NUOVI GENERI DI CONSUMO NELL’ALTA LUNIGIANA COSENGUENTI ALLA CONOSCENZA DELL’AMERICA

di Nicola Michelotti

Al primissimo impatto all’alba del 12 ottobre 1492 con la popolazione di quella piccola provvidenziale isola delle Antille, subito e per i noti motivi chiamata San Salvador, (originariamente Guanahani) e al successivo contatto con la terre limitrofe, si ebbe quella che oggi, con adeguata proprietà formale e corretto intendimento, dobbiamo definire la conoscenza dell’America. Non “scoperta”, pur nel senso di aver messo allo scoperto, tanto meno “conquista”. Conoscenza di gente nuova, di civiltà diversa, di diverse consuetudini; di contatto con persone dall’aspetto strano, dall’abbigliamento originale, dal comportamento non usuale, dal linguaggio incomprensibile ma “di mente acuta e agile, curiosa di sapere, meravigliata nel vedere, bramosa di avere”. Curiosità, meraviglia e bramosia che poi furono certamente sensazioni reciproche – tra gli uomini di Colombo e quelle altre popolazioni – ma è fuor di dubbio che non furono equilibrate, tra le due parti, la semplicità e la genuinità dell’approccio(2). Gli uomini di Sua Maestà Cattolica, com’è noto, intendevano “buscar el Levante por el Poniente“, e al contatto con quella terra credettero di aver raggiunto un grande arcipelago prospiciente le Indie. Poi le idee si chiarirono attraverso altri tre celebri viaggi, condotti nel tempo immediatamente successivo, con i quali si poté ampliare la conoscenza dell’America (3). Questo ampliamento di conoscenza si poté avere quando altri esploratori, di provenienza diversa, cercarono il passaggio per una sorta di circumnavigazione e non ebbero altro che la conoscenza di altri territori relativi allo stesso comprensorio (4). Ma il merito di aver rilevato l’esistenza del Nuovo Mondo spetta esclusivamente a Cristoforo Colombo. E mano a mano che, sempre per nuove imprese, si effettuarono viaggi, e si conobbero nuove terre e altre popolazioni, venne ad attenuarsi l’ansia, anzi sopravvenne la delusione, per lo scarso o mancato ritrovamento delle spezie e dei metalli preziosi. Perché l’accaparramento, magari la razzia, di queste materie fu in effetti alla base delle loro bramosie. Messe da parte le quali, i navigatori si adattarono a cercare quanto di originale quelle terre potevano offrire perché fosse introdotto nella vecchia Europa, secondo un interesse crescente dopo i primissimi viaggi e dopo che prenderà sempre più corpo la confidenza con un tipo di navigazione non usuale. E bisogna aggiungere che questo modificato interesse fu per la popolazione del nostro continente una vera preziosità: ci riferiamo soprattutto ai prodotti della terra. Sotto questo aspetto è da rilevare che, quando gli stessi prodotti verranno scambiati dall’una e dall’altra parte, il vantaggio dovuto all’essenzialità dei generi sarà sbilanciato, ovviamente a favore del Vecchio Mondo. Negli stati italiani, all’inizio del sec. XVI, quanti avevano saputo, e sapevano, e potevano trarre vantaggio da tale non facile ma utile commercio erano i possessori di beni fondiari e, in ogni caso, gli arricchiti o benestanti che dir si voglia, in posizione contrapposta ai poveri, ovvero ai miserabili, tanto per citare un termine crudo e un po’ sprezzante e tuttavia rimasto da noi in uso fino all’istituzione napoleonica degli uffici anagrafici comunali, con le relative denominazioni e attribuzioni. Ciò che potevano concedersi i primi, cioè gli arricchiti, si concentrava anche, se non soprattutto, nei piaceri della vita, in particolare della tavola. V’è da pensare che costoro conoscessero e certamente cercassero di emulare, pur con i dovuti accorgimenti e migliorie – gli eccessi culinari di Tiberio e di Nerone, giunti a noi dalle severe e salaci parole di Svetonio che proprio agli arricchiti della Roma imperiale indirizzava il detto, quasi un improperio, “esse oportet ut vivas, non vivere ut edas”. E ai poveri non era certamente indirizzata neppure la letteratura di igiene alimentare che vedrà la luce nei primi decenni dell’arte della stampa, riferita invece a chi poteva concedersi abbondanza e costosa fantasia culinaria, e solo a loro (5). Certo è che i nuovi prodotti della terra, portati in Europa, andavano pure conosciuti da quanti potevano, e dovevano, utilizzarli. Infatti, quando Colombo – in quel suo viaggio, come sembra dimostrato -trovò il mais a Cuba, e lo portò con sé al ritorno nel Vecchio Mondo, vi fu chi inizialmente, alla vista della pianta che derivava dalla semina dei suoi chicchi, la prese a considerare come oggetto ornamentale. Insomma, una pianta da giardino. Ben presto però se ne diffuse la coltivazione e diventò un prodotto base, a consumo talvolta giornaliero, per le classi meno abbienti, all’inizio del Settecento. La conseguenza di una dieta basata quasi esclusivamente sul mais fu lo scorbuto, malattia dovuta, come sappiamo, alla carenza di