CASTELLI E VICENDE DI DANTE OSPITE DEI MALASPINA

Dante, Viriglio e Corrado Malaspina il giovane nella valletta dei principi, scena del canto VIII del Purgatorio. (Luca Signorelli, riquadro dello zoccolo nella Cappella di S. Brizio. Orvieto, Duomo)

La Lunigiana continua ad interessare la stampa italiana per servizi di turismo ambientale e culturale, di cui sono fruitori anche cittadini stranieri, particolarmente i tedeschi e gli inglesi, più sensibili al fascino di leggende ed eventi lontani nello scenario di uomini e di castelli. Nell’inserto de I viaggi di Repubblica del 25 gennaio 2001 c’è un ampio servizio sui Castelli danteschi “in cui regnarono i Malaspina, di cui Dante fu ospite negli anni dell’esilio”. Il testo di Renata’ Mambelli, corredato dalle foto di Gughi Fassino, è stato costruito anche col contributo informativo di Dario Manfredi, direttore del Centro malaspiniano.

Chissà se Dante sia mai stato di persona a Mulazzo; invano il filologo piacentino Pietro Giordani, l’amico del Leopardi, venne a cercare un documento diretto che ne comprovasse la presenza nel bel paese, che si erge come un balcone sulla val di Magra. Per tutta la biografia di Dante del tempo dell ‘esilio (1302-1321) la fonte quasi esclusiva è la Divina Commedia. Per la presenza di Dante in Lunigiana vi è però anche un documento d’archivio, è l’atto notarile della pace di Castelnuovo Magra del 1306, negoziata e firmata da Dante per conto dei Malaspina.

Certamente il poeta fu ospitato dai marchesi in qualche castello di Lunigiana. Sono fiorite leggende, il castello di Fosdinovo esibisce la stanza di Dante e un affresco ottocentesco che lo raffigura mentre riceve dal poeta fiorentino stilnovista Dino Frescobaldi i primi sette canti dell’Inferno i quali, secondo il Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio, sarebbero stati composti a Firenze prima della condanna a morte; riavutili, Dante avrebbe ripreso a scrivere la sua grande opera. E’ questa cosa del tutto improbabile, come il fatto che sia stato a Fosdinovo, che divenne dominio di un altro Malaspina, Spinetta il Grande della Venucola di Fivizzano nel 1341, venti anni dopo la morte del sommo poeta.

L’articolo nell’inserto del quotidiano romano La Repubblica ricostruisce un veloce profilo di storia dei Malaspina, richiama la stima loro tributata nel canto VIII del Purgatorio e affida a Piera degli Esposti una riflessione su Dante uomo e poeta. La bravissima attrice dice di averlo sempre immaginato “un uomo che scende giù, nell’abisso delle sue (e nostre) paure” e le racconta con emozione e meraviglia, a volte come quelle di un bambino.

Il servizio del giornale si correda anche di una pagina di informazioni pratiche per i turisti: come arrivare, dove dormire e mangiare e cosa vedere. Viene segnalato a Pontremoli il museo delle statue-stele del Piagnaro “unico in Italia”.

A questo proposito non si può evitare di osservare che quel museo è molto bisognoso di una radicale ristrutturazione, che lo renda adeguato ai criteri espositivi e didascalici della museologia attuale, per attirare e non deludere i visitatori.

Per saperne di più sulle lotte feudali in Lunigiana e sul trattato di Castelnuovo Magra riprendiamo alcune notizie da uno studio del prof Vasco Bianchi, pubblicato sulla rivista Studi Lunigianesi del 1975.

Nel periodo feudale la situazione politica e sociale della Lunigiana si presenta molto complessa e confusa, non c’è unità territoriale, sugli stessi castelli o villaggi si sovrappongono i diritti di diversi signori.

