LA LUNIGIANA ALTOMEDIEVALE DAL CONFRONTO FRA BIZANTINI E LONGOBARDI ALLA VIA FRANCIGENA

di Giorgio Petracco

Premessa

In epoca romana la Lunigiana era divisa fra i territori di Lucca e Luni, che erano state fondate fra il 180 e il 177 a.C. per stabilizzare la conquista romana alla fine delle guerre contro i Liguri Apuani. La Tavola di Veleia, incisa all’inizio del II secolo d.C., ci dà elementi sufficienti per stabilire che il fiume Taro faceva da confine fra i territori di Veleia (e poi, a partire dal IV secolo, di Piacenza) e di Lucca, il che implica, per una necessaria continuità territoriale, che tutta l’alta Lunigiana fino al serravalle a sud di Aulla appartenesse al municipio lucense e comunicasse con Lucca attraverso la valle dell’Aulella e la Garfagnana. Questa partizione, per quanto ne sappiamo, rimase inalterata per tutto il periodo imperiale e anche durante la dominazione dei Goti. Nel 553, alla fine della guerra greco-gotica, Luni si arrese a Narsete senza combattere. Invece Lucca resistette e fu conquistata solo alla fine di quell’anno dopo un lungo assedio. Il successivo 554 vide la vittoria definitiva di Narsete sui Franchi e sui Goti e l’inizio di un breve periodo di governo bizantino sull’intera Italia, che terminerà con l’invasione longobarda del 568.

L’invasione longobarda

L’occupazione del territorio italiano da parte dei Longobardi procedette assai rapidamente fra il 568 e il 573 sotto la guida dei primi due re, Alboino e Clefi. Se i primi due anni videro soprattutto l’espansione nella pianura Padana, l’occupazione dell’Italia centrale dovette essere intrapresa da Alboino nel 570, mentre appare logico attribuire a Clefi la continuazione dell’offensiva fino a Benevento. La situazione dovette stabilizzarsi nel 574, anno a partire dal quale, e per un periodo di dieci anni, i Longobardi non elessero un re, ma furono governati dai duchi, mentre molti di essi combatterono per i Bizantini in Oriente. È mia opinione che questa stabilizzazione sia stata opera di Baduario, e che nella Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio gli elenchi delle quattro ‘eparchie’ dell’Italia Urbicaria, della Campania, dell’Italia Annonaria e dell’Emilia riflettano una relazione sull’organizzazione della difesa dell’Italia da lui spedita alla corte di Costantinopoli³.

Tradizionalmente la Maritima romanorum, cioè la Liguria rimasta bizantina dopo l’ingresso dei Longobardi in Italia, è stata rappresentata come grosso modo coincidente con il territorio attualmente appartenente alla Regione Liguria, integrato dalla Lunigiana. Tuttavia, se le poche fonti scritte e le risultanze archeologiche consentono di confermare la continuità territoriale del controllo bizantino nella Riviera di Ponente, altrettanto non si può dire per la Riviera di Levante, compresa fra i capisaldi bizantini di Genova e Luni. La ricostruzione dei territori occupati dai Longobardi già negli anni immediatamente successivi al loro ingresso in Italia e di quelli rimasti in mano ai Bizantini diventa però possibile se, assieme alle risultanze dell’archeologia e a quanto si può ricavare dall’analisi della Descriptio Orbis Romani, si considerano anche i dati offerti dalla toponomastica.

La toponomastica longobarda

II VI secolo d.C. costituisce per l’Italia uno dei più importanti periodi di innovazione toponomastica, dovuta soprattutto all’invasione e allo stanziamento dei Longobardi. La mortalità toponimica e la nascita di nuovi toponimi consegue localmente a fenomeni di spopolamento seguito da ripopolamento, più diffusamente alla sostituzione di élites latine con élites germaniche e, in generale, alla militarizzazione del territorio.

I toponimi di origine germanica fissatisi in questo periodo possono dividersi in quattro grandi categorie:

a. Toponimi etnici: si tratta dei toponimi che indicano i luoghi dove si erano stanziate le popolazioni discese in Italia insieme ai Longobardi nel 568, la cui esistenza era già stata notata da Paolo Diacono (4). Questi toponimi si sono fissati certamente negli anni immediatamente successivi all’invasione e la loro dislocazione evidenzia che si trattava di piccoli gruppi, che, pur avendo stanziamenti propri, erano aggregati a delle fare longobarde. Vi sono poi toponimi che attestano direttamente lo stanziamento dei Longobardi, generalmente nella forma Bardi, o dei Goti. Lo stanziamento dei Longobardi è segnalato anche da toponimi derivati da fara(5)o da hariman, letteralmente ‘uomo dell’esercito(6)”.

b. Toponimi che descrivono gli elementi fondamentali del territorio: la presenza di questi toponimi è altrettanto decisiva di quella della categoria precedente per individuare le zone di precoce insediamento longobardo. È infatti solo nei primi decenni dall’ingresso dei Longobardi in Italia, e in zone in cui la completa sostituzione delle élites romane con élites germaniche si è accompagnata a un massiccio fenomeno di spopolamento/ripopolamento, che si è potuta verificare una temporanea prevalenza dell’idioma longobardo su quello latino, tale da indurre la fissazione a partire da nomi comuni germanici di toponimi di cui ben presto non si è più compreso il significato originario.

Il più conosciuto è il termine longobardo wald/guald ‘bosco’ ‘foresta’. Più recente è la scoperta che numerosi idronimi, o toponimi derivati da idronimi, sono riconducibili a una voce longobarda “pahhi, “pehhi, “pehhia ‘ruscello’, ‘torrente’, ‘corso d’acqua di dimensioni modeste’. Nella zona oggetto di questo studio e intorno ad essa sono particolarmente numerosi i toponimi derivati da questa voce, nelle forme Pescia, Pesciola o Pessola, Pescin. Ai due precedenti aggiungo i toponimi alla cui base sta la voce germanica grund, che significa ‘fondo’, ‘base’, ‘suolo’, ‘campo coltivato’. Questi toponimi condividono tutti la caratteristica di essere situati in aree pianeggianti o semi-pianeggianti delimitate dai due lati da due rami che confluiscono di uno stesso corso d’acqua. È questa la configurazione di paleofrane assestate, zone privilegiate d’insediamento dei fondi romani nelle zone collinari e di montagna. Tali toponimi hanno quindi sostituito dei nomi di fundi romani, quando le fare longobarde hanno cominciato a stanziarsi sul territorio.

c. Toponimi che esprimono l’organizzazione economico/giuridica: la fissazione di questi toponimi, alcuni dei quali molto frequenti, come i derivati da braida ‘ampi spazi aperti all’uso comune’, gahagi ‘zona riservata per la caccia’, sala ‘grande vano in cui raccogliere le derrate’, consegue alla nuova organizzazione del territorio e dello sfruttamento delle sue risorse da parte dei Longobardi. Se da un lato sono utili per comprendere le modalità dello stanziamento, tuttavia, al contrario di quelli della tipologia precedente, non sono di per sè indicativi, soprattutto se isolati, della precocità dell’insediamento longobardo. Possono infatti essersi fissati nel VII secolo nei territori di nuova conquista, come la Liguria e la Lunigiana, o, in alcuni casi, anche dopo. Più significativi, perché il loro uso non è continuato a lungo, gamahalos ‘soci’, da cui derivano i toponimi del tipo gambaro (8), wiffa ‘ciuffo di paglia appeso, come segno di proprietà, sul confine di un terreno’, da cui i toponimi ghiffali e biffali, e staffal ‘palo piantato per segnare un confine’, da cui toponimi come staffolo e staffora.

d. Toponimi derivati dal gergo militare: molti termini del gergo militare, anche se di origine germanica, erano utilizzati indifferentemente da Goti, Longobardi e Bizantini. Spesso si tratta in origine di termini gotici, entrati nell’uso dell’esercito bizantino a causa della quantità di ausiliari goti che, soprattutto nel V secolo, ne fecero parte e dai Bizantini condivisi con i loro numerosi συμμάκοι, e quindi anche con i Longobardi.

Un esempio è il termine garanta, alla cui base sta la radice germanica * warilgari, con il significato diretto di ‘proteggere’, difendere e quello traslato di ‘assicurare’ e, appunto, ‘ga-rantire’. Da essa sono derivati termini commerciali quali garanzia, garante, warrant e il termine inglese warren, che significa ‘appezzamento di terreno recintato. Garanta deve aver avuto il significato di ‘installazione di difesa, di protezione, di rifugio’. Troviamo infatti Γάραντα fra i luoghi sedi di corpi militari bizantini riportati nella Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio. Γάραντα corrisponde all’attuale Garlenda, comune vicino ad Albenga, l’antica Albingaunum, ma in posizione assai più difendibile della città. Il passaggio da garanta a Garlenda si spiega con la dissimilazione da r intensa a rl. Toponimi analoghi si sono fissati a partire da fortificazioni longobarde, mentre la forma originaria Garanta si è conservata in una località a monte di Palmi, in Calabria.

