L’EPITAFFIO DI LEODEGAR VESCOVO DI LUNI DEL SECOLO VIII

di Ubaldo Mazzini

Nella promessa di re Pipino al papa Stefano II, contenuta nella carta che va sotto il nome di Frammento fantuzziano, carta generalmente ritenuta apocrifa, ma da tutti gli eruditi riconosciuta di grande antichità, si legge la determinazione del futuro stato apostolico, che comincia con la Corsica, Pistoia, Luni e Lucca, il monastero di Severiano col monte Bardone, Parma, Reggio, ecc. (1) Dove il Martens e il Pinton hanno letto monasterium Sancti Severiani, il Fantuzzi e il Troya lessero invece Viviano; ma si deve ritenere anche questa lezione inesatta, perchè in origine doveva essere scritto Suriano. In fatto, quel passo corrisponde perfettamente a quest’altro della vita del papa Adriano I compresa nel Liber Pontificalis: “Cum Carolus… promissionem sibi legi fecisset.. … concessit easdem civitates ac territorio ……id est a Lunis cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in Monte Bardonis, id est in Verceto, deinde in Parma, etc.). (2) Luni, Suriano, Monte Bardone (la Cisa), Berceto, Parma: è qui indicata la strada che dal mare, traversando l’Appennino, giunge per Parma nella valle del Po. Fra il passo appenninico e Luni, sia nell’uno che, nelI ‘altro dei due citati documenti, è indicato soltanto Suriano, che forse allora era il centro più importante di quell’antica strada romea.

I geografi e gli storici hanno tentato la identificazione di quel luogo, per lo più riconoscendolo in Sarzana. Così il Cluvier e più recentemente il Ficker. Si è supposto che sia stato scritto “Surianum”  per “Sergianum”, e che da questo sia derivato Sarzana (Sergiana). Anche ultimamente Giulio Jung si è accostato a questa opinione: “Probabilmente essa [Sarzana] è il Surianum della « Promessa » di Pipino (3).

Ma son baie. Surianum non è parola corrotta, ma uno de’ tanti Suriani, Surani, Soriani e Sorani che son disseminati per le provincie d’ Italia, e se ora quel nome in Val di Magra è perduto, si trova per altro ricordato altre volte in documenti d’assai posteriori al secolo VIII, in cui da prima compare; ed è possibile identificarlo con tutta esattezza.

Il più antico elenco delle pievi della Diocesi di Luni che ci sia rimasto è contenuto nella bolla di papa Engenio, III degli 11 di novembre del 1149, trascritta nell’ insigne Codice Pallavicino dell’archivio capitolare di Sarzana. Ivi, alla menzione della pieve di Vico segue “plebem de..” con una rasura nella membrana, la quale lascia scorgere chiaramente soltanto la desinenza in ano della località. Nella edizione ughelliana della bolla è detto “ plebem de Tarano” (4); e nello stesso modo ha interpretato il prof. Lupo nel recente suo regesto del codice (5); ma Surano si legge invece chiaramente nella bolla di papa Anastasio, IV, del 18 marzo 1154, che contiene il medesimo elenco (6); e cosi Surrano si trova nel catalogo di quella di Innocenzo III, in data del 7 marzo 1203 (7). Aggiungo che un “Nicolaus judex archipresbiter de Surano” figura come testimonio in atto di locazione fatta dal vescovo Gualtiero di Luni nello stesso anno 1203 (8). Ciò vuol dire che almeno fino alla metà del secolo XIII quel nome era ancora vivo nell’uso comune.

Non mi fu difficile identificare la « plebs de Surano “ con la “pieve vecchia” di Filattiera in Val di Magra quando, occupandomi delle antiche pievi della Diocesi per uno studio sui confini della Lunigiana, feci un diligente esame di un catalogo di chiese lunensi contenuto in un estimo diocesano del 1470-71 (9). Or bene: in quel documento non è menzionata la pieve di Surano, bensì quella di Filattiera, che manca nelle tre bolle pontificie sopra ricordate, e che perciò ne deve tenere il posto, giacchè quella pieve è senza dubbio antichissima, certamente anteriore alla bolla di Eugenio III, nella quale non poteva mancarne la menzione, come quella che aveva giurisdizione sopra uno de’ più vasti pivieri pella Diocesi. Le erano infatti attribuite nell’ accennato estimo la cappella di Filattiera, l’ospedale di Caprio, l’ospedale di San Giacomo di Salvadonica, le chiese di Scorcètoli, di Viana, della Rocca Sigillina, di Cavallana, di Gigliana, di Irola e Biglio, di Mocrone, di Filetto, di Gragnana (Malgrate), di Orturano, di Corlaga, di Vico e Treschietto, la cura di Mulazzo; e le chiese di Groppoli, del Pozzo e di Torpiana; le quali tutte, o quasi, sono ora altrettante parrocchiali, disgiunte da quella matrice, poste in un vasto territorio, tagliato a mezzo dalla Magra.

La pieve vecchia di Filattiera, ormai da tempo non più uffiziata, e trasformata in cimitero, è un edifizio di architettura romanza, posto nei piano, vicino al fiume, orientato secondo il vecchio rito e col fianco di tramontana lungo la strada provinciale. Poco distante, sopra un lieve poggio, sorge il borgo inferiore di Filattiera, mentre il grosso del paese è posto sopra un’ altra altura soprastante. La più antica memoria del nome ci è conservata in un contratto di vendita rogato nel 1029 nel monastero di Viculo di Piacenza, col quale atto il diacono Gerardo alienava al marchese Ugo, figlio del marchese Oberto, tante terre in Lombardia e Lunigiana per diecimila iugeri, fra le quali era compresa Feleteria (10). Un secondo ricordo, e al nostro proposito molto interessante, si trova in altro atto del 1033, col quale il marchese Alberto, figlio di Oberto II (fratello di Ugo prenominato), assegnava una grande quantità di beni al Monastero di Santa Maria di Castiglione presso il Borgo San Donnino, fra i quali, “in comitato lunensi” Filiteria e Suprano (11). Quel Suprano, che il Repetti, ignorando l’esistenza di un antico Suranum, corresse in Suppiano (12), porta una bella luce sul nostro argomento, perchè, mentre da un lato ci scoprirebbe con quella forma un etimo del nome, che trova rispondenza nei dati topografici sopraccennati (Supranum, Survanum, Suranum), dall’altro prova nel secolo XI la coesistenza dei due borghi con nomi differenti, che poi furono riuniti sotto l’unico appellativo di Filattiera.

Ora io non saprei dire precisamente quale fra le due località fosse Filattiera, e quale Surano; ma se la lezione del 1033, tarda invero di fronte a quella del secolo VIII, è esatta, Surano dovette essere il borgo superiore, e Filattiera il più basso. La decadenza della denominazione di Surano, o Suriano, dall’ uso comune dovette avvenire nel secolo XIII, giacchè, per quanto m’è noto, i documenti più vicini a noi che la registrano sono i due precitati del 1203; ma certamente il ricordo ne sopravvisse per molto tempo ancora, se il cronista pontremolese del secolo XVI Gio: Rolando Villani, rapportando all’anno 654 de’ suoi Annali manoscritti la leggenda della distruzione di Luni per opera di Butlier re di Danimarca, leggenda elaborata sopra la saga nordica di Lier Costa-di-ferro, e descrivendo il viaggio di ritorno per via di terra di quel tiranno da Luni su per la Val di Magra, facente scempio ad ogni tappa dell’adul-tera moglie, cosi chiaramente si esprime: “inde Surranum, postea Filliterram nominatam” (13).


In fondo al borgo superiore di Filattiera, dalla parte ‘di mezzogiorno, è una piccola chiesa, rimasta fino a questi ultimi tempi in abbandono e in rovina, intitolata a San Giorgio. È costrutta interamente di pietra quadrata, tanto all’ esterno che all’interno, con una sola abside di semplicissima fattura, e con la porta d’ingresso fuori dell’ asse, esempio non unico, per tale particolare, in Lunigiana. La chiesa ebbe, forse ai tempi dei Malaspina, l’aggiunta di una nave mediante l’apertura di due arconi a tutto sesto nella parete in cornu evangelii; ed ora che, per iniziativa di un comitato locale, e con progetto della Soprintendenza pisana de’ Monumenti, ne è stato compiuto il restauro, e soppressa la navata aggiunta, la chiesa ha ripreso tutta la propria fisionomia originale.

Prima di questi lavori, contrò il muro interno di sinistra vicino all’ ingresso era malamente fissata con vecchi cardini d’ uscio una lastra frammentaria di marmo bianco, a poca distanza dal suolo; ma il modo del collocamento e le condizioni della pietra mostravano chiaramente che in origine non era posta là: una parte di essa, levigata per lungo strusciare di piedi, chiariva che per molti anni aveva giaciuto orizzontale sul pavimento vicino alla parete. Ora è stata tolta da quel punto, e murata sulla parete stessa, un po’ discosto.

Sopra quel frammento di marmo è scolpito un frammento d’ iscrizione. È merito del ch. dott. Piero Ferrari di aver segnalato questo documento, e di averlo in parte trascritto (14). Ma perchè quella lettura non era completa, mancando dell’ ultima linea che permette di fissare con precisione la data del monumento, così poco appresso io pubblicai una nota in proposito, per dare l’intera trascrizione di quanto restava dell’ epigrafe, l’esatta lezione di alcune parti già note per la lettura del dott. Ferrari, e per aggiungere qualche osservazione a illustrazione del testo (15).

Io speravo che i lavori del restauro mettessero in luce qualche nuovo frammento del marmo, che mi desse modo d’integrare la iscrizione, e materia per nuovi studi sopra quell’importante documento. Ma se la speranza è stata frustrata, non per ciò è venuto meno il desiderio di sottoporre a nuovo diligente esame tutto ciò che resta dell’iscrizione, col fine di svelarne il mistero che asconde, sia per la perdita del suo principio, come per la obliterazione di alcune parti intermedie.

E dopo non breve studio e non poca fatica sono riuscito alle conclusioni che seguono.

La lastra marmorea è di forma rettangolare, dello spessore di circa 10 cm., larga m. 0,70 e alta 0,95. In origine aveva tutto all’intorno un bordo piatto a rilievo, a modo di cornice, che esiste tuttora in due de’ lati, e in un terzo se ne scorge la traccia. La parte superiore del marmo manca per due fratture: una orizzontale, che ci fa desiderare il principio della iscrizione d’un numero ignoto. di linee; l’ altra all’angolo di sinistra di chi legge, con danno dei due primi versi esistenti. Manca pure l’angolo inferiore a dritta; e con esso la fine dei due ultimi versi. Oltre a ciò la lastra è divisa in due parti per una violenta rottura obliqua, che interessa i versi 4-6.

Le prime parole di tutte le linee sono quasi completamente obliterate per essere il marmo, come ho già detto, molto consunto: la obliterazione per altro non è sempre tale che non si scorgano sul marmo, ma meglio in una buona prova fotografica, le traccie di alcune lettere, che mi hanno permesso, fin dalla mia prima lettura, di supplire qualche parola, e di integrare qualche linea; e che ora, dopo più diligente esame e più maturo studio, mi danno modo di leggere compiutamente l’intera epigrafe mediante supplimenti di tutta probabilità.

Un particolare curioso, che non avevo notato nella mia precedente indagine, e che constato ora per mezzo di varie prove fotografiche a diversi toni, è che la lapide è palinsesta, anzi, più volte palinsesta. Altre iscrizioni prima di questa erano scolpite sul marmo, che fu parecchie volte abraso. Traccie di lettere, e lettere intere di diverse dimensioni si vedono, non solo nelle interlinee dell’ ultima epigrafe, ma fra le stesse lettere di questa, e nei tratti superstiti della cornice piatta inquadrante l’iscrizione. Un esame attento di quei resti mi dà, per il fondo della lapide compreso nella cornice, quattro iscrizioni differenti, e tre per la cornice, una delle quali mi induce a credere che il marmo fosse iscritto una volta anche nel senso della maggior dimensione.

Sicchè, se le difficoltà dell’ indagine non mi han tratto in inganno, quella pietra fu inscritta ben sette volte. Tutto ciò mi fa ritenere che la cornice a bordo piatto da prima non esistesse, e che in quello stato fosse scritta e abrasa tre volte; incavata poi nella parte centrale, prima fu scolpita di carattere più piccolo dell’attuale, poi in carattere maggiore sotto le attuali lettere; quindi nelle interlinee, e finalmente un’ altra volta sopra la seconda iscrizione. Le prime di tali epigrafi dovevano essere a scrittura continuata se raggiungevano i margini della lastra; delle ultime non potrei dire altrettanto, sebbene sia lecito supporre, per alcuni elementi che permettono abbastanza chiaramente una interpretazione, che l’iscrizione precedente la definitiva non fosse altro che una ripetizione della stessa, cancellata forse per importanti variazioni introdotte nel testo, forse per gravi errori incorsi o nella composizione dell’ iscrizione o nell’ incisione, forse per altra ragione, che mi sfugge.

Io supplisco e leggo nel seguente modo i quattordici versi dell’ epigrafe, che il marmo ci ha conservato:

1)….. non SERVANS TUTAMINA VITE.

2) ……eS GENTILIUM VARIA HIC IDOLA FREGIT.

3) xpo DELINQUENTIUM CONVERTIT CARMINA FIDE.

4). Dapes laRGO FESSIS MUNERE CONTULIT ÓVANS.

5) Suum PEREGRINIS DONANS EGENTIBUS ESUM.

6) sortito DECIMAS PER  SINGVLOS REDDEDIT ANNOS.

7) Benedicti ALMIFICI FUNDAVIT DOCHIVM AVLA

8) AuleolAM CONSTRUXIT MARTINI PROESOLE ΧΡΟ

9) Affecto MALVIT PO HIC SE CORPORE CLAVDI.

10) Et omnium DAPIVM SVARVM INTVLIT OPES.

11) eius corpvs TERRAE DATVR PENETRAT CELESTIA SENSUS

12) Bis duo de DECIES OLIMPIADAS ADDEDIT UNVM

13) Et alterum LVSTRVM QVIBVS HIC VIXIT DVO [bus]

14] Quarto AISTVLFI OVIIT PRINCIP [is …..anno]

Faccio seguire queste note polegrafiche e spiegative a ciascun verso:

1) Nello spazio mancante dell’angolo superiore e nella parte cancellata dovevano aver posto circa, dieci lettere. Prima di servans si vedono tenuissime traccie di N.

2) Mancherebbero poche lettere prima di gentilium, dove si vede qualche traccia di ES. Antistest?

3) Delinquentium è chiaro, col nesso di TI, che ricorre spesso nell’ epigrafe. Tenui sono le traccie di XPO, che però è certo.

4) Le prime lettere che appaiono sono RGO. Supplisco, mantenendo la mia prima lezione, con DAPES LARGO, autorizzato da residui di lettere e dall’ intulit opes dapium del v. 10, che richiama il concetto di questo contulit largo numere dapes. Il lapidario aveva da prima scolpito in nesso cantulit, e poi corresse aggiungendo una piccola O nell’occhio di C.

5) Nella mia prima lezione avevo dato come probabile “Fessis peregrinis”. Ma avremmo la ripetizione di fessis a troppo breve distanza; e d’altr’onde la prima lettera è certamente una S, che con gli altri frammenti che seguono mi fa supporre SVVM, che ben s’accorda con esum.

6) Qui, oltre che dalla levigatura, il principio della riga è guasto dalla spezzatura della pietra, che in questo punto è anche profondamente scheggiata. Per altro, si vedono abbastanza chiaramente le parti superiori di SO, seguite da un trattino in curva che potè essere una R; mancano poi forse tre lettere nel vano della scheggiatura, dopo di che si scorge la traccia di O. Supplisco con SORTITO, che direi certo (16). DEDMAS era stato scolpito da prima in luogo di decimas; poi D fu corretta in C marcando fortemente i due capi, e I fu aggiunto in sopralinea.

7) Prima di Almifici vari frammenti di lettere m’inducono a leggere BENEDICTI; infatti, lo spazio comporta tal numero di lettere, alcune delle quali sono tuttavia visibili. Tra questo e il seguente verso il marmo presenta una profonda incisione quasi orizzontale, che è certamente posteriore all’ incisione dell’ epigrafe.

8) Avevo dato nella mia prima lezione OVAM innanzi a construxit. Completo ora con AVLEOLAM il verso. Auleolum (sacellum) è registrato dal Du Cange, e parmi naturale ammettere anche un diminutivo femminile di aula. In PRESOLE gli scrupoli del lapidario lo indussero a introdurre una piccola O dittongale dopo la seconda lettera.

9) La mia prima lezione suppliva con AFFECTO la parola iniziale del verso, che benissimo si accorda col pio seguente. La mantengo; ma bisogna contentarci della desinenza in O dell’ ablativo.

10) Qui mantengo il supplimento ET OMNIVM della mia prima lezione.

11) Avevo letto AVS innanzi a terrae, dove il dott. Ferrari aveva supposto corpus. Dopo più maturo esame sono indotto anch’ io a questa lezione, soprattutto per vari elementi di EIVS iniziale, che scorgo nella fotografia. Lo scarpellino aveva scolpito CESTIA in luogo di celestia; poi corresse aggiungendo CE in sopralinea, e per dare il valore di L a C sottoposta, ne marcò fortemente il tratto inferiore.

12) Con molta fatica son giunto a supplire BISDVODE decies, cioè due volte dieci meno due, vale a dire due volte otto, cioè sedici. Sedici olimpiadi equivalgono a sessantaquattro anni. Non ho trovato altri esempi di duodedecies, ma duodetricies (ventotto) è registrato nel vocabolario; e d’altra parte è noto che il bis accompagna tutti i numerali..

13) Il principio di questo verso si supplisce benissimo con ET ALTERVM. Abbiamo VM finale sicuro; si vedono inoltre traccie di E, ‘di A, di Te della seconda E. “ Unus et alter duo significat quae unum post aliud sequatur ». ” Cosi il Forcellini. Avevo detto, nella mia prima illustrazione: « Al vixit seguono le porzioni superiori di due aste perpendicolari, che sono forse quanto resta di un numerale designante gli anni vissuti hic dal defunto ». Ora penso che quel numerale deve essere completo, e che la rottura non ci abbia fatto perdere che il BVS di IIBVS, duobus, forse abbreviato in B’, e che il verso terminasse qui. In fatto, il ritmo (vedasi in seguito) porta naturalmente a questa finale: vixit du | òbus.

14) Supplisco con QVARTO in principio, scorgendo le-traccie di QV e di O. Per ragion del senso il verso dovrebbe terminare con ANNO; ma tra principIS e ANNO manca, a rendere compiuto il ritmo, un trisillabo accentato sulla prima; forse un aggettivo da riferire a principis.

Il fac-simile, che stampo a maggiore chiarimento della riproduzione fotografica, mi dispensa da diffusi rilievi paleografici. Non voglio per altro tacere di alcune particolarità.

Nel primo verso la seconda A di tutamina è onciale, e così si riscontra pure nelle due di carmina del terzo e in claudi del nono. La E di vite è pure onciale, e tale parrebbe anche la dittongale di terrae nell’ undecimo. La C è sempre angolare, meno la sopralineare di celestia dello stesso verso undecimo. La G è sempre onciale, e cosi la X. Noto la non frequente forma della Q.

L’iscrizione, di carattere sepolcrale, è composta di esametri ritmici. L’autore, come tutti i compositori di versi di quella specie, non bada alla misura, e solo si preoccupa della cadenza ritmica prodotta principalmente dal proparossitono e dal parossitono con cui termina il suo verso, So bene che la grande libertà che si permettevano, i compositori di esametri ritmici, e che deriva dall’ abbandono delle leggi fondamentali della prosodia classica, ha indotto eruditi ultramontani ad architettare una quantità di tipi e di schemi per fissar delle leggi; ma penso che quei poeti dei bassi tempi non si liberassero dalle antiche norme per crearsene delle nuove. Essi imitavano ad orecchio il verso classico senza badare alla quantità, bastando loro che gli accenti delle cinque sillabe terminali rendessero il medesimo ritmo del dattilo e dello spondeo, e che la prima parte del verso rispondesse, più o meno, alla cadenza dell’esametro classico. Ond’è che quei nuovi esametri resultarono naturalmente composti come dall’ accoppiamento di due versi minori di differente misura, che non son sempre gli stessi in tutti i componimenti, e che in uno stesso componimento non son sempre egualmente costrutti.

Gli esametri del nostro epitaffio resultano, d’ordinario, un senario e d’un ottonario. Il più perfetto, a mio giudizio, è il quarto:

Dapes largo fèssis | minere contulit ovans;

ma se cònsideriamo gli emistichi finali, che son quelli che il marmo ci ha conservato completi, vediamo che non tutti sono ottonari. Il settimo, ad es., è settenario;

Fundavit dòchium aula;

e il nono pure; anzi, questo esametro è costituito da una coppia di settenari:

Affècto maluit pio | hic se còrpore claudi.

Da ciò è lecito dubitare che gli emistichi iniziali non fossero tutti impeccabilmente senari, come infatti non lo sono nella mia integrazione, suppliti non per tanto tenendo conto degli elementi visibili delle lettere, e della ragion dello spazio.

Le forma del componimento non si stacca dalla consueta di quei bassi tempi della latinità. Direi quasi che ê calcata sopra modelli ben noti, che correvano, per mezzo di numerose sillogi epigrafiche, per le mani degli uomini letterati. Un primo raffronto può farsi con l’epigrafe sepolcrale di San Gregorio Magno, dal sec. VII, le cui espressioni

Suscipe terra tuo corpus de corpore sumtum,

Spiritus astra petit……………….

Ad Christum Anglos convertit………..

ricordano i versi undecimo e terzo della nostra. Un’altra, del cimitero romano di Sant’Agnese, col verso

Corpus habet tellus, animam coelestia regna,

ripete pure, con parole quasi identiche, lo stesso concetto, che troviamo analogamente espresso nell’epitaffio del vescovo Onorato (a. 397), nella cattedrale di Vercelli:

Honoratus

Antistes, cuius spiritus astra tenet.

Ma ancora più stretti sono i rapporti di contenuto e di forma tra la nostra e le iscrizioni sepolcrali di altri due vescovi: di Eunodio, morto nel 521, in San Michele di Pavia, e dello scozzese San Cumiano, morto circa il 722, nel monastero di Bobbio. Così si esprime l’epitaffio ‘di Eunodio:

Restituit Christo innumeros populos

Largus vel sapiens dispensatorque benignus,

Divitias credens quas dedit esse suas,

Templa Deo faciens………

E in quello di San Cúmiano si leggono le seguenti espressioni, che è evidente quanto siano vicine alle nostre:

Cuius coelum penetrans anima cum angelis gaudet,

Olimpiadas quatuor uniusque circulo anni

Sie vixit feliciter……….

Huic aetatis fuerunt novies deni

Lustrum quoque unum mensesque quattuor simul.


La nostra pietra copriva evidentemente il sepolcro di un cospicuo personaggio. Molte cose c’insegna il frammento superstite dell’epitaffio: che quell’ignoto, non curando il pericolo di morte cui si esponeva (cosi almeno io intendo il senso di non servans tutamina vite), nel luogo stesso (hic) dove fu poi sepolto, aveva spezzato, degli idoli pagani, convertendo a Cristo i peccatori; che aveva largamente soccorso i bisognosi, e sfamato del suo pane i pellegrini poveri, che ogni anno aveva restituito le decime riscosse, distribuendole a sorte tra i poveri; che aveva fondato l’ospedale di San Benedetto con la sua cappella; che un’altra chiesa aveva costrutto dedicandola a Dio e a San Martino (Martini proesole Christo); e che, morendo di ottantaquattro anni (17) nel quarto anno del regno di Astolfo, preferì di essere sepolto nel luogo stesso (hic) dove aveva spezzato gli idoli, e dove per dieci anni aveva vissuto.

Importanti sono i fatti segnalatici in questo elogio, e soprattutto quello della distruzione degli idoli. Sebbene Luni avesse ricevuto, probabilmente fino dal IV secolo, dal V certamente, un proprio vescovo, e la diocesi lunense fosse, nei riguardi religiosi, delle più importanti della Tuscia, tanto che vediamo i suoi vescovi prender parte ai sinodi romani degli anni 465, 501 e 522, nei quali non figurano nè i vescovi di Pisa nè quelli di Lucca; pure, specialmente nei pagi della diocesi, perdurò ostinatamente il gentilesimo per molto tempo ancora. Noi avevamo già la prova della sopravvivenza degli antichi culti in Lunigiana alla fine del secolo VI per una lettera di San Gregorio Magno a Venanzio vescovo di Luni, del gennaio 599, nella quale, dopo di averlo autorizzato a consacrare certi preti e diaconi, gli raccomanda di parlare ad essi affinchè con sollecite esortazioni si sforzino di richiamare dall’ infedeltà quel popolo, e allontanarlo dal culto dei gentili (18).

Che al tempo di Gregorio si trattasse di reliquie dell’idolatria romana credo non possa essere messo in dubbio, perchè al cadere del secolo VI, e fin presso alla metà del seguente, la Maritima ligure-toscana era tuttora sotto l’Impero romano d’oriente, e quindi ancora immune dalla invasione longobarda. Anche la nostra lapide di Filattiera parla di “idola gentilium »; ma in quel tempo, e in quelle mutate condizioni sociali e politiche, si può ancora parlare di residui della classica idolatria romana? Sarebbe ardito supporlo solo fondandosi sopra quel « gentiles “ che deve essere interpretato in senso molto largo, secondo la sentenza di Sant’Agostino: « Gentilis ille est qui in Christum non credit” (19). D’altra parte, alla metà del secolo VIII, cioè all’epoca della nostra lapide, la Lunigiana, era tutta occupata dai Longobardi. Rotari verso il 640 aveva compiuto la conquista, aggiungendo al suo regno la costa marittima tosco-ligustica; ma la parte superiore di Val di Magra era stata occupata assai prima, cioè fin dal tempo ‘dell’ invasione di Alboino in Toscana; e Lucca fu la capitale dei domini longobardi in Tuscia, come la fu Pavia per l’Italia superiore. La via di comunicazione tra i due centri non poteva essere che quella per Parma e Monte Bardone; ma; prima della conquista della provincia marittima, il transito non poteva, per ‘ovvie ragioni, proseguire per Luni ancora bisantina, bensì a un certo punto piegare a sinistra, e raggiungere, a traverso piccole valli e montagne, la valle del Serchio. Il punto in cui il tronco per la Toscana si staccava dalla strada maestra romana doveva essere presso Terrarossa, donde proseguiva per Olivola, Gragnola, Casola, Piazza, Castelnuovo di Garfagnana. E la via più dritta per la Toscana rimase così fino al totale cambiamento del sistema stradale, che portò presso l’Aulla l’incrocio delle due strade, avviando per la valle dell’Aulella e per Fivizzano la comunicazione con la regione lucchese (20). Così possiamo affermare che Surano, posto a settentrione di quella strada, che seguì il confine longobardo-bisantino per oltre cent’anni, da oltre un secolo e mezzo era sotto il dominio dei Longobardi quando l’ignoto personaggio dell’oratorio di San Giorgio andava a spezzarvi quegli idoli.

E fra i Longobardi che pure, o seguaci che fossero della chiesa di Roma, o della eresia ariana, professavano la legge cristiana, si mantenne per molto tempo l’idolatria, particolarmente tra i popoli delle campagne. Veneravano, ad esempio, certi alberi, chiamati Sanctivi, che riputavano sacrilegio tagliare, e a cui prestavano anche adorazione. Lo stesso rito praticavasi verso alcune fontane. Per ciò Liutprando nella legge XXX intimò grave pena a coloro che “ ad arborem quem rustici sanctivam vocant, atque ad fontanas adoraverint, aut sacrilegium aut incantatione fecerint ». Si narra negli Acta Sanctorum (19 febbraio) che San Barbato vescovo di Benevento, scoperte tra’ suoi certe sacrileghe pratiche, “repente securim arripiens et ad votum pergens, suis manibus nefandam arborem, in qua per tot temporis spatia Langobardi exitiale sacrilegium percipiebant, defossa humo a radicibus incidit, ac desuper terrae congeriem fecit, ut nec indicium ex ea quis postea voluerit reperire”. Questo caso, molto simile al nostro, avveniva nel 670. Così in una vecchia cronaca di Milano pubblicata dal Muratori si legge: “Postea supervenerunt Langobardi, qui Viperam auream, et quosdam arbores adorabant” (21). E potrei seguitare con altri esempi, e con altre citazioni; ma quanto ho riferito parmi che basti a persuadere che gli idolatri di Surano del secolo VIII dovevano essere Longobardi. E rimando chi bramasse averne maggiori ragguagli alla Dissertazione LIX delle Antiquitates Italicae Medit Aevi del Muratori.

Oltre questo punto importante della storia religiosa della Lunigiana, la lapide di Filattiera lumeggia alcuni punti di topografia medioevale.

La strada romana che per il valico appenninico della Cisa (Monte Bardone) congiungeva Parma con Luni, acquistò, come ho già accennato, una importanza particolare durante l’epoca longobarda; ma « l’ulteriore suo sviluppo le venne nella prima metà del secolo VIII, quando, in seguito ai molti pellegrini che dal settentrione andavano a Roma, vi furono piantati ospizi; al che da una parte era interessata Parma, dall’ altra Luna. Questo rilievo di Giulio Jung (22) sopra due passi di Paolo Diacono trova una bella e precisa conferma nella nostra iscrizione, la quale ci documenta la fondazione, precisamente in quel tempo, di un ospedale intitolato a San Benedetto. Ora noi possiamo riconoscere senz’altro la istituzione dell’ ignoto personaggio di Surano nell’Ospedale di San Benedetto in Monte Bardone sopra Pontremoli, nell’antica strada romana, del quale rimangono altre memorie d’alta antichità, prima fra tutte una dell’anno 990 circa, nell’ Itinerarium di Sigerico arcivescovo di Canterbury: « Luna, Sce. Stephane [S. Stefano di Magra], Aguilla [l’Aulla], Puntremel, Sce. Benedicte » (23).Altra menzione posteriore, cioè del 12 maggio del 1014, l’abbiamo nel diploma di Enrico II per l’Abbazia di S. Benedetto di Leno: “Senodochio Sancti Benedicti in monte Longo con duas partes de strata de Ponte tremulo”  (24), e una terza del 1191 nelle cronache delle gesta di Riccardo I: « Per seint Beneit in monte Bardun (25). Aggiungerò che in una cronaca manoscritta attribuita a Nicodemo Tranchedini il giovine, all’anno 638 è riferito: “Paulo post, ecclesia divi Benedicti in Villa Montislongi fuit aedificatą, et prediis additis, aedes sibi [i frati di San Benedetto di Pontremoli] ibidem aedificari curarunt, ut per alpes facilior transitus esset “ (26). Ma la notizia va portata innanzi di un secolo. Così pure il già citato annalista Gio: Rolando Villani, sempre all’anno 638, registra: “ Ecclesia Sancti Benedicti de Montelongo villa Pontremoli ad usum monacorum ordini Sancti Benedicti hoc anno construitur ab habitantibus, ad suasum monacorum’ per appenninum transeuntibus illac”(27). Si era evidentemente perduta la memoria del tempo e del creatore dell’ istituzione.

Ma l’epigrafe parla ancora della costruzione di un’altra chiesa per opera dell’ Innominato di Filattiera: l’oratorio di San Martino. Nella mia prima edizione del documento supposi, come già aveva supposto il dott. Ferrari, che tale chiesa fosse quella di San Giorgio di Filattiera, la quale avesse in seguito mutato intitolazione. Ero indotto, a quel supposto dal fatto che il culto di San Giorgio venne diffuso tardi in occidente; ciò che in fatto sussiste, perchè le più antiche chiese dedicate a quel santo non si trovano in Italia prima del VI secolo. Ma qui siamo nell’VIII, quando già si trovano numerose le chiese e i monasteri sotto il nome del cappadocio; e però il supposto non regge, tanto più che nulla nell’iscrizione ci autorizza a credere che quella chiesa di San Martino sorgesse proprio in Filattiera, e nemmeno in luogo vicino.

Assai numerose sono le chiese nel territorio dell’antica diocesi di Luni sotto la dedicazione di San Martino, alcune delle quali possono vantare una venerabile antichità. In mancanza di memorie scritte, bisognerebbe aver tempo ed agio di studiarle ad una ad una nei loro particolari topografici ed architettonici; allora, a forza di esclusioni, si verrebbe forse a stabilire quale fosse quella fatta costruire dal nostro soggetto. Non mi è dato di poterlo fare, e però mi limito ad avanzare un’ ipotesi, che baso per altro sopra dati certi. Esiste tuttora nel piano di Follo, sulla riva destra della Vara, poco prima della sua confluenza colla Magra, una chiesetta intitolata a San Martino, conosciuta sotto il nome di “San Martino di Durasca », e così registrata anche nell’ Estimo diocesano sopra ricordato del 1470-71, dal torrente Durasca che le scorre da presso, e che lì vicino si tributa nella Vara: Era soggetta alla Pieve di Sant’Andrea di Castello, cioè alla chiesa matrice di Montedivalli, ricordata nelle citate bolle pontificie, posta sopra l’altra sponda del fiume, nell’attuale comune di Podenzana. Óra io suppongo che si tratti di quella, e mi dà motivo di supporlo la maniera della sua costruzione, che riferisco appunto al secolo VIII. Era costrutta in origine a due sole absidi, esempio rarissimo in architettura, ma non unico in Lunigiana, dove jo ne ho riscontrati diversi, e tutti in edifici di parecchi secoli anteriori al Mille. Citerò, per tacer d’altre, la chiesa cattedrale di Brugnato, pure del secolo VIII, e la pieve di San Venerio, del precedente. Non molti anni or sono la chiesa di Durasca è stata barbaramente mutilata mediante la demolizione delle absidi, dal cui lato venne aperto l’ingresso. Nell’ interno vi si ammirano ancora alcuni affreschi del ‘300 degni di essere studiati.

In questa chiesa non si conservano memorie epigrafiche: vi ho notato soltanto una spessa lastra di marmo, ora adattata a banchina, con una incisione circolare accompagnata da certi segni, e da queste lettere in caratteri romanzi: RIH. Ho pensato potersi trattare di un antico gnomone, e avrei interpretato la sigla Ruit Irremeabilis Hora. Ma della stessa cappella si conserva anche un ricordo documentario precedente al Mille, cioè del gennaio 950, in una carta registrata nel Codice Pallavicino, con la quale un Eriberto d’Isola ottiene da Adalberto vescovo di Luni la conferma del livello d’ una terra dove già aveva innalzato un castello, e il livello d’altra nelle adiacenze. In tale atto sono indicati i confini e i luoghi così: “In loco ubi dicitur Monte de Gruppine, ubi ego castellum feci et edi-ficavi, et est ipsa petia de terra per designatos locos de una parte per via publica per ipso monte et per alia parte per via de Sancto Martino et de tercia parte per fine meo ipsius et de consortis meis (28). La via per San Martino, che segna anche oggidì il confine parrocchiale d’Isola, mena dritta da questo territorio alla cappella della Durasca nel pian di Follo.


Ora io mi propongo questa domanda: chi poteva essere l’ignoto personaggio sepolto nella cappella di San Giorgio di Filattiera, che aveva avuto l’autorità e la forza di combattere violentemente l’ idolatria, e di convertire colla parola della fede i peccatori; che aveva potuto fondare, in luoghi della Diocesi lontani fra loro, cioè sulla cresta dell’Appennino e quasi presso alla foce della Magra, uno xenodochio e una chiesa; che si era servito delle decime per larghe opere di beneficenza; che aveva preferito (maluit dice l’epitaffio) di essere seppellito in quell’ umile cappella anzi che nel luogo naturale del suo sepolcro?

Posta in tali termini la domanda, la risposta è ovvia, perchè in quella è efficacemente rappresentata l’idea di un alto personaggio dell’ ordine ecclesiastico, e precisamente di un vescovo. Torna infatti alla mente l’epitaffio del vescovo Eunodio di Pavia, convertitore di popoli alla fede di Cristo, largo e benigno dispensatore delle proprie sostanze, e fondatore di templi; torna in mente l’elogio scolpito sulla tomba del vescovo scozzese Camiano in Bobbio, che ricorda molto da vicino il nostro; ci si presenta, chiara e rivelatrice, la visione del vescovo Barbato che, brandita la bipenne, spezza con le proprie mani gli idoli dei Longobardi di Benevento.

L’ Innominato di Filattiera era dunque certamente un vescovo. Ma io debbo corroborare la mia affermazione con qualche maggiore autorità.

Il sesto verso del nostro epitaffio, interamente restituito, suona cosi: “Sortito decimas per singulos reddedit anno». L’istituzione delle decime mutò carattere nel corso dei secoli, degenerando; si arrivò a trasmettere il diritto di quel tributo, non solo dai prelati a monaci e a canonici, ma anche a persone secolari (29). Ma nel secolo VIII le decime eran sempre prerogative de’ vescovi. L’argomento fu trattato ampiamente e magistralmente dall’ eruditissimo padre Tommasini nel tomo III de Beneficiis, donde possiamo trar lumi più che sufficienti al nostro proposito. Egli discorre in apposito capitolo de decimis ab anno quingentesimo ad anno octingentesimo, e ci fa sapere che “Episcopis potissimum debere decimas. Ipsi enin Apostolis successere, ipai Ecclesiarum post Apostolos fuere Apostoli, patres, satores, cultoresque (30). E con l’autorità di esempi dell’epoca fa conoscere a quali usi dovevano i vescovi destinare i proventi delle decime; qualcuno dei quali esempi riferirò, che calzano al nostro proposito. Si legge nella vita di San Bonifacio arcivescovo di Magonza nel 732: “Quandoquindem juxta sanctorum canonum decreta, decimas in quatuor portiones dividentes, unam sibi, alteram clericis, tertiam pauperibus, quartam reparandis eccelsiis… Canones enim sancti, ex quorum auctoritate exiguntur decimae, non solum decimas dari, sed etiam inter varios jubent distribui, ut in urbibus quibuslibet et vicis xenodochia habeantur, ut pauperes et peregrini alantur”. Da una omelia di San Cesareo arcivescovo di Arles (+543) tolgo i seguenti passi: “ Non solum decimae non sunt nostrae, sed Ecclesiae deputatae: verum quidquid amplius, quam nobis opus est, a Deo accipimus, pauperibus erogare debemus. Si quod eis deputatum est, nostris cupiditatibus vel vanitatibus reservamus, quanti pauperes in locis ubi nos sumus fame et nuditate mortui fuerint, noverimus nos ratione de animabus illo-rum in die judicii reddituros”. E ancora: ”Sicut dixi; hoc solum est nostrum, quod nobis vel nostris rationabiliter sufficit. Quidquid superfluerit, Deus noster pauperibus erogandum transmisit. Ac sic non solum decimas dare de-bemus, sed etiam de novem partibus, quidquid solutis vel expletis sumptibus nostris remanserit, quasi aliis transmissum fideliter erogare debemus……. Et tamen fratres non video, qua fronte illi non offerimus decimum, a quo accepimus totum ». Il venerabile Beda narra del vescovo Eadberto che, “ juxta legem, omnibus annis decimam non solum quadru-pedum, verum etiam frugum omnium atque pomorum, nec non vestimentorum partem pauperibus dabat » (31).

