di Pietro Bologna
L’ab. Emanuele Gerini nelle Memorie storiche d’ illustri scrittori e di uomini insigni dell’ antica e moderna Lunigiana (1) ci lasciò le biografie di tredici Vescovi appartenenti a famiglie di Pontremoli e del suo territorio, le quali non vanno esenti dagli errori e dai difetti che frequentemente s’incontrano in detta opera e sono all’autore da tutti rimproverati. Molte vuote parole di elogio espresse con forma ampollosa ed ingrata, facilita ad accogliere senza riserve e senza critica antiche favolose tradizioni, nessuna citazione delle fonti dalle quali furono tratte le notizie, epigrafi inventate, squarci attribuiti all’ Ughelli, il quale non si è mai neppur sognato di scriverli, ed altre cose di simil genere si riscontrano in quelle biografie. Già il Semeria ebbe notare che il Gerini “cita concili generali che non furono mai al mondo ; (2) e a proposito del Vescovo Bartolommeo Uggeri, dopo avere riportate le parole che il Gerini attribuisce all’ Ughelli, così conclude: “Io non conosco altro Ughelli che Ferdinando, monaco Cistercense, scrittore dell’ Italia Sacra; e certamente nel tomo IV di questa opera, in cui pone la serie dei Vescovi di Brugnato, al n.° XX, ed ove nomina Bartolomeo Oggerio, io non ho saputo trovare questa laude riportata dal Gerini. Se questo scrittore conosce un Ughelli diverso, e perchè non distinguerlo per quelli che lo ignorano?
Se poi intende l’autore dell’Italia Sacra, o perchè non citarne il volume o il libro da cui ha cavato quella iscrizione? sarebbe per avventura una composizione tutta falsa o cavata da altro scrittore? Lascio ad altri il giudicarlo (3)».
Rincresce veramente di dover fare questi appunti ad un uomo, nel quale non possono disconoscersi titoli di benemerenza verso la storia di Lunigiana, sia per essere egli stato uno dei primi a occuparsene con grande assiduità, sia per avere fatto ricerca e raccolta di memorie e documenti, parte dei quali, senza la sua premura, sarebbe andata perduta (4). Ma la verità e la precisione debbono essere pregi principalissimi della Storia, senza dei quali può avvenire, com’è avvenuto al Gerini, che si getti il dubbio e il discredito sugli stessi soggetti che si vogliono esaltare; od infatti, di due Vescovi della famiglia Galli, uno di Negroponte e l’altro di Guardialfiera, ch’egli per il primo fece conoscere 70 anni or sono colla citata sua opera abbastanza diffusa, non è stato tenuto conto da alcuno dei non pochi autori che successivamente si occuparono di questo ramo di storia ecclesiastica, importantissimo per la storia generale, specialmente del medio evo. E appunto nel cercare notizie di questi due vescovi, dei quali il Gerini fa ampi elogi, riportando, al solito, le parole dell’ Ughelli, dovemmo con meraviglia constatare che questo scrittore neppure li ricordò nella sua opera della Italia Sacra. E spingendo più innanzi le nostre indagini, acquistammo la certezza che queste errate o false citazioni si riscontrano in quasi tutti i ricordi biografici sopra citati. Perciò mentre era nostra intenzione di limitare il presente studio ai due Vescovi di casa Galli, ignoti all’ Ughelli (5), al Cappelletti, (6) e al Gams, (7) abbiamo poi pensato di riprodurre intera la serie dei Vescovi appartenenti a famiglie di Pontremoli e del suo territorio, per correggere gli errori, nei quali, involontariamente o no, è incorso il Gerini, e completare le notizie da esso date. Ci sembra che questo tenue lavoro non sarà affatto inutile, rimanendo per esso accertata la esistenza di alcuni Vescovi sconosciuti allo stesso Gerini e a’ cronisti pontremolesi, e avendovi raccolte notizie particolari, in parte inedite e in parte estratte da opere voluminose, che non si trovano in tutte le biblioteche, e che perciò non sono sempre di facile consultazione.
Vogliamo bensì avvertire che per molti dei soggetti illustrati, e specialmente per quelli che vissero anteriormente al secolo XVI, di ben poco aiuto ci furono gli archivi e le cronache locali, perchè, com’è noto, gli archivi pubblici di Pontremoli furono quasi totalmente distrutti nell’ incendio dato alla Terra dalle truppe di Carlo VIII nel 1495, e riguardo ai cronisti locali occorre consultarli con molta cautela quando si tratta di fatti compiuti in tempi da loro lontani.
Dell’ Archivio dei contratti si salvarono soltanto circa settanta protocolli, perchè si trovavano nelle case dei Notari. Non sarà inutile che qui riportiamo la esatta indicazione dei detti protocolli, col nome dei rispettivi notari.
Notaro BARBORINI BARTOLOMMEO q.m Gio., dal 1449 al 1453.Prot. n. 1
Notaro BROCATELLI Gio. Antonio, dal 1472 al 1510.Prot. n. 1
Notaro BELMESSERI CORRADINO q.m Geminiano, dal 1417 al 1436 Prot. N. 2
Notaro BELMESSERI GIROLAMO q.m Antonio dal 1457 al 1508. Prot. N. 18
Notaro BELMESSERI IACOPO q.m Girolamo, dal 1468 al 1520. Prot. N. 9
Notaro BELMESSERI PIETRO q.m Iacopo, dal 1492 al 1529. Prot. N. 5
Notaro CAMISANI FRANCESCO q.m Simone, dal 1487 al 1500. Prot. N. 3
Notaro ENREGHINI CARLO q.m Antonio, dal 1468 al 1500.Prot. N. 9
Notaro ENREGHINI ALBERICO q.m Antonio, dal 1483 al 1505 Prot. N. 2
Notaro PIZZATI GIO. LUCA q.m Pizzato, dal 1480 al 1496. Prot. N. 4
Notaro REGHINI PRANCESCO q.m . Pietro, dal 1487 al 1519.Prot.N. 7
Notaro TORTI GIO. GIACOMO q. m Giovanni, dal 1468 al 1478 Prot. N. 1
Notaro TRANCHEDINI FRANCESCO q. m Luca, dal 1487 al 1500.Prot. N. 7
Notaro UGGERI FEDERIGO q.m Bartolommeo, dal 1491 al 1519. Prot. N. 4
Notaro VILLANI ANTONINO q.”m …. dal 1452 al 1466. Prot. N. 1
Notaro VILLANI GIO. LORENZO q.m Batista, dal 1446 al 1450. Prot. N. 11
Vi sono poi i seguenti protocolli cominciati nel secolo XV posteriormente all’incendio:
Notaro SERATTI LACOPO q.m Gio. M., dal 1495 al 1538 Prot. N. 2
Notaro BELMESSERI MATTEO q.m Antonio, dal 1496 al 1498. Prot. N. 2
Notaro BELMESSERI GALEAZZO q.m Matteo, dal 1498 al 1532. Prot. N. 16
I.
Giacomo da Pontremoli
Vescovo di Brugnato
eletto nel 1300 circa (GERINI; II, 224)
Pontremoli dette non meno di cinque Vescovi alla Sede di Brugnato (Brugnatensis seu Brumacensis), piccolissima città, distante 14 miglia a maestro dalla Spezia e 18 da Sarzana. Brugnato fu anticamente un’ Abbazia di Benedettini, dipendente dai Vescovi di Luni, che si vuol fondata da San Colombano, o da uno dei suoi discepoli, riguardo alla quale si conosce un diploma di Carlo il Grasso del 4 aprile 881 (8).
Soppressa l’Abbazia, la sua chiesa dedicata a San Pietro, venne eretta in sede vescovile dal Pontefice Innocenzo II nel 1133, e dichiarata suffraganea della Metropolitana di Genova. In seguito Gregorio IX la riunì al Vescovato di Noli, ma nel 1245 Alessandro IV la ristabilì in sede autonoma; e così rimase finchè nel 1820 fu definitivamente riunita aeque principaliter all’ altra di Luni-Sarzana.
Tutto il territorio dell’antica Abbazia di Brugnato, la quale aveva molte possessioni e vasta giurisdizione (9), venne cosi ad essere avulso da quello dell’ antichissima Diocesi di Luni; e poichè dall’ Abbazia dipendevano la chiesa di S. Pietro situata alla estremità inferiore di Pontremoli e quella di S. Maria di Teglia in prossimità di Pontremoli, così queste due chiese passarono alla Diocesi di Brugnato, mentre le altre parrocchie di Pontremoli rimasero alla dipendenza di quella di Luni. In questa circostanza stette probabilmente una delle ragioni per cui i Pontremolesi occuparono di frequente la sede di Brugnato.
Primo dei cinque pontremolesi Vescovi di Brugnato fu un Giacomo da Pontremoli, del quale, secondo il Gerini, l’Ughelli avrebbe fatto memoria in questi termini: lacobus Pontremulensis ignotus genere, notus virtute, ad Brugnatensem Ecclesiam a Bonifatio VIII evectus fuit, quae cum summa laude sanctisq, exemplis per ann. XX feliciter recta, cessit e vita ann. D. MCCCXX.
Invece l’ Ughelli così ne scrisse molto concisamente: Iacobus de Pontremulo anno 1300. Obiit anno 1320, post cujus obitum a Capitulo electus est Bernardus Abbas Sancti Syri, lanuensis, Ord. S. Benedicti, tum in Curia Romana degens, qui electionem noluit acceptare (10).
Comunque sia, l’ elogio riportato dal Gerini, per quanto non appartenga all’ Ughelli, sembra sia giusto, come pure esatte sono le date, conforme ce ne assicurano anche altri scrittori, fra i quali il Semeria, che cosi ne scrisse: “ Giacomo, nativo di Pontremoli, che alcuni scrittori ritengono dell’antica famiglia dei Manganelli, fu promosso da Papa Bonifacio VIII alla Sede episcopale di Brugnato nell’anno 1300. Le pochissime memorie che di lui si sono trovate, asseriscono essere egli stato un prelato di vasto sapere e ottima condotta nel pastorale ministero. Ripieno di sante virtù credesi morto nel 1320 (11).
Non sappiamo su qual fondamento si attribuisca da alcuni questo Vescovo alla famiglia dei Manganelli; e neppure ci sono note le ragioni per le quali è da altri assegnato ai Reghini (12). Forse non sono che tradizioni, le quali trovano appoggio sull’antichità delle due famiglie. Certo è per altro che il Campi e gli altri cronisti pontremolesi lo designano semplicemente col nome di Giacomo da Pontremoli. Della famiglia Reghini diremo brevemente in altra occasione; quanto a quella dei Manganelli, sappiamo che fu ammessa sempre ai primi onori del paese, quantunque figuri assai poco nelle cronache. Sembra che si estinguesse nella prima metà del secolo XVIII.
II.
Girolamo Galli
Vescovo di Negroponte
anno 1300 circa (GERINI; 11, 226)
Di Girolamo di messer Opicino Galli, pontremolese, cosi scrisse l’ab. Gerini: “ Moltissima commendazione riscosse per l’ingegno suo, vita pietosa e gravità di costumi; ma singolar-mente si distinse nelle dottrine di filosofia e teologia, così che il Pontefice Clemente V nel 1305 lo inalzò alla cattedra Archiepiscopale di Negroponte…. L’ Ughelli in sua Italia Sacra lo celebra e riporta di lui la seguente laude: Hieronymus Gallus qui et Pellizarius vir ingenio, doctrina, pietate ac morum gravitate philosophicis atque theologicis scientiis praestantissimus ad archiepis. Negropontis evectus fuit dignit. an. D. MCCCV ».
Ci sembrò poco verosimile che nella Italia Sacra si potesse trovare elogiato un Arcivescovo di Negroponte, a meno che non avesse occupato anche qualche sede vescovile italiana: ciò non di meno facemmo pazienti ricerche negl’ indici di quella voluminosa opera, ma non vi trovammo ricordati nè Girolamo Galli, nè Negroponte. Spingemmo allora le nostre ricerche alle opere del Le Quien(13) e del Gams, e neppure in esse trovammo il nome del Galli tra i Vescovi Negropontini (14). Potemmo intanto rilevare una inesattezza del Gerini, constatando che la sede di Negroponte non era arcivescovile, ma semplicemente vescovile e suffraganea della Metropolitana di Atene.
Si presentano quindi naturali due domande:
1.ª dove ha attinto il Gerini la memoria di questo Girolamo Galli Arcivescovo, o meglio, Vescovo di Negroponte?
2. trova o può trovare posto questo Galli nella serie dei Vescovi Negropontini?
Rispondiamo in due distinti paragrafi a queste domande.
§ 1.
Nelle cronache Pontremolesi del Tranchedini e di Gio. Rolando Villani, e negli Extracta ex chronacis antiquis del Ferrari non è fatta parola, per quanto sappiamo, di Girolamo Galli, Vescovo di Negroponte (15). Il primo a parlarne fu il P. Bernardino Campi, che lo ricordo con parole presso a poco uguali nei diversi suoi lavori storici, che rimangono manoscritti. Riportiamo quanto ne lasciò scritto nelle Memorie historiche di Pontremoli: « An. 1305. Non poco lustro recò alla patria, da tanti tumulti e sanguinose risse sconvolta, Girolamo figlio di Opizzino Pellizari, hora dei Galli, di Pontremoli, soggetto ornato di ogni genere di virtù, ma singolarmente eccellentissimo nella filosofia e teologia, per le di cui rare qualità fu assunto alla cattedra archiepiscopale di Negroponte ».
Anche l’editore delle opere del P. Gio. Pietro Pinamonti, impresse a Parma, nel 1710, per Paolo Monti all’ insegna della Fede, nella lettera di dedica di quella edizione ai Sindaci del Comune di Pontremoli, ricordò tra gli uomini illustri e notevoli di quella Terra il nostro Girolamo, Arcivescovo di Negroponte.
Dalle Memorie del Campi deve sicuramente aver preso notizia il Gerini di questo Vescovo. Ma l’autorità del Campi e dell’editore delle opere del P. Pinamonti, che scrissero 400 anni dopo l’epoca in cui visse il Vescovo Galli, non è, secondo noi, sufficiente a dare piena sicurezza, se non venga sostenuta da qualche riscontro più antico, o almeno dalla cognizione della fonte a cui quelli scrittori attinsero la notizia, tanto più che il secondo quasi sicuramente la ebbe dal primo. Tentammo allora di fare qualche ricerca nell’ Archivio della famiglia Galli, oggi estinta, ma inutilmente, perchè quell’archivio è andato in gran parte disperso. Soltanto ci avvenne di trovare nell’ Archivio di Stato di Firenze (16) un fascicolo contenente diverse copie di documenti relativi a quella famiglia, prodotte da Antonio Galli allorchè chiese di essere ascritto al patriziato di Pisa nel 1771. Ivi è la copia, autenticata dal notaro Lorenzo Canossa di Pontremoli, del seguente brano di un documento ch’ esisteva presso il predetto Antonio Galli, col titolo: Domini Ioannis Laurentii de Gallis posteritati familiae Gallorum epistola. Sembra che questa Epistola, oggi perduta o smarrita, contenesse gli antichi ricordi e la descrizione genealogica della famiglia Galli, giacchè il notaro così copiò:
…..Omissis reliquis in descriptione genealogiae praedictae familiae, sequitur ut infra, videlicet: — “ Ex Hieronymo natus est Thomas et Opicinus, ex Opicino Ioannes utr. jur. doct. ac HIERONYMUS PHILOSOPHUS THEOLOGUSQ PRAECLARISSIMUS QUI AD DIGNITATEM EPISCOPALEM ECCLESIAE NEGROPONTIS SUBLIMATUS EST. HUNC LEO VILLANUS DE QUO SUPRA IN PRAEDICTA CIVITATE VIDIT ET ALLOCUUTUS EST ».
Fra i detti documenti esiste pure un atto di notorietà firmato da alcuni fra i più vecchi di Pontremoli, facienti fede che il “detto Gio. Lorenzo fu Vicario Apostolico diLucca l’anno 1527 col titolo di Conte Palatino». Riguardo al quale possiamo aggiungere la indicazione dei seguenti due documenti esistenti nello Archivio Notarile di Pontremoli: 1.º Istrumento de’ 22 febbraio 1545 rog. Gio. Rolando Villani col quale l’Arciprete Gio. Lorenzo del fu Corrado dei Galli, Cavaliere e Conte Palatino legittimò la Maria figlia naturale del prete Medardo q. Berezini di Rossano e della Pasquina di Filippo Tozzi della Val di Taro. 2.° Istrumento del 9 maggio 1551 rog. Ser. Gio. Matteo q.m Federigo Uggeri col quale “Reverendus juris utriusque doctor D. Io. Laur. de Gallis de Pontr. Archip. plebis sanctorum Nerei et Achillei…. “stipulò un contratto di locazione.
L’antica tradizione conservata nella famiglia Galli e registrata da Gio. Lorenzo nella sua Epistola, è l’unica giustificazione o prova che ci è stato possibile di ritrovare circa la esistenza del nostro Vescovo di Negroponte; ed essa, secondo noi, deve essere stata il fondamento della notizia che ne dette il Campi. La qual prova, in mancanza di altri documenti, non è priva d’importanza, quantunque possa sembrare in sè stessa un poco deficiente, sia perchè Gio. Lorenzo Galli visse dugento anni più tardi, sia perchè egli non cita altra testimonianza che quella di Leone Villani che in Negroponte vide il Vescovo Girolamo e con lui parlò. Ma chi era questo Leone Villani? Se si ritrovasse il testo della Epistola nella sua integrità, si riuscirebbe forse a saperlo, perchè nel brano riportato sta scritto: Leo Villanus, de quo supra; ma frattanto dobbiamo dire non esserci noto un Leone Villani che potesse trovarsi nel 1305 in Negroponte. Gl’individui conosciuti di quella famiglia. che portano tal nome, sono tutti d’assai posteriori. Ciò bensì non esclude che sia esistito anche un Leone Villani contemporaneo del Vescovo. Comunque sia, Gio. Lorenzo Galli non potè certo raccogliere dalla bocca di questo Leone Villani la notizia della esistenza in Negroponte del suo antenato Vescovo, ma dovė registrare quanto aveva sentito dire dai più vecchi della sua famiglia.
Secondo il Campi, il cognome di questo Vescovo non sarebbe Galli, ma Pellizzari, o de’ Giudici. Nelle Memorie historiche lo designa come Girolamo figlio di Opizino Pellizari, hora dei Galli, e nelle Memorie delle famiglie Pontremolesi come flieronymus Opizini de ludicibus filius: e in queste stesse Memorie aggiunge: Iudicum seu de Pelliciaris, aut de Gallis, una et eadem familia Pontremuli fuit praeclara. A tal proposito deve avvertirsi come sia vecchia tradizione locale, registrata da tutti i cronisti, che un’antichissima famiglia pontremolese detta Pellizzari de Giudici, la memoria della quale si perde nelle favole dell’origine della città, cambiasse per causa di eredità il proprio cognome in quello di Galli. Cosi infatti scrisse l’annalista Gio. Rolando Villani: «An. 1486- Conradus Pellizzarius de Iudicibus a lacobo <Gallo instituitur haeres, cum hoc quod in posterum sua familia de Gallis denominetur ». Se questa data, segnata dal Villani, sia giusta non sappiamo; anzi abbiamo ragione di dubitarne per diversi riscontri, fra i quali il più evidente è questo; che essa non si concilia col fatto che il medico Antonio, stipite certo della famiglia esistita fino ai nostri giorni, era designato nel 1475 col cognome di Galli e non con quello di Pellizzari, come apparisce dalle lettere a lui dirette in quell’anno da Antonio Ivani. Ad ogni modo nulla osta a ritenere che in epoca ignota una famiglia Galli s’ innestasse a quella dei Pellizzari o Giudici, e continuasse per mezzo di essa. Se poi il nostro Vescovo appartenesse all’ una o all’ altra di queste due famiglie è impossibile determinare in mezzo alla confusione, agli anacronismi e anche alle non poche favole che si riscontrano nei cronisti pontremolesi. Ciò del resto poco interessa, perchè oramai egli è conosciuto come Galli, e lo stesso Gio. Lorenzo lo inserì nella sua Genealogia Gallorum.
Per altro, avuto riguardo alla circostanza che il Villani, nato nel 1510, scrisse probabilmente i suoi Annali mentre Gio. Lorenzo era ancor vivo, e potè per conseguenza avere da lui notizie dirette sulla famiglia Galli, o almeno fu in grado di conoscere l’Epistola citata, apparisce un poco strano che errasse in quella data e neppure ricordasse, discorrendo della famiglia Galli, il Vescovo di Negroponte. Ma la precisione non fece mai merito al Villani, e forse non fu pregio neppure della Epistola di Gio. Lorenzo, il quale non la scrisse con uno scopo storico, ma soltanto per porre in essere un documento domestico che valesse allora e in seguito a soddisfare l’amor proprio e, sia pure, l’ambizione legittima sua e de’ suoi; la qual cosa, specialmente a quei tempi, lo dispensava dall’ usare troppo rigore nella sua narrazione.
La famiglia Galli, nell’epoca in cui viveva Gio. Lorenzo, era salita in molta considerazione per diversi uomini assai notevoli, dei quali ci è rimasta sicura memoria. Fu primo quell’ Antonio Galli medico, che ho già ricordato, persona abbastanza autorevole, che fu in corrispondenza con l’umanista Antonio Ivani di Sarzana17), il quale, secondo che noi pensiamo, è quello stesso Antonio da Pontremoli, che nel 1461 era professore di fisica naturale nella Università di Pavia(18). Figli di Antonio furono Ottaviano e Francesco. Da Ottaviano, che fu dottore di leggi e Podestà di Parma eletto per due anni con patente 31 gennaio 1518, ed ebbe in moglie Polis-sena dal dott. Bernardino Villani, nacque Galeazzo, giureconsulto esso pure e privilegiato di nobiltà e d’arme, col titolo di cavaliere aurato, dall’imperatore Carlo V con diploma 20 marzo 1530. Da Francesco, medico rinomatissimo, lettore nella Università di Pisa, ove mori nel 1547), che ebbe in moglie Gabriella Villani, nacque Giorgio lettore di logica e Rettore nella stessa Università, morto giovanissimo e sepolto insieme al padre, con iscrizione che tuttora si conserva, nella chiesa di S. Caterina di Pisa(20). Nell’ epoca stessa viveva Oppicino Galli, agnato dei suddetti, Vescovo di Guar-dialfiera nel regno di Napoli, (di cui discorreremo in seguito), il quale nel 1503 consacrò la chiesa di S. Francesco di Pontremoli, ed era zio del nostro Gio. Lorenzo, insignito del titolo di Cavaliere e Conte Palatino.
È naturale, riportandosi specialmente agli usi e alle tendenze di quei tempi, che i Galli non contenti della nobiltà nuova, che si erano procurata coll’ingegno e coll’esercizio di uffici onorevolissimi, andassero in cerca di avi illustri, tanto nel cognome antico dei Pellizzari o Giudici, quanto in quello di recente acquisito dei Galli. E Gio. Lorenzo dovė appunto raccogliere con questo scopo nella citata Epistola quanto trovò o intese sulla propria famiglia, senza forse molto distinguere fra Pellizzari e Galli, e senza preoccuparsi gran fatto della critica e delle date. A lui bastava di poter stabilire le origini della famiglia nell’antichità, come apparisce dalle seguenti ampollose parole riportate nell’ estratto della lettera: Antiquitatis vis adeo apud quemlibet valuit, ut qui aliquem laudare voluerunt, summo studio ab ea exordium sumpserint: Homines enim quanto antiquiori tempore fuerunt, tanto melioris aetatis indulgentia fuisse creduntur. Eo magis cum corum memoriam per multos annos extare videamus.
