TERREMOTO IN LUNIGIANA

di Girolamo Gargiolli

La  Lunigiana o Val-di-Magra toccò a questi di una nuova e tremenda sciagura. Non erano ancora saldate le sue piaghe per il terremoto del Febbraio 1854 che un altro più spaventevole e non meno funesto venne a percuoterla nell’ Aprile del presente anno. Ben misera ella è, se così spesso e sì aspramente soggiace a tali orribili travagli!

Questa regione cui bagnano a ostro le acque del Mar Ligustico è posta sotto il dorso meridionale dell’Apennino che a guisa d’arco da maestro a greco la circonda, ed è chiusa a oriente dall’ Alpe Apuana che le tronca la vista di un diletto paese.

Il terremoto del 1834 esercitò maggiormente il suo furore su i territorj di Pontremoli e di Zeri; l’ultimo su quelli di Casola e di Minucciano che sono situati all’opposto confine. In quello parve che il Monte Molinatico fosse il centro della concussione, e in questo sembra che lo sia stato il Pizzo d’ Uccello. L’inverno di quell’anno passò asciutto dolce ottemperatissimo, sì che nel Gennaio sbocciarono in molti luoghi i fiori della primavera. La stagione dell’ ultimo inverno è stata al contrario inclemente e rigidissima, nè v’ha memoria che cadesse mai su questi monti una maggior quantità di neve o che l’aspetto della campagna abbia continuato sì lungamente ad essere cotanto squallido e tristo. Nel terremoto di Pontremoli il giorno apparve velato di caligine cenerognola e l’aria quieta sembrò grave e soffocante per chi dovea respirarla. In questo fu veduto il cielo variabilissimo, spesso coperto da fitti nebbioni, talora sgombro di nubi, qualchevolta tempestoso; e i venti che se ne contrastavano l’impero, con rapida vicenda ora l’offuscavano ed ora lo rischiaravano. A quando a quando piovve in alcuni luoghi una sottile spruzzaglia e in altri un leggero nevischio. L’aere però fu sempre freddo e agitato nè mai grave o molesto al respiro. La cagione dell’una e dell’ altra catastrofe non sembra essere stata nè breve nè istantanea mentre i tremiti della terra benchè assai meno violenti della prima scossa durarono allora per più mesi, siccome durano adesso ad atterrire le commosse popolazioni.

Tra l’ Alpe Apuana e l’Apennino in quella foce che dà il varco alla Garfagnana è posto il territorio granducale di Casola e quello lucchese di Minucciano. Un orlo di poggi congiunge in arco le due giogaje a modo di cortina e nel fondo di que’ burroni si apre la Valle del Tassonara. Il suolo vi è solcato da profonde stroscie e sulla pendice che si atterga al Pizzo d’ Uccello e al Pisanino siedono in alto Ugliancaldo, Albiano e Minucciano; più al basso Argigliano, Bergiola e Renzano. Sulla opposta sponda che si appoggia al Monte di Tea vedi in alto Metra, Antognano, Pugliano e poco più lungi Montefiore e Regnano; al di sotto Venacciara, Novella, Bugliatica ed altri casali.

Era il giorno 11 Aprile giunto alle ore cinque e mezzo della sera e il maggior numero di quegli abitanti dava opera sui campi ai lavori dell’ agricoltura. In un momento annuvolossi il cielo e parve che al contrasto dei venti gli uccelli volassero incerti e quasi smarriti per l’aria. Prevalse il soffio di ponente e molti crederono che il tempo si préparasse a procella e quasi se ne allegravano pensando dover esser quella il preludio di più bella stagione. Altri annunzi di maggior disastro o non ebbero o non avvertirono.

Intanto un cupo e tremendo fragore sentissi dalla parte del Pizzo come se dalle più riposte sue viscere partito fosse e ognuno tendea l’orecchio e volea dire: che è? quando in un attimo giunse lo spaventoso rombo e di scomposti moti terribilmente tremò la terra. Un ululo indistinto e lamentevole si alzò da ogni lato e con l’ aspro scricchiolare degli alberi a quell’ orrendo strepito si accompagnava. Tutti impalliditi intronati si volsero quasi senza saperlo alle circostanti castella, e la polvere che da quelle in alto si levava e il fracassio che ne usciva li fe accorti della paventata ruina. Chi può ridire l’ansia, lo sgomento, l’oppressione di tanti infelici e spezialmente di quelli che non tutta aveano sul campo la ben amata famiglia ?