Dopo la vittoria della Lega Lombarda a Legnano (29 maggio 1176) contro Federico Barbarossa anche in Lunigiana sorsero i primi “popoli” o “comuni” con propri statuti e magistrati, scelti fra uomini liberi e preposti al mantenimento di strade, ponti ed edifici pubblici, alla tutela dei confini, alla formulazione di norme per una vita più ordinata e civile. Carrara e Sarzana organizzarono anche “corporazioni” o “arti”.

I grandi feudatari laici della val di Magra erano di stirpe obertenga, prendevano origine da Oberto, conte di Luni negli ultimi anni del regno di Ugo di Provenza (940-945) e fatto marchese della Liguria orientale sotto Berengario II d’Ivrea (945-961), quando la Lunigiana si staccò dalla Tuscia Centro del marchesato obertengo era Genova, ma i domini si estendevano su Tortona, Lavagna, Torresana (Borgotaro), Bobbio e Luni.

Per fedeltà al diritto longobardo che escludeva il maggiorascato, i feudi si frammentarono sempre più fra tutti gli eredi maschi. Signori in Lunigiana furono prima gli Estensi, poi i Malaspina, ivi residenti dal 1221. Corrado “l’antico” ebbe Mulazzo, i castelli alla destra della Magra (Giovagallo, Tresana, Lusuolo, Godano) e il castello di Malnido di Villafranca, anche se alla sinistra del fiume. Obizzone, ebbe Filattiera e i castelli alla sinistra (Olivola, Verrucola, Gragnola, Rocca Sigillina, Castiglione, Malgrate, Bagnone, Treschietto).

La spinta espansionistica dei marchesi verso la media e bassa valle di Magra nella seconda metà del XIII secolo determinò col feudo ecclesiastico di Luni una forte conflittualità, che divenne guerra aperta nel 1280. “casus belli” fu la questione dei castelli di Brina e Bolano, dominio dei Malaspina di Villafranca, Giovagallo e Lusuolo, ma infeudati per la quarta parte anche al vescovo di Luni. La guerra si allargò con intervento di altri soggetti, ma, come sempre, bisognò fare una trattativa di pace. Dopo un quarto di secolo di lotte armate, la pace fu firmata alle ore nove (“hora tertia”) del 6 ottobre 1306 nel palazzo del vescovo, che ormai stava a Castelnuovo Magra perché Luni era diventata una “città morta” e come tale citata da Dante nella Commedia.

I Malaspina scelsero come loro negoziatore Dante, doveva pertanto essere da un po’ di tempo loro ospite e doveva aver avuto modo di acquistarsi credito come uomo di cultura e come politico, che era stato priore a Firenze. Dante, creato “procuratore, esecutore e messo speciale” da Franceschino di Mulazzo concluse una “pace vera e una perpetua concordia” col vescovo di Luni Antonio di Camilla. L’atto notarile originale fu rogato e conservato a Sarzana dal notaio Giovanni di Parente di Stupio, e ora conservato all’Archivio Notarile della Spezia. Scoperto nel 1765, fu ritrascritto per il Codex diplomaticus dei Malaspina, che si conserva alla Biblioteca Nazionale di Firenze e che fu fatto compilare dal marchese Manfredo di Filattiera.

Le clausole del trattato furono subito applicate. Il vescovo revocava interdetti e scomuniche, annullava processi e sentenze. La pace doveva lasciare tracce profonde anche nell’esperienza personale di Dante, a cui per la prima volta durante l’esilio venivano assegnati “uffici di uomo libero” e ritrovò la fiducia in quel disegno di pace universale, che avrebbe vagheggiato nel De Monarchia e nella Commedia. E’ notevole il fatto che i documenti presentino Dante come consigliere o “procuratore” di pace: a Roma presso Bonifacio VIII nel 1302, a Castelnuovo Magra nel 1306, a Venezia nel 1321 e proprio di ritorno a Ravenna da quella missione morì di febbre malariche.

M. Luisa Simoncelli Bianchi, Il Corriere Apuano, 10.2.2001

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