L’ESSICATOIO/LAMPADARIO DEL MUSEO ETNOGRAFICO DELLA LUNIGIANA

di Germano Cavalli

Fa bella mostra di sé, nel Museo Etnografico della Lunigiana, uno strano oggetto che, per la sua singolarità e per (la doppia) funzione alla quale era destinato, rappresenta certamente un unicum che stimola curiosità e che, nel contempo, evidenzia l’ingegnosità e l’inventiva dell’artigiano che lo ha costruito.

Si tratta di un essiccatoio usato per la stagionatura dei formaggi (e per la conservazione dei salumi), specie di contenitore ricavato dallo svuotamento di un mezzo tronco d’albero. Questi rudimentali attrezzi (che erano presenti in quasi tutte le case dei contadini della Lunigiana) venivano appesi ai soffitti delle cucine o delle cantine, mediante un filo metallico o sostenuti da una semplice cordicella di canapa attorno alla quale venivano sistemati rami secchi di rovo, di cardo o di pungitopo, per far si che i topi (pungitopo per questo?) non potessero entrare dall’alto nell’essiccatoio. Il materiale impiegato per la costruzione di questi attrezzi era essenzialmente costituito da legno di quercia o di castagno (si preferiva usare la prima essenza poiché si riteneva che il tannino, contenuto nella seconda, potesse essere nocivo) e la tecnica costruttiva, estremamente semplice, come già abbiamo accennato, consisteva nello svuotamento di un mezzo tronco d’albero, sezionato longitudinalmente, la cui parte basale era costituita da una serie di asticelle di legno parallele e tra loro opportunamente distanziate, per permettere l’aereazione, sulle quali venivano posti i formaggi da essiccare o i salami da conservare che venivano introdotti nell’essiccatoio mediante un’apertura ricavata sulla superficie curva del tronco munita di uno sportello (vedi fig. 1).

Ma, come già abbiamo accennato, non doveva essere soltanto questa la funzione del manufatto che abbiamo preso in considerazione. Da una più attenta osservazione, si rileva infatti, che l’essiccatoio appeso al soffitto, assume una anomala posizione dovuta a due di-verse inclinazioni che sono riscontrabili sia in senso longitudinale che in senso trasversale (vedi fig. 2 e fig.3).

Queste inclinazioni non sono da attribuire ad affrettate o a maldestre esecuzioni, ma che, invece, dovevano assolvere ad una seconda precisa funzione che era quella di fungere contemporaneamente anche da lampadario. I prodotti che conteneva, formaggi,salami, lardo, strutto, ecc., come è noto, sono prodotti ricchi di grassi. Durante il periodo della stagionatura (o della conservazione) le piccole quantità di grasso che trasudavano dai prodotti contenuti, scorrendo lentamente lungo le asticelle inclinate, venivano raccolte in un lamierino ripiegato a forma di canala (o in una canna sezionata longitudinalmente) alla cui estremità veniva posta una lucerna ad olio (luma) fornita di stoppino che veniva alimentato dalle gocce di grasso che cadevano nella vaschetta (vedi fig.4).

Nota:

L’oggetto descritto è stato da me rinvenuto nell’alto pontremolese intorno alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando già da tempo aveva cessato di svolgere la sua doppia funzione. Capirne subito la seconda utilizzazione non è stato compito facile (a causa della mancanza della lucerna andata perduta), né ci sono state d’aiuto le persone intervistate ed il proprietario, tutti convinti che si trattasse di un comune essiccatoio da formaggi maldestramente costruito. Mi venne in aiuto il rigattiere-antiquario Lino Chiesa di Tarsogno di Tornolo (PR) presso il quale rinvenni (ed acquistai) un secondo esemplare in tutto e per tutto simile al primo, ma questa volta munito di lucerna. Entrambi gli esemplari provenivano dalla stessa fascia collinare- montana che divide il pontremolese dalla Val di Taro, e più precisamente da un di quei casolari sparsi che si trovano sul versante toscano tra il passo del Borgallo e quello del Brattello. A titolo d’informazione, segnaliamo che mentre un esemplare è conservato nel Museo Etnografico della Lunigiana a Villafranca, l’altro è stato da me ceduto al museo di Ozzano Taro (PR) voluto e realizzato da Ettore Guatelli. Erano i tempi durante i quali, io con i giovani della “Manfredo Giuliani” sul versante toscano ed Ettore Guatelli su quello emiliano eravamo impegnati nella ricerca delle ultime testimonianze etnografIche del nostro Appennino per essere studiate e successivamente esposte nei musei di Villafranca e di Ozzano Taro. Si potrebbe

obiettare che entrambi gli esemplari, essendo stati rinvenuti nel versante toscano, per logica, avrebbero dovuto trovare collocazione nel Museo Etnografico della Lunigiana, ma è altrettanto vero che essi appartenevano alla stessa cultura di crinale così presente e così uguale in entrambi i versanti a conferma “che la montagna non divide ma unisce” come insegnava il senatore Giuseppe Micheli.


Germano Cavalli, Curiosità etnografiche: l’essicatoio/lampadario del Museo Etnografico della Lunigiana, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, voll. XL – XLI, a. 2010 – 2011, edito da Associazione “Manfredo Giuliani” per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana

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