L’ATTENZIONE DEL POTERE PER UN GRANDE TRANSITO SOVRAREGIONALE: IL MONTE BARDONE NEL XII SECOLO

di Ferdinand Opll

«Tutte le vie conducono a Roma. È difficile trovare una strada dell’Italia medievale per cui questo detto sia altrettanto valido quanto per la cosiddetta «via Francigena», denominata anche, dal suo punto terminale, «strata Romea» ¹. Nel suo lungo percorso, essa presenta, con il passo appenninico del Monte Bardone, oggi Passo della Cisa (2), un transito montano di importanza centrale nella politica delle comunicazioni. In ogni tempo le strade di passo hanno costituito posizioni-chiave nel quadro dei collegamenti viarii; il loro tracciato, nella prevalenza dei casi, rimane uguale per molti secoli: è solo con le esigenze, ma anche con le possibilità tecniche, del traffico moderno che esso cambia, a partire dal XIX secolo (3). Invero l’Italia, come cuore dell’Impero romano, è un paese che, grazie all’arte di costruire strade ed al notevole talento politico-organizzativo dell’antichità, dispone fin da quell’epoca di un’eccellente rete di collegamenti viarii su grandi distanze. Partendo da tali basi il Medioevo poté riprendere e proseguire l’opera; e perdura ancora oggi, in parti dell’odierna rete autostradale italiana, l’incidenza delle antiche strutture.

La via del Monte Bardone non era ancora nell’antichità di particolare importanza. Gli inizi di un suo regolare controllo si dovranno certo collegare con la fondazione della colonia romana di Luna (177 a.C.), l’odierna città dissepolta di Luni, non lungi dalla foce della Magra (4). Il passo era chiaramente secondario rispetto alle grandi strade più ad Est, che partivano da Bologna e soprattutto da Ravenna sulla costa Adriatica (via Flaminia), dirigendosi verso il Sud. Nel primo Medioevo questa situazione doveva sostanzialmente mutare in seguito alla trasformazione dei rapporti politici: il sorgere del regno longobardo portò all’instaurarsi di un fronte contrapposto all’area che gravitava nell’orbita bizantina sull’Adriatico, specialmente nell’ambito dell’Esarcato di Ravenna. Il collegamento tra la capitale longobarda Ticinum Pavia e l’Italia centrale non era più possibile attraverso i passi appenninici orientali prevalenti nell’antichità: questo fatto segnò l’inizio della promozione del Monte Bardone a maggior “via di passo» longobarda. Ed a quest’epoca risale anche la fondazione del Passkloster di Berceto (5). Con l’assoggettamento dei Longobardi compiuto da Carlo Magno e con il legame che si venne a stabilire tra il regno franco e l’Italia, il Monte Bardone conobbe un’ulteriore crescita della sua importanza, acquistando da allora un posto notevole nell’itinerario dei sovrani medievali, ma anche, in generale, nel quadro dei collegamenti con il Papato e Roma.

Gli itinerari qui ricordati – e, a dire il vero, non solo quelli dei sovrani, ma in misura crescente anche quelli dei pellegrini (6) e, più tardi, dei mercanti (7) –  rappresentano fonti essenziali per la investigazione dell’esatto percorso di questa via di passo. Volendo descriverla nei particolari, si devono segnalare, da Nord a Sud, le seguenti stazioni: lasciato il Po presso Piacenza, la via conduceva dapprima, lungo la via Emilia, per Fiorenzuola d’Arda, a Borgo S. Donnino, oggi Fidenza. La vera e propria strada di passo si poteva prendere o da qui o da Parma (per Collecchio) e portava a Fornovo Val di Taro. La strada medievale entrava di qui, per Sivizzano, nella valle dello Sporzana, e, per Terenzo, raggiungeva Cassio e Castellocchio Berceto, e quindi le alture del passo. A sud del Monte Bardone essa conduceva, per Pontremoli, Filattiera, Mulazzo, Villafranca, lungo la valle della Magra, fino ad Aulla o a Santo Stefano di Magra: di qui si poteva raggiungere, per il passo di Foce di Cucca e Fosdinovo, oppure attraverso la valle della Magra (a dire il vero soggetta a inondazioni) Luni, e con ciò la costa del mare, o si poteva continuare nell’entroterra per Lucca (8).

Il nostro interesse tuttavia non si rivolge soltanto alla ricostruzione più esatta possibile del tracciato di questa strada; anzi, principalmente, si incentra sulla questione di come nel Medioevo, e in particolare nella prima età sveva, l’Impero abbia cercato di assicurarsi il controllo di questo collegamento stradale così importante (9). Sappiamo, per la tarda età longobarda, che il monastero di Berceto era una fondazione regia, dal che risulta con tutta evidenza il diretto esercizio del dominio regio sulla strada.

La dominazione carolingia sull’Italia, iniziata con Carlo Magno, e poi, a partire dagli Ottoni, quella dei sovrani romano-tedeschi portarono, parlando in termini generali, ad un durevole allentamento del rapporto tra il vertice dell’Impero ed il settore italiano. Discese degli Imperatori in Italia caratterizzarono il quadro d’azione del potere centrale soprattutto a partire dal X secolo; in prosieguo di tempo il sovrano si trovò nell’incapacità di mantenere l’immediatezza della sua influenza politica in forme che fossero più stabili e durature.

La conseguenza di tale situazione come si può verificare proprio riguardo alla politica viaria è rilevabile nel fatto che si affidarono ai poteri locali i compiti di una protezione viaria suddivisa fra varie regioni. Sappiamo che fin dall’età carolingia si tentò di regolare problemi di questo genere, relativi al traffico stradale, con alcuni capitolari (16). Testimonianze analoghe si fan-no rarissime per il periodo dal X al XII secolo: ciò significa che i lavori connessi alla costruzione ed al mantenimento di strade non hanno quasi avuto ripercussioni per iscritto nell’ambito della politica imperiale. Tuttavia si deve ammettere, come d’altronde è testimoniato (11), che i poteri locali – e tra questi, in Italia, a partire dal XII secolo, principalmente i Comuni – assolvessero d’ora in avanti a tali obblighi, certo nel loro interesse.

Se occorre premettere che sono scarse le possibilità di rispondere nei particolari agli interrogativi sulla politica viaria dell’Impero riguardo al Monte Bardone, un esame approfondito dei diplomi imperiali indirizzati a destinatari installati sulla «via Francigena» schiude tuttavia prospettive preziose ed illuminanti. Il nocciolo metodico delle nostre argomentazioni passa per un preciso rilevamento di tutti i possedimenti citati nei diplomi del X-XII secolo per Parma (Vescovo, Capitolo del Duomo, Conte), per Luni (Vescovato), per il marchese Obizzo Malaspina, per i Signori di Vezzano, per i Comuni di Pontremoli e Sarzana, e la loro rappresentazione su di una carta (12).