Tutti i villaggi situati in quella infida Valle e all’intorno o divennero in men che non balena un confuso ammasso di pietre e di rottami o patirono infiniti danni. Nè le sole opere dell’uomo a quel rabbioso scrollo si disfecero, che anche quelle della natura parvero doversi infrangere e nabissare.

La maestosa guglia del Pizzo fu in quell’ora veduta scuotersi con incredibile impeto e scagliar lungi da sè le sue nevi che a modo di minuta pioggia con largo sprazzo ricadevano sui dirupati suoi fianchi. E tale ne seguì un conquasso un rombazzo un frastuono che fece credere a molti esser precipitata quell’ immensa rupe. Nè del tutto vano era il giudizio che dall’erte sue cime enormi massi si staccarono e rotolando per la deserta chin, trassero ne’ sottoposti burroni una sterminata congerie d’ infrante roccie, si che lo stesso suo vertice ne restò scemo.

In Equi le acque del bagno minerale che in ogni tempo limpidissime scaturirono dalla terra comparvero allora torbide e limacciose e per più giorni mantennero un color biancastro come di calcina e il Solco, maraviglioso sentiero aperto dalla natura nel più profondo seno del monte, divenne così ingombro di sassi per i superiori dirupamenti che or nega la via alla marmorea Valle di Sigliole.

In più luoghi si apri la terra e si richiuse; in altri rimasero per del tempo i segni delle fenditure e de’crepacci. Le vecchie frane ovunque a nuovi scoscendimenti si mossero, e molte, dove per lo innanzi non erano, se ne formarono.

Questi furono gli accidenti che dall’interno sconvolgimento derivarono alla natural sopraffaccia della terra, ma qual ne fosse la cagione non è chi possa conoscere o asserire. Alcuni l’ attribuirono ad un vulcano che supposero essere esistito poco lungi da Argigliano; ma il trovarsi in que’dintorni in abbondanza un’arenaria calcareo-ocracea che gli abitanti impiegano siccome un equivalente della pozzolana, e che chiamano anzi con questo nome, forse ha dato fede alla stolta credenza. Altri pensarono che dal luogo denominato la Speluca sull’ Alpe di Gramolazzo abbia avuto origine l’ infausto tremito. Dicono questi che in quel sito si osservano nel monte due profondissime buche naturali, chiamate la buca calda e la buca fredda dal diverso alito che ne evapora. Ma quando ancora ciò sia non vedo come in quelle generar si potesse tanta combustione senza che ne manifestassero al di fuori alcun segno; o come anzi gl’imprigionati vapori trovando ne’ due spiragli l’uscita, abbiano potuto produrre una scossa che fu sentita da Genova a Firenze. Vaglia il vero: ne’ fenomeni della natura meglio è il confessarsi ignari di ciò che il fatto non dimostra, più presto che andar fabbricando delle ipotesi quasi sempre fallaci, spesse volte ridicole.

Ma tempo è che si dica a quale strazio soggiacquero i luoghi destinati al ricovero degli uomini.

Era Ugliancaldo una grossa borgata posta sulla schiena di quel poggio che dal fianco settentrionale del Pizzo si allunga fino alle rive dell’Aulella. Le sue cento case erano così disposte che una parte lungo il crine del monte in due file equidistanti si protendeva, e l’altra a foggia di scalea si aggomitolava intorno ad un rialto che fu l’antica bicocca.

Il suolo dove giaceva tremò di moti diversi e agli urti vibratorio e vorticoso nulla potè resistere di quanto sopra lo ricopriva. Novantatre di quelle case interamente ruinarono e delle altre una sola fu riconosciuta abitabile dopo il terremoto; e in quella, che grande e comoda era, per liberalità dell’ umanissimo proprietario trovarono di poi ricovero ed assistenza gl’infelici Uglianesi.

