, che in quel tempo era molto grande, fu all’ improvviso morto da alcuni di Filattiera, ancorchè havesse ricevuto servizii grandissimi. Per tale morte il Duca di Milano mando Niccolò Piccinino con molte migliaja di soldati a piedi ed a cavallo a Filattiera e gli accampò in tre luoghi, alla Pieve, al Rio, ed in Prattoli, dove stettero più d’un mese, e finalmente la prese. >>

Filippo Maria (quel fiero dragho, come lo chiamò il Faie) ebbe una sola figlia, ma illegittima, Bianca Maria, partoritagli da Agnese del Maino, sua amante, il 17 marzo 1424. Quando essa era in età di otto anni, la promesse in sposa con atto regolare e solenne di sponsali, al Conte Francesco Sforza, coll’ intendimento di legare a se quel gran capitano. Ma il carattere inconcepibile (così lo qualificò un illustre scrittore) di Filippo Maria non si prese mai con quello generoso e cavalleresco dello Sforza, per cui cercò più volte di mandare a monte il parentado. Lo Sforza per altro non consenti mai di sciogliere la promessa solenne; e finalmente il matrimonio ebbe luogo il 25 ottobre 1441. In questa occasione il Duca Filippo Maria infeudò allo Sforza, a titolo di dote, Cremona e Pontremoli; la qual concessione fu poi riconosciuta e sanzionata nella pace fatta fra gli stati della lega e il Visconti.

Nelle rivalità tra Filippo Maria e Francesco Sforza, Pontremoli ebbe a soffrire, nel 1446, i danni d’ una scorreria fatta da Luigi Sanseverino e Pier Maria Rossi, i quali, per incarico di Filippo, tentarono inutilmente di cacciarne lo Sforza. Ma le rivalità durarono poco, perchè un anno dopo, il 13 agosto 1447, mori Filippo Maria; e dopo un breve contrasto, lo Sforza fu proclamato Duca di Milano. Sotto il suo governo, e finchè non cominciò quel lungo periodo d’ immensi guai per l’ Italia provocato dalla sfrenata ambizione di Lodovico il Moro, i Pontremolesi goderono sufficiente tranquillità che loro permise di occuparsi di opere di pace a vantaggio del paese; e il 10 marzo 1471 ebbero anche agio di ammirare la magnificenza del loro Signore, Galeazzo Maria, allorchè, recandosi egli a Firenze, fece breve sosta in Pontremoli, insieme alla moglie Bona di Savoia e a quel numeroso e ricco corteggio che destò le universali meraviglie. Vennero bensì i brutti giorni allorchè il Moro, pro-fittando del momento in cui Genova si era sottratta al dominio del Ducato di Milano. durante la guerra mossa da Sisto IV alla Repubblica di Firenze, si uni a Roberto Sanseverino, Capitano delle milizie genovesi, nell’ invadere la Lunigiana ai danni del Duca di Milano. Pontremoli fu allora per qualche tempo assediata, ma inutilmente, perchè Guido di Pier Maria Rossi, inviatovi con molti fanti e con pieni poteri dalla Reggenza di Milano, seppe bene approvvisionarla e difenderla. Questo ed altri avvenimenti, interessanti non solo Pontremoli, ma anche la Lunigiana, narra l’ A. con larghe particolarità, nel Capitolo XI, mentre nei due Capitoli successivi, XII e XIII, ultimi dell’ opera, espone le dolorose vicende della venuta di Carlo VIII, che, per Pontremoli, finirono con la desolazione di un incendio generale della Terra.

