L’ALTA VAL DI MAGRA TRA TARDOANTICO E ALTOMEDIOEVO

di Giampietro Rigosa

Premessa

Le antiche popolazioni dell’alta val di Magra, nonostante la prossimità geografica con Luni e l’inquadramento nell’ambito dell’organizzazione amministrativa romana, rimasero, nella sostanza, confinate all’orizzonte protostorico almeno sino alla dissoluzione dell’impero. A prescindere dalla consistenza numerica di queste popolazioni, che non ci è dato di conoscere esattamente ma che non dovette essere particolarmente rilevante, il territorio ebbe, sino al V secolo, un ruolo marginale nell’ambito del mondo romano (1). Le prime notizie attestanti un certo protagonismo dell’alta val di Magra rispetto alla dinamica degli avvenimenti più generali risalgono infatti al VII – VIII secolo d. C. e si riferiscono ad avvenimenti compresi tra il V ed il VII secolo. Gli sconvolgimenti conseguenti al progressivo indebolimento dell’impero e alla sua dissoluzione a seguito delle invasioni barbariche nonché agli abortiti tentativi di ripristinare l’unità territoriale e politica che erano stati dell’Impero, dovettero creare le condizioni grazie alle quali questo territorio, che per il suo decentramento rispetto alle città e alle grandi vie di comunicazione, era rimasto estraneo alla dinamica degli avvenimenti dell’età antica, salisse ora alla ribalta. La crisi provocata dal venir meno delle strutture dell’autorità centrale –  dovuta dapprima alla scomparsa dell’Impero nella sua interpretazione diocleziana, quindi al fallimento del tentativo di età ostrogota, alle conseguenze delle conquiste di Giustiniano e, infine, all’invasione longobarda – agevolò la nascita di nuove dinamiche del potere, imperniate su centri e aree “nuovi”, “periferici” o comunque “marginali” se paragonati ai tradizionali nuclei cittadini e ai loro territori più prossimi. In alta val di Magra tale processo, che comporterà anche una nuova e consistente antropizzazione, sfocerà, nell’arco temporale di qualche secolo, nella realtà assai evoluta che ci restituiscono i documenti a partire dal X secolo ossia, per dirla in modo molto sintetico, un territorio controllato da una potente famiglia marchionale che realizza una organizzazione militare incentrata su solide strutture difensive, interessato da una importante rete viaria di orizzonte sovra regionale e connotato da una capillare presenza ecclesiastica imperniata sulle circoscrizioni pievane da un lato e sulle istituzioni monastiche dall’altro. Con questo contributo ci si propone di indagare il lungo quanto interessante processo di evoluzione strategico-militare e politica e dell’alta val di Magra a cavallo fra il Tardoantico e l’Altomedioevo, perché in esso affondano le radici dell’identità storica lunigianese.

Dall’orizzonte proto-storico a quello storico

Assai indicativo per la definizione del ruolo di marginalità avuto dall’alta val di Magra in età romana è il quadro della viabilità ricavabile dalle fonti scritte di epoca repubblicana ed imperiale. Per quanto attiene alla prima, grazie alla “Geographia” di Strabone di Amasea (2), siamo a conoscenza del fatto che nel 109 a.C. il censore M. Aemilio Scauri (3) promosse la realizzazione di un tracciato viario che partendo dai dintorni di Pisa, dove giungeva la via Aurelia, toccava la città toscana, quindi raggiungeva Luni da dove proseguiva per Tortona, il savonese e terminava a Vada Sabaudia, l’odierna Vado Ligure. L’assenza di indicazioni topografiche dopo l’accenno a Luni non consente di stabilire tramite quale valle il tragitto oltrepassasse il crinale appenninico. Le due ipotesi più plausibili sono, rispettivamente, quella che presuppone la risalita della val di Magra sino all’odierno passo della Cisa per discendere tramite la valle del Taro verso la Via Aemilia quindi a Piacenza e Tortona. L’altra presuppone invece la continuazione del tracciato nella fascia costiera della Liguria per valicare l’Appennino grazie alla risalita di une delle valli congiungenti il Genovesato con il Piacentino.

Relativamente all’età imperiale è noto che le testimonianze sulle quali è possibile ricostruire la rete viaria nella regione storica lunigianese sono rappresentate dalla “Tabula Peutingeriana“, straordinario esempio di Itineraria pictum (4), e dall’Itinerarium provinciarum Antonini Augusti detto anche semplicemente “Itinerarium Antonini“, esempio significativo di Itineraria adnodata (5). Grazie alla prima, una copia medievale di un documento di età imperiale nel quale si descrivono le principali direttrici viarie che si dipartono da Roma e le località che vi si trovano disseminate. abbiamo conferma dell’esistenza di una importante via di comunicazione che aveva la stessa approssimativa direzione della via accennata da Strabone almeno fino a Luni. Per le maggiori informazioni contenute nella “tabula” siamo in grado di stabilire che questa transitava nelle vicinanze di Massaciucoli (“Fossis Papiriane“), toccava Massa (“Taberna Frigida“) quindi, lasciata Luni, si dirigeva verso due località non altrettanto facilmente identificabili, ma probabilmente situate intorno al massiccio del Bracco, denominate rispettivamente “Boron” e “Alpe Pennino” per portarsi poi a Moneglia (“Moniglia”), a Zoagli (“Solaria”), Recco (“Ricina”) e Genova. E’ stata ipotizzata, sulla scorta della comune provenienza e della peraltro incerta comune direzione, la corrispondenza di questa via con l’Aemilia Scauri accennata da Strabone ma non vi sono elementi tali da escludere che i due tracciati potessero avere un comune percorso fino a Luni per poi dividersi il primo prendendo la direzione della testata della val di Magra e l’altro verso la val di Vara e il Genovesato.

Un altro tracciato desumibile dalla “tabula” è quello congiungente Luni a Lucca ma non vi sono elementi per stabilirne l’effettivo percorso. Si può ragionevolmente ipotizzare che una volta lasciata Luni questo valicasse le Apuane e raggiungesse la valle dell’Aulella da dove, per Casola, Pieve San Lorenzo e Piazza al Serchio, giungeva nell’omonima valle e quindi a Lucca. Nell” Itinerarium Antonini” si trova conferma della strada costiera alla quale si riferisce la “tabula” ma con la significativa aggiunta di due località toccate dalla stessa non presenti nella “tabula” ossia “Boaceas“, alla confluenza tra Magra e Vara, e “Bodetia” tra Montale di Levanto e Framura. Anche l’ “Itinerarium” accenna ad un tracciato congiungente Luni e Lucca ma non vi sono elementi per stabilirne con certezza il percorso né per associarla in qualche modo a quella descritta nella “tabula“. Anzi, la breve distanza riferita dall’Itinerarium”, ha portato ad ipotizzare che la via proveniente da Lucca si immettesse nell’Aurelia nei pressi di Massa e da qui valicasse le Apuane per discendere poi, per una valle affluente del Magra, a Luni. Un’altra via di comunicazione che potrebbe aver interessato il territorio lunigianese in epoca imperiale ricordata dall “Itinerarium” è quella congiungente Parma e Lucca. Anche di questa via, purtroppo, non si conosce il percorso. Esso potrebbe aver interessato territori posti al di fuori dei confini della Lunigiana storica, essendo le due città collegabili anche tramite i valichi della Garfagnana, ma la valle del Magra non può essere scartata a priori. Anzi, a seguito della recente scoperta dei resti di una struttura riconducibile al modello delle “mansiones” nei pressi dell’abitato di Sorano e dell’omonima Pieve (6) della quale si tratterà più avanti, l’ipotesi che l’alta val di Magra possa essere stata interessata da una via di comunicazione congiungente Luni con la Pianura Padana anche in epoca romana come suggerito peraltro dalle ipotesi sul percorso della Aemilia Scauri, sembrerebbe proprio prendere corpo. Si tratterebbe, peraltro, della via della quale, secondo Ambrosi, farebbe fede “l’organizzazione coloniale lucense, che confinava con quella veleiate nei pressi del Saltus praediacque beresetus, come pure la presenza di vaste proprietà fondiarie veleiati nell’ alta valle dell’Aulella e del Serchio (7)” nonché il documentato afflusso di prodotti alimentari della Lunigiana marittima nelle città della pianura padana. Nonostante questi elementi far coincidere la Parma-Lucca dell’ “Itinerarium” e il tracciato successivo a Luni della Aemilia Scauri con quella che doveva essere una via di comunicazione naturale, con ogni probabilità un antico tratturo affermatosi grazie alla antichissima pratica della transumanza rimane per ora una ipotesi.

