RICERCHE DI FONTI STORICHE PER LA COMPILAZIONE DEL CATALOGO DEI TERREMOTI CON REPLICHE DELL’ITALIA SETTENTRIONALE; RIORGANIZZAZIONE DELLE INFORMAZIONI STORICO – MACROSISMICHE SUI MAGGIORI TERREMOTI DELLA TOSCANA E DELL’EMILIA ROMAGNA

di Andrea Moroni

Relazione conclusiva relativa all’incarico di collaborazione professionale con l’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico, CNR, via Bassini, Milano (ord. N. 2000 000 61 del 20/09/00), avente come oggetto:

Ricerche di fonti storiche per la compilazione del catalogo dei terremoti con repliche dell’Italia settentrionale; riorganizzazione delle informazioni storico-macrosismiche sui maggiori terremoti della Toscana e dell’Emilia Romagna

Indice

Introduzionep. 2
1.Ricerca di fonti al fine di valutare la completezza delle informazioni storico sismologiche
1.1Valutazione della completezza della storia sismica di Pontremolip. 5
1.2Il terremoto dell’8-10 giugno 1641, Pontremoli: analisi attraverso i Repertorip. 18
1.3Il terremoto del 13 giugno 1642, Bergamo: analisi attraverso i Repertorip. 23
1.4Procedure per la valutazione dei margini di incertezza sui parametri dei forti terremoti: il caso del terremoto del 22 ottobre 1541, Valle Scriviap. 32
2.Analisi di alcuni dei più significativi terremoti dell’area in esame
2.1Il terremoto del 1834, Alta Lunigiana: ricerche esistenti e relazione estesap. 36
2.2Il terremoto dell’ 11 aprile 1837, Alpi Apuane: ricerche esistenti e relazione estesap. 52

Introduzione

La ricerca si è svolta lungo le due direttrici indicate:

1. Ricerca di fonti, in particolare al fine di valutare la completezza delle informazioni storico sismologiche;

2. Analisi di alcuni dei più significativi terremoti dell’area in esame.

Per quanto riguarda il primo aspetto è stata effettuata un’indagine speditiva della storia di Pontremoli con l’obiettivo di delineare il background conoscitivo necessario per valutare la completezza delle attuali conoscenze sulla storia sismica di questa località. Obiettivo di questa ricerca è stato quello di ricostruire a grandi linee le vicende storiche della città in modo da individuare gli eventuali periodi per i quali mancano notizie sugli avvenimenti cittadini e, quindi, i secoli nei quali potrebbero essersi verificati terremoti sfuggiti alle ricerche di questi ultimi anni.

Da questa fase del lavoro è emersa anche l’opportunità di approfondire le conoscenze su alcuni eventi, in particolare il terremoto dell’8-10 giugno 1641. Si tratta di un evento segnalato dalla principale cronaca di Pontremoli, che rappresenta anche l’unica fonte coeva di questo evento. La vicinanza geografica e temporale del terremoto del 1641 con quello lombardo-parmigiano del 13 giugno 1642 ha suggerito l’opportunità di svolgere un’indagine, secondo i criteri dell’Analisi Attraverso i Repertori, su entrambi questi eventi, al fine di verificare l’eventualità che errori di datazione possano aver provocato la duplicazione di un unico evento, o altri errori nella localizzazione degli effetti.

Nell’ambito della seconda direttrice di ricerca indicata, è stata svolta un’opera di riordino delle informazioni relative ai terremoti del 14 febbraio 1834, alta Lunigiana, e dell’11 aprile 1837, Alpi Apuane. Questi due terremoti sono stati oggetti di diverse indagini approfondite sia da parte del GNDT (Castelli et al., 1996; Bellettati, 1990a-b, 1991b-d; Della Pina et al. 1990a-b; Panzeri 1990; Pierulivo, 1991), sia da parte di Enel (ENEL, 1988), sia da parte di ING-SGA (Boschi et al., 1995). Inoltre sono stati usati in diversi lavori come casi-studio relativamente a vari aspetti degli studi di sismologia storica: problemi relativi al rapporto tra confini politici e provenienza delle informazioni (Moroni et al., 1992), interpretazioni delle informazioni storiche al fine di assegnare l’intensità macrosismica (Moroni e Albini, 1993), ricerca sulla reazione di diversi Stati di fronte all’evento sismico (Moroni, 1992; Bellettati, 1991a), studi sulla diffusione delle informazioni attraverso i periodici dell’epoca (Moroni et al. 1993), tentativi di avviare più approfondite indagini sulla realtà abitativa dell’area facendo ricorso a fonti complementari quali il censimento e opere geografiche del tempo (Castelli et al. 1996). Si è così di fronte ad una mole ingente di studi, ricerche, informazioni che non hanno mai ottenuto un’adeguata valorizzazione in uno studio di insieme. In tal senso si è avviato un riordino delle conoscenze disponibili, sottoforma di una relazione esaustiva che tenesse nella debita considerazione i molteplici contributi di analisi ed elaborazione dei dati prodotti sino ad oggi. Questo lavoro è da considerarsi propedeutico ad una eventuale, approfondita monografia su questi terremoti.

Infine è stata redatta una relazione, da considerarsi sperimentale, finalizzata alla formalizzazione di una procedura che consenta di effettuare una valutazione speditiva sull’incertezza dei parametri di un terremoto già presente nel catalogo Parametrico dei Forti Terremoti (GdI CPTI, 1999). Muovendo dall’analisi dello studio di riferimento che ha portato alla formalizzazione di determinati valori, si è elaborata una procedura di valutazione di quell’insieme-ombra di informazioni non parametrizzabili allo scopo di determinare i margini di incertezza dei dati presenti nel catalogo. Poiché si intende fornire una valutazione dell’incertezza e non avviare una nuova ricerca, la procedura elaborata ha inteso restare al livello della analisi delle informazioni presenti nella radice dei parametri. Si è quindi preso in considerazione un evento tipo (il terremoto del 22 ottobre 1541, Valle Scrivia) e sono stati esaminati due aspetti: a) il potenziale informativo dell’area e del periodo storico, si è cercato cioè di delineare sommariamente se, dal punto di vista della ricerca storico sismologica, si sia in presenza di un terremoto collocato in un contesto più o meno ricco di informazioni; b) l’esame del tipo di ricerca esistente (ENEL, 1985), le fonti da questa consultate, la sua esaustività, le caratteristiche della distribuzione delle osservazioni macrosismiche prodotta e adottata da DOM (Monachesi e Stucchi, 1997). Alla fine di queste valutazioni sono stati indicati i margini di incertezza per i principali parametri (intensità, localizzazione, magnitudo) presenti in NT 4.1 (Camassi e Stucchi, 1997) cercando di esprimere una valutazione sulla possibilità che tali valori possano variare, stante le caratteristiche della ricerca e dello studio.

L’opus finale che si presenta consiste così di 6 parti legate tra loro da un filo metodologico più che contenutistico. Sebbene infatti la ricerca si sia concentrata sulla Lunigiana e sulle regioni limitrofe, sono state soprattutto svolte analisi sulle conoscenze esistenti, con lo scopo di individuare gli eventuali ‘buchi’ presenti nelle informazioni disponibili e di elaborare metodologie di valutazione delle informazioni stesse e della loro completezza. In quest’opera di esame dell’ingente materiale accumulato nelle ricerche di questi ultimi decenni, si è cercato altresì di tenere nella debita considerazione il più ampio contesto storico in cui avvenne un dato terremoto o che caratterizza la storia di un sito o di un’area, in modo da far risaltare non solo le informazioni disponibili, ma anche quelle che potrebbero esserlo in base alle caratteristiche dei secoli considerati e dell’area in esame.

1.1 Valutazione della completezza della storia sismica di Pontremoli

Premessa

Questa ricerca sulla storia sismica di Pontremoli è stata svolta nell’ambito delle nuove indagini volte a verificare la completezza delle storie sismiche al sito.

L’obiettivo di questa prima fase è stato ricostruire a grandi linee le vicende storiche della città in modo da individuare gli eventuali periodi per i quali mancano notizie sugli avvenimenti cittadini e, quindi, i secoli nei quali potrebbero essersi verificati terremoti sfuggiti alle ricerche di questi ultimi anni. Inoltre, attraverso questo primo esame, si è inteso indicare le principali tipologie di fonti che potranno in seguito essere esplorate per meglio definire la storia della città.

Per meglio illustrare queste zone d’ombra, si è deciso di sintetizzare la storia della città in un grafico che illustri l’andamento cronologico delle vicende istituzionali, degli avvenimenti politici, di quelli sociali nonché delle eventuali catastrofi naturali registrate dalle fonti.

In questa prima fase ci si è basati su storie locali e cronache edite, in particolare, dopo un esame di una guida del T.C.I. sulla Toscana (T.C.I., 1974), sono stati esaminati: una storia locale (Zucchi Castellini Nicola, 1990), una raccolta di fonti e documenti (G. Sforza, 1907) e una cronaca scritta nel XVIII secolo (Campi, XVIII sec.). Queste fonti e studi hanno consentito di disegnare un primo grafico, giá capace di fornire utili indicazioni sia rispetto agli eventi sismici noti, che riguardo a eventuali zone in cui le conoscenze generali sulla storia del sito sono scarne.

Caratteristiche degli studi e delle fonti utilizzate

Il lavoro dello Zucchi Castellini rappresenta il tipico lavoro di storia locale che, attraverso un uso critica dei principali lavori editi sulla storia di Pontremoli e della Lunigiana, ricostruisce con dovizia di dettagli, la storia di Pontremoli. L’autore è privo di intenti apologetici, non presta ascolto alle versioni mitiche circa l’origine della città e il suo lavoro è di buon livello. Tuttavia risente del taglio tradizionale dato allo studio, caratterizzato da un’impostazione attenta soprattutto alle vicende politiche, mentre quelle sociali sono trattate di sfuggita e le calamità naturali ricordate solo saltuariamente. A suo merito vanno segnalati i capitoli dedicati alla organizzazione del comune medievale, alla popolazione, alle istituzioni ecclesiastiche. Ma in generale il lavoro risente di un approccio troppo attento alle battaglie e alle vicende politiche interne ed esterne della storia di Pontremoli.

Una critica analoga si può muovere al lavoro dello Sforza con l’aggravante che il suo studio si sofferma solo sul periodo dalle origini al 1499. Tuttavia anche lo Sforza dedica alcuni capitoli alla struttura del territorio, alla popolazione e ad altri aspetti della vita sociale fornendo così utili indicazioni di contorno. Inoltre fa un uso consistente di fonti di prima mano, di cui spesso riporta ampi brani.

La cronaca del Campi rappresenta una delle fonti principali sia dello Zucchi Castellini che dello Sforza. Si tratta della tipica cronaca cittadina, che riporta con dovizia di particolari tutti gli avvenimenti della storia di Pontremoli, senza privilegiare un aspetto rispetto ad un altro e seguendo un rigido criterio cronologico. Questa cronaca ha così rappresentato la fonte principale per la ricostruzione della storia di Pontremoli, proprio perché, privo di un forte taglio interpretativo, riporta gli avvenimenti, annotandoli in quanto tali, per dovere cronachistico.

Le fonti del Campi possono essere raggruppate in cinque gruppi:

  • Una non meglio specificata raccolta di Annali (Annali Antiquissimi Pontremulesi): si tratta di una non meglio identificata raccolta di antiche cronache (nella mal fatta bibliografia allegata all’edizione del Campi sono indicati alcuni autori: ser Giovanni Maria Ferrari detto ser Marione e Giovanni Rolando Villani). Dal modo in cui Campi le usa sembra che diano. soprattutto elenchi di pontremolesi illustri fino al XII secolo, poi notizie di alcuni fatti salienti; quali guerre e assedi.
  • Statuti e Privilegi si tratta di atti isolati riferiti a episodi quali concessioni imperiali, privilegi e simili, ma Campi li usa anche per episodi come l’edificazione del castello di Grondola nel 1283.
  • Cronache di altre città: è la fonte principale usata dal Campi fino a tutto il XV secolo. Si tratta delle note cronache di Milano (Corio), Parma (Bonaventura Angeli), Piacenza (Sigonio e Locatelli), Cremona (Covitelli e Antonio Campi), Genova (Giustiniani).
  • Archivio Notarile: sicuramente Campi vide e usò il notarile, ma certo non in modo sistematico; è citato alcune volte per qualche episodio.
  • Archivio Comunale (Libro del Consiglio post incendio del 1495, 1492-1502; Libro del Consiglio, 1502-1563; Libro riformagioni, dal 1497): diventa la sua fonte principale dal 1500 in avanti, sembra certo che consultò questa fonte in modo sistematico.

Caratteristiche delle informazioni per la storia di Pontremoli

Il grafico in Appendice illustra gli episodi principali della storia di Pontremoli suddivisi per argomenti: vicende relative alla diocesi; stati ed entità politiche sotto la cui dominazione cadde la città nei vari periodi; guerre e vicende politiche che interessarono Pontremoli; principali avvenimenti che caratterizzarono la vita sociale; calamità naturali. II grafico, per forza di cose, non riporta tutti gli avvenimenti registrati dalle fonti consultate, ma solo una scelta fatta in base all’importanza storica dell’evento e alla sua rappresentatività. La parte bassa del grafico riporta le fonti utilizzate dal Campi nella trattazione dei vari periodi storici.

Se si esclude il Campi, che dà credito alla leggenda che voleva Pontremoli fondata dagli etruschi col nome di Apua, tutti i testi consultati concordano nell’affermare che non si ha documentazione sulla vita di Pontremoli prima del X secolo. Anche se Sforza afferma che “probabilmente” Pontremoli esisteva come sito fortificato in epoca romana, le prime attestazioni documentarie sono diplomi imperiali che riconoscevano il luogo di Ponte Tremulo quale feudo (in particolare diploma dell’imperatore Arrigo II del 1014). Fino al 1100 circa Pontremoli è ricordata come punto di passaggio da parte delle truppe dagli imperatori. Successivamente ricevette regalie imperiali, in particolare dal 1167, quando fu riconosciuta in un diploma di Federico Barbarossa, poi confermato da altri imperatori.

A partire dal 1181 secolo iniziano le testimonianze relative a divergenze e conflitti tra Pontremoli e Parma e Piacenza per questioni di confini. Si tratta di un dato significativo perché prova che a partire dalla fine del XII secolo Pontremoli agiva ormai come comune autonomo (pur nei limiti dei complessi equilibri di dipendenze e protezioni signorili con l’imperatore), dotato anche di una forma di giurisdizione territoriale che portava questa cittadina a scontrarsi con i comuni limitrofi. Si tratta di un lungo periodo, durato sino alla metà del XIV secolo, caratterizzato da alleanze con l’una o l’altra città padana e da varie guerre in cui si inserirono anche i maggiori signori feudali del posto, i Malaspina e i rivali Fieschi, e che, a partire dal XIII secolo assunsero anche i contorni della guerra intestina con l’avvento delle lotte tra guelfi e ghibellini.

Questi primi secoli sono caratterizzati dalla frammentarietà delle informazioni disponibili, tutte le notizie giunte fino a noi sono per altro legate a vicende politiche e belliche. Questo significa che non siamo ancora nell’ambito delle cronache minuziose degli avvenimenti cittadini che caratterizzeranno i secoli successivi: le fonti a cui Campi e gli altri storici attingono sono di carattere episodico (singole concessioni imperiali, trattati di pace, atti notarili) se non addirittura cronache di altre città (in particolare Parma e Piacenza) nei punti in cui si narrano episodi politici in cui ebbe un ruolo attivo anche Pontremoli. Campi ricorda comunque diversi episodi di pestilenze e di carestie e rammenta il terremoto del 1117, sebbene non faccia esplicito cenno ad effetti a Pontremoli, limitandosi a dire che ci fu un terremoto “in tutta Italia”. Attraverso questi episodi politici si riesce però a sapere che Pontremoli aveva fin dal XII secolo delle proprie magistrature cittadine: dei sindaci (attestati per la prima volta nel 1051) un podestà (attestato fin dal 1195), consoli, giudici, notai (attestati nel 1278).

Nelle ricostruzioni di questi primi secoli di vita di Pontremoli episodi legati alla vita religiosa ed eventuali fonti di carattere ecclesiastico, compaiono solo raramente e in modo frammentario.

Campi rammenta l’elezione a vescovado di Brugnato nel 1133, il trasferimento della sede del vescovado di Luni a Sarzana nel 1201, il passaggio di San Francesco da Pontremoli e la conseguente fondazione di un convento nel 1219 e altri avvenimenti analoghi. Le fonti cui attinge sembrano essere anche in questo caso episodiche (dall’archivio vescovile di Brugnato, l’atto di fondazione) oppure le stesse utilizzate per la vita civile della città.