Il 18 di ottobre del 1494 giunse il Re a Piacenza. Di li spinse innanzi un corpo di avanguardia agli ordini di Gilberto di Borbone, Conte di Montpensier, che arrivò a Pontremoli il 20, e proseguì subito per Sarzana. Pontremoli fu rispettata perchè era cosa del Duca di Milano, ma nel resto della valle della Magra il Montpensier trattò da nemici tutti i Malaspina alleati con Firenze, e fece addirittura scempio delle terre e dei castelli dei fiorentini. Quasi tutti furono saccheggiati, in molti uccisi anche gli abitanti senza riguardo a donne e a fanciulli; ed ovunque i Francesi si trascinavano dietro, legati colle funi, i paesani in voce di ricchi, perchè ricomprassero a peso d’oro la libertà. Nei paesi che non trattavano da nemici, spadroneggiavano da prepotenti, come fecero a Pisa, secondo che racconta un cronista: Svizzeri e tutte le gente appiè e a cavallo intravano per le case per forza, e volieno alloggiare a discrezione loro, senza pagare; ed entravano ne’ nostri letti e in nostre camere; e bisognava aver pasiensia >. Dopo otto giorni, cioè il 28 ottobre arrivò Carlo a Pontremoli con 7800 cavalieri “e molte donne meretrice franzesi, et oltra di questo, assai persone inutile. Una parte dell’ esercito, con tutta l’ artiglieria grossa, era andata per mare alla Spezia; e tutto insieme costituiva, a giudizio del Guicciardini, un esercito formidabile, non per il numero, ma per l’ agilità della fanteria che ne era il nerbo principale, e per l’artiglieria meglio istruita ed armata di quella italiana. Il giorno seguente (mercoledì), alla mattina visitò Carlo il Santuario della Annunziata, presso Pontremoli, e proseguì, andando la sera a dormire all’Aulla; e di Iì a Sarzana, ove seppe ben sfruttare la viltà di Piero de’ Medici. A Pontremoli intanto avvenne, nel giorno ultimo di ottobre, un fatto che fu causa di funeste conseguenze nell’ anno futuro. La retroguardia dell’esercito, composta di mille svizzeri, insolentì alcune donne della campagna ch’ eran venute a vender frutta; sgridati costoro da alcuni deputati del Comune e dal nipote di un certo capitano di cavalli, côrso, che ivi era di presidio per il Duca di Milano, si rivoltarono, e sguainate le spade, uccisero il detto corso. Il popolo, allora, gridando all’ armi, attacco cogli svizzeri una fiera zuffa, nella quale presero parte anche le donne, gettando sassi e tegole dalle finestre e dai tetti. L’intervento degli ufficiali, Galeazzo Sanseverino e Lodovico di Lucemburgo, riuscì a quietare il rumore; ma degli Svizzeri, 18 furono morti e molti feriti.

Il Moro che, appunto in quei giorni, per la morte del nipote Gio Galeazzo, era corso a Milano a cingere la corona ducale, ridiscese subito in Lunigiana, fermandosi qualche giorno prima a Villafranca e poi a Fosdinovo, e visitando spesso il Re ch’era accampato presso Sarzana. Lo scopo di queste sue visite era di stimolare e spingere il Re a espugnare Sarzana e ad impadronirsi di Pietrasanta, terre un tempo dei Genovesi, e appunto per questo agognate da lui, divenuto Signore anche di Genova. Il Re ripetutamente gliele aveva promesse; ora all’atto di mantenere la parola, gliela negò; e il Mого пе rimase talmente scontento, che separatosi da lui, più non si rividero; cosa che non restò punto nascosta, ma corse sulla bocca di tutti (30).

Il Re Carlo proseguì la sua strada; e, dopo essere stato rimesso al dovere dai fiorentini colle celebri parole di Pier Capponi, che furono, come osserva giustamente l’A., il solo bell’ atto di quella guerra, compiè presto e facilmente la sua impresa, entrando in Napoli il 21 febbraio 1495. Ma formatasi la lega contro di lui, non gli rimase altro scampo che tornare in Francia. Il 30 maggio parti infatti da Napoli; il 20 giugno era a Pisa, il 23 a Lucca e il 26 a Sarzana, lasciando ovunque, o più o meno, i segni dell’ insolenza e ferocia dei suoi soldati. A Massa incendiarono il borgo del Ponte, il Mirteto e altre ville, e poco ci corse che anche Serzana non subisse la stessa sorte.