Con ciò non intendiamo di togliere fede alla testimonianza di Gio. Lorenzo Galli circa la esistenza del suo antenato Vescovo di Negroponte, tanto più che, come vedremo fra poco, quella esistenza è conciliabile colla serie dei Vescovi Negropontini; ma soltanto vogliamo mettere in chiara luce l’indole e il valore della testimonianza stessa, mancando ogni altro appoggio o prova documentale diretta. E per la verità è giusto aggiungere che nel caso nostro il difetto di prova documentale diretta non è circostanza che debba in-durci a tenere in poco conto, come prova indiretta e di sussidio, la testimonianza di Gio. Lorenzo Galli, perchè tutti sanno che l’incendio di Pontremoli del 1495 fu causa della distruzione quasi completa di ogni antica memoria locale; per la qual cosa se il nostro Vescovo Galli non appartenne, come sembra, ad alcuno di quelli ordini monastici dei quali si hanno annali e notizie raccolte in gran copia, sarebbe stato impossibile di averne in altro modo conoscenza.
$ 2.
Diamo adesso risposta all’altra domanda, se, cioè, trova posto questo Galli nella serie dei Vescovi Negropontini. Non sappiamo su quale autorità il Campi stabilisse nell’anno 1305 la elezione di Girolamo Galli a Vescovo di Negroponte, e molto meno potremmo garantire l’aggiunta fatta dal Gerini, che, cioè, questa elezione avvenisse sotto Clemente V, il quale fu coronato Papa a Lione nel 14 novembre di detto anno. Crediamo che quella data possa accettarsi solo approssimativamente; infatti il Campi in un’ altro suo lavoro (21) scrisse: Hieronymus Opizini de ludicibus filius, et praedicti Hieronymi ex patre nepos, philosophus theologusque praeclarissimus, ob ejus singulares virtutes ad Archiepiscopalem Ecclesiae Negrop. dignit. fuit sublimatus anno circiter…. (qui manca l’anno perchè nell’ originale è guasta la pagina).
Anche ammettendo come tassativa e precisa la data del 1305, il Galli troverebbe posto nella serie dei Vescovi di Negroponte, ma tanto più largamente ve lo trova se si ritenga la data stessa come approssimativa.
Il Le Quien dà la seguente serie dei Vescovi di Ne-groponte:
I. TEODORUS (an. 1208).
II. N. N…..?
III. N. N…..? (an. 1263).
IV. N. N…..? (an. 1295).
A questo quarto Vescovo, del quale è ignoto il nome, fa il Le Quien il seguente commento: OLDOINUS, Hist. Rom. Et DD. Cardinalium, tom 2 – sub Nicolao III – col. 230 num 9 , edit. Rom. 1677– ubi de Iacob. Columna Card. Refert inscriptionem olim in ecclesia S. Mariae in via Lata affixam , et ex Vaticano cod. editam a Floravante Martinelloi, in qua legitur – IN NOMINE DOMINI AMEN. ANNO DOMINI 1295 PONTIFICATUS DOMINI BONIFACII VIII. PP. (ANNO 1) INDICT. IX, MENSE DECEMBRIS, DIE 6, IN FESTO S. NICOLAI, CONSACRATIO ISTIUS ALTARIS SANCTI NICOLAI, FACTA FUIT PER EPISCOPUM NIGROPONTENSEM DE MANDATO D. JACOBI DE COLUMNA DIACONI CARDINALIS SANCTAE MARIAE IN VIA LATA, CUI ISTA ECCLESIA ERAT IN TEMPORALIBUS ET SPIRITUALIBUS COMMENDATA etc. etc. ».
V. GUALCHERIUS sive GUALTERUS.
VI. NICOLAUS.
E qui il Le Quien di nuovo osserva: “Gualcherius sive Gualterus iste, episcopus Nigropontensis is esse videtur, ad quem, ut ad multos alios praesules, Clemens V suas direxit literas enciclycas datas Pictavis pridie idus (id est die 12) augusti, anno 3, Christi 1307, ut eos inviitaret ad Concilium Viennense – ivi – In eodem modo Archiepiscopo Atheniensi, et Episcopis, etc. Mandamus « quatenus vos fratres, Archiepiscope, et Nigropontensis et Reonnensis Episcopi, etc. tom. XI, Concil. Labb. part. 2, ivi col. 1548 C.- Obiit anno 1313, aut 1314 – Clemens enim, audita eius morte, Nigropontensis Ecclesiae administrationem Nicolao Patriarchae Constantinopolitano ritus latini contulit, ut ex eius redditionis suam posset Patriarcalem sustinere dignitatem: hanc etiam sedem in posterum cum eo patriarchatu voluit coniungi, quandiu Constantinopolis sub schismaticorum Graecorum potestatem detineretur. Ita refert Raynaldus ad annum 1314, Num. XI (22) ».
Riepilogando, sono queste le date riportate dal Le Quien:
Nel 1295 un Vescovo di Negroponte, di cui è ignoto il nome, consacrò, per mandato del Cardinale Colonna, l’altare di S. Niccolò nella chiesa di S. Maria in Via Lata in Roma.
Nel 1307 era Vescovo conosciuto di Negroponte un Gualchiero o Gualterio, che morì nel 1313 o nel 1314.
Nel 1314 la Chiesa Vescovile di Negroponte fu data in amministrazione a Niccolò Patriarca di Costantinopoli, e quindi riunita definitivamente a quel Patriarcato.
Ciò posto, nulla osterebbe ad ammettere la elezione del Galli nel 1305, come scrisse il Campi, nel qual caso egli avrebbe occupato la cattedra per poco tempo, trovandosi che nel 1307 era Vescovo Gualterio. Ma essendo più probabile che quella data sia approssimativa, può ritenersi, o che egli sia quel Vescovo innominato di Negroponte che nel 1295 consacrò, per mandato del Cardinale Iacopo Colonna, l’ altare di S. Niccolò nella chiesa di S. Maria in Via Lata in Roma, o che occupasse la cattedra fra il 1295 e il 1307, succedendo al predetto Vescovo innominato.
III
Fra Lodovico Gandolfi
dell’ Ordine dei Minori di S. Francesco Vescovo di Brugnato
anno 1363-1390 (GERINI; II, 230)
Il Gerini, accogliendo e facendo sua una delle tante storielle tradizionali registrate alla leggera dagli antichi cronisti e ripetuta dal Campi, dice che la famiglia Gandolfi fino dal 941 della era Cristiana passò dal castello di Villafranca ad abitare in Pontremoli; e perciò ritenne che questo Vescovo fosse pontremolese, confermando anche la sua asserzione con la seguente iscrizione lapidaria, che dice riportata dall’ Ughelli, il quale, secondo il solito, non ne seppe niente. D. O. M. LUDOVICUS GANDULEUS PONTREMULENS. | AB ADOLESCENTIA IN BENEDICTIONIBUS DULCEDINIS A DIO PRAEVENTUS | REGULAM FRATR. MINORUM PROFESSUS EST DOCTRINA AC MORUM HONESTATE ORDINEM VALDE ILLUSTRAVIT AB URBANO V PONTIFICE MAXIMO AD BRUGNATENSEM CATHEDRAM ELATUS EST ANNIS MCCCLXIII. Овiiт PONTREMULI ANN. MCCCXCI.
Per altro due iscrizioni non dubbie esistenti nella chiesa di S. Francesco di Pontremoli, che in appresso riporteremo, fanno ritenere per certo che questo Vescovo era nativo di Villafranca di Lunigiana, e che per conseguenza la sua famiglia si trapiantasse in Pontremoli assai più tardi di quanto dicono i cronisti. Se ne trovano infatti memorie sicure soltanto nel secolo XVI in un Gio. Battista Gandolfi, che nel 1570 militò con altri pontremolesi sulle galere di Spagna condotte da Andrea D’Oria contro i Turchi nella guerra mossa da questi ai Veneziani per il regno di Cipro(23); e in un dott. Cortese o Cortesio, consigliere del Comune di Pontremoli, al quale fu affidato un incarico per il governatore di Milano (24).
Il nostro Gandolfi, entrato da giovine nell’ Ordine dei Minori, fu inalzato alla cattedra Vescovile di Brugnato da Urbano V il 23 giugno 1363; (25) intervenne il 5 maggio 1375 al Concilio provinciale celebrato dall’ Arcivescovo di Genova Andrea Turriano; e rettamente governò la diocesi per quasi ventisette anni, dimorando molto tempo in Pontremoli, ove morì il 1. maggio 1390 (26) e non nel 1391, come scrisse il Gerini. Il Campi poi dice che in Pontremoli comprò una casa nella parrocchia di S. Colombano, aggiungendo, che « si veggono ancora al presente le armi sopra la porta di detta casa, hora abitata da Carlo Alessandro Galli ».
Nell’ ultimo restauro della chiesa di S. Francesco di Pontremoli, compiuto nel 1897, sotto il gradino dell’altare presso il terzo pilastro della navata di sinistra fu trovata una lapida con la seguente iscrizione in bei caratteri gotici antichi: hec est sepultura fris ludovici de villafranca ordis minoru dei gra. brugnatensis e.pi d.po d.pi. Questa iscrizione coprì probabilmente per qualche tempo il sepolcro o deposito provvisorio del Vescovo Gandolfi, giacché ci sembra che le parole e.pi d.po d.pi significhino: episcopi (in) deposito depositi. Infatti un’ altra iscrizione in questa stessa chiesa indica la sepoltura che certo fu definitiva. Essa pure è in caratteri gotici antichi e belli, e sta in alto nella parete, sopra la pila di destra dell’ acqua benedetta, e sotto lo stemma dei Gandolfi, posto in mezzo a due mitre e due pastorali, consistente in uno scudo palato d’azzurro e d’argento, traversato da una banda d’oro. L’iscrizione è la seguente:
Hic est sepultura venerabilis viri fratris ludovici de gandulfis de vilafranca ordinis fratrum minorum et episcopi brugnatensis qui obiit anno d.ni MCCCLXXXX die primo mai cuius anima….. Cosi finisce troncata la iscrizione, mancando probabilmente le parole: requiescat in pace (27). II Campi lasciò scritto che gli fu inalzato un onorevole monumento in cui sta scolpita la sua imagine in abito di frate minore: ma veramente, meno che le due iscrizioni sopra riportate, nessun altro ricordo di questo vescovo esiste oggi in San Francesco.
IV.
Giovanni Gabbrielli
Vescovo di Massa Marittima nel 1391-Arcivescovo di Pisa nol 1394
(GERINI; II, 232)
Di questo prelato daremo breve notizia colle parole dell’annalista pisano Paolo Tronci, il quale sotto l’anno 1394 lascio scritto: “Fu creato Arcivescovo di Pisa Giovanni Gabrielli di Pontremoli, il quale, essendo cappellano di Papa Bonifacio (IX), fu nel 1391 fatto Vescovo di Massa, poi mandato legato in Polonia; e tornato con felice successo dalla legazione, da Sua Santità fu promosso alla Chiesa Primaziale di Pisa il di 11 settembre di questo presente anno 1394 ». E sotto l’anno 1400: « Mori Giovanni Gabrielli, Arcivescovo di Pisa, e fu sepolto in camposanto nella sepoltura degli Arcivescovi. Il P. Ughelli nel terzo tomo della sua Italia Sacra pone il seguente epitaffio, credo destinatogli, non messo in opera: D. O. M. Joanni Gabriello pontremulensi I viro nobili, omniumq. Virtutum genere cultissimo | Quem ob singularem fidem animiq. candorem | Bonifacius IX Pont. Max. | Massanae Episcopum fecit I Mox in Poloniam et Lituaniam ad Ladislaum Regem Equitesq. Teutonicos Legatum misit | Legatione feliciter obita | ad Metropolitanam Ecclesiam Pisanam evexit | Desiit esse omnibus eximie charus | anno reparatae salutis MCCCC I Gentiles eius P. P.” (28).
Queste date del Tronci concordano con quelle registrate da tutti gli altri scrittori, e qui con più precisione le riassumiamo. Il Gabrielli fu eletto Vescovo di Massa Marittima il 28 novembre 1391; venne traslocato alla Sede Arcivescovile di Pisa il di 11 settembre 1394, e ne prese possesso il di 8 novembre dello stesso anno. Mori il 25 giugno 1400 (29).
La famiglia Gabrielli, oggi estinta, fu antichissima in Pontremoli e si trova rappresentata nei primari uffizi del Comune. Le cronache ricordano anche un Sinibaldo Gabrielli, capitano nelle truppe di Ferdinando II Granduca di Toscana, che dimostrò singolar valore nella guerra detta dei Barberini nel 1643, pei Ducati di Castro e Ronciglione.
V.
Tommaso Enreghini
Vescovo di Brugnato
(1418-1488) (GERINI; 11, 238)
Gli Enreghini, oggi Reghini, furono antichissimi e potenti in Pontremoli. Lasciando da parte le favole dei cronisti pontremolesi sulla origine delle loro principali famiglie, è certo, quanto agli Enreghini, che nella seconda metà del secolo XIII essi capitanavano la fazione guelfa contro i Filippi, che stavano a capo di quella ghibellina. Leggesi infatti in tutte le antiche cronache che Pietro Enreghini fu cacciato da Pontremoli insieme coi suoi fratelli e con altri della fazione guelfa nel 1288 da Manfredi Malaspina Marchese di Filattiera, il quale, sostenendo il partito dei Filippi, s’impadronì di Pontremoli, e ne assunse il governo, tenendolo fino al 1293, nel quale anno ne fu cacciato dagli stessi Enreghini, aiutati dai Parmigiani (30). Anche nei secoli successivi la famiglia degli Enreghini, divisa in molte diramazioni, conservò la sua autorità e potenza, prendendo parte principale a tutte le vicende di Pontremoli, e distinguendosi per uomini notevoli nelle armi e nelle magistrature. Ebbero anticamente cavalieri di Malta, dei SS. Maurizio e Lazzaro, e di S. Stefano. Due delle accennate diramazioni esistono tuttora; e una di esse ha aggiunto al cognome dei Reghini, quello dei Costa, per il matrimonio di Alberico di Carlo con Olimpia Costa, avvenuto nel 1583, ed è decorata del titolo comitale, come proveniente da Carlo di Albertino Reghini creato Conte Palatino con tutti i suoi discendenti da Clemente VII con breve 10 maggio 1529.
Due Vescovi uscirono da questa illustre famiglia: Cesare, che occupò la Sede di Sarsina, del quale sarà fatto ricordo in appresso (31), e Tommaso, Vescovo di Brugnato.
Di Tommaso si sa che fu monaco Benedettino, e resse come Priore il monastero di Fabriano nella Diocesi di Parma, finchè fu inalzato da Martino V, nel decembre 1418, alla Sede Vescovile di Brugnato. Sembra che, nei primi anni almeno del suo episcopato, risedesse in Pontremoli e s’interessasse alle vicende politiche del paese, aderendo ai Fieschi, che in quel tempo avevano Signoria in Pontremoli. Trovasi infatti che morto Luca Fieschi, si venne nel di 5 febbraio 1419 alla divisione delle terre e beni della sua eredità, fra Antonio di detto Luca e Gio. Lodovico del q.m Antonio. Toccò ad Antonio il castello di Cacciaguerra con il Castelnuovo, il castello di Grondola con quello di Zeri e Borgo di Val di Taro; a Gio. Lodovico tocco il castello del Piagnaro di Pontremoli, il Castel del Bosco in Lombardia, con quelli di Tizzano e di Bedusio, e si divisero altresi le porte di Pontremoli. L’istrumento di tal divisione fu rogato da Corradino Belmesseri, notaio, in Pontremoli, nella casa di detto Antonio Fiesco, posta nel vicinato di S. Niccolo, presenti il rev. in Cristo Padre e dottore de’ Decreti, D. Tommaso degli Enreghini di Pontremoli, Vescovo di Brugnato, il ven. uomo sig. Zanetto del quond. Egidio arciprete della Pieve, figlio del quond. Gio. de’ Varesi, e lo spettabile ed egregio uomo sig. Antonio del quond. Oliviero Del Fiesco Conte di Lavagna(32) ».
E nella lega promossa in quei tempi dai Fiorentini contro il Visconti, alla quale aderirono anche i Fieschi, mandando nel Genovesato un grosso corpo di gente, levata principalmente da Pontremoli, sembra che il nostro Vescovo si adoperasse per favorirla, prendendo principal parte ai relativi atti compiuti. Ed invero, nell’Accomandigia che Gio. Luigi Fieschi fece colla Repubblica Fiorentina, rappresentata da Astore di Niccolò Gianni e Giovanni di Maffeo Barberini Commissarj dei Dieci di Balia nelle parti di Lunigiana, fra i molti personaggi che opposero la firma al relativo atto stipulato il 19 giugno 1424 in Territorio Filateria in Silva castanearum supra molendinum loco dicto Castiglione, figura D. Tomma de Arighinis de Pontremulo episcopo Brinigatonensi) ». Fu poi quest’Accomandigia ratificata a Sarzana nel 3 maggio 1425, e quindi pubblicata con gran festa a Pontremoli, alla presenza di testimoni qualificati, fra i quali lo stesso Vescovo Enreghini, come si legge nelle Memorie del Campi, sotto la data del 1425; « Grande era in questi tempi la potenza di Gio. Maria (34) Visconti, Duca di Milano e Sig. di Genova; laonde temendone di molto i Fiorentini, fecero lega con molti Principi d’Italia, e singolarmente con Gian Luigi Fieschi figlio di Antonio e Signore di Pontremoli, il quale, il primo di novembre, inviò a quella Repubblica Antonio Fieschi, allora Potestà di Pontremoli, per ratificarla in nome suo e di tutta la famiglia Fiesca. Fu poi tal lega pubblicata con gran giubilo e fuochi di allegrezza nella piazza maggiore di Pontremoli, alla presenza di qualificati testimoni, fra’ quali il principale fu Mons. Tommaso Reghini di Pontremoli, huomo in quei tempi dotato di singulare merito e virtù; il quale essendo monaco e priore del monastero di Fabiano nel Parmigiano, il dí 1.º di decembre dell’anno 1418 fu da Martino V eletto Vescovo di Brugnato (35) ».
Il Gerini scrisse altresì che il nostro Vescovo « tanto si rese noto e distinto, che nel giugno del 1427, per lettere della Repubblica Fiorentina, con esimia lode raccomandossi alla Repubblica Senese». Non sappiamo perchè e in qual circostanza gli fossero rilasciate queste lettere commendatizie, non essendo uso dell’ egregio scrittore di citare i fonti a cui attinse i fatti riportati; ma forse non sarà in-fondata la supposizione ch’egli si recasse a Siena in servizio dei Fieschi.
Nel 1428 fu l’Enreghini nominato Vicario del Vescovo di Modena, ritenendo sempre la Sede Vescovile di Brugnato. Scrisse il Campi, e ripetè il Gerini, ch’egli ebbe questa vicaria perchè la Diocesi di Brugnato era campo troppo angusto al di lui vasto talento; ma forse può credersi che, essendo i Fieschi venuti in odio ai Pontremolesi, tanto che questi sollecitarono il Duca di Milano a farsi loro Signore, come di fatto avvenne nel 1430, l’ Enreghini credesse prudente di allontanarsi da Pontremoli, sollecitando, come giusto pretesto, la sua nomina a Vicario del Vescovo di Modena. Comunque sia, è certo ch’egli continuò ad occupare la sede di Brugnato e reggerne la diocesi, fino alla morte, che fu nel 1438(36).
È ricordato questo Vescovo dall’ Ughelli (IV, 987), ma con parole affatto diverse da quelle riportate, come sue, dal Gerini, dal Cappelletti (XIII, 470), dal Gams (pag. 818) e dal Semeria (II, 167).
VI.
Fra Giovanni da Pontremoli
dell’ Ordine dei Minori di San Francesco Arcivescovo di Tebe
anno 1418 (ignoto al GERINI)
Dopo che nel 1204 la quarta Crociata, promossa da Innocenzo III, s’ impadronì di Costantinopoli, il territorio del nuovo impero latino fu diviso in otto sedi metropolitane, le quali continuarono anche sotto l’Impero Greco, fondato in seguito dai Paleologhi, finchè i Turchi non ripresero Costantinopoli nel 1453. Queste Sedi furono: Atene, Patrasso, Corinto, Tebe, Larissa, Tessalonica, Filippi e Serra.
Ad una di esse, Tebe, fu eletto da Martino V nel 1418 un Giovanni da Pontremoli. Né dà notizia il Wadding, e dopo di lui il Le Quien con le seguenti parole:
ARCHIEPISCOPI THEDARUM
……………………………………..
XIV. IOHANNES.
Sede Thebana vacante per obitum lacobi, huic praefertus est a Martino V die 19 febr. 1418 Fr. IOHANNES DE PONTREMULO, minorita, in sacra pagina magister. Ita praefatus Wadding ad eum annum, etc. (37)….
Non si sa per quanto tempo egli occupasse la cattedra, perchè con la sun elezione si chiudono le notizie, ed anche si chiude la serie conosciuta degli Arcivescovi di Tebe (38).
Questo prelato è ignoto ai cronisti pontremolesi, e perciò anche al Gerini, dai quali egli attinse principalmente le sue notizie (39). Lo stesso Campi, francescano esso pure, non lo ricorda; e questo suo silenzio, mentre può spiegarsi col fatto ch’ egli, morto nel 1716, non poté consultare l’opera del Le Quien, uscita nel 1740, e forse non ebbe agio di vedere la prima edizione del Wadding, dimostra bensì che in Pontremoli si era perduta affatto la memoria del nostro Arcivescovo Giovanni. Da ciò sembra potersi concludere che questo frate, certamente illustre per la dottrina e per la dignità di cui fu rivestito, appartenne a famiglia poco nota e forse del contado, e che, partito in età giovanile e rimasto sempre lontano dal suo paese in servizio dell’ Ordine, finisse coll’ essere dimenticato dai suoi concittadini.
VII.
Antonio Raijgaforche degli Ugèri
Vescovo di Brugnato
anno 1438-1467 (GERINI; II, 237)
Questo Vescovo è ricordato dall’ Ughelli colle seguenti parole: ANTONIUS VERGAFALCIS, Rector Ecclesiae S. Mariae de Prachiola, Lunensis Dioecesis, successit Thomae (40) anno 1438. XI. Kal. martii). Con lo stesso cognome di Vergafalce lo designarono, seguendo l’ Ughelli, il Cappelletti e il Gams).
Il P. Campi nelle Memorie historiche di Pontremoli, sotto l’anno 1446, cosi invece ne scrisse: « Fioriva in questi tempi Antonio Vergafalce o Raijgaforche o degli Ugeri, della Valle d’ Antena, giurisdizione di Pontremoli, il quale per le sue rare virtù et eccellente dottrina, essendo Rettore di Pracchiola, pure giurisdizione di Pontremoli, fu assunto alla cattedra di Brugnato ».
Finalmente il Gerini, trascurando tutti gli altri cognomi, lo chiamo soltanto Antonio Uggèri, senza accennarne la ragione.