Le lotte tra i comuni del nord Italia terminarono con la dominazione dei Visconti, che, dal 1341, assoggettarono anche Pontremoli. Da questo momento le vicende di Pontremoli seguirono quelle del ducato di Milano. I Visconti confermarono gli statuti di Pontremoli: nel 1391 il comune era retto da un podestà (che diventò ben presto un rappresentante del duca di Milano e cambiò infatti nome in Commissario Ducale) e da un consiglio generale.

Si ha notizia sempre più precisa di varie calamità (pestilenza, carestie, inondazioni), ma il Campi, pure molto minuzioso nel segnalare questi eventi non ricorda alcun terremoto. Le fonti uste dal Campi per questo periodo sono principalmente le cronache di altre città vicine (Parma, Piacenza prima di tutto, ma poi anche Milano, Cremona e altre), utilizza poi in modo episodico statuti e diplomi e quegli Annali pontremolesi sopra ricordati. Non cita mai, per i secoli di X al XV, atti del Consiglio o di altre magistrature cittadine, Questo fatto si può spiegare con l’incendio che nel 1495 colpi Pontremoli, provocando probabilmente la distruzione di antiche carte, tant’è che i primi atti del consiglio sono nominati «Primus liber consiliorum post incendium” e coprono gli anni 1495-1502.

Tra il 1511 e il 1547 Pontremoli subì le vicende delle varie invasioni francesi e spagnole che caratterizzarono la storia italiana di quegli anni, sottostando a repentini mutamenti di dominazione, guerre e passaggi di truppe.

Dal 1547 al 1647 il ducato di Milano, e con esso Pontremoli, divenne dominio spagnolo. Al Podestà si sostituisce un Governatore militare che riferiva alla Camera ducale di Milano.

Infine, nel 1650, dopo una breve parentesi di dominio genovese, Pontremoli e il suo territorio fu venduta al granducato di Toscana che mantenne il dominio fino al 1848.

Dal XVI secolo in avanti le informazioni possono considerarsi complete. Ogni evento, politico, militare, naturale, è ricordato dalle fonti che coprono con continuità ogni anno.

La completezza delle informazioni sulla storia di Pontremoli

Da quanto detto risulta evidente che il periodo per il quale le conoscenze storiche sono più frammentarie è quello che copre i primi tre secoli successivi l’anno 1000. In base alla attendibilità delle fonti e alla loro capacità di coprire in modo omogeneo lunghi periodi di tempo, si possono distinguere tre periodi nella storia di Pontremoli:

  • i primi secoli di vita di Pontremoli (1000ca-1352) rappresentano il periodo più difficile e relativamente oscuro: notizie episodiche ricavate da fonti discontinue caratterizzano questo periodo. Tuttavia gli eventi principali, i grandi episodi che caratterizzarono la vita della città sono tutti noti, tranne, forse, per quanto riguarda il secolo XI. In altre parole, non sembra che i maggiori avvenimenti siano sfuggiti alla memoria storica, così come è stata rielaborata e raccontata dai testi qui esaminati. Prevalgono, è vero, le notizie politiche e militari, attestate da cronache di altre città vicine e da fonti di natura episodica come i diplomi, ma si deve sottolineare che due autori che con maggior cura hanno indagato antiche cronache (Sforza, 1907; Campi, XVIII sec.), ricordano anche le calamità naturali, annotate sia pure in modo più episodico rispetto a quanto viene fatto per i secoli successivi (Campi rammenta le carestie del 1007, 1139, 1199 e 1329; le epidemie del 1007, 1146 e 1300; il terremoto del 1117; un incendio del 1167; un inverno particolarmente freddo nel 1199). Per questi tre secoli e mezzo non si può escludere che di un forte terremoto si sia persa memoria, anche se la probabilità che tale perdita si sia verificata deve considerarsi inversamente proporzionale alla gravità dell’evento.
  • per il periodo della dominazione milanese (1352-1511) le opere consultate mostrano una notevole sensibilità verso episodi anche minuti della vita cittadina e per le calamità naturali in generale. Naturalmente il dettaglio delle notizie è maggiore per il XV secolo che non per la seconda metà del XIV. Anche in questo caso sembra poco probabile che un forte terremoto non abbia lasciato memoria tra le fonti utilizzate dagli autori qui esaminati, o che questi ultimi abbiano scelto di non parlarne;
  • per il periodo dal 1547 al 1650 (anno in cui termina la cronaca del Campi), la fonte principale, esaminata in modo sistematico, sono gli atti del consiglio della comunità di Pontremoli. Per il periodo successivo, sino al XIX secolo, le fonti narrative e archivistiche sono ampiamente note e utilizzate da storici e compilatori di repertori sismologici, così che sembra potersi escludere la possibilità che a Pontremoli si siano verificati terremoti con effetti al sito valutabili con I ≥ 75.

Quanto detto porta ad escludere che eventi sismici di carattere distruttivo (con  I => 75). Tuttavia, per stimare la completezza della storia sismica di Pontremoli, occorre confrontare i dati raccolti con la storia sismica della città, esaminando sia i terremoti osservati che quelli attesi a Pontremoli.

Completezza della storia sismica di Pontremoli

La storia sismica di Pontremoli è caratterizzata dalla presenza di 23 osservazioni, tutte, tranne una, legate ad eventi recenti (1834-1972) e da valori di intensità non elevati: infatti, se si escludono le osservazioni con 1 < 50, le 23 osservazioni si riducono a 9 (tab. 1).

Dataeffettiin occasione del terremoto di
Ye Mo Da Ho MiIs (MCS)Area EpicentraleIxMs
1545 06 09 1560Borgo Val di Taro7552
1834 02 14 13 1575Alta Lunigiana8559
1834 07 0465Alta Lunigiana6547
1903 07 27 034650Lunigiana7547
1914 10 27 09 2250Garfagnana7058
1920 09 07 05 55 70Garfagnana10065
1921 05 07 06 1570Pontremoli7047
1934 06 13 09 0660Borgo Val di Taro6049
1972 10 25 21 5650Passo della Cisa5047

TAB. 1-Osservazioni sismiche (con Is ≥50) disponibili per Pontremoli (1000-1980)

Il calcolo dei risentimenti attesi a Pontremoli mostra un numero maggiore di eventi. In particolare, per il periodo 1000-1834, si elencano 8 eventi di cui uno soltanto (quello del 1545) coincide con un evento osservato. I rimanenti hanno valori pari a V MCS, tranne per il terremoto del 1481 05 07, Lunigiana (con Io=85), per il quale il risentimento atteso a Pontremoli sarebbe di VI-VII MCS.

Se non deve sorprendere che non vi siano testimonianze di eventi che non fecero danni, stupisce la mancanza di notizie per i due terremoti del 1481 e del 1545 nelle opere esaminate relative alla storia di Pontremoli. Nel primo caso si tratta di un evento che causò notevoli danni in località poco distanti da Pontremoli, nel secondo caso, mentre Campi (XVIII sec.) e le sue fonti non citano l’evento, un’altra fonte coeva (Franchi, XVI sec.) lo rammenta. Si pone quindi il problema della attendibilità, dal punto di vista della storia sismica, delle opere esaminate.

E’ opportuno analizzare, prima di tutto, le informazioni disponibili per i due eventi del 1481 e del 1545.

L’evento del 1481 è segnato nel catalogo NT4.1.1 (Camassi e Stucchi, 1997) con i seguenti parametri:

TrYeMoDaAxRtNmoIoPaSzMs
DB14810507LunigianaENL885852859

Mentre il database delle osservazioni macrosismiche (Monachesi e Stucchi, 1997) riporta:

LocalitàScLat.LonIs
Fivizzano44.23810.12485
Sassalbo44.28910.19485
Varano44.28710.07585
Comano44.29110.12880
Lucca43.84310.50555

Lo studio di riferimento é Enel (1988a), che ha svolto una ricerca che ha coinvolto le principali fonti cronachistiche, la documentazione relativa alla Garfagnana conservata presso gli archivi di Stato di Modena, Massa e Lucca, alcuni atti notarili di Massa, l’archivio parrocchiale di Fivizzano e alcuni fondi manoscritti di Modena, Massa e Lucca. Di queste fonti le uniche che hanno fornito informazioni positive sono state le cronache e i diari più una lettera scritta il 10 maggio 1481 dal Capitano di Fivizzano per la repubblica fiorentina, inviata agli Otto di Pratica e oggi conservata presso l’archivio di Stato di Firenze (Pucci, 1481). Si noti che quest’ultimo documento non è emerso in seguito ad una ricerca presso l’archivio fiorentino, ma in quanto pubblicata da Sforza (1913). La ricerca Enel ha anche cercato, senza successo, testimonianze di risentimenti nelle principali città della regione (Pisa, Parma, Modena e Firenze), città per le quali si hanno notizie di risentimenti per un più lieve terremoto (Ix=50) avvenuto pochi mesi prima, il 7 febbraio 1481.

Si deve sottolineare che la ricerca condotta da Enel (1988a) era inserita in una più ampia analisi della sismicità storica della Garfagnana. Questo indirizzo ha determinato la preferenza accordata al bacino informativo riguardante la Garfagnana (ad esempio: sono presenti gli archivi di Modena, Massa e Lucca e fondi relativi alla Garfagnana, mentre mancano l’archivio di Parma e l’esame dei fondi relativi alla Lunigiana).

La mancanza di notizie sul far field per il terremoto del 7 maggio sembra avvalorare l’ipotesi, avanzata nello studio Enel (1988a), di un campo macrosismico poco esteso. In questo caso anche a Pontremoli l’evento del 7 maggio potrebbe non aver provocato alcun danno.

Né lo Sforza (1907) né il Campi (XVIII sec.) citano l’evento. II Campi salta dal 1478 (anno in cui accadde un omicidio che provocò discordie in Pontremoli) al 1491 (nomina nuovi castellani) e poi al 1493 (inondazioni a Pontremoli e in tutta Italia fenomeni portentosi: comete, terremoti, venti, nascite di mostri). II silenzio delle fonti pontremolesi può essere spiegato in due modi: o esso è dovuto alla mancanza dei verbali del consiglio di Pontremoli (bruciati, come detto, nel 1495), oppure il terremoto non fece in città danni considerevoli, tali da giustificare un intervento pubblico o comunque una memoria. La spiegazione più probabile è da ricercarsi nell’insieme dei due fatti: la mancanza dei verbali fa sì che eventuali memorie pubbliche dell’evento siano andate disperse, ma il fatto che altre cronache e altre fonti non parlino testimonierebbe che eventuali risentimenti a Pontremoli furono di lieve entità.

L’evento del 9 giugno 1545 è nel catalogo NT4.1.1 (Camassi e Stucchi, 1997) con i seguenti parametri:

TrYeMoDaAxRtNmoIoPaSzMs
DB15450609Borgo Val di TaroENL885752852

Mentre il database delle osservazioni macrosismiche (Monachesi e Stucchi, 1997) riporta:

LocalitàScLatLonIs
Borgo Val di Taro44.4889.76775
Pontolo44.4979.82575
Tiedoli44.5299.82565
Berceto44.5109.98960
Pontremoli44.3779.88260

Anche in questo caso lo studio di riferimento è Enel (1988b), che ha svolto indagini presso la sezione di archivio di Stato di Pontremoli e ha eseguito una ricognizione delle cronache e storie locali relative a Borgo Val di Taro. Nessuna di queste ricerche ha però dato esiti, mentre l’unica fonte coeva che ricordi l’evento è una cronaca del XVI secolo (Franchi, XVI sec.). Questa cronaca è l’unica fonte che attesti questo terremoto, ad essa si sono rivolti le principali compilazioni sismologiche dei secoli successivi, anche se la presenza di diverse redazioni della cronaca del Franchi, ha portato a distorcere molte notizie (ENEL, 1988b; Castelli et al: 1996).

E’ significativo che presso la sezione dell’archivio di Stato di Pontremoli non vi sia alcuna notizia di questo evento. Franchi (XVI sec.) afferma che a Pontremoli il terremoto causò danni alla metà della navata della chiesa dell’Annunciata. Non segnala altri danni e questo spiegherebbe il silenzio delle fonti civili, in particolare del Consiglio del comune e delle altre magistrature cittadine. Si tratta di una riprova che il tipo di fonti privilegiato dal Campi e dagli altri autori di storie di Pontremoli, sono sensibili solo nella registrazione del danneggiamento. Trattandosi poi di fonti prevalentemente civili, i danni agli edifici di culto possono, come in questo caso, non venire registrati. Si pone così il problema dell’indagine nelle fonti ecclesiastiche, ma se è molto probabile che la notizia del danno alla chiesa di Pontremoli sia registrata in qualche documento dell’archivio vescovile o della stessa chiesa, occorre considerare che indagini in questo tipo di fonti comporta un elevato dispendio di lavoro sia per le condizioni non ottimali di conservazione, sia per la loro dispersione tra parrocchie e sedi vescovili. Uno sforzo di ricerca la cui redditività va valutata in rapporto alle informazioni attese, nel senso che un terremoto che causò un lieve danno ad un edificio ecclesiastico, ma nessuno a quelli civili potrebbe essere al di sotto della soglia di interesse, come nel caso di questo evento del 1545. L’esame di fonti di natura ecclesiastica potrebbe rivelarsi utile per i secoli più remoti, ma, come si vedrà nel paragrafo dedicato alle indicazioni di ricerca, per la Lunigiana l’arco temporale coperto da queste fonti è alquanto ristretto.

Si deve inoltre considerare il contesto storico in cui si verifico il terremoto del 1545, ossia durante le invasioni straniere della prima metà del XVI secolo. Per il 1545 Campi (XVIII sec.) ricorda vicende relative ai rapporti tra Pontremoli e la famiglia dei Fieschi e un ennesimo passaggio di truppe spagnole, mentre per il 1544 parla di liti giurisdizionali agitate a Milano tra i Malaspina e la comunità di Pontremoli; per il 1546 ricorda una forte grandinata che rovinò l’uva e altri frutti. Non mancano quindi notizie per quegli anni, sia relative alle guerre che ad altre calamità, ma evidentemente un risentimento con lievi danni, non era un avvenimento ritenuto sufficientemente importante dai cronachisti.

Una controprova che terremoti che causarono danni, sia pure lievi ma diffusi nell’abitato civile viene registrato dalle fonti di carattere amministrativo, viene dall’evento del giugno 1641, unico evento ricordato dalle opere consultate per la storia di Pontremoli.

Questo evento, accaduto nei giorni 8, 9 e 10 giugno 1641, avrebbe colpito la Lunigiana con danni a Pontremoli (Campi, XVIII sec.). Questo evento, già attestato in Postpisch! (1985) sulla base di Baratta (1901) che cita Giovannozzi (1895) che a sua volta utilizza proprio Campi, non è presente nel catalogo NT4.1.1 (Camassi e Stucchi, 1997); dalle informazioni di Campi risulta difficile capire se i danni si siano verificati proprio a Pontremoli. Campi infatti afferma:

Non solo a Pontremoli, ma ancora quasi tutta la Lunigiana, con danno di molti edifizi, a di 8, 9 e 10 di giugno fu scosso d grandissimo terremoto; onde furono per tre giorni fatti quivi pubbliche preghiere per placare l’ira divina» (Campi, XVIII sec., p. 242)

dove non è chiaro se il danno sia avvenuto a Pontremoli o nella Lunigiana. La scarna descrizione suggerisce un danneggiamento diffuso, ma senza crolli rilevanti. Si deve poi notare che il 13 giugno del 1642 si verificò un terremoto sentito in Lombardia (Milano, Bergamo, Lecco, Lodi) e a Parma: la quasi coincidenza del giorno, la particolarità di un evento che avrebbe fatto lievi danni da Bergamo a Parma, induce il sospetto che si sia in presenza di una confusione dovuta a questioni legate al calendario. Si ritiene così opportuno svolgere una prima ricognizione su questi terremoti secondo i criteri dell’indagine AAR (vedi oltre i §§ 1.2 e 1.3).

Considerazioni sulla completezza della storia sismica di Pontremoli

Alla domanda da cui è partita questa indagine speditiva sulla completezza della storia sismica di Pontremoli, ossia se sia fondatamente ipotizzabile che un forte terremoto (con Is =>75) sia sfuggito alle compilazioni e alle più recenti indagini storico-sismologiche, si può rispondere in prima approssimazione che appare scarsamente probabile che si sia verificata la perdita di memoria di un evento distruttivo. La storia di Pontremoli appare ben conosciuta, sebbene per i primi secoli dopo il 1000 tale conoscenza sia sommaria e limitata ad eventi politici e militari di particolare rilievo e ad alcune calamità naturali; dopo il XIII secolo le informazioni si fanno sempre più dettagliate e si ritiene di poter escludere che, dal 1350 circa in avanti possa essersi verificato un evento distruttivo senza che gli storici qui esaminati, e più in generale l’ampio bacino informativo utilizzato dai repertori sismologici, ne facessero memoria nei loro scritti, tanto più se si considera che tali storici fecero ampio ricorso alle memorie cittadine, documenti archivistici e altre cronache.