vitamine, soprattutto la vitamina C, nell’alimentazione. Malattia segnalata in Europa dal 1730. Ma le classi povere furono già soggette, a quei tempi, da un crudele morbo dovuto sempre a malsano e mal governato tipo di alimentazione: la pellagra (6). Si può inoltre pensare che alla vista della “farina gialla’, e alla sua derivazione chiamata polenta, non sia mancata una forte delusione da parte di chi si attendeva un genere diverso, di chi cioè a quella parola si aspettava di vedere altro. Infatti il termine polenta non è nato nel Vecchio Mondo per l’introduzione del mais, e questo è risaputo (7). Nella media e alta Lunigiana abbiamo, nel tema del mais, dati tardi e incerti. Bisogna però considerare, in rapporto al tipo di tale coltivazione, che avvenendo in estate – richiedeva un’abbondante irrigazione, quindi non poteva che svilupparsi in ristrette aree. Inoltre, ai primi decenni dell’Ottocento e sempre nel nostro territorio, era comunque il grano ad imporsi per quantità prodotta perché costituiva oltre il 40% del complessivo raccolto di cereali, nei quali si doveva comprendere la segale e il farro, coltivati nella fascia montana” (8). Tornando al derivato del mais, diremo che la polenta non è stata e non è disdegnata, anzi è pur essa servita, in passato, a superare momenti di crisi alimentare. Però da noi non è mai diventata un piatto della tradizione anche perché è gradita solo se dotata di adeguato, diversificato e saporito condimento” (9). Molto più del derivato del mais, diremo che nei consumi non modestissimi della media e alta Lunigiana entrò, tra i prodotti importati dall’ America centro-meridionale, il fagiolo comune, il “phaseolus vulgaris”, che arrivò nel primo decennio del ‘500. Introdotto dapprima in Spagna, la sua coltivazione si diffuse assai rapidamente: già verso la metà dello stesso secolo, il fagiolo era noto, apprezzato e coltivato anche in Italia (10). Poco tempo dopo, veniva conosciuto anche nell’alta Lunigiana, dove si potevano, ed anche oggi si possono, distinguere tipi diversi in funzione della diversa qualità del terreno, mai arido: ad esempio abbiamo il fagiolo di Filattiera, quello di Zeri, quelli della Valdantena e dell’alta valle del Verde: tutte qualità apprezzabili ” (11). I pomidoro, i peperoni, le zucche, pure di origine americana come il cacao, introdotti in Italia nei diversi decenni del sec. XVI, diedero un contributo solo al miglioramento e alla diversificazione dell’alimentazione ma non poterono certamente risolvere il problema della fame quotidiana ai ceti più bassi della popolazione dell’alta e media Lunigiana. Problema invece risolto, per larghissima parte, dall’avvento della patata. Originario del Messico e dell’America meridionale, il tubero fu importato la prima volta in Spagna verso il 1570; negli anni successivi si diffuse in tutto il Vecchio Mondo, conservando inizialmente il carattere di pianta rara. Forse anche per questo motivo, in Italia, la coltivazione della patata si diffuse più tardi che non negli altri Paesi: solo agli inizi dell’Ottocento prese a propagandarsi soprattutto per merito del veneziano Vincenzo Dandolo (12). Nell’alta Lunigiana furono alcuni coltivatori della zona di Zeri ad importare per primi la patata, intorno al 1777, dal vicino territorio parmense: tale Biagio Grilli, della frazione zerasca di Adelano, si dice che ne ottenesse “due bulbi in quel di Parma, da certi montanari che erano soliti di fare migrazioni in Germania“(13) ad alterne stagioni. Nel Pontremolese la patata venne diffusa per interessamento di Stefano Zucchi Castellini a cui si deve la salvezza di gran parte della popolazione nella terribile carestia che si ebbe negli anni 1815-17, dalla quale derivò il tifo petecchiale. Né allo Zucchi Castellini mancarono elogi e riconoscimenti ufficiali da parte del governo toscano, e non solo, per questa benemerenza: “La maggior parte del nostro territorio” – scrisse il priore di Montelungo, don Giuseppe Eschini in una lettera del 7 febbraio 1817 – gli è debitore di questo vantaggiosissimo prodotto che, in questo anno calamitoso, ha salvato la vita alla metà degli abitanti di questa villa” (15). Un arrivo dunque ritardato, quello della patata in alta Lunigiana, ma provvidenziale. A situazione normalizzata la patata contribuirà, con effetto positivo, al mutamento dei consumi alimentari della nostra popolazione. Dai mutati consumi del cibo giornaliero, per l’introduzione di nuovi e sostanziali generi, alle mutate abitudini per l’introduzione di un prodotto il cui consumo contribuì a modificare, in maniera vezzosa e viziosa, il comportamento di buona parte della popolazione: il tabacco. Quando i marinai di Cristoforo Colombo misero piede su San Salvador poterono osservare parecchi indigeni, uomini e donne, che tenevano in mano una specie di bastoncello, acceso ad un’estremità, fatto di foglie secche arrotolate, dal quale aspiravano il fumo (16)”.