Un altro termine del gergo militare condiviso da Bizantini, Goti e Longobardi è sculca/sculcula. Significava ‘pattuglia di ricognizione’ ed era utilizzato nell’esercito romano già all’inizio del V secolo e poi sia dai Bizantini che dai Longobardi almeno fino al VII, come provano numerose fonti scritte, fra cui una lettera di Gregorio Magno del 59210. La notevole quantità di toponimi derivati da sculca o sculcula dimostra che, perlomeno da parte bizantina, questi piccoli distaccamenti mobili avevano però delle basi fisse, da cui partivano per le loro esplorazioni, tendenti soprattutto a sventare gli attacchi di sorpresa.

Se le sculculae, sia pure dotate di una base fissa, svolgevano compiti di esplorazione, due altri termini di origine germanica erano utilizzati dai Longobardi per designare dei ‘posti di osservazione’ o dei ‘presidi di luoghi strategici’. Il primo è warda, che però ha avuto tanta fortuna attraverso il suo derivato guardia, transitato nell’italiano, da rendere praticamente impossibile l’attribuzione temporale dei singoli toponimi da esso derivati. Certamente più affidabile per indicare la presenza dei Longobardi, ma non necessariamente uno stanziamento precoce, è wahta, ‘servizio di sorveglianza’, ‘luogo dove si svolge il servizio di sorveglianza’, che esita in gata (da cui gatta con l’intensificazione della t), gaita o guaita, con i suoi derivati wactare/gaitare ‘sorvegliare’, wactaticum gaitagium ‘pagamento del servizio di guardia’ e ‘luogo dove si riscuote il pedaggio’, wac-tator/guaitator ‘sorvegliante’ ‘guardia’(11). L’espressione è transitata solo marginalmente in italiano, in gattabuia ‘prigione’ e nel verbo guatare ‘guardare fisso e malevolmente’.

L’area occupata dai Longobardi nel VI secolo

La quantità dei toponimi di origine longobarda che ho trovato nel Tigullio, e soprattutto la tipologia di alcuni di essi, non lasciano dubbi sul fatto che in questa parte della Liguria i Longobardi arrivarono alla costa e se ne impadronirono già nei primi anni dopo la loro discesa in Italia. Limitandoci ai toponimi più significativi e procedendo da ponente a levante, abbiamo anzitutto Pescino, che è l’antico nome di S. Margherita (12) e faceva riferimento al piccolo torrente che sbocca in mare in quel punto. Nel territorio di Rapallo è attestata nel 1261 la località di Grondona, mentre sulla costa fra Rapallo e Zoagli troviamo la località di Riva dei Bardi (Bardi in un atto del 1210). Sopra Chiavari, a Maxena, vi è una Costa Armani. Oltre l’Entella, a Graveglia, è attestato nel XII secolo un Campo Sculdasco (da Sculdahis, funzionario longobardo, più il suffisso -asco). Nella zona di Sestri Levante abbiamo il rio Staffora (da staffal) e la località Gambera (da gamahalos), attestata dal catasto del 1467. Poco più a est, a Riva Trigoso, vi sono il colle e il rio Bardi (in Bardi anche nel 1467). Può aver segnato i limiti orientali di questo territorio ‘marittimo’ dei Longobardi il monte Guaitarola, posto sulla costa che divide il territorio di Framura da quello di Bonassola.

La penetrazione dei Longobardi nel Tigullio deve essere avvenuta attraverso il corridoio della val Nure. Nell’alta val Nure infatti una eccezionale concentrazione di toponimi segnala l’esistenza di un insediamento longobardo che dovette godere di grande stabilità durante i due secoli del loro dominio in Italia. Dall’alta val Nure per il passo dello Zovallo una costa facilmente percorribile conduce rapidamente al massiccio del Penna, che domina le alte valli del Taro e dello Sturla. La costa che fa da spartiacque fra Taro e Sturla è detta costa dei Ghiffi, ad indicare probabilmente che su di essa passava il confine fra i territori di due diverse ‘arimannie’. La parte dell’alta valle dello Sturla posta alla sinistra del torrente doveva essere una zona di insediamento longobardo, giacchè il praeceptum emanato da Liutprando nel 714 per confermare a S. Pietro in Ciel d’Oro i confini della corte di Alpepiana definisce il territorio a sud della costa che dal passo della Forcella sale al Penna, facendo da spartiacque fra Aveto e Sturla, come fines Arimannorum.

Nell’alta val Taro, a nord di S. Maria vi è la località di Grondana. Più a est la costa che da monte Crociato scende fino al monte dei Termini era detta costa d’Arriamano, toponimo che deriva chiaramente dagli Hariman longobardi.

Oltre il Taro vi è la zona di Casale e del monte Zuccone, dove troviamo la selva del Pescino. Dalla testata della val Taro si può accedere, oltre che all’alta val di Vara, alla val Ceno e alla val Taro. In val Ceno il centro dell’insediamento longobardo è chiaramente individuabile in Bardi. La zona boscosa attorno e soprattutto a est del borgo costituiva la Silva Arimannorum, attestata da documenti altomedioevali. Sull’altra sponda del Ceno troviamo Scolengardo, che deriva da “Schuldenward, composto da sculden ‘debiti e ward, quindi un luogo presidiato dove si riscuotevano i pedaggi”. Peraltro tutta l’area compresa fra Bardi e il corso del Taro è zona di forte insediamento longobardo come testimonia, fra gli altri toponimi, il nome del torrente Pessola.

Salendo invece dalla piana di Bardone, sopra Fornovo, verso i valichi della Cisa e del Valoria, nel cunco di territorio compreso fra Taro e Baganza troviamo il rio Grontone e i toponimi Bante, dal germanico wand ‘parete (15), e Bergaute, l’attuale Bergotto, che rimanda a un composto “*berghaupt, corrispondente al latino caput montis, entrambi elencati fra le pertinenze dell’abbazia di Berceto dal diploma di re Ugo del 927(16). Nell’alta Lunigiana, a monte di Pontremoli, una precoce presenza longobarda è segnalata dalla località Grondola (da grund + -ola) che, per la sua posizione geografica, sembra ricondurre a una pe-netrazione in Lunigiana attraverso il valico del Brattello.

Dalla parte della Toscana è sicuro il precoce possesso longobardo di una parte della valle dell’Aulella. Infatti il nome di un affluente di sinistra del Bardine (17), a sua volta affluente di sinistra dell’Aulella, è Pesciola (e vi è anche il rio Pescioletta, suo affluente). Nella stessa zona, a nord-est di Fosdinovo, è attestato storicamente un toponimo Gualdo, che ritroviamo nella toponomastica attuale nella forma Gallo, mentre un’altra Pesciola è nella zona di Minucciano, vicino allo spartiacque fra Lunigiana e Garfagnana.

La Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio e le informazioni che se ne possono ricavare

La cosiddetta Descriptio Orbis Romani è un’elencazione, in lingua greca, di località dell’impero bizantino, che fu utilizzata per completare la Notitia episcopatuum, scritta nel IX secolo da Basilio Armeno, ed insieme ad essa è giunta sino a noi in diversi codici. A mio avviso (la questione è molto discussa) fu composta dall’autore, un tale Giorgio, nativo di Lapeto nell’isola di Cipro, altrimenti a noi sconosciuto, mentre si trovava in Italia al seguito dell’imperatore Costante II fra il 663 e il 668. Egli non realizzò un’opera originale, ma si limitò a copiare, quasi senza modifiche, opere e documenti preesistenti, fra cui delle relazioni sull’organizzazione della difesa delle province a loro affidate indirizzate dai responsabili bizantini alla corte di Costantinopoli circa novant’anni prima. In particolare dovevano comporre in origine la relazione riguardante l’Italia gli elenchi delle eparchie dell’Italia Urbicaria, della Campania, dell’Italia Annonaria e dell’Emilia, mentre quelli della Sicilia e della Calabria, che hanno uno stile completamente diverso, vanno ricondotti ad altri documenti.

Lo studio complessivo della Descriptio fu affrontato per primo dal Gelzer (18), seguito dallo Honigmann (19). Successivamente Pier Maria Conti ha tentato di individuare sul territorio le località comprese negli elenchi delle sei eparchie che componevano l’Italia bizantina (20). Il Conti ha ritenuto di ravvisare, sia nell’elencazione delle sei eparchie che delle singole località all’interno di ciascuna di esse, il sostanziale rispetto di un andamento antiorario lungo una o più spirali. Tuttavia, se questo criterio di elencazione è facilmente riscontrabile nelle eparchie della Sicilia e della Calabria, dove quasi tutte le località elencate sono ben conosciute, non lo è per nulla nelle altre quattro eparchie, dove molte delle località elencate non sono altrimenti attestate nelle fonti e delle altre, apparentemente riconoscibili, non poche risultano ripetute in più eparchie o collocate in eparchie a cui, secondo un criterio geografico, avrebbero dovuto essere estranee. Ciononostante il Conti ha supposto che il criterio di elencazione riscontrabile in Sicilia e Calabria fosse stato utilizzato anche nelle altre eparchie e su questa base ha tentato di individuare le località in esse elencate. Inoltre ha dato per scontato che le eparchie fossero delle ripartizioni interne dell’Italia bizantina, come lo sarebbero state poi i ducati, con una competenza territoriale ben definita e senza possibilità di sovrapposizioni. Sulla base di questi criteri il Conti ha quindi escluso molte evidenti corrispondenze con località importanti dell’Italia bizantina del VI secolo sostituendole con altri luoghi individuati, generalmente con argomentazioni assai fragili, lungo le spirali ipotizzate. Oggi la critica dell’impostazione del Conti è abbastanza diffusa, ma alla sua opera non è seguito, nonostante siano ormai passati quarant’anni, nessuno studio organico, ma solo proposte di identificazione isolate.

