di Cesare Reisoli
UN GENERALE
ROMA: ESTATE 1940.
Al Ministero della Guerra, nel riservatissimo Ufficio dei Generali, « dove alcuni impiegati civili erano praticamente arbitri dell’impiego dei più alti ufficiali dell’esercito», il Commendatore, con la cornetta del telefono all’orecchio, il volto atteggiato a preoccupata perplessità quasi non crede al pur chiaro senso delle parole che, caratteristicamente arrotate nelle « erre “spesso ricorrenti, gli percuotono il timpano. Possibile che quel Generale non si periti di esporre così crudamente le sue doglianze e il suo dissenso a riguardo di una decisione presa e comunicata dall’Alto Ufficio?…
Eppure è cosi. Il Comandante della Guardia alla frontiera della 4 Armata è proprio ricorso al telefono per annunciare che dopo ben sette trasferimenti subiti nel giro di due anni, « senza mai poter assaporare il frutto del mio lavoro », questa volta non si rassegna all’ingiunzione del cosiddetto dispaccio ministeriale e non intende cedere il comando dei suoi limitanei al già designato successore, per transitare a quella Divisione «Cosseria che, chiuso ormai il ciclo operativo sul fronte occidentale, sta soggiornando in calmi presidi della riviera ligure di ponente.
- Ma, Generale, pensi alle conseguenze…
- Il mio passato e il mio buon diritto mi permettono di non preoccuparmene.
- Ebbene,… prenda nota che è stato l’Eccellenza Gambara, comandante del Corpo d’armata, a chiederla no-mi-na-ti-va-men-te.
- Sarebbe assai peggio se avessi chiesto io all’Eccellenza Gambara di prendermi ai suoi ordini ed egli non mi avesse voluto.
- Ma… e allora?….
Allora… soluzione inaudita: dopo due giorni arrivò il contrordine e il “resistente » rimase al suo posto per qualche tempo ancora: fino a quando, cioè, un “nuovo dispaccio », questa volta gradito, giunse ad annunciare la destinazione, questa volta ambitissima, in zona di operazioni.
«Devo a una disobbedienza – doveva poi scrivere il Generale – da taluno allora giudicata temeraria, la sola che mi sia permesso in molti lustri di servizio militare, se mi fu possibile prendere parte alla campagna di Epiro, alla testa di una delle più belle Divisioni di Fanteria… ».
ALBANIA: MARZO-APRILE 1941.
Nell’angusto, miserabile stambugio di una diroccata casa di Becist, dove funziona il Comando della Divisione “Lupi di Toscana ». sta, abbattuto sul suo lettuccio da campo, il Comandante. Lo immobilizza e lo tormenta la febbre che accompagna, altissima, il grave corso di una bronco-pleuro-polmonite specificatamente diagnosticata.
I medici si sono espressi per l’immediato ricovero in una formazione sanitaria arretrata; ma il Generale non ha voluto saperne. Ha deciso di rimanere al suo posto esigendo, da chi gli sta vicino, che non si lasci “ trapelare a chicchessia e soprattutto ai Comandi superiori “ la notizia dell’infermità che l’ha colpito.
Si è al 23 di marzo, e i Lupi stanno combattendo tra le rocce e gli anfratti dei ripidi costoni « scendenti a spigoli vivi» fin giù nel profondo soleo della Vojussa, comandati a tenere ad ogni costo le linee contro le quali urgono, con reiterata violenza, i furiosi attacchi dei Greci. E questa è la prima prova, dal giorno in cui il Generale ha assunto il comando della Grande Unità.