Per quanto ricavabile dalle fonti suddette, dunque, la grande viabilità romana di epoca repubblicana ed imperiale interessava quasi unicamente la parte costiera della regione storica lunigianese. Ciò non sta ad indicare che la Lunigiana interna e l’alta val di Magra fossero spopolate o prive di sistemi di viabilità minore congiungenti la regione costiera e l’Oltreappennino parmense sull’asse nord-sud ma, più semplicemente, che qualsiasi tracciato viario abbia interessato il territorio della media ed alta valle del Magra in età romana non rientrava nell’ambito strategico della viabilità maggiore. E’ solo con la dissoluzione dell’impero, ma soprattutto con l’organizzazione militare bizantina, che si vengono a creare in Lunigiana le condizioni per la nascita di percorsi che interessano un ambito più esteso di quello costiero. Di questa organizzazione militare è rimasta traccia nella “Descriptio Orbis Romani” del geografo Giorgio di Cipro (8) nella quale vengono elencate le maggiori fortificazioni sulle quali era incentrata la strategia difensiva di Bisanzio. Tra I quattro Castra aventi relazione con la Lunigiana due sono di difficile individuazione (il Castrum Carfaniense ed un altro imprecisato castrum che gli studiosi ritengono potesse essere ubicato nella parte meridionale della valle del Taro) mentre gli altri due sono rispettivamente identificati con Surianum e con il Castrum Versiliae poi noto come “Castellum Aginolfi” sopra Montignoso. Un’altra fonte di epoca bizantina è rappresentata dalla “Cosmografia” dell” Anonimo Ravennate” (9) nella quale si accenna ad una via di comunicazione congiungente Pisa e Genova. Questo percorso, a differenza di quello costiero al quale si è fatto sopra riferimento, una volta lasciata Luni si dirigeva verso settentrione toccando Pulica e Bibola quindi scendeva nei pressi di Terrarossa (“Rubra”), attraversava il Magra e si portava verso i Casoni passando per Barbarasco, Tresana e Castevoli e scendeva poi a Zignago in val di Vara per congiungersi alla via costiera nei pressi di Montale di Levanto. Queste due fonti sono di particolare rilievo rispetto al tema oggetto del presente lavoro perché rappresentano meglio di qualsiasi ipotesi l’affacciarsi della alta val di Magra sul proscenio dell’orizzonte storico. La “Descriptio Orbis Romani” sarebbe, infatti, la prima fonte scritta che riferisca chiaramente di una località dell’alta val di Magra. Da questo momento questo territorio cessa di essere un luogo sconosciuto alla grande storia o, nel migliore dei casi molto marginale ad essa, entrando nel teatro degli avvenimenti bellici inquadrabili nel lungo scontro che contrappose gli eredi dell’impero romano con le popolazioni barbariche che invasero a più riprese la penisola. Inoltre, per rimanere nell’ambito della questione relativa alla viabilità, se la disseminazione sull’asse nord-sud delle fortificazioni bizantine non stesse già di per se ad indicare l’esistenza di un tracciato viario sullo stesso asse è indiscutibile che l’esistenza di questo fronte abbia veicolato spostamenti in tal senso mettendo le basi per l’affermazione di un tracciato viario. Quanto alla “Cosmografia” essa documenta indubitabilmente uno spostamento dei tracciati congiungenti la Toscana e la Liguria verso settentrione sfiorando, se non proprio interessando, il territorio oggetto del presente lavoro. Queste due fonti, complessivamente considerate, rappresentano la prima spia di quel lungo processo di affermazione strategica del territorio dell’alta val di Magra che si compirà con l’affermazione della Francigena. Esse tuttavia possono essere giustamente comprese solo se inserite nel contesto più generale degli accadimenti coincidenti con le riforme amministrative tardo-romane e con l’organizzazione della difesa stanziale d’Italia dei secoli V e VI che si tenterà di tratteggiare sinteticamente.

La val di Magra nell’ambito della strategia di contenimento delle invasioni barbariche

La dorsale appenninica ha sempre rappresentato, sotto il profilo morfologico, la seconda grande linea di difesa naturalmente contrapposta ai tentativi di penetrazione militare nella penisola. Anche nell’epoca tardo-romana, dopo il superamento dell’arco alpino, più alto ed imponente ma tuttavia insufficiente a contrastare le aspirazioni espansionistiche delle popolazioni barbariche, la catena appenninica rappresentò l’ultimo vero baluardo difensivo superato il quale il raggiungimento di Roma diveniva cosa assai semplice. E’ naturale che su questi due contrafforti montuosi, quello alpino e quello appenninico, si concentrasse lo sforzo difensivo teso ad arginare la penetrazione delle popolazioni barbariche nella penisola nella prima metà del V secolo. Le maggiori iniziative di riorganizzazione amministrativa, che interessarono l’Italia occidentale, dettate appunto dalle esigenze di organizzazione e riorganizzazione della difesa stanziale, cioè il primo e considerevole ampliamento della Provincia della “Alpes Cottiae” e la costituzione della Provincia delle “Alpes Apenninae” (10) furono quasi certamente opera di Costanzo, il grande generale di Onorio, tra il 412 e il 421 (11). Di lì a pochi anni, e precisamente nel 458, le necessità contingenti determinarono un ulteriore modifica degli assetti amministrativi con la costituzione della Tuscia Annonaria (12). Grazie ad essa sette centri della Tuscia settentrionale ossia Arezzo, Firenze, Pistoia, Lucca, Luni, Pisa e Volterra, furono riuniti in una nuova provincia avente funzione complementare a quella della “Alpes Apenninae” ossia, verosimilmente, di supporto e retrovia. Sarà utile a questo proposito ricordare che la prima metà del V secolo, cioè il periodo nel quale si attuano le importanti modifiche dell’assetto amministrativo e difensivo dell’Italia occidentale alle quali si è accennato, è segnata da accadimenti militari e politici di particolare gravità. Alla morte di Teodosio nel 395 l’autorità imperiale tornò ad essere rivestita da due titolari: Arcadio in Oriente e Onorio in Occidente. L’autorità imperiale era tuttavia avviata da tempo su una strada di progressivo indebolimento costretta come era, soprattutto in occidente, ad appoggiarsi ad un esercito ormai costituito per la maggioranza da soldati, ufficiali e generali di origine barbarica. Queste maggioritarie componenti barbariche all’interno dell’esercito raggiunsero un tale potere da condizionare fortemente l’autorità imperiale fino ad indurre quest’ultima a estremi quanto vani tentativi tesi al loro contenimento. In seguito all’atteggiamento minaccioso dell’esercito Onorio fu indotto a sbarazzarsi del migliore dei suoi condottieri, il barbaro Stilicone, per tema di essere sopraffatto, ma la morte di questi porterà ad un epilogo disastroso privando l’impero del suo più valido difensore nel momento in cui i Goti, movendo dalla penisola balcanica, si dirigevano verso la penisola. Un orda di Visigoti, nel 410, si rovescerà quindi sull’Italia al comando di Alarico sottoponendo Roma ad uno dei più tremendi saccheggi della storia lasciando Onorio ad assistere passivamente allo strazio dalla città di Ravenna che l’imperatore aveva scelto come propria residenza, Alla morte di Onorio sale al soglio imperiale d’Occidente Valentiniano III (425-455) ma le cose sotto il profilo militare non cambiano. E’ ora infatti la volta degli Unni i quali, dapprima sconfitti dall’ultimo dei grandi condottieri romani, il barbaro Ezio, nel 451, tornano nella penisola l’anno seguente ma si astengono dal calare sull’Urbe solo grazie alla capacità persuasiva di papa Leone I e non certo per l’opposizione dell’esercito. La capitale non viene invece risparmiata dall’invasione dei Vandali risaliti dalle coste africane nel 455 che la sottopongono ad un nuovo terribile saccheggio. Proprio alla fortificazione della Tuscia Annonaria, avvenuta nella seconda metà del V secolo in relazione e in conseguenza a questi accadimenti, va probabilmente fatta risalire l’edificazione del castrum di Surianum e di quello sopra l’attuale Montignoso ricordato da Giorgio di Cipro come “Castrum Versiliae” e noto successivamente come “Castellum Aginolfi“. Se Luni e la Lunigiana non entrarono direttamente a far parte della regione limitanea appenninica, in altre parole della provincia delle “Alpes Apenninae”, città e territorio adiacente ebbero certamente un ruolo di supporto, di rifornimento e di eventuale estrema difesa nell’eventualità di cedimento del fronte principale i cui capisaldi erano i castra elencati da Giorgio di Cipro. L’identificazione del Castrum di Surianum del geografo bizantino con una fortificazione nei pressi della piana di Sorano pone nuovamente in evidenza il tema della viabilità nell’alta val di Magra in epoca tardo-antica. In base alle fonti è infatti unanimemente accettato che il carattere praticamente universale dei castelli altomedievali, eredi di fortificazioni tardoantiche, è la funzione di presidio viario e di sbarramento delle vie di grande comunicazione (13). Tale asserzione vale anche per il “Castellum Aginolfi” che presidiava la via litoranea che da Pisa portava a Luni e in linea di principio dovrebbe valere anche per il castrum dell’alta val di Magra. Sulla scorta di ciò parrebbe nuovamente plausibile l’ipotesi di un percorso viario che avrebbe interessato l’alta val di Magra quantomeno in periodo tardoantico nonostante l’assenza di riferimenti certi nelle fonti documentarie alle quali si è fatto riferimento. Così come parrebbe plausibile la flebile ma realistica linea di continuità fra la “mansio” di epoca romana indagata dall’Iscum di Genova nei pressi della pieve di Sorano e le fortificazioni riconducibili al Castrum nell’ambito della Tuscia Annonaria, ma su questo argomento si ritornerà più avanti.

