“A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS DOMINE”, VIAGGIO NEL CUORE DELLE GRANDI EPIDEMIE DEL PASSATO

di Natalino Benacci

Guerre, carestie, peste, disordini popolari: nella storia di Pontremoli la mano pietosa della carità è sempre stata quella della Misericordia. La Confraternita che ebbe origine nel 1262, una delle più antiche d’Italia, ha rappresentato “una storia nella storia” della città testimoniata anche con un museo che conserva e rende visibili i documenti più significativi del passato del sodalizio nel segno del soccorso.

Nel tempo del contagio per il coronavirus con la paura moltiplicata dai social media, infarcita anche da fake news, diventa rituale correre a ritroso sull ‘epidemia “Spagnola” che, tra il 1918 e il 1920, secondo gli storici, uccise tra 50 e 100 milioni di persone nel mondo (tra il 2,5% e il 5% della popolazione). Si dice partita dal Kansas e veicolata probabilmente dal via vai dei soldati americani in Europa nel corso del primo conflitto mondiale. In Italia si scatenò ai primi di ottobre del 1918 a Milano che divenne un focolaio di morte manifestandosi con febbre alta, tosse e dolori articolari. I decessi, affermano le cronache dell’epoca, furono favoriti anche dalle precarie condizioni igienico sanitarie. Non era stata ancora scoperta la penicillina che sarebbe bastata a contrastare l’epidemia e l’Italia fu uno dei paesi più colpiti: le stime rilevarono che il morbo contagiò 4 milioni e mezzo di persone, con una mortalità tra le 375mila e le 650mila unità. Soprattutto giovani.

Anche la Lunigiana fu investita dalla “Spagnola”. All’ospedale di Pontremoli, secondo fonti dell’Archivio di Stato, furono registrati 25 decessi nell ‘ultimo trimestre del 1918. Nello stesso periodo  guarirono 69 contagiati. Nel territorio pontremolese le frazioni più colpite furono SS. Annunziata, Cargalla, Torrano e Bassone. Ma i dati dei morti in casa non sono reperibili.

Ecco il numero dei decessi per la “Spagnola” in 6 comuni della Lunigiana nella settimana dal 23 al 30 ottobre 1918: Pontremoli (37), Villafranca (29), Bagnone (21), Filattiera (20), Fivizzano (18), Zeri (15). Le procedure per l’isolamento disposte dall’allora sindaco pontremolese socialista Pietro Bologna sulla base dell’ordinanza prefettizia furono attuate secondo le limitate disponibilità di spazi dell’epoca. Il Seminario era già sede dell’ospedale militare, dove era stato curato anche il grande aviatore Flavio Torello Baracchini. Oltre che all’ospedale civile i malati trovarono ospitalità al Castello del Piagnaro. In questo contesto i confratelli della Misericordia di Pontremoli diedero una straordinaria testimonianza di solidarietà e abnegazione. Sono ricordati in particolare due volontari del sodalizio, Vincenzo Dani e Ernesto Trivelloni, che assistettero in castello malati e moribondi sino al termine dell’epidemia.

Generosità che la Misericordia anche in precedenza aveva dimostrato, come testimoniano i riconoscimenti ricevuti. Nel 1881 la Misericordia era intervenuta per l’epidemia di vaiolo e si era adoperata per prestare soccorso negli scoppi dei polverifici Bonzani nel 1884 e Bocconi-Bonzani tre anni dopo. Nel 1888 fu conseguita la medaglia d’argento concessa dal Segretario di Stato degli Affari dell’Interno Crispi per l’attività svolta durante il colera del 1885 nella provincia di Massa Carrara. Nel curriculum anche altri particolari riconoscimenti: un diploma di benemerenza rilasciato dal Comandante della Piazza Forte Marittima della Spezia (1919); la medaglia d’oro di benemerenza per assistenza civile prestata durante la guerra (1922) e nel 1950 la medaglia di bronzo al valore civile da parte della Presidenza della Repubblica per le azioni coraggiose compiute negli anni 1944-45.

I giorni più neri di un’epidemia non sono una novità nella storia locale. Nel passato, a far paura era la peste, termine col quale venivano indicate anche altre malattie contagiose. Il cronista pontremolese Bernardino Campi riferisce che, nel 1340, l’Italia fu colpita da una gravissima infezione che non evitò Pontremoli, <<ove restò estinto – scrive – un gran numero di gente e singolarmente d ‘uomini letterati, de’ quali molto ne abbondava allora Pontremoli».