Queste diverse designazioni lasciarono finora molta in-certezza sul vero cognome del Vescovo, e fecero dubitare se veramente appartenesse alla famiglia Uggèri; anzi il cognome di Vergafalce, adottato dall’ Ughelli e ammesso da tutti gli altri scrittori più autorevoli, fece ritenere quasi generalmente ch’egli non avesse nulla che fare colla detta famiglia. Ma il buon Campi, che certamente vide gli atti notarili da noi esaminati, avea dato nel segno, chiamandolo Antonio Raijgaforche o degli Ugèri; solo vi aggiunse anche il cognome Vergafalce, che il Vescovo non ebbe mai, per identificarne la persona con quella ricordata dallo Ughelli.
In alcuni fra i pochissimi protocolli dell’ Archivio notarile di Pontremoli scampati all’ incendio del 1495, abbiamo fortunatamente trovato diversi istrumenti che servirono mettere insieme un alberetto della famiglia dalla quale usci il nostro Vescovo. Lo riproduciamo subito, con le relative giustificazioni, stando in esso la prova indubitata di quanto asserì il Campi (43).

1) FRANCESCHINO Q. JOAN. PICININI DE PRACHIOLA.
Pr. Matteus Rector Eccl. S. Geminiani de Pont.lo Caperellanus et Gubernator Spedaleti de Prachiola allogó per nove anni tutte le terre campive e boschive di esso Spedaletto a Francischino q.m Joan. Picinini de Prachiola. (Istrum. 19 marzo 1459. Not. Girolamo q. m ser Antonio Belmesseri. Reg. I, e. 82.
2) GIOVANNI Q. CORADINE OLIM PICININI DE PRACHIOLA.
Magdalena q.m Antonii Nozardi de Grondula uxor q.m Iohan. q.m Coradini olim Picinini de Prachiola ricevé dal prete Matteo de Ugeriis de Prachiola, rectore eccl. S. Geminiani, lire nove moneta di Pontremoli come resto della sua dote; qual somma il prete Matteo pagò per la parte sua e per quella di Bartolommeo suo fratello. (Istrum. 28 novembre 1468, Not. Jacopo q.m Girolamo Belmesseri. Prot. B. n.” 2 с. 42.
3) BARTOLOMEO DE RAIJGAFURCHIS Q.M MATTEI OLIM IOAN. PICININI DE PRACHIOLA.
a) Ioannes filius q.m Maraffi olim Sacromori de Pon.lo per se et suos heredes… dedit, vendidit et tradidit Bartolomeo filio q.m Mathei olim Iohan. Picinini de Prachiola burgensi et habitatori Pontr.li etc…. (Istrum. di compra e vendita del 27 luglio 1470. Not. Ser Girolamo q. S. Ant. Belmesseri. Prot. F., n.º 6 a c. 141.
È da avvertire che nella rubrica del detto protocollo, ov’è richiamato questo contratto, si legge: Emptio Bartolomei de Rugeris a Ioanne Maraffi.
b) D.na Catharina de valezonchata soror q.m presbiteri Antonii, ricevé fiorini tredici da Bartolomeo de Ugeriis, nipote Rev.di Episcopi Brugnatensis, il quale pagò pro q.m Rev.do Episcopo suprascripto; della qual somma Rev. dictus erat debitor dieti Revdi presbiteri Antonii occasione servitutis. (Istrum. 7 genn. 1468. Not. Iacopo q.m Ser Girolamo Belmesseri. Prot. B., n. 2 a c. 32.
c) dall’istrumento 4 luglio 1468, ricordato al seguente n.º 4, resulta che questo Bartolommeo chiamavasi anche de Raijgafurchis.
4) GIOVANNI PICININO DI BARTOLOMMEO RAIJGAFORCHE.
Joannes Anselmi de Groppodaloxio…. constituit, creavit et ordinavit suum verum, legitimum et indubitatum procuratorem Joannem Picininum filium Bartholomei de Raijgafurchis de Prachiola, etc. In fine: Actum Pontremoli in vicinia Sancti Geminiani ad stratam ante apothecam Fran-cisci q. Bernardi Ugolini, praesentibus Io. Francischo Geronimo Bozi et Geronimo Ugolini testib. (Istrum. 4 luglio 1468, Not. Ser Jacopo q. Ser Girolamo Belmesseri. Prot. A. n. 1. c. 12.
5) MATTEO DE UGERIIS O DE RUGERIIS DE PRACHIOLA, rettore della chiesa di S. Gemignano di Pontremoli.
a) Istrumento già citato al n.º 1, del 19 marzo 1549, rog. Girolamo Belmesseri, col quale il prete Matteo come cappellano e governatore dello Spedaletto di Pracchiola allogó le terre di detto Spedaletto a Franceschino q.m Ioan. Picinini.
b) Istrumento gin citato al n.º 2, del 28 novembre 1468, rog. lacopo Belmesseri, col quale il prete Matteo pagò per sé e per il fratello Bartolommeo un resto di dote a Maddalena Nozardi vedova di Giovanni q.m Coradino olim Picinini.
c) Istrumento 22 giugno 1476 in atti del not. Girolamo q.m Antonio Belmesseri (Prot. O. n.” 14, c. 33′) col quale: Venerabilis presbiter Mathacus filius q. Mathaei de rugeriis rector ecclesiae S. Geminiani de Pontremulo affitto per nove anni un pezzo di terra presso Arzelato.
6) ANTONIO DE RAIJGAFURCIS O DEGLI UGERI. VESCOVO di Brugnato.
a) In un protocollo di atti ecclesiastici, rogati da Ser Gio. Lorenzo Villani q.m Antonino, che va dal 1 giugno 1446 al 15 ottobre 1450, sotto di 11 giugno 1448, trovasi un atto al quale interviene. D. A. de Raijgafurcis dei gratia Episc. Brugnatensis et Comes…. et Plebis de Qualiponte judex delegatus.
Da tutti questi documenti è chiaramente dimostrato che i cognomi Raijgaforche ed Ugeri erano attribuiti indistintamente alla famiglia del Vescovo Antonio; e per conseguenza si spiega come anch’esso trovisi designato con l’uno e con l’altro cognome. In alcuni contratti è scritto Rugeri invece di Ugeri, o per svista del notaro, o perchè veramente si confondeva nell’uso l’una con l’altra parola.
Della famiglia pontremolese Ugèri o Uggèri si vanta la grande antichità, ed invero nel volume degli Statuti di Pontremoli al lib. V, car. 120 t, in un documento di rettificazione di confini degli agri comunali nei monti di Vignola e di Cervara, portante la data del 13 agosto 1284, si trova scritto: “tantum dicimus pertinere de jure ad D. Gerardum Ogerii ». Che questo sia il progenitore o uno dei progenitori degli Uggèri è stato già asserito, ma noi ci guarderemo dall’assicurarlo, trovandoci una lacuna di quasi 200 anni dall’epoca in cui visse il detto Gerardo a quella in cui comincia a farsi nota per documenti la famiglia Uggèri.
b) In alcuni frammenti, che stanno uniti al detto protocollo, in una carta segnata 8 trovasi un’atto del 1466 nel quale comparisce Antonius de Ugeriis de Pontremulo Dei et S. Apostolicae Sedis gratia Episcopus Brugnatensis, in hac parte judex compromissarius apostolicus delegatus.
c) In un fascicoletto scompleto e in parte assai logoro, che sta insieme al detto protocollo, è scritto un processo dibattuto innanzi al Ve scovo Antonio, che incomincia in questi termini: In nomine Dei amen…. incarnat. Mo. ccccLxvj. Indict.x…. primo octobris. Spectabilis et egregius juris utriusque legum doctor D Iulianus, Ser Corradinus, Ser Antonius et Ser Bartholomeus omnes de Villani de Pontr. executores testamenti q.m Mag. Thomae de Villani de Pontr.lo vigore instrumenti scripti et rogati de quo infra etc…… Constituti in presentia Reverendissimi in Christo Patris D.ni D.ni Antonii de Ugeriis de Pontremulo nec non mei notari et testium infrascriptorum etc.
Notisi che il detto protocollo segnato A, n.º 1, coi citati frammenti e col fascicolo del processo Villani, contenenti atti ecclesiastici dei tempi del Vescovo Antonio, rimasero lungamente presso la famiglia Uggèri, finchè un tal Giulio Uggèri nel sec. XVIII li consegnò allo Archivio notarile per la loro migliore conservazione, come risulta da una nota manoscritta sul cartone contenente il protocollo.
d) In un registro del not. Gio. Giacomo Torti q.” Giovanni, che va dal 1468 al 1478, e che è il solo rimasto del notaro stesso, trovasi a principio un foglio staccato, segnato 15, frammento rimasto di un precedente protocollo, sul quale leggesi parte di un istrumento Actum in solita residentia Episcopali Sti Petri, con cui, essendo morto il Vescovo Antonio, vien messo in possesso della Chiesa di Brugnato il cherico brugnatense Bartolommeo, in ordine alla Bolla di Papa Paolo (II.): anno incarnat. dominicae 1467, X kal. januarios Pontif. nostri an. IV. nella quale è detto:. Ecel. Brugnatensis per obitum bonae memoriae Antonii Episcopi Brugnatensis extra Romanam curiam defuncti, pastoris solacio destitute, de persona dilecti filii Bartolomei clerici Brugnatensis duximus auct. apostolica Epus et Pastor, etc….
Riguardo ai tempi anteriori all’ incendio del 1495 sono distrutti quasi tutti i documenti che potrebbero dar luce sulle famiglie pontremolesi, e non restano che le favole raccontato con meravigliosa credulità dai cronisti; per cui è inutile affatto e sarebbe temerario perdersi in induzioni e supposizioni per indovinare quello che esse erano prima della seconda metà del secolo XV, fatta solo eccezione di pochissime che han lasciato tracce nella storia generale del paese, ma delle quali sarebbe sempre impossibile compilare ordinate genealogie.
Questa sorte comune alle famiglie pontremolesi pesa anche su quella degli Uggèri. È chiaro pei documenti prodotti che essa era di Pracchiola, piccolissimo casolare con parrocchia nella Valle d’Antena sotto il monte Orsaio, a cui, specialmente a quei tempi, non poteva accordarsi neppure il titolo di villaggio o castello (44).
Per altro si ha sicurezza che contemporanei al Vescovo Antonio furono altri Uggėri meritevoli di ricordanza, fra i quali un altro Antonio, giureconsulto assai riputato, che, secondo asserisce il Campi, fu nel 1449 Lettore ordinario d’Istituta nella Università di Pavia; e un terzo Antonio, medico, che tenne carteggio con l’umanista Antonio Ivani di Sarzana, tra le lettere del quale, che si leggono in un codice ms. della Biblioteca Comunale di detta città, sono ad esso Uggèri indirizzate quelle del lib. I che portano i N. 115, 146, 178, 190 e 208. Ma il più notevole fu Angelo, giureconsulto, del quale tenne parola Giovanni Sforza nell’ Avvertenza che precede la Epistola Peregrini de Belmesseris. Noi riporteremo quanto ne lasciò scritto il Campi nelle Memorie storiche di Pontremoli, sotto l’anno 1502, raccontando il suo infelice fine. “Caso degno di gran compassione fu quello avvenne il dì 11 di gennaio al dott. Angelo Uggèrio, il quale, portandosi in compagnia di altri pontromolesi a Milano per interessi di questa Comunità, fu assalito nel fosso sopra Montelungo da molti assassini, i quali, dandogli molte ferite, lo lasciarono morto nelle braccia dei compagni, che ne portarono il cadavere a Pontremoli con pianto e spavento di tutta la terra. Gli autori di un sì grave e nefando assassinio, fuggendo, furono banditi di forca, i quali tutti in breve tempo fecero una fine infelice. Il suddetto Angelo Uggerio era amicissimo di Ludovico Bolognini di Bologna, pubblico lettore della ragion civile, cavaliere aurato ed avvocato concistoriale del Sacro Palazzo Apostolico, in lode del quale dedicò egli alcuni versi all’ imp. Massimiliano, e scrisse una lunga ed eloquente lettera latina a Melchiorre Zanetti, molto commendandogli il dotto commento fatto da esso Lodovico al privilegio concesso da Teodosio imperatore allo Studio di Bologna, e negli uni e nell’ altro spicca egregiamente la virtù di detto Uggerio, come può vedersi nell’ indice della prima parte della Historia di Bologna del Cherubino nella parola privilegio ».
Quali rapporti di parentela esistessero fra questi Uggèri ora ricordati e il Vescovo Antonio è impossibile determinare in mancanza di documenti. Forse essi appartennero ad un ramo della famiglia trasferito poco prima a Pontremoli, ove, lasciati tutti gli altri prenomi o soprannomi che li distinguevano a Pracchiola, aveano già preso e fermato il cognome che la famiglia tenne definitivamente.
Gli Uggèri aggiunsero più tardi al proprio il cognome di Nocetti, in forza di un atto del 15 gennaio 1779, col quale Bernardino del q.m dott. Carlo Nocetti di Pontremoli, non avendo discendenti, concesse ai suoi nepoti ex sorore, Antonio Maria Ferdani e Giulio Uggeri e loro successori, di assumere il cognome e l’arme.
L’arme degli Uggèri fu un cane levriero rampante, d’argento, con collare d’oro, che tiene sopra una delle zampe anteriori una colonna d’argento, con sopra un cuore d’oro, tutto in campo rosso. L’arme dei Nocetti consiste nello scudo partito; a destra campo d’oro con un noce verde, con pedano naturale, sradicato; a sinistra campo d’argento con tre bande azzurre.
La famiglia Uggèri si estinse nella linea maschile ai nostri giorni, con la morte del cav. Eleonoro, gentiluomo assai culto, che fu Conservatore dell’ Archivio dei Contratti di Pontremoli. La unica figlia di lui sposó il cav. Giovanni Betta.
Ritornando al nostro Vescovo, correggeremo un errore del Campi, il quale scrisse che governò la diocesi con ottimo esempio e sollecitudine per lo spazio di 34 anni, come consta dagli atti di ser Gio. Pietro Villani notaro collegiale di Pontremoli, suo cancelliere (45). Tutti gli scrittori sono concordi nel ritenere ch’egli successe nella cattedra a Tommaso Enreghini nel 19 febbraio 1438, e mancò nel 1467, essendo stato eletto in questo anno Bartolommeo Uggèri. Egli quindi governò la Diocesi per 29 anni e non per 34 (46).
Il Gerini, che questa volta ci risparmia un’epigrafe o un elogio latino, composto da quel suo Ughelli, che nessuno conosce, scrisse che il nostro Antonio « reggendo la chiesa di Pracchiola fu da Roma delegato in gravi incumbenze di ecclesiastici affari ; ma di ciò non abbiamo trovato alcun ricordo, come pure nulla sappiamo di altri fatti e circostanze della sua vita. Soltanto il Faje descrivendo i funerali fatti con grande magnificenza in Bagnone al Marchese Giorgio Malaspina di quel luogo, dice che v’ intervenne anche il Vescovo di Brugnato, che in quel tempo era appunto il nostro Antonio. Ecco le sue parole: « Questo dì 22 de zugno 1450, in lunedì, in su l’ora de 22 ore, è morto meser Giorgio marchexe da Bagnone, el quale era mio conpare. Dio li perdona. El martedì matina se sepelite e foghe li altri Marchexi del Terzero; ciò fu meser Bartolome da Margrato e meser Dondazo da Traschié e meser Nicolò da Feletera e grande parte deli omeni del Terzero e preti asay. E anco da Verguleta ghe uene 10 homeni e dononoghe quatro dopioni; e da per tutto el Terzero ge uene dopioni, cioè hognu Comune portava queli dela sua chiexa a farli honore, che in soma sono dopioni trenta. E a di ultimo d’aghosto veniante meser Spineta, suo fradelo, si li à fato dire lo setimo, ed eravi dele persone ben quatrocento a le mese. E al dixinare aueua fato grande prouedimento: carne de uitela bela, ben pexi XXX e ben sedici stare de pan, polami e altre coxe, como se richiede a simili homeni « come ci era. Eraui el uesco de Brugnadi e dui frati e hotanta preti prexenti; e doni ge fu fato asay dal Mar-chexe da Fiuizano, dal Marchexe da Fosdenouo, dali uomini del Terzero. Uua quareta de’ formento per focho se coghiete, e sapiati che el Terzero fa cinquecento fochi e più » (47).
VIII.
Bartolommeo Uggèri
Vescovo di Brugnato anno 1467-1479 (GERINI; II, 237)
Il Cappelletti, fondandosi probabilmente sopra un passo degli Annali Bolognesi pubblicati dal Muratori, che in seguito riporteremo, ritenne che questo Vescovo fosse di Reggio. Infatti cosi ne scrisse: Nel 1467 fu eletto (alla Chiesa di Brugnato) il reggiano Bartolomeo Uggorio (sic), Pievano di Saliceto, luogo antichissimo presso Pontremoli » (48). Ci sembra per altro che senza alcun dubbio debba esso ritenersi come pontremolese, non solo perchè i cronisti locali lo qualificano come tale, e lo dicono appartenente alla famiglia Uggèri, ma anche perchè lo stesso Ughelli esplicitamente dice: Bartholomaeus de Ugeriis de Pontremulo an. 1472 (49).
La data della sua elezione, fissata dal Cappelletti nel 1467, ha piena conferma dallo istrumento ai rogiti del notaro Gio. Giacomo Torti, da noi già citato discorrendo del precedente Vescovo, col quale il nostro Bartolommeo fu messo in possesso della Chiesa. Anzi dalla Bolla pontificia di elezione, riportata in detto istrumento, nella quale Bartolommeo è chiamato clericus Brugnatensis, si ha un’altra ragione per escludere ch’egli fosse reggiano, e anche per confermare ch’egli era pontremolese, potendosi ragionevolmente supporre che fosse addetto al clero del suo parente Vescovo Antonio, che teneva residenza nella chiesa di San Pietro di Pontremoli.
Il Campi lasciò scritto che il Vescovo Bartolommeo Uggèri era dottissimo; e questa circostanza ci fa pensare ch’ egli possa essere quello stesso Bartolommeo da Pontremoli che il 12 aprile 1446 fu chiamato dalla Repubblica di Lucca a insegnare per un anno la grammatica nelle pubbliche scuole di quella città, con lo stipendio di cinque fiorini al mese; e il 20 febbraio del 1447 venne confermato per altri due anni, da cominciare finita la prima condotta, avendo dato buona prova di scienza e dottrina (50).
I Vescovi di Brugnato quasi mai abitarono nella piccolissima città, capoluogo della loro diocesi, piccolissima anch’essa, preferendo quasi costantemente di risedere a Sestri Levante, ch’era il paese più importante del territorio soggetto alla loro giurisdizione (51).
Non pochi di essi per altro debbono avere riseduto in Pontremoli, almeno per buona parte dell’anno, approfittando della circostanza di avervi giurisdizione sulle parrocchie di S. Pietro entro la Terra e di S. Maria Assunta di Teglia, come altrove si è detto; e specialmente debbono avervi riseduto i Vescovi appartenenti a famiglie di Pontremoli e del suo territorio. Senza dire del Gandolfi, che vi ebbe casa propria, e vi morì, e fu sepolto in S. Francesco, è notevole che in molti atti solenni, taluni dei quali inerenti al ministero episcopale, compiuti in Pontremoli, si veggono figurare Vescovi di Brugnato e non quelli di Luni-Sarzana, dai quali Pontremoli dipendeva. Di sei nuove chiese erette in Pontremoli dal 1474 al 1723, una soltanto fu consacrata da un Vescovo di Luni-Sarzana, mentre tutte le altre furono consacrate dai Vescovi di Brugnato. Infatti il nostro Bartolommeo Uggèri pose la prima pietra della SS. Annunziata nel 1474, e Filippo Sauli, altro Vescovo di Brugnato, la consacrò il 16 ottobre 1524.
Francesco Motino, Vescovo di Brugnato, consacrò la nuova chiesa dei Carmelitani il 9 ottobre 1611.
Gio. Battista Salvago, Vescovo di Luni-Sarzana, consacrò San Colombano il 20 novembre 1622.
Francesco Durazzo, Vescovo di Brugnato, consacrò San Giacomo dell’ Altopascio il 15 ottobre 1641.
Gio. Battista da Diece, Vescovo di Brugnato, consacrò la chiesa dei Cappuccini il 24 agosto 1664.
Leopoldo Lomellini, Vescovo di Brugnato, per delegazione di Mons. Antonio Spinola, Vescovo di Luni-Sarzana, consacrò la nuova cattedrale il 6 ottobre 1723.
Di più, si è anche visto che Tommaso Enreghini intervenne ad alcuni atti solenni compiuti dai Fieschi in Pontremoli, e il Raijgaforche assistè ai grandiosi funerali del Marchese di Bagnone; cose che probabilmente non avrebbero fatte se la loro abituale dimora fosse stata a Brugnato, o a Sestri Levante, luoghi assai lontani.
Quanto poi al nostro Uggèri è provato che teneva, la sua residenza in Pontremoli da due documenti, cioè: – dallo atto di possesso della Mensa, stipulato in Pontremoli) in solita residentia episcopali Sancti Petri (52), ai rogiti del notaro pontremolese Gio. Giacomo Torti; e dalla Bolla di Sisto IV, del 16 settembre 1474, relativa alla creazione del Convento della SS. Annunziata, la quale è a lui diretta con le seguenti parole: Venerabili Fratri Bartholommaco Episcopo Brugnotensi in Terra Pontremoli Lunensis Dioecesis residenti, salutem (53). É un poco strano che, specialmente nella occasione in cui s’inalzó il più grande monumento, e forse anche il più pregevole che sia in Pontremoli, tutto fosse preparato e fatto dal Vescovo di Brugnato, il quale ne pose anche la prima pietra. Ma convien riflettere che la sede di Luni-Sarzana era allora occupata da Antonio Maria Parentucelli, della famiglia di Niccolò V, il quale visse per molto tempo a Roma aspirando a più alti onori, ed ivi morì; e per conseguenza poco si curò della Diocesi. Si aggiunga che la vastità di essa avrà consigliato il Parentucelli e gli altri Vescovi Lunensi a rilasciare o delegare certi atti di meno stretta giurisdizione ai Vescovi di Brugnato, i quali dal canto loro avevano maggiore comodità nella residenza a Pontremoli.
Il Gerini, riportando un passo dello ignoto suo Ughelli, tace dell’amministrazione della Diocesi di Bologna tenuta dall’ Uggèri; e fissa erroneamente nel 1487 la data della di lui morte, senza neppure ricordare il modo tragico nel quale avvenne. Suppliremo e correggeremo colle parole del Cappelletti: « A lui (Uggeri) fu anche affidata in amministrazione la diocesi di Bologna in qualità di coadiutore del Cardinale Filippo Calandrini, Vescovo di quella Chiesa. E continuò nello stesso ufficio anche sotto il successore Cardinale Francesco Gonzaga, a cui la Chiesa Bolognese era stata concessa in amministrazione (54): anzi l’esercizio di qesto impiego da lui con troppa soverità sostenuto, fu cagione della sua morte: imperocchè recatosi a Cento, provocó a tanto sdegno quei castellani, che gli si avventarono addosso e lo ammazzarono (55). Del quale avvenimento tragico ci assicurano gli Annali Bolognesi presso il Muratori, con le seguenti parole: Anno 1479 Episcopus « Brugnatensis de Regio cum vices gerebat Episcopi Bononiensis, in castro Centi propter suum rigidum regnum a « quibusdam occisus est: duo ex occisoribus Bononiam ex Ferraria ducti suspensi sunt (56).