Nell’affrontare a mia volta l’interpretazione della Descriptio, mi sono anzitutto imposto di evitare ogni schema precostituito, e quindi ogni esclusione preconcetta nell’individuazione delle località elencate nelle sei eparchie dell’Italia. Ho quindi proceduto all’analisi dei toponimi elencati nella Descriptio, tenendo conto che molti di essi potevano essere di formazione recente, conseguente all’instaurarsi di un’organizzazione militare bizantina in Italia. Questi toponimi, alcuni dei quali possono anche aver avuto vita breve e non essere giunti fino a noi, sono però sicuramente intellegibili nel loro significato originario, che ci può fornire indicazioni preziose, anche nei casi in cui non è possibile individuare con certezza la loro collocazione geografica. Ho pubblicato parzialmente i risultati della mia analisi in uno studio sul confronto fra Longobardi e Bizantini in Emilia e nell’Appennino (21). Una delle principali risultanze è la scoperta che le quattro eparchie provenienti dalla relazione originaria Erano comandi militari e che molti dei toponimi di recente formazione citati nella Descriptio derivavano il loro nome da quello della zona di reclutamento e addestramento di corpi militari bizantini nella stessa Italia (22).

Oltre a Λούνη, che nessuno dubita corrisponda a Luni, sono cinque le località citate nella Descriptio per cui è stata proposta la corrispondenza con località situate nell’area circostante, di cui quattro appartenenti all’eparchia dell’Italia Urbicaria: Μικαυρία, κάστρον Εὐορίας, κάστρον Κάμψας ε κάστρον Σωρεών e una Κάστρον Βενέρης, dell’eparchia dell’Italia Annonaria. Di esse però solo Μικαυρία corrisponde effettivamente a una località situata vicino a Luni. Faccio quindi seguire la trattazione di ciascuna delle cinque.

1. Μικαυρία.

Viene subito prima di Λούνη nell’elenco dell’ Επαρχία Ούρ-βικαρίας ed è riportata nella forma Νικαυρία solo nel Codex Codinus, il più recente fra quelli attraverso cui è arrivata a noi la Descriptio. Corrisponde a Nicola, frazione di Ortonovo in provincia della Spezia, come già proposto dal Formentini (23). Nel Codice Pelavicino troviamo citata la località di Micoria in un atto del 1096. Nel 1137 abbiamo castrum de Nichola et Ortonovo. Del 1226 è la variante homines de Micoarra et Ortonovo. La posizione di Nicola, che fu poi borgo fortificato dei vescovi di Luni, è adattissima per un campo trincerato, che poteva proteggere Luni da un’offensiva proveniente dalla Versilia o dalla sinistra dell’Aulella, occupate dai Longobardi, ma anche costituire una posizione di rifugio se si fosse dovuta abbandonare la città. Per quanto riguarda l’etimologia, se la forma originaria fosse quella riportata nel Codex Codinus potrebbe trattarsi di un toponimo di nuova formazione a partire dal tema νίκη ‘vittoria’, di cui abbiamo due esempi sicuri nella Descriptio: νήσος Κωμανίκεια (‘il villaggio della vittoria’) ε κάστρον Ευρένικα (‘che trova la vittoria’ > ‘vittorioso’). Mi sembra però più probabile, considerato che è attestata dai due codici più antichi, che sia invece Mικαυρία la forma originaria, tanto più che la struttura delle attestazioni medioevali con m iniziale è vicina alla forma che troviamo nella Descriptio, mentre quella con n iniziale è analoga a quella attuale. In questo caso l’etimologia è certamente latina, a mio avviso da micatoria, ‘macine’ ‘magazzini per il macinato’, con la caduta della t intervocalica.

2. κάστρον Εὐορία ἔνθα ὁ ἅγιος Λουκιανός.

 Corrisponde a Oria, in posizione forte a sbarrare l’ingresso al Salento, a metà strada fra Taranto e Brindisi. A Oria è stato ritrovato un antichissimo santuario messapico e poi ellenistico dedicato a Demetra/Persefone sul monte Papalucio, che ha restituito moltissimi reperti di ex-voto. Questa mi sembra la prova decisiva che si tratti proprio di Oria. La devozione deve infatti essere rimasta viva, fino a essere sostituita da quella per S. Lucio (papa nel 253/254 d.C.), testimoniata dall’attuale nome del monte. La citazione di Oria ha una importante particolarità: è l’unica fra tutte quelle contenute nelle eparchie dell’Italia ad avere l’aggiunta di una notazione geografica, per di più completamente estranea al carattere militare del testo originario. Viene quindi spontaneo pensare che si tratti di un’aggiunta di Giorgio Ciprio. Ma qual è la ragione di quest’aggiunta? Se, come ritengo, Giorgio Ciprio era al seguito di Costante II, sbarcato a Taranto nel 663, è plausibile che l’imperatore subito dopo lo sbarco si sia recato all’ ἅγιος Λουκιανός nella vicina Oria. Ed è ben possibile che il ricordo di questa visita sia alla base del racconto, apparentemente del tutto leggendario, che Paolo Diacono fa dell’incontro fra l’imperatore e l’eremita (24).

Già il Gelzer opinava che la Descriptio si riferisse a Oria, ma anche a Brindisi, sulla base di un passo di Guido (467,13): “Brundisium, in qua ecclesia sancti pontificis et confessoris Christi Leucii egregio opere constructa, ubi et requievit, cernitur” (25), ma la sua ipotesi non fu condivisa da chi lo seguì nello studio della Descriptio. In particolare il Conti, che rifiuta per l’Eparchia dell’Italia Urbicaria tutte le corrispondenze nell’Italia meridionale, anche le più evidenti, aveva invece ipotizzato la corrispondenza con un “castrum Versiliae”, che sarebbe stato il nome dato dai Bizantini a quello che i Longobardi, dopo averlo conquistato, avrebbero rinominato castrum Aghinolfi e oggi è il castello di Montignoso in Versilia (26)”. Buon ultimo Adriano La Regina ha pensato che il brano della Descriptio si riferisse a Ivrea (27). Ma le loro proposte di corrispondenza, oltre a non essere linguisticamente plausibili, giacché in entrambi i casi (28) si conserva sempre, sia nelle forme storiche che nella pronuncia dialettale, la prima consonante, che in Ενορίας non compare, ipotizzano un po’ troppo disinvoltamente che nel testo originario non si leggesse ἅγιος (così sia nel codice Coisliniano che nel Barocciano) bensì ἀγρός (Conti) ο ἄγκος (La Regina). Circa il castrum Aghinolfi, la cui prima menzione è del 752 in un atto di donazione di un terreno nelle sue vicinanze fatta dal re longobardo Astolfo, va poi detto che, oltre che di una sua prima denominazione come castrum Versiliae, non vi è alcuna prova neanche di una precedente utilizzazione militare dell’altura su cui sorge da parte dei Bizantini. Infatti gli scavi eseguiti a castrum Aghinolfi hanno dato una datazione al radio-carbonio della struttura in muratura più antica intorno al IX secolo, comunque sicuramente successiva al 752. Doveva quindi essere fin dall’origine un castrum longobardo protetto da una palizzata, situato in una zona che i toponimi Gronda e Guadine denunciano come longobarda fin dal VI secolo e contrapposto alla posizione bizantina di Nicola (Μικαυρία), forse costruito dal re Agilulfo.

3. κάστρον Κάμψας.

È sicuramente Conza, l’antica Compsa, in provincia di Avellino, posta in una posizione chiave per difendere la linea dell’Ofanto-Sele. Già fortezza dei Goti, si arrese a Narsete nel 555, come narra lo storico bizantino Agazia Scolastico nel secondo dei suoi cinque libri, in cui, proseguendo la narrazione di Procopio, illustra gli eventi dal 553 al 559. Anche in Agazia, Conza, che l’autore descrive come ‘castello fortissimo’, è riportata come Κάμψας. Il solo Conti si è pronunciato contro questa identificazione, proponendo che potesse trattarsi di Campi in Val Taro (29), toponimo peraltro comunissimo e situato in una zona circondata da attestazioni toponomastiche di una precoce presenza longobarda.