Non c’erano rimedi contro la peste che gonfiava i linfonodi sino a farli diventare bubboni e decimò oltre un terzo della popolazione europea. L’unico provvedimento di interesse pubblico, burocrazia a parte, decretò che le spese per pagare gli insegnanti delle scuole passassero a carico del Comune. Già allora avevano capito che l’unico modo per evitare il contagio era rintanarsi in casa. E i malati venivano accolti nell’ospedale di San Lazzaro che sorgeva vicino al borgo della S.S. Annunziata. Un “massaro degli infermi”, eletto ogni sei mesi, controllava l’obbligo che i forestieri dovevano rispettare di trascorrere la quarantena al lazzaretto.

Ancora lo stesso Campi racconta che nel 1397 («crudelissima strage di gente fece il contagio non solo in Pontremoli e il suo territorio, ma in tutto la Liguria”.   I focolai del morbo infatti, hanno continuato  ad ardere nei secoli seguenti importati dagli itinerari dei commerci sulla via dell’oriente e dagli eserciti in transito sull’Appennino, che lasciavano eredità indesiderate.

Negli Statuti comunali pontremolesi si fa spesso riferimento alla grande peste e allo sterminio di tanti medici e giurisperiti. Il cronista-speziale del Quattrocento Giovanni Antonio da Faie, nato a Malgrate, una specie di inviato speciale dell’epoca, narra che nel mese di maggio dell’anno 1400 («cominciò la moria e andò questa mortalità quasi per tutto il mondo, poco a poco moltiplicando». In quell’epidemia morirono il padre Francesco e tutti i suoi fratelli.

Quasi 50 anni dopo le sue cronache registrano che a Pontremoli aveva iniziato a diffondersi il morbo nella parrocchia di Santa Cristina contando 40 decessi. Un contagio che si allargò alla parrocchia di San Colombano arrivando a vicino al palazzo del Commissario che si ritirò al di là della Cortina di Cacciaguerra facendo murare la porta per sbarrare il passo all’infezione. Nella piccola cappella del cimitero di Traverde, a pochi chilometri sopra il castello di Pontremoli, si può ancora ammirare un piccolo ciclo di affreschi risalenti al Quattrocento, in cui sono ritratti San Sebastiano e San Rocco, che testimonia la diffusione del culto di San Rocco, considerato protettore contro la peste. In questo contesto venne eretto l’oratorio di S.Rocco vicino alla chiesa di S. Giacomo del Campo, ora non più esistente e altri altari, in particolare quello nell’oratorio di S. Terenziano a Mignegno.

La presenza della malattia è ricordata dai cronisti ancora nel 1499 e nel 1522, quando deflagrò il contagio nella vicina Berceto i cui abitanti chiesero ai vicini di Montelungo una provvista di sale, olio e aceto. La comunità pontremolese diede subito ordine al tesoriere di sborsare il denaro per pagare il costo dell’aiuto per evitare il dilagare del morbo. Ma nel 1526 e nel 1528 il pericolo tornò suonare alle porte. La prima notizia di quella che è chiamata “peste di San Carlo Borromeo” arrivò da Parma e la magistratura comunale ordinò la presenza di due uomini armati alla porta di Sommoborgo che poi si moltiplicarono agli altri accessi. Quell’ondata si estinse solo nel 1534.

Il tempo delle epidemie era scandito da processioni e preghiere collettive. Altre due pestilenze sono rimaste nella storia, quelle del 1622 e del 1630, che favorirono il voto della comunità alla Vergine al fine di sconfiggere con un atto di fede la pestilenza che stava falcidiano la popolazione.

Il Consiglio dell’epoca deliberò infatti “di festeggiare in perpetuo tutte le feste della Madonna e ogni anno di fare la festa della visitazione della Madonna nella chiesa di S. Maria posta nella piazza di sopra con la celebrazione di 15 messe e una cantata solennemente e l’offerta di 12 libbre di cera bianca“. Ancora sotto lo scacco dell’epidemia il 7 luglio 1630 il Consiglio Generale fece voto di erigere un <<tempio a honore della gloriosissima Vergine nel luogo dove è la chiesa di Santa Maria di Piazza sotto il titolo di Madonna del Popolo».