Mori adunque il Vescovo Uggèri nel 1479, e non nel 1487 come scrisse il Gerini.
IX.
Matteo da Pontremoli
Vescovo titolare di Tana
anno 1473-1475 (Ignoto a tutti i cronisti Pontremolesi e al GERINI)
Negli atti di ser Carlo q. m Antonio Enreghini, che si conservano nell’ Archivio notarile di Pontremoli, fra i pochi volumi scampati all’incendio del 1495, e precisamente nel protocollo segnato H, n.º 8, trovansi diversi instrumenti relativi a questo vescovo, il quale è così designato: Reverendus in Christo pater et D. D. Matthaeus de Pontremulo Dei et Apostolicae Sedis gratia Episcopus Thanensis. Ch’ egli fosse semplicemente Vescovo titolare, o, come anche si dice, Vescovo in partibus, è fuori di ogni dubbio. La Ecclesia Episcopalis Tanensis, come osservarono diversi scrittori, ebbe sede nella città di Tana o Tane (da non confondersi con l’altra città di Tanis in Egitto), la quale era proxima ad littora Ponti Euxini ad Tanaim fluvium juxta paludem Meotidem et fluvium Tanaim; e fu suffraganea di Serra, una delle otto grandi sedi metropolitane d’Oriente, che cessarono allorchè i Turchi ripresero Costantinopoli nel 1453. Infatti il sesto e ultimo Vescovo effettivo conosciuto di questa Chiesa fu un Basilio dell’ Ordine di S. Francesco, eletto il di 11 novembre 1439 (57).
Gli atti relativi a questo Vescovo che abbiamo trovati nel citato protocollo dello Enreghini sono i seguenti:
An. 1473 14 febbraio (a c. 6 t).
Il Vescovo Matteo nella sua qualità di Commendatario della chiesa di San Giorgio di Pontremoli (58), assistendo personalmente all’ atto, concesse in affitto un mulino a Lodovico q. m Francesco Brati di Pontremoli.
An. 1475 23 settembre (a c. 60°).
Nobilis et egregius vir D. Leonardus de Collis de Alexandria honorabilis collateralis magnifici et generosi legum Doctoris D. Domini Borini de Collis de Alexandria dignissimi ducalis Commissarj ac Potestatis terrae Pontremuli, immesse in possesso della chiesa di S. Lorenzo di Zeri e del benefizio di S. Marco, eretto nel castello stesso (59), honorabilem virum presbiterum Melchionem filium Antonioti de castello Ziri procuratore del Vescovo Matteo commendatario della chiesa e del benefizio suddetti.
An. 1475 4 novembre (a c. 67).
Lorenzo de’ Tranchedini di Pontremoli, come procuratore del Vescovo Matteo commendatario della chiesa di S. Lorenzo e S. Maria di Zeri, concesse in affitto per tre anni un pezzo di terra a Carteleto figlio di Franceschino di Coloreta di Zeri.
An. 1475 12 novembre (а с. 68).
Alla presenza del sopracitato Leonardo de’ Colli di Alessandria, collaterale del Commissario ducale e Potestà di Pontremoli Borino de’ Colli, il Vescovo Matteo fu immesso in possesso delle chiese di S. Andrea di Scorcetoli e di S. Marin Maddalena de imo Caprio, delle quali era commendatario.
6 decembre (nc. 72). An. 1475
Il Vescovo Matteo nella sua qualità di commendatario delle chiese di S. Andrea di Scorcetoli (60 e di S. Maria Maddalena di Caprio (61) creò suo cappellano nelle chiese stesse il prete Biagio di Suvero, abitante in Pontremoli, con incarico di riscuotere le entrate di dette chiese e ‘obbligo di sodisfare a tutte le funzioni di parroco, assegnandogli la mercede o salario annuale di fiorini 24 e non più, moneta di Pontremoli, e rilasciandogli, oltre il detto salario, le oblazioni che si faranno agli altari, coi consueti oneri.
An. 1475 15 settembre (a c. 73′).
Il Vescovo Matteo, come commendatario della chiesa di San Lorenzo di Zeri, dette e consegnò presbitero Melchioni filio Antonioti de castello Ziri eius capellano in dicta ecclesia un calice di argento, un messale e diversi altri arredi sacri.
An. 1475-20 decembre (а с. 74).
Bernardinus filius Antolini de Cerreto de Burgo Vallis Tari, procurator R. D. Episcopi Thanensis, costituì e ordinò Pietro del fu Antonio Magoni del Castello di Zeri e Luca del fu Guglielmino Levacchini come massari e procuratori della chiesa di S. Lorenzo di Zeri, della quale era commendatario il suddetto Vescovo fratello del detto Bernardino.
Da questi atti, in conclusione risulta:
1.º che il nostro Vescovo, quantunque fosse designato col nome di Matteo da Pontremoli, era figlio di un Antolino da Cerreto di Borgo Val di Taro.
2.º che teneva in commenda quattro chiese e un benefizio semplice nel territorio di Pontremoli, cioè la chiesa di S. Giorgio fuori di Pontremoli, la chiesa di S. Lorenzo di Zeri, quella di S. Andrea di Scorcetoli, l’altra di S. Maria Maddalena di Caprio, e il benefizio di San Marco nel Castello di Zeri.
È strano veramente che di un Vescovo, il quale sfruttava così largamente le rendite ecclesiastiche del distretto, nessuna memoria si trovi nelle cronache pontremolesi, e specialmente in quella del Campi, ricercatore assai diligente di notizie relative a cose e persone religiose; tanto più che appunto in quel tempo (an. 1474) il paese era commosso e in gran da fare per la fondazione del grandioso tempio della SS. Annunziata, per cui sarebbe da credersi che un Vescovo pontremolese avrebbe dovuto in qualche modo partecipare a quella commozione e figurare in quel movimento.
Ma se è strano che del Vescovo Matteo tacciano i cronisti, non è strano nè può fare meraviglia che in lui si comulassero le rendite di tanti benefizi (e forse quelli sopra indicati non erano i soli), perchè è noto come a quei tempi fosse invalso l’abuso d’ impinguare in tal modo l’alto clero a scapito dell’ inferiore, e con danno del culto, giacchè l’ adempimento degli obblighi religiosi veniva dai commendatari affidato, o meglio si direbbe affittato, per poche lire a poveri preti che appena ci campavano la vita.
Generalmente favorivansi con queste concessioni gli ecclesiastici appartenenti a famiglie cospicue e potenti, o quelli che erano divenuti autorevoli ed influenti in curia; ma il Vescovo Matteo non sembra veramente che avesse titoli di tal genere per ottenere siffatto favore, perchè nato di umile condizione ed ignoto affatto per uffici importanti che abbia sostenuti. D’altra parte le rendite delle dette quattro chiese e del benefizio di S. Marco non dovevano essere tanto laute, da poter concludere che, tolta la sodisfazione degli obblighi, egli vi si potesse arricchire.
Piuttosto noi vogliamo fare una supposizione, che ci sembra non disprezzabile nella mancanza assoluta di notizie su questo Vescovo. Data la sua origine abbastanza umile, e tenuto conto della designazione sua di Matteo da Pontremoli, senz’alcun cenno di cognome, può credersi ch’egli si ascrivesse da giovane a qualche Ordine religioso, e perciò rimanesse lungamente assente e forse dimenticato in patria: in seguito, o per servizi resi all’ Ordine, o nelle missioni, o per qualsiasi altro motivo, si meritasse di essere elevato alla dignità vescovile, per sostenere la quale, essendo egli privo di mezzi, avesse in commenda le dette chiese, e quindi si recasse per poco tempo a Pontremoli al solo scopo di dar sesto agl’ interessi relativi. Infatti apparisce dagl’ istrumenti citati che la sua presenza in Pontremoli fu precaria e saltuaria, e talvolta stipulò per mezzo di procuratore. Così si spiegherebbe anche che, non avendo egli lasciata traccia di sè in Pontremoli, ad eccezione di quei pochi contratti d’interesse tutto particolare che vi stipulo, i cronisti e specialmente il Campi non ne avessero notizia.
X.
Opicino Galli
Vescovo di Guardialfiera
Anno 1503 (GERINI; 11, 246)
II P. Bernardino Campi nelle Memorie delle famiglie pontremolesi così scrisse riguardo a questo Vescovo: « Reverendissimus Opicinus de Gallis praedicti Iacobi quartus genitus, ad Curiam Romanam missus, ab eminentissimo Laurentio Cybo Beneventano Archiepiscopo, qui Innocentii VIII « Pontificis maximi nepos extitit, Vicarius Generalis Beneventi constituitur, eiusque regimini praeponitur, quo in loco « per annos supra viginti continuos permansit, cui, ut eius laboribus praemia redderet, nonnulla ecclesiastica beneficia « contulit…. ab Alexandro VI Pontifice maximo Ecclesiae «Guardiensis in Regno vir pius episcopus eligitur, in cuius electione fuerunt ea, quae Leo Imperator, Lib. 1 Tit. de Episcopis et clericis, mandat fieri in Antistitis electione. Auno domini 1505 die vigesima prima decembris consecravit ecclesiam Sancti Francisci Pontremuli, iam a Comunitate « anno 1487 ampliatam, ut constat ex lapide in dicta ecclesia posito ».
E nelle Memorie historiche di Pontremoli ripete il Campi presso a poco le stesse cose colle seguenti parole: «……. il dott. Opicino Galli, dopo aver dato per più anni nella Corte romana gran saggio del suo raro sapere e felice ingegno, dal Cardinale Lorenzo Cybo, nipote d’Innocenzo VIII et Arcivescovo di Benevento, fu eletto Vicario Generale di quella insigne metropoli, nella qual carica si esercitò con singolar lode et universale sodisfazione per lo spazio di 36 anni; in ricompensa di sì illustre fatica, oltre all’essere stato arrichito dal medesimo Cardinale di molti benefizi ecclesiastici, mentre godeva alquanto di riposo nella patria, senza sua saputa, fu ad istanza del detto Cardinale da Alessandro VI eletto Vescovo di Guardia nel Regno, qual diocesi governò egli per più anni, non meno con singolare prudenza che con ottimi esempi. Ritrovandosi l’anno 1505 in Pontremoli, consacrò la nuova chiesa dei Minori Conventuali di S. Francesco, già dalla prodiga e pia liberalità dei Poutremolesi edificata ».
Non riportiamo tutto l’ampolloso elogio di questo Vescovo scritto dal Gerini, ma soltanto il ricordo che secondo lui, ne fece l’ Ughelli nella Italia Sacra, e che a noi non è riuscito di ritrovare: « Oppicinus Gallus pontremulens. generis nobilitate, morum suavitate, doctrina ac pietate valde commendatus – a Pio III infula sacra Guardiae exornatus ecclesiam Divi Francisci Pontremuli consecr. an. MDV. Super gregem suum per plures annos magna prudentia invigilans opetiit ».
Le sole notizie nuove che dà il Gerini, sono, (ci rincresce il dirlo) tre nuove inesattezze, contenute in quattro versi, avendo egli scritto che « per 36 anni esercito (il Galli) con indicibil gloria la carica di Vicario Generale del Cardinale Innocenzo Cibo Arcivescovo di Benevento; e dopo sì lungo servizio per il Pontefice Pio III fu alla sacra mitra inalzato nel 1501 ». Pio III (Francesco Todeschini Piccolomini, nipote di Pio II per parte di una sorella) fu proclamato pontefice ai 22 settembre 1503; quindi, se il Galli fu eletto Vescovo nel 1501, la qual cosa può benissimo ammettersi, come fra poco vedremo, questa elezione si deve ad Alessandro VI, in conformità di quanto scrisse il Campi, e non a Pio III. Di più, il Gerini confuse Lorenzo con Innocenzo Cibo, ambedue cardinali. Il primo, figlio di un fratello d’ Innocenzo VIII, fu Arcivescovo di Benevento dal 1486 al 1501, ossia per 15 anni; e di esso potè essere Vicario Generale il Galli, ma non per 36 anni: il secondo era figlio di Franceschetto Cibo e di Maddalena de’ Medici, e venne decorato della sacra porpora da Leone X dopo il 1513, mentre era ancor giovinetto.
Nessuna memoria di questo Vescovo si trova negli scrittori; e a sostegno del ricordo che ne hanno fatto i cronisti pontremolesi e il Gerini, non si aveva finora che la iscrizione commemorativa della consacrazione della chiesa di San Francesco di Pontremoli, già esistente nella chiesa stessa sopra la pila dell’acqua benedetta, ed ora trasferita, dopo i recenti restauri, insieme con altre iscrizioni per la maggior parte sepolcrali, nelle pareti presso la porta d’ingresso della chiesa, e che è della forma e del tenore seguenti, scritta in caratteri latini non belli:

la quale si traduce cosi: Deo sancto | ac divo Francisco | Reverendissimus Dominus Opizinus de Gallis sive verius de Pellizariis Episcopus Guardiensis | hanc consecravit ecclesiam anno | salutis MDIII. | Kal XII decembris.
Qui devesi notare prima di tutto che il Campi, e con esso il Gerini, sbagliarono la data della consacrazione della chiesa, che non fu nel 1505, com’ essi scrissero, ma nel 1503, come resulta dalla iscrizione. Ed è anche opportuno aggiungere che l’antica arme dei Galli, come si vede nella citata iscrizione, consisteva in tre stelle d’oro, poste a triangolo riverso in campo azzurro. Portavano poi allora per cimiero un gallo nero di rostro e zampe gialle, crestato e barbato di rosso. In seguito usarono un’ altra foggia, simile a quella che vedesi nel privilegio del 20 marzo 1530, rilasciato da Carlo Va Galeazzo Galli, che consiste in uno scudo spaccato; nella parte superiore un gallo nero, di rostro e zampe gialle, crestato e barbato di rosso, in campo d’argento; e nella parte inferiore tre stelle d’oro, poste a triangolo riverso, in campo azzurro.
Oggi per altro si è aggiunto un altro monumento importantissimo a sostegno della esistenza di questo Vescovo, ed è il suo sigillo ritrovato dal sig. Carlo Parolini di Pontremoli e acquistato e pubblicato dallo amico mio Camillo Cimati (62). Esso è in bronzo, di mediocre fattura, di forma ovale, misura nella parte più lunga 68 millimetri, contiene l’immagine della Vergine seduta sotto una specie di tabernacolo, col divino Infante sulle ginocchia, ed ha in basso l’arme dei Galli colle tre stelle, e attorno la iscrizione: « OPI + EPISCOPUS GUAR+ DIENSIS ».
Prima di proseguire oltre nel nostro argomento voglio notare come l’amico Cimati nella sua interessante pubblicazione, scoprì forse il segreto riguardo alle iscrizioni apocrife dei Vescovi di Pontremoli riportate dal Gerini come scritte dall’ Ughelli. Scrive infatti a pag. 6: « Come ho detto « più sopra, all’Ughelli e a tutti gli altri scrittori di cose Ecclesiastiche è ignoto il nostro Vescovo; ed io ritengo che l’epigrafe surricordata non sia che copia di un’iscrizione manoscritta del secolo passato, della quale credo di aver trovato l’originale manoscritto tra vecchie carte, insieme ad altre riguardanti vescovi pontremolesi, e delle quali non mi riuscì di accertare l’autore, indubbiamente pontremolese». Sul qual proposito ci sarà lecito di osservare che l’ab. Gerini era senza dubbio padrone di pubblicare quelle epigrafi, ma non di venderle al pubblico come fattura dell’ Ughelli.
La esistenza di questo Vescovo è adunque indubbiamente provata. Resta ora a vedersi com’ egli trovi congrua sede tra i Vescovi di Guardialfiera.
Questa città, oggi ridotta a piccolo Comune di circa duemila abitanti, sorge nella provincia di Molise, a poca distanza dall’ Adriatico, sulla riva sinistra del Biferno; e si chiamò in antico semplicemente Guardia, poi Guardia Alfiera o Guardialfiera, e anche Guardia Alferi o Guardia Alferez; e nel secolo XI fu insignita della Sede Vescovile da Papa Alessandro II. La serie più recente de’ suoi Vescovi fu pubblicata dal Barone Alberto Magliano nel 1895, in appendice a una monografia su Larino, nella quale a pag. 342 egli scrive: << Poco si conosce dei Vescovi che sederono nella cattedra Guardiense, perchè, oltre l’oscurità che avvolge la nostra Diocesi, andarono anche distrutte le poche carte che si conservavano nell’ Archivio Episcopale di Guardia. Perciò è gran ventura la nostra di potere, desumendoli dalle « lapidi e da antiche pergamene, aggiungere vari nomi a quelli raccolti dai più moderni o pazienti scrittori (63) ». Egli ha messo insieme una serie di 62 Vescovi di Guardialfiera, nella quale non è compreso il nostro Opicino Galli. Il primo in questa serie è un Pietro, che assiste nel 1071 alla consacrazione di Monte Cassino, e l’ultimo Filippo Speranza, assunto alla cattedra nel 1798 e traslato alla Sede di Capaccio nel 29 decembre 1804. La Sede rimase allora vacante fino al 1818, nel quale anno per Bolla di Pio VII del 27 giugno la Diocesi di Guardialfiera fu riunita a quella di Termoli.
In questa serie è fatta memoria, fra gli altri, dei seguenti Vescovi:
- 28.° ROBERTO GHERARDI di Ferrara, eletto ai 22 agosto 1494.
- 29.° BENEDETTO, eletto nel 1498, morto nello stesso anno.
- 30.° AGNESIO TROILO, nobile napoletano, traslato da Lavello a di 4 luglio del surriferito anno 1498.
- 31.° MARCANTONIO VASCHERI di Anagni, eletto nel « 1510 ».
È adunque evidente che il nostro Vescovo Opicino, il quale consacrò la chiesa di San Francesco di Pontremoli nel 1503, trova congruo posto fra il N. 30 e il 31, ossia fra Agnesio Troilo e Marcantonio Vascheri. È chiaro altresì che nulla osta ad ammettere che la sua elezione avvenisse nel 1501 (64).
Scarse ed incerte sono le notizie biografiche di questo Vescovo. Il Cimati cita un atto del notaro pontremolese ser. Gio. Matteo Uggeri del di 5 aprile 1543, prot. 7 a carte 2, dal quale si ha la conferma che fu figlio, come scrisse il Campi, di Giacomo o Iacopo Galli, ed ebbe un fratello per nome Corrado, e una sorella chiamata Costanza, maritata ad uno della famiglia pontremolese de’ Gabbrielli. In questo atto sono nominati due soli figli di Corrado, Bartolommeo ed Elena; ma dal contratto del 22 febbraio 1545, rog. Gio. Rolando Villani, che citammo nel ricordo di Girolamo Galli Vescovo di Negroponte, resulta che fu figlio di Corrado anche quell’Arciprete Gio. Lorenzo Galli Cavaliere e Conte Palatino, di cui facemmo memoria nel ricordo stesso. Che poi Opicino fosse anche Arcivescovo di Benevento, come asserisco Gio. Rolando Villani, non è provato, nè sembra probabile. Il Villani forse equivocò col fatto asserito dal Campi che, cioè, Opicino fu Vicario Generale del Cardinale Lorenzo Cibo Arcivescovo di Benevento; riguardo al qual fatto, nulla osta ad ammetterlo come vero: solo non può ammettersi, come già avvertimmo, che il Galli esercitasse quell’ufficio, almeno col Cibo, per 36 anni.
La data della morte di Opicino ci è ignota. Trovammo un ricordo, secondo il quale egli avrebbe fatto testamento nel 1512, ai rogiti del nostro pontremolese ser. Giacomo Villani; ma le ricerche fatte in proposito sono, almeno per ora, riuscite infruttuose. D’altra parte non vogliamo nascondere che essendo stato eletto il suo successore nella cattedra di Guardialfiera, Marcantonio Vascheri, nel 1510, quella data del testamento resulterebbe esclusa, a meno che egli non rinunziasse all’ufficio e si ritirasse in Pontremoli; il qual fatto per altro sembra poco probabile di fronte al silenzio di tutti i cronisti e al difetto assoluto di qualsiasi altra memoria.
Appartenne Opicino alla stessa famiglia Galli dalla quale usci Girolamo Vescovo di Negroponte. Per mezzo dei figli di Francesco, medico e lettore nella Università di Pisa, morto nel 1547, che ricordammo discorrendo appunto del Vescovo Girolamo, questa famiglia si divise in due lince; la prima si estinse in Francesco di Niccolò Giacinto, che fu Gonfaloniere di Pontremoli nel 1786; la seconda venne illustrata da Fulvio di Giuliano, capitano di giustizia in Siena, ove testò il 24 novembre 1612 ai rogiti del notaro Andrea Iacometti: da un altro Fulvio, suo figlio, Presidente della Camera Ducale di Piacenza, e da Antonio Auditor fiscale nella stessa città. Antonio del Maggiore Achille morì ultimo di questa linea e di tutta la famiglia Galli nel 1846, ed ebbe in moglie la contessa Maria Bonaventuri di Pontremoli: la quale avendo riunite in sè le cospicue sostanze delle due famiglie Galli e Bonaventuri, le erogò lodevolmente in opere di pietà e di beneficenza a vantaggio della propria città, secondando anche le intenzioni del defunto marito. A lei si deve la facciata della cattedrale e la fondazione della Casa di Provvidenza, destinata ad ospizio di fanciulli poveri che vengono abilitati ad un’arte o a mestiere, e a ricovero nel corso della notte di persone miserabili e di poveri viandanti.
XI.
Gio. Luca Castellini
Vescovo di Reggio nell’Emilia
(1508-10) (GERINI; 11, 242)
Gio. Luca Castellini è quel Gio. Luca da Pontremoli conosciuto generalmente in passato col cognome di Pozzo o Dal Pozzo anche da diversi scrittori autorevoli, come il Panciroli, il Taccoli e il Camellini, autori di Storie Reggiane, il Tiraboschi nelle Memorie Modenesi e l’Ughelli nella Italia Sacra. Anzi quest’ ultimo riproduce anche un supposto stemma parlante di Gio. Luca, consistente in un pozzo accostato da due draghi; che, del resto, è da lui attribuito anche ad altri Vescovi.
L’egregio Umberto Dallari ristabilì per il primo la verità circa il cognome di Gio. Luca in una pregevole memoria pubblicata negli Atti della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi,(65) dimostrando, sull’autorità del Muratori, del Frizzi, del Gerini e del Saccani, e di un documento sincrono, non che sul raffronto dell’arme usata da Gio. Luca, diversa da quella riportata dall’ Ughelli, ch’egli appartenne alla famiglia Castellini di Pontremoli, come del resto affermano i cronisti pontremolesi e specialmente il Campi.
Il documento sincrono è un’ annotazione scritta di seguito alla laurea in leggi di Gio. Luca, esistente nell’ Archivio Arcivescovile di Bologna, nella quale si legge…. hoc tempore 1497 de mense aprilis, cum essem, Ferrarie, vidi predictum D. Io. Castelinium maximas dignitates honoresque amplissimos esse consecutum. E un altro documento, anche più importante, trovò in seguito lo stesso Dallari a conferma del vero cognome di Gio. Luca; ed è un rogito di Leonello Recetti, notaro ferrarese, del 25 novembre 1504; rogito che fu fatto presente, fra altri testimoni, reverendo domino Ioanne Luca Castellino…. Ill. domini domini Ducis Consiliario fidelissimo (66).