4. κάστρον Σωρεῶν.

Corrisponde a Sorano, in provincia di Grosseto, posto su una rupe tufacea sovrastante la valle del Lente, vicino al lago di Bolsena, come già proposto dal Citter (30). È attestato nel 1187 come Sorani. Il toponimo deriva da un antico Soranus, etnico della città di Sora. La forma plurale, presente sia nella citazione del 1187 che in quella della Descriptio (che corrisponde al genitivo plurale del calco greco * Σωρεός), rende sicura la corrispondenza e spiega il toponimo come un campo fortificato di soldati arruolati nella regione di Sora, cioè in Ciociaria. Sorano è situato pochi chilometri a nord-est di Suana, oggi Sovana, antica sede vescovile, citata da Gregorio Magno in una lettera del giugno 592, in cui riferisce ai magistri militum Mauricio e Vitaliano della possibilità che i suoi abitanti stiano trattando la resa della città al duca di Spoleto Ariulfo (31). Sovana è quindi rimasta fino al 592, e probabilmente anche oltre, in mano ai Bizantini e Sorano doveva essere la base principale delle truppe che difendevano la regione circostante, contrapponendosi ai Longobardi attestati nel massiccio dell’Amiata.

Il Gelzer e lo Honigmann avevano pensato per κάστρον Σωρεῶν alla stessa città di Sora (32). Successivamente, sulla base del ritrovamento di resti di fortificazioni bizantine nell’area della pieve di Sorano (Surianum nei documenti medioevali) e dell’assonanza del toponimo con il nome del κάστρον inserito negli elenchi della Descriptio, molti studiosi, e fra essi il Conti, hanno ritenuto che potesse corrispondere a questa località (33). Ma, se è certo che a Surianum, e in genere nell’area di Filattiera, i Bizantini erano presenti con forze verosimilmente dipendenti dall’unità militare con sede in Luni, l’identificazione di κά-στρον Σωρεών con Surianum è invece sbagliata. Surianum è infatti un prediale derivato dal gentilizio Surius, come molti altri in Italia (34).

5. Κάστρον Βενέρης.

Gelzer e Honigmann avevano ritenuto che potesse trattarsi di Portovenere, ipotesi rifiutata dal Conti, che ha proposto invece la corrispondenza con il monte Venere presso l’alto corso del torrente Tassobbio, affluente dell’Enza, con la motivazione, che condivido, che Portovenere non poteva appartenere all’eparchia dell’Annonaria (35). Il riferimento a Venere doveva essere frequente in ambito militare, come dimostrano i numerosi toponimi che lo contengono (36). Fra questi ritengo che la corrispondenza giusta sia quella con Kastel, già Castelvenere, in Istria, posto a protezione del passaggio della Dragogna a nord di Buic. Solo nel caso di Castelvenere infatti si tratta esplicitamente di un castrum, oltretutto di grande importanza strategica (Buie veniva chiamata ‘la porta dell’Istria’) e in una regione sicuramente appartenente all’Eparchia dell’Italia An-nonaria.

La Lunigiana bizantina (37)

La presenza di molti toponimi che segnalano una precoce presenza longobarda nel Tigullio, particolarmente concentrata nelle zone costiere intorno a Rapallo e a Sestri Levante, insieme alla mancanza di un κάστρον collocabile in questa zona negli elenchi della Descriptio Orbis Romani, come anche di evidenze archeologiche ricollegabili ai Bizantini, portano necessariamente a concludere che già pochi anni dopo l’ingresso dei Longobardi in Italia non esisteva una continuità di controllo bizantina nella Riviera di Levante, bensì solo il controllo delle zone attorno a Genova e a Luni, fra le quali era compreso un lungo tratto di costa occupato dai Longobardi (fig. 1).

Il limite occidentale dell’area controllata dai Bizantini attorno a Luni doveva essere l’importante itinerario, utilizzato in tutto il Medioevo, che dal porto di Levanto attraverso Brugnato e Zignago portava nell’alta Lunigiana. Nel primo tratto, fra la costa e il Vara si fronteggiavano con i Longobardi, delle cui posizioni mantiene forse il ricordo il toponimo del monte Guaitarola, mentre oltre il Vara, a monte di Brugnato, il toponimo Godano deriva probabilmente da un  *vicus gotanus e segnalerebbe quindi un insediamento goto (38), ma non abbiamo alcun elemento per affermare che nel periodo del confronto fra Bizantini e Longobardi essi facessero parte delle difese bizantine, o che al contrario si mantenessero autonomi e forse ostili. Faceva invece certamente parte delle difese bizantine una piccola fortificazione costruita nel VI secolo, i cui resti sono stati rinvenuti sul monte Castellaro, situato sopra Zignago a 945 m di altezza e non lontano dal valico che portava in Lunigiana, in una posizione che permetteva di controllare sia l’itinerario che il territorio circostante.

In Lunigiana, sono stati trovati nella piana di Sorano, presso Filattiera, i segni di una palificazione, forse una ‘chiusa’, mentre sul colle sovrastante vi era un castello: l’area controllata dai Bizantini doveva arrivare quindi fin qui. Per quanto riguarda la fortificazione di Monte Castello, situata vicino all’itinerario, certamente secondario, ma prezioso se non si poteva contare sulla Cisa e il Valoria, che da Filattiera portava in direzione di Parma attraverso il passo Aquila (39) e il Lago Santo, poteva trattarsi della sede, verosimilmente temporanea considerata l’altezza del sito, di una sculcula, cioè di un reparto di ‘esploratori (40).

Nella valle dell’Aulella, se il territorio sulla sinistra del torrente era occupato dai Longobardi, i Bizantini avevano certamente delle fortificazioni con cui impedirgli l’accesso alla costa. È invece probabile che i Bizantini abbiano occupato a lungo il territorio sulla destra dell’Aulella fino all’altezza di Fivizzano, in modo da poter utilizzare i passi del Lagastrello e del Cerreto. La cerniera di quest’area bizantina della valle dell’Aulella con l’alta Lunigiana e Luni era assicurata da un’importante struttura militare i cui resti sono stati scoperti recentemente all’interno dell’abbazia di S. Caprasio ad Aulla. Sulla costa tirrenica la zona controllata dai Bizantini non doveva superare l’Avenza, giacchè, come abbiamo visto, l’area a monte di Massa presenta già a Gronda e Guadine una toponomastica longobarda.

La Descriptio ci dice che nel 574 a difendere la zona di Luni erano assegnate due unità militari, con sedi a Luni e a Μικαυρία, per una dotazione a organico pieno di 1000 uomini, di fatto probabilmente non più di 600 operativi, che dovevano essere distribuiti anche in altre fortificazioni, fra cui Zignago, Suriano ed Aulla, accertate archeologicamente, e Portovenere.

Il passo di Pradarena: porta d’accesso dei Longobardi all’Italia centrale

L’area occupata dai Bizantini intorno a Luni ebbe, almeno nella seconda metà del VI secolo, un posto importante nella loro strategia tendente a sbarrare il passaggio dalla pianura padana all’Italia peninsulare. La chiusura dell’Appennino fu uno dei principali risultati ottenuti da Baduario e dovette essere mantenuta per tutto il periodo dei duchi e per i primi cinque anni del regno di Autari, quindi dal 574 al 588 (41). In questo periodo le forze stanziate nell’area di Luni potevano comunicare attraverso i passi del Lagastrello e del Cerreto col κάστρον Βισι-μάντω dell’Eparchia dell’Italia Annonaria, situato sulla Pietra di Bismantova, presso Castelnovo ne’ Monti, che ospitava un corpo militare e costituiva la posizione più avanzata dell’Appennino bizantino (42). È da ritenere che Bismantova, da cui i Bizantini si ritirarono attestandosi nella posizione di Verabulum (43), sia stata occupata ed eretta in gastaldato da Agilulfo, quando nel 593, dopo aver ripreso ai duchi ribelli Piacenza e Parma, scese in Italia centrale per contrastare l’offensiva dell’esarca Romano (44). A partire dal 593 i Longobardi poterono così disporre stabilmente per comunicare con Lucca e la Toscana dell’itinerario che, provenendo da Parma, passava per il passo di Pradarena e scendeva in Garfagnana. Una conferma dell’uti-lizzazione del passo di Pradarena in questo periodo ci è fornita da Jonas, che nel capitolo dedicato alla vita dell’abate Bertulfo menziona Bismantova come una tappa del viaggio da lui compiuto nel 628 d.C. per tornare da Roma a Bobbio passando per la Toscana (45). Oggi, sulla base dello studio dei toponimi longobardi e di una migliore considerazione delle difficoltà dei due percorsi (fig. 2), ritengo che anche per la prima entrata in Toscana nel 570 i Longobardi abbiano utilizzato il passo di Pradarena, mentre ancora in PETRACCO 2011 pensavo che fossero scesi in Lunigiana attraverso la Cisa, per poi raggiungere Lucca attraverso la valle dell’Aulella e la Garfagnana. Il terri-torio occupato dai Bizantini attorno a Luni dovette quindi ri-manere sostanzialmente invariato per tutto il periodo fra il 570 e la caduta della città.

