di Giulivo Ricci
Il titolo di questo scritto esclude di per sé l’intenzione di offrire un saggio, metodologicamente inquadrato e documentariamente fondato, d’indagine sociologica e ogni pretesa di compiutezza negli stessi spunti e nelle proposizioni, da considerarsi sporadici elementi atti soltanto a fornire materiale disorganico, ma forse non del tutto irrilevante, a chi volenterosamente mirasse ad un’analisi approfondita della nuova stratificazione sociale nella Lunigiana interna e a prevederne le linee di sviluppo e di tendenza verso assestamenti ed equilibri oggi difficilmente ipotizzabili.
Nessuno, certo, potrà affermare che da tante altre fonti, pubbliche e private, non siano stati indirettamente prodotti, in quantità e, talora, anche in qualità notevoli, studi e saggi, statistiche, relazioni, memorie sull’economia principalmente, ma anche, specie negli ultimi tempi, sui problemi assistenziali e sociali delle popolazioni lunigianesi e, più spesso, di queste intese come parte integrante della provincia di Massa Carrara. E non è dubbio che un’indagine compiuta e scientificamente condotta dovrà di necessità partire da questa produzione, sia essa di dati o di idee, per la successiva opera di elaborazione ed, eventualmente, di proposta.
Gli appunti contenuti in questo scritto presuppongono evidentemente la conoscenza di quel vasto materiale ma si riveleranno forse molto spesso come spunti e considerazioni nati dalle sensazioni dirette di chi ha vissuto e vive la realtà lunigianese e ne ha seguito e segue le trasformazioni e le modificazioni intervenute dopo il 1945 ed in atto.
Debbono peraltro essere chiariti subito due concetti: il primo, che se è giusto ed ha un senso, come vedremo, il prendere quale punto di partenza delle trasformazioni in atto il 1945, cioè la fine della seconda guerra mondiale o, se si vuole, l’inizio del periodo di pace e della ricostruzione (c’è chi di questo accentua l’aspetto di restaurazione capitalistica come caratterizzante di un’epoca non ancora conclusasi), è vero altresì che necessita porsi il problema di compiere un excursus storico indispensabile a ritrovare nei periodi precedenti, anche i più lontani, motivazioni ed elementi qualificanti non ininfluenti su un processo economico e sociale perdurante fino ai nostri giorni attraverso un concatenarsi di cause ed effetti, in una circolarità forse non esemplare, sicuramente peraltro esaustiva nel senso dell’ineluttabilità degli eventi trascorsi ma dell’attualità delle conseguenze e dei condizionamenti.
Il secondo: senza una conoscenza, sia pure sommaria, della storia in generale e dell’economia in particolare degli stati preunitari e, poi, dello stato italiano dall’Unità fino ai giorni nostri si rischierebbe di immiserire la ricerca, di limitarla a constatazioni di ordine locale, a misconoscere i processi più ampi, il valore e la prevalenza dei grandi eventi e delle grandi forze politiche ed economiche extralocali, pure se vanno salvaguardate la peculiarità, la specificità, la particolarità delle condizioni locali talora contrastive, e fino a quale punto, delle preponderanti interferenze esterne, d’ogni tipo, le quali risultano poi quelle che determinano, pur determinate, l’originalità della storia locale e, nel caso in esame, del formarsi e del trasformarsi degli strati, ceti, classi sociali. Ovviamente questi concetti d’ordine generale valgono per ogni specie di storia o d’indagine locale, e forse non serviva richiamarli: se lo si è fatto, è perché tutto il discorso sulla ricerca in sede locale — divenuto centrale in questi anni e accettato, più o meno, in questi termini dai fautori delle varie metodologie e, anche, da chi non crede nell’utilità di una metodologia predeterminata e predilige una ricerca che trova in sé, e nel suo farsi, compiutezza e forma— sembra destinato ad essere ripreso ulteriormente, non immiserito ma esaltato nella sua intrinseca valenza idonea a qualificarsi e a concretarsi in saggi d’ambito regionale e nazionale, restituiti, questi ultimi, da prodotti sovente astratti, ideologici o a tesi precostituite, a strumenti di reale rilevazione e di documentata proposizione.
Orbene, un’indagine sociologica come quella che auspichiamo e ad altri proponiamo, abbisogna di ponderatezza e di costanza, di riflessione e di documentazione, di capacità interpretativa e valutativa, doti e qualità che ci auguriamo ritrovare in tempi non lunghi in un saggio per il quale queste pagine, se non saranno di valido ausilio, potranno forse servire, lo ripetiamo ancora una volta, di stimolo o di provocazione.
Non è chi non sappia come nella Lunigiana interna il feudalesimo, e residue forme feudali dopo le stesse ultime leggi eversive della feudalità, abbiano perdurato forse più a lungo che in ogni altra regione del centronord: questa condizione particolare, determinata dalla situazione geografica e ambientale e dal verificarsi di eventi, di fortune e di equilibri singolari — il comitato di Luni, gli Obertenghi, i Malaspina, le ingerenze e le interferenze esterne di genovesi, lucchesi, pisani, milanesi, transitorie e provvisorie sino all’avvento del dominio fiorentino su una parte della Val di Magra, singolare marca su più confini — ha pesato indubbiamente sul costituirsi e sull’evolvere così dell’economia come degli strati sociali. Il frazionamento politico e amministrativo ha ostacolato e immiserito il processo di formazione della borghesia attraverso una dinamica consistente, su un’area rilevante, d’interessi contrastanti, elemento basilare di ogni momento egemonico esprimentesi anche in una stratificazione sociale qualificata e vivificante.
Quest’osservazione, di per sé, può e deve apparire non accettabile se intesa come negazione di un processo storico che pur ovviamente si svolse per secoli ininterrotto nel mezzo di una valle corsa e percorsa da eserciti in transito dall’Italia settentrionale al Tirreno e al mezzogiorno o penetrativi per motivi strategici e tattici entro un più vasto disegno regionale o anche, sovente, per affermazioni effimere di dominio locale in riferimento ad esigenze di egemonia, di contenimento e di salvaguardia. Peraltro, questo avvicendarsi di truppe, di dominazioni, d’interferenze, determinato da motivazioni siffatte, proprio perché dettato da ragioni contingenti e, almeno fino al predominio toscano, disancorato da ogni disegno unificante e, diremmo oggi, non volto a promuovere le condizioni di uno sviluppo razionale delle risorse e delle forze indigene nell’ineluttabile permanere delle forme di predominio o di protettorato, impedì o contrastò la formazione, innanzitutto, di una vera classe dirigente locale, limitò il dinamismo sociale o lo costrinse a svilupparsi in stadi e forme non significativi né suscettibili d’emergere a momenti qualificanti. In sostanza, favorì il costituirsi di una stratificazione sociale che, anche là dove i vari ceti sociali sono chiaramente individuabili ed operanti, si presenta segnata dal carattere di microcosmo incolore del feudo malaspiniano e non malaspiniano e, nello stesso dominio toscano — ove, specie nella seconda metà del ‘700, le condizioni dello sviluppo economico e sociale sortirono effetti non trascurabili — come obnubilata e imbrigliata in una sudditanza avvertibile anche se non manifestamente oppressiva sotto l’illuminato dispotismo leopoldino.
Un documento del 1202, contenuto nel Codice Pelavicino di Sarzana, ancorché diversamente interpretato con riguardo al significato dei termini individuanti la qualificazione politica o politico-sociale delle forze dominanti per entro il sistema feudale, e le conseguenti limitazioni, nelle varie comunità lunigianesi, sembra adombrare il costituirsi di un ordinamento precomunale e comunale con certi caratteri distintivi e l’emergere di una borghesia.
L’antagonismo di classe, che è spesso anche antagonismo tra città e contado, è verificabile particolarmente in Pontremoli, pur se genesi e sviluppo della civiltà comunale in questo importante centro, unico centro urbano della Lunigiana interna in quel periodo, ancora attendono una ricerca ed uno studio compiuti, e il successivo avvicendarsi delle conquiste e delle dominazioni fuorviò il processo dall’alveo originario condizionandolo e sottomettendolo ad esigenze estranee e diverse.
In ogni modo, senza voler tracciare un profilo del succedersi degli eventi e dell’enuclearsi delle classi e dei ceti, degli strati sociali durante il volgere dei secoli, che del resto può evincersi dai rapidi e sommari cenni più sopra enunciati, è ragionevole prendere come punto di partenza di un discorso che affronti il tema proposto il periodo dell’occupazione francese, come quello in cui alla soppressione formale dei feudi si affianca un processo di formazione di nuove fortune, e quindi un irrobustimento quantitativo e qualitativo di alcuni ceti sociali, specie dei proprietari terrieri, dei liberi professionisti e dei funzionari pubblici, sovente manifestandosi unite nelle stesse famiglie o nelle persone queste qualificazioni, e un eclissarsi o un perdere quota di altri.
Interessante risulterebbe pertanto uno studio inteso ad analizzare i mutamenti intervenuti nel tessuto sociale, oltre che nel costume, durante il predominio napoleonico e l’incidenza che tali mutamenti hanno continuato a portare nel successivo periodo della Restaurazione, con il ritorno dei toscani e l’avvento degli Estensi e poi, anche, dei Borboni in luogo del ripristino dei feudi imperiali, fino all’Unità.
