di Germano Cavalli
Meritano senz’altro menzione, non fosse altro per il contributo che dettero in tempi non remoti alla sempre precaria economia lunigianese, alcune pratiche agricole ed artigianali ormai cadute in disuso e delle quali se ne va lentamente perdendo il ricordo anche nelle comunità montane dove, per ragioni che sono evidenti, più duraturo e tenace è il persistere delle tradizioni.
Senza volere entrare in merito ai complessi fenomeni etno-grafici fatti di sopravvivenze, contaminazioni ed attardamenti e condizionati da particolari condizioni storico-sociali, a noi interessa, in questa sede, dar giusto risalto ad una pratica artigianale o più semplicemente familiare che, nel quadro di una economia di tipo chiuso come appunto è stata quella della nostra valle, ebbe parte non trascurabile nel sopperire ad alcune delle necessità più elementari delle nostre genti.
Se la coltura e la lavorazione della canapa non ebbero in Lunigiana grande diffusione, o per lo meno tale da assurgere ad una forma autosufficiente di artigianato, è pur vero che in ogni comunità rurale della nostra valle ogni famiglia di contadini riservava alla coltivazione della canapa un pezzetto di terra (1) dal quale poterne ricavare almeno il fabbisogno occorrente a soddisfare gli usi domestici più elementari.
Dato l’alto costo dei tessuti più pregiati, che in larga parte provenivano dalla Lombardia, dal Genovesato e dalla Toscana (2) e che erano accessibili soltanto ad una ristretta categoria di persone, per i contadini, spinti dalla necessità, ma anche da una tradizione secolare che insegnava loro a risolvere il maggior numero possibile di problemi nell’ambito stesso della famiglia, fu necessario ricorrere a prodotti più economici che loro stessi potevano produrre; come la canapa appunto, che, tra l’altro, aveva il non trascurabile pregio di poter essere coltivata un po’ ovunque (3), di crescere senza particolari attenzioni (4) e di essere una fibra molto resistente.
Erano le donne che accudivano con cura a tutte le svariate e laboriose operazioni necessarie per ottenere il filato, operazioni alle quali dedicavano le lunghe veglie invernali ed il tempo lasciato libero dalle occupazioni domestiche e campestri (5). Agli uomini era invece riservato il compito di costruire gli strumenti d’uso tessile (6), tutti fabbricati « in casa » con legname di recupero o direttamente proveniente dal bosco, in forme rustiche ed essenziali, ispirate soltanto ad una estrema praticità. Ben raramente accade infatti di notare un pur semplice motivo decorativo in questi strumenti che, da notare, erano espressamente costruiti per le donne e comunque esclusivamente destinati ad un lavoro tipicamente femminile (7).
Se tutte le famiglie erano in grado di svolgere autonomamente tutti i procedimenti che vanno dalla semina alla produzione del filato, diversa considerazione merita la fase successiva, quella di tessitura ai telai, che, essendo impostata con diverso criterio e su basi di una attività artigiana di più apprezzabile livello, era di pertinenza di una o al massimo due famiglie per ogni comunità, con un rapporto approssimato di circa 300-500 abitanti per ogni telaio.

Gli impianti di tessitura, quasi tutti a conduzione familiare, erano dislocati un po’ ovunque in Lunigiana, con maggior densità, naturalmente, dove più diffusa era la coltivazione della canapa, ma il fatto che sorgessero in un borgo anzichè in un altro, sfuggendo qualche volta a precisi criteri di importanza viaria o di centralità, dipendeva soprattutto dalla capacità professionale delle tessitrici, capacità che molto spesso veniva acquisita attraverso la continuità di una tradizione familiare tramandata di generazione in generazione.
Dal telo, che esse ottenevano con paziente lavoro al telaio (8), se ne ricavavano lenzuola, coperte, tende, asciugamani e tovaglie per la casa, sacchi, teloni e corde per i lavori cam-pestri. fascie e corpetti per neonati, pantaloni e camicie, gonne e grembiali. La canapa era impiegata nella confezione degli indumenti estivi nella stessa misura in cui la lana era im-piegata nella confezione di quelli invernali.
La nostra indagine è stata condotta a Ripola (abitanti 110, alt. s.l.m. 500 mt., in Comune di Licciana Nardi), nella valle del Tavarone, villaggio posto su un colle che costeggia l’antica strada di Linari che per il passo del Lagastrello conduce in Emilia.
A Ripola, più che altrove, la lavorazione della canapa rappresentò una attività preminente e caratteristica che seppe giungere a forme di genuina espressione di artigianato familiare. Ai telai di Ripola portavano a tessere il filato da Comano, Crespiano, Varano, Tavernelle, Taponecco, Apella, Compione, Treschietto, Iera, Vico, Filattiera, Scorcetoli, ed ultimamente, anche dal Castevolese e da alcune frazioni del Pontremolese.
Quando, col mutare dei tempi, molti dei telai dislocati in Lunigiana, perchè superati da procedimenti più evoluti, furono costretti a cessare l’attività, a Ripola queste pratiche so-pravvissero ancora per molto tempo fino a cessare definitivamente intorno al 1950 (9). Grazie quindi ad una tradizione locale che si è mantenuta praticamente intatta fin quasi ai nostri giorni, è stato per noi possibile raccogliere in questo villaggio, dati e notizie dalla viva voce delle persone che dedicarono una vita alla lavorazione della canapa, attività che ricordano con nostalgia e che, col suo declinare, segnò il tramonto di una forma di vita lunigianese.
PROCEDIMENTI DI LAVORAZIONE ED UTENSILI IMPIEGATI (10)
1ª fase

