di Nicola Michelotti
Il quarto ed ultimo numero dell’almanacco pontremolese II Campanone», uscito all’inizio degli anni Sessanta cioè al tempo delle celebrazioni del primo centenario dell’unità italiana, dedicava al tema risorgimentale un intero capitolo, intitolato Il contributo di Pontremoli all’unità d’Italia. Vi era compreso un mio breve, schematico articolo per il marchese Gian Carlo di Gian Simone Dosi ad un secolo, o poco più, dal suo incontro con Vittorio Emanuele II (1). Quando, in epoca successiva, ho avuto l’occasione di ricordare ancora questo personaggio, particolarmente considerato e stimato nella Pontremoli del suo tempo anche e soprattutto per la vicenda risorgimentale di cui era stato protagonista, ho ritenuto di unire al suo nome un appellativo che permettesse, ad un tempo, di distinguerlo dall’omonimo nipote che da lui discendeva, Gian Carlo di Andrea il quale nel frattempo e per altre ragioni aveva raggiunto una sua notorietà, e di ricordare il suo atto pubblico di maggior prestigio nel quale è possibile vedere una nota pontremolese non trascurabile nell’intera storia dell’unità d’Italia. Cosi è nato Gian Carlo Dosi dell’unità d’Italia (2).
A non breve distanza di tempo dalla pubblicazione di quel primo articolo, e disponendo ora di ampia documentazione sul tema, è sembrato opportuno riparlare di lui perché, al di fuori degli schemi puramente biografici, si possa fissare in maniera più completa la sua statura morale ed intellettuale, con adeguata collocazione nell’ambiente pontremolese della seconda metà dell’Ottocento.
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Nasce a Pontremoli il 7 novembre 1824, quando la restaurazione post-napoleonica già pienamente realizzata sta ancora illudendo a Pontremoli come altrove di poter cancellare anche il ricordo degli avvenimenti che avevano invaso e sconvolto gli stati europei a cavallo dei due secoli.
I genitori dispongono per un’educazione, al primogenito maschio, conforme al loro rango: il padre, Gian Simone di Giovanni Francesco, è nobile piacentino, pisano, pontremolese, nonché marchese (3); la madre, Nera del marchese Jacopo Tolomei Gucci e di Fulvia Cambi, è patrizia fiorentina (4); cosicché Gian Carlo viene accettato al collegio Cicognini di Prato negli stessi anni, 1834-’35, in cui prende a svolgere servizio di paggeria alla corte di Leopoldo II di Toscana in qualità di Paggio magistrale dell’Ordine di Santo Stefano», e poi come «Cavaliere di Giustizia”(5). A sedici anni, nel 1840, ottiene la commedia dello stesso ordine (6).
Vive quindi il suo secondo decennio tra il collegio di Prato e la città di Firenze, nella casa Tolomei Gucci e poi a corte. Non è da escludere che tanto precoci onorificenze (…), tanto vivere immerso in asburgica etichetta fin dall’infanzia siano alla base dell’anticonformismo del suo carattere degli anni più maturi. Vero è che Leopoldo II, granduca di Toscana dal 1824 quando aveva solo 27 anni, si dimostra tutt’altro che un sovrano assolutista: di fatto sta continuando la politica paterna improntata sistematicamente da relativa tolleranza, anzi volta alle esigenze correnti del popolo con particolare attenzione ai problemi economico-amministrativi del granducato. Ma l’etichetta di corte, con le sue rigide formalità, è certamente ancorata ai livelli più ortodossi. Ne risulta che a Firenze il giovane marchese e cavaliere frequenti, in quel frattempo, i salotti delle famiglie pontremolesi che si trovano a risiedere nel capoluogo toscano come i Reghini, i Ricci, soprattutto Bertolini e Bologna. Non sarà fuori luogo, a questo punto, vedere i più illustri personaggi di queste famiglie collocate a livelli sociali di particolare riguardo nella Firenze del tempo.
L’avvocato Bernardo Reghini aveva sposato nel 1834 Edvige del colonnello Francesco Trieb; sarà commissario dell’Orfanotrofio del Bigallo e titolare a Firenze di altre pubbliche cariche. Da lui prenderà avvio il ramo fiorentino della famiglia. Il fratello Ottavio, pure avvocato a Firenze, sarà funzionario del ministero per gli Affari Ecclesiastici del granducato (7).
Virginia di Camillo Ricci, educata a Firenze, aveva sposato nel 1807 il cav. Giuseppe di Ranieri Morali, patrizio fiorentino e nobile di S. Miniato (8).
Stefano juniore, di Giulio Cesare Bertolini, aveva sposato Clementina dei Marchesi Torrigiani. La figlia, Giulia Carlotta sposerà Andrea Carrega e nei loro discendenti passeranno cognome e stemma gentilizio dei Bertolini. Il nonno, Stefano seniore (1711-1782), fu presidente della Consulta del granducato al tempo della elevazione di Pontremoli a città nobile (9).
Giovanni di Paolo Bologna, autore del ramo fiorentino della famiglia, nel 1823 era auditore della ruota criminale di Firenze; nel 1832 diviene presidente del Buon Governo della Toscana; nel 1834 è ascritto alla nobiltà pontremolese per decreto di Leopoldo II; nel 1838 ottiene la «Commedia di Grazia” dell’ordine di S. Stefano e conserverà i più alti vertici del governo granducale. Infatti nel 1848 sarà consigliere di Stato per la sezione di Grazia e Giustizia e nel 1850 sarà nominato ministro segretario di Stato per il Dipartimento degli Affari Ecclesiastici. Nel 1821 aveva sposato Giulia di Carlo Villani, patrizia pistoiese; il figlio Carlo, nato a Firenze nel 1824, si adottora in Legge a Pisa nel 1844 ed eserciterà l’avvocatura in Firenze (10).