L’abolizione dei privilegi, la sostanziale subordinazione del clero recalcitrante alle direttive politiche napoleoniche di quel clero che precedentemente nel territorio soggetto alla Toscana con poca fortuna il granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, così egli stesso ha scritto, aveva cercato di sottrarre all’influenza della curia romana, all’alleanza con le forze più retrive nemiche della sua politica riformatrice, al malcostume, all’immoralità e all’ignoranza — il travolgimento dei numerosi minuscoli marchesati e del protervo, ancorché poco agiato, piccolo mondo nobiliare e cortigiano che loro gravitava intorno, l’incameramento dei beni feudali ed ecclesiastici e il loro passaggio a uomini nuovi, intraprendenti e animati talora da uno spirito imprenditoriale prima quasi sconosciuto, il fluttuare, il ritrarsi o l’inserirsi dei ceti più elevati già ruotanti attorno al governo granducale e dei funzionari di questo, l’affievolirsi dei vecchi gruppi parassitari, l’agitarsi di vaste masse contadine, piccolo proprietarie e non, tra progresso e reazione sull’onda di riforme incomprese o inadatte: tutto questo, lo si ripete, segna il processo futuro che, permanendo e aggravandosi il problema dell’emigrazione stagionale, sarà pure contraddistinto dal realizzarsi di forme di piccola industria, messe via via poi in crisi, dopo l’Unità, dallo svilupparsi e dal prevalere della grande industria nazionale. La piccola proprietà diretto-coltivatrice, divenuta già assai consistente nella seconda metà del ‘700 accanto alla mezzadria, assume un’incidenza sempre maggiore, con un procedimento di formazione e di ampliamento del quale tuttora permangono le caratteristiche nello spezzettamento, nel mancato accorpamento, nella polverizzazione.
La Lunigiana si affacciava al ‘900 con una popolazione in grande prevalenza dedita al lavoro dei campi: piccoli proprietari, mezzadri, braccianti, questi ultimi numericamente deboli, formavano un vasto e variegato esercito costretto a condurre una dura battaglia per la vita dall’insufficiente reddito tratto dall’agricoltura (o da un’economia agrosilvopastorale). L’emigrazione stagionale — anche quella definitiva aveva cominciato a scrivere la sua storia — e l’impiego saltuario in attività secondarie (industria, edilizia) e terziarie (commercio ambulante) accentuavano tendenze già in atto, destinate ad un ulteriore sviluppo. Andava costituendosi una classe operaia d’estrazione contadina, sollecitata ad acquisire coscienza del proprio stato e dei propri diritti dalla predicazione socialista praticata in molti casi da giovani intellettuali, avvocati per lo più, figli della borghesia benestante ed agraria.
Parallelamente e conseguentemente all’esodo permanente, temporaneo, saltuario della manodopera maschile dalle campagne, s’accentuava il processo, già in atto, di « femminilizzazione » dell’attività agricola: donne non soltanto ma anziani e fanciulli irrompevano con maggior rilievo numerico e qualificante sulla scena. Se ciò era conseguenza di esigenze vecchie e nuove da soddisfare, d’altra parte costituiva un altro fattore di remora ad una possibile riforma agraria che investisse anche le nostre campagne venendo a mancare una parte non irrilevante di giovani e di adulti, i soli, in quei tempi specialmente, che potessero esprimere un’aspirazione al rinnovamento e, potenzialmente, battersi per esso.
Questo fenomeno, divenuto macroscopico nel secondo dopoguerra, ma attenuato dall’introduzione della meccanizzazione agricola, proprio di tutte le aree di relegazione, acquistava nella Lunigiana interna una notevole rilevanza, anche se il nerbo e la struttura portante dell’economia agraria continuavano ad essere rappresentati dall’uomo, sia come prestatore d’opera sia, soprattutto, come dirigente d’azienda.
Fra il 1890 ed il 1939 il processo di crescita della classe operaia non avrà sosta, anche se lento, diseguale e disorganico: l’impiego negli stabilimenti spezzini, nei lavori pubblici, nei primi insediamenti industriali indigeni costituirà un’alternativa, per molti, all’emigrazione e al commercio ambulante, mentre permaneva con una certa sua validità, pur intaccata, un ceto artigiano legato ad un’economia in corso di trasformazione ma ancora conservante le linee generali del vecchio assetto: un artigianato senza una tradizione di valle, senza sbocco mercantile, funzionale, come oggi si dice, località per località alle esigenze dell’autarchia del borgo o, sovente, della sola famiglia.
Se si volessero ricercare le sembianze di una classe, di un ceto, di uno strato dominante o almeno esercitante un suo ruolo superiore, occorrerebbe forse individuarlo genericamente in quelli che la stragrande maggioranza della popolazione definiva, con un’intonazione di rispetto e d’invidia insieme, « i signori », servendosi di un vocabolo comune ai diseredati e ai non abbienti di tutt’ Italia, che assumeva però in ogni regione o territorio (consideriamo la Lunigiana interna una piccola regione geografica sufficientemente omogenea) sfumature di significato diverse ed essenziali, in riferimento sia ai destinatari sia alle specifiche « classi subalterne ».
Questi « signori », lo si è intuito per quello che in precedenza è stato detto, erano tutti coloro che per antica o più recente fortuna avevano raggiunto una più o meno elevata ma sempre assai ragguardevole posizione economica e sociale, ultimamente anche all’ombra del regime fascista, in genere medi proprietari terrieri i molto grandi non esistevano od erano ben pochi — con i loro « poderi » talvolta accorpati (le « possessioni » ) , e perciò più sostanziosi, dati a mezzadria. Sovente, lo abbiamo anticipato, questi proprietari, questi « padroni » di poderi, univano alla sicura potenza e alla solida certezza fondiaria, prevalente in un momento e in una terra siffatti, non soltanto l’orpello sovrastrutturale di cariche e incarichi onorifici, ma altre fonti d’entrata derivanti dalla libera professione o da buoni impieghi, in tempi in cui il denaro circolante e contante era limitatissimo in Lunigiana.
Taluno di questi « proprietari », tra la fine dell’800 e il 1930, tenta di divenire imprenditore, ma le intraprese generalmente falliscono, mentre cominciano ad affermarsi alcune attività industriali suscitate o dirette da esterni, e attraversa alterne vicende l’industria marmifera del versante lunigianese delle Alpi Apuane, ove la composizione sociale non collima compiutamente con quella del resto della Lunigiana (prevalenza di cavatori accanto a piccoli proprietari e a pastori). È, generalmente, un mondo quasi immobile, che tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 per un verso aveva, insieme col clero, quasi ovunque retrivo, temuto la « rivoIuzione » proposta dai primi socialisti e per altro verso, paradossalmente, generato alcuni fra i più appassionati pionieri e propagandisti del « socialismo eroico » di Val di Magra, generalmente poi diventati, diremmo oggi a posteriori, « et pour cause », « eretici ». Mai divenuti classe dirigente vera e propria, anche se ne hanno alcuni attributi, in particolare dopo il ‘900 questi ceti proprietari e impiegatizi subiscono l’egemonia che sull’intera provincia esercitano, direttamente o indirettamente, anche a livello politico, gli industriali carraresi del marmo. Si ha l’impressione che una compromissione attiva e operante col fascismo, nella sua fase squadristica e, poi, in quella del dominio incontrastato e della « normalizzazione », avvenga più per frange che per un’adesione di massa, avvertendosi invece — lo annotiamo senza volerne inferire una categoria concettuale e sociale sulle cui responsabilità tanto ancora si discute — una presenza qualificata tra i fascisti di quelli che indicheremmo nella Lunigiana interna come i ceti medi contraddistinti dalla caratteristica del medio-piccolo proprietario, del libero professionista, del funzionario. Fossero, per taluni, il legame col clero non fascistizzato, per altri la sensazione e, poi, la constatazione che al mondo di un’agricoltura quale in Lunigiana si era configurata il fascismo non apportava giovamento, per altri ancora l’avversione all’emergere nel fascismo, per il fascismo o grazie al fascismo, da ceti sociali inferiori, di elementi nuovi (una specie di antifascismo reazionario, ben lumeggiato nelle sue relazioni da un agente dell’OVRA), i « signori » non tutti e non sempre sentono il fascismo come il loro « regime »; questi « signori » che, volendo portare un esempio derivante da una personale esperienza, in un villaggio di piccoli proprietari forte di seicento abitanti, com’era allora Quercia di Aulla, erano inesistenti. E più di un villaggio difettava della prerogativa.
Ogni villaggio aveva il suo parroco, ma non ogni villaggio la sua scuola elementare; e non è che questa fosse stata soppressa per mancanza di alunni o perché costoro con efficienti scuolabus venissero trasportati in centri di raccolta, in omaggio a nuovi concetti pedagogico-didattici. In quei tempi, e sino alla vigilia della seconda guerra mondiale, se si esclude il centro di Pontremoli con il suo Istituto Magistrale, non esisteva nessun ordine di scuole statali superiore alla quinta elementare, il numero degli evasori dell’obbligo scolastico era assai elevato, l’analfabetismo degli adulti più elevato ancora. A pochissimi era permesso intraprendere gli studi secondari e proseguire eventualmente per l’Università: costoro erano naturalmente i figli dei « signori », aggiungendovisi uno scarso numero di giovani delle famiglie più abbienti o meno disagiate quando concorressero motivi di prestigio, la particolare intelligenza dei rampolli, circostanze favorevoli. « Fare » un maestro, ancor più « fare » un medico, un avvocato, avere nella famiglia uno che « studia », e tutto ciò che v’era sotteso, rappresentavano l’espressione massima del ruolo sociale conseguito e, prima, l’aspirazione ad una conferma o ad una continuità di quel ruolo.
Anche il prete era « fatto » quasi esclusivamente, ma non sempre se non soltanto dai « signori », da famiglie affermate o avanzate nella scala sociale, intravvisto ad un tempo come procacciatore di una sicura ancorché talora non troppo sostanziosa prebenda, come suggello e simbolo di una condizione prestigiosa e, in ogni modo, diversa, come garanzia della conservazione di un ordine che assicurava distinzione e privilegio.
Al di sotto di questi due sufficientemente definiti strati sociali quello dei « signori » e quello dei proprietari medio-piccoli, degli alti e medi funzionari ed impiegati, dei liberi professionisti, dei commercianti meglio piazzati — assolveva ad una sua funzione un artigianato minuto e capillare di sarti e calzolai soprattutto, quasi perfettamente funzionale, come oggi si dice, alle forze produttive locali e ai loro bisogni elementari.
Provenienti dalla stragrande maggioranza della popolazione — piccoli proprietari, braccianti, operai, merciai ambulanti tendevano a costituire un nuovo strato sociale, con una loro configurazione, elementi provenienti dal basso, piccoli proprietari evolutisi grazie ad un duro lavoro o a fortunate circostanze o per impieghi in altri settori, e quindi con un secondo diverso reddito, impiegati pubblici e privati con sicuro stipendio in un mondo, come abbiamo avvertito, generalmente scarso di denaro liquido, piccoli commercianti avviati a migliore fortuna. In questo coacervo di forze emergenti, ambiziose e talora spregiudicate, non era raro trovare specie nei villaggi, i segretari e i fiduciari dei fasci e dei dopolavori: talora l’investitura, non richiesta ma accettata, sembrava sanzionare dall’alto la raggiunta nuova condizione, talora era ambita, desiderata, quasi sollecitata come riconoscimento di un ruolo diverso che s’intendeva svolgere nella società.
E mentre nei confronti dei « signori » — chiusi non pochi in una loro vita distaccata dal popolo, salvo che ad avvicinarlo o lasciarsene avvicinare per necessità, convenienza o in occasione di manifestazioni tradizionali, con spirito di paternalismo e di concessione graziosa, alternata a burbanza se non a sopraffazione — il popolo minuto mescolava un senso di rispetto ad un’invidia diluita e quasi remota, sedimentata nei secoli; e nei confronti dell’altro strato superiore, dal quale la dipendenza economica e politica era sentita diversamente per vincoli di sentimenti o di ascendenze comuni, aveva maturato un atteggiamento costituito di rispetto e di confidenza sovente bonaria, anche se sono verificabili casi non rari di rapporti tesi e difficili a causa d’interessi nuovi ed antichi e d’incomprensioni dovute alle valutazioni diverse della vita, del lavoro e delle prospettive; orbene: agli ultimi elementi emersi od emergenti dal proprio seno, il popolo minuto di contadini e di operai guardava sovente quasi con rancore, come a chi avesse tradito un mandato, negato un retaggio, compiuto un atto proibito, donde derivano sensazioni, credute realtà effettive, quasi di malcelate sofferte offese.
I caratteri distintivi del popolo minuto, cioè della stragrande maggioranza delle popolazioni, pur non del tutto uniformi — ché continuava a pesare la frantumazione politica secolare in tutte le già accennate conseguenze — s’individuavano, quanto alle manifestazioni della vita materiale e culturale, in un rilevante analfabetismo o semianalfabetismo, in una penuria cronica di denaro liquido, in un attaccamento profondo, elementare, sincero in molti, alla religione degli avi e alle tradizioni della propria terra, in alcuni invece formale e consuetudinario, in una ricerca di attività accessorie, continuative, stagionali, saltuarie, precarie, rilevanti talora ma sempre sentite come non alternative, esclusi i casi di salti di qualità, cioè di passaggio ad altro ceto, in un uso di cibi variabili da zona a zona, ma tutti riconducibili al concetto comune della povertà, della fame mai interamente e ininterrottamente saziata, in costumanze arcaiche di vita associata, forse relitti di una passata più vasta solidarietà di classe nient’affatto politica, ma resa obbligata dalla forza dei tempi nelle plaghe rurali, nel perdurare di pratiche e rituali magici e magico-religiosi, di superstizioni, di paure irrazionali. La messa, i vespri, le processioni religiose, le « veglie » nei lunghi inverni davanti al grande camino e nelle estati sulle aie e lungo i borghi — nell’autunno dedicate ad alcune pratiche collettive persistenti, come alla sgranatura a mano del mais, o all’attesa, nei metati, dell’essiccazione a fuoco lento delle castagne— la festa del patrono e le solennità religiose più importanti, la visita pastorale dei vescovi di Massa e di Pontremoli, d’estate i bagni nei fiumi e nei torrenti, rapidi per gli adulti, prolungati per i ragazzi, il calzare scarpe di cuoio le domeniche, quando era possibile, ché gli zoccoli di varia foggia e fattura erano d’uso ordinario, e più di un giovane conobbe calzature di cuoio soltanto andando soldato, la vendita di un vitello, la morte di un capo di bestiame equiparata alla sciagura più grande, il canto dei maggi e le rustiche e talvolta bonariamente irriverenti pantomime di carnevale, costellate di essenziali salaci battute, i balli, gli interminabili pranzi di nozze quasi a rimedio dei lesti frugali pasti, le colazioni con il salame e la coppa migliori sull’erba al tempo della vendemmia, i canti delle mietitrici nei mesi assolati allietanti la fatica, sulle montagne i giorni dedicati all’alpeggio, la magia rinnovantesi del Natale in un’immanenza quasi ancestrale della divinità, i giorni della passione e morte di Cristo quando, « legate » le campane, invece che con i rintocchi di quelle, i fedeli erano chiamati alle cerimonie caratteristiche e alla grande, inimitabile processione del venerdì santo, da raganelle di rusticana fattura: tutto questo scandiva il tempo che lento fluiva, assumeva un valore, allietava nell’attesa e, poi, nel ricordo il lungo grigiore degli anni, molceva gl’innumerevoli affanni.
Benché fossero state introdotte dall’evoluzione dei tempi modificazioni non trascurabili, come la crescente tendenza, ai fini del soddisfacimento di esigenze nuove, a ricercare attività accessorie all’interno e all’esterno della valle, l’avviamento al lavoro nelle poche industrie locali di contingenti, talora considerevoli, di manodopera femminile, l’introduzione limitata e cauta delle prime e più semplici macchine agricole moderne, per non ricordare che alcuni aspetti, il vecchio assetto agrosilvopastorale conservava la sua preminenza e contraddistingueva, agli occhi degli osservatori e delle stesse popolazioni, quella che era classificata come « regione unica di montagna », nella sua struttura economica e sociale e nelle sovrastrutture o nei valori della cultura, del costume, degli usi. Questi e quella, pur scossi profondamente di fronte all’urgere e all’emergere del nuovo e del diverso, informavano ancora la vita, resistevano come un cerchio troppo stretto ma robusto al punto che il prepotente bollir del vino novello, racchiuso in una vecchia botte ormai inadatta, stentava ancora a rompere.
I colpi inferti dalle innovazioni accennate, l’allargamento degli orizzonti e delle esperienze degli emigranti, degli operai e dei soldati andati in Spagna e in Africa per le imprese del regime, l’acquisizione lenta di una maggiore consapevolezza dei problemi, dei diritti e dei doveri non sarebbero stati elementi sufficienti ad una trasformazione radicale in tempi brevi e medi, se non fossero intervenuti a scuotere quel mondo rurale, ancorché ormai eroso e diversificato, e a metterne in discussione i fondamenti e le contraddizioni, i prodromi e poi lo scoppio della seconda guerra mondiale.
L’affiorare e poi lo svilupparsi di una coscienza di classe all’interno di quel mondo accomunato in una condizione subalterna, ma estremamente differenziato, si possono collocare tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, quando nasce il movimento socialista e se ne diffondono la predicazione e le idee specie tra i nuclei operai impegnati nelle maggiori opere stradali e ferroviarie, e nei primi stabilimenti militari spezzini, in aliquote della piccola borghesia bottegaia e nel ceto artigiano, talvolta nelle campagne, ove peraltro la stragrande maggioranza delle popolazioni rimane attestata su posizioni di tradizionale adesione al clero e alla politica conservatrice della classe dominante italiana.
Estremamente differenziato abbiamo definito quel mondo, apparentemente immobile ed uniforme, poiché in effetti la stratificazione appare a chi ben guardi notevolmente varia e caratteristica: gli stessi piccoli proprietari coltivatori diretti, così consistenti in molte parti della campagna e della montagna, coprono uno spazio sociale ed economico assai vasto, da condizioni di vera indigenza ad altre di relativo benessere, fino a sconfinare nella classe superiore sottostante i « signori ».
Una classe operaia di una certa consistenza, anche se di non ben consolidata coscienza di classe, si era andata costituendo e si era ingrossata quando opifici erano sorti, ancorché non numerosi e generalmente poco consistenti. Durante il periodo fascista l’occupazione, anche femminile, nelle fabbriche era aumentata, ancorché permanesse la situazione economica generale, di fronte alle esigenze nuove che le popolazioni intendevano soddisfare e ci si sforzava di alleviare in varia maniera, specialmente con il commercio ambulante e l’emigrazione, per quanto questa fosse consentita. Specie nella valle del Lucido, ove gli introiti derivanti dall’impiego nelle cave e nelle lavorazioni del marmo erano determinanti, gli effetti della crisi scoppiata dopo il 1927 si erano fatti sentire pesantemente, molte famiglie nullatenenti erano state gettate sul lastrico e altre restituite alla precedente condizione di montanari e di valligiani piccoli proprietari e mezzadri affamati.
Una situazione di movimento, avviata dalla guerra d’Etiopia e alimentata dai prodromi del secondo conflitto mondiale, si era concretata nel 1939 in una lievitazione dell’occupazione operaia e impiegatizia, conseguente alla costruzione di alcuni consistenti stabilimenti da parte della Marina Militare, all’impiego di numerosa manodopera nei nuovi e nei vecchi opifici, specie in quelli operanti nella produzione bellica. Il richiamo alle armi di parecchie classi aveva impoverito il mercato di manodopera, e un altro notevole contingente di elementi, non pochi dei quali anziani, provenienti dal mondo contadino e dal mondo femminile, si era immesso a tempo pieno o part-time nel nuovo ruolo del lavoratore dipendente dell’industria privata e pubblica, erodendo l’ancora portante struttura agrosilvopastorale e introducendo modificazioni nelle sovrastrutture culturali. E se è vero che con l’8 settembre 1943 crollava in gran parte il castello della piena occupazione, purtuttavia l’incidenza di questa sul vecchio assetto era stata rilevante, mentre le esperienze tratte dai numerosi giovani e adulti, gettati dalle esigenze belliche nelle città d’Italia e sui fronti di guerra, avevano lasciato un segno indelebile, che il periodo lungo e doloroso della Resistenza, ed il suo esito, avrebbero tinto di aspirazioni democratiche al progresso, in un processo contorto e multiforme ma irreversibile, indirizzato al dissolvimento di quel mondo.
Nei primi anni del secondo dopoguerra, pieni di speranze ma anche d’illusioni e di delusioni, nel bel mezzo dei problemi della ricostruzione in una valle che aveva subito rappresaglie, eccidi e distruzioni rilevanti di opere pubbliche (ponti, edifici, strade) e di beni privati, la disgregazione si manifestava evidente, specie attraverso la nascita di nuovi bisogni che il reddito ricavato dalla terra, già determinante e qualificante, non permetteva più di soddisfare se non in minima parte, donde derivava la ricerca sempre più affannosa, non sempre fortunata, di attività accessorie o alternative. Tutti i ceti, ed erano predominanti, legati alla terra venivano violentemente investiti da una crisi provocata dall’insorgere delle attività industriali e terziarie, conseguenti sia alle esigenze della ricostruzione sia al profilarsi impetuoso di una trasformazione profonda in campo nazionale che avrebbe fatto di un’Italia rurale una nazione industriale e moderna, anche se enormi squilibri si sarebbero manifestati proprio in danno di quelle che in linguaggio politico e democratico verranno chiamate le « oasi di depressione » o « aree depresse » del centronord. E la Lunigiana interna era una di esse.
Parallelamente a questo profilarsi del cambiamento nelle strutture economiche, caratterizzava il momento politico l’ascesa alle cariche pubbliche e alla dirigenza dei sindacati, dei partiti e degli enti di non pochi uomini, provenienti dagli strati sociali più umili e, in ogni modo, non privilegiati, per la prima volta esprimenti dal loro seno rappresentanti generalmente ancora acerbi e inesperti, ma destinati a svolgere un ruolo fino ad allora impensato e insperato.
Lo svilupparsi delle contraddizioni, gli intervenuti mutamenti, l’emergere alla storia di elementi delle classi già subalterne continuavano a snodarsi sullo sfondo ancora dominante della società agrosilvopastorale, in un alternarsi d’immobilismo e di attese motivate e immotivate.
La speranza era quella di un rivolgimento economico e sociale lineare, conseguente e coerente ai conclamati indirizzi democratici germinati dalla Resistenza e codificati nella Costituzione repubblicana, che avrebbe messo in moto un progresso fondato su una pianificazione democratica, volta a colmare i divari esistenti tra zona e zona, fra città e campagna, in un’atmosfera in cui le pur esistenti tensioni non approdavano mai a vive lacerazioni.
In quest’attesa — rivelatasi un’illusione sia perché il processo produttivo e la tecnologia industriale marciavano inesorabilmente in una direzione nell’intero mondo occidentale sia perché le attività secondarie e terziarie stavano ovunque soppiantando quelle primarie sia perché la ricostruzione italiana avveniva all’insegna di una restaurazione capitalistica cui le condizioni politiche interne e internazionali consentivano di affermarsi al d là di un vero indirizzo sociale – trascorreva il primo quinquennio del dopoguerra e il censimento del 1951 testimoniava il tenace attaccamento alla loro vallata dei lunigianesi, con una popolazione oltremodo consistente, intesa a ricercare in loco il soddisfacimento delle proprie accresciute esigenze. Non già che emigrazione stagionale e attività varie e diverse (nell’edilizia, nei mestieri ambulanti) non avessero assunto una funzione rilevante, come rilevante era stata nel passato, ma partiti, sindacati ed enti pubblici continuavano a sottolineare il carattere accessorio di queste attività, dimostrando di non comprendere appieno quanto avanzato fosse lo stato di disgregazione del vecchio assetto economico e sociale e come a porvi rimedio fosse insufficiente un programma che facesse perno esclusivamente sull’agricoltura, quando poi era verificabile l’assenza di una politica riformatrice e apparivano evidenti, anche nell’ipotesi del realizzarsi di una simile politica, le difficoltà insite in una situazione caratterizzata dalla piccola proprietà coltivatrice e dalle remore al rinnovamento che provenivano dalle stesse file dei contadini, molti dei quali anelanti a un mutamento racchiuso entro una visione anacronistica della vita e del progresso.
La stessa legge che estendeva ad alcuni Comuni della Lunigiana le agevolazioni concesse alla Zona Industriale Apuana, e che, nelle dichiarate intenzioni dei proponenti, tendeva a sollevare le sorti incerte della Lunigiana, era intravista non già come l’avvio ad un programmato processo d’industrializzazione consono alla vocazione del territorio, ma quasi come un espediente volto a introdurre qualche possibile ritocco o palliativo ad un’economia dissestata, quando non anche, nell’interpretazione degli oppositori del governo, come strumento elettorale. Al di là d’ogni considerazione, vale il dato inoppugnabile che proprio nel momento in cui la legge estendeva quelle agevolazioni ad alcuni Comuni della Lunigiana (Fivizzano, Aulla, Filattiera, Pontremoli, Villafranca), gran parte delle medesime stavano decadendo, e non sarebbero più state prorogate, e la stessa residua possibilità di richiedere l’esproprio di aree per insediamenti industriali si sarebbe rivelata aleatoria e non costruttiva, poiché la legge di estensione, a differenza di quanto era accaduto per la Zona Industriale Apuana, non prevedeva la determinazione di alcun perimetro; in sostanza nessun piano regolatore o programma di fabbricazione inglobante aree specificamente riservate all’industria. Quest’indeterminatezza, voluta o non avvertita dal legislatore, aggiungendosi agli altri fattori, rendeva, se non nulla, almeno irrilevante l’influenza della legge.
La consapevolezza dell’evolvere dei tempi su scala nazionale ed internazionale e del ritardo che s’accumulava sui problemi aperti diveniva esplicita nella polemica del 1955, allorché per la prima volta i coltivatori diretti furono chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti in organismi nuovi e, apparentemente, originali. Come in quasi tutti i Comuni d’Italia, la « Coltivatori Diretti », volgarmente chiamata, dal nome del suo presidente, la « Bonomiana », magnificò con non poco successo la conquista del diritto alla pensione, per una categoria di lavoratori non dipendenti, e dell’assicurazione, sia pure incompleta, contro le malattie.
In effetti, si veniva incontro ad aspirazioni legittime, accettandosi a tanta distanza di tempo un concetto predicato dai primi agitatori socialisti, quello secondo il quale il possesso della terra da parte dei piccoli proprietari coltivatori diretti rappresenta uno strumento di lavoro e non una fonte parassitaria di rendita.
La situazione, peraltro, non era risollevabile né risolvibile, dopo tanto deterioramento, con provvedimenti legislativi settoriali, pur in sé validi: il contesto nazionale condizionante non ammetteva soluzioni facili e vicine. L’espulsione di milioni di persone dall’agricoltura era divenuto, con le conseguenti profonde trasformazioni politiche, economiche, sociali e di costume, il fenomeno caratterizzante del secolo. Non pertanto ancora nel marzo del 1958, nel « Convegno economico per il progresso e lo sviluppo della Lunigiana », promosso dall’Amministrazione Provinciale di Massa Carrara e tenutosi a Villafranca L. , se per un verso s’intravvedevano nell’obbiettivo della industrializzazione l’unica possibilità d’accrescimento della manodopera, espulsa da un’economia agricola definita congenialmente povera, e il blocco dell’emigrazione e della disoccupazione, dall’altro lato s’indicavano strumenti quasi tutti poi falliti, irrealizzati o irrealizzabili come la modifica del piano quadriennale dell’I.R.I. (tre miliardi di lire a favore della Lunigiana, somma ingente per quei tempi), la ripresa di produzione nelle fabbriche di Boceda (Mulazzo) e Scorcetoli, la costruzione del bacino idroelettrico di Tendola, il potenziamento delle aziende Montecatini di Villafranca, di Aulla e di Pallerone.
Negli interventi dei politici e degli amministratori, quasi tutti della sinistra, il volto agricolo della Lunigiana appariva, nonostante tutto, ancora suscettibile di rinascita, di ripresa, di sviluppo e il vecchio concetto di « accessorietà » delle attività secondarie e terziarie si appalesava tuttora persistente.
Il « Comitato per la Rinascita della Lunigiana », nato dal Convegno, non ebbe vitalità né fu mai riunito, a dimostrazione dell’inadeguatezza delle analisi svolte e dell’inattualità dei rimedi proposti.
Il censimento del 1961, nel bel mezzo del « miracolo economico » nazionale, con la piena occupazione in una Lunigiana che aveva già perduto circa ventimila dei suoi abitanti, registrava con l’evidenza dei numeri e con la specificazione delle nuove realtà le trasformazioni intervenute nel tessuto sociale, i mutamenti in corso nel campo del costume, dello svago, del tempo libero, la crescita democratica attestata, come ovunque del resto in Italia, anche dall’avvio alla scolarità di massa e a quel processo d’inserimento nei gangli della produzione, nella libera professione, pure nelle sfere elevate della burocrazia statale, parastatale e locale, di centinaia e centinaia di giovani laureati e diplomati usciti dai ceti già subalterni.
L’ascesa culturale dei « figli del popolo », il costituirsi di legioni di tecnici e di insegnanti elementari e medi, quando non anche universitari, il pervenire di essi, sovente, a posti di alta e altissima responsabilità, l’assunzione in ruoli di prestigio, tutto ciò si poneva, e si pone, in Italia e in Lunigiana, come l’elemento quantitativamente e qualitativamente « rivoluzionario », anche se l’assorbimento di gran parte di questi « quadri », diranno i contestatori del 1968, ed oggi una parte della « nuova sinistra », nel « sistema », assicurerà il protrarsi del predominio su scala nazionale delle vecchie classi dominanti. Ciò che è vero fino ad un certo punto, ponendosi in ogni modo il problema del potere, oggi, in termini certamente più complessi che non nel passato, non potendosi disconoscere, cioè, le innumerevoli mediazioni verificabili sul piano parlamentare, governativo, sindacale, il loro intrecciarsi e, quindi, il dislocarsi vario e diverso dei centri del potere reale.
In Lunigiana non pochi dei vecchi « signori » e del sottostante ceto privilegiato, rimasti legati alla rendita fondiaria senza aver sperimentato un tentativo di rinnovamento vuoi per sfiducia vuoi per l’incomprensione dei tempi nuovi vuoi per la mancanza di coraggio nell’assumere iniziative, magari gravose, d’investimenti, furono travolti o, nella migliore delle ipotesi, retrocessi nella scala dei valori reali assunti a simbolo della nuova realtà: abbandonati dai mezzadri, impossibilitati ad affrontare la situazione creatasi con l’animo dell’imprenditore che guida salariati e braccianti sulle terre avite, essi vedono sfumare il prestigio accumulatosi sul loro casato da qualche generazione, quando non nei secoli; restano relegati ai margini del processo in corso, patetici simulacri evanescenti di un passato senza ritorno.
Ad un tramonto similare sono destinati anche commercianti, imprenditori in genere, artigiani che non colgono l’evolvere dei tempi.
Tra i vecchi medi e grossi proprietari terrieri altri afferrano il senso degli eventi, tendono a modernizzare, per quanto è possibile, le strutture dei loro poderi e il sistema di conduzione, a individuare le scelte dei prodotti e ad affiancare all’agricoltura altre attività, in modo da conservare una posizione economica e sociale elevata o, in ogni modo, notevole.
Tra i mezzadri e i piccoli proprietari si affretta e si rafforza la tendenza all’esodo dai campi, di modo che in gran parte dei paesi della Lunigiana si rende evidente la disgregazione del vecchio assetto attraverso l’inversione dei fattori, con la dimostrata « accessorietà » dell’attività primaria, che purtuttavia non precipita nell’abbandono completo e nella caduta verticale della produzione.
L’operaio, l’impiegato, il merciaio ambulante, usciti dalla classe contadina, non possono garantire, con le loro prestazioni part-time unite a quelle degli adulti agricoltori, le colture di un tempo; però operano scelte, eliminano settori e aspetti del lavoro agricolo che richiedono l’impiego prolungato di manodopera, suppliscono con l’introduzione massiccia delle macchine agricole, garantiscono alla famiglia già contadina ed ora operaia un reddito non irrilevante unito all’uso della casa colonica o dell’abitazione del borgo opportunamente rinnovata e dotata sovente di ogni conforto.
Questa nuova classe maggioritaria in molti villaggi e borgate di Lunigiana, costituisce una forza rilevante e non sembra volta a definirsi ideologicamente o politicamente nel «senso dell’adesione uniforme ad uno schieramento, ma si articola in un pluralismo, entro il quale la tendenza politica diversa è ancorata a posizioni, convincimenti o comportamenti anteriori alle ultime trasformazioni. Da essa, come abbiamo anticipato, escono a centinaia i giovani che invadono le scuole di ogni ordine e grado, che si diplomano, che si laureano, che s’immettono ad ogni livello nel processo produttivo, estraniandosi talora dal nucleo familiare, formandone uno proprio avulso dalla struttura avita, talora conservando un legame diretto o indiretto e sentimentale.
Non di rado le condizioni economiche, particolari circostanze, la mancanza di spirito d’iniziativa, escludono dall’ascesa culturale e sociale la gioventù, o la limitano e l’inceppano; purtuttavia generalmente non si attua un’emarginazione brutale, propria di aliquote non esigue di studenti falliti o frustrati, ma il lavoratore manuale che ne esce, e s’impiega nell’edilizia o nelle industrie meno appetitose, sa conservare una sua dignità, la dignità della giovane classe operaia che si unisce all’antica, la rafforza e la contraddistingue.
Nelle periferie di pochi centri maggiori, in molte borgate all’operaio di recente formazione, emerso dal mare magnum della mezzadria e della piccola proprietà diretto-coltivatrice, si affianca l’operaio che è tale da sempre, nella veste anteriore di nullatenente, di diseredato, di paria della società, finalmente assurto alla dignità di lavoratore che da pari a pari tratta con il nuovo, ne ha in comune molti se non tutti gli interessi, ché anche per l’operaio proprietario di terre e contadino part-time il reddito da lavoro dipendente assume un rilievo caratterizzante, pur non potendosi trascurare il « richiamo della foresta » e una remora a consentire pienamente con le rivendicazioni operaie e a prefigurare una comune visione del mondo nuovo.
Tra l’uno e l’altro è possibile, cioè, cogliere alcuni caratteri distintivi. In particolare, l’operaio non troppo anziano che si sostenta esclusivamente col salario, in specie quello che vive in agglomerati nuovi (case operaie, popolari, piccole « coree da un lato ha acquisito una notevole coscienza di classe, dall’altro, per la provenienza varia e diversa, manifesta talora nella famiglia fenomeni d’irrequietezza, d’aspirazioni incompatibili con le condizioni economiche, di limitato spirito associativo, quasi a contrasto con quella coscienza di classe, che ha connotazioni, quindi, tutte sue. La donna che non lavora, che è casalinga, che non ha da accudire ai campi, quando non è gravata dalle cure di troppo numerosa famiglia od oppressa da disgrazie, si strugge essa particolarmente in esasperazioni ed in tentativi, generalmente abortiti, d’evasione e talvolta la famiglia sembra approdare ad apparenti forme di disgregazione, ai limiti della morale corrente.
Nel suo complesso questo strato sociale, cui il processo in corso tende a imprimere caratteri d’uniformità ma permeato ancora di retaggi e di messaggi diversi, appare sostanzialmente sano e, anche se non mancano punte estremistiche, attestato su posizioni di realismo e di moderazione, come se la patina del tempo passato, propria di queste genti, resistesse a velare la nuova realtà.
Ché, d’altra parte, questa nuova realtà, così appariscente nelle modificazioni del costume, nell’abbandono di tradizioni legate a pratiche cadute perché incompatibili col vivere quotidiano quale si è configurato, nell’elefantiasi dei servizi (in confronto al periodo anteriore al 1943) — strade, autostrade, acquedotti, scuole, ecc. — non porta con sé la creazione, come avviene ancora ma fino a un certo punto nelle città e nei centri industriali, di classi, fasce, ceti, strati economico-sociali puri, di categorie ben definite di prestatori di opera e d’imprenditori. Il processo in corso, che ha investito il mondo capitalistico, ed ha portato all’esaltazione delle attività secondarie e terziarie, con un’accentuazione di queste ultime, se accomuniamo al settore privato il sempre più rilevante settore pubblico dei servizi, incide in maniera e in misura differenziate nel plasmare le forze sociali, nell’integrarle e ne esce una articolazione difforme da quella tradizionale, con una modificazione dei ruoli professionali, in conseguenza, tra l’altro, della meccanizzazione e, da ultimo, dell’automazione.
In Lunigiana i riflessi del clima nazionale si manifestano, per i motivi addotti, meno pregnanti, quasi come assorbiti da un sostrato sempre riaffiorante, non scardinato dalle pur vistose e profonde trasformazioni. Ne discende una connotazione particolare a questa classe operaia, che a talune manifestazioni d’estrema modernità accompagna comportamenti propri del precedente mondo contadino, quando non tende ad una faticosa mediazione tra due culture, volta ad una ricomposizione che le stesse diverse figure sociali, non compiutamente definibili entro schemi consueti, rendono difficoltosa e imprevedibile.
Il consumismo di molti giovani ed adulti si accompagna al senso arcaico del risparmio degli anziani. Ad una certa pur contenuta spregiudicatezza e all’apertura mentale dei primi si contrappongono, in un confronto sovente bonario, il rimpianto del tempo passato e l’incomprensione del nuovo; ma, in fondo, non si determina un contrasto ché all’interno di ogni famiglia la conquista di un’unità è, anche se non sempre, facile obbiettivo da raggiungere, mentre la ricomposizione del tessuto sociale della vallata si presenta, lo abbiamo accennato, come impresa abbisognevole di tempi lunghi, ché finora soltanto sul piano culturale sono stati compiuti passi in avanti notevoli con studi e ricerche e con la creazione di strutture intese come supporto indispensabile ad ogni operazione politica, economica e sociale.
In fondo, da un lato, l’emigrazione di massa e il forte « pendolarismo » hanno comportato la semplificazione e l’apparente soluzione del problema di fondo, consistente allora, cioè tra il 1945 e il 1955, nell’individuare una pianificazione con linee di tendenza atte ad assicurare vita e lavoro a quasi centomila persone, dall’altro lato la pur ridotta popolazione residua, se generalmente s’è ora attestata, per la pluralità dei proventi, compresi quelli derivanti dall’emigrazione e dal « pendolarismo », su condizioni economiche non insoddisfacenti, fatte salve minoranze relegate ai margini della società, non pare ancora avviata a definire una sua più precisa fisionomia, a configurarsi in modo che appaia tracciata una via lungo la quale ritrovare un’identità, cioè, in sostanza, a poggiare su nuove strutture, garanzia di stabilità e di sicurezza per l’avvenire. Questa garanzia oggi non è data e coloro che dovrebbero darla — stato, regione, provincia, comuni ed altri enti pubblici soprattutto — non paiono, nel momento presente, intenzionati a operare decisamente in questa direzione, ché il problema è centrale per l’intera nazione e i territori di frangia, come la Lunigiana interna, ne risentono particolarmente, anche se per l’economia composita, in non piccola aliquota « sommersa », che li ha investiti e li governa, manifestano impensate possibilità di recupero e di superamento, seppur momentaneo, delle difficoltà. Accanto alle responsabilità pubbliche, e quindi politiche, sussistono responsabilità private e locali, ma ad esse accenneremo quando affronteremo il tema dei ceti emergenti.
Trattandosi adesso dei gruppi sociali costituiti dagli operai e dai ceti assimilabili, e pur dovendosi ripetere il concetto della promiscuità e della struttura composita delle famiglie, se ne rileva ancora l’ambivalente comportamento, influenzato dal nuovo e frenato dal vecchio, anche se con tendenza a definirsi e a configurarsi. Un rilievo di fondo è relativo al venir meno del senso d’inferiorità, di sottomissione ai ceti privilegiati e abbienti, alla conquista, quindi, della coscienza del proprio ruolo, che talora, ma raramente, sconfina per deficiente maturazione culturale in forme, se non d’intolleranza — da cui generalmente i lunigianesi sono alieni — di livore e di rancore malfrenati e malcelati. Dicevamo che si sommano tendenze al consumismo e al risparmio: la casa d’abitazione individuale, cioè familiare, resta l’aspirazione di chi ne è privo, e chi la possiede per eredità, specie fra i contadini e gli ex-contadini, ritiene prioritaria l’esigenza del restauro e dell’adattamento alle nuove condizioni di vita, con esagerazioni nell’ampiezza e nella raffinatezza, quest’ultima talora soltanto creduta, dei servizi e del mobilio. Una manifestazione coerente, che si riallaccia alla tradizione delle cerimonie nuziali e dei grandi pranzi di nozze che impegnavano gli sposi, i parenti e gl’invitati per l’intera giornata, dall’alba al tramonto, è quella dei banchetti con innumerevoli commensali, ospitati qualche volta nella casa dell’offerente ma quasi sempre in ristoranti ed alberghi, nell’occasione di battesimi, comunioni, cresime, compleanni ed onomastici, divenuti uno dei simboli dell’ascesa sociale. Ché quest’ascesa, e l’affermazione di raggiunta piena dignità, pur abbisognano di riti, come sempre in ogni periodo della storia degli uomini; riti, ora, e quello è uno dei tanti, né magici né colmi di arcane significazioni ma espliciti nella loro trasparente banalità (meglio: terrestrità).
Non è dubbio, lo abbiamo più di una volta avvertito, che all’aumento del reddito individuale e del benessere economico non hanno forse corrisposto appieno — ma è fenomeno universale, proprio di tutti i paesi capitalistici — una contemporanea maturazione culturale e la creazione di nuovi valori, sembrando, dall’immediato secondo dopoguerra, la conquista del modello di vita americano l’aspirazione dei più, comprensibile sia come ripudio di precedenti condizioni di vita sovente inenarrabili sia come portato della trasformazione di una società agricola in società industriale. Se rimanevano a galla relitti delle vecchie sovrastrutture, ad un certo punto, intorno al 1960, la vertigine delle trasformazioni, la dissoluzione del tessuto economico e sociale, la difficile, se non impossibile, impresa della riaggregazione creavano un’atmosfera di rassegnazione e di esultanza insieme, che non escludeva anzi esaltava l’attivismo, muoveva alla ricerca di tutto quello che nel passato era mancato ed ora si presentava a portata di mano e andava colto, nei limiti in cui era, ed è, possibile. Tutto questo andava, e generalmente va, anche questo abbiamo avvertito, non disgiunto da una conservata sanità interiore, raramente erosa dalle lusinghe estreme del nostro tempo.
A questo proposito, non può non farsi ancora cenno a quella che potrebbe essere definita come l’emarginazione di una civiltà contadina tuttora vitale in alcune sue manifestazioni culturali, oggetto di studi e di ricerche intesi non a riproporne un modello ma a conoscere per capire il passato e il presente in funzione dell’avvenire, e nell’incidenza, seppur limitata, sul costume e sugli usi, sulla « mentalità ». Insomma, accennando ad una prima conclusione provvisoria, la Lunigiana interna non sembra aver ancora ritrovato un preciso « ubi consistam », comunque sia intravvista una prospettiva sicura di ricomposizione ad un livello e per una direzione diversi dal passato. Ma queste considerazioni avevamo già più sopra e più volte proposto all’attenzione del lettore.
Una forte aliquota della residua popolazione lunigianese — operai, contadini-operai può configurarsi veramente in una classe, classe operaia, classe lavoratrice di un certo tipo, definibile nelle sue significazioni, nel suo contrapporsi ad altre?
Innanzitutto, allargando il discorso all’ambito nazionale, è oggi messo in discussione da talune correnti di pensiero con più forza ed argomentazioni che non nel passato, il concetto di classe quale era generalmente inteso nell’800, fino all’avvento del fascismo e nei primi anni del secondo dopoguerra, poggiante sul bipartitismo o dualismo proletari-padroni, sul prevalente fondamento economico, sull’esclusione del cosiddetto ceto medio da una caratterizzazione in classe, sulla rigidità del rapporto capitale-lavoro, superabili esclusivamente con l’appropriazione dei mezzi di produzione e di scambio da parte del proletariato o attraverso la rivoluzione o l’azione parlamentare e sindacale. In sostanza, le trasformazioni sociali intervenute soprattutto negli ultimi trent’anni sono intravviste da alcune correnti di pensiero e politiche come smentita a quel concetto classista, come la dimostrazione di una profonda evoluzione, con articolazioni e differenziazioni che sconfessano o superano quella dicotomia in una proliferazione di gruppi e strati nuovi resi possibili o evidenti da un’intervenuta o accentuata intercomunicabilità.
Prescindendo, in questa sede, da ogni valutazione di principio, non può non porsi alla meditazione di ognuno il fatto che, almeno nelle forme apparenti, la struttura sociale si presenta più duttile, con confini meno netti fra gruppo e gruppo, con una mobilità eccezionale; fenomeni, insieme con molti altri, interessanti, da porre in connessione con i mutamenti intervenuti nella natura dell’impresa, specie media e grande impresa, generalmente non identificabile in un unico proprietario ma nell’anonimato degli azionisti e nella predominanza degli alti dirigenti, mentre sulla società agiscono fattori, come in primo luogo lo stato, e per esso il governo e tutti gli altri organi ed enti pubblici, non più schierati aprioristicamente e apertamente dalla parte del capitale ma costretti — dalle condizioni createsi attraverso una lunga lotta rivendicativa, politica e sindacale, per l’aumento dell’istruzione e il conseguente accesso di elementi sempre più numerosi, dal basso, all’assunzione di responsabilità un tempo appannaggio della classe dominante e di un ceto medio ad essa legato o asservito — ad operare mediazioni sempre più frequenti e complesse. Lo stesso sindacato ha assunto dimensioni e incidenza prima sconosciute e si pone, accanto agli altri, come un potere reale che, insieme col tradizionale ruolo di strumento di rivendicazione, ha assunto una funzione nuova, quella di forza che esige di essere consultata preventivamente su tutti i grandi temi della vita nazionale, anche se periodicamente è costretta a verifiche e a cambiamenti di rotta per essersi posta con schemi di fronte ad una realtà sociale in movimento. Il potere si è diluito in tanti centri, di varia natura e consistenza, anche se con un’indagine approfondita è possibile individuare le forze economiche, politiche e sociali detentrici delle principali leve attraverso formule e strumenti soltanto in parte simili a quelli ottocenteschi.
La stessa costituzione della repubblica pone dei fondamenti ad una società prevista diversa da quella prefascista e, se è vero che essa per una parte dei suoi cittadini è tuttora inattuata, non v’è persona, se non prevenuta, che non riconosca i mutamenti profondi intervenuti nella sfera politica, economica e sociale negli ultimi trentacinque anni, cui hanno concorso, s’intende, oltre che i postulati costituzionali, poggianti sulla volontà della maggioranza degli italiani chiamati, poco dopo la libertà riconquistata, ad eleggere i costituenti, le spinte dei lavoratori e delle forze sane del paese liberati, almeno nella teoria dei principi, dall’oppressione e dall’emarginazione e, anche attraverso l’elevazione del tenore di vita e l’accesso sempre più largo all’istruzione e alla cultura, immessi nel processo di costruzione di una nuova società.
Tutto questo comporta una definizione nuova del concetto di lotta di classe, un’esigenza di quantificare e qualificare, nella sfera dei lavoratori dipendenti, dai massimi dirigenti d’azienda al bracciante, gli addetti ai vari settori produttivi in un confronto, soprattutto o— lo abbiamo più addietro accennato — con l’ingigantirsi del terziario e, per altri aspetti, con la dimensione dell’economia sommersa.
Tutto questo, è evidente, pur in un’Italia elavatasi soltanto in questo dopoguerra da paese agricolo a paese industriale, ha portato la classe operaia ad una consistenza minoritaria, anche se essa è in grado di esprimere, per l’acquisita coscienza e attraverso strumenti organizzativi che altre categorie non posseggono, una pressione notevole e rappresentare e talora imporre scelte di fondo qualificanti.
Fatta questa premessa d’ordine generale, peraltro piuttosto semplificata, se non semplicistica, dovremmo meglio valutare l’incidenza della politica nazionale sull’economia della Lunigiana, le connotazioni della classe operaia di vecchia e di nuova formazione, soprattutto l’incidenza della residua e diversa attività agrosilvopastorale nella produzione del reddito, comprendendovi il monte pensionistico non irrilevante particolarmente quanto a formazione del risparmio, le rimesse degli emigranti e dei « pendolari » e il loro impiego, infine la consistenza degli addetti ai servizi e ai mestieri ambulanti, naturalmente instaurando un raffronto tra fenomeni nazionali e locali.
Quest’approfondimento non può che essere compito di chi si accingerà ad effettuare l’auspicabile indagine: in questa sede, basterà una rilettura critica, una riconsiderazione, nel riflesso dei condizionamenti della politica nazionale, delle lacerazioni del tessuto sociale, quello della « civiltà contadina », un mondo rimosso tumultuosamente ma le cui sedimentazioni sono apparse, almeno fino a questo momento, ineliminabili. E alla rimozione, che si è verificata nella sfera materiale e nelle appendici del costume — tornerebbe interessante anche un’analisi di taglio psicologico o psicanalitico, trasposta dall’individuale al collettivo — la fase di ricomposizione segue con una celerità alternata a ripiegamenti ed indugi in quanto non appaiono chiariti obbiettivi e mete del movimento a causa dell’incertezza degli strumenti di realizzazione con riguardo sia alla politica nazionale sia alla vocazione del territorio e alla iniziativa delle forze locali.