Con l’affermazione di Surianum nell’ambito della strategia difensiva imperiale del V secolo giungono anche in val di Magra i contingenti barbarici che già nel secolo precedente erano giunti in Italia in qualità di “coloni homologi more gentilizio adscripti vici” ai quali era stata affidata la difesa dei minori fortilizi. Per quanto riguarda il primo torno del V secolo vennero introdotti nella penisola numerosi contingenti di Sarmati (14), una stirpe iranica affine agli Sciti che già Erodoto conosce stanziati ad oriente del Don e che al tempo delle grandi migrazioni vennero sottomessi in parte dai Goti e in parte dagli Unni, i quali costituirono la componente maggioritaria fra le genti barbariche della penisola. Indicazioni di carattere toponomastico testimonierebbero la presenza di queste genti lungo l’Appennino Emiliano (15) come pure di Alamanni (16), di Taifali (17)e di Baiuvari (18) mentre altre indicazioni toponomastiche sembrerebbero testimoniare la presenza in Val di Magra di popolazioni diverse come i Burgundioni (19), i Marcomanni (20) e generici “barbari” (21). A prescindere dalla scarsa affidabilità dei toponimi per i quali non si conosce il periodo di fissazione nello stabilire stanziamenti barbarici tardo-antichi, ciò che più conta, ai fini del presente lavoro, è la disponibilità di elementi atti a stabilire la fine della marginalità di questo territorio. In questa tumultuosa fase di organizzazione difensiva l’alta val di Magra fu, forse per la prima volta, interessata da spostamenti di contingenti militari, dallo stanziamento di popolazioni barbariche al servizio imperiale e dall’affermazione di un importante tracciato viario. Tale tracciato, mettendo in collegamento fra loro i castra elencati da Giorgio di Cipro, doveva verosimilmente dirigersi verso la fortificazione più prossima che studi recenti hanno ipotizzato trattarsi dell’antica Turris o Torresana, nei pressi dell’odierna Borgotaro. Non è difficile stabilire quale fosse il percorso preciso perché esso risulta, sotto il profilo geo-morfologico e ambientale, quasi obbligato oltre che riapparire, significativamente, come più avanti si vedrà, tra i tratti più importanti della viabilità del primo periodo longobardo. Si tratta della via che da Surianum risale la val di Magra sino all’odierna Pontremoli e, per la valle del Verde, giunge al Valico del Brattello o del Borgallo, scendendo quindi nella valle del Taro. A quasi vent’anni di distanza dalla costituzione della Tuscia Annonaria, e precisamente nel 476, in seguito alla deposizione di Romolo Augustolo, cessava di esistere l’impero romano d’Occidente e sorgeva il dominio barbarico di Odoacre il quale, pur sostenuto dalle sue milizie germaniche, continuerà a considerarsi in modo più o meno vago un vassallo del legittimo imperatore di Costantinopoli. A dispetto della cautela di Odoacre, che si accontentava di governare col doppio titolo di re del suo popolo e di patrizio dei romani, Bisanzio orientò verso di lui la minacciosa corrente espansiva degli Ostrogoti forse per impedire che questi ultimi si rovesciassero ad oriente. Nel 493 Teodorico guidava i suoi alla vittoria contro Odoacre e instaurava il suo dominio. L’intelligente ed energica personalità di Teodorico assicurò all’Italia un breve periodo di relativo equilibrio e di stabilità. Il capo degli Ostrogoti non era privo di lungimiranza politica né di capacità diplomatica tanto che tentò di conciliare a lui e al suo trono le simpatie della aristocrazia romana traendo da essa numerosi consiglieri e ministri tra cui il filosofo Severino Boezio e il politico e letterato Cassiodoro. Il re si sforzò altresì di imitare il fasto romano presso la sua corte costruendo, fra l’altro, una grande basilica ma i suoi sforzi di assimilazione alla romanità non portarono ai risultati sperati. Il conflitto tra Teodorico e l’aristocrazia romana degenerò in uno scontro frontale che portò all’adozione di misure particolarmente feroci nei confronti dei romani e alla soppressione di eminenti personalità come il papa Giovanni I e lo stesso Boezio. Ad un anno di distanza dalla morte di Teodorico, l’unico sovrano in grado di esercitare una politica di ampio respiro nell’ambito dei regni romano-barbarici, avvenuta nel 526, sul trono imperiale d’Oriente saliva Giustiniano. Primo obiettivo dell’imperatore fu quello di difendere i confini orientali dove i persiani premevano con insistenza. Grazie al prezioso contributo del generale Belisario che a prezzo di una lunga e difficile guerra dette stabilità ai confini orientali, Giustiniano spostò le sue mire sulla parte occidentale del Mediterraneo. Sotto la pressione dell’esercito di Belisario e di quella derivante dai conflitti insanabili tra barbari e mondo latino nonché di quelle tra cattolici ed ariani, la maggior parte dei regni così detti romano-barbarici soccombette. Dopo aver vinto i Vandali, liberando l’Africa Settentrionale, le Baleari e la Sardegna, fu la volta dei Visigoti che vennero cacciati dalla parte meridionale della Penisola Iberica. Nel 535 iniziò la guerra dei Bizantini contro gli Ostrogoti stanziati in Italia. Una guerra che durò per quasi un ventennio e che provocò disastri, stragi, pestilenze, carestie, saccheggi e devastazioni senza precedenti. Solo nel 553 dopo che intere regioni e numerose città erano state ridotte dai contendenti allo stato di rovine, gli Ostrogoti capitolarono. Di tutto questo periodo non ci sono pervenute notizie riguardanti il territorio della val di Magra ma, tuttavia, è logico supporre che una città ed un territorio strategicamente importanti come erano Luni e la val di Magra furono senza dubbio interessati dagli avvenimenti sopra ricordati. A tal proposito Procopio (22) attesta che i Goti si erano collocati presso le fortificazioni delle zone limitanee. Nel 552, a guerra ormai quasi conclusa, alcune città della Tuscia tra cui Luni, forse per impedire che la capitolazione del regno potesse giungere inaspettatamente impedendo di predisporre le mosse per scongiurare la punizione bizantina, passavano forse spontaneamente agli assedianti (23) Giustiniano, con la Pragmatica sancito, proclamando di voler ripristinare la vecchia consuetudine amministrativa e giuridica riordinava l’Italia in una prefettura con capitale Ravenna, dividendola in province rette da un funzionario civile e da uno militare. Veniva altresì ripristinata la servitù della gleba e messo a punto un sistema di prelievo fiscale particolarmente vessatorio nei confronti di una popolazione già sufficientemente provata dalle vicissitudini appena trascorse. La penisola italica sembrava ormai saldamente in mano imperiale ma l’accusa di cospirazione nei confronti di Narsete (565), al quale si doveva la vittoria militare sui Goti, il suo successivo esilio, la morte dello stesso Giustiniano (565) e la morte di Narsete (568) spianarono la strada all’invasione dei longobardi (568)

