L’OPERA RIFORMATRICE DEL SEGRETARIO DELLA PRATICA SEGRETA PER GLI AFFARI DI PISTOIA E PONTREMOLI GIUSEPPE BENCIVENNI PELLI E “L’ALLIVELLAZIONE IN PICCOLI LOTTI DELLE TERRE COMUNALI DEL PONTREMOLESE E L’ABOLIZIONE DEGLI USI CIVICI”

Giuseppe Bencivenni Pelli nacque a Firenze nel 1729 e studiò legge a Pisa.

Entrò nell’amministrazione granducale toscana al tempo della Reggenza e vi fece carriera: prima semplice addetto alla Segreteria di Stato, poi segretario nella pratica segreta per gli affari di Pistoia e di Pontremoli (1), dal 1761 membro del Magistrato dei nove conservatori della giurisdizione e del dominio fiorentino. Nel 1775, disciolta questa magistratura, gli fu affidata la direzione della Galleria di Firenze che tenne fino al 1793, quando passò alla direzione dell’Ufficio delle gabelle e dei contratti, dalla quale fu giubilato dopo l’occupazione francese del granducato nel 1799.

La sua lunga carriera amministrativa – nel 1763 fu anche revisore alle stampe e negli anni tra il 1764 e il 1766 fece parte di varie deputazioni incaricate di provvedere all’annona e all’assistenza pubblica – non comportò mai un impegno eccedente la normale prassi burocratica e si svolse quietamente all’ombra del paternalismo leopoldino, lasciandogli ampio margine per attendere alla sua più vera vocazione di uomo di lettere.

Animato da un interesse erudito che si allargava alla consueta curiosità per l’antiquaria e le arti, fece il suo ingresso nella repubblica letteraria con un tentativo di biografia dantesca (2) che gli valse la considerazione dei dotti, dal Lami al Tiraboschi: una iniziativa alla quale continuò ad attendere per tutto il corso della sua lunga vita fino all’edizione postuma uscita a Prato nel 1823, che aveva la sua principale motivazione in un ovvio patriottismo di provinciale. Alla stessa ambizione di illustrare le glorie del “natio loco” si riconduce il suo Elogio di Giovanni da Verrazzano scopritore della Nuova Francia nel secolo XVI (Firenze 1769), e la collaborazione alla raccolta degli Elogi degli uomini illustri della Toscana (Lucca 1771-1773), curata da M. Lastri, per la quale stese una cinquantina di articoli relativi ad artisti, letterati e politici fiorentini. Un impegno più intenzionalmente letterario ispira invece i Nuovi dialoghi dei morti, con l’aggiunta di tre altri dialoghi tradotti dal francese, del 1770, pubblicati anonimi, che riecheggiano, sul filo di una riflessione oziosamente moralistica, i Dialogues des morts del Fénelon: i protagonisti, evocati dalla storia e dalla cronaca e accostati con impavida disinvoltura (3), sermoneggiano sui grandi problemi della politica e della morale.

Una migliore riuscita ebbe il ritorno del Bencivenni a un lavoro di impianto erudito, suggerito dalla sua carica di direttore della Galleria di Firenze. II Saggio istorico della Real Galleria di Firenze (4), tenta una storia delle collezioni d’arte conservate nella galleria fiorentina, la descrizione e classificazione dei pezzi, la loro attribuzione e datazione. Comprende anche il catalogo delle gemme intagliate e dei disegni, delle medaglie e delle monete. Di interesse erudito sono ancora una Difesa di Amerigo Vespucci e due memorie sulla storia medioevale di Firenze: Epoche di storia fiorentina fino al 1292 e Lettera al signor Luigi Targioni (5).

Nel complesso tale attività pubblicistica rinvia inequivocabilmente alla vecchia tradizione culturale italiana, retorica e municipale, che aveva la sua più vera espressione nel passatempo erudito e nella rimeria accademica. Un cosiffatto personaggio si trovò a vivere tuttavia nella Firenze leopoldina, in un ambiente dominato dal problema delle riforme, nel quale era difficile sottrarsi al richiamo della grande sirena del secolo: la philosophie. A questa tentazione lo esponeva del resto ampiamente quella massiccia vena moralistica che, al fondo della sua vocazione letteraria, poteva trovare in chiave umanitaria un facile punto di raccordo con la cultura illuministica. Non a caso la prima apertura in questa direzione fu segnata dalla pubblicazione dell’opera Dei delitti e delle pene che accese il Bencivenni di grande entusiasmo.

