Il Cappuccino lunigianese che previde la vittoria dei cristiani e la liberazione di Vienna

Il Comandante Ernst Rudiger Starhemberg aveva giurato di difendere Vienna fino all’ultima goccia di sangue. Tutto il mondo cristiano attendeva con il fiato sospeso la notizia della caduta della città ormai allo stremo, assediata da un esercito formidabile di 300.000 turchi al comando di Kara Mustafà. Vienna era la porta d’Europa e la sua caduta avrebbe portato l’Islam a dilagare in Germania e Italia. ‘Dal campo turchesco vi fu chi ne scrisse a un negoziante di Venezia la baldanzosa minaccia’. Lelio Boscoli, consigliere e segretario di stato del Duca di Parma, né parlò con Padre Francesco: “Pregate Dio per noi, perché Vienna è già spedita con grave danno dell’afflitto cristianesimo; gli rispose francamente il buon Religioso: V’ingannate Signor Marchese, Vienna sarà presto liberata; e voi ne udirete quanto prima le nuove; e così fu; perché pochi giorni dopo giunse l’avviso lieto dell’insigne vittoria riportata dall’armi cristiane”.
Il cappuccino che aveva presagito la vittoria e la liberazione di Vienna dall’assedio nel 1683 era un lunigianese, di grande fama e santità al suo tempo, taumaturgo e venerato dai potenti e dalla povera gente, Padre Francesco da Bagnone. Visto che i Cappuccini si firmavano non con il cognome di famiglia, ma con il paese d’origine, il suo biografo confratello e contemporaneo Gioachino da Soragna è molto preciso e dettagliato. Era nato da Caterina Brunelli e Giandomenico Tonarelli in territorio di Castevoli a Brigondola possesso dei conti Noceti di Bagnone, ed era stato battezzato nella chiesa maggiore di Villafranca, marchesato dei Malaspina, con il nome di Bernardino. Era un giorno di sabato, il 1° agosto 1610, ore 13 circa. A Bagnone visse i primi 15 anni. Fu poi mandato a Parma per proseguire gli studi alla scuola dei Gesuiti. Viveva presso i nobili Bacchini, dove si legò di amicizia con un esponente della fa-miglia, il cappuccino Padre Cherubino, del quale decise di seguire la scelta religiosa. Tra-scorse l’anno di noviziato a Faenza, dove il 24 marzo 1633 vesti il saio francescano e il 24 marzo dell’anno seguente emise la professione religiosa. Con i tre voti canonici sembra ne emettesse un quarto (“Suddito per ubbidire e non mai superiore per comandare”), del tutto libero e personale, di non accettare cariche e uffici di superiorato e questo spiegherebbe la sua completa assenza dal governo e dalle vicende della provincia, benché la sua vita sia stata tutt’altro che monotona e priva di interesse. Dopo i sette anni di studi filosofici e teologici fu ordinato sacerdote, ed ebbe dai superiori l’incarico di predicatore che esercitò per tutta la vita.
Povero, obbediente e casto

A testimonianza della sua povertà, sommo ideale francescano, il mobilio della cella, nella quale riceveva anche principi ed alti prelati, consisteva in una croce di legno e un piccolo quadro della Madonna col Bambino dono della Duchessa Margherita Medici Farnese: oggetti che riteneva in cella dopo reiterati permessi richiesti ai superiori e concessi. Soffriva chiragra e podagra ed a Colorno ricevette la visita di Ranuccio II seduto sul letto appoggiato a uno scanno di legno; tornato a corte il Duca ordinò gli fosse portato un “assai nobile appoggiatoio”; Padre Francesco ricevette il dono, ringraziò e lo rinviò al mittente come non confacente all’altissima povertà di Francesco d’Assisi. Sull’obbedienza, il biografo nota che era sovranamente indifferente al convento nel quale veniva destinato, così come alle mansioni, ai superiori vicegerenti di Dio e a quant’altro oggetto del voto. Subì una specie di crisi quando i Farnese, per una forma di gelosa ed esclusiva venerazione, quasi imposero ai superiori dell’ordine, come non si trattasse di libero consenso, di non allontanarlo dal convento di Parma. Quanto alla castità, non fu mai notato famigliarizzare con donne; anzi nei loro confronti sfoggiava tratti rozzi, bruschi e aspri accentuando artificiosamente una sua naturale rusticità. Addetto alle pulizie della Chiesa del convento di Novellara, fu provocato da una ‘sfacciata e licenziosa donzella’ con parole, sguardi, abbracci e baci; stordito dall’assalto reagì con urli, pugni e morsi e con il manico della scopa, con i complimenti “degli angeli che dal cielo furono spettatori di così glorioso trionfo”! Un’altra volta, inviato con un compagno al-la questua presso una famiglia di benefattori, fu sorpreso in ginocchio a pregare da una gio-vane della casa che con parole, vezzi e lusinghe inequivocabili gli si gettò al collo; ma, come l’antico patriarca Giuseppe che respinse le pesanti avances del potente Potifar, riuscì a divincolarsi e a fuggire trascinando con sé l’ignaro esterrefatto compagno al quale solo in seguito spiegò l’accaduto.