Surianum tra il Tardoantico e l’Altomedioevo

Se le utilissime ma scarne notizie desumibili dalle fonti accennate e le pregevoli, ma poco utilizzabili ai fini della ricostruzione storica, indagini toponomastiche (24) hanno permesso di indirizzare solo una tenuissima luce rischiaratrice sull’alta val di Magra nel periodo a cavallo tra il Tardoantico e l’Altomedioevo, le evidenze archeologiche riconducibili alle campagne di scavo condotte nell’area di Sorano e della Pieve di Santo Stefano, sulle soprastanti colline di Castelvecchio e di San Giorgio, nel borgo murato e a Monte Castello in val Caprio (25) forniscono nuovi e indubitabili elementi che possono meglio chiarire il ruolo di questa località nello scenario più sopra delineato. La costruzione più antica indagata nella piana di Sorano è risultata essere una grande fattoria sorta sul finire del I secolo a.C. la quale era relativamente modesta rispetto alle coeve ville patrizie della zona costiera ma garantiva comunque una discreta comodità a chi la abitava rispetto alle miserrime condizioni delle abitazioni delle popolazioni liguri qui stanziate. La masseria connotava un area che, è stato dimostrato, fu stabilmente abitata per sei secoli durante i quali si susseguirono parziali ristrutturazioni e aggiunte di nuovi locali. Tale costruzione sorse, come è noto, in un area dove la presenza umana è testimoniata a partire dall’età del ferro (26) e dove sono state rinvenute numerose statue stele o frammenti delle stesse (27). Importanti sotto il profilo dei tentativi di ricostruzione storica sono il periodo al quale questa costruzione risale e la sua ubicazione. Considerando che dal 109 a.C. l’Aemilia Scauri della quale ci parla Strabone, come abbiamo visto, poteva risalire la valle del Magra e considerando altresì che poco prima di tale periodo, nel 177 a.C. erano state definitivamente sconfitte e massicciamente allontanate le popolazioni liguri e imposta ai pochi o tanti rimasti la pace (28), si delinea il quadro di un quanto mai probabile insediamento romano lungo il tracciato viario da poco inaugurato con funzioni di entità economica basata sull’allevamento e l’agricoltura, di avamposto a supporto dell’organizzazione militare in un territorio da poco pacificato e di assistenza a coloro che transitavano per questa via. Forse proprio ai proventi derivanti dalle aumentate produzioni locali e al relativo aumento del transito nonché dalla necessità di mantenere viva una realtà siffatta da parte dell’organizzazione centrale si devono le successive modeste sistemazioni e allargamenti della fattoria. La sua ubicazione a ridosso della via risalente la valle del Magra dai tempi più antichi sino ad oggi nell’unica spaziosa parte pianeggiante della stessa parrebbe ulteriormente confermare il quadro sopra esposto. Testimoniando le evidenze archeologiche una sostanziale continuità nell’utilizzo dell’edificio della piana di Sorano per almeno sei secoli è lecito supporre che il ruolo di questa località e del tracciato viario che ne aveva determinato la nascita e la relativa crescita, rimanessero sostanzialmente invariate sino al V-VI secolo. sino cioè alla dissoluzione dell’Impero. Nulla interviene nei secoli tra il I a.C.e il IV d.C. nell’ambito della realtà economica e di presidio stradale indagata nella piana di Sorano per sostenere una sua significativa evoluzione né una definitiva affermazione del tracciato sulla quale insisteva. Ciò, come si accennava all’inizio di questo contributo, avviene solo a partire dal V-VI secolo. E’ proprio a questo periodo, infatti, che sembrano riferirsi gli altri significativi elementi venuti alla luce dalle campagne di scavo nel filattierese e che rappresentano la vera soluzione di continuità rispetto al passato. Tali elementi sono costituiti dalla fortificazione sulla sommità della collina di Castelvecchio, riconducibile al periodo tardoantico, caratterizzata da “doppio fossato e aggere in ciottoli sormontato da una palizzata che rendeva inaccessibile la sommità della collina”, dove vi erano piccole abitazioni di legno e una torre. Tale fortificazione era in stretta relazione con quella sottostante la collina di Castelvecchio consistente in una imponente recinzione costituita da un terrapieno di ciottoli sormontato da una palizzata la cui parte centrale era attraversata da una strada acciottolata che per oltre ottanta metri risulta ancora perfettamente conservata. Le tecniche costruttive e la distanza di più di 500 mt. dal luogo di prelievo dei materiali utilizzati nelle opere difensive, testimoniando capacità progettuali e organizzative possibili per il periodo in questione solo in un sito di rilevante importanza, hanno permesso di identificare in questo sito il castrum citato da Giorgio di Cipro. Ulteriori indagini archeologiche hanno potuto confermare che il sito di Monte Castello, una sommità della valle del Caprio già indagata da Pietro Ferrari (29) e da Ubaldo Formentini (30) che presenta notevoli resti murari, è in effetti un grande castello databile tra la metà del VI e la metà del VII secolo. Quanto sopra sinteticamente esposto ha portato gli studiosi a parlare della presenza, tra il Tardoantico e l’Altomedioevo, nel territorio di Sorano, di una “Chiusa” difensiva volta al contenimento delle mire barbariche i cui capisaldi erano rappresentati dal castello di Sorano (il castrum), dall’avamposto di Castelvecchio e dal grande presidio militare di Monte Castello nella valle del Caprio. Dell’importanza di Surianum in periodo bizantino parlerebbe anche un’altra testimonianza nota come Promissio Carisiaca (31) sulla quale, nonostante l’aleatorietà e la contraddittorietà delle fonti, visto che il testo originale è andato perduto, sarebbe in questa sede ingiusto sorvolare. Tra Pipino re dei Franchi e papa Stefano II, o III secondo un diverso computo. nel 754 si svolsero in Francia delle trattative per ridisegnare il futuro assetto politico della penisola italiana quando fossero stati sconfitti i Longobardi. Gli accordi definitivamente sanciti nell’assemblea tenutasi a Kiersy-sur-Oise il giorno di Pasqua prevedevano, tra l’altro, la restituzione alla S. Sede dei territori a sud di una linea (il designatum confinium) che da Luni, tramite Surianum, Monte Bardone e Parma proseguiva per Reggio, Mantova e Monselice. Non si vuole in questa sede entrare nella disputa sulla utilizzabilità nell’ambito della ricostruzione storica della Promissio, la quale, intrecciandosi con la “donazione” costantiniana, a sua volta ritenuta falsa, è un argomento di tutt’altro che agevole trattazione. Tuttavia, anche se il documento non fosse stato effettivamente siglato e nonostante a seguito della vittoria franca la restituzione di territori alla S. Sede non avvenisse secondo quanto stabilito nel presunto documento, in questa sede merita di essere rilevata l’importanza di Surianum sulla linea che congiungeva le civitates e i castra limitanei ex bizantini la quale era indubbiamente nota non solo, evidentemente, a coloro che in maniera più o meno artificiosa confezionarono il falso storico.

L’invasione longobarda

I longobardi, è noto, penetrarono nella nostra penisola attraverso il confine nordorientale nel 568 alla guida di Alboino, il loro re, riversandosi in una Italia che sebbene prostrata dalla quasi ventennale guerra vinta dall’Impero sui Goti, si offriva pur sempre ai nuovi arrivati come un paese ricco ed appetibile. La conquista del territorio da parte longobarda si svolse, almeno nel primo periodo, in modo tanto cruento per la popolazione romana o romanizzata e dirompente rispetto agli ordinamenti esistenti, quanto disordinato e incoerente sul piano della strategia. L’invasione del suolo italico avvenne non già a seguito di una pianificazione preordinata quanto per l’iniziativa molto poco coordinata di guerrieri che agivano sotto la guida di diversi capi militari a loro volta con considerevoli gradi di autonomia rispetto all’autorità regia. A causa del loro numero non particolarmente rilevante e della conseguente necessità di evitare il confronto diretto con le piazzeforti meglio organizzate militarmente anche a causa della difficoltà di coordinamento delle forze in campo, la loro distribuzione procedette in maniera alquanto disomogenea con una evidente concentrazione nelle regioni centro-settentrionali ma con l’esclusione della costa adriatica e di quella tirrenica nonché di numerose zone dell’entroterra. Anche per quelle regioni in cui i longobardi riuscirono ad estendere il loro dominio in modo quasi completo essi si limitarono a presidiare e controllare quelle località o luoghi aventi un maggior rilievo strategico rispetto alla necessità di controllo del territorio e delle grandi vie di comunicazione. Alla fine della prima fase di conquista da parte longobarda il territorio risultava così diviso fra i nuovi arrivati e le popolazioni rimaste sotto il controllo bizantino a “pelle di leopardo”. Tra la fine del VI secolo e l’inizio del VII la Lunigiana, e la val di Magra, si trovarono quasi accerchiate dai Longobardi i quali premevano dal crinale Appenninico dove si erano attestati già a partire dalla prima fase dell’invasione, erano già penetrati nella valle del Serchio giungendo allo spartiacque con l’Aulella ed avevano costituito il ducato di Lucca. La situazione rendeva la Lunigiana quasi isolata dal grosso delle aree rimaste in mano ai Bizantini e tale situazione era aggravata dalla decadenza economica e politica della città (Luni) che era stata il punto di riferimento se non per l’alta val di Magra, per tutto il territorio costiero e la media valle. Se il “limes” delle “Alpes Apenninae” risultava ancora strategicamente valido al fine di arginare le pretese di penetrazione longobarda necessitava tuttavia di un nuovo adattamento consono alla ormai aumentata pressione degli invasori. Mentre i centri fortificati della Tuscia occidentale, che costituivano la retrovia litoranea saranno accorpati ai superstiti centri sparsi dell’arco alpino nella eparchia Urbicaria, le numerose fortificazioni (castra) dell’Appennino saranno invece raccolti nella eparchia Annonaria direttamente dipendente dalla sede del supremo comando militare bizantino d’Italia a Ravenna (32). Nonostante gli sforzi di riorganizzazione della difesa stanziale, in conseguenza della morte dell’esarca Isacio avvenuta nel 643, o comunque tra il 643 e il 644, Rotari dette inizio alla conquista di quanto rimaneva in mano bizantina da Luni al confine con i Franchi. In Questa occasione cedeva anche la “Chiusa” di e Surianum (33) l’alta val di Magra assisteva ad un nuovo processo di evoluzione della sua importanza strategico-militare e amministrativa. L’occupazione longobarda, lasciando infatti generalmente decadere i centri resi marginali dalla disarticolazione dei sistemi limitanei (Luni) e privilegiando quelli aventi importanza strategico-militare (34), dette alla alta val di Magra la configurazione conseguente al ruolo che essa aveva svolto sino al loro arrivo e che avrebbe continuato a svolgere in futuro costituendo la ludiciaria di Surianum il cui ambito territoriale (fines) giungeva sino al crinale appenninico come dimostrerebbe il diploma largito da Adelchi al monastero di San Salvatore di Brescia (35).