La vecchia gloriosa “Lupi” del Sabotino, del Faiti e del Timavo egli l’ha raggiunta un mese innanzi sulle fangose colline di Karbunara dove era stata ritirata dal fronte di combattimento « profondamente scossa», ridotta a una massa inerte di superstiti « dagli occhi torvi che mostravano di avere smarrita la fiducia nelle tormente di neve e di sangue del Mali Tabaian ». Ha preso contatto, da allora, coi diversi reparti visitando, senza nessun al séguito, i diversi accampamenti. E’ passato – elastico portamento della persona giovanilmente agile e sciolta; viso scarno offerto, nella trasparente chiarezza dei suoi tratti decisi, alla confidenza e alla simpatia; occhi azzurri mobilissimi, vivamente espressivi, è passato, durante un mese, « da tenda a tenda, da gruppo a gruppo… per ore e per giorni osservando, interrogando, discorrendo, soldato fra i soldati ». Ha conversato da uomo a uomo, occhi negli occhi, dicendo parole piane, semplici, accoratamente suadenti, suggerite dal suo profondo senso di umanità, dalla sua coltivata conoscenza dei problemi dello spirito, da quel suo sapere inserirsi – secondo l’acuta definizione berensoniana – “nella pelle, nel cuore, magari nei muscoli di un altro essere e idealmente reagire come l’altro reagirebbe »; ed ha visto, a poco a poco, le rughe spianarsi nei volti prima segnati da corrucciata mestizia; gli sguardi, già torbidi e aggrottati, tornare chiari ed aperti: le bocche, già piegate in espressioni di amarezza e di risentimento, riatteggiarsi al sorriso.
Quando, da Karbunara, la Divisione si è incolonnata lungo la via di Fieri per marciare, in formazioni impeccabili, verso la zona del fuoco, egli ha capito che « la sua gente aveva ripreso vigore e fiducia. Quando, il 16 marzo, ha schierato i suoi fanti in uno dei tratti più delicati del difficile fronte, si è sentito sicuro di loro come di se stesso. Ed ora che il nemico li impegna in una lotta furibonda, egli non può, non vuole allontanarsi: anche se le sue condizioni sono tali da esigerlo; anche se i sanitari insistentemente lo prescrivono; anche se i più vicini collaboratori, con premurosa quanto rammaricata sol-lecitudine, lo consigliano.
Così, la febbre viene dominata dal senso del dovere che esalta gli impulsi della fortissima volontà. Così, la battaglia che infuria poco avanti le macerie di Becist viene seguita, controllata, guidata con sensazioni prontamente captate e con ordini prontamente impartiti attraverso il telefono da campo in continua attività al capezzale dell’infermo. Così, miracolosamente, il Comandante resiste, come strenuamente resistono i fanti tenaci, incrollabili sulle posizioni flagellate dal fuoco, percosse da continui assalti feroci: fino a quando la batta-lia si spegne; fino a quando la pressione del nemico cede; fino a quando la minaccia è distolta e il pericolo sicuramente superato.
Solo allora 30 marzo il ricovero è accolto come inevitabile: solo allora è accettata come indifferibile la necessità di cure appropriate che giovino a stroncare il male non ancora vinto ed a restituire un minimo di forze al fisico grandemente depresso.
Proprio un minimo di forze, perchè già dopo meno di venti giorni il Generale, ancora convalescente, è di nuovo alla testa della Divisione, proiettata verso il confine greco sulle orme del nemico in sollecito ripiegamento, e la guida lungo tormentati itinerari di montagna; in un alterno estenuante salire e scendere per attingere, volta a volta, erte pendici e da quelle riprecipitare dentro angusti solchi fangosi; in estrema difficoltà per ogni elementare esigenza logistica di sgombero e di rifornimento, dalle tragiche rovine di Pesclani fino al passo di Panaja: dove il nemico è raggiunto e subito attaccato con impetuosa decisione, il 22 aprile, ma poi sottratto al giuoco di una geniale manovra risolutiva dalla ufficiale notizia dell’armistizio che, nel pomeriggio dello stesso giorno, arresta le ostilità sul fronte greco, troncando “l’ali alla speranza di una più completa vittoria ».
“Comandante di Divisione dislocata su un delicato settore di fronte, con personale valore e pronto intuito delle situazioni, coordinava sapientemente tutte le azioni difensive e controffensive, stroncando l’irruenza dell’avversario. Nell’ultima azione offensiva, alla testa della sua unità, si lanciava arditamente contro forti retroguardie nemiche, conquistando importanti e munite posizioni e proseguendo la marcia vittoriosa, sempre combattendo, verso il confine greco. Comandante risoluto, coraggioso, sereno e trascinatore. Fronte greco, 13 marzo 23 aprile 1941 ».