Presentando questo quadro, resta da stabilire se la mancanza di rapporti del giovane marchese con personaggi di tanto particolare peso nel contesto ambientale fiorentino sia dovuta ad una sua scelta oppure all’impostazione di casa Tolomei Gucci.
Gli studi di Giurisprudenza a Pisa, dal 1843, lo portano comunque a contatto di un ambiente giovane e più disponibile all’esame delle situazioni che stavano determinandosi in quegli anni. In Toscana si può pensare particolarmente a Pisa si venivano diffondendo, più o meno confusamente, le tendenze liberali e le idee di libertà e di indipendenza anche e soprattutto ad opera delle società segrete e dei giovani delle classi colte ed elevate (11). Ecco che a 24 anni, nel 1848 si arruola volontario nel Battaglione Universitario toscano perché intende vivere quel glorioso momento che, a posteriori, risulterà tra i più scintillanti dell’intera epopea risorgimentale.
<<Arruolato assieme agli studenti di Giurisprudenza, ha l’avventura di farsi allacciare lo zaino da Giuseppe Giusti, nella sede universitaria la mattina stessa dell’arruolamento: questo soltanto rimarrà, per il giovane ardente di fede patriottica, quale testimonianza della sua partecipazione perché anziché seguire il Battaglione a Curtatone si vedrà costretto all’incarico di accompagnatore di un non meglio precisato «personaggio di rilievo» interessato a perlustrare la Lunigiana (12).
La laurea in Giurisprudenza, conseguita nel 1847, non gli serve né per intraprendere una carriera pubblica cui non è interessato, né per esercitare la libera professione. Tuttavia, al momento del suo rientro a Pontremoli, risulta iscritto all’Albo degli Avvocati toscani (13).
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L’anno 1847 segna la prima significativa svolta nelle azioni risorgimentali della Lunigiana. Le vicende di quell’anno, storicamente definite moti lunigianesi hanno origine al momento della scoperta degli accordi di sistemazioni territoriali tra il granduca di Toscana, il duca di Modena e il futuro duca di Parma, stipulati tre anni prima.
Come sarà poi ampiamente scritto, a riscaldare gli animi concorrono agitatori liberali locali, ispirati e fors’anche sollecitati da noti liberali pisani. Indipendentemente da questo, non sarebbero comunque rimaste insensibili le autorità civili e religiose di Pontremoli di fronte a quella che è ritenuta un’azione ingiusta condotta all’insaputa delle popolazioni interessate – il distacco di Pontremoli e del suo territorio dal granducato di Toscana -con l’incertezza del futuro, cioè la dipendenza della Parma di Carlo Lodovico e poi del figlio suo, Carlo III (14). con
Questi “moti lunigianesi», che hanno in Pontremoli il loro principale centro d’azione, si concluderanno nel 1849 col passaggio effettivo di Pontremoli al ducato di Parma in una provincia che comprenderà, oltre a Pontremoli-capoluogo, i comuni di Zeri, Mulazzo, Villafranca, Bagnone e Filattiera (15).
Dopo l’aprile 1849, appunto con il distacco di Pontremoli dal granducato di Toscana, il marchese Gian Carlo Dosi lascia Firenze e si stabilisce a Pontremoli dove, assieme ai genitori, vivono la sorella primogenita Teresa, nata nel 1821, la secondogenita Pellina coniugata Venturini (16) e il fratello Dosio, nato nel 1828, il quale nel gennaio 1851 sarà «precettato», ossia posto in libertà vigilata dal duca di Parma per affari politici perché «gravemente sospetto»; verrà riabilitato nel luglio 1854: la condotta politico-morale e religiosa del medesimo è buona, cosicché gli si potrà rinnovare la licenza di caccia con l’archibugio» (17). Situazioni di gran lunga imbarazzante per la famiglia se si considera che il padre, Gian Simone, già “ammesso alla mensa ducale» parmense, è insignito, per volontà dello stesso duca Carlo III, del cavalierato dell’Ordine Costantiniano di S. Giorgio e della commenda dell’Ordine di S. Lodovico; nel 1849 era stato podestà di Pontremoli.
Il contributo del marchese Gian Carlo all’amministrazione pubblica locale prende avvio alla morte del padre, nel febbraio 1854. Nel 1857 riceve la nomina di Anziano del Comune (18). II suo ingresso nella vita politica del ducato di Parma è del 4 settembre 1859, giorno di apertura dei comizi per la formazione dell’Assemblea Costituente. Il giorno 7 viene eletto deputato per la provincia della Lunigiana assieme all’avvocato Camillo Coppini, al dottor Girolamo Giuliani per Mulazzo e al dottor Francesco Raffaelli di Bagnone. Il giorno 9 l’Assemblea dei «Rappresentanti del Popolo delle Provincie Parmensi” sanziona la decadenza della dinastia dei Borboni. II 12 settembre, a scrutinio segreto, viene approvata la relazione dell’avvocato Giuseppe Piroli che chiede l’annessione al Regno di Sardegna delle Provincie Parmensi (Parma, Piacenza, Borgo S. Donnino, Valditaro, Lunigiana) e, seduta stante, viene costituita la Deputazione incaricata di recare a Vittorio Emanuele II la volontà del popolo. E’ cosi formata: avvocato Giuseppe Mischi del 2º collegio di Parma, conte Jacopo Sanvitale di Fontanellato, maestro Giuseppe Verdi di Busseto, avvocato Carlo Fioruzzi del 5º collegio di Piacenza e, appunto, marchese Gian Carlo Dosi del 1º collegio di Pontremoli (19).