La ripresa delle comunicazioni nella prima età longobarda e il ruolo dell’alta val di Magra e di Surianum

Una delle immediate conseguenze della calata longobarda nella nostra penisola, e della successiva divisione del territorio tra i nuovi arrivati e i bizantini, fu il definitivo collasso del sistema viario romano ad orizzonte sovra regionale. Tale sistema era già entrato in crisi per lo sfaldamento degli ordinamenti civili dell’Impero d’Occidente e per la mancata affermazione di una nuova autorità centrale forte e presente in modo capillare. Come abbiamo visto, il succedersi incalzante di avvenimenti cruenti e destabilizzanti che caratterizzò il periodo compreso fra la deposizione di Romolo Augustolo (476) e la calata di Alboino (568) (36)aggravò ulteriormente la situazione (37).

Giustiniano, che nel 554, a seguito della vittoria sui goti, con la Pragmatica sanctio aveva posto le basi per una riorganizzazione dell’assetto amministrativo e fiscale della penisola, favorì certamente la risistemazione delle principali arterie di comunicazione ma l’opera non poté svolgersi compiutamente proprio a causa della calata dei longobardi. Se Alboino, nel percorso che dal Friuli lo portò a Pavia, poté forse giovarsi delle migliorie appena apportate dai bizantini alle arterie stradali della romanità (38), con l’espansione del suo esercito in tutte le direzioni della penisola e con la guerra, il sistema viario tradizionale collassò definitivamente. Dopo la morte del monarca, avvenuta a Verona nel 572, e del suo successore Clefi, avvenuta nel 574, entrambi vittime di diatribe interne all’aristocrazia longobarda ma alle quali non erano estranei i bizantini, per un decennio l’Italia settentrionale piombò nel caos. Nel corso di questi anni, contrassegnati dalle scorribande di soldataglie che saccheggiavano e seminavano distruzione ovunque e dal passaggio di parte dei duchi sotto le insegne bizantine, tramontò definitivamente ogni retaggio dell’apparato statale, dell’assetto sociale e culturale tardo antichi. Ponti pericolanti, smottamenti, frane, acquedotti e antiche strade in rovina, divennero parte integrante del nuovo paesaggio. Le principali direttrici consolari, attraversando sia territori conquistati dai longobardi che altri ancora saldamente in mano ai bizantini, vennero abbandonate con la conseguente interruzione del grande flusso viario tra Roma e l’Italia settentrionale. La gravissima crisi economica e il caos generale che seguirono alla morte di Alboino, per tutto il decennio che va sotto il nome di “anarchia ducale” (574-584), resero impossibili significative attività di ripristino e manutenzione non solo della rete viaria vera e propria ma anche dei terreni, degli argini, delle scarpate e di quant’altro poteva favorire il riutilizzo delle grandi strade. Alla decadenza delle grandi arterie stradali contribuì anche la propensione della popolazione a ridurre al minimo indispensabile gli spostamenti e, nei casi di improrogabile necessità, a prediligere percorsi secondari, preferibilmente di mezzacosta o di altura, che risultavano molto più sicuri rispetto ai tradizionali di fondovalle o di pianura (39. Ciò che determinò una prima inversione di tendenza rispetto nell’ambito delle comunicazioni fu la concreta minaccia di una invasione della penisola da parte dei franchi. I longobardi affidandosi a Childeberto II riuscirono ad eleggere un nuovo re (Autari) grazie al quale si riuscì ad attuare una riorganizzazione territoriale incentrata anche sulla sistemazione o il consolidamento dei tracciati viari ritenuti più indispensabili. Entro pochi decenni, con la relativa stabilizzazione delle posizioni da parte longobarda grazie all’opera di Autari e Agilulfo si crearono le condizioni per una prima ripresa delle comunicazioni. Queste, come era naturale, si caratterizzarono, contrariamente al passato, per il loro limitato orizzonte. Infatti, come la stabilità politica e la disponibilità di infrastrutture e di una organizzazione atta a garantire la loro efficienza furono presupposti che favorirono e veicolarono la percorrenza di grandi distanze nell’età romana, cosi l’instabilità politica, la conflittualità, la crisi economica nonché la contrapposizione tra eserciti e poteri distribuiti sul territorio a “macchia di leopardo” del primo periodo longobardo non potevano che inibire fortemente le comunicazioni e i rapporti di ampio respiro e la primitiva rete viaria di epoca longobarda dunque, non fu più che la somma di corti e disagevoli tracciati aventi appunto un orizzonte quasi esclusivamente locale.

Solo con il successivo assestarsi del Regnum Langobardorum nell’Italia settentrionale entro confini precisi e presidiati e a seguito della raggiunta consapevolezza da parte dei longobardi di essersi lasciati alle spalle il periodo più cruento della lotta per l’affermazione nella penisola, crebbero le necessità di collegamenti a più ampio orizzonte. Il luogo dal quale si irradiavano le nuove aspirazioni era l’antica Ticinum-Pavia, la città che era stata la capitale dei Goti e che inizialmente aveva opposto una fiera resistenza all’avanzata longobarda, la quale, una volta capitolata, divenne la capitale del Regnum. Le mete verso le quali tali aspirazioni volgevano erano strettamente connesse alla necessità dei longobardi di consolidare la loro presenza nella penisola. Per la possibilità di raggiungere facilmente il confine con i Franchi, sia in chiave difensiva che di espansione od alleanza, si affermarono i tracciati che puntavano verso i confini occidentali del Regnum, in particolar modo quelli che portavano al Moncenisio e al Gran San Bernardo mentre la strategia di espansione verso la riviera  ligure, che verrà tolta ai bizantini da Rotari tra il 643 e il 644, e di collegamento con il ducato di Lucca e l’Italia Centrale spiegano, invece, l’affermazione dei tracciati transappenninici che si portavano rispettivamente in Liguria e in Toscana. Nonostante la relativa esiguità dei flussi e la tortuosità dei percorsi per la necessità di convergere su specifici punti (valichi, fonti d’acqua, strutture assistenziali) si trattava, nella sostanza, di una significativa ripresa delle comunicazioni ad orizzonte sovra regionale. Ciò che, tuttavia, determinò l’affermazione vera e propria di questi tracciati e il loro passaggio da un insieme più o meno assortito di tratti di precedenti percorsi ad una rete fatta di varianti ma dal carattere univoco fu il fenomeno dei pellegrinaggi verso i principali Loca Sacra della cristianità. Dalla seconda metà del VII secolo, a seguito della cristianizzazione dell’attuale Inghilterra e del ruolo che assumeva Roma agli occhi delle popolazioni appena evangelizzate (41), della particolare venerazione di angli, franchi e longobardi per San Michele Arcangelo (42) nonché per l’accentuarsi della attenzione per Gerusalemme e la Terra Santa, un flusso considerevole di persone per la prima volta dalla dissoluzione dell’Impero, si riversò sulle vie che portavano all’Urbe, a Monte Sant’ Angelo nel Gargano e in Palestina. Questo flusso raggiungeva i valichi occidentali della catena alpina. convergeva su Pavia e, superato il Po, si portava verso il “corridoio” appenninico che consentiva di raggiungere più facilmente la parte centrale della penisola. Questo flusso, che potremmo definire sopranazionale ed ispirato anche da ragioni spirituali, avendo provenienza da nord-ovest ed essendo diretto a sud, decaduto il sistema viario antico, non poteva in quel periodo che svolgersi sui tracciati della prima età longobarda i quali avevano in Pavia il loro fulcro e nel Moncenisio, Gran San Bernardo, Bobbio e la val di Magra i punti nodali obbligati per portarsi dalle Alpi occidentali al centro Italia.