Che colassù disordinati fossero i moti della terra lo asseriscono essi e lo dimostrano gli accidenti del rabbioso disfacimento. Raccontano i primi che talora si sentirono travolti in giro e talaltra vennero trabalzati di luogo in luogo come se da ignota forza lanciati fossero. D’altronde osservai io stesso neʻ laceri avanzi delle squarciate fabbriche ora una conversione di parti che senza il moto vorticoso non avrebbe potuto operarsi, ora un trasporto così lontano di pesanti materie da sembrar più l’effetto di un portento che di umana potenza. Basti il dire che gli stipiti di una finestra nella casa Fiorelli furono lanciati a una distanza poco meno che doppia dell’altezza onde cadevano.

Argigliano che siede alle falde di quello stesso poggio in riva al Tassonara restò quasi ugualmente offeso, se non che fu assai minore il numero delle case atterrate.

Montefiore e Regnano che sulla opposta pendice sono situati là dove il Monte di Tèa si dirama dall’Apennino a più gravi danni soggiacquero di quello che la loro distanza e la diversa natura del terreno ad essi promettevano. E qui giova osservare che l’irresistibile concussione come non servò regola nel manifestarsi, così fu grandemente capricciosa nel percuotere.

Sul territorio Lucchese Minucciano, Bergiola, Albiano e Renzano furono i luoghi che patirono maggiori devastazioni.

Nè qui finisce il novero de’ villaggi scassinati, chè dovunque all’ intorno nel diametro di non poche miglia appariscono gli orrendi vestigi di quel turbine sotterraneo. Che se di questi non parlo è perchè la pietà mi muove a raccontare i fortunevoli casi di alcuni tra coloro che nel momento dello spaventoso disastro si trovarono raccolti entro le domestiche mura. Miseri se v’ incontrarono morte e sepoltura ad un tempo; ma ben più miseri se vennero serbati a veder lo strazio d’ ogni più diletta cosa o a piangere l’irreparabile perdita delle più care persone !

A Minucciano una madre colla figlia pargoletta si recava al forno passando in vicinanza della Torre quando fu sorpresa dal terremoto. Alla caduta di quella gran mole restò essa colla fanciulla sepolta a tanta profondità che fu d’ uopo il lavoro di molti giorni per rinvenirne i difformati cadaveri.

Più lieto sebben terribile fu in Argigliano il caso di un’ altra madre che all’ ora del funesto avvenimento con una figlia infante tra le braccia si aggirava entro le anguste pareti di un focolare. All’ urto della concussione precipitò il tetto della casa e ruppe, cadendo, il pavi-mento a quella stanza sovrapposto, si che un disonesto piovere di assi, di travi, di tegoli e di sassi venne quasi a riempirne il vano. Accorse il marito che poco lungi era e per una finestra disperato precipitossi fra quelle rovine. O avventuroso! i teneri oggetti dell’ amor suo rimasti erano illesi in mezzo al pericolo.

Teatro di più dolorosi supplizi fu Ugliancaldo. Due soli ne rammento perchè anche troppi a far che ognuno se ne addolori.

Domenico Castagnoli era padre di cinque figli. Stavano le due femmine a guardia della casa quando egli tornò dal campo alla stalla per caricarsi di concio. Le due giovinette scesero ad aiutarlo e non appena ebbe tolto sulle spalle il sacco che un’ enorme pietra vi cadde sopra dall’ alto e violentemente stramazzandolo il sospinse lungi dal fatale abituro. Il terremoto non sentì, e inconsapevole della causa ond’ era stato così aspramente percosso, quasi sdegnoso si volse alle figlie per interrogarle: ma vidde, o raccapriccio! le muraglie del suo povero ostello rovesciarsi su quelle innocenti e seppellirle. Padre infelicissimo! qual fosse il suo dolore ei non sa ridire, nè io saprei immaginarlo.

Un vecchio di ottanta anni, Francesco Castagnoli, stavasi intorno al fuoco con le due figlie Assunta ed Angiola. Presso di questa che maritata era in Santi Ricci scherzavano due cari fanciulli, uno maschio di nove anni e l’altra femmina di anni sette. La casa del buon vecchio era situata appiè del colle su cui sorgeva un tempo l’antico castello e le altre case poste a scaglione su quella piaggia, di gran lunga la soperchiavano. Allorchè tremò la terra tutte diroccarono e i rottami di queste sopra di quella precipitando così ne colmarono ogni cavità che parve un riempimento operato dall’ arte più che dal caso. E a que’ miseri sepolti niuno più pensava che per piangerne la sciagura; quando la sera alcune lamentevoli e fioche voci avvertirono che tra quelle ruine era chi durava a lottar con la morte. In men che nol dico molti furono intorno alle devastate muraglie e dopo alcune ore di fatiche il pietoso ufficio restò compiuto. Io credo che il più stupendo prodigio non avvenisse mai. Francesco e l’ Assunta erano sempre vivi benchè orribilmente ammaccati. L’Angiola poi fu trovata morta col figlio ma in atto di far coperchio del braccio e della spalla alla bambina che illesa stavasi accovacciata in quella nicchia che l’amor materno le avea composta. Misera madre! Iddio volle che almeno l’ultimo tuo prego non andasse interamente deserto.

In mezzo a tanto e cosi orrido scompiglio cinque soli furono in Ugliano i morti e 18 i feriti, perchè pochi si trovavano in quell’ora entro le ingannevoli abitazioni, e più perchè alcuni di questi per singolari portenti camparono gl’ innumerevoli pericoli. Tra essi fuvvi chi restò salvo sotto il vano di una porta o di un arco, chi venne avventuratamente coperto da un trave rimasto sospeso, chi cadde più tardo dei sassi sopra un soffice letamajo e perfino chi trovò scampo nel lanciarsi da una finestra. Alcuni al primo muoversi del suolo sbalzarono fuori dell’ uscio; altri già per le aje si aggiravano o sfaccendati o intenti a qualche bisogna. Una madre rinvenne senza offesa la figlia lattante sotto i frantumi del tetto caduto, e diversi dalle stanze che restarono in piedi viddero staccarsi e scoscendere il rimanente della casa senza danno delle persone. La sola Margherita Pallotti ne fu tanto spaventata che morì il giorno appresso perocchè le si aggravò il male ond’ era già inferma.

Che se gli uomini furono in tal guisa preservati nella vita non così avvenne dei generi che servono ai comodi e alle necessità di quella. Le biade, le masserizie, le vesti e quanto ai bisogni della famiglia è più indispensabile tutto sotto le rovine andò distrutto, infranto o sepolto. La stagione si fe’ anche più del solito inclemente e uno smoderato acquazzone che durò molti giorni compiè l’opera della distruzione e del disordine. Le cose che infrangersi non potevano o disperdersi vennero ben tosto dall’ acqua o infracidite e corrotte, o sparpagliate e sconvolte. E il fuoco ancora tentò di consumar quello che il terremoto non avea potuto distruggere se non che valse a smorzarlo più il caso che il subito provvedere e il gagliardo operare di quelle misere genti. E quì poteva ben dirsi che tutti gli elementi congiurassero a’ danni loro. All’ aperta campagna, tormentati dalle ingiurie del tempo, privi di qualunque suppellettile, scarsi d’ ogni vittuaglia, muti, sbalorditi, insensati stavano essi col bestiame confusi, nè più aprivano il cuore alla speranza che è pur sempre il balsamo delle grandi sventure. Una mano privata venne da prima con generosa misura a spargere in quella solitudine i frutti della beneficenza e dell’ amore: provvide al ricovero del maggior numero, aperse ai più meschini le abbondanti canove e quelli che laceri o nudi erano o sovvenne o ricoprì. Di poi sorse tra gli abitanti di Fivizzano una bella gara di carità e furono ben presto colà spediti danari e robe come meglio al bisogno si richiedeva. Intanto l’I. e R. Governo con ogni maniera di sussidj e di efficaci provvedimenti solerte accorreva al sollievo di tante miserie, e così in Ugliano come negli altri villaggi più percossi dal disastro largamente spandeva i suoi benefizi.

Nè questi semi di umana carità furono sparsi sopra un ingrato terreno. La riconoscenza che appo molti è un dovere e presso queste popolazioni è un sentimento, indelebile si apprese al cuore di tanti infelici, e assicurando ai benefattori la più bella delle ricompense – le benedizioni dei beneficati – manderà ai più tardi nipoti con la storia dei loro infortuni la memoria degli atti pietosi.

Fivizzano 18 Maggio 1857.

Girolamo Gargiolli, Terremoto nella Lunigiana, estr. dal Gioprnale Agrario Toscano, n. 43. Documentazione pervenuta tramite il sito: http://www.internetculturale.it

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal sito https://ingvterremoti.com/

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