La partenza per Torino è del giorno 14. Non ripeteremo qui quanto è attinente al tema generale della missione sotto l’aspetto politico, patriottico e diplomatico, né ci soffermeremo sul contenuto dei pur significativi discorsi ufficiali a Torino dal momento che tutto questo è stato più volte oggetto di pubblicazione in tempi diversi. Toccheremo soltanto ciò che può riferirsi al carattere del nostro personaggio e a quanto di spiritualmente valido saprà egli ricavare dalla partecipazione a quella Deputazione. Ecco quindi la lettera del giorno 13, da Parma, alla madre:
Carissima Mamma, […] dimattina parto per Torino. Il viaggio è fatto a spese del governo, , il quale ha messo a nostra disposizione la somma di 3, o 4 m. franchi, ed io, essendo camerlingo della Deputazione, sono stato a depositare la mia firma dal banchiere Laurento per essere accreditato a Torino […]. Non so precisare quanto durerà la nostra missione, perché potrebbe darsi il caso che fossimo invitati a Milano, come fu invitata la Deputazione Toscana, ma in ogni modo saranno alla più lunga sette o otto giorni. Spero che questa seconda fase non verrà ad accrescere la contrarietà che Tu hai sempre avuto per la mia Deputazione giacché […] è molto onorifica tanto per la famiglia come per il Paese […]» (20).
Molto significativo il riferimento all’onore che potrà derivarne a Pontremoli e alla famiglia stessa. Ma la destinataria della lettera conserva, evidentemente sentimenti legittimisti: da qui l’accenno alla speranza che la variante «invito a Milano” sulla via del ritorno, se invito vi sarà, non verrà ad accrescere la contrarietà di lei che non si è opposta, né poteva farlo, all’incarico dell’assemblea ancorché onorifico, come già detto, ma che non riesce a capire la necessità per il figlio di intervenire anche ad una manifestazione patriottica, a Milano, non prevista dal protocollo ufficiale.
Il contenuto della seconda lettera, quella del giorno 15 da Alessandria, è altrettanto interessante per l’entusiasmo che la domina. Non può sfuggire il tono garbatamente polemico della frase conclusiva:
[…] leri mattina cominciò la mia missione diplomatica. Mi mossi da Parma col solo Sanvitale, il Nestore della nostra Deputazione. Alla Stazione ci unimmo colla Deputazione di Modena […] A Piacenza cominciamo a darci un certo tono. Andammo col mezzo di carrozze all’Albergo e li facemmo un dejeuné: ci unimmo col M° Verdi, col march. Mischi, e col Prof. Fioruzzi, e partimmo in tre legni da posta per Castel S. Giovanni. Quivi prima accoglienza festosa. Ricevimento e congratulazioni nel Municipio, e degli Ufficiali della Guardia Nazionale, parata della Guardia, Banda, Evviva, bandiere, ecc. Entrammo nella ferrovia con posti pagati. Grande accoglienza nelle stazioni di Voghera e di Tortona. Finalmente giungemmo in Alessandria ove fummo accolti veramente con ricevimenti e feste straordinarie. Ieri sera gran pranzo nella sala dell’Albergo: eravamo tra i trenta e i quaranta. Gran brindisi, grandi acclamazioni sulla Piazza. Banda continua, luminazioni, discorsi, arringhe dal balcone ecc. есс. I dettagli te li darò a voce, intanto nel momento di partire con convoglio speciale per Torino, ti ho voluto mandare queste parole poche e insufficientissime per verità a dare la più piccola idea della gioia e delle festosità delle popolazioni Piemontesi. Per verità veniamo a presentarci con due Ducati che senza essere gran cosa sono sempre più di 14 lire […]».
L’invito per Milano ci sarà, ma non verrà accolto né da Giuseppe Verdi, né da Gian Carlo Dosi che, in una lettera di alcuni decenni dopo, riassumerà quelle che erano state le sue personali sensazioni in quei giorni del settembre 1859 e metterà chiarezza sullo svolgimento del suo viaggio di ritorno da Torino:
[…] Quando, senza desiderarlo, fui nominato a far parte della Deputazione che portò a Vittorio Emanuele II i voti del Ducato di Parma, passai quei quattro o cinque giorni in una continua alternanza di soddisfazione e di stanchezza: ché accettai come una liberazione la proposta di Verdi lasciando agli altri, Modenesi e Parmigiani, l’onore di andare a Milano, e Lui ed io ce ne tornammo felici e contenti a casa nostra […] (21).
La conseguenza pratica della missione e gli avvenimenti storici che seguiranno per l’ex ducato e la stessa Lunigiana ex parmense sono noti (22). É ora da vedere il mezzo secolo di vita che ancora rimarrà a Gian Carlo Dosi dell’unità d’Italia».