Analizzando i beni dei destinatari ecclesiastici appare estremamente chiaro che fu largamente rispettato lo spartiacque della cresta appenninica, confine al tempo stesso diocesano e, al giorno d’oggi, provinciale (Parma, Massa) e regionale (Emilia-Romagna, Toscana). «Scavalcamenti del passo sono invece rarissimi, e perciò tanto più interessanti: il vescovado di Luni ottenne nel 963 una corte («cortis») a Piacenza e nel 981 un luogo, «Linariclum», solo ipoteticamente localizzabile presso Berceto (13).

Fino alla fine dell’XI secolo diplomi emanati per Parma e Luni improntano il quadro delle disposizioni sovrane; ne risulta illuminata la posizione dei poteri ecclesiastici locali nei confronti della custodia e della sorveglianza del Monte Bardone. Ma già sotto Enrico IV si ha, con il noto diploma del 1081, che il Salico rilasciò alla città toscana di Lucca, una prima importante indicazione dell’emergere di nuovi poteri, quelli comunali, nel gioco politico delle forze interessate alle strade a lungo percorso, che ora acquistavano crescente importanza come vie commerciali. I Lucchesi non solo venivano esentati dalle gabelle sulle strade <<<a Papia usque Romam», ma ottenevano anche la «licentia emendi et vendendi» sui mercati di Borgo S. Donnino e di Parma (14).

Questo diploma imperiale è notevole, per più di un aspetto, ai fini della nostra analisi del problema dell’attraversamento appenninico: da una parte esso mostra le nuove ambizioni delle forze comunali alla fine dell’XI secolo ed il loro sforzo di accaparrarsi importanti privilegi su vie di traffico e strade commerciali di decisiva rilevanza; d’altra parte, è da interpretare nel più vasto quadro politico dell’epoca, come tentativo di offensiva del Salico per giungere alla sconfitta delle forze avverse, che facevano capo alla contessa Matilde di Canossa. Senza dubbio il compatto blocco di potere costituito dai beni allodiali e dai feudi matildici nell’Italia settentrionale e centrale era un intralcio di enorme portata per la politica salica nella cornice delle sue contese con il Papato (15). La concentrazione dei beni della casa di Canossa nella cerchia appenninica ad Est del Monte Bardone (16) costituiva un blocco in piena regola per lo stesso traffico sul passo. Sebbene non cadesse sotto la diretta influenza matildica, il Monte Bardone rientrava nell’orbita di quella che era la più forte costellazione di potere della zona. In tale contesto si spiega verosimilmente anche il diploma di Enrico IV per i marchesi d’Este nel 1077, in cui, tra l’altro, il sovrano citava Pontremoli e Borgo S. Donnino tra i centri di difficile possesso per questa casata (17). Gli Este discendevano dagli Obertenghi del X secolo e, insieme con le famiglie imparentate (in modi che, soprattutto per il secolo XII, debbono ancora esser meglio determinati) dei Pallavicini, dei Parodi e dei Malaspina, come anche di altri rami, costituivano la più potente consorteria nobiliare nella cerchia appenninica ad Ovest del Monte Bardone. È evidente che il Salico, attraverso una politica di privilegi finalizzati, si adoperava, nella estesa crisi della sua dominazione, per meglio assicurare la sua posizione in un’area strategica così importante. Al tempo stesso si vede come questi tentativi si appoggiassero sempre su detentori del potere operanti a largo raggio si trattasse di vescovadi o di famiglie nobiliari mentre non si era pensato di stabilire diretti contatti con le «stazioni» lungo la strada appenninica (18). In un diverso contesto è da vedere lo stretto collegamento tra Corrado, il re oppositore di suo padre Enrico IV, e Borgo S. Donnino, dove egli trovò, dal 1092 al 1102, un sicuro punto di appoggio (19).

All’inizio del XII secolo la situazione politica nella zona del Monte Bardone era sempre caratterizzata dal predominio matildico e dalla scarse possibilità d’influenza da parte della monarchia. Ciò ebbe a sperimentare Enrico V alla fine del 1110, quando a Pontremoli dovette aprirsi il passo con la forza delle armi (20). I retroscena di tale opposizione restano in realtà nell’ombra, e peraltro non dovrebbero essere messi in relazione con la casa di Canossa. Proprio allora infatti si ebbe la riconciliazione con Matilde, ed il Salico nel 1111 la proclamò reggente dell’Impero per la Liguria (21). Più difficile divenne invece la situazione alla morte di Matilde, morte che indusse il Salico alla sua seconda discesa in Italia nel 1116. Un diploma per Piacenza, solo di recente correttamente datato al tempo di Enrico V, tra 1119 e 1125, testimonia degli sforzi da parte del sovrano per metter piede, con l’aiuto delle forze comunali, a Nord del Monte Bardone, cioè a Borgo S. Donnino e a Bargone (22).

Erano le forze locali di impronta comunale chiaramente solo a partire dai primi anni del XII secolo a guadagnare crescente influenza su luoghi decisivi sulla via del passo, man mano che si estendevano le loro competenze giurisdizionali e territoriali. Mentre a Sud del passo poteri ancora tradizionali, come quelli dei nobili Malaspina e del Vescovado di Luni, dominavano lo scacchiere, sul versante Nord, parallelamente allo sviluppo assai più rapido ed esteso delle formazioni comunali, si affermavano le forze cittadine emergenti. Proprio sulla questione del controllo di Borgo S. Donnino, dove, provenendo da Ovest, si poteva imboccare la strada del valico senza dover toccare Parma, si accese, ovviamente, il conflitto tra i due Comuni più importanti della zona, Piacenza e Parma (23). Il destino di questo centro nel XII secolo costituisce quindi, per molti aspetti, un punto focale sia della politica imperiale, sia della politica dei Comuni interessati. Se Borgo S. Donnino venne guadagnato da Enrico V all’Impero con l’aiuto dei Piacentini, fu sotto i primi Svevi che si perseguì innanzi tutto il collegamento diretto con le forze locali, al fine di garantirne l’indipendenza contro le mire espansionistiche dei grandi Comuni vicini (24).

Data la sua posizione di confine fra le diverse zone d’influenza, Borgo S. Donnino era coinvolto nei contrasti di continuo divampanti; ancora nel 1189 la sua chiesa fu teatro di alcune delle trattative di pace fra Parma e Piacenza (25). Alla fine, la città del Po riuscì, negli anni ’90, a spuntarla con le sue pretese (26).

Già al tempo dell’antiregno di Corrado il Salico contro suo padre era stato chiaro che si dedicava un’accresciuta attenzione al controllo del passo appenninico. Sotto questo aspetto – e certo anche sotto quello dello schierarsi delle forze locali a favore dell’antire – può certo esser visto il soggiorno a Parma, alla fine degli anni ’20 del XII secolo, dello svevo Corrado, oppositore di Lotario III (27). Con la morte di quest’ultimo, che effettuò due discese in Italia, cessò per quasi due decenni la presenza imperiale a Sud delle Alpi. In generale gli anni che vanno dal 1137 al 1154, quando nessun capo dell’Impero calpestò il suolo italiano, costituiscono l’epoca in cui le forze comunali intrapresero la loro trionfale marcia politica, come si dimostrò, innanzi tutto, coi successi ottenuti nell’estensione della giurisdizione cittadina sui contadi. Se già in precedenza abbiamo visto come la città di Piacenza fosse particolarmente interessata a tali sviluppi, si può ora documentare con la massima chiarezza questa tendenza nel settore a Nord del Monte Bardone per tale periodo.