Il confronto con la storia sismica di Pontremoli conferma questa ipotesi, che non è contraddetta dal silenzio sui terremoti del 1481 e 1545 poiché si tratta di eventi che non causarono danni rilevanti in città.

Si può valutare l’opportunità di un’analisi più approfondita che indaghi il periodo 1000-1350 circa, e in tal senso è possibile fornire alcune indicazioni di ricerca.

Indicazioni di ricerca

Fonti archivistiche civili

Gli archivi che potrebbero custodire materiale relativo a Pontremoli si rivelano, ad una prima indagine sommaria, poveri per il periodo di maggiore interesse. Si tratta, più in particolare di:

Sezione di Archivio di Stato di Pontremoli

Per il periodo più delicato, dal 1000 al 1350 circa, non esiste documentazione presso questo deposito. La documentazione custodita presso la Sezione di Archivio di stato di Pontremoli, rispecchia le vicende della città: gli atti del consiglio datano infatti a partire dal 1495, ossia dopo l’incendio che dovette distruggere gran parte della documentazione precedente. Per i secoli successivi vi sono 1495 pezzi che coprono gli anni 1495-1879. È poi conservata la documentazione del Commissario Regio istituito nel 1695, nonché documentazione ottocentesca.

Archivio di Stato di Firenze

Sebbene il dominio fiorentino sulla Lunigiana inizi solo dal 1650, l’interessamento fiorentino data da prima, come prova la citata lettera del Capitano di Fivizzano del 1481. In tal senso il fondo da privilegiare nell’indagine dovrebbe essere il “Mediceo avanti il principato”.

Archivio di Stato di Milano

Nei fondi Visconteo e Sforzesco, la maggior parte dei documenti datano a partire dal XIV secolo. Questi fondi potrebbero comunque essere utilmente indagati per verificare la completezza per gli anni 1352-1547. In particolare si segnalano: Archivio Visconteo: Carteggio Visconteo, 21 scatole 1372-1447 con documenti di 1282 al 1450; Atti ducali, decreti e lettere patenti, 5 scatole 1439-1447; Carteggio interno, 3 scatole 1423-1447. Archivio Sforzesco: carteggio sforzesco, 1334 scatole, 1450-1536; carteggio interno, scatole 476, 1450-1535; Carteggio esterno, 711 scatole, 1450-1536 (di cui 11 scatole relative alla Lunigiana).

Fonti archivistiche ecclesiastiche

La presenza dell’amministrazione ecclesiastica sul territorio della Lunigiana è certamente più antica rispetto a quella civile. La diocesi di Luni, in particolare è tra le più antiche (la prima attestazione di un vescovo risale al 465). Il territorio amministrato era inizialmente vastissimo, ma fu nel tempo ridotto con la creazione di altre sedi vescovili.

Tuttavia anche l’archivio diocesano di Luni-Sarzana risente, come la maggior parte degli archivi diocesani, della dispersione cui andò incontro la documentazione prodotta fino al tardo medioevo (Monachino et al., 1990). La documentazione qui conservata è così relativamente recente: si conservano 2427 unità archivistiche che coprono gli anni 1348-1417 e 1500-1929, ma la maggior parte dei fondi in cui sono suddivisi riguardano i secoli XVIII-XX. Si possono segnalare:

Visita apostolica di Angelo Peruzzi, 3 voll. E 1 filza, 1584;

Visite pastorali, 35 voll e 3 mazzi, 1568-1929;

Acta curiae episcopalis lunensis, 2 voll, 1433-35 e 1464;

parrocchie, secc. XVI-XIX.

Più promettente la situazione dell’archivio del capitolo di Sarzana, che comprende 35 filze, 7 mazzi e varie pergamene che coprono il periodo 1095-1929 e 80 volumi di statuti, verbali, delibere, ecc. Ma allo stato attuale occorrerebbe una visita in loco per verificare il tipo di informazioni di questa raccolta poiché l’inventario esistente (Monachino et al. 1990) non specifica se si tratta di atti riguardanti le sole confraternite sarzanesi o documenti anche di altra origine.

Fonti cronachistiche

Si tratta anzitutto di chiarire l’indicazione relativa agli Annali Antiquissimi Pontremulesi citati da Campi e usati, sembrerebbe, anche da Sforza; in secondo luogo esaminare tali cronache.

In particolare si tratta di autori cinquecenteschi i cui manoscritti sono conservati a Pontremoli:

Giovan Maria Ferrari, autore di una cronaca che copre gli anni 1203-1404; 1503-1506 e 1526-1543;

Giovanni Rinaldo Villani, autore di Annales che arrivano al 1571, ma di cui sembra che alcune parti siano andate perdute (Zucchi Castellini, 1990);

Sforza Trincadini, autore di una cronaca dalle origini etrusche al 1228 e poi dal 1474 al 1481.

Queste opere sono consultabili a Pontremoli. Si deve comunque considerare che, visto l’ampio uso fatto dal Campi delle opere a lui precedenti e la scarsità di notizie che questo autore aveva a disposizione per il periodo 1000-1300, sembra improbabile che il Campi si sia imbattuto, esaminando tali cronache, in notizie di terremoti e abbia deciso di non riportarle.


1.2-II terremoto dell’8-10 giugno 1641, Pontremoli: Analisi Attraverso i Repertori


studio

Tipo Analisi ‘attraverso i repertori

RC 1B


L’analisi di questo terremoto è stata avviata con una rilettura critica di Baratta (1901), che in questo caso è lo studio di riferimento del catalogo PFG che riporta:

Non solo a Pontremoli, ma in quasi tutta la Lunigiana, nell’8-10 di giugno si sentirono scosse fortissime che recarono danni a molti edificii: cosi dice una notizia tratta dal Giovannozzi da memorie mss.”

Baratta si riferisce a Giovannozzi (1895), che a sua volta riporta, citato tra virgolette, il seguente brano:

Non solo a Pontremoli, ma anche quasi in tutta la Lunigiana con danno di molti edifici a dì 8, 9, 10 Giugno fu scossa da gravissimi terremoti. Onde furono per tre giorni fatte pubbliche preghiere per placare l’ira divina

La notizia, afferma Giovannozzi, è ripresa da Memorie pontremolesi, manoscritto del secolo XVIII, di cui ebbe notizia da un certo professor Betta. Queste Memorie pontremolesi sono state identificate nell’opera di Bernardino Campi (XVIII sec.). Campi tu uno dei principali cronisti di Pontremoli: nato a Pontremoli nel 1656, divenne cappuccino nel 1677 e passò l’intera sua vita nel convento pontremolese, dove mori nel 1716. Scrisse varie opere di carattere storico ed erudito tra cui le Memorie historiche nelle quali secondo la serie delli anni, e più antichi, et autentici Historici si contengono l’origine, e successi memorabili dell’antica Città di Apua, hoggi Pontremoli, un manoscritto rimasto inedito e di cui si conservano diverse copie, con leggere variazioni l’una dall’altra. Nel 1975 è stata data alle stampe un’accurata edizione critica.

Il brano relativo al terremoto del 1641 è leggermente diverso da quello riportato da Giovannozzi (1895) e ripreso da Baratta (1901):

“Non solo Pontremoli, ma ancora quasi tutta la Lunigiana, con danno di molti edifizi, a dì 8, 9, 10 di giugno [1641] fu scosso da grandissimo terremoto; onde furono per tre giorni fatti quivi pubbliche preghiere per placare l’ira divina” (Campi, XVIII sec.)

L’analisi dei principali repertori classici di terremoti individua una sola segnalazione dell’evento, quella presente in Coccia (1985), che però non solo si limita a citare l’evento in un elenco di terremoti anteriori al 1930, attribuendo un’intensità epicentrale (Io) del VII MCS, ma non fornisce né descrizioni degli effetti, né indicazione di fonti. E’ probabile che si sia limitato a riprendere la notizia da Baratta (1901). Nessun altro repertorio cita questo evento, non è possibile perciò, a questo livello di indagine, individuare altre fonti che supportino la notizia del Campi.

Si deve quindi limitare l’analisi critica alle notizie presenti in Campi (XVIII sec.). Campi non fu testimone dell’evento, che si verificó prima che lui nascesse. Riprese quindi la notizia da altre fonti, ma il fatto che queste fonti non siano indicate, come invece solitamente il Campi fa per altri avvenimenti, anche se non in modo sistematico, lascerebbe supporre che si sia affidato alla memoria tramandata oralmente di persone più anziane di lui. Questo fatto potrebbe spiegare le imprecisioni e le ambiguità presenti nel testo: anzitutto il fatto che non sia definito con precisione se il danno sia avvenuto a Pontremoli o nella Lunigiana: l’inciso “con danno di molti edifizi” può essere infatti riferito sia a “quasi tutta la Lunigiana”, che alla sola città di Pontremoli, o a entrambe. Inoltre l’indicazione non di un giorno preciso ma di tre potrebbe indicare un evento principale e di una serie di repliche, oppure una serie di eventi. In entrambi i casi non è possibile affermare se il danneggiamento sia dovuto ad un evento più forte o all’effetto cumulato di più scosse.

Queste incertezze, la mancanza di altre fonti a sostegno della data e degli effetti, lasciano aperto il dubbio su questo evento, tanto più che il 13 giugno del 1642 si verificó un terremoto sentito in Lombardia (Milano, Bergamo, Lecco, Lodi) e a Parma: la quasi coincidenza del giorno, la particolarità di un evento che avrebbe fatto lievi danni a Bergamo e a Parma, induce il sospetto che si sia in presenza di una confusione tra due distinti eventi: questo ricordato da Campi, che forse interessò anche Parma, e un secondo accaduto l’anno dopo, che interessò Bergamo e altre città lombarde.

Tuttavia, alla luce delle indagini svolte su quell’evento del 1642, allo stato attuale delle conoscenze tra questi due eventi non sembrano esservi relazioni.

Elenco delle osservazioni macrosismiche

Le fonti indicano una località precisa, Pontremoli, e un’area (la Lunigiana) dove presumibilmente una sequenza di terremoti durata tre giorni provocarono alcuni danni. Presumibilmente si determinó un effetto cumulativo, ma la mancanza di informazioni più precise non consente di chiarire questo aspetto. Mancano quindi informazioni circa due aspetti fondamentali per assegnare l’intensità, ossia il ‘dove’ e il ‘quando’, e anche la notizia sui danni appare diluita in un’ampia area geografica e lungo tre giorni. Non si ritiene opportuno assegnare un valore macrosismico, ma solo segnalare la presenza di danni:

Pontremoli44.3779.882D
LunigianaD

1.3-II terremoto del 13 giugno 1642, Bergamo: Analisi Attraverso i Repertori


Studio

Tipo Analisi ‘attraverso i repertori

RC 1B


L’analisi di questo terremoto è stata avviata con una rilettura critica di Baratta (1901), che in questo caso è lo studio di riferimento del catalogo PFG che riporta:

Verso le 3 della notte fra il 13 ed il 14 giugno si sentì in Bergamo un forte terremoto che apportò alle case molti danni, specialmente facendovi abbattere i comignoli. A Milano, secondo il Formentini, citato dal Mercalli, cadde il campanile di S. Stefano; a Lecco il terremoto si presentò sotto forma di una triplice scossa fortissima, talché sembrava volesse atterrare il convento e la chiesa di Pescarenico con sommo spavento di quelli che ivi si trovavano.

Ora mentre in Lodi incusse panico grandissimo causando forte scuotimento di mobili e di tetti, la cronaca Zunti dice che in Parma per un terremoto avvenuto nel dì 13 (senza indicazione di ora) furono abbattuti molti comignoli: il che fa rimaner dubbiosi se si trata di un unico terremoto o del risveglio del centro sismico parmigiano avvenuto in concomitanza con il lombardo.

Questa scossa, secondo quanto ricorda il Ghilini […] fu in [Alessandria] avvertita da poche persone.”

In appendice Baratta aggiunge:

“Nella notte a Mantova tre scosse che apportarono grande spavento, ma poco danno (Gionta: Il fioretto delle cronache di Mantova continuato ecc., 1884).”

Baratta ricava le informazione in parte da una fonte edita raccolta di prima mano (Calvi, 1676), in parte attraverso la mediazione di altri autori (Mercalli, 1883, 1887, 1897; Agnelli, 1895; Appendice, 1895; Gionta, 1884), ciascuno dei quali cita cronache coeve all’evento. Altri due repertori, non rammentati da Baratta (1901) ricordano questo evento, Benassi (1899) e Seyfart (1756). Siamo così in presenza di molte fonti indipendenti che citano questo terremoto per differenti località. In particolare:

Mercalli (1888): trattando del terremoto di Lecco del 20 maggio 1887, Mercalli si preoccupa di fornire alcune indicazioni sulla storia sismica della città soffermandosi in particolare su due eventi, questo del 1642 ed un altro del 1695, rammentati in una Cronichetta manoscritta del Convento del Cappuccini di Lecco (Cronichetta, 1718). Questa cronaca si trova presso l’archivio della chiesa di Pescarenico. Vi si legge la seguente notizia:

“l’anno 1646 La notte avanti la Festa di S. Antonio di Padova (che cade il 13 giugno] li 12 Giugno venne un grande e spaventoso terremoto, che per lo spatio d’un miserere circa diede tre continuati crolli. Il primo fece ben bene tremare questo Convento di Pescarenico, il secondo fu molto più impetuoso e formidabile, in modo che, se fosse durato più d’un miserere, siccome durò meno fu tenuto fermo il total diroccamento del Convento. Si svegliarono tutti li Religiosi. e tutti gridavano Giesù e Misericordia. Il terzo crollo fu simile al primo gratie a Dio, non vi fù danno notabile, come si può vedere dalla memoria dell’Archivio. Plico 4” (Cronichetta della fondazione del Convento de’ Ceppuccini di Lecco, par. 4, p. 14)

La stessa notizia si ritrova più avanti nella medesima fonte, a p. 33, in forma più sintetica:

“l’anno 1646-La notte avanti la Festa di S. Antonio di Padova circa le tre o quattro ore di notte venne un grande e spaventoso terremoto, che diede tre crolli terribili con pericolo di atterrare il Convento e singolarmente la Chiesa con sommo spavento dei religiosi e dei secolari circonvicini, come si può vedere dalla memoria che è nell’Archivio distesamente”

Mercalli riporta questa seconda versione e annota, a proposito della datazione che l’anno 1646 debba ritenersi un “errore, perché in altre cronache trovasi che un violento terremoto si senti nel bergamasco ed a Milano il 13 giugno 1642 proprio a tre ore di notte”.

Mercalli (1883) ricorda gli effetti del terremoto a Bergamo e a Milano. Per la prima di queste città si rifà a Calvi (1676), di cui riporta un riassunto (“notte un terremoto violento fece cadere in Bergamo quasi tutti i camini”), per Milano cita la Cronaca di Milano di Formentini da cui riporta il seguente brano:

“nel giorno 13 provansi scosse di terremoto [a Milano), per le quali cade il Campanile di Santo Stefano, che viene rifabbricato dal lato destro invece del sinistro ove prima sorgeva

L’originale di questa cronaca non è stato individuato.

Per quanto riguarda il Calvi (1676), il resoconto è simile a quelli che questo autore era solito fare in occasione di eventi sismici, cosa che rende questa fonte non molto attendibile:

“verso le tre hore di notte fiero terremoto scosse la nostra patria (Bergamo] apportando alle case molti danni particolarmente ne camini, che quasi tutti cadero”

Mercalli (1895) aggiunge la notizia, ripresa da Ghilini, di un risentimento ad Alessandria, ma non utilizza il suo lavoro su Lecco.

Ghilini (1666) afferma:

“La notte antecedente al suddetto giorno [13 giugno), fu sentito in Alessandria, e in altre parti un assai leggero terremoto, per il qual poco, e quasi niente si scosse la Terra, e pochi se n’accorsero.”

Agnelli (1895) trascrive un brano tratto dalle Memorie manoscritte di don Lodovico Benzone, conservato presso la Biblioteca di Lodi, che afferma:

Memoria che alli 13 giugno 1642 che fu Venerdì tempora d’estate, giorno de Santo Antonio da Padova venendo il Sabbato circa alle tre hore di notte vense nella città di Lodi, et credo anco in moltíssime città della Lombardia, un terremoto cosi grandissimo et terribilissimo, che fece impaurire qualsivoglia persona di qualsivoglia età, stato, condicione e sesso, crolendo talmente le case, muraglie, lettere et tetti et terra, che pareva il giorno del giudicio, con fuoci et lampi nell’aria, cosa non più veduta, che ogniuno per il più fu colto all’improvviso, chi usciva dal letto per andar alla finestra, chi fugiva in corte, chi nelle strade, chi in qua chi in là senza cercar vestiti da coprirsi, chi gridava alli ladri, chi diceva che erano li sbirri, chi esclamava, chi piangeva, chi diceva una cosa, chi un’altra; cosa la più horenda che si sii mai vista, né sentita al mondo, poiché molti religiosi et religiose sbagutiti dal timore, dopo di essere levati giudicorono dire l’ufficio, benchè fosse ben tre hore di notte“.

Appendice all’elenco del terremoti di Parma (Bollettino del Com. agr. di Parma, 1895):

questo catalogo cita un manoscritto, la Cronaca Zunti, conservata presso l’Archivio Comunale di Parma, che si dice riguardare il XVII secolo. L’originale di questo manoscritto è conservato presso l’Archivio di Stato di Parma in pessime condizioni; se ne conserva anche una trascrizione del 1842 eseguita da Enrico Scarabelli (ASPr, 1842). Il terremoto è ricordato in questi termini:

“1642…. et il 13 giugno tirò si forte il terremoto che gettò a terra molte mazze da camino

Baratta (1901): ricorda gli effetti a Mantova, notizia che riprende da Gionta (1741; 1844) che afferma:

“La notte delli 13 giugno in sabato, udironsi tre scosse di Tremuoto, che recarono grande spavento, ma poco danno fecero alle fabbriche”

Benassi (1899): oltre all’Appendice (1895) cita anche un manoscritto (Pugolotti, XVI-XVII sec.) che ricorda:

alli 13 di Giugno 1642 giorno di Venerdì circa tre hore di notte venendo al sabato, si è sentito in generale il terremoto, con gran strepito, qual alli tutti (?) giorni non si è mai sentito cosi terribile, e spaventoso”

Infine, Seyfart (1756) data il terremoto al 12 giugno sulla scorta del Theatrum Europeaeum, che parla genericamente di un terremoto in tutta la Lombardia.

L’aspetto principale di questo insieme di informazioni è l’autonomia delle varie fonti, che, tra l’altro, trattano ciascuna di una sola località, solitamente quella di origine del compilatore della fonte stessa. In altre parole si tratterebbe di testimoni oculari, ma si devono fare alcune differenze. Alcune fonti sono probabilmente redatte da testimoni coevi: si tratta di cronache, Pugolotti (XVI-XVII sec.), Zunti (XVII sec. in Scarabelli, 1842) e la Cronichetta (1718), ma, tranne la prima, giunte fino a noi come trascrizioni più tarde. Altre fonti sono vicine all’evento ma hanno un carattere diverso dalle precedenti: non cronache manoscritte, ma opere scritte e pensate per la pubblicazione (Ghilini e Calvi). In particolare il Calvi presta il fianco a qualche dubbio, visto la forma stereotipata con cui frequentemente ricorda gli avvenimenti sismici.

Se si esclude l’informazione relativa a Parma, si sarebbe in presenza di un quadro abbastanza coerente di un terremoto di media entità con danni a Bergamo e più lievi a Mantova, mentre tutte le altre fonti parlano, per le altre località citate, di grande paura e di “quasi” crolli. Solo a Milano si sarebbe in presenza di un crollo, ma la notizia della caduta del campanile di Santo Stefano, unico danno registrato in tutta la città, appare quanto meno dubbia. Il terremoto sarebbe stato avvertito con forza a Lecco, a Lodi e più lievemente ad Alessandria.

In questo quadro la notizia di danni a Parma (caduta di camini) ha sollevato giustamente le perplessità di Baratta, che avanza l’ipotesi che si tratti di due eventi separati. Si deve però notare che le due fonti riguardanti Parma, forniscono due versioni diverse degli effetti: la Cronaca Zuti (Scarabelli, 1842) parla di danni ai camini, mentre quella del Pugolotti (XVI-XVII sec.) non ricorda alcun danneggiamento, ma solo un forte risentimento.

Si potrebbe avanzare anche l’ipotesi, da verificare con più approfondite ricerche, che la segnalazione di danni a Parma sia da collegare al terremoto dell’8-10 giugno 1641, ricordato dal cronista pontremolese Campi (XVIII sec.). Ma questa ipotesi non sembra essere suffragata da sufficienti evidenze documentarie: l’indicazione della data e dell’ora appare coerente in tutte le fonti analizzate (con la sola eccezione della Cronichetta, 1718). Allo stato attuale delle conoscenze sembra che gli effetti a Parma siano piuttosto esagerati dalla Cronaca Zuti (Scarabelli, 1842), come pure quelli ricordati per Bergamo dal Calvi (1676).

Elenco delle osservazioni macrosismiche

Bergamo65
Mantova60
Milano55
Lecco 55
Lodi50
Parma50
Alessandria30

Trascrizione delle fonti

Zunti Antonio, XVII sec. Cronaca parmigiana dal 18 maggio 1589 al 1645. Originale non reperito. Esiste una trascrizione del XIX secolo fatta da Enrico Scarabelli Zunti, archivista di Parma, che riporta:

“22 gennaio 1642

La mattina il signor Duca andò al Ponte di Pienza […] et li 28 di detto venne tanta neve, che era alta una picha ove non si poteva andare per le strade, et li 12 febbraio morirono il signor dottore Marcello Prati, et li 6 giugno il signor canonico Pietro Maria Prati et li 13 giugno tirò forte il terremoto che getto a terra molte mazze da camino»

(Scarabelli E., 1842. Cronaca Zunti trascritta da me Enrico Scarabelli l’anno 1842. Archivio di Stato di Parma, A. Comunale, b. 4214)

Cronichetta, 1718. Cronichetta della fondazione del Convento de’ Cappuccini di Lecco. Archivio della Parrocchia S. Maderno, Pescarenico (Como), ms.

Trascrizione dall’originale:

§ 4 n° 32, pag. 14:

“L’anno 1646. La notte avanti la festa di S. Antonio da Padova li 12 giugno venne un grande e spaventoso terremoto, che per lo spazio di un miserere circa diede tre continuati crolli. Il primo fece ben bene tremare questo Convento di Pescarenico, il secondo fu molto più impetuoso e formidabile, in modo che, se fosse durato più d’un miserere, siccome durò meno fu tenuto fermo cotal diroccamento del Convento. Si svegliarono tutti i Religiosi, e tutti gridavano Giesù, Maria e Misericordia. Il terzo crollo fu simile al primo gratie a Dio, non vi fu danno notabile, come si può vedere dalla memoria nell’Archivio. Plico 4”

La notizia è riportata nuovamente più avanti, al § 9, nº 74, pag. 33:

L’anno 1646. La notte avanti la festa di S. Antonio da Padova circa le tre o quattro ore di notte venne un grande e spaventoso terremoto, che diede tre crolli terribili con pericolo di atterrare il Convento, e singolarmente, la Chiesa con sommo spavento de’ Religiosi e dei secolari circonvicini, come si può vedere dalla memoria, che è nell’Archivio distesamente»

Ghilini G., 1666. Annali di Alessandria, ovvero le cose accadute in detta città, nel suo circonvicino territorio dall’anno dell’origine sua sino al 1659. Milano.

Trascrizione dall’originale:

«La notte antecedente al suddetto giorno (13 giugno), fu sentito in Alessandria, et in altre parti un assai leggiero Terremoto, per il quale poco, e quasi niente si scosse la Terra, e pochi se n’accorsero»

Pugolotti A., XVI-XVII sec. Libro nel quale sono descritte molte cose di memorie da me Andrea Pugolotti. Ms. Biblioteca Palatina di Parma, ms parm. 461.

Trascrizione dall’originale:

alli 13 di Giugno 1642 suddetto giorno di Venerdì circa tre hore di notte venendo al sabato, si è sentito in generale il terremoto, con gran strepito, qual alli tutti (?) giorni non si è mai sentito cosi terribile, e spaventoso”.

Benzone, XVII sec. Memorie manoscritte.

Originale non reperito. Si utilizza la trascrizione riportata in Agnelli, 1895. I terremoti registrati nelle Cronache Lodigiane. In “Archivio storico per la città e comuni del circondario di Lodi”, anno XIV, pp. 90-96.

«Adi 13 Giugno 1642 – Memoria come alli 13 Giugno 1642 che fu venerdì tempora d’estate, giorno de Santo Antonio da Padova venendo il Sabbato circa alle tre hore di notte vense nella città di Lodi, et credo anco in moltissime città della Lombardia, un terremoto così grandissimo et terribilissimo, che fece impaurire qualsivoglia persona di qualsivoglia età, stato, condicione e sesso, crolendo talmente le case, muraglie, lettere et tetti et terra, che pareva il giorno del giudicio, con fuoci et lampi nell’aria, cosa non più veduta, che ogniuno per il più fu colto all’improvviso, chỉ usciva dal letto per andar alla finestra, chi fuggiva in corte, chi nelle strade, chi in qua chi in là senza cercar vestiti da coprirsi, chi gridava alli ladri, chi diceva che erano li sbirri, chi esclamava, chi piangeva, chi diceva una cosa, chi un’altra; cosa la più horenda che si sii mai vista, né sentita al mondo, poiché molti religiosi e religiose sbagutiti dal timore, dopo di essere levati giudicorono dire l’ufficio, benché fosse ben tre hore di notte”

Calvi, 1676. Effemeride Sacro-profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo, sua diocesi, et territorio. Da suoi principi fin al corrente anno et in tre volumi divisa, contenendosi quattro mesi in ciascun volume. Opera del padre Donato Calvi da Bergamo, prelato Agostiniano della Congregazione di Lombardia et Deffinitor perpetuo della medesima. 3 voll. Volume 2°, Milano nella stamperia di Francesco Vigone.

Trascrizione dall’originale:

“1642. Verso le tre hore di notte fiero terremoto scosse la nostra patria [Bergamo] apportando alle case molti danni particolarmente ne camini, che quasi tutti cadero»

Gionta S., 1844. Il fioretto delle cronache di Mantova. Notabilmente accresciuto e continuato sino all’anno MDCCCXLIV per cura di Antonio Mainardi. Mantova.

Questa edizione si fonda su una precedente (Gionta S., 1741. Il fioretto delle Croniche di Mantova raccolto già da Stefano Gionta, ed in quest’ultima edizione ampliato delle cose più notabili di essa città fino al presente anno MDCCXLI. Mantova) curata da Giuseppe Ferrari, che a sua volta riprese una precedente edizione del 1587, che pubblicò ampliandola fino al 1741. La notizia del terremoto è riportata dalle due edizioni senza sostanziali differenze.

Edizione 1844:

“Nel 1642, la notte del 13 giugno, in sabato, udironsi tre scosse di terremoto, che recarono grande spavento, ma poco danno fecero alle fabbriche”

Edizione del 1741:

“[1642] La notte delli 13 Giugno in Sabato, udironsi tre scosse di Tremuoto, che recarono grande spavento, ma poco danno fecero alle Fabbriche”.


1.4 – Procedure per la valutazione dei margini di incertezza sui parametri dei forti terremoti: il caso del terremoto del 22 ottobre 1541, Valle Scrivia

Studi esistenti (DOM; CFTI ecc.)

Questo terremoto è presente nel catalogo NT 4.1 (Camassi e Stucchi, 1997) e nel database delle osservazioni macrosismiche (Monachesi e Stucchi, 1997). Non è ricordato nel catalogo CFTI (Boschi et al., 1995):

TrYeMoDaAxRtNmoIoPaSzMs
DB15411022Valle ScriviaENL859802655

NT 4.1 e DOM 4.1 si basano sullo studio ENEL (1985)

Potenziale informativo

Il terremoto si verificò in un periodo in cui le fonti iniziano ad essere più numerose e ricche di informazioni rispetto ai secoli precedenti. Si sono conservate un numero maggiore di memorie e cronache, mentre la struttura amministrativa degli stati italiani ha ormai assunto una dimensione statale, con organismi di governo anche periferici sempre più strutturati.

Anche per quanto riguarda le fonti ecclesiastiche, in particolar modo a partire dal Concilio di Trento (1545-1563), la documentazione diviene più continua e meglio conservata: per la prima volta la conservazione e l’organizzazione degli archivi diocesani diventa oggetto di decreti da parte delle autorità pontificie.

Naturalmente questo quadro varia a seconda delle aree geografiche considerate e dei periodi: guerre, particolari vicende politiche ecc. possono interrompere o comunque influire sull’omogeneità della documentazione storica.

Per quanto riguarda il terremoto in esame, l’area geografica e l’anno possono influire negativamente sulla completezza delle informazioni. Si tratta di un’area relativamente periferica, posta al confine tra tre differenti stati (il ducato piemontese dei Savoia, la repubblica di Genova e il ducato di Milano). Il terremoto, inoltre avvenne in un periodo di aspri conflitti tra Spagna e Francia, che avevano proprio nell’Italia nord occidentale uno dei territori di scontro.

D’altra parte occorre considerare che la valle dello Scrivia rappresentava anche un’importante via commerciale che univa Milano e l’Italia settentrionale a Genova e quindi al principale sbocco marittimo dell’area lombarda. Ma i commerci italiani conobbero, proprio nel ‘500, l’inizio di una fase di declino, anche a causa delle guerre della prima metà del secolo.

In conclusione si può affermare che il terremoto del 1541 avvenne in un periodo potenzialmente ricco di informazioni, ma si verificó in un’area e in un anno che rendono lecito attendersi notizie ancora frammentarie.

Tipo di ricerca

La radice del catalogo NT 4.1 è lo studio ENEL (1985). L’indagine su questo terremoto si inserisce in una più ampia ricerca che ha indagato sistematicamente fonti storiche di varia natura dell’Italia nord occidentale (in particolare Piemonte e Lombardia).

Per questo evento la ricerca ENEL (1985) ha indagato gli archivi comunali di Alessandria e Tortona, senza però trovare informazioni sul terremoto (a Tortona manca la documentazione del periodo, ad Alessandria nessuna notizia nella documentazione esistente). E’ stata poi indagato l’archivio Capitolare di Tortona, che conserva una cronaca manoscritta del 1766 sulla storia di Tortona, che però non ricorda l’evento (Bussa, 1766). Le uniche informazioni sul terremoto provengono da una relazione, scritta da Ilario Busseto, un notaio di Tortona coevo all’evento, pubblicata nel 1911 (Gasparolo, 1911) e da cronache cittadine prodotte ad Alessandria, Pavia, Savona e Genova (Schiavina, XVI sec.; Abate, XVI sec.; Casoni, 1799). La relazione del notaio, coevo all’evento, rappresenta la fonte principale, che ha permesso di localizzare in alcune località della Valle dello Scrivia l’area maggiormente interessata dal terremoto. Le cronache delle altre città ricordate testimoniano i risentimenti nelle aree limitrofe.

Da rimarcare il fatto che nessuna delle fonti citate ricorda effetti verificatisi a Savona e a Genova, né lo studio cita fonti precise, limitandosi ad affermare che altre testimonianze di questo evento furono prodotte ad Alessandria, Pavia, Savona e Genova. In bibliografia sono poi riportate due fonti, un manoscritto del XVI sec. su Savona (Abate, XVI sec), e gli annali di Genova di Casoni (Casoni, 1799). Considerando che solitamente le fonti negative sono segnalate in bibliografia e che per queste due non vi sono segnalazioni di questo tipo, si deve ritenere che queste siano all’origine delle valutazioni fatte nello studio in esame.

Analisi e confronto

Non esiste nessun altro studio recente su questo evento.

Giudizio di esaustività

ENEL (1985) ha svolto una ricerca approfondita certamente di buon livello, tuttavia non è esplicitato se altre, importanti, sedi archivistiche siano state esaminate anche per questo evento. Nell’elenco delle sedi di ricerca indagate nell’ambito dell’ampio lavoro svolto da ENEL (1985) sulla storia sismica di Piemonte e Lombardia, sono elencati tutti i centri di conservazione, ma non è chiarito se tali centri siano stati indagati sistematicamente per tutti i

terremoti considerati o se sia stata fatta una preventiva ripartizione in base all’area presumibilmente interessata dall’evento.

Rispetto al terremoto del 1541 mancano, in questa ricerca, riferimenti più precisi al contesto storico, ai confini dei diversi stati e quindi indagini in altri possibili archivi che potrebbero conservare documentazione (ad esempio, Milano, che aveva giurisdizione sull’area, Pavia, principale città più vicina all’area di danno e Genova, capitale dell’omonima repubblica nel cui entroterra potrebbero essersi verificati effetti dell’evento). Manca inoltre un esame sistematico delle fonti dei principali repertori sismologici, o, se è stato fatto, non ne sono esplicitati i risultati.

Si noti che in bibliografia, come fonte positiva, è segnalata Desimoni (1896) che tratta di Gavi, località prossima a quelle maggiormente colpite, ma nella relazione tale località non è ricordata in alcun modo.

Suscita inoltre perplessità l’affermazione di effetti a Savona e Genova senza citazioni esplicite di alcuna fonte.

In conclusione, sebbene la ricerca sia indubbiamente di buon livello, sembra che la redazione della relazione finale risenta degli effetti di una stesura affrettata che lascia aperti alcuni dubbi circa la mancanza di testimonianze sugli effetti a Gavi e, al contrario, su quelli non precisati che si sarebbero verificati a Genova e Savona.

Giudizio sul piano quotato

DOM presenta la seguente distribuzione delle osservazioni macrosismiche:

LocalitàScLatLonIs
Stazzano44.7288.86980
Novi Ligure44.7648.78870
Serravalle Scrivia44.7248.85670
Bagnaria44.8269.12470
Tortona44.8978.86460
Genova44.4198.89850
Savona44.3078.48050
Alessandria 44.9138.61440
Pavia45.1899.16040

Le osservazioni macrosismiche sono distribuite lungo un’asse Genova-Pavia. Le località che presentano valori più elevati (=>70) sono concentrate in un’area ristretta, con la notevole eccezione di Bagnaria, molto distante dall’area di danneggiamento. Mancano notizie circa gli effetti in molte località prossime a Stazzano (come Gavi, Cassano, Arquata Scrivia), mancanza che può essere imputata alle peculiarità storico-geografiche dell’area.

L’area di far field presenta una distribuzione asimmetrica, con valori più elevati nelle più distanti località meridionali (Genova e Savona con V MCS) rispetto a quelle settentrionali (Pavia e Alessandria IV), più prossime all’area di danno. Questa peculiarità è aggravata dal fatto che, come detto, nessuna delle fonti ricordate dallo studio cita Genova e Savona.

Margini sui parametri

Stante le caratteristiche della ricerca e dello studio, si può affermare quanto segue:

numero del punti disponibili: per quanto riguarda l’area di danneggiamento risulta difficile valutare se una nuova indagine possa migliorare significativamente le conoscenze. Occorre inoltre considerare che l’impegno necessario (in termini di ricerche da effettuarsi presso svariati archivi storici comunali e parrocchiali) potrebbe non essere proporzionale ai risultati ottenibili, considerate le caratteristiche storico-geografiche in cui il terremoto si verificó. E’ però opportuno chiarire alcune incongruenze presenti nello studio (quella citata relativa a Gavi e alla fonte citata in bibliografia), cosa facilmente raggiungibile.

Per quanto riguarda l’area di far field difficilmente può essere ampliata, viste le caratteristiche dell’evento e che le principali città limitrofe sono già presenti nel pq. E’ però necessario verificare il risentimento affermato a Genova e Savona, stante la mancata citazione delle fonti.

Valori di intensità: Le descrizioni delle fonti riportate nella relazione sono tutt’altro che esaustive nella descrizione degli effetti, limitandosi a parlare di “molte case abbattute» a Stazzano e di case rovinate in altri luoghi. In relazione a questo tipo di notizie disponibili i margini di incertezza nella valutazione dei valori di intensità risulta essere di almeno un grado. La stessa osservazione vale per le località dell’area di far field, maggiormente per i casi di Genova e Savona, data la mancanza dei testi delle fonti.

Stato della conoscenza sulle repliche

Non si hanno notizie di repliche, non sembra che la ricerca Enel abbia fatto ricerche specifiche in proposito


2.1-Il terremoto del 14 febbraio 1834, Alta Lunigiana


studio Viviana Castelli, Giancarlo Monachesi, Andrea Moroni, Massimiliano Stucchi, I terremoti toscani dall’anno 1000 al 1880: schede sintetiche, GNDT, rapporto interno, Macerata-Milano 1996, 314 pp.

Tipo Ricerca estensiva

RC 1A


Questo terremoto è stato oggetto di studi approfonditi da parte del GNDT e di una ricerca promossa dall’Enel (Enel, 1988) nell’ambito delle sue indagini sulla sismicità della Garfagnana. II Catalogo dei Forti Terremoti Italiani (Boschi et al., 1995) non riporta questo evento. Le ricerche svolte nel corso di diversi anni dal GNDT sono state riprese nel rapporto di Castelli et al. (1996), che è stato preferito a Enel (1988) per la compilazione del catalogo NT (Camassi e Stucchi, 1997) e del Database delle osservazioni macrosismiche, DOM (Monachesi e Stucchi, 1997).

L’analisi di questo terremoto era stata avviata con una rilettura critica di Baratta (1901), che in questo caso era lo studio di riferimento del catalogo PFG.

Baratta (1901) descrive gli effetti di danneggiamento verificatisi in diverse località a sud del passo della Cisa, in particolare nei territori di Pontremoli e Zeri. A nord del passo, nell’attuale provincia di Parma, gli effetti sarebbero stati meno gravi, Baratta (1901) ricorda solo lievi danni a Borgotaro, Albareto, Bardi e Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza). Le fonti da cui Baratta (1901) ricava dati sugli effetti di questo terremoto sono: Gargiolli (1834), Zobi (1852), De Rossi (1889) e Baratta (1897). Baratta utilizza soprattutto due di queste fonti: Gargiolli (1834) e Baratta (1897), ossia da un esame delle informazioni presenti nei periodici dell’epoca, in particolare la Gazzetta di Firenze (1834a, 1834b), La Gazzetta Piemontese (1834), la Gazzetta di Parma (1834a, 1834b), la Gazzetta Privilegiata di Bologna (1834a, 1834b) e la Gazzetta di Genova (1834a-c). In Baratta (1901) non vengono però riportate fedelmente le informazioni presenti nelle fonti: due villaggi ricordati da Gargiolli (Succisa e Pontolo) e uno presente da Baratta (1897), Filattiera, non sono rammentati. Nel resoconto di Baratta (1901) compare poi tra le località danneggiate anche Albareto, che non è rammentata da nessuna delle fonti citate. Inoltre Baratta (1897, 1901) sbaglia a leggere il resoconto di Zobi (1852) attribuendo a questo evento il numero dei morti e dei feriti e il costo dei danni che Zobi espone in riferimento al terremoto del 1846.

L’analisi dei principali repertori di terremoti individua molte segnalazioni di questo evento: Pilla (1846), Perrey (1848), Ragona (1888), Guidi (1915), Mercalli (1883), Giovannozzi (1895),Chistoni (1896), Benassi (1899), Agamennone (1929). Tuttavia, solo Benassi (1899) e Agamennone (1929) aggiungono nuove informazioni rispetto al quadro fornito da Baratta (1901). Benassi (1899), sulla scorta della Gazzetta di Parma, afferma che il terremoto fu avvertito anche a Guastalla; Agamennone (1929) riporta il testo delle Memorie, pubblicate anche in L’araldo de la Madonna di S. Marco (1929) della Parrocchia di Pieve di Campi, una frazione di Albareto, nelle quali si ricordano lievi danni subiti dalla chiesa e dalla canonica. Tutti gli altri repertori, anche quando introducono nuove fonti, non aggiungono nuovi dati rispetto a quelli già presenti in Baratta (1901).

La rilettura critica di Baratta (1901) e l’analisi ‘attraverso i repertori sono state integrate con una ricerca sistematica di testimonianze coeve che si è svolta in due direzioni: il recupero e l’analisi sistematica del periodici italiani e la ricerca di fonti documentarie conservate presso archivi storici

L’analisi delle informazioni contenute nei periodici dell’epoca ha consentito di determinare l’area di far field, verificando anche il sistema di trasmissione delle notizie da una testata ad un’altra e individuando in questo modo quelle che contenevano informazioni di prima mano, poi riprese, in modo più o meno fedele, da altri periodici (Moroni et al., 1993).

Per quanto concerne l’indagine archivistica, la strategia della ricerca è partita dalla constatazione della estrema frammentazione politica che, nel 1834, caratterizzava l’area interessata dal terremoto: diversi stati con differenti ordinamenti e organizzazioni amministrative governavano frazioni più o meno estese di questo territorio. Ricostruendo i confini politici del tempo è stato possibile disegnare una carta geopolitica del tempo (Moroni et al. 1991; 1993). Su questa carta sono stati inseriti i dati sugli effetti del terremoto provenienti da Baratta (1901). In questo modo si è potuto constatare come la maggior parte delle località citate da Baratta (1901) rientrassero nei confini del granducato di Toscana, sotto il cui governo ricadevano Pontremoli e Zeri, mentre Borgotaro, Albareto, Bardi e Borgo San Donnino erano le uniche località non toscane citate da Baratta (1901). Una controprova del fatto che la frammentazione politica del tempo avesse influenzato la raccolta delle informazioni fatta da Baratta si ottiene prendendo in considerazione un opuscolo (Peschieri, 1834), edito a Roma, ma scritto probabilmente da un suddito del ducato di Parma e Piacenza, nel quale si riportano gli effetti del terremoto in 9 località a nord del passo della Cisa (che segnava il confine tra il territorio del ducato di Parma e quello del granducato di Toscana) non ricordate da Baratta (1901). In questo stesso opuscolo non viene citata alcuna località a sud del passo, nel territorio toscano. Evidentemente Peschieri attinse esclusivamente a fonti (non citate) di provenienza parmigiana. Viceversa, le fonti da cui attinsero le loro informazioni Baratta e gli altri repertori hanno un’origine prevalentemente toscana e questo fatto condiziona fortemente le nostre conoscenze attuali, determinando alcune zone d’ombra per le quali si hanno poche notizie, come nei domini parmigiani a nord del passo della Cisa, o dove non se ne ha nessuna, come nelle enclaves modenesi a sud e a ovest di Pontremoli.

Partendo quindi dalla suddivisione politica e amministrativa della Lunigiana nel 1834 la ricerca ha inteso verificare se la mancanza di informazioni su località vicine a quelle ricordate come danneggiate fosse imputabile a carenze nella circolazione delle informazioni tra i diversi stati o all’interno dell’organizzazione amministrativa di uno stesso stato, se dipendesse, cioè, dal diverso rapporto centro-periferia che caratterizzava i vari stati dell’epoca (Moroni et al. 1991; 1993; Moroni, 1992). Oltre alla carta geopolitica ricordata si è perciò indagata anche la struttura amministrativa dei cinque stati che governavano varie frazioni del territorio (oltre al granducato di Toscana e al ducato di Parma, il regno di Sardegna, il ducato di Lucca e quello di Modena). Sono stati cosi individuati i vari organi di governo di questi differenti stati e ciò ha consentito di Indirizzare le ricerche verso alcuni fondi conservati in vari archivi di stato (quelli di Firenze, Pisa, Massa, Modena, Parma, Lucca, Spezia) e presso alcuni archivi storici comunali.

L’organizzazione amministrativa era, a grandi linee, analoga in questi diversi stati: un potere centrale forte che controllava, attraverso una rete amministrativa più o meno capillare, le varie località dei suoi domini. Il territorio era quindi suddiviso in province, rette da un rappresentante del potere centrale di nomina governativa. Tutti i territori toscani in Lunigiana dipendevano così dal Commissario Regio di Pontremoli, che agiva coadiuvato dal Vicario Regio di stanza a Fivizzano (Schupfer, 1900; Aquarone, 1956; Casini, 1953-54; Biotti, 1985). A Borgotaro, nei domini parmensi, sedeva un Commissario col compito di sovrintendere all’amministrazione della provincia del Valtarese (Schupfer, 1900; Falconi, 1958; Tocci, 1979). La provincia del Levante. nel Regno Sabaudo, era a sua volta governata da un intendente (Schupfer, 1900), mentre il dominio più frammentato di quest’area, quello modenese, faceva capo a tre autorità: il Governatore di Massa, che vigilava sui territori dell’ex principato di Massa, dal 1832 diventato provincia del ducato di Modena; il governatore della Lunigiana Estense, con sede a Fosdinovo, e infine il Governatore della Garfagnana con sede a Castelnuovo (Schupfer, 1900; Bertuzzi, 1977). Il ducato di Lucca era l’unico a non prevedere alcuna suddivisione in province. Dal potere centrale dipendevano direttamente le 12 comunità in cui era suddiviso l’intero stato (Schupfer, 1900).

Le Comunità rappresentavano l’unità amministrativa di base: ciascuna comprendeva più villaggi ed era governata da un rappresentante del potere centrale (il Gonfaloniere o altro titolo analogo), solitamente anch’esso di nornina governativa.

II Granducato di Toscana si distingueva per la presenza di organi cui erano attribuiti specifici poteri in materia di lavori pubblici e con funzioni di vigilanza sulla vita delle Comunità. Si trattava delle Camere di Sovrintendenza Comunitativa, esistenti a Pisa, Arezzo, Siena, Grosseto e Firenze. Questi organi, costituiti da un Provveditore, un Sottoprovveditore e vari commessi, computisti ecc., avevano competenze di controllo sui bilanci delle comunità, di riscossione della tassa di famiglia, di sovrintendenza sui Macelli, sulle Deputazioni dei Fossi, sugli Ospedali e sui Monti di Pietà.

Occorre poi ricordare come in tutti questi stati esistesse un capillare e potente apparato poliziesco, il Buongoverno, a cui dovevano fare riferimento tutti gli organi di governo periferico esistenti.

Il flusso normale delle informazioni si articolava quindi in un ambito locale (dai villaggi alle Comunità e da queste ai Governatori o agli equivalenti organi intermedi) e in un rapporto periferie centro (dai Governatori al potere centrale) che poteva avere diversi destinatari a seconda che l’argomento fosse di competenza poliziesca, amministrativa o altro, ma che, nel suo andamento ‘fisiologico’, coinvolgeva la presidenza del Buongoverno e il ministro degli Interni (o suo equivalente). Faceva in parte eccezione il Granducato toscano, dove, per la presenza della Camera di Sovrintendenza Comunitativa, molti affari riguardanti la vita delle Comunità si risolvevano all’interno del distretto di ciascuna Camera.

Nelle carte prodotte da questi vari organi troviamo le prime notizie sul terremoto: la prima comunicazione fu spedita da Pisa il 14 febbraio 1834, dove la scossa fu avvertita leggermente, e indirizzata al Presidente del Buongoverno (ASPI, 1834a). Da Pontremoli la prima lettera su questo evento fu spedita al Provveditore della Camera di Sovrintendenza Comunitativa solo il giorno seguente; in essa si avvisava

“che nel di 14 corrente febbraio alle due e mezzo circa pomeridiane una spaventosissima scossa di terremoto ha posto nella massima costernazione gli abitanti di questa città di Pontremoli. La scossa è stata così forte, che pressoché tutti i cammini sono stati rovesciati nelle pubbliche strade. Non si ha una fabbrica non danneggiata. Tale è stato lo spavento della popolazione, che quasi tutta si è ritirata nella campagna” (ASPI, 1834b).

Da questo momento si attivò la struttura amministrativa toscana, che, attraverso varie tappe, fu volta alla conoscenza dei danni verificatisi e all’elargizione di aiuti economici e materiali.

Il cancelliere comunitativo di stanza a Pontremoli e autore della lettera del 15 febbraio giá citata, informó successivamente la Camera Comunitativa di Pisa delle vicende relative al terremoto con lettere e relazioni periodiche fin verso la fine di marzo (ASPI, 1834c). Negli stessi giorni anche altre autorità si mossero: il gonfaloniere di Pontremoli, Pavesi, tra febbraio e marzo invió, sempre alla Camera Comunitativa di Pisa, varie missive e brevi relazioni, tra le quali spicca quella del 12 marzo, il primo resoconto riepilogativo dei danni subiti nel pontremolese, frutto, probabilmente, di un primo riepilogo eseguito sulla base delle relazioni provenienti dalle altre comunità del Commissariato, ossia Caprio e Zeri (ASPI, 1834d):

“Grave disastro soffri questa città (Pontremoli] e suo distretto! (…) I danni occasionati alle case e fabbricati d’ogni genere sono quasi incalcolabili, senza far conto della vistosa quantità dei cammini caduti, nonché di diverse tettoie. (segue la descrizione dei danni subiti dagli edifici pubblici: 4 chiese, 2 oratori, convento dei Cappuccini, seminario ecc.). Danni alle case, e palazzi in città: non meno di 30 case sono appuntellate in città, all’esterno, o nell’interno. Se si eccettua il palazzo Dosi, e la casa Ricci, un palazzo, una casa non vi è in Pontremoli, che non abbia avuto qualche danno”

Segue una breve descrizione dei danni nei villaggi del pontremolese: “A Groppo d’Alosio nove case sono interamente rovinate. A Cavezzana d’Antena la chiesa recentemente costruita è in parte rovinata (…)” [la descrizione riguarda 24 località) (Relazione dei terremoti sentiti in Pontremoli dal 14 febbraio 1834, da Pontremoli 12 marzo 1834, ASPI, 1834d)

Dalla metà di marzo fanno la loro comparsa le prime perizie compilate dagli ingegneri. Si tratta per lo più di brevi lettere in cui si descrivono i danni di singole località e anche di singoli edifici. Alcune hanno però un interesse maggiore, in particolare quella riguardante la Comunità di Pontremoli, redatta il 15 marzo dove sono descritti, in modo estremamente dettagliato, i danni arrecati a 128 edifici del paese (di cui 22 erano “minaccianti rovina” e 33 “restaurabili”) (ASPo, 1834a). Le relazioni degli ingegneri e dei periti proseguirono da metà marzo sino a luglio. Si tratto di un lavoro esteso e capillare che coprì 61 località delle 7 comunità costituenti il Commissariato di Pontremoli.