Cosi la motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare decretata al Generale che, con la sua trascinante azione di comando. ha guidato i Lupi a gloriosamente rinverdire i memorabili allori del Sabotino e del Carso.
SARDEGNA: SETTEMBRE 1943.
Nel maggio 1943, lasciata la “Lupi di Toscana” in Provenza, dove presidia un settore costiero ad occidente di Tolone, il Generale è passato in Sardegna ad assumervi, con l’incarico del grado superiore, il comando del XIII Corpo d’armata nel ridotto meridionale dell’isola considerata obiettivo tra i più probabili dell’atteso attacco alla cosiddetta “ fortezza europea».
“Teso con la mente e col cuore all’assolvimento del compito», egli ha dato tutto se stesso, dal giorno del suo arrivo, per la preparazione tecnica e spirituale delle unità ai suoi ordini e per il miglioramento dell’organizzazione difensiva, portata da lui ad un riconosciuto esemplare stato di aggiornata efficienza.
L’8 settembre quando, con l’improvvisa notizia dell’armistizio, esplode un po’ dovunque la drammatica serie di eventi della vicenda più fosca di tutta la nostra storia nazionale » egli dà splendida prova di fermezza concretando, attraverso un realistico apprezzamento delle situazioni repentinamente insorte, una pronta lucida determinazione delle nuove esigenze e dei nuovi doveri incombenti.
Sono della stessa sera i suoi ordini categorici intesi ad assicurare la più rigida disciplina fra le truppe che, nell’ambito del suo comando, mantengono intatta la loro compagine, senza smarrimenti e senza deviazioni. Sono pure della stessa sera le efficaci misure dirette a prevenire e stroncare possibili tentativi di sopraffazione da parte di una vicina grande unità germanica, forte di uomini bene agguerriti in Africa, largamente dotata di carri armati e di artiglierie, abbondantemente provvista di munizioni e di mezzi d’ogni sorta.
Così che, ricevendo egli, verso le ore 14 del giorno 9, un messaggio scopertamente minaccioso del Comandante le truppe tedesche in Sardegna, col perentorio invito a disporre che le unità del XIII Corpo « prendano parte attivamente, e molto più che finora, alla continuazione della lotta comune”, non esita a rispondere per iscritto che il prestato giuramento di fedeltà e il senso dell’onore militare gli indicano chiaramente la diversa via da seguire in obbedienza agli ordini del suo Re.
E quando, subito dopo, gli viene demandato il difficilissimo incarico di fronteggiare la rivolta scoppiata nelle file della “Divisione paracadutisti Nembo », trasferita pressantemente alle sue dirette dipendenze, egli agisce ancora con energica, illuminata saggezza, accompagnando misure di drastico, inesorabile rigore ad atti e interventi di cordiale, fraterna comprensione; e ottiene, prontamente, il ritorno dell’ordine e della disciplina nei ranghi sovvertiti.
Dieci giorni dopo, a lui spettandone gran parte di merito, non v’è più un tedesco in Sardegna, e la situazione, nel territorio dell’isola, è tornata di calma, ordinata, operosa fiducia.
Tali, alla viva luce di fatti altamente significativi, la figura, la tempra, lo stile del Generale Gustavo Reisoli-Matthieu di Pian Villar. degno continuatore della insigne tradizione affermata dal Padre suo, Generale di Corpo d’armata Ezio Reisoli, per le fortune d’Italia più volte vittorioso: in terra d’Africa – a Homs, a Lebda, a Derna 1912- ; sull’Isonzo – a Plava – nel 1915.