La città aveva ricevuto fin dal 1140 il diritto di battere moneta da Corrado III (28) ed avviava un’attivissima politica di penetrazione nel contado, indubbiamente sostenuta moralmente e giuridicamente dalla concessione di questo privilegio. Dal 1141 il Comune cominciò a penetrare nella valle del Taro, dunque nella zona d’influenza di Parma, dove si entrava in conflitto non solo con i marchesi Malaspina, ma anche con nobili minori e vassalli della zona (29).

Quanto grande fosse l’interesse per il passo risulta non solo dalla posizione geografica, ma anche dal fatto che i Malaspina non riuscirono a far giurare ai loro sudditi la «concordia” stipulata con Piacenza, nonostante l’impegno preso; impegno che rivela quanto sarebbe stata a cuore ai Piacentini una precisa disciplina a Sud del passo, in Lunigiana (30).

Un importante successo sembrò raggiunto quando alla città padana riuscì, nel 1145, di ottenere dal marchese Oberto Pallavicino la cessione di numerosi beni nella Val di Taro. Il marchese era stanco delle controversie con i suoi figli, cui fin dal 1143 aveva assegnato la loro parte di eredità, e cercava con ciò di assicurarsi un po’ di tranquillità. A questo piano si oppose subito energicamente Parma, assai danneggiata da tali accordi; con lotte pluriennali essa riuscì finalmente, nel 1149, a porre un limite, comunque parziale, all’espansione della potenza piacentina (31).

All’inizio della dominazione di Federico Barbarossa si era giunti, per quanto riguarda l’accesso dal Nord al Monte Bardone, ad una situazione che, con determinati vantaggi per Piacenza, rivelava una certa ripartizione dei rapporti di forza tra i due Comuni, l’uno sul Po e l’altro sul Parma, ma aveva anche portato all’eliminazione dell’Impero, con le sue dirette pretese su Borgo S. Donnino e con i suoi tradizionali privilegi per diocesi, canonici e nobiltà.

Se si esaminano, anzi tutto, per l’età del primo imperatore svevo, i suoi itinerari, risultano riferimenti al nostro valico solo per gli anni 1167 e 1185. Studi particolareggiati mostrano tuttavia che già nella primavera del 1164 fu preso in considerazione un piano per un trasferimento da Parma a Sarzana, che si dovette lasciar cadere (32).

Contemporaneamente alle ipotesi ed ai progetti di utilizzazione del valico di Monte Bardone per gli itinerari imperiali nel corso degli anni ’60 si colgono interessanti indizi di una regolare Passpolitik dell’imperatore (33).

Un’indicazione marginale nel diploma per Pisa del 1162 rivela che lo Svevo aveva investito il vescovo di Luni delle regalie e della contea (34). Nella diocesi e nel comitato di Luni c’era inoltre tutt’una serie di detentori del potere che il Barbarossa, rafforzatosi in questo periodo, incluse nel suo calcolo politico. E ciò vale non per i soli poteri tradizionali (ad es. i Malaspina, o nobili minori, come i signori da Vezzano) (35), poiché allora per la prima volta l’imperatore entrò in diretto contatto con importanti centri posti sulla via del passo. Si tratta di luoghi del versante meridionale (Sarzana e Pontremoli) (36), il che denota come i rapporti intrattenuti consentissero qui all’Impero maggiori possibilità d’influenza che non sul versante settentrionale, dominato dalle forze comunali.

Senza dubbio un ruolo essenziale nel nuovo orientamento giocava l’attività del legato imperiale in Toscana, Rainaldo di Dassel (37). Lo Svevo appoggiava consapevolmente i Comuni rurali ai loro primi passi, al fine di potersi assicurare, per se stesso e per i suoi scopi politici, il controllo dell’importante valico appenninico. Sotto questo riguardo (38) presenta particolare interesse l’itinerario che l’imperatore intraprese nella tarda estate del 1167. Il Barbarossa, che si trovava con le sue truppe nei pressi di Roma, aveva dovuto subire la più grave sconfitta della sua vita, ad opera non di armi nemiche, ma di una disastrosa epidemia di malaria. Egli condusse quanto restava del suo esercito, ormai in stato di disfacimento, lungo la via Francigena verso il Nord e giunse a Pontremoli: a questo Comune aveva concesso appena pochi mesi prima un privilegio. Ora, di fronte alla resistenza che gli opponevano le truppe della Lega lombarda, costituitasi nella primavera del 1167, il Barbarossa dovette rinunciare alla con-sueta strada del passo ed aprirsi un varco verso Pavia per vie ardue e piene di pericoli (39).

Per nessun altro periodo del XII secolo si può cogliere come in questo momento un diretto influsso imperiale di pari rilevanza sulle vie regionali di traffico collegate ai passi, non solo ap-penninici, ma anche alpini. Infatti Federico I giunse a prendere in questo campo iniziative innovatrici, arricchendo la politica imperiale di sfaccettature di portata decisiva. Egli aveva compreso che in Italia da quando erano subentrati cambiamenti così profondi sul piano sociale e costituzionale non erano più sufficienti le alleanze con i poteri tradizionali. Dato che il Comune italiano rappresentava un fattore primario nella politica sveva, fu naturale servirsi di queste nuove forze in base a considerazioni di utilità e di vantaggio. Se poi l’imperatore concentrò il suo impegno sul versante meridionale del Monte Bardone, che era stato molto meno penetrato dalle formazioni comunali, ciò dimostra il realismo delle sue valutazioni: certo, la libertà d’azione a Nord dell’Appennino era per l’Impero assai più ridotta e limitata (si pensi solo ai potenti Comuni cittadini di Parma e di Piacenza).

Nonostante il grave crollo della Passpolitik imperiale intorno al 1167-1168, le misure prese negli anni precedenti avevano in certo modo dato buoni e durevoli risultati. Il marchese Obizzo Malaspina negli anni ’60 si era schierato nettamente dalla parte dell’Impero, sperando nell’affrancamento dalla sempre più gravosa subordinazione alla potenza dei Comuni, specialmente di quello piacentino, e fu lui a salvare l’imperatore dalla pesante minaccia della situazione che si era determinata. Tre anni prima egli aveva ricevuto un pieno riconoscimento dei suoi possessi e diritti (40) e poteva ora sdebitarsi. Se lo Svevo era messo in condizione di cavarsi d’impaccio, d’altra parte la via del Monte Bardone fu perduta per qualche tempo. Nel 1178, dopo la conclusione dello Scisma e la tregua con la Lega lombarda, Federico prese un’insolita via di ritorno dall’Italia centrale verso la Lombardia lungo la costa ligure, per passare poi al Nord da Genova e dall’Appennino (41). Il tracollo dell’Impero in Lombardia, a partire dal 1167-68, aveva impresso un grande slancio alle potenze comunali. L’unità di azione politica negli anni della lotta con l’Impero copriva gli interessi particolari, s’intende senza farli del tutto sparire. Proprio tali interessi – l’attenzione delle città agli utili economici e la gelosa salvaguardia dei diritti commerciali di fronte ai propri vicini – celavano costantemente il pericolo della dissoluzione della Lega lombarda ed offrivano all’imperatore l’occasione per un miglioramento della sua posizione.