Quanto poi all’arme usata da Gio. Luca, resulta dai sigilli apposti alle sue lettere e dallo Armoriale Reggiano di Prospero Fontanesi, conservato nella Biblioteca Comunale di Reggio, che consisteva in un castello merlato, al quale fu poi aggiunto nel capo dello scudo un leone passante. Attualmente i Castellini di Pontremoli alzano per arme un castello a tre torri, d’argento in campo azzurro, senza il leone.
È qui opportuno notare che il più antico documento conosciuto relativo alla famiglia Castellini, è una lettera scritta da un Giovanni Castellini, a Nicodemo Trincadini, in data di Pontremoli 3 gennaio 1453, esistente in copia nel codice 834 della Biblioteca Riccardiana di Firenze; e probabilmente l’autore di questa lettera è quello stesso Don Giovanni Castellini di Pontremoli, canonico prebendato della Collegiata di N. S. delle Vigne in Genova, il quale morì verso il 1462, resultando che il suo canonicato, nel 15 aprile di detto anno, fu conferito al prete Thomas Lacobi de Benedictis (67). Ciò può dimostrare che la famiglia Castellini era di condizione assai civile anche prima del nostro Vescovo; ma è certo ch’essa salì al grado elevato di considerazione, che ha poi sempre mantenuto in Pontremoli, per opera di Gio. Luca. Nel secolo XVI si divise in due diramazioni; una delle quali, venuta fino ai giorni nostri, sta per estinguersi, e l’altra si estinse verso la fine del secolo XVIII in Niccolò, che coi contratti del di 8 maggio e agosto 1778 a rogito di Leonardo Falaschi, fece donazione di tutti i suoi beni a Stefano di Niccolò Antonio Zucchi, con obbligo di aggiungere al proprio cognome quello di Castellini.
Il Gerini che, riguardo a cose pontremolesi, attinse molto dal Campi, riportando spesso senza riserva, diverse favole accolte dalla buona fede del troppo zelante Cappuccino, volle questa volta, scrivendo della famiglia del nostro Vescovo, aggiungere qualcosa di suo, nei termini se-guenti: ”Nacque egli (Gio. Luca) in Pontremoli di famiglia originaria da Pozzo, villaggio di quel Comune, la quale « per Castruccio di Lucca ebbe l’insegna di tre castelli, e « da ciò prese il cognome, che prima non avea, perchè un cotale Da Pozzo di questa stirpe, cui forse perito era di architettura, diè al tiranno Interminelli circa il 1320, il disegno di fabbricare in Pontremoli tre castelli, o torri, a maggiore sua difesa, quando il lucchese Signore dominava « quella terra e avviluppato era in grandissime guerre col potente Spinetta Malaspina e con li Genovesi. Di queste «tre torri, che dividevano ancora le parti faziose del loco, una sola di presente rimase in su la piazza, ridutta a guisa di campanile, la quale adesso chiamasi la torre dell’orologio, ben diversa dall’ altra, situata alla testa del ponte di Nostra Donna, che lo stesso Castruccio fecevi costruire per altro suo architetto Giovanni di San Miniato, sulla quale vedeasi questa iscrizione: MCCXXII DIE XXVI APRIL. I IUSSU MAGNIFICI D. CASTRUCCI CASTRACANI I DE INTERMINELLIS DE LUCCA I PARTIS IMPERIALIS DOM. GENERALIS I FUNDATUM FUIT HOC CASTELL. CACCIAGUERRA VOCAT. I EXISTENTE SUPERSTITE OPERIS IOAN. DE S. MINIATO I EIUSDEM MAGNIFICI D. CASTRUCCII ARCHITEOLINIO (68).
Ma qui il Gerini ha fatto una tale confusione che sembra quasi impossibile se si pensi che doveva almeno aver letta la iscrizione che riportava. Essa infatti ricorda il castello di Cacciaguerra, ossia delle tre torri, e non l’altro che sta alla testa del ponte di Nostra Donna, detto Castelnuovo, che non fu costruito da Castruccio (69). Quindi l’ architetto del castello delle tre torri fu Giovanni da S. Miniato, come dice la iscrizione, e non un Da Pozzo. Si aggiunga poi che di una famiglia Da Pozzo, e molto meno di un Da Pozzo architetto, non esiste memoria in Pontremoli. Volle forse il Gerini conciliare in tal modo le due versioni relative al cognome del nostro Vescovo, ma non riuscì che a dir cose contrarie non solo alla critica, ma alla verità scritta. Sembra invece probabile, come osserva il Dallari, che Gio. Luca sia stato scambiato col suo contemporaneo Giovanni Dal Pozzo, il quale, dopo essere stato per molti anni ducale consigliere di giustizia a Ferrara, testò nel 1508(70).
Diverse notizie sulla vita di Gio. Luca sono raccolte nella Memoria del Dallari, alla quale potrà ricorrere utilmente chiunque abbia vaghezza di conoscere quanto si sa di lui. Noi qui riassumeremo i fatti che ci sembrano più notevoli, rilevando subito che il Castellini salì in reputazione per le sue doti di eminente giureconsulto e di uomo esperto a trattare i pubblici affari, piuttosto che per la sua qualità di Vescovo, che ritenne solo negli ultimi tre anni della sua vita. Studiò legge a Bologna, e nell’anno scolastico 1474-75 ebbe una delle letture cosi dette d’Università. Ivi fu anche pedagogo presso una nobile famiglia e rettore dell’ Arte della lana. Dopo essersi laureato in diritto civile e canonico il 23 giugno 1478, passò a Ferrara, ove tenne l’ufficio di Vicario del Podestà dal 1483 all’85; e in quella università insegnò poi per molti anni il diritto canonico, acquistando fama di uno dei più dotti professori di quello Studio. Nel 1486 comprò una casa a Ferrara nella contrada di S. Michele; nel 1487 si recò in Romagna per servizio del Duca; e il 1.º gennaio 1493 assunse l’alta carica di Consigliere ducale (71); nel 1496 era anche Vicario generale del Vescovo di Comacchio.
Adoperato in diverse ambascerie, seppe coi suoi modi e colla sua avvedutezza, cattivarsi l’animo dei personaggi ai quali era inviato e guadagnarsi la stima e il favore del Duca Ercole I, suo Signore.
Nel 1500 allorchè Lodovico il Moro fu prigioniero del Re di Francia, Gio. Luca si recò a Milano ad assicurare il Cardinale di Ronen, Luogotenente del Re, della devozione del Duca, suo Signore, e nel tempo stesso perorò calorosamente la causa del Marchese di Mantova, di Giovanni Bentivoglio, dei Signori di Correggio, di Carpi e della Mirandola, accusati di aver favorito il Moro.
Sul finire del 1501 andò a Roma colla comitiva che vi si recava incontro a Lucrezia Borgia, promessa sposa ad Alfonso d’ Este, rappresentandovi la parte più importante dopo i Principi ( 72).
Nel 1503 si recò di nuovo a Roma a prestare obbedienza, in nome del Duca di Ferrara, al nuovo Pontefice Giulio II. Egli era capo della ambasciata, e in tal qualità parlò il 25 decembre in Concistoro, nella udienza solenne che il Papa accordo agli ambasciatori ferraresi.
Nella occasione che Gio. Luca andò a Roma, come si è detto, ad incontrare la Lucrezia Borgia, il Duca chiese per lui ad Alessandro VI il cappello cardinalizio, ma non riuscì ad ottenerlo, non ostante le ripetute insistenze sue e le raccomandazioni del Principe Alfonso d’Este, di Lucrezia Borgia, del Cardinale Ippolito d’ Este e perfino di Cesare Borgia. Anzi, a proposito di quest’ ultimo, si sa che, appunto mentre erano in corso le pratiche per ottenere la promozione del Castellini, questi diede in prestito al Valentino, che cercava danari per mezzo della sorella, mille e cinquecento ducati senza interesse. Il Papa si schermì sempre da tante insistenze col dire che Gio. Luca non poteva essere per allora nominato Cardinale, perchè era semplice chierico, e non aveva inizio di dignità ecclesiastiche.
Nel marzo 1503 il Duca rinnovò le istanze per il cardinalato del Castellini; ma riuscì soltanto ad ottenere ch’egli fosse dato per coadiutore al vecchio Vescovo di Reggio Bonfrancesco Arlotti, col diritto di successione nel Vescovato. Morto infatti l’ Arlotti il 7 gennaio 1508, Gio. Luca fu immesso nel pieno possesso della Diocesi Reggiana, e fece il suo ingresso solenne in Reggio il 23 di aprile. Fu sua prima cura il restauro del palazzo vescovile, apponendovi analoga iscrizione, nella quale prometteva cose assai maggiori in vantaggio della città. Invece un anno dopo partì per Roma; ed era pubblica voce che vi fosse chiamato da Giulio II per essere nominato Cardinale. Ma Cardinale non fu mai, quantunque rimanesse a Roma per tutto l’anno 1509 e per oltre la metà del seguente, ben poco occupandosi della Chiesa Reggiana, alla quale neppure più ritornò, perchè, durante gli avvenimenti del 1510, pei quali Giulio II divenne padrone di Modena e pose l’interdetto a Reggio, essendosi Gio. Luca recato a Bologna, ove si trovava il Papa, in questa città mori il venerdì 11 ottobre, ed ebbe sepoltura nella chiesa di S. Martino.
Dopo ciò, riporteremo una osservazione, che ci sembra giusta, colla quale il Dallari chiude la sua Memoria: « Gio.Luca, senza essere una grande figura, fu uno di quelli uomini degni di nota come ne troviamo non rari esempi nel tempo suo i quali, grazie alla flessibilità del loro ingegno e a straordinaria operosità, seppero altrettanto bene coltivare i tranquilli studi e sedere sulla cattedra, quanto occuparsi di affari pubblici e condurre a fine difficili negozi diplomatici. Non privi di ambizione e di una certa avidità di denaro, per coloro che, come nel caso nostro, ebbero anche veste di ecclesiastici, questo fu un mezzo per salire di umil luogo alle più alte dignità della Chiesa, pari se non superiori ai loro stessi sovrani, e per farsi ricchi mercè i frutti di lauti benefici ».
Che il Castellini s’impinguasse molto colle rendite della Chiesa veramente non sembra, perchè dal fatto di non aver potuto ottenere il cappello cardinalizio, non ostante le insistenze di personaggi potenti e autorevoli durate otto anni, specialmente ai tempi di Alessandro VI, potrebbe concludersi ch’egli non godesse molte simpatie nella Corte di Roma. Anzi alcuni storici scrissero ch’egli morì nella estrema miseria, e che uno studente reggiano, certo Giambatista Massari, lo fece seppellire umilmente a proprie spese. Ciò per altro sembra poco probabile, a meno che il Castellini non avesse dissipato negli ultimi anni i guadagni ritratti dalla sua vita operosa, tanto più poi che i cronisti Bolognesi sono concordi invece nell’ affermare ch’egli lasciò, con licenza del Papa, tutti i suoi benefici e i suoi mobili ai propri fami-liari, e che fu sepolto con grande onore.
Ebbe Gio. Luca un fratello per nome Lorenzo, dottore in filosofia e medicina, lettore nello Studio di Ferrara, morto avanti il 1497, e una sorella maritata a Pietro degli Obizi di Pontremoli.
Ed ora, per ultimo, ci sia permesso dar termine a questo breve articolo, con un aneddoto: Gio. Luca Castellini era di persona piccolo e magro; anzi Baldassare Castiglione dice addirittura che era gobbo e nel Cortigiano (lib. II.) così scrisse: «L’altro giorno avendo il Papa mandato per M. Gio. Luca da Pontremoli e per M. Domenico Della Porta, i quali…. sono tutti due gobbi, e fattogli Auditori, dicendo voler indirizzar la Rota, disse M. Latin Invernale: “Nostro Signore s’ inganna, volendo con due torti indirizzar la Rota ».
Scrisse il Gerini, seguendo il Campi, che Gio. Luca lasciò delle opere legali a stampa; ma per quante ricerche ne abbiamo fatte, noi non le conosciamo; e neppure sono ricordate dal Dallari.
XII.
Francesco Galbiati
Vescovo di Ventimiglia
anno 1573-1600 (GERINI; II, 251)
Due Vescovi dette alla Chiesa la famiglia Galbiati, oggi estinta, la quale, secondo che scrissero i cronisti, venne da Milano a stabilirsi a Pontremoli nella prima metà del secolo XV. Appartennero ad essa anche Giulio, che intorno al 1550 fu lettore di diritto civile a Bologna (73); Gaspero, valente giureconsulto, nominato nel 1585 avvocato concistoriale a Roma, e poi nel 1592 auditore del Magistrato Supremo in Firenze; e Francesco, giureconsulto esso pure, che visse negli ultimi anni del secolo XVII, e fu Podestà di Castellarquato nel territorio piacentino. I Galbiati ebbero cappella nella chiesa di S. Francesco di Pontremoli, ed usarono per arme lo scudo di colore azzurro con una fascia d’oro e una stella, ugualmente d’oro, nella parte superiore.
Il primo Vescovo di casa Galbiati è Francesco, riguardo al quale il Gerini riporta il seguente elogio del solito suo Ughelli: Mediolani conciliis provincialibus pluries interfuit, divo Carolo presidenti. Ecclesia sibi credita maximo zelo et exemplo instructa, nec non magna sanctitatis post se fama relicta ad superos evolavit. L’ Ughelli nostro invece ci lasciò scarse notizie e poco esatte con le seguenti parole assai diverse: Franciscus Galbutius ad eamdem sedem (Ventimilien-sem) subrectus est anno 1573 die 2. mensis ianuarii. De cessit 1581. (Galbianus subscribitur in Concilio Mediolani IV habit an. 1576 (74). Ed ugualmente inesatti furono il Cappelletti, il Semeria ed il Gams, i quali in sostanza non fecero che ripetere quanto aveva scritto l’ Ughelli (75).
La verità fu ristabilita dal Rossi nella Storia di Ventimiglia, il quale non solo ricorda il Galbiati nella serie dei Vescovi di quella città, da lui nuovamente compilata, ma diffusamente ne discorre al cap. XV (76). L’elezione del Galbiati a vescovo avvenne il 29 gennaio 1573 e la sua morte fu nel 18 decembre 1600.
La diocesi di Ventimiglia per le speciali sue condizioni geografica e politica fu esposta a risentire assai fortemente la influenza e i danni delle controversie religiose che tennero in sollevazione l’Europa nei secoli XV e XVI. Fino dall’epoca dello scisma di Occidente, incominciato alla morte di Gregorio XI nel 1378, quella Diocesi, per la sua vicinanza ad Avignone ov’ ebbero sede gli antipapi, e per l’attitudine dei vari Principi che la dominavano, i quali seguirono diversi partiti, si divise in due distretti, in uno dei quali risedeva il vescovo cattolico, e nell’ altro lo scismatico. Questo stato anormale, che durò per cinquant’anni, fino al Concilio di Costanza, e lasciò dietro a sè lungo strascico di risentimenti e di lotte e germi fatali di dissidi, gettò la diocesi in tristissime condizioni. Le chiese rimasero abbandonate o quasi rovinate, molte cure d’ anime furono lungamente prive di pastori, i beni dei monasteri andarono in commenda, il clero divenne ignorante e corrotto e la superstizione crebbe nelle popolazioni. Anche i Vescovi stettero lungamente assenti, alcuni forse perchè non ebbero nè mezzi, nè forza di rimediare a tanto male; altri, come Alessandro Fregoso e Innocenzo Cibo, perchè occupati e distratti in affari politici e in ambizioni personali, non se ne curarono affatto. Nei primi anni del secolo XVI incominciò la eresia di Lutero, che a poco alla volta acquistò credito in Francia, allargandovisi insieme a quella di Calvino; le quali, per la vicinanza e per le vecchie tradizioni scismatiche non del tutto estinte, dilagarono facilmente nella diocesi di Ventimiglia, e specialmente in quella parte di essa ch’era soggetta al Duca di Savoia, finchè il Concilio di Trento venne a porvi un’ argine colla riforma della disciplina del clero.
Due anni dopo la chiusura di quel Concilio, e precisamente il di 8 di settembre 1565 fu eletto vescovo di Ventimiglia Carlo Grimaldi, patrizio genovese, uomo di severa virtù e di austeri costumi. Egli si adoperò subito a ricondurre al cattolicismo la sua diocesi, ma poco potè concludere, perchè il momento era difficile, essendo ardenti nella vicina Francia le lotte religiose, che, con varia vicenda, dettero poi luogo alla famosa strage di S. Bartolommeo. «Era riservato, scrive il Rossi, al successore del Grimaldi (77), Francesco, Galbiati di Pontremoli, il vanto di compiere nella diocesi ventimigliese l’opera della riforma cattolica, inculcata dal Concilio di Trento e patrocinata in singolar modo dal Cardinale Carlo Borromeo, di cui il Galbiati era caldo ammiratore. Nominato Vescovo il 2 gennaio dell’ anno 1573, si consacrò interamente al suo ministero; e i 27 anni del suo episcopato non sono che una serie non interrotta di atti degni di buon pastore (78) ». Diverse abiure di protestanti riuscì ad ottenere; e fra queste, il Rossi ricorda, riportandone i documenti, quelle di un certo Giovanni Brofaine di Sospello e di un Antonio Planca di Tenda; e in questa città, lacerata dalle due fazioni dei Villarini e degli Urfellini, si adoperò anche a tentare la pacificazione politica. Ma più di tutto si occupò di migliorare le condizioni morali del clero e di ricondurlo alla disciplina, non essendogli sfuggito che dalla irregolare condotta di esso dipendevano tanti errori e la generale indifferenza in cose di fede. Perciò proibì la pluralità dei benefizi, obbligò tutti gli ecclesiastici a vestire l’abito clericale e ad osservare maggiore correttezza nei costumi, richiamò i parroci al migliore adempimento dei propri doveri, intimando loro la predicazione ormai dismessa, e fece guerra alle pratiche superstiziose; procedendo sempre con energia e coraggio, senza riguardo a persone; per le quali cose ebbe viva opposizione dal clero, e non gli mancarono molestie, dispiaceri e pericoli. Molti dei colpiti dalle sue censure ricorrevano al potere civile e intentavano liti; il che lo angustiava più della guerra che gli facevano i protestanti, e lo spingeva a scrivere a Roma nell’agosto 1577, lagnandosi di non essere ascoltato nè obbedito dai suoi preti (79).
“Anche col potere civile ebbe a sostenere vive contestazioni, credendo di potere avocare a sè l’ingerenza nelle opere pie, benché avessero uno scopo puramente civile; ond’è ch’era tenuto nel novero dei prelati riottosi all’ Autorità, nè veduto perciò di buon occhio. Onde avvenne che negli ultimi anni del viver suo avendo investito di un canonicato della cattedrale Girolamo Galbiati, suo nipote, ed elevandolo poco dopo alla carica di Vicario Generale, colla speranza di vederselo dato a coadiutore con futura successione dalla Santa Sede, dove contava validi protettori, non venne appena a trapelare un tale disegno che da Ventimiglia partiva sollecitamente per Roma il magnifico Bernardino De Lorenzi, dottore in ambe le leggi, il quale fornito di lettere commendatizie del Doge istesso pei Cardinali Spinola, Saoli, Giustiniani e Pinelli, riuscì a mandare a vuoto il progetto accarezzato dal vecchio e zelante Vescovo, venuto a morte il 18 dicembre del 1600 (80) ».
Essendo la diocesi di Ventimiglia suffraganea della Metropolitana di Milano, il Galbiati intervenne al 4.° Sinodo provinciale tenuto in quella città da S. Carlo Borromeo nel 1576, ed anche al 6.° radunato dallo stesso Santo Arcivescovo il di 10 maggio 1582 (81); come pure fu presente con altri Vescovi alla solenne recognizione delle reliquie del Vescovo milanese San Simpliciano (82). Consacrò la chiesa già degli Agostiniani di Ventimiglia, ora eretta in parrocchia, dedicata a N. S. della Consolazione, come apparisce dalla seguente lapida che vedesi nel presbiterio della chiesa stessa: DEDICATIO HUIUS ECCLESIAE | FACTA FUIT PER R. D. FRANCISCUM GALBIATUM | EPISCOPUM INTEMILIENSEM | ANNO DOMINI MDLXXXVII. | DIE XXI MENSIS MARTII.
Lasciò scritto il Campi che ai 21 di giugno 1476 (allorché probabilmente andava o ritornava dal Concilio di Milano) il Galbiati si trovava in Pontremoli, e solennemente celebrò la festa del Corpus Domini con grande allegrezza e consolazione della patria; e aggiunge che arricchì la patria di una testa delle compagne di S. Orsola, la quale, a spese della Comunità, fu rinchiusa in un busto d’argento, e si conserva con gran veneratione nella cappella della famiglia Galbiati ». Ed infatti in memoria di questo dono, che fu a quei tempi riguardato come straordinario ed insigne, leggesi anche oggi nella detta cappella in S. Francesco la seguente iscrizione, incisa sul marmo in caratteri grandi la-tini: FRANC. GALBIATUS E.PUS INTIMILIENSIS MOTUS PIA ANIMI SIGNIFICATIONE: HEC (?) AD AUGEN.D. N. CULTU NEC NON PIETATE QUA PSEQUIT PRIAM SUA CAPUT UNUM UNDECIM MILLIU VIRG. ET MART. EX COMITATU D. URSULE DONO GRATUITO DEDIT EIDEM PATRIAE SUAE REPONEN: IN SACELLO ISTO SUB TITULO S.me TRINITATIS JAMDUDUM P. M. D. IULIUM FREM SUU JUR UTR. DOCT. ADSCRIPTO DOMUI AC FAMILIAE SUAE LEGIBUS ET CONDITIONIBUS IN INSTRUMETO ROGATO P. D. JO ANTONIU. COSTA NOT. COTENTIS COLUCANTE IN PRIMIS JUGITER LAPADE SUMTIBUS M. COMUNITATIS. ANNO D. MDLXXXX. Sotto la iscrizione è un piccolo stemma contenente l’arme dei Galbiati.
Non devesi per ultimo omettere di notare che il Galbiati fu assai colto in belle lettere, com’è dimostrato dal fatto di essere stato istitutore del giovine Alessandro dei Marchesi di Ceva, fondatore dello Eremo di Torino (83), e più ancora dal seguente aneddoto.
Circa al 1562 era il Galbiati uditore della Legazione di Bologna, allora retta da mons. Pier Donato Cesi, Vescovo di Narni e poi Cardinale, prelato assai dotto, il quale diè grande impulso a quel rinomatissimo Studio, e si compiaceva di riunire letterati ed eruditi nel proprio palazzo, dove avea formato quasi un’ accademia. Soleva a quelle riunioni intervenire il Tasso; ed il Serassi racconta di una discussione che quel grande poeta ebbe col Galbiati a proposito di un sonetto del Coppetta, da questo eccessivamente lodato (84). Nessuno vorrà certo ascrivere a disdoro del nostro Vescovo se rimase soccombente nella discussione, avendo il Tasso sostenuta la maggiore bellezza di un altro sonetto di mons. Della Casa. Tutto al più, potrà farglisi rimprovero di essersi impegnato a discutere con sì potente avversario; ma il fatto della sua presenza in quelle dotte adunanze, nelle quali non rimaneva muto uditore, dimostra ch’egli era uomo di cultura e di buoni studi.
ΧΙΙΙ.