Soldato di razza, all’insegnamento paterno Gustavo Reisoli tenne davvero fede in ogni tempo e per ogni contingenza di pace e di guerra: dal giorno della prima investitura a funzioni di comando (settembre 1907) a quelli della valorosa partecipazione, nei gradi di tenente e di capitano, all’impresa di Libia e alla guerra ’15-’18, durante la quale ultima fu decorato due volte al valore sul Podgora e sulla Vertoibizza; dal turno di comando di battaglione, col grado di maggiore, nel 23° reggimento fanteria (1921), al passaggio nel Corpo di Stato Maggiore (1925) quale tenente colonnello Sottocapo di S. M. del Corpo d’armata di Trieste, poi di quello di Torino e infine Capo di S. M. della Divisione di Torino; dal conseguimento della promozione a colonnello (1923) con destinazione al 18° fanteria « Acqui », brillantemente comandato per tre anni, al susseguente avanzamento a generale nel 1938: prima Vice Comandante della Divisione « Brennero, poi della Guardia alla frontiera del Corpo d’armata di Bolzano, quindi, con successivi rapidi passaggi (tra l’autunno 1939 e il febbraio 1941), Capo di S. M. della 7′ Armata, Vice Comandante della divisione « Torino” e delle Scuole Centrali di Civitavecchia, Comandante del Raggruppamento Celere del I Corpo d’armata e, durante le operazioni di guerra sul fronte occidentale, della Guardia alla frontiera della 4ª Armata, fino al trasferimento in Albania per assumervi, nelle circostanze sopra ricordate, il comando della leggendaria « Lupi di Toscana ».
Organizzatore e dirigente del Servizio Stampa e Propaganda nel Governo Badoglio, a Bari, dal 4 ottobre a fine dicembre del 1943, impegnandovi, con risultati brillantemente positivi, le singolari doti di versatile intelligenza e di eclettica cultura che avevano suggerito la scelta di lui per il delicatissimo incarico: Comandante, subito dopo, di quei Campi di riordinamento attraverso i quali fu possibile costituire e alimentare di effettivi il Corpo Italiano di Liberazione; preposto, nel giugno del 1944, al Comando Italiano 212 che ebbe a raggruppare ben 80.000 uomini delle truppe ausiliarie dalla Calabria alla Toscana e passato, poi, a disposizione del Ministero della Guerra, fu collocato in Riserva, per età, nell’estate del 1947. Ma alla sua prediletta Torino era tornato, lasciando il servizio attivo, con un nuovo alto riconoscimento delle sue doti e delle sue virtù di Capo. espresso in un Encomio Solenne tributatogli dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in data 24 febbraio 1946:
“Comandante di un vasto complesso di unità di servizi, tratte da elementi di varia provenienza ed operanti in estesi settori della Madrepatria durante la guerra di liberazione, dava prova di alta capacità organizzativa e di comando. Superando complesse difficoltà di ambiente e di mezzi, portava ad un alto grado di efficienza i reparti dipendenti che, con i servizi prestati e i sacrifici compiuti, validamente contribuirono allo sviluppo delle ulteriori operazioni. Riscuoteva l’ammirazione delle Autorità Militari Alleate che, nel manifestargli il loro compiacimento per l’attività svolta, mettevano in evidenza l’importanza dei servizi resi e l’alta capacità dimostrata. Guerra di Liberazione, luglio 1944 febbraio 1945 ».
Se, conoscendosi ancora vigoroso di fisico e di spirito, aveva dovuto acconciarsi all’uscita dai ranghi per la ferrea legge dei limiti d’età, non era però tipo da rassegnarsi alla vita piatta, neghittosa, insignificante. Convinto di avere qualche cosa di non inutile da dire e desideroso di dirlo con l’aperta franchezza del gentiluomo sicuro di sé, non uso alle interessate reticenze, spregiatore dei tortuosi accomodamenti, riprese subito quella sua fervida attività di scrittore che lo aveva già fatto annoverare tra i più brillanti, i più efficaci, i più espressivi esponenti della letteratura militare italiana: non mancando di alternare, ai testi della sua prosa agile, viva, scorrevole, abilmente piegata alle esigenze della puntuale divulgazione storica o tecnica, come a quelle della critica ora dialetticamente e rigorosamente argomentativa, ora argutamente e piacevolmente ironica, i lirici voli della sua ispirata vocazione di poeta sensibilissimo, ricco di vena e di fantasia, signore del sentimento e della forma.