Dall’ elogio scolpito sulla sua pietra sepolcrale si vede con quale zelo il nostro vescovo seguisse i dettami della legge, e come anzi andasse anche al di là nel mettere in pratica le massime dei dottori della Chiesa, e nel seguire l’esempio dei più venerabili presuli de’ suoi tempi; perchè non solo si adoperava in erigere chiese e xenodochi, e nel soccorrere i poveri e i pellegrini, ma dispensava anche la propria parte delle decime fra i bisognosi, e li sovveniva dello stesso suo pane. Di più: ad un’altra pia opera egli destinava i proventi della decima, secondo il costume e le credenze del suo tempo. San Gregorio vescovo di Tours (+594) fa parola di un altro impiego volontario delle decime: quello di fondare e dotar chiese a San Martino, che allora si venerava quale protettore dei cavalli, i quali, cauterizzati con la chiave rovente della porta dell’ oratorio, sanavano se infermi, e si preservavano dai malanni se sani. E noi abbiamo veduto il nostro vescovo costrurre l’oratorio di San Martino.


Se il nostro, finora ignoto, personaggio era, come spero di aver dimostrato, un vescovo, non poteva essere che il vescovo della diocesi di Luni. In quel tempo, cioè nella prima metà del secolo VIII, era vescovo di Luni un Leodegar, forse longobardo, ‘più generalmente noto come Leutecario, o Lentecario, per il facile scambio della n con la u (32).

Di lui non si sono avuti finora nè dati cronologici precisi, nè notizie biografiche. Infatti, l’Ughelli non ne registra che il nome, Lenthecorins, e lo segna tredicesimo nella cronotassi (33); il Gams, più vicino a noi, lo chiama Leodegar, ponendolo settimo nella serie, e assegnandone la elezione all’anno 720 (34). Questo non toglie per altro che gli storici regionali antichi e moderni ne abbiano intessuta una particolareggiata biografia, dandone notizie anche assai precise. Si narra infatti che Leutecario ebbe circa l’anno 700 la sede di Luni, che la tenne fino al 740, e che nel suo governo, probabilmente nel 731, seguì la traslazione in terraferma del corpo di San Venerio dalla chiesa dell’ isoletta del Tino nel golfo della Spezia, per salvarlo dalle incursioni dei Saraceni che infestavano le spiaggie liguri e toscane.. I Bollandisti, che raccolsero la leggenda del Santo (35), ripetono il fatto relativo al nostro vescovo. Ma, al lume della critica, bisogna negarlo, perchè il documento più antico che ci rimanga circa alla traslazione di quel corpo santo proverebbe il contrario. È una carta dell’anno 1085, già appartenente al Monastero del Tino e ora all’archivio di stato di Genova, con la quale alcuni dei Signori di Vezzano statuivano di riedificare la chiesa di San Venerio « in loco qui vocitatur Antoniano” ed ora detto Campitelli, in fondo al Golfo, la quale chiesa dice il documento, “dudum mirifice posita», era stata « postea a quibusdam perversitatibus destructa”. Seguita la carta a farci sapere che in quella chiesa “idem confessor [San Venerio] priscis temporibus, ut in eius ammirabili vita legitur, per manus Lucii lunensis episcopi eidem in Tyro maiore angelicis manibus humatum, divinitus revelato delatus extitit “ (36). Dunque, non Leutecario, ma il predecessore Lucio aveva compiuto il trasferimento del corpo santo in terraferma, e ciò secondo che si leggeva in una vita di San Venerio, che correva per le mani dei devoti (37). La sana critica vuole che ci atteniamo a questa, anzi che alle notizie posteriormente divulgate, e che togliamo quel merito a Leodegar, il quale, come abbiamo veduto, n’ebbe del resto de’ ben maggiori.

Pretende lo storico sarzanese Bonaventura De Rossi che Leutecario intervenisse a due concilii in Roma nel 721 e 724 sotto Gregorio II; lo vuole ancora intervenuto nel 725 ad un concilio provinciale di vescovi di Toscana, e finalmente ad un altro concilio romano sotto Gregorio III, i cui atti dice inseriti nel Concilio VIII generale. Nel riferire dal Rossi questo passo il Paganetti giustamente osserva: “Vero è però che egli non indica la edizione di tali Concilj, ed in quella dell’Arduino, che è la più moderna ed esatta, mai Lintecario non trovasi rammentato » (38). Analogamente si esprime il. Semeria (39) proposito delle stesse affermazioni di Emanuele Gerini, che a nessuno è secondo fra gli innumerevoli raccoglitori e divulgatori lunigianesi di frottole e panzane (40). Anch’egli le aveva tolte di peso dal Rossi, il quale soggiunge che il vescovo Leodegario si trova nominato all’anno 736 dal Fiorentini al libro III delle Memorie di Matilde, e fino al 740 dalle antiche memorie del Vescovato, nel qual anno, cessando tali memorie, lo crede morto.” Il che tutto”, aggiunge il Paganetti, « non come certo, ma come non ripugnante, da noi si accorda (41) Ma che le memorie del Vescovado di Luni facciano parola del vescovo Loedegario l’ha a dire il Rossi, e a ripetere chi gli crede; e l’affermazione che riguarda il Fiorentini è un’altra sciocca impostura.

Un solo fatto della vita del nostro vescovo poteva finora affermarsi con qualche probabilità, resultando da un documento; e ora le date della lapide di Filattiera vengono a maggiormente corroborarlo. Il Mabillon riferisce all’anno 751 un atto con cui Lupone duca di Spoleto fondava un monastero di monache intitolato a San Giorgio presso le mura della città di Rieti, sotto la dipendenza del monastero di Farfa; fondazione che venne approvata da re Astolfo per le istanze del vescovo Leodegario: “Eodem anno rex Flavius Haistulphus rogato Leodegarii episcopi Fulcoaldo abbati confirmat praedictum Sancti Georgii puellare Monasterium “ (42). All’identità di questo Leodegario con l’omonimo di Luni è accennato dal Senteria (43), che la riferisce come ipotesi di un padre Stefano Renaldi autore di alcune giunte manoscritte all’Ughelli. Comunque, la identificazione regge benissimo alla critica, e ora più che mai, perché se prima la pretesa morte del vescovo lunense nel 740 poteva ingenerare forti dubbi, ora le date rivelateci dalla integrazione dell’epigrafe di Filattiera vengono a renderci più che verisimile la cosa. Infatti, il vescovo di Luni morì nel 752, quarto anno del regno di Astolfo (44), precisamente un anno dopo che avrebbe impetrato da quel re la conferma della fondazione del monastero reatino di San Giorgio. Si aggiunga che non è facile che abbiano potuto esistere contemporaneamente due vescovi di quel nome, che s’incontra tanto di rado; e che le Series non registrano che il già ricordato vescovo di Autun, vissuto un secolo innanzi al nostro.