Nel 1518 un missionario spagnolo, al rientro dalla sua missione compiuta nel Nuovo Mondo, portò dei semi di tabacco che in seguito omaggiò all’Imperatore Carlo V, il quale dispose che fossero interrati. Ma prima ancora che se ne sviluppassero coltivazione e produzione, questo genere, ancora in foglie, fu introdotto in Spagna come “erba santa” E infatti col tabacco furono avviate anche diverse pratiche medicinali”. Tuttavia ancora nel ‘600, in Francia, il fumare fu considerato reato, ma fu proprio a causa della pubblicità data da tale proibizione che la domanda di tabacco si accrebbe talmente che divenne la ragione fondamentale dell’insediamento nelle terre nuove quali Virginia, Maryland, Indie occidentali. Ma anche in Francia, alla fine di quel secolo, si vide quel tema in maniera più distesa. A Pontremoli, alla fine del Seicento, l’avvento del tabacco diede luogo ad un’attività manifatturiera. Fu il ligure Marco Bocconi che, stabilitosi a Pontremoli per commercializzare meglio i suoi prodotti liberi da dazio e da imposte varie, vi impiantò con successo anche una manifattura di tabacchi

Ai Bocconi si affiancheranno i Parasacchi” con altra manifattura, col tempo basate tutte due su una coltivazione e produzione in “loco” di tabacco in foglie. L’una e l’altra resteranno attive fin quando, nel 1808, con l’annessione all’Impero francese ove vigeva la “regio”, le due attività manifatturiere furono incamerate dal governo francese. Ironia della sorte: dal considerare un reato l’azione di chi fumava, alla monopolizzazione da parte dello Stato dello stesso prodotto, a distanza di poco più di un secolo e mezzo. Consumo nuovo quello del tabacco, non indispensabile, praticato, come detto, solo per un vezzo e un vizio nuovi. Indispensabili in-vece per la gente di Pontremoli e dell’alta Lunigiana sono stati il mais e soprattutto la patata, che fu la vera ricchezza derivata dalla conoscenza dell’America. Reciproco scambio di civiltà e contatto tra due entità umane, rimaste purtroppo separate per così lungo tempo.