Intanto l’avanguardia dell’esercito regio, comandata dal Maresciallo di Giè, che era accompagnato da Gian Giacomo Trivulzio, si avanzava verso Pontremoli, e il Marchese Antonio Malaspina di Lusuolo scriveva dall’Aulla il 22 giugno al Conte Gio. Carlo Anguissola Commissario Ducale di Pontremoli “Dicono che la Majestà del Re viene per la via de Pontremoli. Li Alamanni si dice che hanno voluntate di mal tractare quel loco, ma il Re li ha comandato, secondo mi ha detto uno di quelli Fregosi, pena la forcha, che niune li faccia altro “. (31) I Pontremolesi, naturalmente, s’ impaurirono, e molti pensarono a mettere al sicuro le loro persone e sostanze, ritirandosi per le ville della montagna. La guarnigione, composta di trecento fanti, mostrò di volere far resistenza ed impedire il passaggio; “ ma il Trivulzio promise, a nome del Re, che niun soldato entrerebbe in Pontremoli, eccettuati alcuni fanti suoi proprj che occuperebbero il castello e le torri in iscambio della guarnigione che v’ era, la qual dovea essere subito licenziata, e che sarebbero a tutto rigore rispettati i beni, la vita e l’onore dei cittadini. I Pontremolesi, confortati da queste assicurazioni, dieder congedo al presidio del forte, nel quale introdussero le genti del Trivulzio e le cose loro più preziose, e si diedero a conversare familiarmente colle milizie attendate fuori della terra “(32) .Vane promesse e vana fiducia! perchè gli Svizzeri entrerono in Pontremoli, e subito messero a fuoco e fiamme la terra, con opera barbara e nefasta che durò tre giorni; e inebriati di quella feroce baldoria, si ribellarono anche al Trivulzio, assediando il castello del Piagnaro, ov’ erano le sue genti; assedio che non ebbe seguito e conseguenze per l’avvicinarsi del Re.

Il Comines, che era insieme con Carlo VIII: ci lasciò la più bella e particolareggiata descrizione di questi fatti; e, fra le altre cose, scrisse: “La ville di Pontremoli et le chasteau estoient assez bons et en fort pais. S’il y cust bon et grand nombre des gens, elle n’eust point estè prise: mais il sembloit bien, qu’ il fust vray ce que frère Hieronyme (Savonarola) m’avoit dit, que Dieu le conduirot par la main jusques à ce qu’il fust en sûreté: car il sembloit que ses ennemis fussent aveugles et abestis qu’ils ne deffendoient ce pas”. Se l’esercito della lega, comandato da Francesco Gonzaga, Marchese di Mantova, invece di aspettare il Re in Lombardia, per lasciagli poi il passo, sebbene con molto contrasto, a Fornovo, avesse seriamente difesa la posizione di Pontremoli, l’esercito francese si sarebbe trovato a ben brutto partito, come confessò lo stesso Comines, che attribuì quasi a miracolo la sua uscita dalle strette dell’ Appennino Pontremolese. Carlo VIII, dice giustamente l’ A., voleva passare, e passò sua dunque è la vittoria. Nè importa che il Gonzaga facesse inalzare una chiesa a Mantova e dal pennello di Andrea Mantegna si facesse dipingere inginocchiato à piedi della Madonna nell’ atto di ringraziarla degli allori sognati e neppure che facesse coniare, a sue spese, da Sperandio una medaglia commemorante la disfatta, col motto: OB. RESTITUTAM. ITALIAE LIBERTATEM.  La pala del Mantegna è al Museo del Louvre, per sua vergogna; e nella incapacità di questo condottiero, che alla testa d’un esercito, il doppio e più di quello nemico, non seppe sbarrare ai Francesi il passo e farli a pezzi o prigioni; in questo vanaglorioso, che muta le sconfitte in vittorie, hanno radice i mali tutti che per tanti secoli afflissero, straziarono e flagellarono l’ Italia, corsa come un campo abbandonato, dagli stranieri >.