Così, altri pregevoli scritti suoi apparvero in riviste e giornali italiani e stranieri politici, letterari, militari, sempre nutriti di ben meditate conoscenze, sempre densi di intelligenti notazioni, sempre accolti con vivo interesse. E, ai molti volumi già pubblicati di storia, di tecnica militare, di varia cultura (per citare i più noti, “ Colloquio con Marco Petreio 1926, «II Principe Splendore “ 1928-, “ Ardant du Pie” 1929, «Sprazzi, Bagliori e Fiamme “ 1931, “La conquista di Plava” 1934, “Contro corrente “ 1932, «La guerra dei cento anni”1938, “La disfatta dei mostri “1940), si aggiunse, nel 1948, “il Fuoko su Adolfo, fuoko su Benito”: interessantissima presentazione storico-critica, appassionatamente e dottamente polemica, di avvenimenti di idee e di uomini nel drammatico quadro della seconda guerra mondiale, rievocata, rivissuta e commentata sotto i diversi aspetti della preparazione, della condotta e dei risultati.
Così, alle tante liriche di varia, sempre nobilissima ispirazione che, fin dagli anni della giovinezza, avevano appagato, in lui entusiasta e generoso, il gusto signorile della bella forma, l’amore struggente delle immagini elette, il senso devoto delle cose grandi; alle già note pregevoli raccolte di versi (quale “La Fonte” apparsa nel 1940) che avevano rivelato, accanto e connaturata a quella dello storico informatissimo, del brillante bozzettista, del concettoso forbito prosatore, la personalità squisita del poeta-artista di finissimo temperamento, fece séguito, nel maggio del 1955, quello stupefacente «Viaggio alle Isole Occidu”e che fu un po’ come il commiato dalla predestinata labilità delle cose umane, nel sognante approdo alle va-porose ideali Isole del Tramonto: in realtà, ultimo incontro terreno con la Poesia
…… pace che fascia il dolore,
… sorriso nel pianto…. raggio di sole fra i nembi,
… contatto d’amore fra ciò che è mortale e l’eterno,
… impeto d’orgoglio che s’alza a cercar l’infinito ».
Sei mesi dopo 30 novembre 1955 il Generale Gustavo Reisoli si spegneva a Torino nella composta quiete della sua casa serena che adunava, religiosamente, nobiltà di grandi memorie, dolcezza di preziosi ricordi.
“Anima, tornerem nell’ultim’ora
alla rossa d’Ali rocca vetusta
dove, sgorgando dalla forra angusta,
la Vojussa di ciel si ricolora.
Là chiamerò i miei Morti. Come allora
sarà la loro giubba stinta e frusta,
ma avran negli occhi e sulla fronte adusta
la chiara luce dell’eterna aurora ».
Percussus elevor: tale il motto che egli aveva imposto a questo suo secondo di tre sonetti -Karbunara, Tepeleni, Val Zagoria – rievocanti le inobliabili tappe del glorioso itinerario albanese.
Certo il suo Spirito, prima di ascendere al cielo degli Eroi per ricongiungersi a quello del Genitore amatissimo, fece ritorno alla diroccata casa di Becist, da li trasvolando, lentamente, fino alla testata della “interminabile Val Zagorias”: dove il Comandante, un giorno, aveva colto
“……. nell’ultimo respiro
dei migliori di noi, l’ansia febbrile
di sorpassare il colle di Panaja ».
“Coi piedi nel fango e la fronte nel sole ». Dopo tanto soffrire e lottare, il caldo sole sfolgorante della Vittoria sognata, voluta e raggiunta.
CESARE REISOLI, Un Generale, Gustavo Reisoli, tratto da“Il Campanone”, Almanacco Pontremolese, 1961 – 1962, Editore Città del Libro, pp. 83 – 92
Il Generale G. Reisoli era decorato di una Medaglia d’argento, una Medaglia di Bronzo e una Croce di Guerra al Valor Militare; della Croce di ferro tedesca di II classe; di sei Croci al Merito di Guerra e il suo petto si fregiava delle Medaglie commemorative della Guerra Italo-Turca 1911-12, della Guerra 1915-18, della Guerra 1940-43 e della Guerra di Liberazione; della Medaglia Interalleata della Vittoria e di quella a ricordo dell’Unità d’Italia. Era inoltre insignito delle seguenti onorificenze: Medaglia Mauriziana al merito di dieci lustri di servizio militare; Croce d’Orao per anzianità di servizio; Commendatore della Corona d’Italia; Ufficiale di S. Maurizio e Lazzaro; Gr. Ufficiale dell’Or ine di Scandenberg.
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia.