di Manfredo Giuliani

Nell’usuale divisione, in senso trasversale, della catena del Sistema Appenninico, la I Sezione di essa (detta Appennino Settentrionale), compresa, come è noto, tra il confine delle Alpi Occidentali e la Bocca della Scheggia, o la Bocca Serriola, è, a sua volta, ripartita in due tratti, il primo dei quali, tra il Col di Cadibona e il Col della Cisa, è detto Ligure, mentre è poi indicato come Tosco Emiliano il tratto successivo che si prolunga fino all’inizio dell’Appennino Centrale, cioè, fino al I tratto dell’Appennino Umbro-Marchigiano (detto anche Romano).
Era necessario premettere queste elementari nozioni geografiche per giustificare le osservazioni che seguiranno, sia sul punto di divisione dal quale trae origine il II tratto, sia sulla nomenclatura usata nella definizione.
A fissare queste divisioni secondarie appenniniche hanno concorso criteri di varia natura, alcuni di carattere geografico, quali i cambiamenti di struttura o di direzione della dorsale; altri di carattere storico o territoriale; altri di opportunità convenzionale, quale la norma di fissare le divisioni il meno lontano possibile da un qualche passo o bocca, che possono essere ben marcate indicazioni di interruzione e di distacco. Certo lo storico passo della Cisa, “il Monte Bardone” altomedievale, anche al presente attraversato da un’importante via nazionale, con le sue caratteristiche di larghezza e di abbassamento (m. 1041) si prestava certamente a segnare efficacemente una divisione di dorsale. D’altra parte, ci si può anche chiedere, osservando la posizione geografica, se, proprio, nei pressi della Cisa vengano veramente a mancare, nella orografia, quelle caratteristiche di struttura e di direzione che avevano determinata l’attribuzione a tutto il precedente tratto, sul declivio esterno ed interno della catena, la qualificazione di Ligure. E, inoltre, subentrano, effettivamente, qui nella zona della Cisa, caratteri geografici e situazioni territoriali tali da potervi riconoscere un nuovo tratto da indicare come Tosco-Emiliano, perché separazione fra Toscana ed Emilia, a somiglianza, p. es., di quanto si riscontra nell‘Appennino centrale, dove si trova inserito il tratto Umbro-Marchigiano, che separa, effettivamente, l’Umbria dalle Marche?
Dopo la Cisa perdurano, invece, le caratteristiche oroidrografiche dell’arco ligure, connesse al comportamento delle catene che formano la dorsale, di largo sviluppo nel declivio esterno padano, e di ripidità in quello interno marittimo, con allineamenti da S. S. E. o S. E., dal m. Fratta al Göttero, alla Cisa e oltre, secondo le anfrattuosità degli spartiacque, fino a dove essi alimentano il bacino ligure orientale.
Furono, dunque, evidentemente, considerazioni non certamente di carattere geografico a suggerire un così incerto termine come il Tosco-Emiliano che, presso la Cisa, non può essere un richiamo tradizionale al regionalismo storico e alla situazione territoriale, e si dimostra, invece, per una astratta costruzione, neologistica, connessa soprattutto a problemi circoscrizionali di organizzazione amministrativa sorti con lo Stato nazionale unitario. E basta a confermarlo la comparsa dell’aggettivo emiliano, derivato della voce Emilia, denominazione dell’antica via romana, ridotta a nome regionale nel ’59, al tempo del “governo” Farini, nome trasferito, successivamente, al Compartimento nel quale venne compreso il territorio cispadano, dalla Stretta di Stradella alla Stretta della Cattolica, cioè i territori degli ex Ducati, delle Legazioni e dell’Esarcato o Romandiola (Romagna).
Anche l’aggettivo Tosco, malgrado l’apparenza arcaica, non è voce derivata da Tuscia, di tradizione umanistica, ma un termine che si ricollega al nome del nuovo Compartimento della Toscana, al quale dopo il ’61 era stata aggregata la provincia estense di Massa, già, come è noto, messa insieme, frettolosamente, da Farini, nel ’59, per necessità politico-diplomatiche, accozzando i territori discontinui, cisappenninici, degli ex Ducati di Parma e di Modena (1),
Ciò può, in certo modo, spiegare perché sia stato esteso il confine della Toscana, regione centrale, al Col della Cisa, cioè, ad una delle curve dell’Appennino Settentrionale più penetranti nel territorio padano centrale, a circa 44° 30′ di lat. N., in contrasto, inoltre, con la norma dettata dai testi geografici, di tracciare il confine tra l’Italia Settentrionale e la Centrale quasi lungo la linea del 44 parallelo (lat. N.), e più precisamente, tra il confine meridionale della moderna Emilia, alla Stretta della Cattolica (Prov. di Forlì), e il confine della attuale Liguria (Prov. della Spezia), che è la foce del torrentello Parmignola, e non quella della Magra (come si va pur ripetendo), a circa, dunque, una cinquantina di Km. dallo spartiacque della Cisa. Tosco , qui, non può essere dunque che una indicazione astratta, compartimentale, riferibile, cioè, ad uno di quei raggruppamenti fittizi di provincie, creati, contro i temuti pericoli del regionalismo storico, dalla legge amministrativa dell’ottobre del ’61 (2), Questo tratto dell’Appennino non può certo, geograficamente, separare la Toscana dall’Emilia, come si legge nei testi scolastici, perché la Toscana regionale, storica, si inizia ben più a S., nell’Italia Centrale.