Accanto ai larghi strati, dei quali abbiamo ampiamente discorso, costituiti dall’operaio, dall’operaio-contadino, dal coltivatore diretto, si va delineando l’ampiezza del cosiddetto ceto medio, derivato dal passaggio d’individui e di gruppi provenienti da quegli strati di lavoratori manuali o tuttora interni ai medesimi, un passaggio graduale talora insensibile e indolore talora traumatico, per i postumi o per le ipoteche che pone entro una prospettiva di trasformazione gravida d’incertezze e d’imprevedibilità: un ceto medio che non si pone alla ricerca di una comunanza d’interessi e di caratteristiche di vita né sembra voler acquisire una coscienza precisa dei problemi comuni, com’è rilevabile del resto su scala nazionale, anche se paiono individuabili varie linee di tendenza all’interno dei diversi gruppi costituitisi o in via di costituzione. All’interno del ceto medio sono peraltro rilevabili elementi unificanti di diversa specie e natura con conseguenti classificazioni e stratificazioni secondo la professione, secondo le mansioni, secondo il grado d’istruzione e di cultura e distinzioni ulteriori sulla base delle posizioni e delle responsabilità entro le professioni e le attività svolte.
In Lunigiana il fenomeno ha via via acquistato una rilevanza non trascurabile nel suo complesso: per esempio, in un territorio pressoché privo d’industrie, che obbliga generalmente l’operaio a farsi « pendolare » o ad emigrare, l’avvio alla conquista di un diploma o di una laurea, inteso nella duplice motivazione di emancipazione e di elevazione sociale e di ricerca di un’occupazione, lo abbiamo del resto anticipato, ha riguardato e soprattutto riguarda ceti popolari sempre più vasti. Giovani specialmente, ma anche elementi numerosi della generazione investita dalla seconda guerra mondiale quand’erano in età tra i dieci e i vent’anni, sono affluiti e affluiscono ad occupare posti nell’insegnamento, dalle scuole materne alle elementari e alle secondarie inferiori e superiori, nelle varie branche della burocrazia statale, parastatale e locale, dalle poste alle ferrovie, agli uffici finanziari, ai Comuni, sradicandosi alcuni dal substrato originario, mantenendo altri un legame che diviene sempre più labile e caratterizzandosi per espressioni e manifestazioni di vita sempre meno dipendenti dai rituali del passato, pur se non sempre la posizione economica consenta un ménage familiare tranquillo; donde derivano talvolta, specie nelle categorie dei docenti, ma anche in altre, disagi e frustrazioni, nell’incapacità o nell’impossibilità di conquistare un ruolo nuovo quale l’evoluzione della società esige. Distinti, ma più spesso in contatto con le famiglie d’origine, attardate in uno studio culturale o in condizioni di vita meno evolute e orgogliose nello stesso tempo dell’ascesa sociale dei figli e dei nipoti, tendono a darsi una linea, avvertibile nei modi dello svago, nell’impiego del tempo libero, nell’abbigliamento, nell’educazione dei figli (tennis, nuoto in piscina, lezioni di danza, di musica, sci: le ore del pomeriggio sono spesso tutte impegnate in queste attività che qualificano e contrassegnano), con una componente velleitaria della spinta in avanti, rappresentata dalla contraddizione tra la base economica e le aspirazioni sociali e quindi da mete intermedie e finali raggiungibili con fatica o irraggiungibili almeno nell’immediato.
Partecipano in fondo dei servizi e del terziario, molto sviluppato in Lunigiana, nei quali essi si addensano, in mancanza o per la deficienza d’altro, accanto ai commercianti che numerosi prosperano o vivono specie nei principali centri, ma talora anche nei piccoli, ché l’aumento delle esigenze e del reddito postula acquisti sempre più massicci, continui e qualificati; accanto ai merciai ambulanti, pullulanti per la Val di Magra e i territori più prossimi delle province limitrofe, alcuni, anzi non pochi arricchitisi sufficientemente; accanto agli artigiani, non più quelli legati all’economia travolta dei piccoli e dei maggiori centri, ma quelli rinnovatisi o nati in connessione con la svolta di civiltà, una delle civiltà dei consumi, erede della « civiltà contadina » che un museo fa rivivere a testimonianza di una storia incancellabile, E aggiungiamo la vasta gamma dei liberi professionisti medici, ingegneri, architetti, geometri, avvocati e anche degli imprenditori e dei dirigenti, tutti quanti ad un diverso grado di progresso economico, di evoluzione sociale, di raffinatezza di vita, e non sempre questi tre momenti vanno di pari passo, quasi tutta gente dagli atteggiamenti borghesi non connaturati, dei parvenu generalmente ma in ogni modo in forme non necessariamente ignobili, ingentilite anche se non sempre, aspiranti ad una vita sostanzialmente borghese, con valori in gran parte tradizionali, talora invidiosi di chi si è ulteriormente evoluto soprattutto economicamente e tende a crearsi altri spazi, a divenire gruppo distinto, certo emergente, anche se non dirigente e dominante.
Questo secondo ampio strato, che comprende l’impiegato, il libero professionista, l’imprenditore, il commerciante, si presenta assai variegato, con differenziazioni diverse e profonde e alcuni caratteri unificanti, come sopra abbiamo avvertito, ma non tali, ci sembra, da poterne inferire il costituirsi di una comune coscienza, mancando chiaramente una comunanza d’interessi e di prospettive e, naturalmente, essendo uscito da un processo di formazione inizialmente eguale ma poi fattosi diverso e divergente, diviso in gruppi che si qualificano per la professione, per il grado di cultura, per la posizione economica.
Quanto al volto ideologico e politico, se è rilevabile l’adesione ad una pluralità d’indirizzi, così come si è verificato per lo strato sottostante (o precedente), qui l’inclinazione della maggioranza è di segno opposto, rivolta a posizioni moderate, ma non conservatrici nei più.
L’ampiezza dello strato testimonia del mutamento quantitativo intervenuto in confronto allo strato che, sotto certi riguardi, potrebbe considerarsi similare nel periodo prebellico quando la società lunigianese era contrassegnata dai caratteri che conosciamo e poggiava soprattutto su un’economia agrosilvopastorale di sussistenza sia pure non compiutamente assorbente e via via sfilacciatasi.
E all’interno di esso che si riscontrano le maggiori contraddizioni, quelle che si porta dietro per le origini che ha avuto, quelle che derivano da una posizione che ritiene non definitiva, felicità mista ad ansia, sicurezza unita a dubbi, senso di superiorità e d’inferiorità insieme, sensazioni, tutte quante, che non sono di tutti, ma di molti, e di varia intensità. Se le aspirazioni sono generalmente « borghesi », non mancano anzi sono abbastanza numerosi, anche se non maggioritari, elementi aperti ad una visione progressista, non disdegnanti agi e possibile maggior benessere, ma anche comprensivi delle esigenze dello strato operaio e contadino. C’è chi manifesta interessi culturali; e non può tacersi che è da lì che proviene la maggioranza dei volontari ricercatori, animatori e operatori culturali in una Lunigiana che, in questo campo, si sta distinguendo non poco, per universale riconoscimento. La maggioranza, per altro, colta o non colta, non sembra ancora lasciarsi coinvolgere da quest’alone di cultura e quindi darsi una connotazione di quel tipo, restando il contrassegno un certo tono di vita non proprio « mondana » ma teso ad un buon « comfort », senza grandi idealità, in un ambiente abbastanza sano, pur se lambito, specie nelle giovani generazioni, da inquietudini e insofferenze e non immune in alcune frange — ma in questo c’è una generale comunanza — dai guasti delle seduzioni e, anche, di pratiche distruttive.
In fondo è un groviglio di ceti che tendono ad emergere, e sono emersi in gran parte in questo dopoguerra dal « mare magnum » di un volgo variopinto accomunato allora da una difficile condizione e da un incerto destino.
Il vero ceto emergente in assoluto, non numericamente forte e non ancora assurto ad esercitare una funzione storica, si sta collocando con una fisionomia sua propria all’apice della stratificazione economica e sociale, andando ad occupare quell’area che già fu un tempo dei « signori »; e come tali da qualcuno sono definiti genericamente coloro che la conseguono pur se l’appellativo, mutate le condizioni, tenda ad assumere un significato equivoco, anche perché in qualche caso i nuovi e i vecchi « signori » sono i medesimi e perché taluno dei vecchi « signori » decaduti o « démodé », continua a ricevere l’appellativo come un titolo senza soggetto.
Non tutti nuovi ricchi, alcuni, lo abbiamo anticipato, presentano un volto moderno ma affondano in una tradizione più o meno inveterata: già cospicui proprietari terrieri, commercianti, professionisti, si sono rinnovati con il concorso a volte determinante delle ultime generazioni, e la modernità e l’intraprendenza dei figli è tenuta a freno dal senso pratico, dalla cautela dei padri e dei nonni. Altri, non pochi, forse i più, sono usciti negli ultimi vent’anni dal vasto strato già subalterno, veri nuovi ceti emergenti, dotati di un senso pratico nuovo e diverso, di capacità imprenditoriali indirizzate generalmente all’attività commerciale o, pure, ma in minor misura, artigianale, ché le industrie in senso stretto, fabbrica, opificio, non esistono o languono in Lunigiana e i proprietari, gli azionisti e i dirigenti di esse, forse per le condizioni generali insoddisfacenti e per il contesto infrastrutturale insufficiente, stentano a qualificarsi, quando non si tratti di gente esterna alla Lunigiana.
I commercianti, gli artigiani, che hanno dato vita o rinnovato un’azienda, un esercizio, una bottega hanno sentito a sé affini, e come tali hanno accettato, non per la comune attività svolta, ma in parte per esigenze di consulenza e di agevolazioni, in parte per motivi diversi, i più affermati professionisti, i direttori di filiali e agenzie bancarie, commercialisti, capi di grossi e importanti uffici, tecnici affermati, medici, anche se questi ultimi, almeno fino a ieri assorbiti giorno e notte dalla professione, sembravano svolgere un loro ruolo in isolamento.
