LA STORIA DEL NOSTRO COSTUME ATTRAVERSO GLI ATTI DI MATRIMONIO

Sfogliando le buste dell’Archivio della diocesi di Pontremoli
Matrimonio ad Arzengio agli inizi del Novecento

Durante il riordino dell’archivio della Curia vescovile di Pontremoli, affidatomi dal Ministero dei Beni culturali, sempre intensa si associava anche l’emozione di toccare carte antiche e polverose, ogni fascicolo rimandava ad immaginare la storia di due persone nel loro progetto di vita insieme nelle gioie e nei dolori. Emergevano anche tante situazioni concrete di vita di paese, di storia delle parentele familiari, di condizione economica, di mentalità e di tradizioni antiche.

Gli atti presenti a Pontremoli partono dal maggio 1849. Ogni fascicolo contiene l’esame di stato libero dei due promessi sposi, firmato da testimoni.

Il dato che colpisce di più è l’endogamia: in forte prevalenza gli sposi sono dello stesso paese e, in una percentuale media tra il trenta e il quaranta per cento, c’era fra loro vincolo di consanguineità o affinità, spesso erano cugini di primo grado.

Era pertanto necessario avviare una pratica per ottenere la dispensa da tale vincolo. Ricordiamo l’elenco degli “impedimenti dirimenti” che nel secondo capitolo dei Promessi Sposi don Abbondio recita a Renzo per imbrogliarlo col suo latinorum e nascondergli la vera causa del rifiuto di celebrare il matrimonio. Il diritto canonico infirmava la validità del vincolo matrimoniale nei seguenti casi: errore di persona (error), errore sulla condizione della persona (conditio), un voto pronunciato da uno dei contraenti (votum), la consanguineità stretta (cognatio), un delitto compiuto da uno degli sposi per giungere al matrimonio (crimen), disparità di religione (cultus disparitas), l’uso della violenza per forzare il consenso del coniuge (vis), l’ordine sacro (ordo), un vincolo matrimoniale già precedentemente contratto (ligamen), motivi di onestà (honestas), la parentela fra uno degli sposi e la famiglia dell’ altro (si sis affinis).

La pratica era avviata dal parroco, passava nel suo iter alla Curia vescovile e di qui alla Sacra Penitenzieria della Curia Romana. Il parroco compilava anche uno “stato di possidenza” degli sposi, dichiarandone la consistenza patrimoniale “in re” o “in spe” dei beni economici disponibili al momento o ereditabili, ma non sono rare le dichiarazioni di “stato di povertà e miserabilità”. Questi documenti, che sono anche una fonte significativa per studiare la condizione economica dei nostri paesi, venivano redatti per stabilire i costi da pagare alla Curia Romana per ottenere il nullaosta al matrimonio, nei casi dichiarati di totale indigenza la pratica era gratuita.

Il documento romano è in latino, manoscritto e calligrafico, su pergamena, con grande e personale timbro a secco del cardinale della Penitenzieria: sono fogli affascinanti non solo per gli appassionati di sfragistica.

Le motivazioni per la concessione della dispensa dai vincoli di parentela sono molteplici. La più comune è “angustia loci”: la donna “non ha altro partito pari suo”, data la piccola dimensione del paese. Molti sono però i casi di “matrimoni riparatori”, per rimuovere lo scandalo: succede quando la donna già aspetta un figlio e bisogna legittimarlo, c’è coabitazione dei due sotto lo stesso tetto, concubinato, pericolo di incontinenza sessuale e legami incestuosi.

La richiesta di dispensa dai vincoli di parentela è fatta anche per motivi sociali ed economici. Una donna dopo i 24 anni è considerata di “età avanzata” per poter sperare in un altro futuro sposo, oppure va considerato il “defectus dotis” e anche il “defectus venustatis”: l’espressione latina denuncia i drammi della povertà di ragazze orfane, povere, abbandonate dai genitori o da seduttori, ospiti di orfanotrofi, ragazze-madri, ci sono anche casi dichiarati di donne che “non vogliono esser serve della cognata” moglie del capofamiglia, ma anche “prive di bellezza”: come dire che non potrebbero trovare nessun altro disposto a sposarle, se non il richiedente vincolato con lei da parentele, anche se a volte è vecchio o disabile e perfino violento e alcolizzato.