Sul versante settentrionale del Monte Bardone la città padana di Piacenza rivolgeva, nel corso di questi anni, tutto il suo impegno a consolidare ed ingrandire la propria posizione sulla Via Francigena. Quanto le sue mire politico-economiche guardassero lontano appare chiaro dai contatti stabiliti con i Fiorentini nel 1181 (42). Solo pochi mesi dopo, nel marzo 1182, fu conclusa un’alleanza tra i consoli di Piacenza e quelli di Pontremoli: con essa i Piacentini non solo riuscirono ad assicurarsi un importante alleato sul versante meridionale del Monte Bardone, ma anche, al tempo stesso, a stringere in una morsa il loro tradizionale avversario, il Comune di Parma (43). I vantaggi della nuova amicizia si videro per la prima volta un anno dopo, quando Piacenza poté garantire ai Cremonesi una via sicura per Pontremoli (44).

Nessuna interferenza era possibile all’Impero in tali sviluppi; da una parte erano questi gli anni delle lotte contro il duca Enrico il Leone nella Germania settentrionale, dall’altra, proprio allora venivano condotte le trattative che nel 1183 trovarono il loro coronamento nella pace di Costanza, con la cessazione dei conflitti con la Lega lombarda. Nel documento di pace era esplicitamente formulato quello che per i Comuni era un preciso obbligo nei riguardi dell’imperatore: “vias et pontes bona fide et sine fraude et sufficienter reficient in eundo et redeundo» (45).

Da parte loro, i Comuni erano pienamente consapevoli della possibile, anzi verosimile, ira dell’imperatore per la loro espansione politica. Piacenza, solo poche settimane prima dell’apparire dello Svevo in Lombardia, il 20 agosto 1184, si assicurò l’aiuto del marchese di Savona contro l’imperatore, nel caso che questi dovesse punire il Comune per la distruzione di un castello (46). Il Barbarossa non prese alcuna iniziativa del genere e la città padana, da lungo tempo ostile, mantenne allora buone e regolari relazioni con il capo dell’Impero. Tutto fa pensare che lo Svevo abbia tacitamente tollerato in questi anni le ambizioni territoriali e politiche di Piacenza; tale contegno sembra rispecchiato dalla successiva cessione di Borgo S. Donnino al Comune padano da parte di Enrico VI (47).

Diversamente stavano le cose a Sud del Monte Bardone. Qui lo Svevo aveva sintonizzato la sua politica essenzialmente con i poteri tradizionali, rappresentati dal vescovo di Luni e dalle locali famiglie nobili. Il tentativo di riprendere diretti contatti con i minori Comuni rurali (Sarzana, Pontremoli) era naufragato nel 1167, mentre la importante famiglia dei Malaspina cadde sempre più nella dipendenza da Piacenza (48). Con i due diplomi del 1183 e 1185 per il vescovo Pietro di Luni l’imperatore sottolineava chiaramente la sua intenzione di regolare i rapporti di forza nel versante a Sud del Monte Bardone, come era da lungo tempo tradizione della politica imperiale (49).

In un’area come questa, in cui lo sviluppo comunale non era certo paragonabile per la sua entità con quello della Lombardia o dell’Italia centrale (50), l’Impero poteva contare sui tradizionali esponenti del potere. Proprio per il 1185, quando il Barbarossa attraversò il Monte Bardone e si pose anche mano con rinnovata energia al recupero dei beni matildici (51), si è a conoscenza di misure imperiali, che nel raggio d’azione di Lucca punto di arrivo, in un certo senso, della via del Monte Bardone verso il Sud (52) erano dirette ad arginare le mire espansionistiche di quel Comune (53).

Il successo delle iniziative imperiali che al Nord si adeguavano alla politica economica e di controllo dei contadi svolta dai Comuni, contrastandola invece a Sud si può constatare attra-verso la libera disponibilità della via del Monte Bardone per l’Imperatore Enrico VI.

I tentativi intrapresi nel corso degli anni ’60 per instaurare un vincolo più stretto tra le località sulla via del Monte Bardone e l’Impero rimasero tuttavia episodi senza seguito. Enrico VI rin-novò nel 1191 il diploma paterno per il Vescovato di Luni, ma esso attraversava allora una crisi profonda: il luogo era infatti infestato dalla malaria delle paludi della Magra, al che pose poi definitivo riparo il trasferimento della sede a Sarzana, avvenuto all’inizio del XIII secolo (54). A Nord del passo, in questo arco di tempo, erano all’ordine del giorno lotte sia tra Piacenza e Pontremoli che tra Parma ed i Malaspina, con interventi di carattere provvisorio da parte imperiale (55) e con il rafforzamento di Piacenza nella zona del Taro e sul passo (56).

Il XII secolo offre dunque un quadro assai ricco di quello che fu il «tiro alla fune» per il dominio di un importante passo appenninico quale era il Monte Bardone. I vari potentati locali si erano adoperati per il conseguimento od il mantenimento di posizioni centrali sulla strada del passo; le lotte a ciò collegate rispecchiano i contrasti tra le forze tradizionali (clero e nobiltà) e quelle di nuova formazione (comuni) e lo stesso Impero. In epoca sveva, a partire da Federico Barbarossa, si può individuare una politica molto differenziata, che seppe valutare con intelligenza i fattori locali, distinguendo le situazioni a Nord e a Sud del passo. I successi di questa linea non furono duraturi né potevano esserlo in mancanza di solide istituzioni imperiali, tali da non essere travolte dagli eventi e dai poteri locali.


FERDINAND OPLL, Università di Vienna,  L’attenzione del potere per un grande transito sovraregionale: il Monte Bardone nel XII secolo, Quaderni Storici 61 / a. XXI, n. 1, aprile 1986


ELENCO DELLE ABBREVIAZIONI

B.-BAAKEN, Reg. Imp. v. la citazione alla nota 47.

D= Diploma, dall’edizione dei diplomi dei Monumenta Germaniae Historica.

MIÖG = Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung.

STUMPF K.= F. STUMPF-BRENTANO, Die Reichskanzler vornehmlich des X., XI. und XII. Jahrhunderts. 2: Die Kaiserurkunden… chronologisch verzeichnet, Innsbruck 1865-83, rist. 1960.

NOTE AL TESTO

* Traduzione dal tedesco di Francesca Luzzati Lagana.

1 Cfr. W. GOEZ, Von Pavia nach Rom. Ein Reisebegleiter entlang der mittelalterli-(Kunst Reiseführer DuMont Dokumente), Köln chen Kaiserstrasse Italiens: 1980, pp. 16 ss.