Antinepotista
In un tempo in cui non avrebbe certo suscitato scandalo fu duro avversario del nepotismo. Ai parenti che andavano a fargli visita al convento faceva rispondere: “Dite che sono morto!”. Aveva due fratelli sacerdoti, Antonio e Domenico. Fu per rispetto e onore a Padre Francesco che il Duca Ranuccio II li fece venire a Parma con l’intenzione di incarichi e promozioni onorifiche; ma il Frate-fratello si oppose a che rimanessero in città ed evitò con durezza ogni gesto che avesse potuto sollecitare la benché minima benefica attenzione o privilegio.
Tra le virtù vengono segnalate e descritte con abbondanza di episodi edificanti: sincerità, semplicità, prudenza, pazienza, austerità e astinenza (per dodici anni non mangiò né carne né pesce, sfoggiando una fantasia sopraffina per giustificare i rifiuti senza offendere i commensali), mortificazione (portava il cilicio di ferro, una specie di cinghia con le punte rivolte all’interno), umiltà (scoppiò in lacrime e corse a nascondersi colmo di vergogna dopo un’estasi, avvenuta in pubblico durante la messa nella cappella ducale), fino a farsi passare per mangione e mentecatto (“Mo’ sono pur matto!”) come Gesù nel Vangelo e Francesco ad Assisi.
Tra le devozioni, singolare quella alla Passione di Cristo e a Maria Immacolata (era terribile con le dame che d’estate durante la recita del Rosario si rinfrescavano con il ventaglio, quasi si trattasse di mancanza di rispetto verso la Vergine).
Ebbe frequentissime visioni, soprattutto della Madonna, rapimenti mistici ed estasi in particolare durante le celebrazioni eucaristiche, ma anche nella sua propria cella. Ebbe il dono della profezia e frequenti furono gli annunci di eventi tristi o lieti puntualmente verificatisi.
La venerazione dei Farnese per il loro taumaturgo
I Farnese, in particolare Ranuccio II, la sorella Maria Maddalena e la duchessa madre Margherita, nutrirono per il cappuccino bagnonese una sconfinata ammirazione, quasi una venerazione in vita, di cui contagiarono molte corti con loro imparentate; tra i devoti vengono ricordati molti Cardinali, tutti i sovrani d’Italia, non pochi principi di Germania (tra essi i Duchi di Brunswich, la regina di Spagna Maria Luisa d’Orleans e l’Imperatore Leopoldo I. Fatto rientrare d’urgenza da una predicazione a Piacenza al capezzale della duchessa Maria d’Este, terza moglie di Ranuccio II, guarì la moribonda con una sua benedizione (che poi venne stampata e diffusa in tutta Europa, provocando guarigioni a catena, testimoniate da una moltitudine di lettere). Il Cappuccino operò in quei giorni (era la fine di febbraio del 1676), indifferentemente a favore dei nobili e dei popolani, un gran numero di guarigioni, tanto che la chiesa dei Frati era piena di fedeli dal mattino alla sera, un giorno anche 20 mila. Per non turbare ulteriormente la vita del convento il Duca fece trasferire in segreto il taumaturgo prima in un edificio del parco ducale poi nel convento di Fontevivo.