II 24 marzo 1766 egli scrisse al Beccaria per tributargli la lode di “tutti quelli che amano l’umanità”. Ne ebbe in risposta una lettera di ringraziamento alla quale egli replicò con una nuova lettera traboccante di ammirazione, ma insulsa e generica come la prima. Era una corrispondenza che non poteva durare e non tanto per la ben nota pigrizia dello scrittore lombardo quanto per la palese insufficienza del toscano. In effetti anche una terza lettera del 19 maggio 1767 (6), che accompagnava la traduzione di un libretto del Bertrand e cioè il Saggio nel quale si esamina quale debba essere la legislazione per incoraggiare l’agricoltura… del 1767, con note e prefazione sue, restò senza risposta e concluse definitivamente ogni rapporto con il Beccaria. Il Bencivenni vi si dichiarava lettore appassionato del Caffè, delle opere dei fratelli Verri e di Francesco Dalmazzo Vasco, lamentava la scarsa rispondenza degli ambienti toscani all’impulso illuministico proveniente da Milano e concludeva con l’auspicio, certamente non peregrino, di un sodalizio dei “più grandi geni”, “tutti uniti nello stesso luogo a faticare per una nuova Enciclopedia”. La modesta levatura intellettuale del corrispondente fiorentino non dovette sfuggire al Beccaria, come non sfuggi ad Alessandro Verri che lo conobbe a Firenze e ne scrisse al fratello Pietro il 15 maggio 1767: “egli è buon giovine e pieno di buona volontà e credo d’aver finito il suo elogio” (7).

La partecipazione del Bencivenni all’attività riformatrice, per quel tanto che se ne sa, risulta minima e irretita nel dilemma tra una incerta tensione Filantropica e le forti simpatie per gli interessi della possidenza toscana.

L’oscillazione fra questi due poli è attestata da due sue memorie del 1772 che ne definiscono compiutamente la fisionomia dilettantesca di riformatore di circostanza. Nella prima, stesa in qualità di segretario della pratica segreta per gli affari di Pistoia e di Pontremoli, egli proponeva l’allivellazione in piccoli lotti delle terre comunali del Pontremolese e l’abolizione degli usi civici. mostrando viva sollecitudine per il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini poveri e delle comunità rurali in genere. Una proposta perfettamente in linea con l’ipoteca umanitaria gravante sul movimento per l’eliminazione delle terre comuni che in Toscana ebbe catastrofiche realizzazioni.

Con Pietro Leopoldo viene attuata la politica delle allivellazioni, che tende a cambiare l’assetto della proprietà terriera: l’intervento è anche qui di spezzettare il latifondo, vendere o dare a livello terreni di proprietà granducali, o di corpi morali o delle comunità, a piccoli o medi coltivatori in proprio: gente che sta sulla terra per farla produrre. L’appoderamento mezzadrile, oltre a mutare il paesaggio, è dunque strumento di riorganizzazione del territorio. Assunto che la mezzadria consente ai proprietari di incrementare le proprie entrate e di gestire in maniera più proficua i propri beni, la diffusione di questo contratto è utile anche allo Stato per tre motivi: popolare aree disabitate, coltivare terre abbandonate e controllare capillarmente il territorio: una funzione economica, sociale e demografica che fu ingrediente essenziale nella politica medicea di formazione dello Stato Regionale.

Il Leopoldino è un catasto geometrico particellare ottocentesco realizzato per l’intero territorio granducale, utilizzando, per la prima volta in Toscana. principi di geodetica. Un moderno ed efficiente strumento fiscale che, al pari del modello francese al quale s’ispira, è stato realizzato impiegando principi agrimensori innovativi. Il Leopoldino, come del resto il catasto toscano, fu quindi concepito quale strumento di perequazione fiscale ed anche quale dispositivo da mettere a disposizione dei funzionari dello Stato lorenese e dei nuovi imprenditori. Fu cioè un mezzo formidabile con cui nuovi proprietari e Stato poterono condurre la fiorentinizzazione del territorio in senso capitalistico. Un processo ragionato e programmato.