2 Cfr. L. SCHÜTTE, Der Apenninenpass des Monte Bardone und die deutschen Kaiser (Historische Studien 27, Berlin 1901).

3 Cfr. SCHÜTTE, op. cit., pp. 18 ss. e 35 s. Per i caratteri del traffico per via di terra nel Medioevo cfr. F. IMBERDIS, Les routes médiévales: mythes et réalités historiques, in «Annales d’histoire sociale, I (1939), pp. 411 ss. e R. S. LOPEZ, The evolution of land transport in the middle ages, in “Past and Present”, 9 (1956), pp. 17 ss.

4 Oltre allo studio di SCHÜTTE, op. cit ., cfr. anche J. JUNG, Die Stadt Luna und ihr Gebiet, in «MIÔG» 22 (1901), pp. 193 ss. e K. SCHROD, Reichsstrassen und Reichsverwaltung im Königreich Italien (754-1197) (Vierteljahrschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte Beiheft 25, Stuttgart 1931), pp. 20 ss.

5 Cfr. SCHÜTTE, op. cit., p. 25.

6 Cfr. P. RAJNA, Strade, pellegrinaggi ed ospizi nell’Italia del medioevo, in Atti della società italiana per il progresso delle scienze, 5.a riunione, 1911 (Roma 1912), pp. 112 ss. ed ora L. SCHMUGGE, Die Anfänge des organisierten Pilgerverkehrs im Mittelalter, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 64(1984), pp. 1 ss., specialmente 12 ss.

7 Cfr. per itinerari commerciali SCHÜTTE, op. cit., pp. 34 s.; Y. RENOUARD, Routes, étapes et vitesses de marche de France à Rome au XIII et au XIV siècles d’après les itinéraires…, in Studi in onore di Amintore Fanfani, III, Milano 1962, pp. 421 ss.

8 Cfr. SCHROD, op. cit., p. 20 e Goez, op. cit., pp. 74 ss. e pp. 80 ss., che ricorda anche la minaccia della malaria cui era esposto il litorale presso Luni.

9 Si deve a G. SERGI, Potere e territorio lungo la strada di Francia (Nuovo Medioe-vo, 20), Napoli 1981, una ricerca sulla politica delle comunicazioni nel Medioevo dall’originale impostazione metodologica che apre prospettive nuove. Valendosi di una vasta bibliografia, l’autore indaga con grande acribia ed un’immensa conoscenza delle fonti la trama dei rapporti tra poteri locali, poteri sovraregionali ed un Passweg. Egli prende in considerazione il tratto Chambéry-Torino della Via Francigena. Diversamente che per il Monte Bardone, nell’area da lui considerata emerge la grande importanza anche dell’elemento monastico. Il nostro studio si incentra sul ruolo svolto dall’Impero nel concerto politico con le potenze locali, che, naturalmente, erano in condizione di esercitare un controllo diretto ben più concreto.

10 Cfr. IMBERDIS, op. cit., p. 412.

11 merito si può consultare A. PALMIERI, Le strade medievali fra Bologna e la Toscana, in Atti e memorie della Regia deputazione di storia patria per le province di Romagna, ser. IV, vol. VIII, fasc. 4-6 (1918), pp. 25 ss.

12 Cfr. l’Appendice. Problemi molto gravi insorgono a proposito dell’identifica-zione dei luoghi ricordati, ma i volumi dei Diplomata di epoca ottoniana non offrono alcun genere di chiarimenti nell’indice dei nomi.

13 Cfr. DDO.1.254 e O.II.253; inoltre, sotto, appendice, al nome Linariclum.

14 DH.IV.334 e cfr. DLo.III.47 e nota.

15 Su questi temi è sempre fondamentale l’opera di A. OVERMANN, Gräfin Ma-thilde von Tuscien, Innsbruck 1895. Per la posizione della casa di Canossa a Sud e a Nord dell’Appenino cfr. adesso anche i contributi di V. FUMAGALLI e di M. G. BERTOLINI in I ceti dirigenti in Toscana nell’età precomunale (Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana. Atti del I Convegno), Pisa 1981.

16 Cfr. la carta in OVERMANN, op. cit..

17 DH.IV.289. Cfr. N. DENTI, Fidenza nella sua storia medioevale, in «Aurea Parma 36 (1952), p. 174 e F. OPLL, Stadt und Reich im 12. Jahrhundert (1125-1190), Wien 1984, p. 575 (tesi di abilitazione non stampata).

18 Così anche Sarzana viene confermata nel 1116 da Enrico V tra i possedimenti di S. Apollonio a Canossa: G. DREI (ed.), Le carte degli archivi Parmensi del sec. XII, vol. III, Parma 1950, p. 39, n. 42.

19 Cfr. DENTI, op. cit., p. 174.

20 Cfr. OPLL, Stadt und Reich cit., p. 575.

21 Cfr. OVERMANN, op. cit., p. 44.

22 Cfr. Il Registrum magnum del comune di Piacenza, ed. E. FALCONI E R. PEVE-RI, vol. I, Milano 1984, n. 28. Cfr. inoltre F. OPLL, Potestates Placentie, in MIÖG, 93 (1985), p. 33, n. 7.

23 Ottone III aveva confermato già nel 989 Borgo S. Donnino alla diocesi di Parma (DO.III.54); per il XII secolo cfr. DENTI, op. cit., p. 176.

24 Cfr. DDKo.III.109 (falsificato) e F.I.635. In un documento del 1162 emanato dal Barbarossa per la chiesa di Borgo S. Donnino vengono già menzionati i consoli del luogo (DF.I.377)

25 Cfr. Registrum magnum cit. a nota 22, n. 184.

26 Cfr. più sotto la nota 47 e testo corrispondente.

27 Cfr. OPLL, Stadt und Reich cit., p. 521.

28 DKO.III.48.

29 Cfr. Registrum magnum cit., nn. 153, 149 e 203.

30 Ibidem, n. 153.

31 Ibidem, nn. 150, 151 e 61; DREI, Le carte cit. a nota 18, n. 194. Cfr. OVERMANN op. cit., pp. 32 ss. .

32 F. PL. Das Itinerar Kaiser Friedrich Barbarossa (1152-1190) (Forschungen zur Kaiser- und Papstgeschichte des Mittelalters. Beihefte zu J. F. BÖHMER, Regesta Imperii, 1, Wien-Köln-Graz 1978), pp. 34, 42 s., 85.

33 Per la Passpolitik alpina del Barbarossa si può consultare H. BÜTTNER, in Vorträge und Forschungen 1, Stuttgart 1962, pp. 243 ss.

34 DF.1.356, cf. OPLL, Stadt und Reich cit., pp. 575 e s.

35 DF.I.463; i signori di Vezzano ottennero forse già nel 1154, sicuramente nel 1175, un privilegio, cfr. DDF.1.593 e 642.

36 DDF.1.405 e 524.

37 Cfr. al riguardo Die Regesten der Erzbischöfe von Köln in Mittelalter, Bd.2, bearb. von R. KNIPPING (Publikationen der Gesellschaft für rheinische Geschichtskunde XXI, Bonn 1901), nn. 742 ss. e nn. 754 ss.