La conquista longobarda della Lunigiana

La situazione strategica che ho illustrato nel paragrafo precedente cambiò con la conquista longobarda di Luni. A seguito di essa cessò la funzione svolta fino a quel momento dal passo di Pradarena e, permanendo tuttavia l’occupazione bizantina del settore orientale dell’Appennino tosco-emiliano, quello che passava per la Lunigiana divenne per i Longobardi l’itinerario principale, al riparo da eventuali iniziative bizantine, per accedere all’Italia centrale e in direzione di Roma. Ma quando e da chi fu conquistata Luni? Secondo quanto riportano le Chronicae dello Pseudo-Fredegario, Luni fu conquistata da Rotari: “Chrotarius cum exercitu Genavam maritimam, Albin-gaunum, Varicottim, Saonam, Ubitergium et Lunam civitates littoris maris de imperio auferens, vastat... ” (47). Le Chronicae non ci dicono esplicitamente in quale anno ciò sia avvenuto, ma, sulla base del contesto in cui la notizia è inserita, ritengo che possa ossa trattarsi del 642 (48). È però molto probabile che Rotari si sia limitato a conquistare Genova e la Riviera di Ponente e che la conquista di Luni, così come quella di Oderzo, sia avvenuta solo un quarto di secolo più tardi ad opera di Grimoaldo. A favore dell’ipotesi della conquista da parte di Grimoaldo sta soprattutto il ritrovamento negli scavi di Luni di numerose monete di Costante II, anche dell’ultimo periodo del suo regno, dopo le quali si interrompe bruscamente la sequenza della monetazione bizantina (50). D’altronde è certo che il testo principale delle Chronicae, che termina col 644, ha subito delle interpolazioni durante la seconda metà del VII secolo e una di esse può essere stata quella che ha inserito le conquiste di Oderzo, che non è una città costiera, e Luni fra quelle fatte da Rotari (52).

Moderanno e Leodegar a Berceto e in Lunigiana .

La prima notizia che abbiamo della Lunigiana longobarda sotto i re cattolici dell’VIII secolo è quella della fondazione del monastero di Berceto, che ci viene da una fonte quasi con-temporanea, cioè Paolo Diacono, che ci riferisce che Liutprando, che fu re dei Longobardi dal 712 al 744, … in summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedi-ficavit... (53). Si tratta di una citazione molto stringata, però il fatto stesso che proprio quella di Berceto venga citata fra le molte fondazioni di monasteri di diritto regio promosse dai re longobardi nell’VIII secolo è certamente spia dell’importanza che il monastero aveva in quel tempo. Il nome di Moderanno, come quello di colui che, se non fondò il monastero di Berceto, certamente lo portò all’importanza che assunse nella prima metà dell’VIII secolo, ci viene dalla Historia Remensis Ecclesiae, opera di carattere agiografico scritta intorno al 950 da Flodoardo, canonico e archivista della cattedrale di Reims. Moderanno era vescovo di Autun, e non di Rennes come asserisce Flodoardo, e rimase in Francia almeno fino al 719 (55). Nel 719 si concluse la guerra fra i regni franchi con la vittoria di Carlo Martello, che li riunificò come ‘maggiordomo’ di Austrasia, Neustria e Burgundia, mentre Chilperico II, che pure aveva combattuto contro di lui, venne riconfermato re dei Franchi fino alla sua morte nel 721, ma senza alcun potere. Il 719 è un anno importante anche perché in quell’anno gli Arabi, che avevano completato la conquista del regno visigoto di Spagna, entrarono per la prima volta in Francia. Se dobbiamo credere a Flodoardo quando afferma che Moderanno parti per l’Italia durante il regno di Chilperico II, allora il pellegrinaggio si svolse nel 720, ma ad autorizzarlo, e verosimilmente a promuoverlo, fu certamente Carlo Martello. Moderanno dovette avere un ruolo significativo nella preparazione dell’amicitia, cioè dell’alleanza, tra Franchi e Longobardi, poi formalizzata nel 730. Quest’amicitia, che fu mantenuta durante tutto il regno di Liutprando e quello successivo di Rachis, ebbe il suo momento culminante nel 737, quando Pipino, figlio di Carlo Martello, venne inviato dal padre a Pavia da Liutprando che lo adottò come figlio. Negli anni immediatamente successivi Liutprando intervenne in Provenza contro gli Arabi che l’avevano invasa, mentre da parte sua Carlo Martello non accolse la richiesta di Papa Gregorio III di aiutarlo contro Liutprando che lo minacciava.

L’importanza dell’insediamento a Berceto di un’abbazia guidata da ecclesiastici di origine franca, nell’ambito dell’amicitia fra Liutprando e Carlo Martello, è confermata dal cosiddetto ‘Epitaffio di Leodegar’, ritrovato e conservato a Filattiera, in Lunigiana. Questa epigrafe funeraria, arrivata a noi mutila della prima parte del testo e largamente illeggibile sul lato sinistro, è stata oggetto all’inizio del secolo scorso di un importante studio epigrafico e storico di Ubaldo Mazzini, a cui è seguito un ampio dibattito storiografico, e recentemente di una rilettura da parte di Ottavio Banti, che ha potuto avvalersi delle tecniche più moderne (56).

L’epigrafe parla di un importante personaggio che operò negli ultimi dieci anni della sua vita in Lunigiana e: a) distrusse gli idoli dei pagani, b) riportò alla fede chi se ne era allontanato(57) c) distribuì viveri ai poveri e sfamò i pellegrini, d) consegnò ogni anno le decime (58)s, e) edificò l’ospizio di San Benedetto e la chiesa di San Martino (59) Mori durante il regno di Astolfo, probabilmente nel 753, a un’età di circa 50 anni (60).

Il dibattito fra gli studiosi si è incentrato sul nome di questo personaggio, che si trovava certamente nelle prime righe dell’epigrafe andate perdute, se cioè si chiamasse effettivamente Leodegar, e ancor di più sul suo ruolo, se cioè fosse stato un ecclesiastico, oppure un potente e ricco proprietario terriero (61).  In particolare il Mazzini, che riteneva che si trattasse di un vescovo di Luni di nome Leodegar che aveva stabilito la sua sede a Fi-lattiera/Sorano invece che nella città di cui era titolare, basava la sua opinione su tre ementi:

a. l’inserimento in due elenchi, per la verità assai recenti, di vescovi di Luni di un Leodegar (o Lentecarius), che avrebbe retto la diocesi nella prima metà dell’VIII secolo;

b. un praeceptum del 751 redatto in Ravenna, in cui il re Astolfo conferma al monastero di Farfa e al suo abate Fulcoaldo il contenuto di quattro diplomi del duca Lupone di Spoleto, che gli erano stati presentati “…per beatissimum virum Leodegarium episcopum, missum suprascripti monasterii...” (62);

c. l’aver scoperto in una lastra fotografica, eseguita durante i lavori di restauro della chiesa dove era conservata l’epigrafe, l’immagine di pezzi di intonaco recanti graffite in diversi punti, e quindi verosimilmente in diversi tempi, gruppi di lettere, in alcuni casi formanti quasi l’intera parola, riconducibili a LEO-DEGAR o a LEUDGARD e a episcopo (63).

L’insieme di questi elementi mi porta a condividere l’opinione del Mazzini, che il personaggio dell’epigrafe di Filattiera si chiamasse Leodegar e avesse la dignità di vescovo, ma non sono per nulla convinto che sia stato vescovo di Luni: la tradizione che pone Leodegar fra i vescovi di Luni può infatti essere nata proprio dalla lettura dell’epigrafe e della scritta graffita che l’accompagnava. È invece praticamente certo che il Leodegar dell’epigrafe sia lo stesso del praeceptum del 751: lo dimostrano la coincidenza temporale con il decennio di permanenza in Lunigiana e il fatto che il nome Leodegar non ha attestazioni nell’onomastica longobarda, ma rivela invece un’origine franca, assai probabilmente dalla stessa città di Autun di cui era stato vescovo Moderanno. Fra il 660 e il 676 fu infatti vescovo di Autun un altro Leodegar, poi martirizzato nel 678 a opera di Ebroin, maggiordomo di Neustria, dopo due anni di prigionia e orribili torture. Al martirio segui immediatamente la nascita, soprattutto nelle terre di Borgogna ed Austrasia, di un culto popolare, poi ratificato dalla canonizzazione, per cui oggi un gran numero di chiese in Francia sono intitolate a Saint Léger. È facile quindi che a un bimbo nato ad Autun nel 703, a venticinque anni dal martirio del santo vescovo della città, sia stato dato il nome di Leodegar. Lo stesso aveva 16 anni nel 719, quando Moderanno era certamente ancora vescovo di Autun, e può quindi averlo conosciuto ed essere stato con lui in una relazione da allievo a maestro.

