RESTRIZIONI DI GUERRA: QUANDO LA DIETA FERREA ERA DURA NECESSITA’

di Maria Luisa Simoncelli

Gli anni della “tessera” tra fame e mercato nero

Bombardati continuamente e perfino con volgarità da una pubblicità contraddittoria, che, mentre spinge a consumare cibi, si premura di dire che la percentuale di grassi, di calorie è minima o addirittura annullata, se ci capita di rovistare fra vecchie carte del “cassetto della memoria” di casa oppure negli archivi, si rimane impressionati a toccare con mano le Carte Annonarie o tessere che, giorno per giorno, una sessantina d’ anni fa, negli anni crudi della guerra, assegnavano la razione minima degli alimenti indispensabili alla sopravvivenza. Allora la grammatura non la facevano i dietologi con le loro tabelle scientifiche, ma il duro stato di necessità. Era fame, specialmente per gli abitanti delle città.

Abbiamo fra le mani una “carta annonaria”, valida per quattro mesi, dal novembre 1944 al febbraio 1945 nella provincia di Apuania; reca, rimarcata in grassetto, la dicitura “Conservate gelosamente” (altrimenti non si poteva avere neanche quel poco). L’ annona (da “annus”) è un’organizzazione amministrativa che sovrintende ai rifornimenti alimentari o di altri beni essenziali in condizioni di guerre e altre crisi, già istituita in Roma antica. La razione di pane era quotidiana, quattro erano le cedole mensili per la prenotazione del pane o della farina di granoturco, due le cedole mensili per la prenotazione dello zucchero (mezzo chilo al mese ed era una melassa delle api di colore giallo e sapeva di aglio), mezzo litro di latte al dì lo davano a famiglie con bambini. A Pontremoli lo zucchero lo distribuiva il negozio di via Ricci Armani poi di titolarità Venuti.

Il 1944 fu provvidenzialmente per i contadini un anno di buoni raccolti. Venivano molti da La Spezia, Massa e Carrara: c’era il baratto, portavano biancheria o oggetti di casa, sale in cambio di fatina, portavano anche carburo per l’acetilene, soda caustica per fare il sapone, il quale veniva fatto anche con le ossa prese dai macellai con aggiunta di allume di rocca. C’era chi si spingeva a piedi fino alle vallate parmensi per procurarsi alimenti, partivano con gli zoccoli che al ritorno erano consumati e i piedi erano pieni di vesciche. Dormivano nelle stalle, accolti dalle famiglie del posto con generosità perché il dolore spesso unisce e rende solidali. Il razionamento degli alimenti non impediva favoritismi, privilegi e soprattutto il mercato nero, come sempre succede nei tempi di crisi e anche quando si mette il calmiere dei prezzi.

Per disporre di provviste fu imposto I ‘ ammasso, un ‘ operazione obbligatoria con la quale gli agricoltori, padroni, mezzadri o affittuari, dovevano conferire all’Ente pubblico i propri prodotti (vino, grano, bestiame, mais, patate) nell’interesse della collettività, dopo aver tenuto per sé una quantità stabilita.

L’ammasso continuò anche nei primi anni del dopoguerra. Un Decreto Ministeriale del 27 maggio 1946 stabiliva che il soggetto interessato (colono, conduttore, dirigente o impiegato di azienda agricola) doveva fare domanda all’Ufficio annonario del Comune per rilascio di Bolletta di macinazione, nella quale si dichiarava che aveva diritto a trattenere per il fabbisogno suo e dei familiari cereali ragguagliati a grano per una misura massima di due quintali annui per persona. Ad esempio: q. 1,50 di grano era ragguagliato a q. 2,25 di granoturco. Ci saranno state anche delle evasioni nella dichiarazione di quanto prodotto, però i controlli c’ erano per accertare.

I documenti amministrativi degli anni di guerra mettono in luce tante altre restrizioni, estreme per gli ebrei, e, comunque, pesanti per tutti.

Gli ebrei “discriminati o non” non potevano commerciare lana e stracci di lana e di altra fibra, nemmeno quelli usati.  La Questura provinciale voleva risposta da tutti i podestà comunali di aver adempiuto al controllo in questione sugli ebrei, i quali non potevano neppure commerciare oggetti antichi e d’ arte, non potevano avere licenze per scuole di ballo; il divieto valeva anche per gli “ariani” che avessero rilevato licenza dal coniuge ebreo “allo scopo di ovviare alle conseguenze dei provvedimenti razziali”. Gli stracci raccolti erano destinati alle industrie tessili per le forze armate. Il Prefetto di Massa nel 1939, in tempo di preparazione all’ingresso in guerra, dispose che ogni famiglia che teneva pecore o capre poteva trattenere solo kg. 2 di lana, il resto “rigorosamente all’ ammasso”, gestito dalle autorità militari. Era vietata l’esportazione di lana fuori provincia. Rigide le norme per la compravendita di oro e argento; una circolare ministeriale del 1941 permetteva la vendita di anelli matrimoniali solo a chi si doveva sposare, in seguito non saranno più d’ oro ma di altro metallo, perché sarà disposto di “donare l’oro alla patria” e le donne, oltre che dei loro mariti e figli costretti ad andare in guerra, saranno private anche dell’anello nuziale. Fu imposta anche la requisizione dei manufatti di rame e dei rottami ferrosi da forno e da riutilizzo. Già nel 1940 fu organizzata la rimozione e raccolta della latta, delle cancellate di ferro o altro metallo, che dovevano essere sostituite con materiali autarchici, escluse le cancellate di notevole pregio artistico o storico o di carattere monumentale (per fortuna!). Sono dettagli che danno una concreta idea della totalità dei disastri della guerra.

M.L.S., Il Corriere Apuano, 31.1.2004

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal sito Centoventesimo.it

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