38 Cfr. anche lo stretto rapporto fra DF.1.465 per i cavalieri della Comunità della Val Camonica e l’itinerario imperiale del 1166 in OPLL, Itinerar, cit., p. 38.

39 Cfr. OPLL, Itinerar cit., pp. 42 ss.

40 DF.1.463; cfr. G. GUAGNINI, I Malaspina, Milano 1973, p. 76.

41 OPLL, Itinerar cit., p. 70.

42 Cfr. Registrum magnum cit., n. 45. Precisamente cento anni dopo lo sviluppo della politica commerciale lucchese verso il Nord si possono riconoscere, all’inver-so, analoghe ambizioni di Piacenza verso Sud.

43 Cfr. Registrum magnum cit., n. 164.

44 Ibidem, n. 39.

45 Cfr. MGH, Constitutiones, 1, n. 293 (p. 415, 29).

46 Registrum magnum cit., n. 174.

47 Cfr. Die Regesten des Kaiserreiches unter Heinrich VI (J. F. BÖHMER, Regesta Imperii IV/3, neubearb. von GERHARD BAAKEN, Köln-Wien 1972), nn. 117, 118, 159, 178a.

48 Cfr. Registrum magnum, cit., nn. 120 e 260, ma anche n. 4 (1184: il conte di Lavagna giura obbedienza a Piacenza).

49 Cfr. STUMPF, reg. 4364 с 4428.

50 Cfr. G. VOLPE, Lunigiana medievale (Biblioteca storica toscana), Firenze 1923.

51 OPLL, Itinerar cit., p. 84 ss.

52 Cosi come Piacenza può essere considerata il punto terminale a Nord.

53 Cfr. STUMPF, reg. 4412, 4424, 4427. È interessante al riguardo la nomina di Guglielmo di Parodi, anch’egli membro della vasta parentela degli Obertenghi, a <potestas et rector” del territorio a Nord di Lucca (Garfagnana e Versilia, cfr. STUMPF, reg. 4412).

54 Cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp. 134 e VOLPE, op. cit., pp. 91 ss.

55 Per la temporanea cessione di Borgo S. Donnino cfr. nota 47.

56 Cfr. le seguenti testimonianze documentarie degli anni 1189/1197/98 nel Registrum magnum, cit.: nn. 184, 233, 115, 266, 130, 241, 224, 218, 123, 144, 145, 237, 249, 250, 127, 223, 251, 131, 118.


Numeri: i numeri indicano i possedimenti localizzabili, nominati nei diplomi imperiali (da Ottone 1 a Enrico VI) ed appartenenti ai destinatari di tali diplomi (contrassegnati dal simbolo corrispondente). Si dà qui l’elenco delle corrispondenze numeriche:

1. «Aeli” =  presumibilmente Eia ad Ovest di Parma (cfr. DO.1.239).

2. “Aginulfi castrum, castellum” = Castello di Aginolfo, ruderi presso Montignoso Lucchese, non lontano da Pietrasanta (cfr. DH.III.339 e STUMPF, reg. 4428).

3. «Albaretum” =  Albareto a Sud-ovest di Borgo Val di Taro (cfr. DO.III.54).

4. “Albari” =  presumibilmente Alberi a Sud di Parma (cfr. DO.1.239).

5. “Alione” = Agliano presso Minucciano (cfr. STUMPF, reg. 4428).

6. «Amelia” = Ameglia alla foce della Magra (cfr. DDO.1.254, Ο.Π.253, STUM-PF, regg. 4364 e 4428).

7. «Arceto” = Arceto presso Scandiano sul fiume Secchia (cfr. DO.III.210).

8. «Baganicola” = Baganzola presso Golese a Nord di Parma (cfr. DO.I.239).

9. “Ballone” = Ballone presso Corniglio ad Est di Berceto (cfr. DO.II.238).

10. «Benecetae> = Beneceto ad Est di Vicopo, ad Est di Parma (cfr. DO.1.239).

11. «Bercet” Berceto al passo della Cisa (cfr. DDO.III.54, K.II.98 е В.-Вал-KEN, Reg. Imp. 446).

12. “Bolano” =  Bolano alla confluenza della Vara nella Magra (cfr. STUMPF,reg. 4428

13. “Bracerium»  = Bracelli  nella valle della Vara presso Beverino (cfr. DO.I. 254

14. «Brancalianum = Brancaliano, villaggio abbandonato non lontano da Pietrasanta, presumibilmente presso Pozzi (cfr. STUMPF, reg. 4428).

15. «Brina” =  Brina, ruderi presso Bolano (cfr. STUMPF, reg. 4428).

16. “Brumiade” = Abbazia di Brugnato a Nord-ovest di La Spezia (cfr. DK.II.81 e STUMPF reg. 4428).

17. «Campilia” = Campiglia, dorsale montana a Nord-ovest di La Spezia (cfr. DO.II.253 e presumibilmente anche STUMPF, reg. 4428).

18. «Caprilliola” = Caprigliola, comune di Albiano, non lontano da S. Stefano di Magra (cfr. STUMPF, reg. 4428).

19. «Caprione» = il monte Caprione tra la foce della Magra ed il golfo di La Spezia (cfr. STUMPF, reg. 4428).

20. “Careria” = Carrara (cfr. DO.1.254 e STUMPF, reg. 4428).

21. Carrellia» = Carreggia, comune di Giovagallo, presso Tresana (cfr. DO.II.253, forse anche «Carria» in DO.1.254).

22. «Casalis Luculi” = Casale Luculo presso Tornolo non lontano da Borgotaro (cfr. DF.1.286).

23. «Casellae> =Casello superiore presso Marore ad Est di Parma (cfr. DDO-1.239 с О.Ш.54).

24. “Castrum Ariani”= Castellarano a Sud di Reggio (cfr. DK.II.218).

25. “Caurie ambe”=Caprio e Teglia, affluenti della Magra (cfr. DF.1.524).

26.” Ceperana”= Ceparana presso Bolano (cfr. DO.1.254 e STUMPF, reg. 4428).

27. “in Luni» =Luni non lontano dalla foce della Magra (cfr. STUMPF, reg. 4428).

28. “Colliclum” = Collecchio a Sud-ovest di Parma (cfr. DO.ΙΙΙ.54).

29. “Coloritae” =Coloreto presso Marore a Sud-est di Parma (cfr. DDO.1.239 e Ο.ΙΙΙ.54).

30. «Congia = presumibilmente Cogna o Cogni, non lontano da Piazza al Serchio, a Nord di Camporgiano (cfr. STUMPF, reg. 4428).

31. «S. Donnini burgus “= Borgo S. Donnino, ora Fidenza ad Ovest di Parma (cfr. DO.III.54).

32. “Fabrorio”= Fraore presso S. Pancrazio Parmense ad Ovest di Parma (cfr. DO.I.239).

33. Falcinellum» = Falcinello non lontano da Sarzana (cfr. STUMPF, reg.4428)

34. Follianum» =Fogliano presso Borzano, a Sud di Reggio (cfr. DO.II.238).

35. «Guidenga Turris” = Corvaia presso Pietrasanta (cfr. STUMPF, reg. 4428).