Dal punto di vista geografico ed orografico il punto nodale del tratto appenninico di questo tracciato era rappresentato dal passo di Monte Penice che costituisce un crocevia naturale tra le valli Staffora, Tidone e Trebbia. II monastero di San Colombano sorse in prossimità di questo luogo proprio in ragione del transito che vi si svolgeva tra Pavia e il centro Italia e la sua fondazione, nonché il suo sviluppo, vedi le numerose strutture ospitaliere e assistenziali da questo dipendenti (44), è un chiaro esempio della dinamica tramite la quale si affermarono i percorsi che dalla capitale del Regnum, attraverso il passo di Monte Penice e Borgotaro, portavano in val di Magra. Il passo di Monte Penice era particolarmente importante perché, oltre al collegamento con Tortona da una parte e con Piacenza dall’altro, consentiva il raggiungimento della Costa ligure tramite la risalita della val di Trebbia e della val d’Aveto utilizzando il passo del Bocco o di quello di Cento Croci. II percorso che da Bobbio portava a Pontremoli attraversava le valli del Nure e del Ceno, transitava per Bardi, quindi giungeva nell’alta valle del Taro. A Borgotaro, risalendo la valle del Tarodine, si dirigeva alternativamente al passo del Borgallo (45) o a quello del Brattello da dove, tramite la valle del Verde, giungeva alla confluenza di quest’ultimo con il Magra. (46) A Bardi il percorso Bobbio-val di Magra intersecava la cosiddetta “via dei monasteri” che collegava le abbazie regie di Fiorenzuola d’Arda, Tolla e Gravago (47). Questa seconda via, di poco successiva alla prima, può essere considerata la spia del progressivo spostamento dell’asse delle comunicazioni tra la Lombardia e la Toscana verso oriente che troverà il suo compimento nella affermazione della cosiddetta via francigena.

I passi “gemelli” del Brattello e del Borgallo e la nuova antropizzazione della val di Magra

Sulle ragioni dell’utilizzo in epoca alto-medievale del valico in questione, dal quale tramite la valle del Verde si giunge in val di Magra, è utile riferirsi al contributo di Manfredo Giuliani. Egli, nell’ambito di un forte dibattito regionalistico, mettendo in luce il contrasto tra l’assetto demografico determinato dalla viabilità naturale e quello provocato dalla viabilità artificiale, sottolinea come l’abitudine alle “determinazioni create dalla viabilità moderna, dal predominio dei fondovalle, dalle definizioni regionali in rapporto ai crinali dei monti ed ai bacini fluviali, nella direzione del corso delle acque, proietta nel passato(…) concetti che urtano contro la realtà della vita primitiva (48). Adottando un criterio “moderno” sfugge infatti, secondo il Giuliani, che la viabilità “nelle epoche primitive o barbariche (49) è dai monti favorita e non ostacolata. Nella formazione delle regioni naturali, nella diffusione degli usi e costumi come del linguaggio sono gli elementi della viabilità naturale a permettere la comprensione delle continuità culturali tra comunità apparentemente separate secondo i criteri moderni. Questa imprescindibile modalità di approccio alla tematica della formazione dell’ethnos dell’alta val di Magra vale soprattutto per la regione dell’ Appennino parmense-pontremolese. Esso, secondo il Giuliani, “è distribuito intorno al massiccio del Gottero, intorno al quale si spiegano e si ripiegano, incastrandosi tra loro, e distaccandosi in tal modo, per quelle accentuate ripiegature, dagli ulteriori loro sviluppi, le alte valli del Taro, della Magra e della Vara orientale. E’ un territorio che si individua nettamente nel gruppo montagnoso del nostro Appennino. L’alta valle della Magra, più erta nella parte orientale, si distende ed allarga ed appiana nel bacino del Verde che s’inarca verso il Taro. L’alta valle del Taro insinuandosi, col bacino della Gotra intorno alle vallate di ponente del Verde, si solleva in facili varchi verso la Vara, nel bacino della Gotra e della Stora. In questa articolazione montagnosa par quasi che la valle di Pontremoli, pur lasciando scorrere le sue acque a mezzogiorno, s’incastri nelle pieghe dell’ Appennino adriatico” (50). A conferma della vocazione della valle del Verde a rappresentare il luogo di passaggio più agile dall’Appennino parmense al pontremolese il Giuliani riporta in un suo contributo una efficace descrizione della Valle ad opera del naturalista Igino Cocchi: “La valle del Verde è fra tutte le vallate appenniniche quella a cui corrisponde la minima elevazione dell’intera giogaia. Infatti al Bratello il castagno ne riveste la cima: esempio unico, che fa supporre una elevazione di ottocento metri” (51). Questo aspetto della questione riecheggia anche nelle parole del Caruel riferite sempre dal Giuliani secondo il quale questa parte dell’ Appennino appartiene alla fascia submontana (mentre la Cisa apparterrebbe alla fascia montana e la catena dell’Orsaro a quella alpestre) (52). Per queste ragioni “la conformazione del bacino del Verde rappresenta, per le relazioni demografiche (dunque per la viabilità e le comunicazioni) una effettiva interruzione della catena e presenta una foce aperta che unifica i territori delle valli”. A differenza del Caruel sappiamo che l’altezza del passo del Brattello non è di ottocento metri sul livello del mare ma di 953 ma nulla cambia nel merito della questione. Nell’ambito delle comunicazioni che da Pavia si portavano verso sud dirigersi verso il crinale compreso tra il passo della Cisa e il massiccio del Gottero significava poter contare su un valico di moderata elevazione che immetteva in una vallata aperta la quale conduceva agilmente allo snodo del versante tirrenico dell’ Appennino. A ciò va aggiunto che il crinale compreso tra il massiccio del Gottero e il passo della Cisa doveva essere sotto il controllo longobardo già a partire dai primi tempi dell’ invasione (53). Per questo motivo tutta la zona – e non esclusivamente il passo della Cisa – prese il nome di “Mons Langobardorum”. In una fase nella quale i contendenti erano distribuiti sul territorio a “macchia di leopardo” era indispensabile per i longobardi indirizzarsi verso questo agevole corridoio appenninico sul quale esercitavano da tempo un solido controllo (54). Ma era indispensabile verso questo corridoio perché questo risultava un passaggio praticamente obbligato. Il flusso viario, una volta lasciata Pavia, non poteva infatti dirigersi verso la via Emilia per i motivi dei quali si parlava all’inizio (55). Cosi come non poteva dirigersi direttamente sulla costa ligure perché essa era ancora saldamente in mano ai bizantini. Necessariamente doveva dirigersi nelle valli appenniniche a sud di Pavia e. grazie a tracciati intervallivi di altura o di mezzacosta, puntare ad un crinale sicuro che permettesse di giungere agevolmente nella tuscia settentrionale. II tragitto che puntava ai valichi tra la valle del Tarodine e quella del Verde aveva infine il vantaggio di consentire il collegamento con la costa ligure, già possibile all’altezza del passo di Monte Penice, anche a livello di Borgotaro. Da qui infatti si poteva di nuovo agevolmente raggiungere il passo di Cento Croci quindi San Pietro Vara e Sestri. Come si diceva la nascita del sistema viario longobardo muoveva dall’esigenza di consolidare le posizioni acquisite e ciò non poteva prescindere dall’esercitare una forte azione di pressione sui confini con i bizantini come quelli con la Liguria orientale e la Lunigiana. Nell’aspirazione a congiungere la capitale del Regnum con la sua appendice meridionale (Lucca) convivevano la necessità di un collegamento viario, per tortuoso che fosse, con il tentativo di abbattere gli ostacoli che si frapponevano all’unificazione politica e territoriale. Entrambi i fronti, quello ligure e quello lunigianese, cedettero alla pressione longobarda entro la prima metà del VII secolo anche in ragione della viabilità affermatasi come detto sopra