Attivato il catasto, a distanza di qualche mese, iniziano micro-allivellazioni, micro-frazionamenti e in ultimo microalienazioni.

La seconda memoria fu approntata per incarico dell’Accademia dei Georgofili della quale il Bencivenni era membro, in risposta a un quesito posto dal ministro Tavanti nel 1771 su un progetto di riforma del sistema tributario e dei patti colonici in funzione di un alleggerimento dei gravami che pesavano sui contadini (8). L’Accademia nominò una commissione di quattro membri, fra i quali il Bencivenni, che si occupò solo della questione della riforma fiscale. In sostanza si trattava di esprimere un parere sul progetto Gianni-Tavanti- una ripresa in chiave filocontadina della tesi fisiocratica dell’imposta unica – inteso a concentrare il carico tributario sui soli proprietari con lo strumento di un’imposta unica fondiaria, affidata per la ripartizione e l’esazione alle comunità locali riorganizzate su una larga base rappresentativa.

La proposta non poteva incontrare certo alcuna simpatia fra i proprietari e i loro amici che si raccoglievano nell’Accademia dei Georgofili: il progetto fu largamente dibattuto e vivacemente contrastato e mise il Bencivenni nella difficile situazione di dovere scegliere tra la sollecitudine umanitaria e le resistenze dei proprietari alle quali finì con l’allinearsi, non senza incertezze ed esitazioni che scoprono oltre tutto una sostanziale incompetenza. Dichiarò di accettare il progetto di imposta unica a condizione che fosse lasciata ai proprietari la facoltà di rivalersi sui contadini, ma arrivò a questa brillante conclusione dopo un lungo estenuante tergiversare, un vacuo arzigogolare ridondante di erudizione che non mancò di irritare il destinatario del parere. In un appunto anonimo, con tutta probabilità del Tavanti, che accompagna in archivio la memoria, essa è giudicata “verbosa, lunga, seccante e tutta inutile”.

La preoccupazione filantropica era destinata ormai a declinare sempre più decisamente, almeno in sede di politica economica, anche per il sopraggiunge re di una circostanza esterna che, a quanto si può capire, non dovette mancare di pesare. L’adozione nel 1770 di Teresa Ciamagnini, che nel 1789 sposerà il noto scienziato ed economista Giovanni Fabbroni, lo legò infatti a uno degli esponenti più in vista del primo liberismo italiano, alla cui diretta influenza non è difficile ricondurre il passaggio del Bencivenni a un orientamento economico appunto di tipo liberista.

In effetti già nel 1787, invitato dai Georgofili a discutere insieme con altri accademici il libro di Manuel Sistemes y Felin, Idea de la ley agraria española, non lesinò le critiche all’impostazione mercantilista dell’opera, né esito a firmare un parere comune nel quale l’ispirazione umanitaria del riformatore spagnolo veniva seccamente riprovata. Successivamente, nel corso della violenta battaglia pubblicistica scatenatasi in margine al concorso bandito dai Georgofifi nel 1791 sul problema, in quel momento largamente dibattuto in tutta Italia, della libera esportazione della seta greggia, il Bencivenni affiancò il genero nella sua campagna liberistica contro le posizioni di protezionismo manifatturiero del Gianni e del Biffi Tolomei (9).

La fisionomia intellettuale del Bencivenni, già ampiamente definita nella sua attività pubblica, non si arricchisce di alcun elemento nuovo nell’opera sua certamente più importante, quelle Efemeridi inedite, nelle quali usava annotare quotidianamente le sue impressioni di lettore avidissimo, le sue riflessioni e varie divagazioni sugli avvenimenti del giorno e sui temi morali a lui più congeniali.

L’opera, conservata nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze (mss. N.A. 1050), è raccolta in due serie per complessivi ottanta volumi. La prima serie (voll. I-XXX in 80 piccolo, più due di indici) va dal 1759 al 1772-73, la seconda (voll. I-XXXV in 40 ma dal XXIV sempre in due tomi, più uno di indici) va dal 1773 al 1807 (mancano però due volumi I’VIII e il XVIII relativi agli anni 1780 e 1790) (10).