Nel frattempo, il 2 aprile, il Granduca aveva emanato un Motuproprio, subito trasmesso dal presidente del Buongoverno al Commissario di Pontremoli e al Provveditore della Camera Comunitativa di Pisa (ASPo, 1834d). II Motuproprio, oltre a decretare l’esonero dal pagamento di alcuni tributi per gli anni 1834-36 concesso agli abitanti delle comunità di Pontremoli, Zeri e Caprio, ordinava l’istituzione di una commissione formata dal Commissario Regio di Pontremoli, dai gonfalonieri di Bagnone, Caprio, Zeri, Pontremoli e Filattiera e dal cancelliere di Bagnone alla quale veniva affidato l’incarico di distribuire soccorsi ai proprietari danneggiati dal terremoto.

Dalla sua costituzione fu la commissione ad accentrare a sé tutto il lavoro di stima dei danni, coordinando l’attività degli ingegneri. Frutto di questa attività furono due riepiloghi generali, uno senza data, ma presumibilmente almeno di maggio (ASPo, 1834b), l’altro molto tardo, del 2 dicembre 1834 (ASPo, 1834c). Due perizie generali che hanno, tra l’altro, il pregio di essere complementari, nel senso che molte località non coperte dall’una sono presenti nell’altra, consentendo di ricostruire in dettaglio i danni arrecati da questo terremoto. La relazione senza data copre 39 località. II tipo di informazione riportata è la seguente:

Villaggion. proprietariFabbriche rovinateFabbriche minaccianti rovinaFabbriche di facile restauroImporto dei lavori (in lire toscana)
Casa Corvi624242
Vignola1814151556
Braja2211241104
Groppo d’Alosio187871705

Il riepilogo finale fornisce questi dati complessivi:

comunitàn. proprietariFabbriche rovinateFabbriche minaccianti rovinaFabbriche di facile restauroImporto dei lavori (in lire toscane)
Pontremoli città1271301969239
Pontremoli, villaggi392431512196397
Zeri, villaggi1572663942092
Caprio, Villaggi3826331001
Bagnone e villaggi6924481330
filattiera e villaggi5511445959
Totale8387328863521070

La relazione del 2 dicembre fornisce solo i dati complessivi dei danni nelle varie comunità.

Le cifre sono leggermente diverse, evidentemente le indagini degli ingegneri avevano consentito di definire meglio il danneggiamento. Purtroppo manca un l’analisi analitica, ma si deve considerare che tra il 14 febbraio e la fine del 1834 si erano verificate molte repliche, alcune anche consistenti che potevano aver aggravato danni prima irrilevanti. Il riepilogo di dicembre fomisce questi dati:

comunitàn. proprietarifabbriche rovinatefabbriche minaccianti rovinafabbriche di facile restauropuntellati e demoliti in parte
Pontremoli città14213011160
Pontremoli, villaggi3244320344350
Zeri, villaggi179266810917
Caprio, villaggi482943
Bagnone e villaggi1003273
Filattiera e villaggi6911758
Groppoli e villaggi22
Totale106473361837127

Esiste poi una terza relazione riepilogativa del danneggiamento, compilata il 4 ottobre 1834, che riguarda solo gli effetti del terremoto sulle chiese. Il suo contenuto informativo è però difficilmente utilizzabile per l’assegnazione dell’intensità. Infatti, non solo i dati riportati si riferiscono a singoli edifici (che non possono neanche definirsi monumentali, trattandosi per lo più di piccole parrocchie), ma le informazioni sono ridotte alle somme stanziate per il restauro degli edifici di culto. Tuttavia alcune località sono ricordate solo in questo documento, mentre in altri casi è possibile utilizzare in modo complementare questa perizia con altri dati descrittivi del danneggiamento. si può così approssimativamente tarare il dato sul valere dei danno, come nella tabella seguente:

localitàPerizia del 12 marzo 1834 (ASPi 1834d)somme necessarie per il risarcimento delle chiese (ASPo 1834d)
inVignola “danni alla chiesa”100075
Braja“chiesa in parte rovinata”300070
Torrano“leggeri danni alla chiesa”70070
Cavezzana d’Antena“gravi danni alla chiesa”90080
Cavallana5060
Saliceto64070
Veppo120075
Biglio35065
Gabbiana80065
lusana130070
Navola150070
Valdantena90065
Scorcetoli210070
Corlaga115070
Dobbiana55070

Utilizzando queste perizie integrate da altri documenti che sono serviti sia a calibrare meglio le informazioni che a individuare gli effetti del terremoto in località non presenti nelle relazioni citate, è stato possibile ricostruire gli effetti nelle località all’epoca sotto il dominio del Granducato di Toscana.

Vagliate le perizie, ascoltati gli eventuali reclami, eseguito il riepilogo vennero infine stabilite le quote di sussidi spettanti a ciascun proprietario e il ministero delle Finanze si apprestò in fine a pagare il dovuto (ASFI, 1834).

Più semplice l’intervento delle autorità parmensi. La prima notizia del terremoto arrivò a Parma con una lettera spedita il 16 febbraio dal Commissario di Borgotaro e indirizzata al Direttore della Polizia Generale. A due giorni dall’evento il Commissario era in grado di fornire notizie degli effetti verificatisi non solo nella sua città, ma anche in altre Comunità vicine:

“Il di 14 del corrente (venerdì) fu giorno di gran lutto per Borgotaro: una veementissima e, massima per questi luoghi, affatto straordinaria scossa di ferremuoto, […], ebbe verso le ore 2 1/2 pomeridiane del detto giorno 14 a colmare di spavento tutta questa popolazione.

“La terribile scossa fu ben tosto susseguita da altre di minore durata e intensità, ma pur gagliarde anch’esse e frequenti, a tale che non rimanendo in tutta la città illeso qual più, qual meno un solo fabbricato, e non discontinuando il flagello, gli abitanti di quella compresi dal terrore, determinaronsi, niuno eccettuato, di provvedere alla propria salvezza, riparando all’aperto, e in un subito ne rimase interamente spopolato il paese […].

“Parecchi luoghi di questo territorio Bedonia, Compiano, e Berceto hanno sentito le scosse medesime, forse però meno gagliarde. Ma ne mancano al momento precise notizie” (ASPr, 1834a).

II 19 questa lettera fu trasmessa dal Direttore di Polizia al Consigliere Intimo delle Conferenze e Segretario di Gabinetto di S.M.:

“Mi è giunto ler sera assai tardi un rapporto del Commissario di Borgotaro intorno al terremoto che ha sparso il terrore colassù nel di 14 e successivi…” (ASPr, 1834b)

Da Borgotaro, dopo questa prima lettera del 16 febbraio, fece seguito una più dettagliata valutazione dei danni e delle somme necessarie per provvedere alla ricostruzione o al restauro degli edifici colpiti nelle Comunità di Borgotaro, Compiano, Berceto, Albareto, Bedonia e Valmozzola, tutte variamente danneggiate:

“Sottopongo alla Maestà Vostra due rapporti de’ danni che il tremuoto di febbraio 1834 ha cagionato nel territorio della Commesseria di Borgotaro […]. I comuni danneggiati furono: Borgotaro: più di tutti; Compiano; Berceto; Albareto; Bedonia; Valmozzola. I comuni illesi furono giusta gli attestati de’ rispettivi Podestà: Bardi; Boccolo; Solignano; Tornolo”. Le stime dei danni furono Borgotaro 164.820 lire; Compiano 8.195; Berceto 3.000; Albareto 2.500; Bedonia 2.430; Valmozzola 1.500. (ASPr, 1834c)

II 18 marzo le somme richieste furono stanziate per decreto (Raccolta generale, 1834). Tra il giorno della prima lettera e quello in cui fu promulgato questo decreto la documentazione è molto lacunosa e non è possibile affermare con sicurezza se tali lacune rispecchino un intervento statale relativamente limitato, o siano semplicemente il frutto di vari cambiamenti di sede dell’archivio di stato coi conseguenti problemi di acceso ad alcuni fondi (Bellettati, 1991). Si trovano documenti eterogenei, come un sollecito da parte del Buongoverno indirizzato al Commissario di Borgotaro affinché invii una relazione sui danni e un elenco dei poveri esistenti nelle comunità colpite (ASPr, 1834e); o la decisione di inviare uno studioso per osservare i fenomeni sismici e per tranquillizzare la popolazione ancora in allarme per il replicarsi di piccole scosse (ASPr, 1834f). Ma la mancanza di una documentazione omogenea tra le carte dell’amministrazione centrale, ossia della Presidenza dell’Interno o di quella delle Finanze da cui le amministrazioni periferiche dipendevano, sembrerebbe indicare quanto meno una delega al Commissariato della gestione dei risvolti economici e sociali del terremoto.

Assai più problematico è il caso del ducato di Modena. Nelle carte delle autorità modenesi non si ritrova alcuna notizia del terremoto, né nei giorni immediatamente successivi all’evento, né nelle settimane seguenti. Da paesi come Mulazzo e Treschietto, enclaves estensi nel territorio toscano situate a pochi chilometri da Pontremoli e dalle altre località di dominio granducale per le quali abbiamo notizie sempre più precise di danni per il terremoto del 1834, non giunge alcuna informazione positiva sul sisma: il governatore della Lunigiana, che aveva competenza sulle varie enclaves modenesi della zona, continuò ad occuparsi tranquillamente degli affari correnti e nei suoi rapporti non si fa mai menzione del terremoto (ASMs, 1834).

Se si deve prestare fede a questo silenzio da parte delle fonti modenesi, si dovrebbe concludere che i domini estensi furono particolarmente fortunati e questo terremoto non vi arrecarò alcun effetto di rilievo. Ma in verità per poter interpretare questa assenza di notizie positive come mancanza di danni nei paesi di Mulazzo, di Treschietto e negli altri domini estensi in Lunigiana e in Garfagnana, occorrerebbero altre controprove. Ad esempio sarebbe necessario poter conoscere la sensibilità e il grado di reattività dell’apparato di governo modenese nei confronti di altri terremoti. Se in occasione di altri eventi lo stato estense avesse attuato un intervento di soccorso paragonabile a quello toscano, l’assenza di un procedimento analogo nel caso del 1834 potrebbe essere ritenuta una buona prova a favore della mancanza di danni. Tuttavia, limitandosi alle conoscenze attuali, il silenzio delle fonti e la vicinanza delle enclaves modenesi ad aree di danno, fanno piuttosto pensare ad una scarsa sensibilità verso l’evento sismico, che potrebbe essere imputabili a ragioni di indole economica (la scarsa importanza di queste zone) e culturali (Moroni, 1993).

Anche per i territori del Regno di Sardegna non è stata rintracciata alcuna testimonianza nelle sedi ove è stata compiuta la ricerca (ASC Carrodano, 1834; ASC La Spezia, 1834; ASC Sarzana, 1834, 1834-35; ASC Varese Ligure, 1834; ASSp, 1834), ma il fatto che territori eventualmente interessati dal terremoto si trovassero relativamente distanti dall’area di maggior danno e fossero di scarsa rilevanza economica e demografica potrebbe giustificare il silenzio di fonti di carattere amministrativo.

Infine, si deve segnalare che la ricerca non ha dato esiti anche in altre località. In particolare nessuna informazione è stata trovata riguardo agli effetti a Fivizzano (ASPI, 1834e), Pietrasanta (ASPI, 1834f), Stazzena e Serravezza (ASPi, 1834g), Aulla (ASC Aulla, 1834b-c) e Albiano ASC Aulla, 1828-34; 1834a).

Repliche

Le fonti archivistiche forniscono solo scarne notizie circa le repliche di questo evento, limitandosi a rammentare in rari casi solo gli eventi che seguirono nei giorni immediatamente successivi il 12 febbraio (così ASPI, 1834d), occorre perció utilizzare le informazioni provenienti da alcuni repertori sismologici, in particolare Baratta (1897) e Benassi (1899).

Il terremoto del 14 febbraio fu preceduto da una lieve scossa il 12 febbraio alle ore 20 (Baratta, 1897; Benassi, 1899), II 14 febbraio, mezz’ora dopo l’evento principale, un’altra scossa fu avvertita a Pontremoli, Borgotaro e, con intensità minore, a Parma, Genova e Lucca. Nei giorni e nei mesi seguenti, fino al 1 agosto 1835, Baratta (1897) e Benassi (1899) riportano frequenti repliche. Il più dettagliato nella descrizione di tali terremoti è Benassi (1899), che ricorda circa 48 terremoti, viceversa Baratta sembra limitarsi a segnalare gli eventi di maggiore rilievo e prende in considerazione un arco cronologico minore, il suo esame fermandosi al 2 agosto 1834. Benassi riporta soprattutto notizie degli effetti a Borgotaro e solo saltuariamente sono ricordati quelli verificatisi nella vicina Pontremoli. La sua fonte principale è la Gazzetta di Parma, le sue informazioni sono quindi sbilanciate verso i territori del ducato di Parma e questo spiegherebbe il frequente silenzio circa l’eventuale risentimento delle numerose repliche a Pontremoli o in altre localitá toscane. Baratta (1897), che attinge ad un bacino informativo più ampio (i periodici principali di tutto il nord e centro Italia, come la Gazzetta di Genova, la Gazzetta Piemontese, la Gazzetta di Firenze, la Gazzetta Privilegiata di Milano, il Giornale Privilegiato di Lucca), fornisce qualche indicazione maggiore su Pontremoli e su altre località. Così la scossa del 24 febbraio 1834 alle ore 3:10 circa è ricordata da Baratta come sentita a Milano, Brescia e Pontremoli, mentre Benassi la rammenta come avvenuta alle 3:30 a Borgotaro. Un elenco delle repliche rammentate da questi due repertori evidenzia diverse discordanze circa l’ora degli eventi e solo un raffronto delle notizie riportate dai vari periodici per un ampio arco cronologico, potrebbe risolvere.

Da un primo esame delle notizie riportate da Benassi e Baratta risulta comunque che le maggiori repliche furono registrate a Borgotaro. Anche per gli eventi trattati da entrambi i repertori si registra un maggior numero di risentimenti in questa località rispetto a Pontremoli. La tabella che segue mostra le informazioni relative alle repliche per il periodo 15 febbraio – 2 agosto 1834 distinte per fonte e per località:

Per il periodo successivo al 2 agosto 1834 Benassi (1899) ricorda altri 19 terremoti dei quali 17 furono avvertiti solo a Borgotaro, 1 a Borgotaro, Pontremoli, Bardi, Varese Ligure, Compiano e Bedonia, 1 solo a Fornovo.

Queste numerose repliche verificatesi tra il 12 febbraio 1834 e il 1 agosto 1835 sembra abbiano interessato solo occasionalmente altre località. Solo per sette eventi si ha notizia, sempre da Baratta (1897) e Benassi (1899), di risentimenti in località diverse da Borgotaro e Pontremoli: 14 febbraio 1834, ore 14:45 sentita a Pontremoli, Borgotaro, Parma, Genova e Lucca (Baratta, 1897); 24 febbraio 1834, ore 3:30 sentita a Pontremoli, Brescia e Milano (Baratta, 1897); 16 maggio 1834 ore 6:25 sentita a Borgotaro e Parma (Benassi, 1899); 5 luglio 1834 sentita a Parma (Benassi, 1899); 26 gennaio 1835 ore 22:54 sentita a Formovo (Benassi, 1899); 25 aprile 1835 ore 3:45 sentita a Pontremoli, Borgotaro, Bardi, Varese Ligure, Compiano e Bedonia. A questi eventi va aggiunto il terremoto del 4 luglio 1834 che interessò 20 località e che provocó danni lievi a Fornovo, S. Vitale e Merizzo. Un recente studio (Moroni et al., 1993) ha analizzato gli effetti di questo evento, che si caratterizza per l’ampia area di risentimento, estesa per tutto il nord Italia.

Elenco delle osservazioni macrosismiche

La distribuzione presente in DOM riporta 101 osservazioni. Il riesame delle fonti e degli studi qui svolto fornisce informazioni su 107 localită. Sono state individuate sette località non presenti in DOM (Navola, Colla di Succisa, Previdè, Ronco Bianco, Valdantena, Barcola, Pangona), mentre non sono state trovate notizie di Sergola e Villa Vecchia, presenti in DOM (ma si tratta probabilmente di casi di cambiamento di nome delle località). Le informazioni sulle nuove sette 8località provengono per Valdantena dalla relazione sui danni alle chiese (ASPo, 1834d), per le rimanenti dalla Perizia senza data (ASPo, 1834b).

I valori di intensità sono stati espressi, in conformità alle scelte adottate in DOM, in base alla scala MCS. In 18 casi i valori qui espressi differiscono da quelli presenti in DOM:

In 10 casi questo studio ha assegnato valori univoci dove DOM aveva valutato un’incertezza tra due gradi, mentre in 6 casi ai valori univoci di DOM si è preferito assegnare un’incertezza tra due gradi. Infine va sottolineato il caso di Guinadi che è parso sottovalutato in DOM (VII MCS), mentre le fonti riferiscono del crollo di 21 edifici su 55 (ASPI, 1834d), un quadro che corrisponde all’VIII MCS.