Il Re intanto era giunto a Villafranca, e di lì, la mattina del 30 giugno, dopo avere udita la messa (chè questa fu la sua abitudine costante prima di mettersi in marcia) si diresse a Pontremoli, ma non potè trovarvi alloggio, essendo ancora fumanti le rovine prodotte dall’incendio; e perciò dopo aver desinato al monastero della SS. Annunziata, prosegui per il villaggio di Mignegno. situato un miglio al di là di Pontremoli al principio della salita dell’ Appennino. Ivi si trovò di fronte alia difficoltà di far passare la montagna all’ artiglieria; difficoltà così grande, per l’asprezza dei luoghi e la mancanza di strade, che fu anche discorso di rompere i pezzi per procedere con maggior speditezza. Ma gli Svizzeri che temevano l’ira del Re per il grave fallo commesso, si offersero ad eseguire essi stessi la faticosa operazione, a patto che il Re perdonasse loro, come infatti fece. È meraviglioso leggere nel Comines e negli altri scrittori il racconto delle fatiche a cui si sobbarcarono quelli uomini, che a cento e due cento alla volta, accoppiati due per due, con lunghe funi trascinarono per erte appena praticabili tutto quel pesantissimo materiale, animati dall’ esempio dello stesso loro Comandante Mons. De la Tremouille primo Ciambellano e Cavaliere dell’ Ordine del Re, il quale, dicono i detti scrittori, ne acquistò onore grandissimo. Così la rovina e i lutti di Pontremoli servirono al Re per uscire più facilmente dall’ imbarazzo. Morto Carlo VIII nel 7 aprile 1498, gli successe Luigi XII, il quale ai titoli di Re di Francia, di Sicilia e di Gerusalemme aggiunse pur quello di Duca di Milano, e d’accordo coi Veneziani e col Papa mosse subito guerra allo Sforza, che il 6 settembre del 1499 fu cacciato da Milano. Tentò lo Storza di ricuperare lo Stato, ma riuscì invece a cadere prigioniero nelle mani dei Francesi il 10 aprile 1500.  Sotto la Francia passò allora Pontremoli, che seguiva le sorti del Ducato di Milano; e le sue peripezie durante il periodo di lotta che allora s’impegnò tra Francia ed Impero furono lunghe e disgraziate. Ne abbiamo dato un brevissimo cenno in principio, nè qui aggiungiamo altro, perchè l’A. chiude la sua narrazione coi fatti delI incendio.

Ma se qui ha fine la narrazione delle vicende di Pontremoli nel Medio Evo, non termina la illustrazione larghissima che l’A. ha voluto fare al suo soggetto. Anzi, a questo proposito, non vogliamo tacere che a qualche critico sofistico potrà forse sembrare che le copiose note ai vari capitoli, le appendici ad alcuni di essi, e quelle che fan seguito all’ opera, le quali, tutti insieme triplicano o quadruplicano il volume della narrazione, siano un corredo soverchio alla narrazione stessa, che distrae troppo spesso il lettore, chiamandolo ad ogni momento al riscontro delle fonti, all’ esame dei documenti, a conoscere le opinioni conformi o contrarie dei diversi scrittori, e anche a trattenerlo sui fatti di tempi posteriori. Noi per altro non ci uniremo a questi critici. In argomenti storici, specialmente se svolti, come questo, con creazione quasi nuova, non si può inventare; il lavoro che viene presentato è frutto di minute ricerche, di esame e raffronto di documenti, di critica sulle diverse narrazioni e sulle opinioni degli scrittori precedenti: quindi è ben giusto che un coscienzoso autore giustifichi ampiamente l’opera sua. Questa è la scuola seguita sempre dallo Sforza in tutti i suoi lavori, che sono pregevoli appunto perchè non rinviano mai scontento chi si appresta a consultarli. Il lettore che non ha agio o pazienza di fermarsi su molte particolarità, passi pure oltre alle Appendici dei Capitoli IV, VIII, IX e XIII; ma al lettore studioso sarà sempre grato di trovare in esse, i documenti estratti dall’ Archivio di Stato di Torino, riguardanti le relazioni dello Imperatore Arrigo VII con la Lunigiana; quelli, inediti, relativi alla dominazione dei Fieschi su Pontremoli nel Secolo XV; i Capitoli accordati ai Pontremolesi da Filippo Maria Visconti e da Francesco Sforza; e finalmente i racconti di diversi scrittori contemporanei sul secondo passaggio di Carlo VIII da Pontremoli.

Delle tre prime Appendici all’ opera, abbiamo già avuto occasione di render conto. La quarta riguarda la relazione di Carlo d’ Angiò coi Pontremolesi, in un brevissimo periodo nel quale affidò la custodia di Pontremoli ai Fieschi, occupando colle sue truppe la Terra.