Semina della canapa nel mese di maggio in terreni concimati e possibilmente umidi (colture ortive). Una semina fitta dava fusti alti e non ramificati e quindi una fibra lunga e sottile. Ad una semina rada corrispondevano invece fibre grossolane ma più resistenti.
2ª fase
Raccolta in agosto inoltrato avendo cura di lasciare per qualche giorno in più, fino ai primi di settembre, le piante da semenza (bakón). La raccolta della canapa avveniva mediante sradicatura (ragár la kánia), e quindi gli arbusti venivano legati in piccoli fasci (manèi) del diametro di dieci cm. circa per poterli agevolmente impugnare nelle fasi successive di la-vorazione.
3ª fase

Macerazione in fosse, gore o vasche o comunque acque morte (bòzi), nelle quali le mannelle erano immerse e trattenute a fondo da grosse pietre. Tempo di macerazione: da 10 a 12 giorni.
4ª fase
Essicazione naturale (asugár la kánia) esponendo al sole, sulle aie, i piccoli fasci. Tempo di esposizione: da 3 a 4 giorni.
5ª fase
Sfibratura della canapa (skòciár) allo scopo di spezzare il nucleo legnoso.

Si usava uno strumento (skòc) a forma di treppiede con un incavo nella parte superiore nel quale veniva posta la mannella che veniva ripetutamente battuta a mano con aste di legno (kòrtèi per báter la kánia).
6ª fase
Raffinazione mediante gramolatura.
Per questa operazione si usava uno strumento, la gramola, formato da due assi dentellati di legno duro incernierati ad una estremità. (La forma dell’attrezzo era simile ad una rudimentale сеsoia). Interposti i filacci di canapa tra i due bracci, si batteva ripetutamente il primo sul secondo che era fisso.

7ª fase
Pettinatura a mano (kuncia) mediante pettini (kuncín) con fitti e lunghi denti di acciaio che venivano fissati od inchiodati su panconi di legno. I tigli di canapa venivano, con movimento veloce, fatti passare sulla fitta dentatura dei pettini. Dallo scarto di questa operazione si rica-vava la stoppa usata anche per la costruzione delle corde.
8ª fase
I filamenti tessili (bòzzi) mediante la filatura alla rocca (róka) venivano trasformati in filo che era avvolto sui fusi. Per mantenere attiva la salivazione, le donne che filavano tenevano in bocca una castagna secca (gussón).
9ª fase

Trasformazione del filo raccolto sui fusi in matasse (lacia), mediante l’aspo girevole (dnaspa).
L’aspo era un avvolgitoio rudimentale in legno formato da due sopporti fissi che sorreggevano, negli appositi incavi, una crociera rotante sull’asse orizzontale azionata a mano con una manovella. Sulle tacche trasversali, poste all’estremità di ciascun braccio della crociera, veniva avvolto il filo che formava la matassa. Ogni matassa era formata da cinque fusi ed ogni fuso conteneva metri 50 circa di filo.
10 fase

Lavatura e candeggiatura delle matasse.
Il bucato era fatto a caldo in appositi recipienti di terra cotta (kónka) e, come candeggiante, si usava la cenere. L’operazione veniva ripetuta due o tre volte.
11 fase
Asciugatura delle matasse che venivano esposte al sole su pertiche ramificate. Tempo di esposizione: uno o due giorni.
12ª fase
Svolgitura delle matasse che venivano trasformate in gomitoli (giumèi).