D’impianto diaristico tradizionale le Efemeridi offrono una ricchissima messe di notizie della più varia natura, con particolare riferimento tuttavia alla pubblicistica: italiana e straniera, che il Bencivenni amava anche collezionare (esemplari di opuscoli e di giornali talvolta assai rari si conservano acclusi tra i volumi della seconda serie). La curiosità del Bencivenni, ampia e svagata come si conveniva alla sua vocazione erudita, e la precisione dell’informazione spesso di prima mano fanno delle Efemeridi una fonte di buona attendibilità che può riuscire di giovamento allo studioso del Settecento italiano, a condizione di non assumere le personali reazioni dello scrittore come specchio dell’ambiente riformatore toscano. La sostanziale fedeltà del Bencivenni alla vecchia tradizione intellettuale italiana e il livello sempre modesto della sua riflessione lasciano filtrare infatti solo echi molto tenui e sfocati delle tendenze politiche e degli orientamenti culturali del riformismo leopoldino, che contava certamente esponenti ben altrimenti impegnati e rappresentativi.

Del resto la definizione più autentica della sua personalità morale e intellettuale la offrì egli stesso in un’annotazione autobiografica alla data del 20 aprile 1789: “se fra 100 o 150 anni alcuno metterà mai gli occhi sopra queste Efemeridi… troverà che io fui religioso senza superstizione per non dire buon credente,… che stimavo i filosofi quando non combattevano la religione, i frati quando non erano fanatici, Roma quando era più coerente a sé; che senz’amare la metafisica e la teologia ero attaccato alle verità, che il Papa mi pareva una persona necessaria ed utile ad onta dei giansenisti senza esser gesuita: che vedevo con disgusto l’incredulità dilatarsi… Voglio morire nella mia credenza, sicuro di andare all’altro mondo niente più infelice di loro [i filosofi]…; se mai mi sarò ingannato non ne pagherò la pena come la pagheranno per il loro inganno quei geni sublimi che… attorno a me mille bestemmie mille nonsensi averanno spacciati…”. L’annotazione si concludeva con un originale appello al lettore “del 1900 o del 1930” che “non averà forse luogo di trionfare affatto e di ridermi in faccia“.

Il Bencivenni mori a Firenze il 31 luglio 1808.

Alfredo Bassioni, L’OPERA RIFORMATRICE DEL SEGRETARIO DELLA PRATICA SEGRETA PER GLI AFFARI DI PISTOIA E PONTREMOLI GIUSEPPE BENCIVENNI PELLI E “L’ALLIVELLAZIONE IN PICCOLI LOTTI DELLE TERRE COMUNALI DEL PONTREMOLESE E L’ABOLIZIONE DEGLI USI CIVICI”, Archivio storico per le province parmensi , a. 2014: v. LXVI p. 91-98


FONTI E BIBLIOGRAFIA

C. BLUCARIA, Dei delitti e delle pene, a cura di E. VENTURI, Torino 1965, pp. XV. 208

G. SARCHIANI, Elogio del direttor Pelli, in “Atti dell’Imp. Società economica di Firenze de’ Geogofili”, VII (1812), pp. 55

E. DE TIPALDO, Biografia degli italiani illustri, VI, Venezia 1838, pp. 236

P. SGULMERO, Sette lettere inedite di G. P. a Gianiacopo Dionisi, in “II Propugnatore”, XVI (1883), pp. 303

A. PANILLA, Firenze e il sec. critico della fortuna di Dante, in “Arch, stor. Ital.”, LXXIX (1921), 1, pp. 117.5

M. PARENTI, Aggiunte al Diz, bio-bibl, dei bibliotecari e bibliofili ital, di C. Frati, Firenze 1952, p. 100,

M. MIRRI, Proprietari e contadini toscani nelle riforme leopoldine, in “Movimento operaio, ns. VII (1955), pp. 173-230;

Id., Un’inchiesta toscana sui tributi pagati dai mezzadri e sui patti colonici nella seconda metà del Settecento, in “Ist. Giangiacomo Feltrinelli”. Annali, II (1959), pp. 483,500

L. TOCCHINI, Usi civici e beni comunali nelle riforme leopoldine, in “Studi storici”, II (1961), pp. 227,

A. VALLONE, La critica dantesca nel Settecento… Firenze 1961, pp. 33

F. VENTURI, Economisti e riformatori spagnoli e italiani del “700, in “Riv. stor. ital”, LXXIV (1962), pp. 546 ss 554 s.

M. ROSA, Dispotismo e libertà nel Settecento. Interpretazioni “repubblicanedi Machiavelli, Bari 1964, pp. 35

F. DIAZ. La “Philosophie” e il riformismo leopoldino, in “Rass, stor, tosc.”, XI (1965), pp. 210 M. Rost, op.cit., pp. 224 ss.