36. «Iliaolus = presumibilmente Eglio di Garfagnana lungo il corso superiore del Serchio, a Sud di Castelnuovo di Garfagnana (cfr. STUMPF, reg. 4428).

37. «Mallianum”= Magliano presso Piazza a Nord-ovest di Camporgiano (cfr.STUMPF, reg. 4428)

38. Marciasium»= Marciaso a Nord-est di Sarzana presso Fosdinovo (cfr. STUMPF, reg. 4428).

39. «s. Martini plebs = presumibilmente S. Martino presso Gaione a Sud di-Parma (cfr. DDO.II.238 e O.IΠΙ.210).

40. «Marturanum”= presumibilmente Martorano presso Gattatico a Nord-ovest di Reggio (cfr. DO.III.54).

41. “Massa”= Massa (cfr. DDO.1.254 e F.I.463).

42. “Matricule” =Madregolo al Taro ad Ovest di Parma (cfr. DDO.III.54 e H.IV.340).

43. “Melitulum”). Meletole presso Castelnuovo di Sotto, a Nord-ovest di Reggio (cfr. DO.IΠ.210

44. “Mons Rotundus”=) Monte Rotondo, a Sud-est del Monte Gottaro presso Calice al Cornoviglio, ad Ovest della Magra (cfr. DF.1.524)

45. “Monticellum”= Monticelli Terme a Sud-est di Parma? (cfr. DDO.II.238 e Ο.ΙΙΙ.210).

46. “Montisfloris» =Montefiore ad Est di Aulla presso Casola (cfr. STUMPF, reg. 4428).

47. «Neiro =Nirone a Sud-est di Berceto sull’Enza (cfr. DDH.II.338 e Κ.Π.142).

48. «Nocetum = Noceto ad Ovest di Parma (cfr. DO.II.238).

49. «Palasioni” Palasone presso Sissa a Nord-ovest di Parma (cfr. DDO.II.238, Ο.ΙΠΙ.210, Ο.ΙΙΙ.343 e B.-BAAKEN, Reg. Imp. 446).

50. «Piciculi” un tempo non lontano da Toano presso Villa Minozza sul corso superiore della Secchia (cfr. DK.II.218).

51. «Pizo» =Portone di Pizzo sul Taro a Nord-ovest di Parma (cfr. DDH.IV.341, F.1.286 e B.-BAAKEN, Reg. Imp. 446).

52. «Planzum» = presumibilmente Pianzano ad Est di Carpineti, a Sud di Reg-gio (cfr. DKo.II.218).

53. s. Prosperi plebs = presumibilmente S. Prospero a Sud di Parma (cfr. DDO.II.238 e O.III.210).

54. Punzanellum» = Ponzanello presso Fosdinovo a Nord-est di Sarzana (cfr. STUMPF, reg. 4428).

55. Purpurianum = Porporano presso Marore a Sud di Parma (cfr. DDO-1.239 е 0.1III.54).

56 “Regnani”=Castrignano a Sud-est di Fornovo di Taro (cfr. STUMPF, reg. 56. Regnani 4444 ε Β.-ΒΛAKEN, Reg. Imp. 446).

57. “Renianum”=. Regnano presso Casole ad Est di Aulla (cfr. STUMPF, reg.4428)

58. “Sablone” =Sabbioni presso Roccabianca non lontano dalla confluenza del Taro nel Po (cfr. DO.1.142 e presumibilmente anche DDO.1.238 с О.ІІІ.210).

59. Sarzanum = Sarzana sulla Magra (cfr. DDO.I.254, F.I.405 e STUMPF, reg. 4428).

60. «Solenianum = Solignano a Sud-ovest di Fornovo di Taro (cfr. DO.II.238).

61. «Solerie” = Soleria ad Est di Aulla, a Sud-ovest di Fivizzano (cfr. STUMPF, reg. 4428).

62. «s. Stephani plebs”= S. Stefano di Magra a Nord-ovest di Sarzana (cfr. DDO.II.253, F.I.624 e STUMPF, reg. 4428).

63. “Strectoria” = Strettoia della Versilia a Sud-ovest di Massa (cfr. STUMPF, reg. 4428).

64.” Temoncello… iuxta Blanconise»  = presso Bianconese al Taro ad Ovest di Parma (cfr. DDO.II.238 e О.III.210).

65. Tenirano = Tenerano a Nord di Carrara, ad Est di Sarzana (cfr. DO.II.253).

66. «s. Terentii villa = S. Terenzo in Monti ad Est di S. Stefano di Magra (cfr. STUMPF, reg. 4428).

67. «Tiuenia» = Tivegna di Vara a Nord-ovest di Vezzano (cfr. DO.1.254 e STUMPF, reg. 4428).

68. «Tribianum = Trebiano nella valle della Magra a Nord di Lerici (cfr. DO-1.254 e STUMPF, reg. 4428).

69. “Vallis Uixinaria» («Visenerina») = Vallisnera a Sud-est di Busana sul lato Nord del Passo del Cerreto (cfr. DDH.II.338, Kо.П.142 е В.-ВАAKEN, Reg. Imp. 446).

70. “Uechanum”= Vezzano sulla Magra (cfr. DDO.1.254 e F.I.*93)

71. “Uiarolum Viarolo a Nord-ovest di Parma sul Taro (cfr. DDO.II.238 e O.III.210)

72. “Vicoferduli» =Vicofertile a Nord di Collecchio a Sud-ovest di Parma (cfr.  DDO.I.239 e Ο.ΙΙΙ.210)

73.” Banonis =Bannone presso Traversetolo a Sud-est di Parma (cfr. B.-ΒΛΑ-KEN, Reg. Imp. 446).

74. «Cassum» =Cassio tra Berceto e Fornovo di Taro (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp. 446).

75. “Castrum Gualterii» =Gualtieri presso Guastalla sul Po (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp., 446).

76. «Coltarum”= Collecchiello a Sud-ovest di Parma (cfr. B.-BAAKEN, Reg.Imp. 446

77. “Coltaurm”= Coltaro sul Po a Nord di Parma (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp.,446)

78. “Colurnium” Colorno alla confluenza del Parma nel Po (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp., 446).

 79. “Cornilium» = Corniglio a Sud-est di Berceto (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp.446)

80. “Mons Bardonis” = il Monte Bardone, il Passo della Cisa (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp. 446).

81. “Monticulum” = presumibilmente Montecchio Emilia a Sud-est di Parma (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp. 446).

82. «S. Secundus = S. Secondo Parmense a Nord-ovest di Parma (cfr. B.-BAA-KEN, Reg. Imp., 446).

83. “Sissa”= Sissa a Nord-ovest di Parma (cfr. B.-BAAKEN, Reg. Imp. 446)

84. «Arcola” =Arcola tra La Spezia e Sarzana (cfr. DF.1.463).

85. “Aula”= Aulla sulla Magra (cfr. DF.I.463 ).

86. “Beuellinum”= Beverino a Sud-est di Brugnato nella valle della Vara (cfr. DF.I.463).