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Nel marzo 1860 il ministro dell’Interno delle R. Provincie dell’Emilia, a nome del governo, indirizza ai Rappresentanti del Popolo delle Assemblee Parmensi e Modenesi una gratificante lettera di congedo nella quale rimarca come l’opera loro resterà beneficio inestimabile alla nazione, argomento di lode immanchevole […]. Nuovi deputati saranno eletti dal popolo per sedere nel Parlamento nazionale. Ma a quelle Assemblee resterà la riconoscenza dei contemporanei e quella lode che la storia riserva a coloro che con forti e generose opere bene meritarono della patria» (23). A maggior ragione – possiamo aggiungere – riconoscenza e lode sono da attribuire a chi, tra gli stessi «Rappresentanti», ha potuto svolgere compiti di prestigio in quella pur breve parentesi risorgimentale.
Con la riorganizzazione politico-territoriale che si impone dopo gli avvenimenti del 1859, l’intera ex provincia della Lunigiana parmense viene a far parte della nuova provincia di Massa e Carrara, costituita da dieci «Mandamenti». I primi rappresentanti di Pontremoli in seno a quel Consiglio provinciale sono il dott. Cristoforo Bocconi, il cav. Giovanni Bertorini e il marchese avv. Gian Carlo Dosi (24). La proclamazione ufficiale dei neo consiglieri di Massa e Carrara è del 16 marzo 1860 (25). Ma l’anno 1860 è anche quello delle nozze dell’ormai trentaseienne marchese con la giovanissima nobile pesarese Teresa di Andrea Ranzi: nell’arco di sette anni nasceranno quattro figli: Gian Simone nel 1861, Andrea nel ’63. Dosio nel ’66 e Carlo Alberto nel ’68 (26).
Per quanto attiene alla sua vita pubblica non mancano attestati di considerazione e di stima da parte dell’autorità e della cittadinanza pontremolese come anche da parte di enti e organizzazioni non locali: alla fine del 1860 il comitato pontremolese per la Esposizione Internazionale di Londra lo vuole alla presidenza. Nel luglio 1861 riceve la nomina a membro, e poi a vice-presidente, del sottocomitato della provincia di Massa e Carrara per la stessa, imponente manifestazione inaugurata a Londra il 1° maggio 1862.
Con decreto regio del novembre 1861 gli giunge la carica di presidente della Congregazione di Carità nel comune di Pontremoli per il quadriennio 1861-64 (27).
I successivi quindici anni lo vedono sempre in posizione prestigiosa nel contesto pontremolese: ogni manifestazione pubblica richiede la sua partecipazione ed il suo contributo di idee. È impegnato anche nell’amministrazione pubblica ricoprendo ripetuta-mente la carica di consigliere comunale e di assessore. Si tratta per lui del momento più splendente sia per gli onori pubblici, che certamente non va cercando ma che per la loro spontaneità non possono non gratificarlo, sia per la vita privata e familiare. D’un tratto poi la sorte prende ad accanirsi su di lui e sulla sua casa: nel 1878 muore nelle acque di Gibilterra il primogenito Gian Simone, vittima del naufragio della nave che lo stava riportando in patria dopo un viaggio di istruzione e di esperienze nelle Americhe. Aveva solo diciassette anni.
La reazione del padre a tanto grave perdita è forte, però è una reazione passiva: tende ad isolarsi sempre più nel suo mondo interiore ed inizia col lasciare ogni carica pubblica. Si dimette da consigliere comunale scrivendo alla giunta che circostanze di famiglia (lo) obbligheranno in un prossimo avvenire a rimane-re assente dal Paese per la maggior parte dell’anno». La giunta respinge le stesse dimissioni che però vengono subito e decisamente confermate (28).
Il vescovo di Pontremoli, mons. Serafino Milani, nella sua qualità di presidente della Casa di Provvidenza «Galli-Bonaventuri” gli comunica che unanimemente sono respinte le sue dimissioni da consigliere dello stesso istituto e “resta nella lusinga che Ella non si rifiuterà di assecondare tale preghiera”, ma è una preghiera vana (29).
Nel 1891 gli tocca una seconda e altrettanto pesante sventura: a Messina, ove si trova nei ruoli dell’esercito, muore in duello il terzogenito Dosio, venticinquenne. Due sono ora i figli persi tragicamente, entrambi lontano da casa, nel fiore dell’età, e i genitori affrontano questa nuova tragedia in forme diverse. La madre, infatti, trova la forza di rivolgersi al comandante del Reggimento con una lettera densa di rassegnazione e di cristiano perdono: “Riteniamo che nostro figlio sia veramente una vittima innocente, ma perdoniamo a colui che lo spense e anzi supplichiamo che la cosa non abbia seguito, che sarebbe doppio il nostro dolore». Di tono ben diverso la missiva che in quei giorni il marchese Gian Carlo rivolge ad un amico di famiglia: «È duro il sapore della rassegnazione; chi ci è amico preghi perché la mano che ci colpì corra ora in nostro soccorso». Ed ancora, da parte dell’addolorato genitore: il perdere due figli […] in circostanze così straordinarie, è cosa da mettere a repentaglio la sopporta-zione e la fede» (30).