Importante è l’Appendice V, che ha per titolo: La vita a Pontremoli  nel Medio Evo. Sarebbe difficile riassumere quanto l’ A., con la scorta degli Statuti, delle Cronache locali e di altri scrittori vi tratta largamente sull’ antico ordinamento municipale, sui rapporti fra la popolazione del Borgo e quella della campagna, sulle leggi civili e criminali, sugli usi e consuetudini locali, sul regime delle famiglie, sui rapporti di commercio e d’industria con altre provincie, e finalmente sulle persone che in diversi uffici e in varie discipline divennero illustri o notevoli anche fuori di Pontremoli. Solo diremo, in generale, che Pontremoli si governava come gli altri Comuni medioevali. I Consoli, il Capitano del Popolo, il Podestà erano le magistrature allora in uso dovunque, e che pur si trovano ricordate in Pontremoli. Vi era una nobiltà (milites) che formava un corpo da se, trovandosi che nel 1202 Gualtiero, Vescovo di Luni, fece pace coi Malaspina, e giurarono per lui, tra gli altri, anche populus et milites de Pontremulo. Gli esercenti le arti erano disciplinati sotto l’arte principale dei Mercanti, della quale sono ricordati i Consoli sino dal 1284. Un Consiglio Generale rappresentava il Comune, e nel suo seno si eleggevano i Dieci Savi o Sapienti che soprintendevano a tutte le spese pubbliche, il Massaro o Tesoriere, il Sindaco che rivedeva l’amministrazione del Podestà, e i Consoli particolari incaricati di vigilare sui diversi servizi del Comune. Quando poi si doveva risolvere qualche affare di grande importanza, si convocavano tutti i capi di famiglia alicujus conditionis et gradus, e tale adunanza si chiamava Parlamento.

Il Consiglio generale si componeva di ottanta persone, quaranta del Borgo e quaranta delle ville; ma più anticamente gli abitanti delle ville (rurales) erano esclusi da ogni rappresentanza. Benchè, scrive l’ A. Pontremoli non abbia ottenuto il titolo di città che nel Secolo XVIII, e altro non fosse che una terra murata, appena divenne Comune autonomo, si atteggiò subito a città e dall’ alto delle sue torri guardava i campagnoli (rurales) come un popolo vinto, escludendolo quindi da ogni benefizio e ingerenza di governo; fatto che durò a Pontremoli, come negli altri Comuni liberi d’Italia, finchè il potere non venne in mano del popolo minuto. Fu soltanto per opera del Cardinale Luca Fieschi, e di Ottobono e Carlo, suoi fratelli, Signori di Pontremoli, che i rurali poterono ottenere di essere ammessi, circa al 1314, a far parte del Consiglio, ma con semplice voce consultiva; e così durarono un pezzo. Di qui ne nacquero odii, discordie e anche conflitti, come avvenne nella rivolta della campagna, allorchè era Governatore di Pontremoli Fabrizio Maramaldo.

Non meno importante è anche l’ ultima Appendice, col titolo: La Chiesa e il Convento della SS. Annunziata presso Pontremoli, che forma una completa monografia storica e artistica di quel monumento sorto sul cadere del Secolo XV. Finora non si conoscevano gli artefici che vi lavorarono, essendo andate disperse le carte del Convento, dalle quali potevansi attingere notizie: ma l’ A., rovistando nell’ Archivio notarile di Pontremoli, riuscì a trovarvi i vecchi libri delle entrate e spese relative alla costruzione. Tutto l’ insieme di questo monumento è interessante: la Chiesa attuale che fu inalzata ingrandendo e prolungando un’ altra chiesa che ivi sorgeva, è grandiosa ed ardita, e cresce in maestà per la elevatezza del presbiterio e del coro, a cui si accede mediante una gradinata in macigno composta di 14 scalini; ma è priva di mosse e decorazioni architettoniche che rivelino il genio di un grande maestro. Lo stesso dicasi dei due chiostri del Convento, semplici, proporzionati, armoniosi, ma non splendidi di elegante finezza. É un monumento insomma che piace, che richiama la mente e l’animo ai buoni tempi dell’ arte, ed è tanto più pregevole in quanto rivela l’ abilità, I’ arditezza, il sentimento, il gusto e tutte le altre egregie qualità proprie, nei tempi del rinascimento, anche agli artisti secondari, i quali, in sostanza non erano che capimaestri muratori.