Possiamo dunque ammettere con tutta coscienza tale-episodio nella biografia del nostro, che esce compiuta dallo studio della sua iscrizione sepolcrale.

Ed ora, per esaurire l’argomento, occorrerà rispondere a una domanda che potrebbe muoverci qualche lettore: -come mai quel vescovo di Luni aveva vissuto per due lustri in Surano, anzi che nella sede della propria diocesi? Rispondo che non è infrequente il caso di vescovi che abbiano spesso e lungamente risieduto lontano dalla cattedra; per non uscire dalla Lunigiana, dirò che i vescovi di Brugnato han quasi sempre abitato o in Pontremoli, o in Sestri di Levante, e che gli stessi vescovi di Luni, prima di fissare stabilmente la propria dimora in Sarzana nel secolo XV, peregrinarono di continuo per ville, e castelli della loro giurisdizione. Questo basterebbe per soddisfare alla domanda; ma potrò anche soggiungere che verso la metà del secolo VIII, cioè ai tempi del vescovo Leodegario, le coste marittime della Toscana e della Liguria, come sprovviste d’ ogni difesa dopo la caduta del dominio bisantino, erano certo già state visitate dalle incursioni dei mori; e sebbene la più antica notizia rimastaci d’ una incursione ne’ riguardi di Luni sia dell’anno 849 (45), pure nessuno oserebbe affermare che, anche prima d’allora, fra quei popoli marittimi si vivesse tranquilli; mentre anche la leggenda della traslazione del corpo di San Venerio confermerebbe il supposto. Ond’è che trovo ben naturale l’ammettere che Leodegario si riducesse in Surano, come in luogo più sicuro di Luni, e vi stabilisse per qualche tempo la cattedra vescovile. E siccome l’iscrizione asserisce che in Surano visse per dieci anni (duobus [lustris] quibus hic vixit), cosi si può riferire all’anno 742 la data del suo abbandono di Luni, dove forse non tornò più, nemmeno cadavere, perchè, come sta scritto nel suo epitaffio, “affecto maluit pio hic se corpore claudi ».


Ero giunto alle suesposte conclusioni, quando un fatto nuovo è venuto a portare altre prove a rincalzo della mia congettura. Una lastra fotografica, che conservo, oltre all’ immagine della pietra inscritta, presenta all’intorno di questa anche tre striscie d’ un antico intonaco della parete, il quale ormai, per il restauro, più non esiste. Fatte stampare parecchie positive, in diversi toni, ho potuto scoprire nei resti sovrapposti di vecchie scialbature un numero considerevole di frammenti di scritti, sia a. pennello che a graffito, tracciati a mano libera, di antichi caratteri tanto corsivi che lapidari. La maggior parte di essi sono indecifrabili, trattandosi o di lettere isolate, o più spesso di gruppetti che non permettono integrazioni possibili. Da alcuni invece ho potuto ricavare qualche costrutto. Ad esempio: in alto, a dritta della pietra, ho letto a graffito di maiuscolo EODEGA e LEODEGA; sempre a dritta, per dritto e per traverso, a graffito corsivo, scopo e piscopo; a sinistra, in alto, graffito a grandi lettere VDGA, e più in basso VD, e sotto pure VD; e, più in basso ancora, GARD.

L’insieme di questi elementi parmi che fornisca la prova sicura che non mi sono ingannato nel riconoscere la pietra sepolcrale del vescovo Leodegario nel frammento marmoreo di Filattiera. E parmi anche si possano facilmente ricostrurre le vicende di quel violato sepolcro.

Senza pretendere che la mia congettura risponda in tutto al vero, ecco ciò che io penso in proposito.

Qualche tempo dopo la morte del vescovo, forse non molto tempo, il suo sepolcro fu violentemente manomesso; con vari colpi ne venne spezzata la pietra, e dispersa la parte superiore che ne conteneva il nome. Quando? perchè? Si potrebbe anche pensare ad una vendetta della idolatria, risorta dopo la scomparsa di chi l’aveva con tanta energia combattuta. Dopo la manomissione i resti della pietra mutilata rimasero allo stesso posto per moltissimi anni; e ciò si evince dal fatto che il marmo è fortemente levigato per lo strusciamento de’ piedi anche nel bordo delle fratture, e nella profondità dell’ incavo prodotto da un colpo di mazze, come si vede chiaramente nella fotografia. Si può supporre che in seguito, quando la memoria del vescovo Leodegario tornò in venerazione fra quei cristiani, nella parete soprastante al sepolcro venisse fatto un intonaco, e tracciata a pennello un’ altra iscrizione per ricordarne il nome, ormai scomparso in causa della perdita del fram-mento iniziale. Con l’andare del tempo l’intonaco fu più volte scialbato, e scomparve così anche la iscrizione dipinta. Ma non scomparve dalla memoria della gente del luogo.e dei sacerdoti che uffiziavano in quell’oratorio il nome e la qualità del sepolto; e di ciò son prova le frequenti iscrizioni graffite che s’intrecciano in tutti i sensi sopra quell’intonaco, per ricordare che la pietra mutila posta lì sotto, e che ormai parlava un linguaggio incomprensibile alla mente de’ più, ricopriva il sepolcro dell’ episcopus Leodegarius.

Poi anche questo fu dimenticato; e quando, nell’ occasione di rifare il pavimento, la pietra venne rimossa, fu conservata, fissandola sopra il luogo dond’ era stata tolta, unicamente per il naturale rispetto ad un enigmatico avanzo d’antichità. S’ignora quando ciò sia avvenuto, e a chi si debba gratitudine per averci conservato quel prezioso frammento d’ iscrizione, che è il più antico documento epigrafico medievale, finora noto, della regione, e ben degno di un posto ragguardevole nel Codice Diplomatico Longobardo.

UBALDO MAZZINI.L’epitaffio di Leodegar Vescovo di Luni del secolo VIII (Nuovi studi sulla lapide di Filattiera), IN Giornale Storico della Lunigiana, diretto da Achille Neri e Ubaldo Mazzini, volume 10, 1919

(1)FANTOZZI, Monumenti ravennati, VI, 264-267;. TROTA, Codice dipl. longobardo, IV, 503-524; ZENO, Indice ragionato dei diplomi contenuti nel Cod. Trevisano, nel Giorn. dell’ ital. letterat. XVII, 7-9; MARTENS, Die Beziehungen etc., zwischen Kirckeund Staat, 275 sg. Circa alla data del documento cfr.: LANGEN, in Historisch, Zeitschrift, n. s: vol. XIV, p. 422 sgg. II. MALPATTI (Imperatori e papi ai tempi della signoria dei Franchi, 1, 338) ritiene sia una scrittura apocrifa senza fallo, ma compilata evidentemente su documenti e su ricordi antichi »; il PINTON (Le donazioni barbariche ai Papi, pp. 207-211) un atto “falsificato con le donazioni sotto gli occhi”. Mentre SCR-BOICHORST lo crede un falso del XI secolo, Schnürer o Ulivi sostengono the ha per base il diploma autentico di Pipino dato da Quierzy a papa Stefano, e che l’autore si è scostato dalla fonte solo nel compilare l’elenco delle città donate. Lo suppongono compilato tra il 778 e il 780, nel qual tempo i Papi nutrirono pretese sui territori nominati nella donazione (Das fragmentum Fantussianum, in Freiburger historische Studien, 1906).

(2)Cfr. Liber Pontificalis, ed. DUCHESNE, 1, 498. II passo è ripetuto nei diplomi di Ottone II (962) e di Enrico II (s. XI) ai Pontefici. LÖNIG, C. I. D, IL, 695, 698.