Nelle Memorie il biografo si dilunga in miracoli delle più diverse tipologie (una decina di capitoli distintamente dedicati a guarigioni di febbricitanti, moribondi, ciechi, zoppi, gottosi, nefritici, apoplettici ed epilettici, idropici e paralitici, asmatici e muti, comunque sempre affetti da mali complicati per la medicina del tempo, ostinati e atroci) spesso corredate dalla dichiarazione scritta di testimoni noti e autorevoli. Singolare la descrizione dettagliata (sei pagine) del protomedico Alessandro Cocci di una guarigione compiuta a favore di un povero disgraziato che senza morire, poté espellere per vie urinarie un mostro serpentiforme della grossezza di un dito e della lunghezza di trenta centimetri; il testo ripor a il ritratto al naturale della bestia fatto eseguire da un pittore appositamente convocato.
Fu scrittore tipicamente devozionale. Su ordine dei superiori scrisse un “Manualetto di preghiere alla Madonna Addolorata”; non se ne ha traccia. Pubblicò poi: “Otto considerazioni semplici, ma devote, sei della Passione di Cristo Nostro Signore e due della Passione di Maria nostra Madre”; il testo fu edito a Parma nel 1677.
Morì il 4 aprile 1692, giorno del venerdì santo, alle ore 11, come ripetutamente previsto e predetto a confratelli e amici, dopo due mesi dall’acuirsi di podagra, gotta e febbri altissime; tutta la città aveva voluto visitarlo con processioni continue; aveva ricevuto i sacramenti, rinnovato la professione dei voti, chiesto il perdono dei confratelli, baciato il crocefisso e recitato le parole di Gesù in croce: Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Fu pianto da tutta l’Europa cristiana. Fu sepolto alla maniera cappuccinesca, tranne che per una cassa di legno imposta dai Duchi in sostituzione del semplice lenzuolo e di un sasso come guanciale.
Il Vescovo di Parma Giovanni Saladini aprì il processo di beatificazione che si arenò alla fase diocesana. I motivi sono probabilmente da ricercarsi nel crollo dell’importanza del ramo parmense-piacentino della famiglia Farnese che nel 1731 si estinse per mancanza di eredi; il ducato passò per successione ai Borbone di Spagna che, meno di mezzo secolo dopo si ritirarono nel Regno di Napoli con tutti i bagagli e le ricchezze che fu possibile trasferire, quadreria e archivi compresi. Li forse potrebbe compiere le sue ricerche lo studioso curioso di conoscere e aggiornare la figura di un grande bagnonese, pianto da tutta l’Europa cristiana che l’aveva conosciuto, in vita e dopo morte, come il più straordinario taumaturgo del suo tempo.
Antonio Zanni, Francesco da Bagnone, venerabile taumaturgo alla corte dei Farnesi, Il Corriere Apuano, 4.8.2001 p. 3
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Le notizie qui riportate sono desunte dalle seguenti fonti:
- Gioachino da Soragna, Memorie del Venerabile Servo di Dio P. F. Francesco da Bagnone Cappucci-no descritte ed esposte alla imita-zione, ed ammirazione de’ Posteri, dalla Penna di F. Gioachino da Soragna del medesimo Ordine e da Essolui Dedicate all’Altezza Serenissima di Francesco primo Farnese Duca di Parma, Piacen-za, etc., in Parma, per Alberto Pazzoni e Paolo Monti, MDCCIII;
- Felice da Mareto, Biblioteca dei Frati Minori Cappuccini della Provincia Parmense, Modena 1951
- Stanislao da Campagnola, Padre Francesco da Bagnone e la Madonna, in AA. VV. L’Immacolata nella Provincia Parmense dei Frati Minori Cappuccini, Parma 1954.
- Giuseppe Bertini, Un ritratto del Cappuccino Francesco da Bagnone dalla quadreria farnesiana a Burgley House, in Aurea Parma, rivista di storia, letteratura e arte, Anno LXXIV fascicolo II, luglio-agosto 1990.