Come, molto appropriatamente, è detto in alcune pagine dattiloscritte ed ancora inedite che lo riguardano, il suo è 2l’isolarsi di chi irato col mondo intero, non vuole più mescolarsi alla vita e, determinato a non più accettare le regole del crudele gioco del vivere, quelle regole tenta di costruirsi da solo, come meglio può, rifugiandosi in un distacco sdegnoso e ombroso, tutto cultura e silenzio”. Né col passare degli anni si mitiga questa sua posizione; si può anzi sostenere che essa si radicalizza sempre più. La vita della città ora lo annoia, e trova serenità solo nella pace dei Chiosi, lontano dall’ufficialità, chiuso nella biblioteca-studio della grande villa che il suo bisnonno, Carlo di Niccolò con il fratello Francesco, fece costruire nell’anno 1700, E prende a riassestare pian piano quel magnifico edificio, creando le premesse per la restituzione del suo originale splendore. In una lettera indirizzata al figlio Andrea, che ai primi del Novecento si è trasferito a Milano con la famiglia, così rassicura: «Sono finalmente tornato nel mio amato ritiro dopo tre noiosissimi giorni in città. Qui vivo isolato, ma co’ nervi sereni, tra i miei libri (31).
Nel 1909, per il cinquantenario dell’incontro con Vittorio Emanuele II, riceve – motuproprio del re – «in considerazione di particolari benemerenze la nomina a commendatore dell’ordine della Corona d’Italia (32). Sembra che accogliesse «rabbuiato l’altissima onorificenza, temendo che si facesse del rumore attorno al suo nome» (33).
Nonostante questa sua posizione, ormai pubblicamente nota, una nuova e particolare manifestazione che si sta preparando a Pontremoli non può non coinvolgerlo, almeno negli intendimenti degli organizzatori: il Circolo Giovanile Monarchico Pontremolese, gruppo che si raccoglieva nella casa ospitale del dottor Pietro Ceppellini […], un cenacolo fervido di attività e di entusiasmo», si fa iniziatore di una pubblica sottoscrizione per l’offerta di una spada d’onore al concittadino tenente generale Ezio Reisoli (34) e chiede al marchese Dosi di voler entrare a far parte del costituendo comitato d’onore. Il circolo si augura che, accettando, voglia conferire lustro e decoro all’affettuosa dimostrazione che Pontremoli tutta, unanime nel commosso orgoglio di madre, si appresta a dare al suo illustre Figlio valoroso» (35).
La cerimonia si terrà, secondo il programma, domenica 4 maggio 1913, anniversario della battaglia di Lebda, uno dei trionfi in Libia del generale Reisoli (36). La partecipazione della cittadinanza sarà ampia e sentita; nella piazza maggiore si elevava un grandioso palco, disegnato dal marchese Carl’ Alberto Dosi e tradotto in opera dal valente artigiano Vitale Arrighi»; ritirando la spada il festeggiato, con visibile commozione, garantisce che quella spada non sarebbe mai uscita dal fodero senza ragione, non vi sarebbe mai stata riposta senza onore» (37).
La stampa locale diffonde ampiamente notizie e resoconti sul tema, e riporta la composizione ufficiale del comitato d’onore costituito da notabili della Pontremoli del tempo. Non vi figura il marchese Gian Carlo Dosi (38). È assolutamente da escludere che la ragione sia da ricercare nella sua volontà di tenersi lontano da un’iniziativa che, per quanto di ispirazione patriottica e tutto sommato lodevole, non aveva mancato di generare qualche polemica in alcuni, ben determinati settori politici locali, quelli cioè che non avevano giustificato le ragioni della stessa guerra di Libia. Forse non è estranea la ormai ridotta attività fisica, dovuta ai suoi quasi novant’anni, ma quasi certamente la causa va ricercata nella sua decisa volontà di rimanere coerente ad una scelta che lo vuole rifuggente da qualsiasi ambizione, schivo da ogni esteriorità nella innata modesta signorilità dello spirito» (39).
Chiude la sua lunga esistenza ai Chiosi, come aveva desiderato, e i funerali si svolgono alla presenza di una cerchia di persone molto ristretta, ad ora insolita, senza pompa, secondo le sue ultime volontà: «[…] Prego i miei amici di astenersi da ogni dimostrazione, assicurandoli che saranno maggiormente paghi i miei voti se, in luogo di sterili esteriorità verso di me, riverseranno sulla mia famiglia e discendenza quell’affezione che mi dimostrarono in vita e di cui li ringrazio».
Questo cade il 14 settembre 1915, all’inizio di una guerra di portata europea che completerà il disegno dell’unità d’Italia.
NICOLA MICHELOTTI, Gian Carlo Dosi “dell’unità d’italia”, in Studi di Storia pontremolese, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Sezione di Pontremoli, 1990
(1) Cfr. NICOLA MICHELOTTI, II march. comm. Gian Carlo Dosi ad un secolo dal suo incontro con Vittorio Emanuele II, in «Il Campanone Almanacco Pontremolese 1961-62, Artigianelli, Pontremoli 1961, pp. 44-47. Il citato capitolo contiene inoltre: MANFREDO GIULIANI, Pontremoli nel regno d’Italia, pp. 35-43, ricavato dal suo fondamentale studio La Lunigiana Parmense prima e dopo il 1859, in La Giovane Montagna di Parma, XL. (1939), 2 e 3: GIOVANNI BELLOTTI, Un solenne rito dopo Solferino. pp. 48-51, rito celebrato nella cattedrale di Pontremoli il 15 luglio 1859 per i prodi caduti sui campi lombardi per la redenzione d’Italia»; PIETRO FERRARI, Garibaldini Pontremolesi, pp. 52-57, secondo il testo del discorso commemorativo pronunciato dallo stesso Ferrari in Pontremoli il 5 settembre 1933 per iniziativa del gruppo locale del Nastro Azzurro e già riprodotto in PIETRO FERRARI, Rievocazioni Garibaldine. Pontremoli 1937, con il ricordo del giovanissimo garibaldino pontremolese Vincenzo Ferretti dal volume di AMILCARE LAURIA, Le Garibaldine, Torino 1904.