Lodovico Galbiati
Vescovo di Acerno
(1687-38) (GERINI; II, 251)
Di Lodovico Galbiati, che probabilmente fu nipote del precedente, poco o nulla può dirsi come Vescovo, essendogli mancato il tempo non soltanto di agire, ma anche di manifestare le sue intenzioni circa il governo della Diocesi che gli venne affidata. La sua figura sulla cattedra vescovile di Acerno (85) non fu che un’apparizione fugace, essendo morto nel 1638, prima che fosse trascorso un anno dalla sua elezione, avvenuta il 17 agosto 1637.
Scrisse il Gerini, seguendo il Campi, che per l’innanzi il Galbiati era stato Vicario Generale della Diocesi di Lucca e di quella di Milano; la qual circostanza non è accennata dagli altri scrittori, i quali bensì sono concordi nel ricordarlo come uomo dotto e singolarmente pio. Il Cappelletti ne riassume brevemente l’ elogio colle seguenti parole: “ La probita dei costumi e la profondità del suo sapere lo resero caro e rispettabile ai suoi non meno che agli stranieri. La sua tenera devozione a Maria Vergine lo indusse a scriverne le lodi, ch’egli inviò al Cardinale Francesco Barberini (86) ».
Lo stesso Gerini, sempre seguendo il Campi, asserisce che il Galbiati pubblicò le seguenti opere spirituali, ma non indica nè il luogo, nè l’anno, nè la tipografia in cui furono stampate: Soliloquium ad famulatum Virginis.
De glorificando Deo, et de famulatu B. M. Virginis.
Considerazioni concernenti l’ eminenza dello stato delle Religiose di altissima povertà.
Per quante diligenze abbiamo fatte, non ci è stato possibile di trovare queste operette. La prima soltanto è citata nella Biblioteca Mariana del Marracci insieme con un breve ricordo del Galbiati, nei termini seguenti:
“Ludovicus Galbiatus, natione Italus, patria Pontremulensis, dignitate Episcopus Acernensis, ab Urbano Pontifice Maximo creatus; vir morum praestantia, ac doctrina cultissimus, edidit:
Ad famulorum Deiparae Virginis erga eandem, vel excitandam vel augendam devotionem Soliloqurum. Eminentissimo ac Reverendissimo Principi Francisco Barberino « S. R. E. Diacono Cardinali Vice Cancellario et Virginis cultori eximio dicatum, Romae, typis Vitalis Mascardi, 1637 (87).et alia, quae ad mene lectionis notitiam non venerunt. Vitam finiit mortalem, immortalem obtenturus anno a Virginali partu 1639) ».
XIV.
Cesare Reghini
Vescovo di Sarsina
anno 1646-58 (GERINI; 11, 261).
In mezzo all’ Appennino che divide la Toscana dall’ Emilia, sopra un elevato colle, presso il fiume Savio, sorge la piccola città di Sarsina, con antica Sede Vescovile, illustrata sotto il pontificato di S. Silvestro Papa (314 circa dell’ E. C.), dal Vescovo San Vicino, ligure, che i Sarsinati tengono anche oggi come loro protettore o patrono. Ebbe anche il nome di Bobio, da non confondersi con Bobbio nel Piemonte, trovandosi che qualche suo Vescovo si firmò Episcopus Bobiensis; ma forse Bobio fu il titolo del territorio e non della città, perchè qualche altro suo Vescovo si trova qualificato come Episcopus Sarsinae et Comes Bobii. Nel 1824 Leone XII uni la Sede di Sarsina aeque et principaliter a quella di Bertinoro, per ristorare un poco questa città dalla grande povertà a cui fu ridotta sotto la dominazione francese; ma Pio IX nel 1853 restituì Sarsina al grado di Sede autonoma.
Fra i Vescovi di Sarsina fu Cesare Reghini, eletto il 3 decembre 1646, morto nel decembre 1658, il quale appartenne alla stessa famiglia di Tommaso Vescovo di Brugnato, di cui abbiamo già fatto ricordo. Il Gerini, elogiandolo con un passo del suo Ughelli, sbagliò la data della morte, fissandola nel 1655. Il Campi, che fu al Reghini quasi contemporaneo, con maggiore verità ne scrisse nelle Memorie historiche, con le seguenti parole: «L’abbate Cesare Reghini, eccellente dottore et ornato di singolar pietà e prudenza, fu da Innocenzo X, sommo pontefice, creato Vescovo di Sarsina in Romagna. Governò quella diocesi per lo spatio di 11 anni con gran zelo; accrebbe con i propri danari il Capitolo di quella cattedrale di otto canonicati, riservandone la nomina di tre alla famiglia Reghini in Pontremoli; eresse due mansionari; lasciò un insigne legato per erigere un magnifico altare nella chiesa di S. Maria del Popolo in Pontremoli. Passò al Signore l’anno 1657 con opinione di santità, e il di lui corpo dopo tre anni di sepoltura fu ritrovato incorrotto”.
Queste notizie, date dal Campi, sono abbastanza esatte; solo che sbaglia di un anno la data della morte (89). Infatti nella Serie cronologica dei Vescovi Sarsinati data da Mons. Giovanni Braschi (che fu Vescovo esso pure di quella diocesi dal 1699 al 1718) nel Sinodo Diocesano del 1708, e riprodotta dall’ arcidiacono Luigi Testi, con l’aggiunta di notizie tolte da un manoscritto dello stesso Braschi che ha per titolo: De Ecclesia Sarsinatensi, si legge:
“Cesare Reghini di Pontremoli, eletto il 3 decembre dell’ anno 1646, mori nell’ estrema vecchiezza l’anno 1658, e fu sepolto nella cappella del SS. Sacramento in cattedrale. Egli istituì nella cattedrale stessa otto canonicati, cinque di giuspatronato dei Vescovi, e tre della famiglia Reghini, furono ultimamente soppressi dal Governo, con due Mansionarie, pure di giuspatronato dei medesimi Vescovi; fece riempire il vano che v’era in cattedrale sotto il presbiterio e restaurò il coro; inalzó la tribuna sopra l’altare maggiore, e donò alla chiesa medesima varie suppellettili; eresse a Mercato Saraceno due cappellanie sotto la invocazione di S. Filippo Neri l’una, di S. Monica l’altra, coll’ onere di un certo numero di messe ad arbitrio del Vescovo pro tempore. Per essere uomo di fermo proposito e vindice della giustizia, sostenne dicerie, contumelie, persecuzioni e perfino minacce della vita, ma fu tetragono sempre » (90).
Prima di essere nominato Vescovo, il Reghini visse in Roma addetto al clero Lateranense, fu Segretario del Cardinale Ippolito Aldobrandini dal novembre 1620 fino alla morte del Cardinale, avvenuta il 22 luglio 1638 » (91).
L’altare fatto inalzare dal Reghini nella chiesa di S. Maria del Popolo in Pontremoli, oggi cattedrale, esiste ancora, ricco di marmi e dedicato a San Vicino Vescovo, suo predecessore, come già si è accennato, nella Sede di Sarsina (92).
XV.
Fabrizio Maracchi
Vescovo di Termoli
anno 1661-1676 (GERINI; 11, 265)
Della famiglia Maracchi, a cui appartenne questo Ve-covo, si trova onorevole memoria in Pontremoli fino dal secolo XIV in un Franceschino q.m Giovanni di Bonsignore, notaro imperiale, che fu uno dei compilatori dei Capitoli della Matricola dei notari di Pontremoli, approvati dal Duca di Milano nel 1.° ottobre 1388 (93). Da essa uscirono in seguito non pochi giureconsulti, che esercitarono magistrature in diverse città d’ Italia, e un Andrea, che dal 1561 al 1582 fu professore nella Università di Pavia, prima di filosofia e poi di medicina teoretica (94); il quale forse è quello stesso Andrea Pontremulensis ricordato dal Fabroni come professore di logica a Pisa nel secolo XV (95). Usarono i Maracchi per arme uno scudo spacento, con sopra un’ aquila nera a una sola testa, incoronata, in campo d’oro; e sotto un’ala nera trapassata da una freccia, anch’ essa in campo d’oro. Un ramo di questa famiglia, mancata a Pontremoli, esiste ancora a Firenze.
Del nostro Fabrizio ci racconta il Gerini che “ primieramente sostenne il carico di Vicario Generale delle Diocesi di Perugia e Benevento; indi mandato a reggere la città di Forlì fu poi inalzato alla Sedia Vescovile di Termini, città della Romagna e poscia passò con l’anima all’ altra vita nel 1674, come attesta l’Ughelli in sua opera della Italia Sacra, dicendo: Fabritius Marachius, pontremulensis, iurisprudentia ac eruditione pracornatus, Vicarii generalis munere Perusii et Beneventi, nec non Fori Clodi (96) regimine summa cum laude exercito, Alexandro VII pont. max. ad Termularum Sedem evectus est, populo sibi commisso per XII annos optime instructo, cessit e vita 1674 ».
L’ Ughelli, secondo il solito, neppure pensò a scrivere in tal guisa. Egli a pag. 373 del vol. VIII pose per errore il Maracchi tra i Vescovi di Telesi, ma nella serie dei Vescovi di Termoli, a pag. 378, corresse l’errore. Le sue parole sono queste: « Fabritius Marachius de Pontremulo I. U. D. Parmae laureatus, ac spectate virtutis vir, postquam Beneventi septem annorum spatio, ac miserrimo perniciosae luis tempore, Vicariatus munere, absente Archiepiscopo, eximie functus fuisset, ex Perusinae Ecclesiae tunc Proepiscopo a SS. D. N. Alexandro VII die 16 decembris 1661 Episcopus Termulanus renunciatus est ».
Fu adunque il Maracchi, prima Vicario Generale per sette anni della Diocesi di Benevento, e poi Coadiutore o Sostituto del Vescovo di Perugia, ch’ era in quel tempo il Cardinale Marco Antonio degli Oddi; dal quale ufficio passò, non alla cattedra di Termini, città della Romagna, come con doppio sproposito scrisse il Gerini, essendo noto a tutti che Termini è nella provincia di Palermo, ma bensì alla cattedra di Termoli nella provincia di Molise, circondario di Campobasso.
Circa l’anno della morte del Maracchi correggiamo un altro errore del Gerini con la seguente nota che si trova in un memoriale contenente la serie dei Vescovi di Termoli, favoritaci gentilmente da mons. Angelo Balzano, meritissimo Vescovo di quella Diocesi: “ Fabrizio Maracchio di Pontremoli, fu eletto nel di 16 decembre dell’ anno 1661, e mori in questa sua residenza nel mese di agosto 1676 (97). Celebrò nel 1674 un Sinodo per pubblicare le costituzioni del Concilio Provinciale di Benevento, a cui era intervenuto il di lui antecessoге ».
Dove poi il Gerini abbia appreso che il Maracchi resse come governatore la città di Forlì, veramente non lo sappiamo. Forse prese un equivoco sopra alcune parole del Campi (98), il quale discorrendo del Vescovo Maracchi, scrisse: indi passò al governo della Tolfa nello Stato Ecclesiastico ». Ciò può essere verissimo, perchè il Campi trascorse gli anni della sua gioventù quando il Maracchi era in vita, e perciò fu in grado di conoscerlo, o almeno di averne sicure notizie. Ma la Tolfa non è Forli; e tutti sanno, se non altro per le sue ricche miniere di allume, che è nel distretto di Civitavecchia.
La serie più recente dei Vescovi di Termoli (Interamnia Larinatum) ci è stata data dal Barone Alberto Magliano nella monografia già citata di Larino, a pag. 311. In essa il cognome Maracchi è scritto per errore Marocchi.
XVI.
Girolamo Pavesi
I° Vescovo di Pontremoli
1797-1821 (GERINT; II, 272)
Ricordando Girolamo Pavesi, primo Vescovo di Pontremoli, ci si presenta la opportunità di dire brevemente quacosa sulla istituzione di questo Vescovato, e sullo inalzamento di Pontremoli al rango di città nobile.
Le divisioni politiche di territorio che angustiavano la Lunigiana, e la distanza da Sarzana, sede dell’antica Diocesi di Luni, fatta più notevole per la mancanza di strade, fecero sentire per tempo agli abitanti della parte superiore di quella provincia, e singolarmente ai Pontremolesi, il bisogno di un nuovo accentramento che servisse a rendere più facile e spedito il disbrigo dei loro affari ed interessi, collegati allora, assai più di quanto lo siano oggi, colle Curie Diocesane. Nel 1570 e quindi nel 1612, e nel 1646 il Consiglio Comunale di Pontremoli fece e rinnovò istanze per ottenere da Roma un Vicario Apostolico residente in Pontremoli; ma tatto fu inutile (99).
Si aggiunga che Pontremoli, annesso col suo territorio alla Toscana fino dal 1650 (100), era il luogo più importante e meglio indicato per accentrarvi anche il disbrigo degli interessi civili e politici di tutto il territorio toscano di Lunigiana, che rappresentava un possedimento fuori di Stato. D’altra parte molte famiglie rispettabili e facoltose erano sorte e andavano sorgendo in Pontremoli, le quali, illustrate da personaggi notevoli nell’armi e nella toga, cercavano altrove la considerazione e le onorificenze, che erano nelle consuetudini del tempo, ma che non potevano trovare in patria. In Toscana, ove sotto gli auspici di Francesco I della Casa di Lorena, si dava arditamente mano alle riforme civili ed economiche, continuate poi da Pietro Leopoldo, era stata pubblicata la pragmatica o legge del 31 luglio 1750, che stabiliva le norme riguardo ai privilegi onorifici di nobiltà e cittadinanza; la quale ben lungi dall’ essere un provvedimento diretto soltanto a sodisfare la vanità delle famiglie, fu un atto importantissimo e sapiente di riforma politica e civile. Attorno a quella legge lavorarono i più illustri pubblicisti di quel tempo, fra i quali Pompeo Neri, che scrisse allora i suoi celebrati Discorsi sullo stato antico e moderno della nobiltà toscana, stampati nel tom. II delle Decisioni di Gio. Bonaventura Neri-Badia; nè certamente è un paradosso l’asserire che l’attuazione di quella legge fu un’avvicinamento alle idee democratiche moderne. I Nobili ed i Cittadini costituirono d’allora in poi due ordini puramente civili, che furono riconosciuti o inalzati in luogo dell’antica e prepotente nobiltà feudale, la quale ebbe cosi un primo colpo, che spianò la via all’ abolizione totale dei privilegi feudali. Ed il colpo fu infatti sentito da coloro a cui era diretto, perchè non poche delle famiglie che ripetevano la loro nobiltà dai feudi o da antichissimi privilegi, prendendo a dispregio la legge, sdegnarono di farsi iscrivere sui Libri d’oro, per non accomunarsi e confondersi con la gente nuova, alla quale quei libri erano stati aperti.
Quella legge designava le città che avevano diritto alle nuove onoranze civili, tra le quali non fu naturalmente compresa Pontremoli, che non era città. Di qui ne avvenne che molte famiglie pontremolesi cercarono di far riconoscere la loro nobiltà a Parma, a Pisa, a Firenze e altrove, creando in quelle città dei nuovi rapporti che a poco alla volta le inducevano a diminuire ed anche a rompere i rapporti naturali col loro paese nativo. Alla nobiltà di Firenze si erano fatti ascrivere gli Anziani, i Caimi, i Ricci, i Seratti; a quella di Pisa i Bertolini, i Curini, i Damiani, i Dosi, i Galli, i Pavesi, i Venturini; a quella di Parma i Bologna, i Canossa, i Dosi, i Maracchi, i Pavesi, i Petrucci, i Santi; e finalmente a quella di Modena i Belmesseri, i Bonaventuri, i Simonacci e molte fra queste famiglie avevano emigrato da Pontremoli, trasferendosi i Bertolini e i Seratti a Firenze, i Curini a Pisa, i Bologna, i Canossa, i Maraffi a Parma, i Belmesseri ed i Santi a Modena.
Tutto ciò spinse il Granduca Pietro Leopoldo a secondare le premure che gli venivano fatte, dichiarando Pontremoli città nobile e designandola a Sede Vescovile. Dal relativo motuproprio del 1.º agosto 1778, che riportiamo, resultano evidenti i motivi del provvedimento.
“ Pietro Leopoldo, etc. etc..
Riguardando Noi come un oggetto interessante la pubblica economia, che le famiglie non abbandonino il loro domicilio originario e le loro possessioni per trasferirsi dove possono godere delle onorificenze, alle quali per i loro pregi e sostanze siano già in stato di aspirare. E nella disposizione altresì in cui siamo di procurare, come esige ogni ragione di buon governo, che nei Nostri Stati della Lunigiana, compresi finora nelle Diocesi estere, sia eretto un nuovo Vescovado, abbiamo prese in benigna considerazione le attuali circostanze di Pontremoli.
Ed avendo riconosciuto che per la sua popolazione, per la estensione del suo territorio, e per ogni altro riflesso può servire di decorosa Sede Vescovile; che ivi il primo rango civico è riserbato per antica consuetudine alle sole famiglie più distinte; che molte di queste famiglie sono già da lungo tempo ammesse al godimento della nobiltà toscana e nobilmente imparentate con famiglie toscane e forestiere, e ne sono in ogni tempo sortiti abili soggetti a coprire impieghi cospicui, tanto nel Granducato, che in Stati esteri.
Per tali ragioni ed altre l’animo nostro moventi, e perchè gli onori servino non meno di ricompensa che d’incitamento alla virtù, di Nostro motuproprio, certa scienza, e con la pienezza della Nostra potestà, abbiamo dichiarato e dichiariamo Pontremoli Citta Nobile, e tale vogliamo da tutti sia riconosciuta, e come città sia chiamata a rendere omaggio nella mattina di San Giovanni dopo la città di Pescia.
Ed ordiniamo che dall’ Archivio di Palazzo si dia avviso a tutti i Magistrati ed a chiunque spetti di questa Nostra Sovrana determinazione.
Dato il primo agosto millesettecentosettantotto ».
(firmati) Pietro Leopoldo – v° Alberti – Francesco Seratti”
Al seguito di questo motuproprio furono dal Governo Toscano iniziate le trattative colla S. Sede per la istituzione del vescovado, le quali durarono assai lungamente, non essendo stata emessa la relativa Bolla di Pio VI che nel 4 luglio 1787 (101). La nuova Diocesi fu originariamente formata con 129 parrocchie appartenenti alle Comunità del territorio granducale di Lunigiana, cioè Albiano, Bagnone, Calice, Caprio, Casola, Filattiera, Fivizzano, Groppoli, Pontremoli, Seravezza, Terrarossa e Zeri. Quelle della Comunità di Seravezza, in numero di otto, furono staccate nel 1798 e riunite alla Diocesi di Pisa, per cui le parrocchie della nuova Diocesi Pontremolese rimasero 121; tre delle quali (S. Pietro di Pontremoli, S. Maria Assunta di Teglia, e una di Zeri) furono smembrate dalla Diocesi di Brugnato, le altre da quella di Luni-Sarzana. La dote alla Mensa e al Seminario fu formata colle rendite delle Abbazie della Verruca, Orticaiaa e S. Torpè, e dei Serviti di Corvaia, non che coi beni del Patrimonio Ecclesiastico Pontremolese.
Per altro non potè procedersi subito alla nomina del Vescovo, perchè il Papa non volle accettare alcuno dei due soggetti proposti dal Granduca, cioè il canonico Giuseppe Bernardini Vicario del Vescovo di Chiusi e Pienza e il proposto di Livorno Antonio Baldovinetti, ritenendoli troppo ossequenti alle idee di riforma del Granduca. Di qui nacque un conflitto fra il Governo e la Curia, per il quale fu abbandonata per il momento ogni pratica in proposito; e frattanto il Governo toscano, organizzata la Diocesi di Pontremoli, l’ affidò a un Vicario Capitolare, incaricando l’Arcivescovo di Pisa di supplire per le funzioni inerenti al carattere episcopale (102).
La partenza di Pietro Leopoldo dalla Toscana e la successiva sua morte tennero sospesa questa nomina; e fu soltanto nel 24 luglio 1797, che, prevalendo massime di governo opposte a quelle fino allora seguite, venne eletto (103) il primo Vescovo nella persona di Girolamo Pavesi, nato in Pontremoli il 1. agosto 1739 da Giuseppe e da Ottavia Ricci, essa pure di famiglia pontremolese. Egli era stato educato nel Collegio Cicognini di Prato, e poi si fece gesuita, finchè soppresso il suo Ordine ritornò in patria, ed ivi fu Arcidiacono della cattedrale. La sua famiglia, originaria di Piacenza, si era stabilita in Pontremoli per ragioni di commercio nella seconda metà del secolo XVII; ebbe titoli di nobiltà da Francesco Farnese, Duca di Parma, nel 1707, e fu ascritta anche alla nobiltà di Pisa nel 1764. Venne anche illustrata assai da un fratello del Vescovo, cioè da Lorenzo (n. 1738+ 1805) valente in letteratura ed erudizione ed esperto latinista.
Resse Girolamo Pavesi la Diocesi di Pontremoli fino al 27 giugno del 1820, nel qual giorno mori, lasciando buona memoria di sè come uomo pio e caritatevole, ma senza compiere alcun fatto che illustri il suo lungo governo. Ebbe solenni esequie, nelle quali recitò l’Orazione funebre il conte Francesco Caimi (104), e fu sepolto nella cattedrale avanti l’altar maggiore, con la seguente iscrizione:
HIERONYMO PAVESIO | DECURIONI APUANO | IN SOC. JESU QUOADUSQUE EA MANSIT SODALI I ARCHIDIACONO IN PATRIA | IBIDEMQUE PONTIFICI PRIMO | VIRO FRUGI MAGNAE ANIMAE ET VIRTUTUM EXEMPLIS INCOMPARABILI | QUI REVERENTIAM ADMIRATIONEM OMNIUM ORDINUM PROMERUIT | PRAESERTIM PIETATE IN PAUPERES QUEIS SOLATOR ALTOR FUIT VIXIT ANN. LXXXI P. M. DECESSIT PUBLICO MOERORE QUASI PARENTE ADEMPTO | V. KAL. JUL. AN. MDCCCXX PONTIFICATU ANNOS XXIII INTEGERRIME FUNCTUS DE ECCLESIA SUA OPTIME MERITUS | MARCH. EQ. STEPH. ALOYSIUS PAVESIUS ET A CUBIC. M. HETRUR. DUCIS PATRIC. FECIT PATRUO OPTIMO INDULGENTISSIMO PIETATIS ET MEMORIAE CAUSA.
Questa iscrizione era stata dettata dal celebre ab. Gio. Battista Zannoni, R. Antiquario a Firenze, ma nel metterla a posto fu molto cambiata, per cui crediamo opportuno di riprodurla nei termini stessi nei quali si legge nella raccolta delle Epigrafi dello Zannoni nella Nuova Collezione di opuscoli e notizie di scienze, lettere ed arti, dalla Badia Fiesolana, 1821, tomo II a pag. 460.