Su queste basi la mia ipotesi è che Leodegar avesse intrapreso già in Francia la carriera ecclesiastica, diventando là vescovo, e abbia poi seguito, forse su sua chiamata, la stessa strada di Moderanno, venendo incaricato di operare in Lunigiana con l’obiettivo di completarne la cristianizzazione, attrezzare il percorso dei pellegrini diretti a Roma e amministrare le terre che il monastero di Berceto vi possedeva (64). Il prestigio di cui Moderanno godeva presso la corte longobarda, così come nell’ambiente monastico, dovette trasferirsi, almeno in parte, a Leodegar, ciò che spiegherebbe anche il suo intervento presso Astolfo come ‘ambasciatore’ del monastero di Farfa, sito in Sabina, nel territorio del ducato di Spoleto, in una zona quindi ben lontana dalla Lunigiana e da Berceto.

La decadenza del monastero di Berceto, sfociata nell’assoggettamento al vescovo di Parma, sancito dal decreto di Carlomanno dell’879, dovette iniziare subito dopo la morte di Leodegar. Alla morte di Astolfo, nel 756, gli successe infatti sul trono longobardo Desiderio, che era duca di Brescia e fondò due monasteri dedicati entrambi al Salvatore, uno femminile, ubicato nella stessa città di Brescia, nel 753, ancor prima di salire al trono, e uno maschile un po’ più a sud, a Leno, nel 758, dove furono chiamati dei monaci da Montecassino. Desiderio e il figlio Adelchi, associato al trono nel 759, operarono durante tutto il corso del loro regno per dotare i due monasteri di ampie proprietà ed accrescerne l’importanza. Tra i beni che un praeceptum del 772 di Adelchi conferma al monastero del Salvatore, troviamo anche quanto posseduto …in finibus Sorianense in loco que dicitur Monte Longo…, cioè verosimilmente lo xenodochio fatto edificare da Leodegar meno di trent’anni prima (65).

Il nome e le origini di Pontremoli

La più antica menzione di Pontremoli la troviamo nell’Itinerario di Sigerico del 990, in cui costituisce la XXXI stazione a partire da Roma della via Francigena, nella forma Puntremel, singolarmente identica alla odierna pronuncia dialettale Puntrémel. Nel 1014 leggiamo nel diploma di Enrico II per l’abbazia di S. Benedetto di Leno:… Senodochio Sancti Benedicti in monte Longo con duas partes de stratam de Ponte Tremulo… Due secoli dopo, nel 1191, quando ormai Pontremoli era divenuto un centro importante, il re di Francia Filippo Augusto, ritornando dalla terza crociata, passa per… Punt-Tremble et Munt-Bardum… Le tre forme, la prima riflettente la pronuncia volgare, la seconda in latino, l’ultima in francese, rimandano ad un originario *pons tremulus o *ad pontem tremulum (in francese si ha il passaggio da tremulare, tremulus a trembler, tremble). La traduzione’ presente nel testo del 1191 implica che ancora in quel tempo il significato dell’espressione fosse evidente, così nella forma volgare come nella forma francese.

Ritengo che ‘pons tremulus’ non possa essere tradotto letteralmente ‘ponte tremolante’ o, ben più arbitrariamente, ‘ponte malsicuro’, ma costituisse un termine tecnico col significato di ‘ponte sospeso, in opposizione ai ponti, fossero essi di legno o di pietra, fondati su piloni e archi( 66). Naturalmente nel Medioevo i ponti sospesi non potevano essere molto lunghi e quindi venivano costruiti solo laddove il letto del corso d’acqua era più stretto e incassato fra due rive abbastanza alte. Queste caratteristiche, insieme alla struttura stessa della città di Pon-tremoli, non lasciano dubbi sul fatto che il pons tremulus fosse collocato all’incirca nel luogo del ponte che ancor oggi collega i due settori del centro storico, sulla destra e sulla sinistra del Magra. Resta da capire quando si sia fissato il toponimo e quando si sia cominciato a sviluppare il centro abitato. Il  consolidamento dell’itinerario di Monte Bardone, che portava da Parma a Luni attraverso Fornovo e la Cisa, dovette avvenire a partire dagli ultimi decenni del VII secolo, dopo la conquista longobarda di Luni, o comunque nella prima metà dell’VIII, periodo questo a cui risale la fondazione dell’Abbazia di Berceto e dello xenodochio di S.Benedetto a Montelungo. Un toponimo *pons tremulus o *ad pontem tremulum deve quindi essersi fissato al più tardi nella prima metà dell’VIII secolo ad indicare un punto significativo dell’itinerario. Tuttavia nell’VIII secolo il centro più importante dell’alta valle del Magra era pur sempre Suriano, citato nel 754 dal diploma di Quierzy, con cui Carlo Magno, insieme a suo padre Pipino, si impegnava a concedere alla Santa Sede il territorio a sud di una linea che andava…a Lunis, cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in Monte Bardone, id est in Verceto (oggi Berceto), deinde in Parma, deinde in Regio, et exinde in Mantua atque Monte Silicis (oggi Monselice) (67).

Nell’itinerario di Sigerico, della fine del X secolo, si fa invece tappa a Pontremoli, mentre Suriano non è citata. Il centro urbano di Pontremoli deve quindi aver cominciato a formarsi nel corso del IX e X secolo, come conseguenza dell’incastellamento di un luogo naturalmente forte e strategico, per il convergere in esso, oltre che dell’itinerario di Monte Bardone, anche di quello proveniente dall’alta val Taro attraverso il Brattello.

Giorgio Petracco, La Lunigiana altomedievale dal confronto  fra Bizantini e Longobardi alla via Francigena, Istituto Internazionale di Studi Liguri

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Riassunto

Lo studio parte dalla ricostruzione dei territori occupati da Bizantini e Longobardi in Lunigiana nel VI secolo. A tal fine vengono utilizzati i dati forniti da una nuova interpretazione della Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio, dall’archeologia e dalla toponomastica. Il risultato più importante è l’evidenza che un Tigullio longobardo separava l’area intorno a Luni dal resto della Liguria rimasta ai Bizantini. Si passa poi a illustrare l’ipotesi, basata sia sui ritrovamenti numismatici che sull’analisi dei testi di Fredegario e di Paolo Diacono, che Luni non sia stata conquistata da Rotari nel 642 d.C., bensi solo intorno al 668 da Grimoaldo. L’ultima parte della relazione è dedicata all’arrivo dalla Francia di Moderanno e Leodegar e al loro operato a Berceto e in Lunigiana nella prima metà dell’VIII secolo, quando, nell’ambito dell’alleanza fra Liutprando e Carlo Martello, viene attrezzato il tratto lunigianese della via Francigena creando i presupposti per il sorgere fra il IX e il X secolo del nucleo abitato di Pontremoli.

Parole chiave: Bizantini – Longobardi – Lunigiana

Abstract

The study starts from the reconstruction of the areas occupied by Byzantines and Longobards in Lunigiana in the 6th century with data taken from a new interpre-tation of Giorgio Ciprio’s Descriptio Orbis Romani, from archaeology, and from to-ponymy.

The most important result is the evidence that a Longobardic Tigullio divided the area around Luni from the rest of Byzantine Liguria. Then, there is the illustration of the hypothesis, based both on numismatic findings and on the analysis of the written works of Fredegario and of Paolo the Deacon, that Luni was not conquered by Rothari in 642 AD, but around 668 AD by Grimoald.

The last section of the work is dedicated to the arrival from France of Moderanno and Leodegar, and to their work in Berceto and in Lunigiana during the first half of 8th century, when, in the context of the alliance between Liutprand and Charles Martel, the Lunigiana section of the via Francigena was enhanced, setting the conditions for the birth, between 9th and 10th century, of the settlement of Pontremoli.