Paura, angoscia e rassegnazione sono i segni dell ‘emotività popolare di fronte alle epidemie. Altri tempi, altre quarantene, ma sempre lo stesso canovaccio: l’improvvisa comparsa di un’infezione misteriosa su cui si scatenano le elucubrazioni degli scienziati, con la gente che blinda i portoni di casa e le terapie che svolazzano alla cieca perché il nemico è ignoto.

Nell’Ottocento, oltre la febbre spagnola e il vaiolo, arrivò anche il colera a colpire pesantemente la Lunigiana. Dopo le epidemie del 1835-37 e del 1849, fu particolarmente violento nel 1855 quando i territori di Pontremoli, Bagnone, Filattiera, Mulazzo, Villafranca e Zeri erano annessi al Ducato di Parma (1849-1859). Il colera è un’infezione intestinale, provocata dal batterio ‘ Vibrio cholerae“, che si manifesta attraverso attacchi di dissenteria, crampi muscolari e vomito fino alla disidratazione con l’esito che può  diventare fatale, soprattutto in un contesto ambientale caratterizzato da condizioni igienico-sanitarie insufficienti. Il vibrione colerico imperversò a Pontremoli, che al tempo contava 12.193 abitanti, dove si registrarono 214 casi di contagio e 118 morti, ma anche nella vicina Filattiera (2.301 abitanti) 45 casi di infezione e 26 decessi. Inoltre, l’epidemia gravò sui territori di Villafranca (64 vittime), Bagnone (28) e Mulazzo (15). In tutto il Ducato di Parma (510.000 abitanti) il bilancio fu di 13.718 contagi e 8.228 morti.

A ripercorrere la storia dell’epidemia locale è stato il professor Angelo Angella, già dirigente scolastico e studioso, che ha pubblicato numerosi saggi, nel libro “Vita e morte ai tempi del colera in una comunità rurale della Lunigiana Parmense”, edito dall’Associazione culturale “Manfredo Giuliani”. Il primo caso di contagio in Lunigiana fu scoperto a Fornoli: si trattava di un contadino di 30 anni originario di Bagnone, ma proveniente da Parma. Il 12 agosto 1855 venne lanciato l’allarme anche a Pontremoli dove il medico condotto Guglielmo Perugi soccorse sopra Mignegno un bracciante di ritorno dal territorio parmense, sdraiato su un carretto con i sintomi della malattia. Il paziente fu isolato nell ‘Oratorio di San Terenziano.

La chiesa di S. Martino poi S. Lazzaro nel suburbio di Pontremoli, riferimento del lazzaretto che veniva allestito durante le pestileze

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Ma il contagio si diffuse a Torrano (28 casi) a Gravagna (31), Guinadi (28), alla S.S. Annunziata (18), a Montelungo (11), al Capoluogo (72). E non furono indenni i paesi di Cavezzana Gordana, Careola, Vignola, Navola, Groppodalosio, Cavezzana d’Antena, Succisa e Mignegno. L’età dei 214 contagiati (115 uomini e 99 donne) tra i 20 e i 50 anni. Solo 96 riuscirono a guarire e in 118 morirono entro pochi giorni dalla comparsa dei sintomi. Tra gli infetti, 39 furono curati allo “Spedale” aperto all’ex convento dei Carmelitani Scalzi a Borgovecchio nel 1818; gli altri a domicilio. Ma il Comune approntò anche “camere di disinfezione” in diverse sedi: S.S. Annunziata, Bambarone, Porta Parmigiana, Castello, palazzo della Prefettura e Passo della Cisa.

Le cure dell’epoca erano molto empiriche: “purgative ed eccitanti”, “antiflogistiche” con uso di “polveri di ferro del Dower”. I medicinali somministrati agli infermi erano forniti dal farmacista Giuseppe Buttini che il Comune salderà al termine dell’epidemia con 226,93 lire.

Ma, non sapendo a che santo votarsi ci si limitava spesso a tenere a letto i pazienti sottoposti ad una dieta rigorosa con limonate calde e curando l’igiene dell’ambiente che era disinfettato con i “suffumigi di Morveau”, mentre sui pavimenti veniva sciolto cloruro di calce con aspersione di aceto. La terapia con l’introduzione per via endovenosa di una soluzione salina è stata messa a punto solo agli inizi del Novecento dopo la scoperta dell’agente eziologico del colera nel 1883 da parte di Robert Koch.

Natalino Benacci, “A peste, fame et bello libera nos Domine”, viaggio nel cuore delle grandi epidemie del passato, tratto da Almanacco Pontremolese 2023, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici

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