(2) Cfr. NICOLA MICHELOTTI, I benefici ecclesiastici nella Pontremoli granducale, in «Arch. Stor. Prov. Parmensi, IV s., v. XXXI (1979), pp. 103-114.
(3) Per notizie sulla famiglia Dosi, cfr. PIETRO FERRARI, La Chiesa e il Convento di San Francesco di Pontremoli Note di storia pontremolese, ivi, 1926; per precisazioni di ordine genealogico, vds. in questo stesso «Archivio” l’articolo a firma MAURO BERTOCCHI; per i personaggi principali del ramo pontremolese della stessa famiglia, cfr. NICOLA MICHELOTTI, I Maggiori della famiglia Dosi, in Il Corriere Apuano, 8 luglio 1978; in particolare, per notizie sui riconoscimenti nobiliari del casato, cfr. NICOLA MICHELOTTI, 1778 Pontremoli città nobile, in Arch. Stor. Prov. Parmensi, IV s., v. XXX (1978), tomo I, pp.93-120.
(4) I Tolomei Gucci non hanno alcuna attinenza con i Tolomei di Siena e di Pistoia. Guccio di Filippo di Tolomeo fu il primo priore della famiglia nel 1300; dopo di lui, ottennero tale dignità quattro tra i suoi discendenti, due dei quali furono poi chiamati a far parte del Senato dei Quarantotto, cioè Baccio Maria di Neri nel 1689 e il celebre economista Matteo di Neri nel 1801. I Tolomei Gucci furono ascritti al patriziato fiorentino con decreto 19 aprile 1751 col titolo di marchese: Archivio Dosi Delfini ai Chiosi di Pontremoli (d’ora innanzi ADD), filza Spose entrate in casa». Date estreme della marchesa Nera: 1789-1865. Le nozze col marchese Gian Simone erano state celebrate a Firenze, nella cappella di casa Tolomei Gucci, il 29 aprile 1820.
(5) Cfr. Processo per le provanze di nobiltà generosa per vestire l’Abito di Cavaliere di Giustizia nell’Ordine insigne di S. Stefano P. e M. dal marchese Gio. Carlo Dosi: ADD, filza”Gian Carlo di Gian Simone”. Si tratta di copia coeva del rispettivo originale, manoscritta, di pp. 28. Sulla prima pagina è stata aggiunta, in seguito, la frase “Con risoluzione, ossia Consiglio del 15 Luglio 1834, è stato ammesso a Cav.e di Giustizia Gio. Carlo Dosi”.
Nel tema dell’Ordine di S. Stefano, vds. R. DE ARIMANNIS [LEONELLO RICCI ARMANI), Cavalieri di S. Stefano appartenenti a famiglie pontremolesi, in Il Campanone Almanacco Pontremolese 1940. pp. 101-106.
(6) Con decreto di Leopoldo II del 21 luglio 1854 gli viene concessa una seconda commenda dell’Ordine di S. Stefano. Nell’aprile 1881 il Ministero del Tesoro del regno d’Italia assegnerà al marchese Gian Carlo la prevista pensione mensile in qualità di commendatore del soppresso Ordine di Santo Stefano con decorrenza 1 gennaio 1864: ADD, ibidem.
(7) In una lettera ad un conoscente di Firenze, il marchese Gian Simone parla del suo buon amico e parente Avvocato Ottavio Reghini: ADD, ibidem. In effetti la parentela che legava le famiglie Dosi e Reghini va molto indietro nel tempo perché non può che essere riferita al matrimonio di Giulia Reghini (16551712) con Carlo di Niccolò di Carlo Dosi (16471724). Tuttavia è da pensare che tra le due famiglie esistessero, quanto meno, rapporti di stima e di cordialità.
Cristoforo di Luc’Antonio Reghini venne ascritto alla nobiltà di Pisa nel 1754; Leonardo di Cristoforo aveva ottenuto la nobiltà di Pisa per sè e per i suoi fratelli con decreto 29 settembre 1782.
(8) La famiglia Ricci, nobile di Pontremoli, aveva acquisito la nobiltà fiorentina per diploma del granduca Pietro Leopoldo del 2 settembre 1773 ad Antonio Maria di Ottavio e suoi discendenti.
(9) Cfr. MARIA LUISA SIMONCELLI BIANCHI, Profili di Stefano Bertolini, in Arch. Stor. Prov. Parmensi, IV s., v. XXXIII (1981), pp. 4758.
La famiglia Bertolini era stata ammessa alla nobiltà di Pisa già nel sec. XVIII.
(10) Per più approfondite notizie sui personaggi citati e sul contesto ambientale del loro tempo, cfr. NICOLA ZUCCHI CASTELLINI, Pontremoli dalle origini all’unità d’Italia, Milano 1976.
Giovanni Bologna (17811857) con figli e i discendenti verrà ammesso alla nobiltà di Firenze nel 1856 per Giustizia, stante il suo grado di Cavaliere Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe.