Keywords: Byzantines-Longobards – Lunigiana

  1. Si è anche ipotizzato che l’occupazione dell’Italia settentrionale e centrale sia proceduta lentamente e che i ducati di Spoleto e soprattutto di Benevento non siano stati fondati da Longobardi scesi in Italia con Alboino, bensì da contingenti che avevano combattuto con Narsete ed erano stati poi stanziati in quei luoghi. Si tratta però solo di congetture, che non si basano su nessun elemento concreto e sono contraddette sia da Procopio (De Bello Gothico, lib. IV, par. 33), che riferisce che i Longobardi erano poi stati rimandati da Narsete nei loro territori, che da Paolo Diacono (Historia Langobardorum, lib. II. par. 26), secondo cui già Alboino “invasit omnia usque ad Tusciam. praeter Romam et Ravennam vel aliqua castra quae erant in maris litore constituta”.
  2. La loro presenza in Oriente è segnalata per lo stesso anno 575 da due fonti coeve e fra loro indipendenti: il Chronicon di Giovanni di Biclaro e la Storia ecclesiastica di Gio-vanni da Efeso.
  3. Di Baduario, genero di Giustino II, sappiamo da Giovanni di Biclaro che nel 576 subì una sconfitta in Italia da parte dei Longobardi e poco dopo vi morì. Il Biclarense non ci dice però da quanto fosse in Italia. Ritengo che vi sia stato mandato nel 573. dopo che, come ci riferisce Teofane, nell’autunno del 572 ebbe un forte dissidio con l’imperatore, seguito da una riappacificazione.
  4. Historia Langobardorum, lib. II, par. 26.
  5. La fara longobarda era un gruppo di famiglie, unite da legami di parentela o solida-rietà, che si spostavano (cfr. il tedesco fahren ‘viaggiare’), combattevano e si stanziavano insieme. Solo in una parte dell’Italia centrale, e segnatamente in Abruzzo dove si trova infatti la maggiore concentrazione del toponimo, ha assunto successivamente il significato di ‘possedimento terriero’ (MLLM, p. 410).
  6. In origine hariman, uomo libero con il diritto/dovere di portare le armi, era di fatto un sinonimo di longobardo. Già nella prima metà dell’VIII secolo, ancora durante il regno longobardo, nelle pergamene di Varsi è sostituito, con lo stesso significato, dal termine latino exercitalis, e fra gli exercitales compaiono persone di origine romana. In altri contesti i termini arimanno e arimannia sopravvivono a lungo ad indicare persone e zone caratterizzate da un particolare status di diritti e doveri.
  7. ARCAMONE 1984, pp. 7-11.
  8. PETRACCO SICARDI 1974, pp. 293-311.
  9. Come il Garlenda che troviamo in alta Val Tanaro e i due Garlanda, posti l’uno nel territorio di Fara Novarese, l’altro sulla destra della Toce, nel punto in cui si getta nel Lago Maggiore.
  10. Cfr. Gregorii Epistular, II, 28, in cui il Papa chiedeva ai comandanti militari bi-zantini di inviare delle sculear per controllare i preparativi militari del duca di Spoleto.
  11. MLLM, 1118-1119 e GMIL s.v. Wactae.
  12. Pescino è attestato già nel XII secolo come uno dei ‘quartieri’ della pieve di Rapallo e la sua chiesa era intitolata a S. Margherita. Alla luce della nuova interpretazione andrà corretta la relativa voce in DT 1990, p. 701.
  13. Lo stesso nome del comune di Farini (dial. i faràn) tramanda l’esistenza di una fara, di cui facevano parte insieme ai Longobardi anche gruppi di Bulgari e Sarmati, la cui presenza è ricordata dai toponimi Borgheri e Sarmasasco. A monte di Centanaro troviamo Codegazzi (*caput de gahagis) e a nord-ovest di Ferriere Grondone. Più su nella valle abbiamo Gambaro (da gamahalos) e non lontano, sul versante dell’Aveto, Cattaragna e Gatera. Vicino al passo dello Zovallo il monte Armano indica che li cominciava il territorio degli hariman, cioè della fara.
  14. A testimoniare la sua sussistenza nell’VIII secolo vi è infatti l’editto del 747 del re Rachis, che intervenne per risolvere una disputa confinaria con la dipendenza bobbiese di Torrio (Cod. dipl. Bobbio, vol. 1, doc. 24, pp. 124-127).
  15. Probabilmente coincidente con l’attuale Rocca Prebalza, la cui più antica attestazione Rocca Prebante, cioè davanti a Bante, in cui la duplicazione del riferimento alla grande roccia che caratterizza quel borgo dimostra che già nel Medioevo il significato di bante non era più compreso.
  16. Per cui Cfr.. PETRACCO-PETRACCO SICARDI-MUSSI 2011, pp. 99-109.
  17. Nonostante i Longobardi si fossero saldamente attestati proprio in quella zona, non è detto che il nome del torrente Bardine, e dell’omonimo centro abitato, faccia riferimento alla loro presenza. La pronuncia dialettale bárd’ne lascia infatti aperta la possibilità che la derivazione sia invece dal fitonimo bárdana / bárdina ‘erba lappola (cfr. DT 1990 alla voce Bardineto).
  18. GELZER 1890.
  19. 1 HONIGMANN 1939.
  20. 20 CONTI 1975.
  21. Cfr. PETRACCO 2011, contributo che ritengo ancora pienamente valido, ad eccezione dell’ultimo capitolo “Bizantini e Longobardi in Lunigiana’, che invece è superato. Ho in programma di pubblicare entro il 2017 l’intera analisi delle eparchie italiane della Descriptio.
  22. È stato possibile individuare cinque corrispondenze sicure con toponimi ancora oggi esistenti: il numero delle corrispondenze verificate è tale da non lasciare dubbi su questa ipotesi interpretativa.
  23. FORMENTINI 1936, pp. 167-175, che propone un’etimologia da “mica aurea pepita d’oro’, supponendo l’esistenza in loco di un’antica miniera d’oro. Il Conti (CONTI 1975, pp. 29-30), pur conoscendo l’ipotesi del Formentini, aveva immaginato che potesse trattarsi invece del Mugello, che però è già Mουκέλλη in Procopio.
  24. Historia Longobardorum, lib. V, par. 6
  25. GELZER 1890, pp. 86/87. Non si può però accettare la sua sua ipotesi ricostruttiva del testo della Description tendente ad includervi anche la citazione di Brindisi
  26. CONTI 1975, pp. 38-40.
  27. LA REGINA 1988, pp. 59-64.
  28. Cfr. le rispettive voci in DT 1990.
  29. CONTI 1975, pp. 46-48.
  30. KURZE-CITTER 1995, p. 179, nota 154, dove il Citter ricorda che già lo Schneider aveva sostenuto che Sorano doveva essere stato un castrum a difesa di Sovana.
  31. Gregorii Epistulae, II, 28.
  32. GELZER 1890, p. 89; HONIGMANN 1939, p. 51.
  33. CONTI 1975, pp. 48-49.
  34. Fra cui Soriano Calabro, citato a partire dal 1097 in fonti bizantine in modo totalmente diverso dalla forma della Descriptio: από του Σουρυιανου ……. βεσκομητος Σουριάνον (cos) in DT 1990, p. 745).
  35. GELZER 1890, p. 99; HONIGMANN 1939, p. 54; CONTI 1975, p. 114.
  36.  E’ quindi è molto probabile che Portovenere, citato in due lettere di Gregorio Magno del 594 (Epistulae, V, 17 e 18), fosse un porto militare.
  37. Nel definire i confini e la struttura del territorio controllato dai Bizantini attorno a Luni non ho preso in considerazione i toponimi che secondo alcuni costituiscono una spia della loro presenza. Nessuno di loro infatti è sicuro. In particolare la lunga costa sopra Varese Ligure (in dialetto u munte), riportata in alcune cartografie e documenti del XVI secolo come Costa dei Greci, in altri documenti coevi è chiamata Monte  Grezzo o monte di Grezzi e in una vendita del 1226 monte Grezoli. La forma più antica suggerisce la derivazione da un ablativo plurale *gresolis con valore locativo e un’etimologia dal latino medioevale gresum ‘colle ricco di selci’.
  38. L’ipotesi di mia madre (PETRACCO SICARDI 1979, p. 17) che la presenza dei Goti spieghi anche gli idronimi Gotra (attestato nel VII secolo dai giudicati di Adaloaldo e Pertarito come rivo Gautera) e Gottero, nonché l’omonimo monte, da cui i due rivi di-scendono per confluire rispettivamente nel Taro e nella Vara, da me condivisa fino a tempi recenti, mi convince oggi meno, essendo possibile un’etimologia alternativa dalla voce prelatina gauta, fianco e quindi anche ‘fianco di monte.
  39. Il nome del passo, derivato dall’utilizzazione di un particolare segno da parte dei gromatici, testimonia che già in periodo imperiale vi transitava un itinerario di qualche importanza. Cfr. PETRACCO – PETRACCO SICARDI 2010, p. 361, che riporta un brano di Latinus vir perfectus togatus: “Terminus, si caput de aquila factus habuerit, montem transcisum transit”.
  40. Per i risultati delle indagini archeologiche a Monte Castello e nell’area di Sorano cfr. Filattiera-Sorano 2010. In particolare nel sito di Monte Castello (pp. 212-226) la datazione radiocarbonica dei residui di combustione del focolare all’interno del ‘grande edificio’, probabilmente una caserma, copre un arco di tempo molto ampio, compatibile con il periodo fra il 573 e il 601, in cui l’atteggiamento dei Bizantini, perlomeno in Emilia occidentale, fu prevalentemente offensivo, ma anche con l’ultimo scorcio della guerra greco-gotica, in cui i loro sforzi furono indirizzati ad assicurarsi il controllo dell’Appennino.