Nicola Michelotti, Nuovi generi di consumo nell’alta Lunigiana conseguenti alla conoscenza dell’America, pubblicato in Studi Lunigianesi, voll. XL – XLI, 2010 – 2011, edito dall’Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana, pagg. 189 – 196


Note

1 Il presente argomento è stato presentato dall’autore a Vezzano Ligure nel corso di un Convegno per ricordare, a 500 anni, la conoscenza dell’America. Con i dovuti aggiornamenti se ne dispone la stampa dal momento che gli atti di quel Convegno non sono mai stati pubblicati.

2 I particolari si conoscono, com’è noto, grazie all’Epistola redatta dallo stesso Colombo in lingua castigliana, ovvero attraverso le copie della versione originale, non più rintracciabile. Della prima stesura del documento e dei suoi primi destinatari si sono interessati con vera competenza studiosi italiani di alto livello, da Paolo Emilio Taviani e Ilaria Luzzani Caraci, e studiosi spagnoli, da Demetrio Ramos a Consuelo Valera. Cfr. Cavallo G., Trovò l’America ma non lo sapeva, “Il Sole 24 Ore”, 11 ottobre 1992.

3 La permanenza per ogni viaggio durò da due a quattro anni: 1493-1496; 1498-1500: 1502-1506.

4 Giovanni Caboto, 1497-’98, lungo le coste del Nord America; Amerigo Vespucci, tra il 1499 e il 1502, lungo le coste dell’America Meridionale; Cabral, nell’anno 1500, in Brasile; Sebastiano Caboto, 1508, a Terranova e successivamente al Rio della Plata; Solis, 1516, al Rio de le Plata; Juan Ponce de Leon in Florida, Hernandez de Cordoba nello Jucatan e poi Magellano, tutti intorno all’anno 1520; Giovanni da Verrazzano, 1524-1528, sul litorale Nord Americano fino alla Nuova Scozia. Vds. Enciclopedia Universale Rizzoli – Larousse, vol. 1°, ad vocem.

5 Cfr. Dosi A-Schnell F., A tavola con gli antichi romani, Ediz. Quasar, Roma 1984, pg. 7 passim; Carcopino J., La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero, Editore Laterza, Bari 1982, pg. 306 passim; Firpo L. [a cura di], Gastronomia del Rinascimento, UTET, Torino 1973; Per il tema di igiene alimentare cui si fa cenno, cfr., con particolare riguardo, Manfredi G., Liber de conservatione sanitatis, Bononiae 1474; Magninus, Regimen sanitatis, Lovanii 1482; Fiera B., Coena saluberrima, Romae 1490; Gazzo A., De conservatione sanitatis, Ve-netiis 1491.

6 Va detto che lo scorbuto colpiva anche le classi benestanti, che invece erano abituate a cibarsi quasi totalmente di carne, senza verdure di contorno o di frutta abbondante alla fine di ogni pasto. In verità la così detta “farina gialla” ebbe in Italia un’accoglienza non uniforme perché si trovò che era alimento che più si adattava a zone fresche, o di montagna, e meno nell’Italia centro-meridionale, dove il clima è più caldo almeno nelle zone pianeggianti. Questa considerazione vale ancora oggi: la polenta, con adeguati sughi e condimenti, è il piatto divenuto prelibato nel Veneto, nelle locande e alberghi dolomitici, quelli della Carnia e della Val Susa, della Val di Non, dell’Alpe di Siusi e dell’Ampezzano, tanto per fare degli esempi, mentre nell’Italia meridionale, per esempio in Sicilia, i chicchi vengono oggi spezzettati e la farina solo bagnata nell’acqua calda. Il tutto diventa pastone per gli animali da cortile.

71 I Latini usavano questa parola per indicare la pappa realizzata con l’orzo. Così sostiene anche Catone, nel De Agricoltura (156,5): la “pollen polentae” era fior di farina d’orzo: Cfr. Dosi A.- Schell F., A tavola, cit., pg. 19.

8 Per la produzione di cereali nel nostro territorio, cfr. Gargiolli G., Calendario Lunense per l’anno 1836, Fivizzano 1836. Una dimostrazione della quantità di cereali prodotta nel nostro territorio basta considerare l’alto numero dei mulini che da noi operavano, I dati forniti su questo tema sono chiari: (produzioni in staia) grano 24.104. altri cereali 42.853, castagne 60.609: riferiti agli anni 1835 36.