Riflessi della viabilità longobarda sul territorio dell’alta val di Magra L’affermazione di questo importante tracciato non ebbe l’unica conseguenza di favorire e facilitare gli spostamenti tra i confini occidentali del Regnum e il centro della penisola o tra la capitale e i ducati centro-meridionali. Grazie ad esso, infatti, si determinò.  lo sviluppo dei territori che attraversava. Le popolazioni degli antichi insediamenti che si trovavano in prossimità del tracciato viario del quale si discorre entrarono in contatto forse per la prima volta nella loro storia con numerose persone di diversa provenienza, costume, classe sociale e lingua. Per le necessità che il flusso di persone determinava sorsero in punti strategici nuovi insediamenti ad opera di monaci i quali divennero presto punto di riferimento non solo per i viandanti ma anche per le popolazioni autoctone. Nacquero quindi nuovi collegamenti locali che avevano negli insediamenti vecchi e nuovi sparsi nelle vallate i punti di partenza e nella direttrice principale la meta. Lo sviluppo di questi nuovi insediamenti e conseguentemente dei collegamenti viari – nelle valli del Taro, del Vara, e del Verde nonché delle valli contigue ricevette ulteriore impulso dalla conquista longobarda della Liguria tra il 643 e il 644. Grazie ad essa venivano abbattuti gli ostacoli che si frapponevano alle comunicazioni con i territori ad occidente del tracciato principale. La spinta longobarda all’occupazione delle vallate appenniniche che si era temporaneamente fermata con l’assestarsi del confine, ricominciava con vigore dando vita a nuovi insediamenti che si irradiavano dal tracciato della via principale che qui ci interessa (Borgotaro-Brattello-val di Magra) e di quelli che lo intersecavano (Bardi-Borgotaro-Cento Croci-Sestri), in direzione dei territori sottratti ai Bizantini cioè verso la val di Vara e la Lunigiana interna. A seguito della conquista e della colonizzazione longobarda giunsero in questi territori i monaci benedettini che, è noto, erano strettamente legati alla monarchia longobarda. E’ il caso ad esempio della fondazione, tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo, dell’abbazia di Brugnato in val di Vara alla quale andrà il favore dei sovrani longobardi a partire da Liutprando sino a Desiderio (56) e della fondazione del monastero di Montelungo nella prima metà del VIII secolo (57), Grazie alle numerose attività che i monaci erano in grado di esercitare – il dissodamento e la bonifica dei terreni, l’insegnamento dell’agricoltura, la repressione dei retaggi del vecchio paganesimo delle origini e dell’arianesimo, la cura animarum e l’ospitalità verso i viandanti – i longobardi consolidavano la loro presenza ed il loro potere in queste plaghe dell’Appennino. Tra l’alta val di Taro, la val di Vara e la val di Magra si veniva così a creare una situazione di continuità politica e religiosa – che si innestava su una preesistente continuità etnico-culturale- la quale ritrovava nei tracciati della cosiddetta viabilità naturale lo strumento di collegamento interno più logico e adeguato alla bisogna. Gli antichi, se non antichissimi, percorsi che mettevano in collegamento le tre valli assursero a nuova importanza. Si assistette così, in quella che possiamo per comodità di esposizione chiamare la regione del Gottero (58), ad un vero e proprio sviluppo dei collegamenti. I valichi interessati da questa ripresa furono, oltre a quelli del Borgallo e del Brattello dei quali si è già detto, quello detto dei Due Santi (59) (dove giungeva una strada proveniente da Gotra, nei pressi della confluenza tra il torrente omonimo e il Taro, e che portava nella valle del Gordana, affluente del Magra), la foce dei Tre Confini  (60) (dove giungeva una via proveniente da Albareto, nella valle del Gotra, nelle cui vicinanze è l’antica chiesa intitolata a San Quirico), il Passo del Rastrello (che mette in comunicazione la valle del Mangia, quindi Zignago e Bugnato, di nuovo con la valle del Gordana) e il Passo dei Casoni (che congiungeva, tramite Rocchetta Vara e Suvero) Brugnato con Mulazzo. Questi ed altri tracciati minori (61) assolvevano al ruolo di collegamento tra le tre Valli e in particolar modo tra i rispettivi centri che erano Borgotaro, Brugnato e Surianum. A dispetto della loro appartenenza a tre diverse valli, ed oggi, paradossalmente, addirittura a tre diverse regioni, va sottolineato che dal punto di vista demografico prima ancora che religioso e politico questi centri furono parte di una realtà connotata da una certa omogeneità. I crinali, come dice il Giuliani, costituivano infatti gli strumenti di collegamento e non i confini territoriali ed amministrativi come accadrà in età moderna. Di questa comune appartenenza delle tre valli ad una per certi versi comune realtà demica, politica e religiosa, che acquisisce nuova linfa in epoca longobarda, sono una importante spia le reciproche contaminazioni di epoca successiva. Nei confini della diocesi di Luni -come individuati dal Mazzini – si comprendeva infatti, sino alla creazione della diocesi di Bugnato, anche la val di Vara. Circoscrizioni pievane della val di Magra non avranno nel crinale tra Il Gottero e la Cisa il loro confine ma si estenderanno in val di Taro (62) così come l’abbazia brugnatese avrà giurisdizione su possedimenti della val di Magra (63). Tuttavia se per Borgotaro e Brugnato vi sono riferimenti documentari di epoca longobarda attestanti la loro esistenza e il ruolo che essi svolgevano nell’ambito della viabilità, di quella che da più parti viene identificata come il nodo viario per antonomasia dell’alta val di Magra in periodo altomedievale, cioè Pontremoli, si parla per la prima volta solo nell’itinerario di Sigerico (990), cioè in un periodo successivo alla sconfitta longobarda ad opera dei franchi e all’affermazione della francigena. L’assenza di elementi documentari non è certo una prova dell’inesistenza, in epoca longobarda, alla confluenza del Verde nel Magra, di un insediamento militare/commerciale di una qualche rilevanza, tuttavia non può essere sottaciuto il fatto che a breve distanza esisteva l’importante centro di Surianum che già aveva avuto un ruolo rilevante sotto il dominio bizantino. In questo preciso contesto del quale si discorre, cioè a conquista longobarda della Liguria e della Lunigiana ormai avvenuta, con le necessità di collegamento tra le tre valli connotate dalle continuità di cui si è detto, e tenuto conto del fatto che strappata Surianum ai Bizantini questo rappresentava indubbiamente il centro di gran lunga più importante della val di Magra, si è più che autorizzati a supporre che il luogo della stessa dove convergevano le direttrici provenienti dalle valli limitrofe del Vara e del Taro nonché la viabilità longobarda proveniente da Pavia fosse, successivamente al 644 e forse anche precedentemente, Surianum e non Pontremoli. Quando si parla di Pontremoli in età longobarda tanto più nella prima età longobarda- più che ad un vero e proprio centro abitato ci si dovrebbe quindi riferire ad un luogo fisico geograficamente connotato per essere alla confluenza dei percorsi transappenninici che insistono sul crinale che dal Gottero giunge sino all’Orsaro (64) e che rappresentava pertanto un luogo di passaggio obbligato. Ma la località alla quale tendeva la viabilità della prima età longobarda, e che per le contingenze della guerra con i bizantini non poteva essere raggiunto bensì aggirato, era infatti Surianum. Dal 644, anno della conquista di Rotari, e forse anche da una data precedente, caduti gli ostacoli che si frapponevano al suo raggiungimento da parte longobarda, Surianum divenne il punto verso il quale puntò la viabilità proveniente da nord-ovest e da ovest. Adottando con il Giuliani i criteri interpretativi della viabilità storica secondo i canoni della naturalità -cioè abbandonando lo stereotipo della Lunigiana come “corridoio” nord-sud conseguente all’adozione del criterio della viabilità artificiale- risulta assai comprensibile come essa, prima dell’affermazione della Francigena, abbia rappresentato un “corridoio” nel quale confluiva dapprima una arteria viaria di grande importanza proveniente da nord-ovest (la Pavia-Bobbio-val di Magra) e, a seguito della conquista della Liguria ad opera di Rotari del 642, diversi tracciati a carattere regionale provenienti da occidente (estrema val di Taro e val di Vara). E’ a questo periodo ed in questo contesto che vanno fatti risalire l’affermazione e lo sviluppo dei territori e delle valli sulla destra del Magra. In ragione della loro appartenenza, con l’alta val di Taro e la val di Vara, alla regione appenninica del Gottero, per il fatto di essere luogo di transito di numerosi percorsi che collegavano tra loro i centri più importanti delle tre valli – cioè Surianum, Borgotaro e Brugnato – i territori compresi tra la valle del Verde e la valle del Geriola andavano incontro ad un considerevole sviluppo. Della importanza di Surianum in epoca longobarda, a conferma del ruolo di questa località nell’ambito sia della viabilità maggiore che di quella regionale, parla infine la famosa “epigrafe di Leodgar” alla quale si vuole accennare solo per completezza di esposizione e sulla quale non si vuole oltre soffermarci per la esaustività della bibliografia in proposito (65). Varrà invece la pena ricordare che essendo la fondazione di San Benedetto di Montelungo antecedentemente al 752, data della morte di Astolfo, e tenendo altresì onto del fatto che l’istituzione religiosa lunigianese sarà donata anteriormente al 772 da Desiderio e dalla Moglie Ansa a San Salvatore di Brescia, grande monastero fondato nel 753 dall’ultimo re longobardo e affidato alla figlia Anselperga, è verosimile che l’anonimo personaggio dell’epigrafe di Filattiera fosse addirittura legato al monarca o alla sua famiglia (66).