È stata poi assegnata l’intensità utilizzando la scala EMS. L’uso di questa scala ha presentato inevitabili difficoltà dovute alla mancanza di conoscenze sulle caratteristiche del patrimonio edilizio delle località danneggiate. Trattandosi di un’area relativamente povera e di piccoli villaggi si è supposta una prevalenza di edifici di tipo A. Si è fatta eccezione per alcune località maggiori (Pontremoli, Borgo val di Taro, Fidenza e Sarzana) per le quali si è supposta una equa divisione tra edifici di tipo A e di tipo B.

Rispetto ai valori espressi con la scala MCS si può notare quanto segue.

Il fatto che la scala EMS richieda un rilevante insieme di dati per assegnare l’intensità ha determinato, in 19 casi, l’impossibilità di assegnare un valore, dovendosi segnalare solo la presenza di generici danni (D).

In altri 16 casi i valori EMS differiscono da quelli espressi in MCS:

In generale si può osservare che i valori EMS sono più bassi rispetto a quelli MCS e che le più significative differenze sono nei gradi bassi della scala, in particolare il V EMS che prevede danni di grado 1 a pochi edifici. In questo caso sono rientrate molte località per le quali le fonti davano notizia di pochi (da 1 a 3) edifici facilmente restaurabili e che, usando la MCS, rientravano tra il V-VI e il VI.


2.2-II terremoto dell’11 aprile 1837, Alpi Apuane


studio ENEL, 1988. Ricerche di sismica storica per la Garfagnana. Il terremoto dell’aprile 1837 in Lunigiana e Garfagnana (rapporto riservato).

Tipo Ricerca estensiva

RC 1A


Questo evento è stato oggetto di studio da parte di tre diverse ricerche. La prima, promossa da Enel nell’ambito di una revisione della storia sismica della Garfagnana (1988), ha svolto indagini archivistiche presso i maggiori centri dell’area. La seconda, svolta nell’ambito delle indagini del GNDT sui principali terremoti verificatisi in Toscana, ha dato luogo a numerosi studi su questo terremoto, che hanno trovato una prima sistemazione nell’ambito del rapporto Castelli et al. (1996). Infine questo evento è presente nel Catalogo dei Forti Terremoto Italiani pubblicato dall’ING (Boschi et al., 1995). Queste ricerche si differenziano per impostazione, livello di approfondimento, quantità di fondi archivistici indagati, contestualizzazione del terremoto e risultati acquisiti. L’indagine presente in CFTI ha un carattere di indagine speditiva, basata principalmente sull’analisi di alcuni repertori, ma che ha anche esaminato alcune fonti coeve, individuate con criteri non del tutto chiari. Viceversa gli studi svolti dal GNDT e la ricerca ENEL hanno privilegiato una sistematica indagine archivistica, i primi svolgendo anche un approfondimento del contesto storico nel quale si verificò il terremoto, un contesto che ha condizionato in misura rilevante le informazioni giunte fino a noi. Tuttavia le ricerche GNDT non si sono concretizzate in un esaustivo elenco delle osservazioni macrosismiche, anche per il carattere sperimentale degli studi compiuti, volti ad approfondire singoli aspetti dell’evento e della propagazione delle notizie (caratteristiche dell’insediamento abitativo della zona, diffusione delle notizie tra i periodici dell’epoca, utilizzo delle informazioni sul danneggiamento per testare le diverse scale macrosismiche ecc.). Di conseguenza, i compilatori del catalogo NT (Camassi e Stucchi, 1997) e del database delle osservazioni macrosísmiche (Monachesi e Stucchi, 1997), hanno adottato i risultati dello studio Enel (1988), in quanto presentava il più ricco e completo elenco di osservazioni macrosismiche.

L’analisi di questo terremoto è stata avviata con una rilettura critica di Baratta (1901), che in questo caso è lo studio di riferimento del catalogo PFG.

Baratta (1901) afferma che

“Circa le 6h pom. Dell’11 aprile un tremendo terremoto urtó le Alpi Apuane. Ad Uglian Caldo su 100 case 93 furono rovinate, e delle altre poche una sola era ancora servibile; 5 morti e 18 feriti. A Argigliano toccò la stessa sorte: 24 case cadute. Montefiore, Regnano soggiacquero a forti danni. In Minucciano caddero alcune case e parte dell’antica torre: altri edifici furono grandemente lesionati, fra cui la residenza del commissariato e quella dei carabinieri: vari feriti. Bargiola, Albiano e Renzano soffrirono pure gravi danni e così pure Antognano, Zenznano, Bugliatico (…). A Fivizzano la scossa (…) fece cadere pochi comignoli, qualche cornicione, e causó screpolature nei muri interni. A Lucca (…) fece suonare i campanelli, oscillare gli oggetti appesi ed aprire qualche cretto nei pavimenti. Essa fu poi sensibile a Modena ed a Parma, e leggera a Genova ed a Firenze. (…) le termali di Equi emisero parecchi giorni acqua biancastra.” (Baratta, 1901)

Le fonti da cui Baratta (1901) ricava dati sugli effetti di questo terremoto sono: Baratta (1897), Gargiolli (1837) e Giovannozzi (1895). In appendice alla sua compilazione, Baratta aggiunge la notizia di risentimenti a Reggio Emilia (fonte: Baratta, 1899), a Fiumalbo (fonte De Rossi, 1889) e a Guastalla (fonte: Benassi, 1899).

Tutte le opere utilizzate da Baratta attingono le loro informazioni soprattutto dai resoconti pubblicati dai periodici del tempo (Gazzetta di Firenze, 1837; Gazzetta di Genova, 1837; Gazzetta Parma, 1837; Gazzetta di Venezia, 1837; Gazzetta Piemontese, 1837; Gazzetta Privilegiata di Bologna, 1837; Gazzetta Privilegiata di Milano, 1837; Gazzetta Privilegiata di Lucca, 1837; La Voce della Verità, 1837) e dai resoconti dell’Osservatorio di Parma (utilizzati da Benassi, 1899). Solo Giovannozzi, che dimorava in Fivizzano (Tedeschi, 1972), fu testimone dell’evento e attinse inoltre a fonti di natura diversa, in particolare a non meglio identificati documenti conservati presso l’Archivio della Prepositura di Minucciano.

L’analisi dei principali repertori di terremoti individua molte segnalazioni di questo evento: Pilla, 1846; Perrey, 1848; Mercalli, 1883, 1897; Ragona, 1888; Chistoni, 1896; Guidi, 1915; Karnik, 1969-71; Coccia, 1982. Tutti questi repertori utilizzano le stesse fonti già ricordate, in particolare i periodici dell’epoca. Fanno eccezione Ragona (1888) che cita una non meglio definita Cronaca di Fiumalbo e Chistoni (1896) che cita i Registri dell’Osservatorio di Modena.

Le fonti citate dei repertori riportano notizie relative a effetti verificatisi in 21 località. I danni risultano concentrati in un’area relativamente ristretta compresa tra Fivizzano e Minucciano; nessuna informazione viene fornita circa gli effetti in altre località della Garfagnana (come Piazza al Serchio o Castelnuovo di Garfagnana) o della Lunigiana (come Licciana Nardi), ossia di aree molto vicine alla zona di maggior danneggiamento. Anche per questo evento si verifica quanto già rilevato per il terremoto del 14 febbraio 1834, ossia che la frammentazione politica di questa area influenzó la raccolta di informazioni da parte dei repertori sismologici. Le località maggiormente danneggiate erano situate lungo la linea di confine di due enclaves, una che ricadeva sotto il dominio del granducato di Toscana, l’altra sotto quello del ducato di Lucca. Attorno a queste stavano territori di dominio modenese e parmigiano. La fonte principale per questo terremoto fu scritta da un cittadino del granducato di Toscana, Gargiolli (1837), che tratto degli effetti nelle località prossime a Fivizzano e di alcune di quelle lucchesi (Minucciano, Bergiola, Albiano e Renzano). Per quanto riguarda l’altra fonte coeva, i periodici, uno studio recente (Moroni et al., 1992) ha mostrato come i vari periodici dell’epoca si citassero l’uno con l’altro di modo che le corrispondenze originali si riducono a 5 rispetto al 24 articoli che dettero notizia dell’evento su 9 diverse testate. Questi resoconti originali furono pubblicati da tre giornali: la Gazzetta di Genova, il Giornale Privilegiato di Lucca e la Gazzetta di Parma, ma il contributo di questi resoconti relativamente all’area di maggior danneggiamento è relativamente povero, mentre sono rivelati utili per la definizione dell’area di far field.

Dunque, sebbene le fonti siano sia toscane (Gargiolli, 1837) che di altri stati (i periodici), le informazioni disponibili riguardano solo le aree toscana e lucchese. Anche per questo terremoto, come già per il 1834, se si mettono le informazioni provenienti dai repertori su una carta coi confini politici dell’epoca, si possono vedere alcune zone d’ombra per le quali si hanno poche notizie, come nei domini modenesi a ovest e a sud di Fivizzano e come la Garfagnana, all’epoca di dominio modenese (Moroni et al., 1992). Si è perciò resa necessaria la ricostruzione del contesto storico politico di quest’area con l’obiettivo di conoscere quali autorità politiche e amministrative avevano competenza sull’area interessata dal sisma. In questo modo non solo si sarebbe potuto più agevolmente individuare le sedi archivistiche che custodiscono documenti di interesse per la ricerca, ma anche verificare se il silenzio delle fonti non fosse imputabile alle caratteristiche dell’organizzazione amministrativa dei diversi stati (Moroni, 1992).

I territori della Lunigiana e della Garfagnana sono stati caratterizzati, fino all’Unità d’Italia, da un’estrema frammentazione politica che ha origine nella presenza per lungo tempo di antichi feudi e nella mancata acquisizione di quest’area da parte di un solo stato. Tra il 1815 e il 1840 cinque stati potevano vantare domini sulla Lunigiana e sulla Garfagnana: il Granducato di Toscana, il Ducato di Lucca, il Ducato di Modena, il Ducato di Parma e il Regno di Sardegna. L’organizzazione amministrativa di questi diversi stati era, nelle grandi linee, analoga: un potere centrale forte che controllava, attraverso una rete amministrativa più o meno capillare, le varie località dei suoi domini. Il territorio era quindi suddiviso in province, rette da un rappresentante del potere centrale di nomina governativa. Tutti i territori toscani in Lunigiana dipendevano così dal Commissario Regio di Pontremoli, che agiva coadiuvato dal Vicario Regio di stanza a Fivizzano (Schupfer, 1900; Aquarone, 1956; Casini, 1953-54; Biotti, 1985). A Borgotaro, nei domini parmensi, sedeva un Commissario col compito di sovrintendere all’amministrazione della provincia del Valtarese (Schupfer, 1900; Falconi, 1958; Tocci, 1979). La provincia del Levante, nel Regno Sabaudo, era a sua volta governata da un Intendente (Schupfer, 1900), mentre il dominio più frammentato di quest’area, quello modenese, faceva capo a tre autorità: il Governatore di Massa, che vigilava sui territori dell’ex principato di Massa, dal 1832 diventato provincia del ducato di Modena; il governatore della Lunigiana Estense, con sede a Fosdinovo, e infine il Governatore della Garfagnana con sede a Castelnuovo (Schupfer, 1900; Bertuzzi, 1977). Il ducato di Lucca era l’unico a non prevedere alcuna suddivisione in province. Dal potere centrale dipendevano direttamente le 12 comunità in cui era suddiviso l’intero stato (Schupfer, 1900).

Le Comunità costituivano le unità amministrative di base: ciascuna comprendeva più villaggi ed era governata da un rappresentante del potere centrale (il Gonfaloniere o altro titolo analogo), solitamente anch’esso di nomina governativa.

Riassumendo, tre stati avevano dominio sull’area maggiormente interessata dal terremoto del 11 aprile 1837 (la bassa Lunigiana e l’alta Garfagnana); la struttura amministrativa di questi stati era simile nel carattere centralizzato ma diversa nella articolazione del rapporto centro-periferia:

  • il Ducato di Lucca era suddiviso in 12 comunità, direttamente dipendenti dal governo centrale, senza intermediari. II paese di Minucciano, in Garfagnana, era una di queste ed era capoluogo della omonima Vicaria;
  • il Ducato di Modena era suddiviso in Governatorati che sovrintendevano a frazioni di territorio comprendenti le unità amministrative minori (le comunità). L’area della Lunigiana e della Garfagnana di dominio Estense era suddivisa, nel 1837, in tre governatorati: quello di Massa, quello di Fosdinovo e quello di Castelnuovo Garfagnana. Va però sottolineato che a questa suddivisione geografica non corrispondeva una chiara suddivisione dei poteri e delle competenze: nel 1814 era stato redatto un piano di governo che costituì per i successivi 34 anni l’ossatura del sistema amministrativo, ma i compiti attribuiti ai vari organi venivano di volta in volta precisati con chirografi sovrani redatti appositamente per far fronte a problemi particolari. Fino al 1848 mancò così una razionale ripartizione degli organi dell’amministrazione centrale e questa disorganizzazione si rifletteva anche nella struttura del governo periferico, dove i governatori delle singole province riferivano direttamente al sovrano, mancando i vari ministeri di una precisa divisione di competenze. Il rapporto tra centro e periferia era così quanto meno caotico e comunque privo di una precisa divisione delle competenze (Schupfer, 1900);
  • il Granducato di Toscana rappresentava il caso opposto: qui esisteva una articolata macchina amministrativa che poteva contare sia su governatori delle singole province, che fungevano da intermediari tra il governo centrale e la periferia, sia su organi particolari, con specifiche competenze in materia di lavori pubblici e con funzioni di vigilanza sulla vita delle Comunità, quali erano le Camere di Sovrintendenza Comunitativa (esistenti a Pisa, Arezzo, Siena, Grosseto e Firenze). Questi organi, costituiti da un Provveditore, un Sottoprovveditore e vari commessi computisti ecc., avevano competenze di controllo sui bilanci delle comunità, di riscossione della tassa di famiglia, sui Macelli, le Deputazioni dei Fossi, gli Ospedali ei Monti di Pietà (Aquarone, 1956; Casini, 1953-54). Il territorio della Lunigiana di dominio toscano era così sottoposto all’autorità del Commissario Regio di stanza a Pontremoli sotto la cui giurisdizione agiva il vicario di Fivizzano, che rispondeva direttamente al governo centrale di Firenze per le materie politiche e alla Camera di Sovrintendenza Comunitativa di Pisa per tutto ciò che concerneva i lavori pubblici e le materie economiche. L’area della Lunigiana di dominio toscano era poi suddivisa in 11 comunità, ciascuna comprendente varie località: Pontremoli, Calice, Caprio, Bagnone, Filattiera, Zeri, Groppoli, Terrarossa, Albiano, Fivizzano e Casola (Zuccagni Orlandini, 1832). Le prime nove coprivano l’alta Lunigiana dividendosi un territorio che, pur essendo inframmezzato da enclaves dello stato modenese, era sempre comunicante; le comunità di Fivizzano e di Casola, nella bassa Lunigiana, erano invece separate dalle precedenti dalla valle formata dal torrente Tavarone, affluente sinistro del Magra, di dominio estense.

Occorre poi ricordare come in tutti questi stati esistesse un capillare e potente apparato poliziesco, il Buongoverno, a cui dovevano fare riferimento tutti gli organi di governo periferico esistenti.

Il flusso normale delle informazioni si articolava quindi in un ambito locale (dai villaggi alle Comunità e da queste al Governatori o agli equivalenti organi intermedi) e in un rapporto periferie centro (dai Governatori al potere centrale) che poteva avere diversi destinatari a seconda che l’argomento fosse di competenza poliziesca, amministrativa o altro, ma che, nel suo andamento ‘fisiologico’, coinvolgeva la presidenza del Buongoverno e il ministro degli Interni (o suo equivalente). Così, ad esempio, la corrispondenza del Governatore della Lunigiana Estense con Modena riguardava ogni anno alcuni argomenti ricorrenti, quali la concessione di passaporti ad abitanti del ducato che per lavoro dovevano spostarsi da uno stato all’altro o problemi connessi alla transumanza del bestiame. Argomenti su cui lo stesso Governatore riceveva richieste e informazioni dai rappresentanti delle varie Comunità e che poi regolava su istruzione del potere centrale modenese. In caso di eventi eccezionali il flusso delle informazioni non sembra cambiare. Un’epidemia avvenuta nel 1834-1835 o il restauro e la costruzione di edifici in quegli stessi anni, sono notizie che seguono lo stesso itinerario e che si inseriscono negli abituali dispacci assieme alle altre notizie (ASMS, 1821-1836; 1821-1840; 1834; 1835-1837; 1838-1840).