Sono abbastanza numerose anche le richieste di dispensa che interessano persone in stato di vedovanza: lui ha bisogno di una donna per la cura della famiglia, lei ha bisogno di sostentamento economico per sé e per i figli. Altre richieste sono fatte per porre benevolenza fra i parenti e rifare pace, per il bene dei figli, per rimuovere pericoli di ‘ ‘perversione” morale (in un caso questo pericolo viene ipotizzato per la donna perché è “merciaia ambulante”): è un’ interessante indicazione di costume e di mentalità, che oggi sarebbe incredibile o offensiva. E ancora si chiede la dispensa dai vincoli di parentela invocando i buoni costumi dei richiedenti, l’amicizia e gli interessi familiari, relazioni di affari, bisogno di tutela. In un fascicolo datato 1889 sono inserite anche lettere d’ amore tra i due promessi a sostegno della loro richiesta. C’è poi la preoccupazione che, se non sarà concesso di poter celebrare il matrimonio religioso, si faccia il solo matrimonio civile (ci sono casi di contratto già avviato), che veniva considerato “rapporto concubinario con scandalo”.

I vedovi che si risposavano chiedevano alla Curia la dispensa dalle pubblicazioni in chiesa per evitare che “il popolo potesse destarsi a rumore”.

I matrimoni fra vincolati da consanguineità o affinità cominciano a diminuire significativamente dopo la prima guerra mondiale, fino a ridursi ora quasi a zero.

Il numero dei matrimoni contratti nella diocesi di Pontremoli nel periodo documentato dal 1849 al 1990 è specchio dei dati demografici e anche politici: diminuisce negli anni di guerra e c’è un forte incremento nei primi anni di pace. Nel 1947 si arriva al tetto di 887 matrimoni in un anno, ma un picco alto c’è anche nel 1962 (708) e 1963 (714), dopo i numeri sono in discesa fino ad arrivare a 221 matrimoni celebrati nel 1990 nella ormai ex-diocesi di Pontremoli.

Come specchio degli eventi politici compaiono alcuni dati: per il 1849 chiedendo alla Curia romana le dispense si aggiunge “tanto più che nell’attuale baraonda bisogna anche accomodarsi al desiderio degli esigenti”: erano i mesi della mazziniana Repubblica romana e Pio IX si era rifugiato a Gaeta presso i Borboni. Altri atti sono di persone rimaste vedove per l’epidemia di colera. Dalla fine dell’Ottocento si celebrano anche matrimoni per procura, dato il forte fenomeno dell’emigrazione in terre assai lontane di molti giovani. Nel 1920 un parroco chiede di poter sposare segretamente due che “sono imboscati per motivi politici a causa del bolscevismo nostrano”. Dopo il Concordato del 1929 il matrimonio religioso ha anche pieni effetti civili e si richiede l’estratto dell’atto di nascita, il quale, dopo il varo delle leggi razziali del 1938, riporta la dicitura “di razza ariana” e “di fede cattolica”. Sono documenti tutti uguali redatti a mano dall’impiegato comunale Reisoli. Negli atti compaiono solo due matrimoni di religione mista (nel 1919 e nel 1946): nel darne autorizzazione si pone la condizione che la sposa cattolica cerchi di convertire lo sposo protestante, di battezzare ed educare i figli al cattolicesimo, di celebrare il matrimonio al di fuori della chiesa e senza nessun rito ecclesiastico. Nel 1951 in un fascicolo c’è l’abiura al comunismo (militanza politica allora scomunicata da Pio XII): lo sposo dichiara di avervi aderito non per andare contro la religione, ma “per motivi economici come partito dei poveri e dei lavoratori”.

Infine non mancano pratiche di opposizioni al matrimonio rivolte ai tribunali dello Stato e fatte in nome soprattutto di interessi patrimoniali.

Tante carte, alcune corrose dalla polvere e da altre usure, che registrano storie liete nella maggior parte dei casi, ma palpitano anche di drammi e difficoltà personali e collettive.

Paola Bianchi, Il Corriere Apuano, 11.11.2000

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