Questi ceti emergenti non costituiscono ancora un « blocco storico », non hanno ancora consolidato un’identità, soprattutto non hanno dato vita a un mondo sovrastrutturale, se vogliamo a valori che non siano quelli insiti nel farsi quotidiano del loro vivere, non esercitano cioè un’influenza di tipo culturale in senso lato né sono né si sentono classe dirigente. Le loro stesse attività materiali non sono tali ancora da rappresentare un’alternativa, sul piano di un nuovo sviluppo economico, alla vecchia struttura e paiono porsi, quasi tutte, come funzionali al mondo disgregato uscito dalla seconda guerra mondiale.
Il dato più significativo è per ora il loro riconoscersi, il loro cercarsi, più che nella totalità in gruppi determinati da rapporti d’amicizia e dalla residenza, e il convergere verso forme e pratiche comuni nel tempo libero e in certe manifestazioni esteriori, entro la corrente morale borghese. I caratteri distintivi sono appunto segnati da certe comunanze, il medesimo tipo o modello di aiuto, una somigliante educazione e istruzione dei figli, ma non sempre, il ritrovarsi essi soli insieme alle cene, lo scegliere insieme e a gruppi lo stesso luogo per le vacanze estive e per le settimane bianche per sé e per i figli, una comune foggia di vestire, ancorché varia anche in relazione all’età e alla professione, da un certo spirito di gruppo insomma che tende, ma soltanto in determinati momenti, ad escludere gli altri e in ogni modo non nell’isolamento dei vecchi « signori », ché questi nuovi, forse anche perché da poco usciti quasi tutti, ma non tutti, dagli strati inferiori e talora dai meno elevati della vecchia scala sociale, conservano ed attuano legami vari, sovente sinceri e vivi, con le popolazioni e con i dipendenti, e vivono in mezzo alle medesime e ai medesimi in continuità anche per la ragione della loro stessa attività. Il loro appartarsi, il loro distinguersi, la loro vita sotto certi aspetti ritirata ché tutti o quasi tutti sono assorbiti direttamente nel lavoro giornaliero della propria azienda o del proprio esercizio, e sono, quasi tutti, corretti, attivi, dinamici, accorti o se, in qualche caso, dipendenti, egualmente, per lo più, riconosciuti validi ed esperti, per sé o per la collaborazione di altri — si pongono come elementi di un’iniziale tendenza a strutturarsi, a definirsi, ad assumere una connotazione, che forse già c’è, ma non appare né vuol apparire tutt’intera, anche perché, è stato avvertito, manca, almeno per ora, una qualificazione « culturale », condizione per l’esercizio di un’egemonia.
E che manchi non vien detto perché, forniti o non forniti di titoli di studio più o meno elevati, si disinteressino, come in effetti molti si disinteressano, di ogni attività culturale in senso tradizionale e non tradizionale (letture qualificate e qualificanti, partecipazione a conferenze, a dibattiti, mecenatismo, aggiornamento), ma in quanto non s’impegnano ad influire sugli altri e il loro stesso orientamento politico moderato non è quasi mai manifestato né un’ideologia politica, salve eccezioni, professata, ancorché interiormente condivisa.
La condizione economica, ereditata o raggiunta con sacrifici, intuito, laboriosità, ambizione e, per i dipendenti, conseguita attraverso stipendi molto più elevati della norma, quando poi non vi siano l’apporto della moglie e dei familiari e il concorso di altri parenti, la condizione economica si pone come coagulante insieme con i rapporti e le comunanze di cui s’è discorso.
Accanto al reazionario aperto, raro assai, troviamo il reazionario o il conservatore che alle proprie intime convinzioni giustappone un democraticismo spicciolo o un paternalismo bonario, generalmente ben accetto; accanto al ritirato o al distinto, al semiaristocratico, il semplice, l’uomo del popolo tra il popolo, dal quale evade nei ritagli di tempo libero, quando con i propri simili si ritrova e si qualifica.
Questi ceti emergenti tendono ad un aumento quantitativo: nuovi elementi si distaccano dallo strato sottostante, galleggiano fra strato e strato, tra fascia e fascia, a volte risucchiati in basso, a volte incapaci, nonostante la ricchezza conseguita, di dare un senso diverso alla loro vita. E tra i nuovi ricchi si annoverano anche uomini e famiglie di tendenza politica progressista, che conservano stretti legami con la base popolare, dalla quale risultano sovente, al di là dei mezzi e dei modi adoperati per esserlo, rappresentanti eletti o fiduciari.
Questo tema, della rappresentanza politica in generale, meriterebbe più ampio spazio: basti dire, però, che nonostante l’emigrazione o, se vogliamo, prescindendo da ogni valutazione qualitativa dell’emigrazione, l’orientamento politico a sinistra si è accentuato negli ultimi anni, se teniamo conto che nel 1951, nel periodo di piena guerra fredda, le urne consegnarono alle sinistre soltanto i Comuni di Aulla, Fosdinovo e Tresana.
La conquista di tante altre Amministrazioni Comunali, oltre che dell’Amministrazione Provinciale, e l’inclusione di tanti rappresentanti nei vari e numerosi organismi di vallata o locali, ha determinato una ricerca, da parte della sinistra — da parte delle altre forze, della D.C. soprattutto, la soluzione del problema dei quadri era ed è più facile, sia per averne ereditati dal passato sia per la militanza nelle proprie file di elementi almeno teoricamente qualificati di forze atte a garantire un contributo di idee e un apporto fattivo: in questa direzione i passi in avanti sono stati notevoli, anche se insufficienti, e gli esponenti maggiori appartengono alle categorie degli insegnanti, dei liberi professionisti, degli impiegati, ma vi sono eccezioni significative costituite dalla presenza, a volte in posti di rilevante importanza o di rappresentanza, di operai e di contadini.
Un discorso sulla classe politica che dal 1945 al 1975 ha esercitato la maggiore influenza nella Lunigiana interna — è l’era dell’egemonia cattolica, della D.C. e della « Coltivatori Diretti », via via erosa e poi incrinata — è ancora quasi tutto da scrivere in una con la ricerca delle responsabilità (responsabilità anche di chi, all’opposizione, in regime democratico può e deve offrire ogni più valido contributo) per il ritardo delle soluzioni dei problemi di vallata; soluzioni che, se adottate più tempestivamente, al di là delle persistenti visioni settoriali o localistiche, non avrebbero potuto certamente invertire il processo di disaggregazione (emigrazione, esodo dalla montagna e dalle campagne e relative conseguenze sul piano economico, sociale e culturale, determinato dalla politica nazionale), ma forse lo stesso processo avrebbero influenzato riuscendo a forme e a modi meno traumatici e quantitativamente rilevanti.
Ma il problema, in questa sede, parrebbe interessare incidentalmente e marginalmente, quasi che gli effetti dell’azione politica e amministrativa degli uomini non incidessero sulla situazione economica e sul tessuto sociale. Volendo in ogni modo dare per acquisito questo concetto senza scendere ad altre considerazioni, ci avvieremo a concludere i nostri appunti che non avevano e non hanno la pretesa di sortire ad una trattazione sistematica né di costituire alcun modello d’indagine sociologica.
La nuova stratificazione sociale nella Lunigiana interna non apparirà certamente, per gli spunti offerti con queste note, ben delineata né ben definita. In effetti, se è vero che alla riuscita di un saggio siffatto necessitano un’impostazione scientifica e un criterio metodologico che esulano dalle intenzioni di chi scrive — ma questo l’abbiamo fin troppe volte accennato — non può non porsi mente alla situazione di movimento verificata e verificabile in Italia e, per quanto ci preme, in Lunigiana. Non si tratta soltanto di mobilità sociale o, meglio, si tratta di una mobilità volta alla difficile impresa di non tagliare alle spalle i ponti che ancora ci legano alle radici contadine affondanti nei secoli, e di prefigurare una società ricomposta a misura dell’uomo in una dimensione e in forme diverse entro un territorio che la dissoluzione del vecchio assetto economico e la disgregazione del tessuto sociale con la conseguente emigrazione, l’esodo dalle campagne e la disoccupazione giovanile (contrastanti con le esigenze affioranti ormai di nuove braccia e di nuove menti per lo sfruttamento integrale delle risorse naturali della vallata) hanno demograficamente indebolito non soltanto ma esposto alla degradazione ambientale almeno in alcune sue plaghe. In altre, diremmo in molte, la natura conserva se non inalterati almeno sufficientemente non offuscati i suoi caratteri, elemento favorevole alla ripresa di un’attività agrosilvopastorale rinnovata e moderna e all’incremento turistico.
Una valorizzazione delle risorse naturali; l’individuazione d’iniziative artigianali e industriali compatibili con la salvaguardia dell’ambiente; l’accelerazione in buona sostanza del processo promozionale ed operativo della ripresa economica, che blocchi l’emigrazione e imponga un adeguato, sistematico e integrale sfruttamento delle risorse e della manodopera manuale e intellettuale non potranno non comportare una ricomposizione sociale con una stratificazione meno complessa e precaria. Astraendo dal concetto tradizionale di classi antagoniste, ben definite e quasi statiche nella loro antinomia, sembra ragionevole prefigurare un assestamento attraverso un definirsi e un qualificarsi dei vari ceti e gruppi, col configurarsi di una società più armonica ed equilibrata: ma questo è soltanto un auspicio ché, come avvertivamo all’inizio, il futuro non è facilmente ipotizzabile.
GIULIVO RICCI, Spunti introduttivi ad un’indagine sulla nuova stratificazione sociale nella Lunigiana interna, Cronaca e Storia di Val di Magra, anno VIII/IX, 1979/80, Aulla di Lunigiana, 1980
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina Facebook: Visita la Lunigiana….