9 Un condimento il cui costo, in genere, superava quello della sola polenta. Per esempio: un soffritto in olio bollente di funghi porcini affettati, cotti insieme alla salsiccia a nodi, il tutto con spolverata finale di formaggio non piccante. Ai tempi successivi ai primi del ‘500 si poteva sostituire il soffritto con sugo di pomodoro. La polenta condita con olio d’oliva e formaggio, (questa volta) particolarmente saporito, ha un certo apprezzamento purché la si possa assumere non ripetutamente e non senza adeguati intervalli una volta dall’altra.

10 L’espressione di goloso compiacimento che il pittore Annibale Carracci ha saputo imprimere al suo Mangiafagioli può essere presa a dimostrazione di quanto questo legume avesse successo in Italia, nella cucina più modesta.

11 Nei consumi alimentari locali continuarono comunque ad avere peso preponderante le nostre castagne, con lo sfarinato che si otteneva dopo la loro essicagione. L’argomento, trattato in maniera più completa e generale è stato già oggetto di esame in questa stessa rivista.

12 Cfr. Amoretti C., Della coltivazione delle patate e loro uso col discorso sul medesimo soggetto del Signor Vincenzo Dandolo, Edit. Ciardetti, Firenze 1817; (Idem), Collezione di quanto si è scritto di più importante, e di più adatto intorno alla coltivazione ed uso delle patate. Preceduta dal Sovrano generale stabilimento per le Sovvenzioni economiche de Poveri, e dalle Istruzioni correlative per eseguirlo, Stamp. Simoniaca, Napoli 1818.

13 Gargiolli G., Calendario Lunense, Op. cit.

14 A Pontremoli e nel Pontremolese il contagio da tifo petecchiale fu tanto vasto che il Municipio dispose, immediatamente al suo apparire, il trasferimento dell’Ospedale degli Infermi da San Nicolò ai più capienti locali dell’ ex Convento dei Carmelitani, già adattati allo scopo dall’architetto Pietro Portogalli.

15 Ferrari P., Vecchia Pontremoli. Scorci e figure dell’Ottocento, “Quaderni della Giovane Montagna, Parma 1938, pg. 10, Zucchi Castellini N:, La coltivazione della patata nel Pontre-molese, “Il Corriere Apuano”, 16 aprile 1988. Ultimo dei quattordici figli di Nicola Antonio, nati dal suo matrimonio con Giulia Pizzati, Stefano Zucchi Castellini (1746-1833) si laureò a Pisa in legge nel 1771, quindi esercitò con successo l’avvocatura a Pontremoli dove fu Gonfaloniere nel 1806.

16 Per il tabacco, cfr. Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. XIV, ad vocem.

17 Fu usato, per esempio, il sistema di mettere del tabacco sull’ombelico dei bambini per preservarli oppure liberarli dai vermi. La polvere di tabacco, prima ancora che fosse in uso annusarla, venne inviata a Caterina de’ Medici dall’ambasciatore francese a Lisbona, Jean Nicot (da cui la parola “nicotina”), per farla guarire dall’emicrania. In Francia una legge del 1635 ne permetteva l’acquisto solo in negozi esclusivi di farmaci, con la prescrizione del cerusico.

18 Delle diverse attività dei Bocconi a Pontremoli occorre mettere in rilievo quella della produzione e commercio della polvere pirica. Cfr. Zucchi Castellini N., La fabbricazione della polvere pirica nel Pontremolese, “Il Campanone, Almanacco Pontremolese, vol. 11, anno 1942, pgg. 175-188. Vds. anche Michelotti N., Genealogie Pontremolesi-VI-Bocconi, 11 ediz., Milano 2002.

19 Famiglia pontremolese di antica origine. Cfr., Ferrari P., La Chiesa e il Convento di San Francesco di Pontremoli, Rosi, Mulazzo 1974, pg. 79. Vds. anche Michelotti N., Genealogie Pontremolesi-1-Parasacchi, 11 ediz., Milano 2002.

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