Il flusso delle informazioni appare analogo negli altri stati, con l’eccezione del Granducato toscano, dove, per la presenza della Camera di Sovrintendenza Comunitativa, molti affari riguardanti la vita delle Comunità si risolvevano all’interno del distretto di ciascuna Camera.

La ricerca delle fonti ha seguito, in linea di massima, l’ordinamento amministrativo dei vari stati interessati dal sisma. Per l’area di dominio toscano è possibile individuare due momenti distinti nell’azione di soccorso operata dalle autorità statali. Il primo, che appare quasi avere un carattere automatico, come un meccanismo interno al sistema amministrativo, consisteva nella raccolta di dati in modo di avere in tempi brevi un quadro preciso degli effetti del sisma e del numero delle località colpite. Il secondo consisteva nello stanziamento dei sussidi e nella designazione dell’autorità che avrebbe dovuto presiedere alla loro distribuzione. Mentre quest’ultimo aveva il carattere straordinario della commissione nominata ad hoc, l’altro si svolgeva attraverso l’attivazione dei normali canali dell’amministrazione periferica, con il concorso oltre che dei singoli privati che compilavano le loro suppliche e le descrizioni dei danni subiti dalle loro proprietà di capitani, gonfalonieri, vicari, governatori, ingegneri e naturalmente della Camera di Sovrintendenza Comunitativa sotto la cui giurisdizione ricadeva l’area colpita.

La documentazione relativa a questo intervento è cosi rintracciabile in due sedi principali: la prima è costituita dalla documentazione della Camera di Sovrintendenza Comunitativa di Pisa, la seconda sono le carte del Vicariato di Fivizzano, che fungeva da intermediario tra governo centrale e periferia e raccoglieva le suppliche dei privati nonché i pareri in proposito degli ingegneri.

Per questo evento la documentazione più corposa è proprio quella di quest’ultimo organo amministrativo le cui carte sono oggi custodite nell’archivio storico del comune di Fivizzano che è depositato presso l’Archivio di Stato di Massa.

Due documenti generali riepilogano gli effetti nelle località del dominio toscano. Si tratta della relazione compilata da Gargiolli il 18 aprile 1837 (ASPI, 1837a) e di una perizia compilata dall’ingegnere Guasti del 6 maggio 1837 (ASMs, 1837a). Nel complesso queste due relazioni descrivono gli effetti in 33 località toscane. Esiste poi un numeroso corpo di documenti diversi (suppliche, relazioni di perizie a singole località o edifici ecc.) che sono stati utilizzati sia per completare le informazioni presenti nelle due relazioni citate, sia, soprattutto, per integrarle grazie alle informazioni su località non citate da quelle (ASMs, 1837b-1837z; ASCCasola, 1837-1838; 1839).

Il quadro degli effetti che questi documenti delineano è abbastanza dettagliato. Furono coinvolte 40 località in territorio toscano (più precisamente nelle comunità di Fivizzano e Casola); il terremoto fu inoltre avvertito a Pontremoli, dove non provocò danni (ASPI, 1837b; AVPo, 1837). In particolare la perizia dell’ingegner Guasti (ASMs, 1837a) fornisce informazioni, per le località più colpite, sia sul danneggiamento, che sul numero degli edifici esistenti e sul loro stato di conservazione. Così, per Ugliancaldo, afferma:

“In conseguenza della descritta posizione del villaggio le case, dotate di un’assai modica elevazione in facciata lungo la vía, cioè sulla precisa schiena del monte, hanno a tergo muraglie molto elevate. Di qui pure nasce che mentre molte di esse non presentano segni di gravissimo danno in facciata, trovansi in ogni altro lato latenti: che tutte le muraglie traverse ne sono aperte, sprofondati per la massima parte i palchi, le volte, le tettoje. Niuna fabbrica, è vero, ha potuto mantenersi salda alla devastatrice scossa che ha desolato il paese, ma quelle che posavano in un terreno più eguale, come la casa padronale Cojari, quella Castagnoli, e poche altre hanno potuto rimanere in piedi, e offrir lusinga di possibil restauro. Cosi pure il solido campanile non ha sofferto che un leggero strapiombo e la chiesa stessa squarciata nelle volte, nei muri, e fin nei fondamenti, guarentita dalle catene non ha subito effettiva ruina. Per contrario le altre fabbriche posanti in costa, comprese fra mura di varia resistenza, e generalmente deboli dalla parte del balzo, con muri traversi molte volte sconnessi, e non ben fondati a spianale, sopracaricate di tetti gravissimi per l’eccedente mole dei travi, e per la copertura di lastre, non hanno potuto opporre veruna efficacie resistenza all’impeto della scossa e tutto in esse fu sovvertito.

“Il qual effetto si è manifestato nel più eminente grado nell’antica parte del villaggio detta il Castello, ove la maggior ineguaglianza di suolo, i difetti di costruzione, i cattivi cementi, la discontinuità, e quasi isolamento delle fabbriche, e la loro vetustà male oppor si potevano alla causa sovvertitrice che ne fece un ammasso di mal praticabili, pericolose, e desolate ruine.” (ASMs, 1837a)

Dopo aver manifestato tutti i suoi dubbi circa la possibilità di riprendere le fondamenta delle vecchie costruzioni e riattare le parti rimaste, l’ingegnere Guasti affermava la necessità di abbandonare l’antica posizioni sul crinale del monte di molte case. Annotava poi che le case situate lungo il Borgo “hanno generalmente risentito minor danno di quelle del Castello” (ASMS, 1837a) come pure quelle appartenessero alle famiglie più facoltose. Queste possono supplire ai danni alle loro abitazioni coi mezzi propri. Le elargizioni governative dovrebbero allora andare

“a provvedere alla ricostruzione delle Case affatto cadute dei più miserabili; al qual proposito sembrandomi dimostrata la convenienza di rinunziare alla località dove esse esistevano, ne propongo una nuova. Trovasi questa presso il dorso del Monte medesimo, a distanza di circa un terzo di miglio a Scirocco dalla Chiesa in un giogo egualmente elevato che il Paese, conosciuto col vocabolo di Villa, o Maestà della Foce, prendendo tal nome da un tabernacolo che vi esiste” (ASMs, 18378).

L’ingegner Guasti calcolava che, essendoci 48 famiglie e 210 abitanti, una volta detratti i facoltosi e i loro coloni, restavano 30 famiglie cui provvedere con nuove abitazioni. Gli edifici erano 100, comprese le capanne e i metati, le sole case d’abitazione erano circa 48. Dunque occorrevano 30 nuove abitazioni, ciascuna delle quali avrebbe dovuto avere dei fabbricati annessi. Ogni casa doveva servire per 4/5 persone, dunque due piani di due stanze più capanna e metato. L’ingegnere ricordava infine i criteri da seguire per la costruzione dei nuovi edifici, pur affermando che si trattava di “precetti ovvj dell’arte, ma pur non inutili a ricordarsi in un luogo dove si dolorosa esperienza si è fatto dall’averli in addietro trascurati” (ASMs, 1837a). Dettagli sui lavori di edificazione delle nuove case sono conservati presso l’archivio del comune di Casola (ASCCasola, 1837-1838), dove si conservano anche i disegni del nuovo corpo di fabbriche.

II 20 maggio furono stanziati i soldi per le nuove riparazioni (ASMs, 1837d).

Da questi resoconti si ricavano due generi di informazioni di notevole importanza per valutare gli effetti del terremoto. La prima riguarda la vulnerabilità dell’edificato: la maggior parte degli edifici di Ugliancaldo risultano essere di cattiva qualità, costruiti trascurando le più ovvie regole dell’arte costruttiva. La seconda informazione riguarda il danneggiamento: tutti gli edifici del “Castello”, ossia quelli piú vulnerabili, erano crollati o avevano subito danni tali da renderne impossibile la riedificazione. Viceversa le case meglio costruite e persino il campanile della chiesa lamentavano un danno modesto. L’informazione riportata da Gargiolli (1837) secondo cui oltre il 90% degli edifici furono abbattuti risulta confermata, ma si precisa che tali edifici erano tutti di elevata vulnerabilità.

Analogo dettaglio sull’abitato e il danneggiamento si ricava anche per Argigliano, “composto da 85 abitazioni è in parte caduto ed in parte pericolosissimo ad abitarci” (ASPI, 1837a).

L’ingegnere Guasti affermava che i danni riguardavano soprattutto la parte del paese detta il Castello, ossia quella che sorgeva “nell’alto di una piccola eminenza le cui falde hanno assai vistoso pendio verso il torrente”, questa parte del paese aveva le “fabbriche più elevate e più antiche”.

“I danni a cui ha soggiaciuto quest’ultimo [il Castello) son di grandissimo rilievo, nessuna casa essendovi rimasta abitabile; mentre nell’altro le case puntellate offrono un ricovero bastantemente sicuro alla popolazione.

“Ricollegando le muraglie, ricostruendo varie cantonate, impiegando catene di ferro, e simili modi di riparazione, le case della Villa possono a parer mio restaurarsi e si può recostruire quelle rovinate nell’attual loro ubicazione, ma non sarei di questo consiglio a riguardo delle case del Castello, le quali mal sicure di fondamento non offron lusinga d’efficacie restauro, e sarebbe incerto o se non altro gravemente dispendioso il procedere a nuove fondazioni in quel luogo” (ASMs, 1837a).

Proponeva perciò di costruire 10 nuove case in altro sito ritenuto più sicuro, secondo i criteri già esposti per Ugliancaldo. La chiesa di Argigliano risultava maggiormente danneggiata rispetto a quella di Ugliancaldo: il muro di facciata minacciava lo strapiombo e l’ingegnere proponeva di ricostruirlo. La spesa prevista sarebbe stata di 45.000 lire per edificare le nuove case e 19.840 per restaurare quelle esistenti.

Anche in questo paese la maggior parte degli edifici più vulnerabili avrebbero sofferto danni di grave entità, mentre i rimanenti soffrirono il discostamento dei muri e il crollo di cantonate in misura tale da consentire però un restauro.

Per le altre località più colpite (Regnano, Casola, Vigneta, Montefiore) le fonti si limitano a ricordare che i danni furono gravi, ma tutti gli edifici erano restaurabili. Maggiori dettagli sui lavori eseguiti si trovano nella documentazione relativa ai lavori di ricostruzione e restauro (ASCCasola, 1837-1838) e in particolare in una relazione senza data, ma del 1839 (ASCCasola, 1839), che conferma l’entità dei danni, ma aggiunge informazioni su una nuova località, Castagnola, dove furono restaurate 5 case che avevano subito danni lievi.

Danni meno consistenti si ebbero in altre località: per Casciana, Petrosa, Codiponte, Renosa, Offiano, Lucignano le fonti parlano di “danni lievi” (ASMs, 1837a), mentre a Aiola, Po, Tenerano, Equi, Vinca, San Terenzo, Monte de’ Bianchi, Spicciano, Turlago, Soliera, Posara, Arlia, Comano, Turano, Isolano, Moncignoli, e Fivizzano si sarebbero verificati “piccoli danni isolati (ASMs, 1837a).

Notizie sugli effetti di altre località provengono, oltre che dalla relazione del 18 aprile (ASPI, 1837a), da altri documenti quali lettere, richieste di sovvenzioni, singole perizie (in particolare: ASMS, 1837r; 1837s; 1837v; 1837z).

Per quanto riguarda la documentazione relativa ai domini degli altri stati la situazione appare più complessa. Il governo di Lucca sembrò muoversi in modo analogo a quello fiorentino e presso l’archivio di Stato di Lucca, nelle carte delle amministrazioni centrali del ducato, si trovano i primi rapporti giunti da Minucciano, ma dopo una fitta corrispondenza avvenuta tra l’11 e il 20 aprile (ASLu, 1837a; 1837b; 1837c), il terremoto scompare dalle carte lucchesi, per riapparire brevemente in giugno, quando furono stanziate, in via definitiva, 18.000 lire in favore dei danneggiati. Anche il governo lucchese procedette, il 22 giugno, alla nomina di una commissione formata dal Commissario di Minucciano e da due probi possidenti di quella Vicaria nominati dal ministero degli Interni. La commissione avrebbe dovuto compilare un elenco dei danneggiati e provvedere alla distribuzione delle 18.000 lire stanziate dal governo. È questa l’ultima testimonianza del terremoto trovata tra le carte lucchesi, mentre purtroppo né l’elenco dei danneggiati, né gli atti dei lavori della commissione sono stati sino ad ora rintracciati (ASLu, 1837d).

La corrispondenza intercorsa subito dopo l’11 aprile tra le autorità di Minucciano e il governo di Lucca, consente comunque di definire il danneggiamento avvenuto in sette località comprese nell’enclave lucchese di Minucciano.

Più problematico è il caso del ducato di Modena. Sono stati indagati molti fondi degli archivi di Massa e di Modena (ASMS, 1838-1840; ASMs, 1835-1837; ASMs, 1821-1840, ASMo, 1837-1839; 1837а-е), ma sembrerebbe che nessuna delle autorità centrali e periferiche di questo stato abbia messo in essere una qualche forma di soccorso o di raccolta di informazioni circa gli effetti del terremoto. Per i paesi della Garfagnana estense, che distavano solo pochi chilometri dai paesi più danneggiati nel 1837, è stata rinvenuta una sola notizia positiva, proveniente dalle carte del Governatore della Garfagnana, che risiedeva a Castelnuovo. Si tratta di una lettera datata 15 aprile, indirizzata alla Segreteria di Gabinetto, in cui, oltre alle normali questioni di amministrazione, avvertiva che l’11 aprile a Castelnuovo si era sentita una scossa, che però non aveva provocato alcun danno come invece era accaduto a Ugniancaldo (sic) e a «Casala [sic]» (ASMo, 1837f).

Elenco delle osservazioni macrosismiche

La distribuzione presente in DOM riporta 50 osservazioni. II riesame delle fonti e degli studi qui svolto fornisce informazioni su 61 località. Sono state recuperate informazioni sugli effetti in 12 località non presenti in DOM, di cui 11 subirono danni (Pieve San Lorenzo, Mezzana, Castelletto, Monzone, Uglianfreddo, Castagnola, Petrosa, Renosa, Collecchio, Castiglioncello) e una (Pontremoli), dove il terremoto fu avvertito. Le fonti che riferiscono degli effetti in queste località sono in prevalenza le due relazioni già citate (ASPI, 1837a; ASMs, 1837a); due lettere scritte da Collecchia (ASMs, 1837v) e da Castiglioncello (ASMS, 1837s); due lettere da Pontremoli (AVPo, 1837; ASPI, 1837b) e infine la documentazione conservata presso l’archivio comunale di Casola (ASCCasola, 1837-1838; 1839).

Viceversa, non sono state trovate notizie sugli effetti a Alebbio (VI-VII MCS nello studio Enel, 1988, che indica come fonte una lettera conservata presso l’ASMs, non rintracciata dal presente studio).

Nell’assegnazione dell’intensità massima a Ugliancaldo si è preferito indicare un margine di incertezza tra IX e X MCS, in considerazione delle caratteristiche abitative della località. Per le altre località con 1270 in DOM i valori espressi sono uguali, tranne in sei casi, dove prevalentemente sono stati assegnati valori più bassi. Viceversa in 11 località dove la fonte ricordava genericamente “piccoli danni isolati”, si è qui assegnato VI-VII anziché VI, preferendo lasciare un margine di incertezza in conseguenza della descrizione troppo generica del danneggiamento.

È stata poi assegnata l’intensità utilizzando la scala EMS. L’uso di questa scala è stato in questo caso relativamente agevolato dal fatto che le fonti riportano qualche sia pur non uniforme informazione sulle caratteristiche del patrimonio edilizio delle località danneggiate.

Rispetto ai valori espressi con la scala MCS si può notare quanto segue.

Sebbene la scala EMS richieda un rilevante insieme di dati per assegnare l’intensità, la buona qualità delle fonti disponibili ha consentito di applicare questa scala per tutte le località, anche se, ovviamente, non mancano incertezze nella scelta del grado di intensità.

Le differenze con i valori assegnati usando la MCS sono rilevanti: in 32 casi è stato assegnato un valore diverso; queste differenze sono egualmente distribuite su tutti i gradi (fatta esclusione per le due località più colpite: Ugliancaldo e Argigliano). Inoltre in tutti questi casi il valore espresso con la scala EMS è più basso di quello espresso con la MCS:


Andrea Moroni, Relazione conclusiva relativa all’incarico di collaborazione professionale con l’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico, CNR, via Bassini, Milano (ord. N. 2000 000 61 del 20/09/00), avente come oggetto: Ricerche di fonti storiche per la compilazione del catalogo dei terremoti con repliche dell’Italia settentrionale; riorganizzazione delle informazioni storico-macrosismiche sui maggiori terremoti della Toscana e dell’Emilia Romagna, pubblicato nel sito http://www.emidius.eu

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal sito: https://www.intoscana.it/ e si riferisce al terremoto del 1920 a Fivizzano

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