Per questa operazione si usava un caratteristico attrezzo di fabbricazione locale, il guindolo (guindèl) o o arcolaio, costruito in legno e costituito da un basamento che sorreggeva un asse verticale sul quale ruotavano due crociere (la sottostante con gli assi maggiori) collegate tra loro da costole che venivano ad assumere una posizione inclinata.
13ª fase
Tessitura al telaio. Al telaio, ingegnoso quanto rudimentale attrezzo costruito in legno ed azionato con veloci, ritmici e coordinati movimenti delle mani e dei piedi, il filo di canapa ve-niva trasformato in tessuto (tél). I teli, a seconda dell’uso, potevano avere altezze variabili da 65 a 90 cm. e la loro lunghezza era misurata in «redi » (11). Si tessevano teli grossolani per sacchi e telame ordinario e teli di tipo più fine per la confezione di tovaglie, di coperte, di lenzuola e di indumenti in genere.
Il motivo del disegno era sempre geometrico ed estremamente elementare. Le trame più ricorrenti erano del tipo detto a « macamé » e a « spina » per i tessuti comuni e ad « occhio di pernice » (occhietto) e a « lisca di pesce » per i tessuti di maggior pregio.
GERMANO CAVALLI, Note di Etnografia lunigianese – La coltura e la lavorazione della canapa, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, Vol. II, anno 2 – 1972, edito da Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana, Villafranca – Tip. Artigianelli – Pontremoli
(1) In Lunigiana, la coltivazione della canapa rientrava tra le colture ortive. Ad essa ogni famiglia destinava un’area che di regola non superava i 200 mq.
(2) Le sete fini, le mussole, i velluti e i merletti crano importati in Lunigiana e venduti da mercanti ambulanti che passavano in epoche fisse e che servivano una clientela in gran parte fissa. Ma certe stoffe come la “büdania” e la “mezzalana” erano anche prodotte da piccole industric tessili locali. A Pontremoli si produceva una stoffa di lino e canapa detta “pignolato” che, oltre ad essere usata localmente, era anche esportata in Lombardia. Cfr. Manfredo Giuliani, Costumi tipi e industrie del Pontremolese. Rivista del Touring Club Italiano, N. 9, settembre 1917.
(3) Data la richiesta relativamente limitata, un terreno idoneo poteva esser facilmente réperito in prossimità del casolare o nella parte più umida e concimata dell’orto.
(4) Bastavano due sarchiature.
(5) Il compito della donna, nel campo delle attività economiche, era arduo in tutta la Lunigiana. Filava e badava al bestiame da giovinetta quando non poteva ancora essere utile nei lavori campestri, filava e lavorava nei campi, con l’aggiunta delle faccende domestiche, quando era maritata; continuava a filare quando, ormai logora, non poteva più essere utile nei lavori pesanti.
(6) E non solo d’uso tessile. Sempre ispirandosi a criteri di autosufficienza, il contadino lunigianese, soprattutto nel periodo invernale, si trasformava in artigiano e provvedeva, con mezzi propri, alla costruzione ed alla riparazione degli strumenti e degli attrezzi di più comune impiego. Utensili agricoli in genere, tragge e benne, attrezzature per la casa, per la stalla e per la cantina, arnie, attrezzi da pesca e per l’industria casearia ecc., erano appunto i prodotti più tipici di questa attività integrativa.
(7) Afantastico ed estremamente pratico, il contadino-artigiano lunigianese ben di rado indulgeva alla finezza della decorazione. Il motivo ornamentale, quando era presente, era eseguito mediante la tecnica dell’incisione o dell’intaglio e consisteva essenzialmente in raffigurazioni geometriche assai elementari tra le quali ricorderemo, perchè più tipiche e frequenti, le losanghe, le incisioni parallele, la stella a cinque punte, la margherita a sei petali inscritta nel cerchio, i cuori e le foglie. Cfr. Giovanni Sittoni, Il motivo ornamentale nella Lunigiana Apuana. Archivio per la etnografia e psicologia della Lunigiana, Vol. 1º, fasc. 1º, 1911, La Spezia.
(8) Lavorando dall’alba al tramonto si poteva tessere un telo lungo due “ redi» (m. 7.50). L’addetta al telaio era pagata per ogni «redo » di telo prodotto. Le tariffe erano le seguenti:
L. 0,60 al redo nel 1925
L. 1,20 al redo nel 1940
L. 300 al redo nel 1950
(9) Praticamente le attività relative alla coltivazione e alla lavorazione della canapa, in Lunigiana, caddero definitivamente in disuso alla fine della seconda guerra mondiale. A Ripola, ancora nel 1940, erano in piena attività tre telai, e le ultime tessitrici del luogo sono state le signore Boschetti Virginia, Muri Draghi Mariella e Crispi Paolina che, unitamente a tutti gli abitanti di Ripola, sentitamente ringraziamo per la cortesia che ci hanno dimostrato e per le notizie che ci hanno fornito.
(10) Il procedimento di lavorazione descritto, nel quale le fasi sono indicate in preciso ordine di successione, era quello in uso a Ripola, luogo nel quale è stata condotta l’indagine. In pratica è lo stesso procedimento che, salvo alcune trascurabili differenze variabili da luogo a luogo, era in uso in tutta la Lunigiana. Le voci tra parentesi indicano espressioni nella forma dialettale di Ripola.
(11) Ogni redo corrispondeva a m. 3,75 ed era formato da 5 bracci », ciascuno della misura di m. 0,75. Poichè tale misura non corrisponde ne al braccio fiorentino (m. 0,584), ne a quello genovese (m. 0,578), ne a quello milanese (m. 0,595), ne a quello modenese (m. 0,648), ne a quello parmigiano (m. 0,644), si ritiene che tale misura (m. 0,75) sia stata modificata ed arro-tondata per eccesso con l’introduzione del sistema metrico decimale.