Ma, a parte le precedenti eccezioni, l’obiezione più valida contro la ricordata suddivisione della I Sezione dell’Appennino sorge da decisive ragioni geografiche e, soprattutto, dalla oroidrografia di questi ultimi elementi del sistema appenninico ligure orientale.
Per quanto riguarda la idrografia della valle che suol dirsi della Magra, è stato già bene osservato che il fiume primario del bacino è, invece, la Vara, sia per la maggior sua lunghezza, calcolata alla confluenza con la Magra, sia perché il suo corso è nella stessa direzione dell’asse della valle inferiore, dove le acque, riunite dopo la confluenza, scorrono verso la foce (3).
Il fiume Vara, come è noto, trae la sua origine dalle pendici del m. Zatta, una delle cime delle ricordate catene interne dell’arco ligure, che dànno origine alla caratteristica struttura del I tratto dell’Appennino Settentrionale. Dai predetti monti, a confine con le valli del Chiavarese, la dorsale si prolunga con vaste curve fino al Gottero e, successivamente, alla Cisa, e, al di là di essa, fino dove si estende il bacino orientale del sistema fluviale Vara Magra, che non può essere avulso dal sistema oroidrografico ligure, il quale si estende fino al passo del Cerreto, a confine col bacino del fiume Serchio, rivolto verso la To scana.
Qui, dunque, meglio che alla Cisa, poteva essere più convenientemente trovata la posizione della dorsale appenninica, bene individuabile e con sufficienti elementi indicativi, per fissarvi la divisione tra i due tratti della Sezione dell’Appennino Settentrionale. Vi è, infatti, un gruppo caratteristico di monti notevoli, quali l‘Alpe di Succiso (m. 2017), la Nuda (m. 1895), il Passo del Cerreto (m. 1261), attraver-sato dalla importante via nazionale di Reggio E., con direzione tra-sversale E. O., tra l’alto bacino della Secchia a levante, e il bacino secondario dell’Aulella (Magra), a occidente.
Il Passo del Cerreto, per minore apertura e abbassamento, non ha certo le caratteristiche marcate del Col della Cisa, ma le sue meno rilevate caratteristiche sono in certo modo compensate dagli avvallamenti dei ricordati opposti bacini che, ai due lati del Passo, con-corrono a marcare il punto di divisione trasversale sulla dorsale.
Ma, elemento ancora più geograficamente decisivo di divisione dei due tratti, è la non lontana sbarra della Foce dei Carpinelli, tra il ricordato m. la Nuda (Appennino) e il Pizzo d’Uccello (Apuane in. 1782), sbarra che divide la Lunigiana dalla Garfagnana e, cioè, il versante ligure dal versante tirrenico, il bacino dell’Aulella (Magra) da quello del Serchio.
A N. della sbarra le acque dell’Aulella, scorrendo verso O., affluiscono, presso l’Aulla, nella Magra, tributaria del Mar Ligure: dall’altra parte della sbarra, le acque della valle longitudinale del Serchio defluiscono a S. verso l’Italia Centrale e la Toscana e, nell’ultimo tratto, oltrepassata Lucca, piegando a O., raggiungono il Tirreno a non molta distanza dall’Arno.
Si può aggiungere che il Cerreto, quale punto di divisione dei due tratti dell’Appennino Settentrionale, è alquanto più centrale che non la Cisa, e che per la minor distanza dalla Toscana, attenua, in certo modo, l’attuale improprietà del termine Tosco-Emiliano.
Ma se le precedenti osservazioni e conclusioni possono essere valide rispetto alla Geografia descrittiva, è ben certo che non lo sarebbero affatto alla luce della Geografia storica, per la quale un tratto Tosco-Emiliano, che “spartisca la Toscana dalla Emilia”, dovrebbe essere spostato ancora più verso S., almeno fino all’Appennino pistoiese, se non fino al Mugello, al territorio, cioè, di quei Mugelli che, insieme con i Friniati e gli Apuani «rappresentarono il gruppo meridionale della nazione dei Liguri, al tempo nel quale cominciarono a disegnarsi, con linee certe, i profili etnografici della penisola», secondo quanto ha scritto Francesco L. Pullé nel suo ampio studio sul Frignano (4),
Manfredo Giuliani, Alcune osservazioni sul “Tratto Tosco Emiliano” dell’Appennino Settentrionale, in “Memorie della Accademia lunigianese di scienze lettere ed arti Giovanni Capellini”
- PROF. RANIERI PORHINI, La circoscrizione della Provincia di Lunigiana, La Spezia, Tip. Mo derna, 1914.
- Le applicazioni geografiche di quella legge sono forse da riferire al 1 Congresso geo-grafico del 1892. Su quell’ordinamento amministrativo si può vedere: GIOVANNI MARINELLI, L’area del Regno d’Italia per Circondari, provincie, compartimenti, Venezia, Antonelli, 1892.
- PROF. FRANCESCO Pocci, La futura provincia della Spezia, negli Studi per la Provincia della Spezia, La Spezia, Tip. Moderna, 1912, p. 24; e, dello stesso, La storia della Lu-nigiana in rapporto alla costituzione della provincia di Spezia, La Spezia, Tip. Moderna, 1914.
(4)Francesco L. Pullè, Il Frignano e i suoi dialetti, nell’”Appennino modenese”, Rocca San Casciano, Cappelli, 1895, p. 672