HIERONIMO. PAVESIO. I DECURIONI. APUANO. I SOCIETATIS. IESU QUAM DIU EA MANSIT SODALI I ARCHIDIACONO IN PATRIA I IBIDENQUE PONTIFICI AD AN -XXIII. I IN SUIS OBEUNDIS MUNERIBUS DILIGENTISSIMO I VITAE INTEGRITATE VIRTUTUM EXEMOPLIS I ET MORIBUS SUAVISSIMIS I REVERENTIAM ADMIRATIONEMQUE OMNIUM ORDINUM I PROMERITO I VIX P.M. LXXXI DECUS SUORUM ET CIVIUUM DECESS V KAL JUL AN M DCCC XXI MOERRORE PUBLICO PRAESERTIM EGENORUM I QUAEIS LARGA STIPE SUBVENEHAT HONESTATUS I MARCH. ALOYSIUS PAVESIUS FECIT PATRUO OPTIMO DESIDERATISSIMO I PIETATI ET MEMORIAE CAUSA VIRTUTUM PLISET MORIBUS SUAVISSIMIS REVERENTIAM EXEM-ADMI-RATIONEMQUE OMNIUM ORDINUM PROMERITOVIX. P. M. LXXXI DECUS SUORUM ET CIVIUM DECESS V KAL. JULAN.MDCCCXX MOERORE PUBLICO PRAESERTIM EGENORUM QUAEIS LARGA STIPE SUBVENEHAT HONE-STATUS MARCH. ALOYSIUS. PAVESIUS FECIT OPTIMO CAUSA. PATRUO DESIDERATISSIMO PIETATI ET MEMORIAE
XVII.
Adeodato Giuseppe Venturini
Vescovo di Pontremoli
(1821-37)
Adeodato Giuseppe Venturini successe al Pavesi nella Cattedra Vescovile di Pontremoli, e fu il secondo Vescovo di quella Diocesi. Appartenne ad antica famiglia pontremolese, illustre non soltanto per censo e per vani titoli nobiliari, ma, ciò che più importa, per lunga serie di uomini operosi e d’ingegno, ricchi di scienza e di virtù civili. Le antiche Rote e Tribunali di giustizia, che lasciarono tanti insigni monumenti di sapienza legale, e specialmente quelle di Bologna, Genova e Firenze, non che l’Università di Pisa, accolsero fra i loro membri diversi individui di questa famiglia, fra i quali meritano di essere specialmente ricordati i seguenti: l’auditore Marzio di Ascanio, giudice delle Rote di Bologna, Genova, Pisa e Firenze, che visse nella prima metà secolo XVII, e lasciò diversi volumi a stampa di trattati e decisioni forensi; Francesco, suo figlio, nato nel 1618, Auditore delle Rote di Genova, Lucca e Firenze, e dal Granduca Ferdinando II inalzato poi al grado di primo Auditore della Suprema Consulta di grazia e giustizia. Mori nel 1691 e fu sepolto nell’ andito che precede il chiostro della SS. Annunziata in Firenze, ove si vede il suo busto, con una lunga e pomposa iscrizione (105). Marzio, suo figlio, professore d’ Istituzioni imperiali e poi d’ Istituzioni criminali nella Università di Pisa, nel 1691 fondò una commenda familiare nell’ Ordine di S. Stefano, e nel 1699 fu aggregato alla cittadinanza pisana ed ebbe il privilegio di aggiungere al suo stemma l’arme della città di Pisa, che è la croce d’argento in campo rosso. Un’altro Marzio di Niccolò fondò esso pure una seconda commenda familiare nell’ Ordine di S. Stefano, e fu padre di Giovambattista, Auditore della Rota di Genova e di quella di Firenze, ove fu anche giudice della Suprema Consulta di grazia e giustizia. Mori il 1.° gennaio 1768, e fu sepolto esso pure nell’ andito che precede il chiostro della SS. Annunziata in Firenze, con busto ed iscrizione (106). Il cav. Marzio e l’avvocato Giuseppe Maria dell’ Auditore Ascanio furono lettori di diritto nella Università di Pisa sul principio del secolo XVIII; e Ascanio del predetto avv. Giuseppe Maria fondò il Baliato di Ferrara nell’ Ordine di S. Stefano, vestendo l’abito di cavaliere nel 7 aprile 1749.
Ben degno di appartenere a questa famiglia fu mons. Adeodato, che nacque in Pontremoli il di 11 gennaio 1777 da Gio. Battista Cav. Bali nell’ Ordine di S. Stefano e da Olimpia Pavesi, sorella del Vescovo Girolamo. Egli fu educato ed istruito nel monastero dei Benedettini della Badia di Firenze; e di quel medesimo Ordine vestì l’ abito appena giunto alla età maggiore. Alla soppressione degli Ordini religiosi operata dal Governo francese, si ritirò in patria, esercitando il ministero di semplice sacerdote secolare; e ripristinati poi gli Ordini stessi dal Governo toscano, ritornò al suo monastero della Badia fiorentina, ed ivi tenne per varî anni l’ufficio di Lettore di filosofia e teologia.
Alla Sede Vescovile di Pontremoli fu nominato il 13 agosto 1821 da Pio VII, su proposta del Governo toscano, e il 15 dello stesso mese ricevè in Roma solenne consacrazione, pubblicando nel tempo stesso la prima lettera pastorale (107).
La nomina del Venturini fu bene accolta dalla citta e da tutta la diocesi, non solo per le egregie qualità di lui, ma anche per la grande rispettabilità della quale godeva in paese la sua famiglia; nè mancarono al nuovo prelato pubbliche dimostrazioni di gradimento e di onore (108).
Fra le sue benemerenze verso la Diocesi ed il paese, ricordasi quella di aver dato grande incremento al Seminario e Collegio, portandolo a tal grado che fu non solo di decoro alla città, ma anche di grande benefizio a tutta la provincia, com’ebbero a riconoscere diversi autorevoli scrittori di quel tempo (109). Infatti egli ne accrebbe il locale, vi fondò la cattedra di teologia dogmatica, istituendo a tale oggetto un nuovo canonicato nella cattedrale, e notevolmente aumentò il gabinetto di fisica. Morì mons. Venturini il 2 settembre 1837, e fu sepolto nella sua chiesa cattedrale sul presbiterio dell’altare maggiore in cornu evangelii. Nessuna iscrizione per ora lo ricorda, ma sappiamo essere intenzione della famiglia Venturini di collocarvi la seguente, che fu dettata dall’avv. Raffaello Reghini.
HIC JACET ADEODATUS JOSEPH VENTURINI | NATUS 11 JANUARII 1777 EX CONJUGIBUS | BAJULIVO JO. BAPTISTA ET MARCHION. OLYMPIA PAVESI PATRIC. PONTREMULEN | QUI A PIO VII P. M. DIE XV. AUGUSTI 1821 | AD APUANAM ECCLESIAM MODERANDAM ELECTUS MORUM SANCTITATE ET IN PAUPERES CARITATE REFULSIT IN BONIS STUDIIS ET IN CLERICORUM DISCIPLINAE ET CULTURAE CONSULENDO SEIPSUM SEDULO ET NAVITER OBIVIT NOVAS AEDES SEMINARIO ADIECIT ET ITA AUGUSTAM EXEMPLO ET AUCTORITATE EXHIBUIT RELIGIONEM OBDORMIVIT IN DOMINO 1. SEPTEMB. 1817.
DECANUS MATHAEUS Q.m DOMINICI ET DOCT. FRANCISCUS Q.m EQUITIS SILVII | PATRUO DESIDERATISSIMO | CUM LACRYMIS POSUERUNT (110)
Diverse memorie biografiche a stampa esistono dal Vescovo Venturini (111), come pure furono recitati diversi elogi funebri nei solenni funerali che gli vennero celebrati nella cattedrale e in altre chiese in Pontremoli e fuori (112).
XVIII.
Michelangiolo Orlandi
3.º Vescovo di Pontremoli
(1839-74)
Sopra un versante del monte Orsaio, a cinque miglia circa di distanza da Pontremoli, sorge il villaggio della Rocca Sigillina, con antichissimo fortilizio, già feudo dei Malaspina e poi dei Conti Noceti, i quali lo venderono per 6000 fiorini d’oro al Granduca di Toscana Cosimo I nel 1546 (113).
A famiglia di condizione onorevole ed agiata di questo villaggio appartenne Michelangiolo Orlandi, nato il 22 settembre 1793 da Giuseppe e da Elisabetta Verunelli. Studiò a Parma filosofia e teologia; fu maestro di rettorica e poi rettore del Seminario e Collegio di Pontremoli.
Dal Granduca di Toscana Leopoldo II fu l’ Orlandi designato a succedere a mons. Venturini nella cattedra Vescovile di Pontremoli; e il Pontefice Gregorio XVI ve lo nominò, consacrandolo il 29 decembre 1839, e fregiandolo nel tempo stesso dei titoli di Conte, di Prelato domestico e di, Assistente al Soglio Pontificio (114).
Bene accetta fu questa nomina ai Pontremolesi, perchè avevano conosciuto nell’ Orlandi un uomo pio, dotto e di animo mite e caritatevole, fornito insomma di tutte le doti necessarie ad un Vescovo. Ed infatti le speranze su lui concepite non rimasero deluse. Una delle prime sue cure fu la buona educazione del clero, regolandone la disciplina ed eccitandolo sempre più a pietà e carità. A quest’ oggetto detto le norme per l’esercizio regolare e decoroso dei diversi uffici ecclesiastici in due volumi sui sacri riti, dei quali curò la pubblicazione nel 1845; e nel 1857 raccolse in una Notificazione sulla disciplina del clero i diversi ordini in proposito emanati negli anni precedenti e che erano rimasti dispersi nei Calendari.
Al Seminario e al Collegio dette grande incremento, riformandone i metodi d’ insegnamento, aumentando il numero delle cattedre, scegliendo buoni e dotti insegnanti, con lo scopo di renderlo, come infatti presto divenne, una istituzione utile non solo agli ecclesiastici, ma anche ai secolari di tutta la provincia, trovandovi molte famiglie il mezzo di educare ed istruire i propri figli. Del Seminario pubblicò anche le Costituzioni (115).
Visitò quasi tutta la vasta e faticosa diocesi, non curando disagi, e in molti luoghi lasciò tracce della sua carità e del suo saggio governo. Assisté al Concilio Provinciale riunito in Pisa nel 1850; e dagli atti di esso apparisce ch’ egli non vi stette come muto e inutile spettatore (116). Fra le buone opere che compié in Pontremoli fu la istituzione del pio sodalizio o confraternita della Misericordia, secondo le norme di quella antichissima di Firenze, la quale tuttora fiorisce con decoro del paese e con grande vantaggio della umanità sofferente.
Il Governo Toscano apprezzò molto l’opera dell’ Orlandi e ne tenne la persona in alta considerazione. Così fece il Governo di Parma, sotto il quale passò in seguito Pontremoli.
Anzi quel Duca volle dargli pubblica attestazione di onore, nominandolo commendatore del S. I. A. Ordine Costantiniano di S. Giorgio.
Mori l’Orlandi in età di 81 anni il 9 novembre 1874, compianto da tutti. I canonici Luigi Marsili e Pietro Betta ne dettarono gli elogi (117); e per deliberazione del Municipio ebbe sepoltura nel sotterraneo della chiesa del pubblico camposanto,con la seguente iscrizione dettata dal predetto canonico Marsili:
SUA VITA MICHELANGELO ORLANDI DI ROCCA SIGILLINA | COMM. DEL. S. A. I. ORDINE COSTANTINIANO DI S. GIORGIO DI S. S. PP. PIO IX PRELATO DOMESTICO ASSISTENTE AL SOGLIO PONTIFICIO E CONTE LE CHI VESERATE SPOGLIE IN QUESTA MAGGIOR CAPPELLA IL GIORNO 12 NOVEMBRE 1874 82° DI SUA VITA PER DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA MUNICIPALE | FURONO A TEMPO DEPOSTE QUALE MAESTRO IN BELLE LETTERE NEL SEMINARIO COLLEGIO DI QUESTA CITTÀ PER ELETTA DOTTRINA SI SEGNALO’ IVI RETTORE PER SAPIENTI RIFORME ACQUISTO’ FAMA VESCOVO DELLA DIOCESI RIFULSE DI MANSUETUDINE E SANTITA | MIRABILMENTE AVVERATOSI IN LUI CHE LO SPIRITO DI DIO INFONDE NELLE ANIME PROPORZIONATI ALL’ ALTEZZA DELLA MISSIONE I SUOI DONI (118).
ΧΙΧ.
Francesco Fogolla
Vescovo titolare di Bagi
(n. 1838- +1900)
Il ricordo di un umile missionario che, dopo una vita lungamente operosa, trascorsa in mezzo ai sacrifizi e ai pericoli, finì martire della fede e della civiltà, chiude con un’ aureola di gloria la serie de’ Vescovi nativi di Pontremoli e del suo territorio. Quest’ nomo, quasi ignoto finora, fu strappato ad un immeritato oblio dalla morte, che lo colse nelle ultime terribili vicende dell’ impero Cinese; in mezzo alle quali pur troppo il tragico fatto non rappresentò che un episodio secondario e quasi inosservato. Poco possiamo dire di lui, perchè le molte ricerche fatte nulla ci hanno dato oltre quello che potè essere raccolto dalla pietà dei suoi correligionari ed amici.
Francesco Fogolla nacque il 6 settembre 1838 in Montereggio, ex feudo della famiglia Malaspina, nel Comune di Mulazzo e nella Diocesi di Pontremoli. Nel 1858 vestì l’ abito dei Frati Minori di S. Francesco, e nell’ anno seguente emesse voti solenni nel convento di Maria Vergine delle Grazie presso Rimini. Continuò i suoi studi nei conventi di Carpi, Reggio e Parma, con lo scopo di dedicarsi all’apostolato tra gl’ infedeli; e infatti nel decembre del 1866 potè partire per la Missione del Vicariato Apostolico di Shansi in Cina, che gli era stata assegnata. In questo suo primo viaggio visitò i luoghi di Terrasanta, ed ebbe a compagno il Conte della Torre, che appunto si recava nell’ Impero Cinese come Ministro d’ Italia.
Esercitò il Fogolla il suo apostolato nel Shansi settentrionale, ov’ ebbe importanti incarichi nei collegi di quelle missioni francescane ed anche nel Concilio regionale che fu tenuto nel 1880.
Nel 1898 accompagnò a Torino alcuni giovani cinesi cattolici, in occasione della mostra delle Missioni a quella Esposizione, e si trattenne in Europa fino al maggio del 1899. Fu in questo periodo che Leone XIII lo creò Vescovo titolare di Bagi e Pro Vicario Apostolico del Shansi settentrionale, con diritto di successione al Vicario mons. Gregorio Grassi.
Ma per poco tempo potè ancora il Fogolla continuare nell’ opera sua umanitaria e cristiana, giacchè ritornato in Cina con altri missionari, si trovò in mezzo alle ultime terribili vicende di quell’ Impero; nè valsero a salvarlo dalla rabbia barbarica i benefizi sparsi a larga mano durante i 34 anni di vita intemerata trascorsa in quelle regioni, e neppure le amicizie e le simpatie che si era acquistate presso molti. Arrestato nel luglio 1900 a Fusau (?) per ordine del Vicerè locale, insieme con mons. Grassi, con sette suore, e con alcuni altri missionari, e condotti innanzi al detto funzionario, questi dopo averli sottoposti a barbari trattamenti, li fece tutti decapitare. Si dice anzi che il Fogolla sia stato decapitato per mano dello stesso Vicerè (119′).
Pietro Bologna, I Vescovi appartenenti a famiglie di Pontremoli e del suo territorio, correzioni e aggiunte alle Memorie storiche della Lunigiana dell’ab. Emanuele Gerini, in Modena coi tipi di G.T. Vincenzi e Nipoti, Librai Editori sotto il Portico del collegio, 1903 – estratto dagli Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi, serie V vol. III – Modena Tip. Vincenzi, 1903 – La documentazione è stata estratta da http://www.internetculturale.it.
Note
1) Massa. Tipogr. Frediani, 1829; due volumi.
2) SEMERIA, Secoli Cristiani della Liguria; 11, 30.
3) SEMERIA, Op. cit.; II, 168.
4) Si allude al Codex documentorum illustrium ad historicam veri-tatem Lunezanae Provinciae ab Emanuelle Gerinio elaboratum. Cod. cart. in fol pic. di pp. 446, che si conserva a Firenze nel R. Archivio di Stato.
5) UGHELLI FERD., Italia Sacra. Editio II, Venetiis, 1717-22, vo lumi 10; in fol.
6) CAPPELLETTI GIUS., Le Chiese d’ Italia dalla loro origine fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1844-71; voll. 23; in-8.
7) GAMS PIUS BONIFACIUS, Series Episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbonae, 1873.
Mentre attendevamo alla revisione delle bozze di stampa di questo scritto, ci occorse di poter consultare un’opera recentemente pubblicata, che invano avevamo cercata per l’innanzi. Traemmo da essa alcune nuove notizie, che, per non alterare la composizione, fummo costretti a riportare in nota ai luoghi opportuni. Quest’ opera ha il seguente titolo: Hierar chia Catholica | Medii Aevi | sive | Summorum Pontificum | S. R. E. Cardinalium | Ecclesiarum Antistitum | Series | Ab anno 1198 usque ad annum 1431 perducta e documentis Tabularii praesertim Vaticani | collecta, digesta, edita per CONRADUM EUBEL | Ord. Min. Conv. S. Theol. Doct. Apostolicum apud S. Petrum de Urbe Poenitentiarium | Superiorum permissu | Monasterii MDCCCXCVIII. | Sumptibus et typis Librariae Re-gensbergianae; in 4 gr. di pp. 582.
In un secondo volume di pp. 328 che ha lo stesso titolo, ma che fu pubblicato nel 1901, l’opera è continuata dall’anno 1431 all’anno 1503.
(8) É riportato dall’UGHELLI; tom. IV, col. 979.
(9) L’antica Abbazia di Brugnato era ricchissima, giacché, oltre le terre e ville che in progresso formarono la Diocesi di Brugnato, oggi riunita a quella di Sarzana, possedeva corti e altri beni nel contado di Modena, nel Parmigiano, a Volterra, nel Piacentino, nel resto della Lunigiana e nella Liguria. SPORZA GI0. Studi archeologici sulla Lunigiana dal 1901 al 1850, pag. 173.
(10) UGHELLI; IV. 987.
11) SEMELTA; II, 165. Vedansi anche CAPPELLETTI; XIII, 469. GAMS, pag. 818.
12) In un codicetto in 8°, di pp. 40. della 2. metà del sec. XVIII, esistente presso il cav. Luigi Bocconi di Pontremoli, e che ha per titolo: Breve e sincera descrizione di Pontremoli, Terra insigne nella Lunigiana, degli uomini illustri e famiglie cospicue in sangue, lettere ed armi, alla p. 19 si legge: Giacomo Reghini da Pontremoli fu il primo Vescovo di Brugnato, eletto nell’anno 1133. Per altro l’Ughelli (IV, 983) con più fondamento lo ripone nel nono luogo, eletto nell’ anno 1300, e morto nell’anno 1320.
13) LE QUIEN MION., Oriens cristianus, Paris, 1740; voll. 3; in fol.
14) Non è rammentato neppure dall’ EUBEL nella Hierarchia Catholica, il quale riguardo ai Vescovi di Negroponte riporta la serie del Lequien.
15) Di ciò ci assicura l’amico nostro Camillo Cimati di Pontremoli, possessore degli originali delle dette cronache.
16) Filza LXI dei Processi di nobiltà di Pontremoli al n.º 11.
17) )Fra l’Epistole latine dell’ Ivani, che si conservano manoscritte nella Biblioteca Comunale di Sarzana, sono dirette ad Antonio Galli quelle del lib. Il segnate coi N. 15, 29, 32, 45,
18) Memorie E Documenti per la Storia della Università di Pavia;I, 149
19) FABRONI, Istoria Academiae Pisanae: 11, 249.
20) FABRONI, op. cit., II, 253. L’iscrizione dice cosi: IN HOC TUMULO JACENT OSSA MAGNIFICI RECTORIS PISANI GYMNASIH GEOROI DE GALLIS DIE PONTREMULO ARTIUM ET MEDICINAR DOCTORIS ORDINARIAM LEGENTIS. EIUS PATER MAGISTER FRANCISCUS MEDICINAM ORDINARIAM PROFITENS AC LECTURA COMES SIBI ET HAEREDIBUS POSUIT.
21) Memorie delle famiglie Pontremolesi.
22) LE QUIEN MICH., Oriens christianus, Paris, 1740, vol. S, col. 845 e seg
23) CAMPI, Memorie di Pontremoli mss. cap. 16.
24) BOLOGNA, Notizie istoriche di Pontremoli; in TAROTONI, Viaggi per Toscana; vol. XI, pag. 337.
25) L’EUBEL (1, 158) registra la elezione del Gandolfi il 20 febbraio
26) UGHELLI, IV, 987. CAPPELLETTI, XIII, 469. GAMS, pag. 818.
27) Nel nostro libro: Artisti e cose d’arte e di storia Pontremolesi, Firenze, Carnesecchi, 1898, a pag. 68 fu ricordata questa iscrizione come dell’anno 1490. Correggiamo qui l’involontario errore, ristabilendo la data 1390. Le due iscrizioni del Vescovo Gandolfi appartenevano sicuramente all’antica chiesa di S. Francesco, sul luogo della quale fu inalzata quella oggi esistente nella seconda metà del secolo XV.
28) 1) TRONCI, Mem. hist. della città di Pisa, Livorno, 1682, pp. 477 e 489.
29)UGHELLI, III, 341 e 493. CAPPELLETTI, XVI, 1-230. GAMS, pp. 756 e 762.
30) BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale; III, 26.
31) Vedi al N. IV.
32) BOLOGNA, Op. cit., in TARGIONI, XI, 258-59.
33) GUASTI, I Capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Regesto.Firenze Galileianz 1866, I, 559.
34) Qui il buon Campi doveva veramente dire Filippo Maria, perché il Duca Gio. Maria era morto fino dal 1412, e la guerra dei Fiorentini fu contro Filippo Maria.
35) CAMPI, Memorie, cap. VII.
36) Secondo l’EUREL, Hierarchia Catholica (II, 125) Tommaso Enre ghini rinunziò al Vescovato nel 2 maggio 1438, riservandosi un’annua pensione di cento ducati. Questa circostanza fa nascere il dubbio che gli altri scrittori abbiano confuso l’anno della sun renunzia al Vescovato con quello della sua morte.
37) LE QUIEN M., Oriens christianus, Paris, 1740; 111, 1088.
38) L’EUBEL nella Hierarchia Catholica (I, 509) noto che, alla sua morte, gli successe il 23 decembre 1429, Stefano Vescovo di Mitilene.
39) Soltanto nel sopracitato Codicetto Bocconi a pag. 17 si legge: “Il P. Fra Giovanni da Pontremoli, Minore Osservante di S. Francesco, già Lettore giubbilato, fu fatto Arcivescovo di Tebe nel 1485, come rapporta il Waddingo”. Ma lo scrittore errò nella data
40) Tommaso Enreghini.
41) UGHELLI; IV, 987.
42) CAPPELLETTI; ΧΙΙΙ. 470. GAMS, pag. 818.
43) L’EUBEL (II, 125) lo chiama Antonius de Raygasuccis (Vergafalce), e segna la data della sua elezione nel 2 maggio 1438.
44) Pracchiola, distante sette miglia da Pontremoli, risiede in alto sul fianco occidentale del monte Orsaio, nel piano così detto dei Magresi, dove il fiume Magra alla confluenza di due fossi prende il nome che porta fino al mare. Trovasi cotesto casale colla sua chiesa in mezzo ai castagni che confinano costà coi faggi e coi prati naturali, dai quali é rivestita la criniera di quell’ Appennino. Cfr. REPETTI, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana; IV, 632.