Giovanni è il padre di Pietro Bologna (1833 1909), letterato ed appassionato cultore di studi storici lunigianesi, autore di pubblicazioni e di un corposo volume manoscritto, intitolato Famiglie nobili pontremolesi, al quale abbiamo attinto, per le famiglie Ricci e Bologna, grazie alla cortesia della signora Stella Pecoraro Ricci-Armani.
(11) PIETRO FERRARI, Vecchia Pontremoli (Scorci e figure dell’Ottocento), Quaderno della Giovane Montagna, n. 18, Parma 1938, pp.16 17.
(12) ADD, ibidem: l’episodio è ricordato in un documento dattiloscritto.
(13) ADD, ibidem: si conserva l’attestato di iscrizione rilasciato dalla Camera di Disciplina degli Avvocati Toscani in data 1 luglio 1851.
(14) Sul tema delle autorità religiose pontremolesi del tempo, cfr. NICOLA MICHELOTTI, Un vescovo pontremolese negli anni dell’unità d’Italia, in «Arch. Stor. Prov. Parmensis, IV s., v. XXXIX (1987), pp. 163175; Luigi Bocconi amministratore pubblico e imprenditore nella Pontremoli dell’Ottocento, in «Arch. Stor. prov. Parmensi, IV 8., V. XL (1988), pp. 37-47.
(15) Cfr. PETRO FERRARI, I moti lunigianesi del 1847, Quaderno della «Giovane Montagna”, n. 68, Pontremoli 1941; MANFREDO GIULIANI, La reazione borbonica a Pontremoli dopo la restaurazione del “49, in «Giovane Montagna, XLII (1941), 12.
(16) Aveva sposato Ranuzio di Silvio Antonio Venturini, nel 1847 tra gli amministratori pubblici pontremolesi. II 17 ottobre di quell’anno è uno dei tre firmatari della protesta ufficiale per la cessione della stessa Pontremoli e dell’alta Lunigiana all’infante Carlo Lodovico.
(17) MANFREDO GIULIANI, Un elenco di persone sospette nei Registri della Gendarmeria Reale Borbonica a Pontremoli (1849-1859), in «Arch. Stor. Prov. Parmensi, IV s., v. XI (1959), pp. 109-119.
(18) La magistratura comunale si componeva allora di un Consiglio di Anziani, nominato dalla Presidenza dell’Interno, del Podestà di nomina ducale, dei Sindaci e degli Assessori.
(19) ADD: ibidem. Vi sono conservati i seguenti documenti relativi alla Deputazione; 1) lettera del 13 settembre da Parma alla madre; 2) lettera del giorno 15 da Alessandria alla madre; 3) invito al pranzo ufficiale nel “Real Palazzo” per lo stesso giorno 15; 4) invito a pranzo, datato 15, per il giorno 16 nelle sale del Ministero per gli Affari Esteri; 5) un autografo di Giuseppe Verdi con alcune battute musicali ed una affettuosa dedica al compagno di viaggio; 6) la quietanza di versamento presso la Tesoreria Generale degli Stati Parmensi a saldo dell’anticipo ricevuto; 7) fotografia della lapide posta nel Municipio di Torino a ricordo dell’avvenimento; 8) riproduzione a stampa del monumento a Giuseppe Verdi in Parma, scultore E. Ximenes, raffigurante anche l’incontro del re Vittorio Emanuele II con la Deputazione Parmense.
La consultazione di questi documenti e di quant’altro è contenuto nella più volte citata filza Gian Carlo di Simone è stata resa possibile per la cortesia di Gabriella e Pier Andrea Dosi Delfini.
(20) La somma anticipata fu di lire 2.000 delle quali furono spese, per tutta la Deputazione tra il 13 e il 22 settembre lire 1.704, come da dattiloscritto in ADD, ibidem, e documento-quietanza di cui a nota 19.
(21) ADD, ibidem. Questo documento viene a correggere quanto affermato nell’ampio contesto della necrologia scritta per il marchese Gian Carlo Dosi sul giornale locale pontremolese, là dove si dice che ”insieme con Verdi sostarono a Piacenza per attendervi i colleghi recatisi alle feste patriottiche di Milano». L’unica sosta in Piacenza, e per poche ore, sembra essere quella del viaggio di andata. Altra notizia della stessa fonte: “si legò subito d’intimità col grande Maestro, tanto che rimasero sempre insieme a Torino, coabitando anche nella medesima stanza». Cfr. Il Corriere Apuano», di Pontremoli, 18 settembre 1915.
Per la ricostruzione, anche nei particolari, della stessa missione diplomatica cfr. GIACOMO MARGOTTI, Memorie per la storia dei nostri tempi, v.I, II s., Tori-no 1864; GAETANO CESARI ALESSANDRO LUZIO (Pubblicati e illustrati da), I Copia-lettere di Giuseppe Verdi, a. c. della Commissione Esecutiva per le onoranze a Verdi nel 1º centenario della nascita, Milano 1913; EMILIO CASA, Parma da Maria Luisa a Vittorio Emanuele II, Parma 1901, p. 507.
(22) Cfr. MANFREDO GIULIANI, La Lunigiana parmense prima e dopo il 1859, cit.; La Lunigiana Parmense ed i rivolgimenti del 59, in «Studi Parmensi”, Volume celebrativo dell’unità italiana, IX (1959), L. pp. 187206.