Ed infatti in quella chiesa lavorò per primo un maestro Biagio da Firenze, magister Blasius florentinus, designato col modesto titolo di murator, del quale è memoria dal 13 agosto 1474 all’ aprile 1475. Esso aveva fra i suoi dipendenti un fratello chiamato Clemente. A lui successe maestro Martino da Lugano, che da tempo viveva in Pontremoli e aveva costruito la rocca di Borgotaro per Obbietto de’ Fieschi (33). Esso condusse a fine il lavoro: suo è il coro; suo il campanile; sue le sette cappelle minori e quella maggiore; suo il convento col primo e secondo chiostro, la foresteria, il capitolo e il refettorio. Fra gli artisti minori che lavoravano a far colonne, stipiti, archi e cornicioni, i più sono lombardi, e fra questi, un magister Facobus comascus habitator Pontremuli che è chiamato anche magister Jacobus de Lugano, un maestro Bogino del quale non è indicata la patria; un maestro Martino de Zara e un maestro Giovanni de Bissono.

Due altre questioni risolve l’ A. riguardo a questo monumento; quella relativa alla facciata della Chiesa, e l’ altra ad un tempietto ottagono, di marmo, che sorge nel mezzo della Chiesa stessa. In mancanza di altre notizie, si era fantasticato, con evidenti anacronismi, che della facciata avesse dato il di segno Giulio Romano, e del tempietto fossero autori o Matteo Civitali, che nella Cattedrale di Lucca eresse l’ altro bellissimo tempietto del Volto Santo, o Jacopo Sansovino. Ma l’ A. prova che la facciata fu opera di Giovanni da Lugano, e con seri argomenti, che il tempietto deve ritenersi costruito da Niccolò Civitali, figlio del predetto Matteo. Potrà forse rincrescere a qualcuno che siano messi in bando, nella storia di questo monumento, alcuni nomi illustri di artefici di primo ordine; ma, la verità prima di tutto; e poi, il monumento resta sempre insigne in se stesso, e come testimonianza del valore artistico dei tempi in cui fu costruito.

Pietro Bologna, La Storia di Pontremoli, la Spezia, Tip. Di Francesco Zappa, 1904