  41. In questi anni non mancarono le iniziative offensive dei Longobardi, sia al nord che al centro e al sud, ma nessun esercito regio passò gli Appennini, mentre è databile al 589 una spedizione di Autari, che, passando pet Spoleto e Benevento, arrivò fino allo stretto di Messina. La notizia di questa offensiva, riferita con prudenza da Paolo Diacono (Historia Langobardorum, lib. III, par. 32), è confermata indirettamente da due lettere di Gregorio Magno del marzo 591 (Epistulae, 1. 38 e 39), in cui il Pontefice dà disposizioni inerenti il vescovo di Taureana, città poco a nord di Reggio, e i monaci della sua diocesi, che sono fuggiti nella diocesi di Messina “occasione dispersos bar-barica”.
  42. Nel 574 le altre sedi di forze bizantine nell’Appennino erano: 1) κάστρον Τουλέρικον, corrispondente a Castellarano, in provincia di Reggio Emilia; 2) κάστρον Τερεντίνων, oggi Trentino, frazione di Sestola, nel Frignano; 3) κάστρον Σαμουργία, corrispondente a Monteveglio, sopra lo sbocco del Samoggia nella pianura; 4) κά-στρον Βρίντου, oggi Brento, nell’appennino bolognese (cfr. PETRACCO 2011, pp. 169-176 e la carta a p. 179).
  43. Verabulum, che sarà conquistata dai Longobardi solo sotto Liutprando all’inizio dell’VIII secolo (cfr. Le Liber Pontificalis, p. 405), è da identificare in S. Vitale di Carpineti, la cui pieve nel X secolo è detta ‘de Verabulo (cfr. TORELLI 1921. p. 181). Nel caso di Verabulum, toponimo molto antico, che unisce la radice celtica *uer– ‘sopra al suffisso latino-bulus, l’ipotesi avanzata da alcuni dell’esistenza di un luogo omonimo è quanto mai improbabile. Sulla questione, molto dibattuta, cfr. DALL’AGO 1998, pp.85-88 e in particolare le note 179, 180 с 187.
  44.  “E questa l’ipotesi, che condivido, proposta in DALL’AGLIO 1998, p. 87, basata su due documenti del IX secolo, in cui le due curtes di Malliaco e Felinas sono dette essere in comitatu Parmense in gastaldato Bismantine” (cfr. TORELLI 1921, p. 37. n. XIII e p. 61, n. XXII),
  45. Jonae Vita Columbani, p. 283
  46. Quello che passa per il Pradarena, nonostante l’altezza del passo, che poteva provocare delle difficoltà in periodi di forte innevamento, è in effetti l’itinerario più corto per arrivare da Parma a Lucca. Ritengo anzi che possa trattarsi della Perma – Laca del Itinerarium Antonini, lunga cento miglia romane, come proposto in ANDREOTTI 1928. pp. 242-243, giacché i 180 km, pari a 121 miglia, che misurerebbe tenendo conto degli attuali percorsi carrozzabili, si riducono molto se si considerano nella parte appenninica i percorsi pedonali.
  47. Chronicae, par. LXXI.
  48. Infatti nel testo delle Chronicae, la notizia della conquista della costa ligure viene subito dopo quella della ambasceria di Aubedo, mandato dal re franco Clodoveo II (salito al trono nel 640), che convinse Rotari a porre fine al confinamento all’interno del Palazzo di Pavia della sua sposa Gundeberga (durato cinque anni, dal 636 al 641), che era fonte di inimicizia fra Franchi e Longobardi (Chronicae, par. LXX-LXXI). II 641 fu anche l’anno della morte dell’imperatore Eraclio e di una grave crisi dell’Esarcato. L’anno successivo Rotari potè dunque iniziare le ostilità senza timore di essere attaccato alle spalle dai Franchi.
  49. Che avrebbe comunque richiesto una distinta azione militare, perché Luni era staccata dal resto della Liguria bizantina.
  50. Cfr. PERASSI 2011, pp. 294-316.
  51. In particolare il par. LXXXI, che tratta delle vicende dell’impero bizantino, e il par. LXXXII, che tratta del regno dei Visigoti di Spagna.
  52. E infatti Paolo Diacono, che segue il testo delle Chronicae nell’elencare le conquiste di Rotari, è poi costretto, avendone notizia diretta, a riferire di una seconda conquista di Oderzo fatta da Grimoaldo, e, parlando della distruzione di Forlimpopoli, presa con un assalto di sorpresa provenendo dalla Toscana, dice che Grimoaldo era entrato in Toscana”…per Alpem Bardenis…”. Fu forse questa l’occasione della conquista di Luni (cfr. Historia Langobardorum, lib. IV, par. 45 e lib. V. par. 27 e 28).
  53. Historia Langobardorum, libro VI. par. 58.
  54. Per un’analisi critica dell’opera di Flodoardo e della documentazione medioevale sul monastero di Berceto cfr. CANETTI 2001, pp. 65-100.
  55. E’ merito di Sergio Mussi la scoperta della presenza di Moderanno ad Autun nel 719 come vescovo della città, basata sul testamento di Widerado, abate di Flavigny: PETRACCO – PETRACCO SICARDI-MUSSI 2013, pp. 172-175.
  56. MAZZINI 1919, pp. 161-173; BANTI 2009, pp. 815-832.
  57. Gli idoli dei pagani erano quasi certamente le statue stele trovate spezzate durante i restauri della pieve di Sorano: si tratta quindi di un culto preesistente ai Romani e rimasto vivo fino ad allora. ‘Coloro che si erano allontanati dalla fede’ erano invece probabilmente dei Longobardi rimasti fino ad allora ariani, nonostante la conversione al cattolicesimo della monarchia.
  58. Per quanto riguarda le decime mi sembra valida la ricostruzione del testo fatta dal Banti (“…debitas decimas per singulos reddidit annos…), che esclude che il personaggio dell’epitaffio sia un vescovo diocesano, ma non un ‘vescovo missionario’ o l’amministratore dei beni di un monastero, come dimostra la disputa sulle decime sorta nel 1060 proprio fra il vescovo di Luni e l’abbazia di Leno e decisa dal papa Niccolò II a favore del monastero, anche se il vescovo avrebbe potuto mostrare diritti più antichi”.
  59. Sull’identificazione del dachium patris almifici con lo xenodochio di San Benedetto in Montelungo tutti concordano. Lo xenodochio, citato come tappa della via Francigena nell’itinerario di Sigerico (990), risulta far parte del patrimonio del monastero femminile di San Salvatore di Brescia già da un atto del 772, confermato da altri tre atti del IX secolo, mentre nel 1014 un diploma di Enrico II lo indica come appartenente all’abbazia di Leno (cfr. SALVATORI 2001, pp. 189-222). L’identificazione della chiesa di San Martino è invece assai incerta e dibattuta.
  60. E’ merito del Banti aver ridotto drasticamente, proponendo di ricostruire con “in pace” il testo mancante alla fine della tredicesima riga dell’epitaffio, gli 84 anni che il Mazzini attribuiva al momento della morte al personaggio che vi è ricordato, riportandoli a 46, età assai più compatibile con l’energia espressa nella sua azione in Lunigiana. Per parte mia ritengo che anche la ricostruzione ‘bis duo de’, proposta dal Mazzini per l’inizio della dodicesima riga e accettata dal Banti, dovrebbe essere sostituita con una forma verbale, per cui propongo ‘repetiit. Il testo sarebbe allora: “…repetiit decies olimpiadas addedit unum et alterum lustrum quibus hie vixit in pace...”, e in questo caso l’età alla morte sarebbe leggermente più alta, cioè di 50 anni. Quanto all’anno della morte non mi allontano molto dall’ipotesi del Mazzini, proponendo il 753, in quanto anno centrale del periodo 752-754, che corrisponde al quarto e quinto anno di Astolfo.
  61. Si sono pronunciati per un ecclesiastico, oltre al Mazzini, anche il Bognetti (BOGNETTI 1966, vol. II, pp. 16 e sg.) e il Conti (CONTI 1978, pp. 237-242), che però a differenza del Mazzini non ritengono che sia stato un vescovo di Luni, bensì un corepiscopo missionario. Si sono invece orientati verso l’ipotesi di un laico il Banti e prima di lui il Formentini (FORMENTINI 1929).
  62. Cfr. Cad. Dipl. Long, vol. III/1, pp. 111-115, dove è riportato integralmente il praeceptum di Astolfo, che il Mazzini conosceva solo attraverso la mediazione del Ma-billon.
  63. Oggi, oltre ai pezzi di intonaco recanti i graffiti, anche la lastra fotografica è perduta, ma credo che non si debba dubitare della buona fede del Mazzini, che in questo stesso studio da prova di grande serietà scientifica.
  64. E’ verosimile che una buona parte, o forse la maggior parte, delle terre assegnate da Liutprando al monastero di Berceto si trovasse nell’alta Lunigiana ed è molto probabile che queste terre, o parte di esse, siano state poi riassegnate da Desiderio ai monasteri da lui fondati.
  65. Cod. dipl. Long., vol. III/1, pp. 251-260, in particolare p. 255, righe 13-14.
  66. Per altri esempi di pons tremulus cft. PETRACCO 2012, pp. 291-294.
  67. Le liber Pontificalis, vol. I.pag. 498

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia e rappresenta la Corona ferrea utilizzata per incoronare il Rex Italiae, è conservata nel Duomo di Monza

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