Note

  1. Nei decenni iniziali del principato di Cosimo I, il  Pistoiese fu amministrato, per quanto riguardava governo, giustizia e fiscalità, dal Magistrato supremo prima (1532-1538) e da quattro commissari poi (1538-1556), due cittadini Fiorentini e due locali eletti dagli Otto di Pratica, unitamente al Capitano e al Podestà. I Quattro commissari, tuttavia, risiedevano a Firenze, fatto tutt’altro che funzionale ad un corretto e agile controllo del territorio e ai disbrigo degli affari, soprattutto di quelli di carattere giudiziario. Per questi motivi Cosimo I. con una legge del 31 marzo 1556, abolì i Quattro commissari per assegnare il governo di Pistoia e del suo territorio ad una “pratica” apposita, ripristinando, contemporaneamente, le magistrature collegiali provinciali. La Pratica segreta di Pistoia e quella che già esisteva per Firenze e altre zone del dominio avevano numerosi elementi in comune: tipo di competenze, la sede e, quasi sempre, i membri che le componevano. Essendo tuttavia distinte per quanto riguardava il territorio di giurisdizione, le due magistrature erano dotate di archivi separati e di un cancelliere e personale distinti. La Pratica segreta di Pistoia aveva, tra le sue attribuzioni principali, la responsabilità sulla giustizia civile e criminale, la vigilanza sulle finanze dei luoghi pii, fossero essi laicali o ecclesiastici, l’approvazione degli statuti delle comunità locali. Nel 1672 la Pratica segreta di Pistoia vide ampliarsi la propria giurisdizione, essendole affidata la terra di Pontremoli, che il Granduca Ferdinando II, dopo lunghe trattative, era riuscito ad acquistare dal governo spagnolo nel 1650. Dopo l’estinzione della famiglia Medici e l’insediamento in Toscana della dinastia lorenese, la Pratica segreta di Pistoia e Pontremoli  fu mantenuta in vigore, per lo meno negli anni della Reggenza. Fu abolita dal granduca Pietro Leopoldo con motuproprio del 11 gennaio 1775. Le sue competenze furono distribuite tra magistrati e organi diversi, tra i quali, per quanto riguardava la giustizia, Consulta e Magistrato supremo, e per le funzioni amministrative e fiscali, la Camera delle comunità.
  2. Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri ed alla storia della sua famiglia (Venezia 1759), inserite nell’edizione delle opere di Dante, stampata dallo Zatta, e ripubblicate a parte con aggiunte e rimaneggiamenti varie altre volte.
  3. Luciano ed Erasmo, Alcibiade e Carlo I d’Inghilterra, il confessore di Lorenzo il Magni fico e la marchesa di Pompadour, le due mogli di Farico IV. Pomponio Attico e Carlo Verc.
  4. 2 voll, Firenze 1779.
  5. La prima: Firenze 1803, la seconda: Firenze, 1805.
  6. Si conserva come le altre nella Biblioteca Ambrosiana, Beccaria, 231, cart. 11.
  7. Corteggio, di Pietro e di Alessandro Verri, a c. di E. GREPPI e A. GULINI (1, 1, Milano 1923, p. 365).
  8. Archivio di Stato di Firenze – Segreteria di Stato, L. 91, ins. 8, 1772
  9. Lettera sugli effetti del libero commercio delle materie sode o gregge… alla quale è premessa altra lettera di un possessor del Valdarno sull’istesso argomento (Firenze 1791).
  10. Numerosi sono i riferimenti alla città di Pontremoli, nelle Efemeridi a far data dal 4 luglio 1761 al 20 febbraio 1789.

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