(3) Cfr. La città di Luna e il suo territorio, traduz. negli Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi, S. V., vol. II, 1902, p. 293. In nota aggiunge: “In modo diverso KETTERER, nell’Hist. Iahrb, p. 443 agg..” Ma non dice il modo.

(4) Italia Sacra, 1, 846.

(5)Il Regesto del Codice Pelavicino, negli Atti della Società Ligure di Storia Patria, vol. XLIV. p. 2.

(6)Cfr. Lupo, o. c. p. 5. La bolla è datata “XV KI. aprilis, ind…, incarn. dom. anno M.C.LIII, pontif. anno primo ». Ma essendo l’anno ab inc. sarà il comune 1154; il 18 marzo dell’anno precedente era ancora Papa Eugenio III.

(7) Cfr. Lupo, o. c. p. 6. La bolla porta la data “nonis Martii, ind. VI, incarnac. dom. anno MCCIII, pontif. anno sexto”. Quindi non 1202, ma 1203, per la stessa ragione sopraccennata.

(8)Cfr. Lupo, o. c. p. 248.

(9)Cfr. U. MAZZINI, Per i confini della Lunigiana, nel Giornale storico della Lunigiana, 1, 1909, pp. 31 sg. L’ Estimo in parola fu stampato da Gio: SFORZA nel Giornale storico e letterario della Liguria, V. 1904, pp: 225-251.

(10)Cfr. MURATORI, Antichità Estensi, I, p. 90.

(11)Cfr. MUBATORI, o. c. p. 99.

(12)Dizionario geografico-fisico-storico della Toscana, 11, p. 140.

(13)Annali di Pontremoli scritti e registrati dal qm. Sig. GIO. ORLANDO VILLANI, ms. presso l’ On. Camillo Cimati a Pontremoli, c. 43-recto, Cfr. pure: U. MAZZINI, La colletta in Lunigiana per la Crociata, nel Giorn. storico della Lunigiana, VII, 1915-16, p. 209, n. 51.

(14)Monumenti romanici a Filattiera, nella Lunigiana di Pontremoli, 1, 1910, n. 6. 15

(15)U. MAZZINI, Un’ epigrafe lunigianese del secolo VIII, nel Giornale delu Lunigiana, 1911, pp. 153 sgg.

(16) Sarà un caso, ma par di sentire qui un ricordo delle parole di Cicerone, in Verre, 4, c. 51: « Lex quae in annos singulos Iovis sacerdotem sortito capi jubebat ».

(17) Dice l’iscrizione che il defunto “aggiunse due volte otto-olimpiadi e due lustri ai due lustri che visse qui”.  Sedici olimpiadi sono 64 anni, ai quali aggiungendo quattro lustri, si ha un totale appunto di 84.

(18) “ Cum quibus loqui vos convenit, ut adhortationis suae solicitudine degentem illic populum ab infidelitate revocare, ac contendant a gentilium cultu suspendere, atque eos in omnipotentis.  Dei doceant timore persistere: et premia aeternae vitae diligere; quatenus hace consecratio’ et illis ante Deum ad gloriam, et habitanti illie populo proficiat ad salutem ». GREGORII Epist. IX, 102.

(19)      Psal. 28.

(20)Quando alla metà del secolo XVII il senatore Vettori andò da Firenze a prendere il possesso di Pontremoli per il Granduca di Toscana vì si condusse per questa via; e narrò il suo itinerario da Castelnuovo di Garfagnana in su in una lettera al Bali Gondi, nella quale tocca dei principali luoghi del suo passaggio. Cfr. P. BOLOGNA,Il possesso di Pontremoli preso in nome del Gran Duca di Toscana Ferdinando II, dal senatore fiorentino Alessandro Vettori nel 1650, Firenze 1900, p. 10.

(21)RR. II. SS., XVI.

(22)О. с. р. 262.

(23 Script. RR. Britannicarum, LXIII, 392.

(24) ZACCARIA, Dell’ antichissima badia di Leno, Venezia, 1767,p. 87, dove si contengono altro notizie fino al 1036 dello xenodochio come possesso dell’abbazia di Leno. Cfr. anche: G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, p. II, pp. 272 e sgg.

(25) Ex RICARDI DIVISIENSIS cronicis de gestis Ricardi I, in M. G. H.,Scriptor. 131.

(26)Cronice pontremulenses compilate ab olim D. F. C. NICO100DEMO DE TRANCHEDINIS, Ms. presso l’on. Camillo Cimati a Pontremoli, pag. 55. Queste Cronache non sono di Nicodemo T. che mori nel 1548, mentre lo scritto si manifesta posteriore al 1596.

(27)Ms. cit., c. 40-recto.

(28)Cfr. L. PODESTA, I vescovi di Luni dall’ anno 895 al 1289, negli Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le Provincie Modenesi, S. IV, vol. VI, 1895, p. 16; Lupo, op. cit. p. 447; U. MAZZINI, Alcune particolarità storico-artistiche della Pieve di Marinasco, nel Giornale storico della Lunigiana, V, 1913, p. 154.

(29) Cfr. MURATORI, Dissertazioni sopra le Antichità Italiane, Diss. XXXVI.

(30)Vetus et nova Ecclesiae disciplina circa beneficia et beneficiarios, Ed. II latina post duas gallicanas auctior et emendatior, Lugduni, MDCCV, Tomus III, p. 16.

(31) 31 Hist., IV, 29.

(32)Si ha memoria di un altro vescovo di quel nome, cioé di San Leodegario, celebre vescovo di Autun, il quale, dice il Martirologio Romano, « dopo molte ingiurie e varij tormenti sopportati per la verità, fu ammazzato da Ebroino maggiordomo del re Theodorico ». Le date di questo vescovo sarebbero tra il 659 e il 678. Cfr. GAMB, Series Episcoporum, p. 500.

(33)Italia Sacra, 1, 834.

(34) Series episcoporum, Ratisbona 1873, p. 817.

(35)Acta Sanctorum, 13 septembris.

(36)Cfr. G. FALCO, Le carte del Monastero di San Venerio del Tiro, nel vol. XCI della Biblioteca della Soc. Storica Subalpina, 1917, p. 39.

(37) Che una vita scritta di San Venerio fosse in quei tempi divulgata resulta anche dall’ atto con cui il pontefice Leone IX circa il 1052 dichiarava esente il Monastero del Tino, concedendo ai monaci la facoltà di eleggersi l’abate: “Cuius sacratissimum corpus [Sancti Venerii] in eodem loco [insula Tyri] legimus ab angelicis manibus sepultum . V. FALCO, o. c. p. 7.

(38)Della istoria ecclesiastica della Liguria, T. II, p. 43.

(39)Secoli cristiani della Liguria, vol. II, p. 25.

(40)Memorie storiche… della Lunigiana, vol. 1, p. 33.

(41) 0. c. p. 43.

(42)Ann. Benedett., lib. XXII.

(43)0. c. l. c.

(44) Astolfo salì al trono nell’anno 749, ma è incerto in qual mese. Se è vera la presunta data del primo di marzo, il quarto anno del suo regno terminerebbe il 28 di febbraio del 753; e però la morte del vescovo Leodegario potrebbe protrarsi fino a questo termine.

(45) PRUDENTII Annales, ad annum: “Mauri et Saraceni Lunam Italiae civitatem adpraedantes, nullo obsistente maritima omnia usque ad Provinciam devastant”.

La fotografia, che riprende “l’epitaffio di Leodegar” conservato nella Chiesa di San Giorgio di Filattiera, utilizzata per accompagnamento alla presente pagina, è stata realizzata da Marco Angella e pubblicata sulla sua pagina Facebook in data 4.6.2021.

L’immagine di introduzione alla pagina riprende l’esterno della chiesa di San Giorgio.

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