DESCRIZIONE DEL TERREMOTO DI PONTREMOLI IN FEBB. 1834

di G.G.

Mi chiedete conto dell’ infortunio che ha testè desolata la nostra Provincia, ed io voglio compiacervi per quanto sia doloroso ufficio l’andar rimembrando le patrie calamità. Pur troppo negli ultimi 20 anni fummo travagliati nelle persone e nelle cose, or dalla carestia e dal contagio, or dal ghiaccio degli alberi, ed or dal fuoco di essi, che per giunta dovevamo adesso esserlo ancora dalla crise più spaventosa della natura: il terremoto.

Vi parlerò di Pontremoli soltanto, perchè quel territorio fu l’ unico che patisse estreme devastazioni. – Al giovane e bravo professor Marsili, che senza l’ audacia del vecchio Plinio fu pure tanto fermo nel comune pericolo da non dismetter mai le fisiche osservazioni, debbo in gran parte le notizie che vi comunico.

Alla piovosissima estate dell’ anno 1833 suecede un autunno egualmente piovoso, cui tenne dietro un inverno asciutto, dolce, temperatissimo. Nel gennajo avemmo i fiori e qualche frutto della primavera. In Pontremoli vidi io stesso delle fragole giunte a maturità nell’ aperta campagna, ed ho più volte mangiato dappoi i carciofi comuni, prodotti da un orto alto sopra il livello del mare 500 metri, e volto con la faccia alla vicinissima Alpe Apuana. Sul finire di quel mese prevalsero i venti del Nord, ma per pochi di, chè a primi di febbrajo l’atmosfera tornò alla sua pristina temperatura.

Nella notte del 12 al 13 di esso mese fu sentita in Pontremoli circa le ore 1 e 1/2 una breve ma non leggera scossa di terremoto, dapprima ondulatorio e quindi subsultorio. La giornata del 12 era stata serena e tranquilla. Gli abitanti non se ne spaventarono gran fatto, e solo stettero in qualche dubbiezza per il distretto di Fivizzano, creduto più soggetto a questo disastro, per quanto nelle frequenti concussioni non abbia esso giammai provato estreme sciagure.

Il giorno 13 passò senza notevoli accidenti, e intanto la terra chiudeva in sé un insolito furore che doveva ben presto esser fatale alle comuni di Pontremoli, di Zeri e di Caprio, circondate, come sapete, per tre lati dal M. Orsajo a levante, dal Gottaro a ponente, dal Molinarico e dalla Cisa a settentrione, e per guisa che il loro territorio ne acquista la configurazione di una conchiglia.

La giornata del 14 apparve velata di caligine cenerognala. A quando a quando si rendeva ai viventi difficile la respirazione per l’aria grave e soffocante. L’atmosfera era pregna di elettricismo. – Poco innanzi le ore 2 e ½ pomeridiane udisi un orrendo fragore, e tosto una violenta urtata scosse la terra dal basso in alto, per modo, che parve questa doversi aprire: continuò il moto ondulatorio da N. O. e S. E. per dodici minuti secondi e que’ miseri abitanti furono trabalzati con le case loro in varia direzione.

La forza dello scotimento, e forse più la difficoltà dei moti impressi alla terra, sconnessero si fattamente le abitazioni di città e di campagna, che non vi fu volta che non si fendesse o cadesse, non muro che non si aprisse. La fortezza e il convento de cappuccini divennero tosto inabitabili. La qualità del fabbricato che in città è di una solidità singolarissima, nulla valse contro il furore della percossa che scompose egualmente che i più meschini abituri. Almanco gli sdegni della natura sono in ciò meno ingiusti e più imparziali di quelli dell’ uomo! Qual fosse lo spavento, il trambusto, lo scompiglio, lascio a voi l’immaginarlo!

Poco innanzi e poco dopo le ore tre si riprodusse l’orribil tremito con moto solamente ondulatorio, ma accompagnato da cupa romba, e queste due scosse posero il colmo alla pubblica desolazione. Tutti fuggendo il più imminente pericolo si ripararono all’aperto cielo e ben fu prodigio lo scampo dal cadere di alcune volte, di diversi sassi e di quasi tutti i cammini, non che dal piover disonesto de sassi e de’ tegoli nelle strade ingombre di una confusa e commossa moltitudine di gente che correva ansia in cerca di una poco sperata salvezza.

Pontremoli non ebbe alcuna vittima da piangere, ma non cosi l’ adiacente campagna, ove per quanto i più fossero in quell’ora ai lavori della terra, alcune vite rimasero ad un tempo e schiacciate e sepolte.

Tralascio per brevità molti casi di fortunate contingenze che occorsero a salvamento di varii infelici, i quali videro d’appresso la morte, ma non la provarono, e solo d’uno vi parlo, perché stupendo, e perché come fu dapprima causa di disperatissimo affanno a ben cinquanta madri, così divenne dappoi per quelle misere e per la città intera argomento tenerissimo d’ineffabili allegrezze. Nell’ ora del tristo avvenimento eransi già raccolte nella magnifica scuola del conservatorio di S. Jacopo d’Altopascio più che un mezzo centinajo di giovinette. All orrendo scrollo della terra odono i vicini le loro strida, cui tien dietro lo strepito di gran caduta, e quindi il piangere oppresso come di persone perse ed affrante. Il polverio che si fa strada dalle finestre della scuola gli avverte che il volto di quella era rovinato.