45) )Di questo notaro non esiste alcun protocollo nell’ Archivio di Pontremoli. Certo il Campi sbagliò, e doveva dire ser Gio. Lorenzo Villani, del quale esiste il protocollo cogli atti sopracitati.
46) La elezione di Bartolommeo Uggéri a Vescovo di Brugnato nel 1467 é indubbiamente provata con la Bolla di Papa Paolo riportata nello istrumento di possesso del notaro Torti.
47) FAJE GIO. Anтоnio, Cronaca; in Atti della Società Ligure di storia patria; X, 561-562.
48) CAPPELLETTι; Χ111, 470.
49) UGHELLA; IV, 987.
50) SFORZA G10., Epistola Peregrini de Belmesseris, pag. 6.
51) REPETTI, Diz. geogr. della Toscana; I, 366.
52) Questa frase ei sembra dimostrare chiaramente che la residenza abituale dei Vescovi di Brugnato, almeno in quel tempo, era in Pontremoli
53) Questa Bolla è riportata integralmente da G. B. CAVALIERI-BERNARDONI a pag. 23 del libretto intitolato: Santuario della SS. Annunziata presso Pontremoli dichiarato monumento nazionale, storia e descrizione. Torino, tip Salesiana, 1895; in-12°.
54) Di Francesco Gonzaga cosi si legge nel MURATORI Rer. ital. script., XXIII, 900: Franciscus Gonzaga Cardinalis eumdem Episcopatum (di Bologna) in commendam accepit dissipaturus ejus substantiam. Sic fecit,
55) CAPPELLETTI; XIII, 470. Cfr. anche SEMERIA, Op. cit.; II, 196.
56) MURATORI, Rer. ital, script, 902.
57) L’EUBEL nella Hierarchia Catholica (11, 269) non riporta la intera serie dei Vescovi di Tana data dal Le Quien, ma soltanto il suricordato Basilio e il nostro Matteo da Pontremoli, riguardo al quale nota che appartenne all’ Ordine dei Predicatori, e fu eletto nel 1464.
58) La chiesa di S. Giorgio, antichissima, era fuori della porta parmigiana, nel luogo che oggi chiamasi Camposanto Vecchio. Ne rimangono attualmente pochi avanzi che rivelano la eleganza della fabbrica. -Cfr. BOLOGNA PIETRO, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi, Firenze, Carnesecchi, 1898.
59) Zeri è un castello composto di più borgate spicciolate, con chiesa plebana (S. Lorenzo prepositura), a circa 7 miglia pon. lib. di Pontremoli. (Repetti)
60) Scorcetolo o Scorcetoli, villaggio a circa 3 miglia da Pontremoli, risiede in monte lungo il fosso Orsanella, sotto il fianco occidentale del Monte Orsaio. (REPETTI).
61) )Caprio, villaggio composto di tre borgate, giá capoluogo di Comune, a 4 miglia circa a scirocco di Pontremoli (REPETTI).
62) CIMATI CAMILLO, Alcune notizie sul pontremolese Opicino Galli Vescovo di Guardialfiera dalla fine del 1400 ai primi del 1500, Roma, Stabilimento Fratelli Capaccini, 1900; in-8.
63) LARINO, Considerazioni storiche sulla città di Larino. Manoscritti del Barone Giandomenico Magliano completati, annotati e pubblicati da Alberto Magliano, Maggiore d’artiglieria in riposo, con l’aggiunzione della parte II e III e dell’appendice, ecc. Campobasso, Stabilimento tipogr. Ditta Giovanni o Niccola Coletti, 1895; in 8.”
64) L’’EUBEL è il primo frå gli scrittori che registri fra i Vescovi di Guardialfiera Oppicino Galli (Hierarchia Catholica 11, 179). Egli lo colloca appunto dopo Troilo Agnesi, notando la sua elezione nel di 11 gennaio 1503. Per altro, non indica l’anno della sua morte.
65) DALLARI UMBERTO, Di un Vescovo di Reggio, il cui cognome non è ben conosciuto (Gio. Luca da Pontremoli; in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi, ser. IV, vol. IX, Modena, Vincenzi, 1899.
66) DALLARI UMBERTO, Carteggio fra i Bentivoglio e gli Estensi da 1401 al 1502, esistente nell’ Archivio di Modena; in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per la Romagna, terza serie, voll. XVIII e XIX.
67) Giornale storico e letterario della Liguria, an. I (1900), fase. di ottobre, pag. 374.
68) GERINI; II, 242. Questa iscrizione riportata dal Gerini è secondo il testo di Bonaventura de’ Rossi. Il Mannucci e il Tegrimi nella Vita di Castruccio la danno in forma un poco diversa, ma uguale nella sostanza.
69) Per meglio eliminare la confusione qui fatta dal Gerini, crediamo opportuno di notare che tre erano gli antichi Castelli di Pontremoli, dei quali restano oggi gli avanzi più o meno grandiosi; e cioè il castello detto del Piagnaro, quello nominato Cacciaguerra, e il Castelnuovo.
Il Castello del Piagnaro è più antico di tutti, e fu anche il più importante per la grandezza e per la posizione elevata e sicura, a cavaliere delle due foci dell’ Appennino, e dominante la strada verso Toscana. Non si pensi per altro, come in altra occasione notammo, (Artisti e cose d’arte e di Storia Pontremolesi, pag. 18) che le sue muraglie attuali siano quelle antichissime della primitiva costruzione, perchè esso fu più volte guasto dagli stranieri invasori e dalle ire delle fazioni; e per ultimo, dopo essere stato distrutto dagli stessi Pontremolesi, allorché cacciarono nel 1329 il Vicario del Bavaro che li tormentava con angherie ed estorsioni, perché non servisse più d’asilo ai tiranni, fu pochi anni dopo riedificato dalla fazione ghibellina, per opera di Manfredo de’ Filippi.
Il castello nominato Cacciaquerra, ossia quello delle tre torri fu costruito da Castruccio nel 1822 per tenere in freno le fazioni interne, e divideva in due parti la Terra. La sua torre centrale fu destinata ad uso del pubblico, ed quella con l’orologio, l’altra sulla Magra serve a cam-anile del Duomo, e la terza sul Verde fu abbattuta.
Del Costelnuovo comincia a trovarsi memoria al tempo dei Visconti; ed oggi ne rimane una massiccia torre quadrata, con un portone di pietra, ch’era munito di saracinesca, presso il ponte di Nostra Donna. Questa torre costituiva la parte principale del castello, giacché le opere di fortificazione ad essa adiacenti, che esistevano nella prima metà del secolo XVIII, erano assai modeste, e vengono così descritte dall’avv. Nicolò Maria Bologna (in Targioni, Viaggi, X1. 218). La sua porta (della torre) sulla strada maestra, vien difesa da due portoni doppi di pietra quadrata, fortificati da saracinesche. Ha pure altra muraglia, ch’ era merlata, sul bordo della Magra, la quale comunicava con un fortino frammezzo alla medesima e alla detta Torre; e di li si passava sopra il portone, che resta in faccia al ponte suddetto, ma oramai è in gran parte sfasciata. In sostanza il Castelnuovo serviva a munire il ponte che dava accesso alla Terra dalla parte inferiore di essa; e, come opera di difesa, sia pure di minore importanza e di proporzioni più modeste di quelle che ebbe in seguito, noi crediamo che preesistesse al castello di Cacciaguerra, non essendo credibile che si lasciasse indifesa la Terra nel punto importantissimo in cui andava a congiungersi colla via che, proveniente dall’ Appennino, conduceva in Toscana. In seguito, e probabilmente per opera di Bernabo Visconti, divenuto Signore di Pontremoli, fu ingrandita la Torre e resa capace di accasermare molti soldati, e vennero costruite o riordinate le altre muraglie ad essa adiacenti, in modo da formare una piccola fortezza, la quale forse in cotesta occasione prese il nome di Castelnuovo. Un riordinamento delle fortificazioni di Pontremoli fatto da Bernabo Visconti è infatti ricordato dai cronisti pontremolesi. Il Campi al cap. 6 delle Memorie historiche, sotto l’anno 1370, scrisse appunto che fu restaurato il Castelnuovo per ordine di Bernabò Visconti, e il Bologna (loc. cit. pag 256) scrisse che Bernabò fece rinforzare e rialzare nel 1369 la torre di Cacciaguerra. É dunque assai probabile che le stesse opere di rinforzo e di rialzamento si facessero da Bernabó alla torre di Castelnuovo. Ed infatti il Bologna (loc. cit.) aggiunse che questa torre è molto antica, e verisimilmente è stata rialzata, perché si vede verso settentrione, una porticciola che aveva il suo ponte levatojo, che in oggi resta sepolta..
70)Il CAPPELLETTI, XV, 392, e il Gams, pag. 760, seguono l’UGHELLI, 11, 313, attribuendo a Gio. Luca il cognome Dal Pozzo, e ritenendolo nato in Agnano nel Genovesato.
71) DALLARI, Carteggio fra i Bentivoglio e gli Estensi; pagina 179, nota 1
72) Il GREGOROVIUS nella Lucrezia Borgia, Firenze, Successori Le Monnier, 1874, discorre diffusamente di questa ambasceria, e riporta fra i documenti diverse lettere di Gio. Luca
73) DALLARI, Rotuli dei lettori, legisti e artisti dello Studio Bolognese, Bologna, Fratelli Merlani, 1888; vol. 2, pag. 138.
74) 1) UGHELLI; IV, 310.
75) CAPPELLETTI, XIII, 470; SEMERIA, 11, 477, 547; GAMS, pag. 827.
76) ROSSI GIROLAMO, Storia della città di Ventimiglia, Oneglia, Stabilimento tipo litografico Eredi G. Ghilini, 1888; in-8. di pp. 512, con tavole.
77) Il Grimaldi fu trasferito alla sede di Albenga.
78) Rossi, op. cit., pag. 195.
79) SALA, Documenti circa la vita e le gesta di S. Carlo Borromeo; parte II, pag. 451.
80) Rosst, op. e loc. cit.
81 CAPPELLETTI, loc. cit.
82) Roast, op. cit.
83) TANIVELLI, Vita di Don Alessandro dei Marchesi di Ceva fondatore dell’ Eremo di Torino, Torino, Briolo, 1792.
84) SERASSI, Vita di T. Tasso, Bergamo, Locatelli, 1790; 11. 123.
85) Acerno, nella Provincia di Principato Citeriore, è piccola, ma antichissima città. Nel 1818 la sua Chiesa vescovile fu data in amministrazione all’ Arcivescovo di Salerno,
86) CAPPELLETTI, vol. XX, pag. 314 e 319. Cfr. anche UGHELLI, VII, 450; e Gams, pag. 844.
87)Essendo consuetudine del Marracci di voltare in latino i frontespizi italiani dei libri, può ritenersi che il titolo della opera del Galbiati sia in italiano.
88) Bibliothecae Marianae, alphabetico ordine digestae et in duas partes divisac quà Auctores, qui de Maria Deiparente Virgine scri-paere cum recensione Operum continentur Pass secunda | Auctore P. HIPPOLITO MARRACOLO Lucensie Congreg. Clericorum Regul. Matris Dei Romae, typis Francisci Caballi MDCXLVIII, in-8. a pp. 56, 57.
Un’ Appendice alla Biblioteca Mariana porta la data: Colonive Agrippinae, 1683.
89) Anche l’UGHELLA, il CAPPELLETTI e il GAMS sbagliano l’anno della morte.
90) TESTI DON LUIGI arcidiacono, I due Amici e l’antichissima città di Sarsina, con Appendice sulla Serie cronologica dei Vescovi Sarsinati, cenni storici tradizionali, Gatteo, tipografia Istituto fanciulli poveri, 1892, in 8.° di pp. 104-x1.. A pag. xxix.
91) VENTURINI MARZIO, Cons. XXII.
92) BOLOGNA PIETRO, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi, Firenze, Carnesecchi, 1898, pag. 41.
93) Statuta Pontremuli, pag. 131.
94) Memorie e Documenti per la storia della Università di Pavία;1, 129.
95) FABRONI, Hist. Acad. Pis. 11, 170
96) Se mai, Fori Livii.
97) Queste date concordano con quelle del Gams, pag. 933.
98) Mem. hist. di Pontremoli, Cap. XVIIII.
99) REPETTI, Dizion. della Toscana, IV, 561.
100) Cfr. BOLOGNA PIETRO, Il possesso di Pontremoli preso in nome del Granduca di Toscana Ferdinando II dal Senatore fiorentino Alessandro Vettori nel 1650, Firenze, Carnesecchi, 1900; in-8″.
101) La Bolla, che incomincia: In suprema Beati Petri cathedra, è riportata integralmente dal CAPPELLETTI, vol. XVI, pag. 234 e seg.
102) 1) Cfr. Zobi, Storia della Toscana; vol. 8, pag. 158.
TASSONI GIULIO CESARE, Rappresentante della Repubblica Cisalpina presso il Re di Etruria. Lettere; in Archiv. Stor. Ital., ser. IV, tom. XIV, pag. 174, an. 1883.
103) La sua elezione venne festeggiata con questo componimento:
Essendo stato eletto a coprire il primo la nuova Cattedra Vescovile di Pontremoli l’ Ill mo e Rev.mo Monsignore Girolamo de’ Marchesi Pavesi, sonetto, Parma, M. DOC. XCVIL Dalla Stamperia Carınignani, Con approvazione, [1797]; in-fol. di pp. 2 n. .
104) Orazione funebre in morte di Monsignor Girolamo dei marchesi Pavesi, Vescovo di Pontremoli, composta dal conte FRANCESCO CAIMI dal medesimo recitato nella Cattedrale di detta città il 27 luglio 1820, Parma, presso Giuseppe Paganino, MDCCCXX; in-8º di pagg. 22.
105) D. О. М. | MORTALES MORTI CEDUNT. AMORI MORS FRANCISCUS VENTURINUS MARTII FILIUS, ASCANII NEPOS, PATRITIUS PONTREMOLENSIS PATRISQUE JURISPRUDENTIAM EMULATUS MAGNIS MAJORIDUS NOX MINOR I.C.MAJORES FUERE IPSI VIRTUTIS EXEMPLUM, IPSE POSTERIS MERITIS MATURUS ETRI NONDUM ANNIS PISCALIS ROTAE CIVILIS AUDITOR GENUAR, LUCAE AUDITOR ET PRAETOR AR UTRAQUE REPUBLICA PRAESENS IN AMORIBUS HABITUS ABSENS IN VOTIS PROBITATIS PRUDENTIAE AC DOCTRINAE FAMA VOCATUS ROTAE FLORENTINAE X ANNOS FUIT AUDITOR PROFISVCALIS V PLURIUM MAGISTRATUUM ASSESSORE, ATQUE UNA CUM ALIIS REFORMATOR PITILIANI SORANIQUE GENERALIS AUDITOR JUSSU COSMI III ROTAE CRIMINALIS INSTITUTOR IN SIGNATURA LIBELLORUM SUPPLICUM GRATIAE ET JUSTITIAEPRIMUS CONSILIARIUS HIS ALISQUE NUMRIBUS MAJOR EXTERIS PRINCIBUS AC MAGISTRATIBUS RESONSIS SUI VISUS ORACULO PROPRIOR QUUM OMNIA NEGOCIA PARI SOLERTIA ANIMIQUE CONSTANTIA TRANSEGERIT DIERUM GLORIAEQUE PLENUS APOPLEXIA TOLLITUR DIE XX FEBRUARII ANNO AETATIS LXXIII SALUTIS MDCIXCMOERENS FILIORUM AMOR HANC PATRIS EREPTI SCULPSIT IMAGINEM ET PRO VITA VITAM , UT POTEST GRATUS REPENDIT.
106) QUIETI ET MEMORIAR JOANNIS VENTURINII EQUITIS S. STEPHANI MARTII EQUITIS ET ANGELAE CAVALLI F. EX NOB. PONTREMOLESSIS JURIS INTERPRETUM DOMI FORISQUE CELEBRIUM FAMILIA IN REIP. JANUENS. AD LITES DIRIMENDAS COLLEGIO ET IN MONOEC. PRINCIPATU ARBITRI ET MODERATORIS FLORENTIAE POST INNOXIAM CLIENTIUM TUTELAM MERCATURAE SUPREMIQUE MAGISTRATUS AUDITORIS ATQUE IN GRAT. ET JUST, SUPPLICUM LIBELLIS EXPEDIENDIS APUD PETRUM LEOPOLDUM D. N. A. CONSILIIS QUI PIUS, SAPIENS, INTEGER, CARUS OMNIBUS ANTIQUAE VIRTUTIS MANSUETIQUE INGENII ANNO SAL, MDCCLXVIII. AET LXXII DECESSIT NICOLAUS EQ. VENTURINUS FRATRI OPTUMO MONUMENTUM HỌC CUM LAURIMIS P. C.
107) Romae, MDCCCXXI, apud Franciscum Bourlié; in-4.” di pp. XII
108) Fra le onorevoli pubbliche dimostrazioni fatte al Venturini per il suo ingresso al Vescovato, citeremo i due seguenti componimenti poetici usciti per le stampe:
Per il fausto ingresso nella ana Diocesi dell ‘Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore Adeodato Giuseppe Venturini, Pontremolese, già consacrato Vescovo di Pontremoli nello Agosto del MDCCCXXI. Terzine dell’ Ab. EMANUELE GERINI di Fivizzano tra gli Arcadi Gerindo Elideo, Socio dell’ Accademia Valdarnese, e della Tegea di Siena etc.. Mussa, presso il Frediani stampator Ducale, in-8 di pp. 8.
Nel possesso di Mons. Adeodato Venturini Vescovo di Pontremoli. Ode dell’ Arciprete ANDREA CELLA. l’arma presso Rossi Ubaldi MDCCCXXI; in-8.º di pp. 9.
109) GARGIOLLI GIROLAMO, Calendario Lunesse per l’ anno 1836 REPETTI EMANUELE, Dizionario geografico, fisico e storico della Toscana all’ Art. Pontremoli,
110) Questa iscrizione fu stampata in foglio volante, in-4. senza indicazione di luogo e d’anno, e con un errore al 7. verso, ove leggesi a Leone XII invece di a Pio VII».
111) MARSILI PROF. LUIGI, Memoria biografica di Mons. Venturini scritta in pergamena e chiusa in tubo di piombo, incassata col corpo; in fol. volante, in-4. senza indicazione di luogo e di nome di stampatore.
Necrologia; nella Gazzetta di Firenze, N. 109 del 12 settembre 1837. Altra Necrologia; nella stessa Gazzetta di Firenze, N. 117 del 30 settembre 1887.
(112) Pei funerali celebrati a mons. Venturini nella cattedrale di Pontremoli e altrove furono letti i seguenti elogi funebri che sono a stampa: CELLA CAN. PROPOSTO ANDREA, Elogio funebre in morte di Mons. Adeodato Giuseppe Venturini Vescovo di Pontremoli, Fivizzano, tipografia Bartoli e Comp., 1838; in-8. di pp. 10.
Per la morte dell’ Illustrissimo e Reverendissimo Mons. D. Adeotato Venturini, Vescovo di Pontremoli e Monaco Cassinese nella Badia Fiorentina, orazione funebre detta nella chiesa abbaziale insigne di S. Maria di Firenze dal P. Lettore D. ALESSANDRO BELLI, Firenze, nella Tipografia Bonducciana, 1837, in-8 di pp. 20.
Il Sac. Dott. LUIGI DE BRIGANTI COLOMBO lesse un terzo Elogio funebre pei funerali fatti il 28 settembre 1837 nella chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta di Caprio; e crediamo che non sia a stampa. Cfr. Gazzetta di Firenze, del 24 ottobre 1837.
Finalmente trovasi a stampa un quarto Elogio funebre, che è il se-guente:
In morte di Adeodato Giuseppe Venturini Vescovo di Pontremoli, Orazione letta il giorno 23 ottobre 1837 nella Chiesa di Nostra Donna di detta città dal Dott ANTONIO ESCHINI, Siena, tipografia Bindi, Tresti e Comp. 1837; in-8. di pp. 14. Questi funerali nella chiesa di Nostra Donna furono fatti dalla Arciconfraternita della SS. Concezione, e sulla porta venne alzata la seguente iscrizione, pubblicata nella Gazzetta di Firenze, N. 135 del di 11 novembre 1837:
ADEODATO JOSEPHO VENTURINI | APUANAE DIOECESIS ANTISTITI OPERA SCRIPTO ET AERE ERGO HUJUSCE SACELLI PATRONO PROVVIDISSIMO GRATI ANIMI DEIPARAE VIRGINIS SODALITII MOEROR ET VOTUM.
113) Nella notte dal 6 al 7 novembre 1791, a causa delle molte piogge cadute nei giorni precedenti, rovinò una parte della torre o rocca, da gran tempo disabitata, con gran fracasso e immenso spavento degli abitanti del sottostante villaggio; ma fortunatamente non vi fu danno alle persone.
114) La sua prima lettera pastorale fu stampata a Roma dalla tipo grafia delle Belle Arti nel giorno stesso della consacrazione.
115) Cfr. Costituzioni del Seminario Vescovile di Pontremoli stampate per ordine di Mons. Michelangelo Orlandi Vescovo di questa città, Parma, tipogr. Rossetti, MDCCCXLVIII.
116) Cfr. Acta et Decreta Concilii Provincialis quod Pio IX Pontifice Maximo Illustrissimus et Reverendissimus D. Joannes Baptista Parretti Archiepiscopus Pisanus habuit Pisis a tertio nonas Maii anno MDCCCL usque ad quartum idus ejusdem mensis, Friburgi Brisgoviae, Libraria Herder, MDCCCLXXIX.
117) )Elogio funebre di Monsignor Michelangelo Orlandi Vescovo di Pontremoli, letto nella cattedrale dal can, cav. prof. LUIGI MARSILLI il 12 поvembre 1874; seguito da analoghe epigrafi de professori dott. PIETRO BЕТТА e G. GIANNETTI, Pontremoli, tipografia di Raffaello Rossetti, 1874; in-8.* di pp. 36. TA
Il Vescovo Michelangelo Orlandi, parole di commemorazione dette dalla cattedra di Sacra Scrittura nel Seminario Collegio Vescovile di Pontremoli la sera del 17 novembre 1874, dal professore canonico PIETRO BETTA, Pontremoli, tipografia di Raffaelle Rossetti, 1874; in 8. di pp. 20.
118) Dei Vescovi Pavesi, Venturini ed Orlandi scrisse la biografia GIOVANNI CRISTOFERI, canonico della cattedrale di Pontremoli e professore in quel Seminario, nella pregevole operetta, dettata in facile ed elegante latino, che ha per titolo: Episcopi Ecclesiae Apuane et excellentes Seminarii Apuani Doctores Accedit index virorum illustrium qui ex eiusdem Seminarii scholis prodierunt Apuae, ex officina Raph. Rossetti, MCM; in-8. di pp. 127.
In essa sono (come apparisce dal titolo) gli elogi e le notizie biografiche dei professori che già insegnarono nel Seminario, non che brevi notizie degli alunni che riuscirono poi uomini illustri o notevoli.
119) Un ricordo, col ritratto di Mons. Francesco Fogolla, stà a pag. 59 e 60 della Strenna Pontremolese: Il Solitario del Castello di Grondola, anno VII, 1901.
L’immagine di introduzione alla pagina, che rappresenta San Francesco Fogola, è tratta da Wikipedia.