(23) ADD, ibidem. Lettera circolare a stampa con riportati a mano, in calce, il nome e l’indirizzo del destinatario.
(24) Per Giovanni di Franco Bertorini e di Maria Felicita Bologna (1787) 1870), cfr. PIETRO BOLOGNA, I cavaliere Giovanni Bertorini di Pontremoli. Ricordi di Famiglia, Firenze 1871; PIETRO FERRARI, Vecchia Pontremoli, cit., pp. 39-41.
Per Cristoforo di Luigi Bocconi e di Teresa Fortini (1833 1871), cfr. NICOLA ZUCCHI CASTELLINI, La fabbricazione della polvere pirica nel Pontremolese, in «Il Campanone Almanacco Pontremolese 1942, pp. 175-188.
(25) Dei venti consiglieri, nominiamo qui i rappresentanti dei Mandamenti della media e alta Lunigiana. Oltre ai Pontremolesi citati nel testo, abbiamo: per Fivizzano, avv. Antonio Agnini, conte dott. Raffaello Agostini, dott. Leopoldo Barberi; per Aulla, dott. Giacomo Ferrari di Albiano, dott. Domenico Marchio di Pontebosio; per Tresana, Luigi Chiocca di Montedivalle; per Bagnone, avv. Francesco Raffaelli e dott. Girolamo Giuliani di Pontremoli; per Mulazzo, avv. Pietro Porrini. La proclamazione avviene in base all’art. 224 della Legge Sarda 23 ottobre 1859.
(26) Per notizie particolareggiate sul professor Andrea Ranzi, cfr. GABRIELLA GRAY DOSI DELFINI, Un illustre clinico nel battaglione universitario pisano, in Arch. Stor. Prov. Parmensi, IV s., v. XXXIII (1981), pp. 91111. Teresa Ranzi, moglie di Gian Carlo Dosi, era nata il 16 marzo 1844.
(27) In base alla legge 20 novembre 1859, n. 3779, e su proposta del ministro degli Interni. Diploma in ADD, ibidem.
(28) ADD, ibidem. Lettera di G. C. Dosi del 21 aprile 1879. Risposta della giunta municipale con lettera dello stesso giorno a firma G.B. Albertosi «f.f. di Sindaco». Nuova lettera del Dosi, minuta datata 22 aprile.
(29) La lettera del vescovo porta la data 20 aprile 1885; il cortese rifiuto scritto è di due giorni dopo.
(30) Le due lettere sono in ADD, filza Dosio di Gian Carlo.
(31) In ADD, filza Gian Carlo di Gian Simone ripetutamente citata, sono comprese parecchie lettere del nostro personaggio, in parte di contenuto esclusivamente personale e riservato che non mancano tuttavia di passi riferiti alla sua solitudine e alla consolazione che trova nella quotidiana visita ai beneamati Chiosi.
(32) Ruolo dei Commendatori Nazionali, al n. 3178, serie 2″. Diploma datato 5 novembre 1909, conservato in ADD, ibidem.
(33) Cfr. Il Corriere Apuano, cit., del 18 settembre 1915.
(34) Cfr. GIOVANNI BELLOTTI, Cinquant’anni di una spada d’onore, in «Il Corriere Apuano, di Pontremoli, 22 giugno 1963.
(35) La lettera del Circolo porta la data 17 giugno 1912 ed è firmata da Ottorino Buttini nella sua qualità di consigliere di turno del circolo stesso. Va detto che il movimento monarchico a Pontremoli, tra fine Ottocento e primi Novecento, è molto attivo. In quel tempo viene costituita la Società Liberal-Democratica Savoia, il cui primo presidente, marchese Andrea Dosi, al momento del suo trasferimento a Milano lascerà la carica all’avvocato Ulrico Buttini. A Pontremoli e nell’alta Lunigiana trova diffusione un periodico monarchico di Parma, «La Seintilla, nato l’anno 1900, dotato di cronaca pontremolese redatta da corrispondenti locali che firmano con pseudomini.
(36) Sulla figura e sull’azione di questo generale, pontremolese per nascita e per famiglia, cfr. CESARE REISOLI, Il generale Ezio Reisoli, Milano 1965.
(37) Cfr. GIOVANNI BELLOTTI, Cinquant’anni di una spada d’onore, cit.
(38) Il comitato d’onore risulta composto da: avv. Giuseppe Giannelli sotto-prefetto, gen. Armano Ricci Armani comandante la brigata Bergamo, maggiore generale Lorenzo Ruschi, ten. col. Nicola Coppini, cav. Odoardo Buttini, cav. Ernesto Rossi consigliere provinciale, avv. Silvio Venturini, avv. Michele Zampetti.
Del comitato esecutivo è presidente l’avv. Ulrico Buttini; vice presidente è Girolamo Bocconi; numerosi sono i membri, tra i quali il dott. Pietro Ceppellini, Ottorino Buttini, il marchese Carl’Alberto Dosi priore della Misericordia, Manfredo Giuliani. L’avv. Ulrico Buttini firma il manifesto alla cittadinanza in qualità di -Presidente del comitato Cittadino per le onoranze al Tenente Generale Ezio Reisoli.
Per quanto attiene alla fase preparatoria e alla cronaca dell’avvenimento, cfr. Il Corriere Apuano di Pontremoli alle date: 10 agosto 1912, 1 febbraio e 10 maggio 1913. (39) Vds. la necrologia su Il Corriere Apuano, cit. a nota 33.