Fuggenti per la città raccontano a pochi per il terrore che gl’ incalzava il caso miserando; in un momento però è sulla bocca di tutti e giài forsennati parenti dimentichi d’ogni periglio accorrono precipitosamente alla malagurata sede del loro infortunio. Oh raccapriccio il volto era caduto; ma la Dio merce senza offesa delle immacolate colombe.  Fosse ispirazione di chi veglia alla salvezza della innocenza, o fosse un tale istinto che muove i fanciulli a nascondersi quando odono alcun che di spaventevole, certo è che al primo agitarsi della sala, impaurite già dal fragor della romba erano quelle care fanciulle tutte sul correre verso la porta cui tocesta appena dalle seguitanti maestre avvenne la non sanguinosa ruina.

La sera alle ore otto fu sentita altra scossa violenta, ed una forse più forte ancora alle 3 dopo la mezzanotte. Da questa in poi i spessi tremiti del terreno banno continuato fino al 21 del mese che corre, ma senza nuovi disastri.

Fa osservato che qualche momento innanzi il terremoto si manifestava negli animali, e specialmente, ne’ gallinacci la solita inquietudine, in alcuni un deciso abbattimento. Parecchi contadini riferiscono che i bovi si arrestarono alcuni minuti prima del fenomeno, ostinatamente dal lavoro, altri che de fuochi meteorici si sollevarono dal suolo.

Dopo le prime scosse il termometro Reaumuriano, che il giorno precedente segnava un grado sotto lo zero giunse a + 7, il Barometro 27,6, altezza massima anche di vari giorni innanzi, l’igrometro di Saussure 43, l’ago, magnetico presentò dei notabili impazzimenti.

L’acqua dei fiumi scorreva il 14 alquanto torbida, e quella di alcuni fonti scaturiva quasi tinta di un verde biancastro.

Sulla sera poi l’atmosfera perseverava quieta, tepida e nebulosa. Nella notte si accrebbe il calore e i vapori si disciolsero in minuta pioggia, che si fece più grossa al ripetersi delle scosse, alcune delle quali furono precedute da un piccolo lampo.

Sul far del giorno 15 la pioggia si converse in neve che continuò a cadere a gran fiocchi per tutta la giornata. Nella notte successiva si rinnovò la pioggia, e la mattina del 16 per la elevazione della temperatura si discielse la neve caduta. Più al tardi ricomparve il sereno tranquillo dei giorni che precederono la catastrofe orrenda. Dal 17 febbrajo in poi per quasi un mese continuo il Barometro ha dato un’ altezza media di 28, 2, il Termometro + 10 e l’igrometro 90, indicazioni tutte affatto straordinarie al nostro clima in questa stagione.

I danni sono stati gravi in città, gravissimi nella campagna. Molti villaggi furono poco meno che annichilati, Bratto, Braja, Guinadi, Cavezzana d’Antena, Groppo d’Alosio, Succisa e Valdantena patirono una crudele devastazione. Tenendo dietro alla traccia delle maggiori ruine, tanto al di qua, che al di là dell’Apennino (dove fra gli altri il villaggio di Porotalo presso Borgotaro, restò, quasi interamente distrutto) può stabilirsi che la sede del fenomeno calamitoso fosse sul Monte Molinatico.

A ristoro di questi mali non mancò per altro l’umana provvidenza. Giunto appena alla capitale l’infausto annuncio, l’ animo dell’ottimo Principe si commosse a pietà di’ tanti miseri e con mezzi efficaci accorse sollecito al bisogno di essi. Elesse al caritatevole ufficio S. E. il Consigliere di Stato cav. Giuseppe Paver, il quale con due Ingegneri, e portando molta provvisione di danaro, si recò tostamente ad esercitare sul teatro di tanta tragedia quegli atti di beneficenza e di consolazione che durano eterni nella memoria dei popoli, E il Paver lasciò di sé tal nome in Pontremoli, che anche i più tardi nepoti lo rammenteranno con venevazione proporzionata al benefizio, a quel modo appunto che la Calabria e la Sicilia rammentano tuttavia il Pignatelli e il Caracciolo.

Adesso che la calma ha ripreso il luogo del terrore, tutti attendono al restauro delle sconquassate case, e il R. Commissario della Provincia, avvocato Betti, il quale fu instancabile nei giorni della sciagura, compie l’ opera dei governativi provvedimenti, e col promuovere i risarcimenti de’ pubblici edifizj, e col dispensare il molto ferro da catene che fu da Regie fabbriche spedito onde non mancasse la materia al bisogno, e col proporre finalmente al Trono tutti quegli espedienti che più sono atti ad alleviare le miserie di una desolata popolazione.

Né voglio chiudere questa lettera senza parlarvi di una bella generosità privata. Il Cav. Ferrari di Parma, noto per la direzione dei lavori al Ponte del Taro e a quello della Trebbia, e che da qualche anno dimorava in Pontremoli, erasi nel gennajo recato a Firenze per suo diporto. Quando udita appena la triste novella, fu sollecito di ritornare alla patria adottiva per quivi prestar opera sua non mercenaria a chiunque lo ricercasse. E fu tanto lo zelo nell’adempiere gratuitamente al magnanimo proposito che sarebbe ora una vera ingiustizia lo scordarne il nome fra coloro, che ben meritarono della pubblica riconoscenza, Vaglia il vero, né se ne offenda la sua modestia, il Cav. Ferrari ha pagato con usura un debito sacro!

Appena ho avuto tempo di finire così, perchè parte la posta, Fate voi il resto.

L’Affezionatissimo Amico

G. G.

G.G., Descrizione del terremoto di Pontremoli in febb. 1834, tratto da Annali universali di statistica economia pubblica, storia, viaggi e commercio (1834 apr, Serie 1, vol. 40 fascicolo 118), tramite il sito emeroteca.braidense.it

L’immagine di introduzione alla pagina è stata creata con l’IA

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