87. “Casalis maior” = Casalmaggiore sul Po a Nord di Parma (cfr. DF.1.463).

88. “Castellum novum”= Castelnuovo Magra tra Sarzana e Carrara (cfr. DF.1.463).

89. «Ceruaria”= Cervara presso Grondola a Ovest di Pontremoli (cfr. DF.I.463).

90. «Coruaria»= Corvara a Nord-ovest di La Spezia (cfr. DF.1.463).

91. «Cumanum”= Comano al Taverone a Nord di Fivizzano (cfr. DF.I.463).

92. «Curtis maior” = Cortemaggiore a Nord di Fiorenzuola d’Adda (cfr. DF.I.463).

93. «Fileteria”= Filattiera a Sud di Pontremoli (cfr. DF.1.463).

94. “Galisa”= Casola in Lunigiana a Sud-est di Fivizzano (cfr. DF.1.463).

95. «Leuantum” =Levanto sul Mar Ligure (cfr. DF.1.463).

96. “Maluidum “=scomparso, presso Codolo a Ovest di Pontremoli (cfr. DF.1.463).

97.” Matrognanum> =Madrignano presso Calice al Cornoviglio a Nord-ovest di S. Stefano di Magra (cfr. DF.I.463).

98. «Monslongus» = Montelungo a Nord di Pontremoli (cfr. DF.I.463).

99. «Mulazanum = Mulazzo a Nord-ovest di Villafranca (cfr. DF.1.463)

100. “Ponzanum» =Ponzano Magra tra S. Stefano di Magra e Sarzana (cfr. DF.I.463).

101. “Riuarolum >>> =Rivarolo del Re a Nord-est di Casalmaggiore, prov. Di

Cremona (cfr. DF.1.463).

102. “Trixianum>> =Tresana a Nord-ovest di Aulla (cfr. DF.1.463).

103. “Valeranum» =Valeriano a Nord-ovest di Vezzano Ligure (cfr. DF.I.463).

104. «Varixium»= Varese Ligure a Nord-ovest di La Spezia (cfr. DF.1.463)

105 “Vidaliana» =Viadana a Ovest di Guastalla, prov. di Mantova (cfr,DF.I.463).

106. “Beluedere>> =Belvedere a Sud-ovest di Mulazzo (cfr. DF.I.463).

107. «Cerri”= presumibilmente Carro nella valle della Vara a Nord di Levan to (cfr. DF.1.463).

108. «Riualta” =Rivalta non lontano da Carro a Nord di Levanto (cfr.DF.1.463)

109. “Vallis plane curia»= Verpiani a Est di Aulla (cfr. DF.I.463)

Non è stato invece possibile identificare con sicurezza i possedimenti qui di seguito elencati: essi sono comunque localizzabili nell’ambito del territorio ripro-dotto sulla carta.

<Campolongo> =Campolongo, fraz. di Berceto o di Castelnuovo nei Monti a Sud di Reggio (cfr. DF.1.450)

“Corriatico” = forse Corradi, fraz. di Pellegrino Parmense, a Sud di Fidenza (cfr. DO.I.142)

«Lauaclo» = Lavacchia presso S. Stefano di Magra (cfr. DO.1.254).

“Linariclum” = Linaro presso Corniglio a Est di Berceto? (cfr. DO.II.253)

“Spaniacum = Spagnano presso Fornovo di Taro (cfr. DDO.II.238 e O.III.210)

«Uarianum “=“Varignano” presso Portovenere (dove?)? (cfr. DF.I.463)

Lista dei diplomi del X-XII secolo utilizzati per la carta

DO.I.142 del 952 II 6, Pavia: per i canonici del Duomo di Parma

DO.I.239 del 962 II 13, Lucca: per la chiesa vescovile di Parma

DO.1.254 del 963 V 19, S. Leo: per la diocesi di Luni

DO.II.238 del 980 XII 28, Ravenna: per i canonici del Duomo di Parma

DO.II.253 del 981 VII 18, Cerchio: per la chiesa vescovile di Luni

DO.II.257 del 981 VIII 13, Rocca de Cedici: per la chiesa vescovile di Parma

DO.III.54 del 989 IV 5, Quedlinburg: per la chiesa vescovile di Parma

DO.III.210 del 996, Roma: per i canonici del Duomo di Parma

DO.III.343 del 1000 I 1, Verona: per i canonici del Duomo di Parma

DH.II.41 del 1003 II 28, Nimwegen: per la chiesa vescovile di Parma

DH.II.71 del 1004 V 31 Rho: per la chiesa vescovile di Parma

DH.II.338 del 1015 Merseburg (cfr. l’aggiunta in DDH.II. p. 720): per il conte Ber-nardo di Parma

DK.II.81 del 1027 IV 7 Roma: per la chiesa vescovile di Luni

DK.II.98 del 1027 Verona: per la chiesa vescovile di Parma

DK.II.99 del 1027 Verona: per la chiesa vescovile di Parma

DK.II.142 del 1029 VI 12, Strassburg: per la chiesa vescovile di Parma

DK.II.143 del 1029 XII 31, Paderborn: per la chiesa vescovile di Parma

DK.II.218 del 1035 fine V, Bamberg: per la chiesa vescovile di Parma

DK.II.226 del 1036 II 15, Augsburg: per la chiesa vescovile di Parma

DH.III.197 del 1047 IV 14-V 1, Mantova: per la chiesa vescovile di Parma

DH.III.339 del 1055 V 5, Roncaglia: per il vescovo di Luni (placito)

DH.III.342 del 1055 VI 6, Firenze: per i canonici del Duomo di Parma

DH.IV.340 del 1081 XII 3, Parma: per i canonici del Duomo di Parma (placito)

DH.IV.341 del 1081 XII 14, Parma: per i canonici del Duomo di Parma (placito)

DF.I. *93 del 1154 (?fine XI-inizio XII sec.), Cremona: per i signori di Vezzano

DF.1.286 del (1159) XI 25, Crema: per i canonici del Duomo di Parma

DF.I.405 del 1163 XI 4, Lodi: per gli abitanti di Sarzana

DF.I.450 del (1164) VI 4 (VII 6?), Monte Malo: per il vescovo di Parma

DF.1.463 del 1164 IX 29, Pavia: per il marchese Obizo Malaspina

DF.1.524 del 1167 II 1, Reggio: per la gente di Pontremoli

DF.1.642 del 1175 VIII 21, Pavia: per i signori di Vezzano

DF.I.STUMPF reg. 4364 del 1183 VI 30, Costanza: per il vescovo di Luni

DF.I.STUMPF reg. 4428 del 1185 VII 29, S. Miniato: per il vescovo di Luni

DF.I.STUMPF reg. 4444 del 1186 II 11, Pavia: per il vescovo di Parma

DH.VI.BÖHMER-BAAKEN, Reg. Imp. n. 446 del 1195 V 29, Piacenza: per il vescovo di Parma.

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dall’articolo “I Longobardi e la via per il valico del Monte Valoria” pubblicato sul Corriere Apuano del 26.9.2024

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