  1.  Pontremoli – portò anche il nome di Borgo, trovandosi infatti nei documenti che i suoi abitanti venivano qualificati come « burgentes Pontremuli
  2. STAFFETTI LUIGI. Tresana e l’ ultimo de’ suoi Marchesi Malaspina, in Giornale Storico e letterario della Liguria, anno IV, pag. 287.
  3. Cfr. BOLOGNA PIETRO, Il Possesso h Pontremoli nome del Granduca di Toscana Ferdinando dal Senatore fiorentino Alessandro Vettori nel 1650, Firenze, Carnesecchi; 1900.
  4. VILLANI GIOV., Lib. 2, Cap. 3.
  5. Ediz. di Firenze del 1777, da pag. 21 1 a pag.410
  6. L’Avv. Niccolò Maria Bologna nacque il 30 gennaio 1698 dall’Avv. Gio. Pietro e da Delia Maracchi, e mori in età ottuagenaria. Fu Pro Vicario maggiore generale per il Granduca di Toscana in Pontremoli, sua giurisdizione e feudi. marchionali. I Marchesi Malaspina lo adoperarono per compilare nel 1760 lo Statuto di Madrignano  e nel 1774 quello di Suvero.
  7.  Cfr. Atti e Memorie della R. Dep. di stor. Pat. per le Prov. Modenesi Ser IV  sol. X, p, 416 sgg.
  8. Nota 2, a pag. 81 e segg.
  9.  Nota 8, da pag. 101 a pag. 122.
  10.  SFORZA, Fabrizio Maramaldo governatore Pontremoli,- in A rch,Stor.  per le Prorincie Parmensi, vol. IV, p. 52,
  11. Appendice, II, p. 596 sego.
  12. Viaggi per la Toscana, cit. X, 232-236
  13. II 354-355
  14. Cfr. CIMATI CAMILLo. Pontremoli e I’ invasione francese del  1799. Quattro documenti storici. Pontremoli, Rossetti, r 893.
  15. L’ A. riporta questa lettera nella Appendice I. a pag. 591 del voi. II, Vi fa una lunga nota, correggendo in parte e completando la illustrazione fattane dal Prof. Guaitoli, che la pubblicò per nozze a Carpi nel 1891. Dà notizie della famiglia del Marchese Camillo Canossa al quale era diretta, e di Angelo Anziani, fra le carte del quale fu trovata.
  16. In Targioni, Viaggi, XI, 222
  17. E la III, va dalla pag. 610 alla pag. 653 del Vol. II.
  18.  PERTILE, Storia del Diritto romano, 1, 78.
  19. GREGOROVIUS, Storia di Roma, IV, 672.
  20. CAPPONI, Stor. della Repub. fior, 1, 131.
  21. CARMIGNANI. Dissertazione sulla Monarchia di Dante. Livorno, 1844-22
  22. SFORZA. Castruccio Castracani degli Antelminelli in Lunigiana. Ricerche storiche. Modena, Vincenzi, 1891.
  23. Quasi tutti i genealogisti della famiglia Malaspina assegnano il Vescovo Gherardino al ramo di Filattiera, come nato da Alberto di Opizzone e da Fiesca di Niccoló Fieschi Conte di Lavagna: ma l’ A. asserisce che non si trova documento comprovante di chi sia figliuolo ed a qual ramo appartenga. Fuggito dalla sua Sede, si rifugiò a Fucecchio, ch’ era divenuto asilo dei guelfi; e più tardi si trasferì a Firenze, ove mori nel 1321 nel Convento di S. Jacopo d’ Oltrarno.
  24. Lodovico il Bavaro era passato da Pontremoli, anche il 1. di settembre 1327, allorchè di Lombardia scese in Toscana. Vi fu allora ricevuto da Castruccio con grande onore, e poi accompagnato ed aiutato validamente nella espugnazione di Pisa. In benemerenza appunto di questi servigi, il Bavaro nominò Castruccio Gonfaloniere dell’ Impero e Duca di Lucca, Pistoia, Volterra e Luni.
  25. Cronaca, XI, 56.
  26. Villani Matteo Cronaca lib. V. cap. 81.
  27. MURATORI, Annali, Ad an. 1403.
  28. BONGI. Lettera di B. Martini su la venuta in Lucca di Sigismondo Re dei Romani. Lucca, Canovetti, 1871
  29. Filattiera, Mulazzo e Villafranca distano 4 1/2, 6, e 9 miglia, rispettivamente, da Pontremoli. Erano tutti feudi dei Malaspina, ma i Marchesi di Filattiera stavano in accomandigia della repubblica fiorentina, mentre quelli di Mulazzo e Villafranca parteggiavano per il Duca di Milano. Di qui le ostilità fra le popolazioni.
  30. Il Moro cominciò sin d’allora a pentirsi della fiducia riposta nello straniero; e tanto più avrà dovuto pentirsene nei dieci anni di prigionia nel castello di Loches ove miseramente mori dimenticato da tutti. La sentenza dei posteri su lui, fu pronunziata dal nostro Niccolini: Sia in suol straniero un’ obliata polve chi chiamò lo straniero.
  31. ROSMINI. Dell istoria intorno alle militari imprese e alla vita di Gian Jacopo Trivulzio, II. 217
  32. ROSMINI, Op. cit., I, 243-
  33. Il Fieschi non fini di pagare Martino per questo lavoro, per cui egli rimase in grande povertà; e nel 1467 la Comunità di Pontremoli lo raccomandò alla Duchessa Bianca Maria Sforza. Nella lettera scritta a questo scopo, che si conserva a Milano nel R. Archivio di Stato, la Comunità qualifica Martino come magistro muratore nostro conterraneo.

L’immagine di introduzione alla pagina è stata tratta dalla pagina Facebook di Andrea Marchi

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