Il definitivo spostamento dell’asse della viabilità nord-sud e l’affermazione della francigena

Se la conquista longobarda della Lunigiana e della Liguria determinò l’affermazione definitiva della viabilità che, provenendo da Pavia per il tracciato intervallivo che toccava Bobbio e Turris, giungeva in val di Magra. paradossalmente ne segnò anche il tramonto come tracciato privilegiato. Con l’annessione della Liguria e della Lunigiana nonché di altri territori dell’Esarcato e della Pentapoli si veniva a consolidare definitivamente il controllo territoriale tra la costa tirrenica e la pianura padana da parte longobarda e il Regnum Langobardorum era ormai al suo massimo splendore. La nuova condizione politica consentiva ora l’utilizzo delle grandi vie consolari come, nella fattispecie, la Via Aemilia. Da Pavia divenne pertanto facile raggiungere Piacenza quindi Borgo San Donnino dove per la valle del Taro e il Monte Bardone si giungeva agevolmente in val di Magra. In luogo del tracciato intervallivo che giungeva in val di Magra transitando per Bobbio, Bardi e Borgotaro e che doveva valicare il Pellice, il Pellizzone, il Brattello o il Borgallo, il nuovo percorso prevedeva un lungo tratto pianeggiante ed un unico agevole valico. Le testimonianze che attestano l’affermazione di questo nuovo tracciato sono chiaramente rintracciabili nelle fondazioni di monasteri regi su di esso disseminate. Nella fattispecie la fondazione del monastero di Berceto ad opera di re Liutprando all’inizio dell’VIII secolo e quella del monastero di Montelungo nella prima metà dell’VIII secolo sorto ad opera dell’anonimo personaggio noto con il nome di Leodgar e poi donato da Adelchi al monastero di San Salvatore di Brescia fondato da re Desiderio. Dall’ VIII secolo questa diventa la via per antonomasia dei Longobardi e dei loro successori Franchi con una serie di conseguenze per l’alta val di Magra la più importante delle quali fu certamente la nascita, o la definitiva affermazione, del luogo dove convergevano il vecchio ed il nuovo tracciato cioè Pontremoli la fondazione dell’abbazia di Aulla nella seconda metà del IX secolo ecc. Non è un caso che la prima testimonianza documentale relativa a Pontremoli sia contenuta nell’itinerario di Sigerico, arcivescovo di Canterbury il quale. nel suo viaggio di ritorno da Roma (990-994), annota Luna (Luni), Sce Stephane (Santo Stefano), Aguilla (Aulla), Puntremel (Pontremoli), Sce Benedicte (Montelungo) e Sce Moderanne (Berceto). E’ quindi la realizzazione compiuta della Francigena a determinare l’affermazione se non addirittura la nascita di Pontremoli. Ciò non dovette accadere in brevissimo tempo, anzi, è presumibile che inizialmente il percorso proveniente dal Monte Bardone, e che transitava per Montelungo, puntasse comunque a Surianum come quello in voga precedentemente sul quale ci siamo abbondantemente soffermati. Di questa possibilità vi è traccia nel percorso indirettamente ricostruito sulla scorta di un diploma di Ottone I del 962 detto anche “teutonico” perché segna il passaggio seguito dai pellegrini tedeschi. In esso si ricordano Lunis (Luni), Surianum (Sorano di Filattiera), Monte Bardone (Passo della Cisa), Berceto e Parma. Per qualche tempo i due luoghi si disputarono il ruolo di “stazione” privilegiata ai piedi del Monte Bardone poi Pontremoli ebbe il sopravvento non solo per la sua strategica posizione rispetto al fatto che qui confluivano tutti i percorsi dei quali si è detto più sopra ma forse. anche, più banalmente, per ragioni attinenti alla logistica degli spostamenti. Chi proveniva da sud aveva infatti tutto l’interesse a scegliere un luogo di sosta il più sotto possibile al Monte Bardone viceversa chi vi discendeva per portarsi verso meridione, dopo aver fatto tutto il percorso che da Montelungo giungeva nel fondovalle, doveva percorrere ben sette miglia prima di giungere al luogo (Surianum) dove concedersi il meritato riposo. Forse anche per queste ragioni, oltre che per l’indubbia favorevole posizione geografica, Pontremoli divenne il luogo per antonomasia dove puntava la viabilità a partire dalla fine del X secolo. Dell’inizio dell’XI secolo è, significativamente, la prima istituzioni benedettina finalizzata all’assistenza dei viandanti e alla riscossione del pedaggio appena a settentrione del borgo murato.

Conclusioni

L’alta val di Magra, ossia la parte settentrionale di quella che viene definita la regione storica e naturale lunigianese, è spesso e inconsapevolmente identificata con l’estrema propaggine del territorio della civitas lunense, quasi che la dinamica evolutiva della sua storia, e della sua identità, irradiassero in toto da Luni e dalla romanità, dalla cattedra episcopale e dall’organizzazione diocesana ad essa facente capo. Gli avvenimenti che hanno connotato il periodo a cavallo tra il Tardoantico e l’Altomedioevo, suggeriscono che la spinta tanto impetuosa e deflagrante quanto vitale grazie alla quale questo territorio uscirà dalla situazione di marginalità nella quale era relegato durante il periodo romano tessendo pian piano l’ordito di una peculiare quanto robusta struttura identitaria, ebbe origine e si alimentò dalla incontenibile ed eterogenea corrente migratorio-espansiva barbarica la quale, grazie anche alle istituzioni monastiche, trovò in questo territorio uno dei luoghi atti a stabilirsi e dal quale guardare al futuro.


Giampietro Rigosa, L’alta val di Magra tra Tardoantico e Altomedioevo, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, voll. XXXVI – XXXVII, anno 2006/2007, edito da Associazione Manfredo Giuliani per le Ricerche Storiche e Etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana


1.Anche in periodo romano le popolazioni dell’alta Val di Magra rimasero complessivamente ancorate a pratiche cultuali e a forme di organizzazione sociale preistoriche perpetuando nella sostanza il modo di vivere pre-storico. E’ presumibile infatti che a partire dal 193 a.C., a seguito della definitiva sconfitta militare delle popolazioni liguri qui stanziate per un lungo tempo, soprattutto nelle zone montuose come l’alta Val di Magra appunto, l’intervento romano si sia limitato alla definizione delle divisioni amministrative semplicemente adattando le strutture territoriali già esistenti sovrapponendo il “pagus” al “conciliabula” senza modificare gli usi e costumi della popolazione stessa. Esplicativo da questo punto di vista quanto affermato da P M. Conti in Luni nell’ Alto Medioevo, CEDAM Ed., Padova 1967.”…la storia dell’alto medioevo in alcune zone, e tra queste in ispecial modo quelle montane, siccome maggiormente conservative, non può prescindere dalla considerazione di alcuni aspetti dell’organizzazione demico-territoriale preistorica e protostorica, giacché questa non solo in qualche raro caso ha potuto trovare continuazioni che sono state capaci di giungere a sfiorar quasi l’età nostra, quanto perché l’organizzazione romana, dallo sfacelo della quale sono nate tante peculiarità del medioevo, ha in quei più antichi assetti trovato un relativo limite ognora diverso che ha perpetuato una parte delle antiche differenze tra gente e gente, tra paese e paese.”

2.Onginario del Ponto dove nacque intorno al 64 a.C., Strabone di Amasea è l’autore di una grande opera di carattere geografico intitolata appunto “Geographia” costituita da 17 libri-il V e il VI dei quali riguardano l’Italia – giuntaci pressoché completa. L’opera si basa solo in parte su esperienze personali di viaggio quanto, piuttosto, sulla rivisitazione delle opere di Erastotene sulla scorta degli scritti di Polibio, Artemidoro di Efeso e di Posidonio. Cfr. F. Lassere. Strabon, Geographie, III. Paris 1967, ed. Belles Lettres. Anche N. Biffi, L’Italia di Strabone, Testo, traduzione e commento dei libri Ve VI della Geografia, Genova, 1988. La strada che collegava Roma con l’Etruria-e successivamente con la Liguria – sino ad oltrepassare le Alpi e ad entrare in Gallia, era, ed è tuttora, chiamata Aurelia.

3.In realtà non era un unica via costruita nello stesso arco temporale, bensì, con ogni probabilità, la somma di tronconi successivi: l’Aurelia Vetus, l’Aurelia Nova e l’Aurelia Scauri. Il tratto che qui ci interessa è quello che venne fatto costruire dal console M. Aemilio Scauri nel 109 a.C. e che perciò prese il nome di via Aemilia Scauri. Sulle ipotesi dei percorsi della Armilia Scauri Cfr. D. Lamoglia, La Via Aemilia Scauri, in Athenaeum”, XV (1937), U. Formentini, Le due viae Aemiliae, in “Rivista di Studi Liguri, XIX (1953), pp. 57-58; E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, Firenze 1833-1846, (Firenze 1972).

4.Itinerario stradale con rappresentazione cartografica il cui nome deriva da K. Peutinger, dignitario di Augusta che nel 1507 entrò in possesso del documento. La Tabula si data alla seconda metà del IV secolo d.C. se non alla prima metà del V. In essa è rappresentato l’intero territorio dell’impero dalla penisola iberica all’India e vi sono segnati tutti i percorsi viari con i punti di sosta e le relative distanze il tutto compresso su un rotolo di circa sette metri di lunghezza.

5.Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti, Leipzig. 1929. Documento nel quale sono annotati i percorsi che si snodavano nelle varie regioni dell’impero. Si compone di due sezioni: Itinerarium provinciarum che elenca i percorsi via terra, e l’itinerarium maritimum. che descrive invece le principali rotte via mare soprattutto del Mediterraneo. Il codice pervenutoci è databile al VII secolo d.C. ma probabilmente la sua stesura originale risale all’impero di Diocleziano e Costantino a sua volta sulla base di un modello della fine del II o l’inizio del III secolo d.C. Molti studiosi riconoscono infatti nell’ Antonino al quale è intitolato J’Itinerario, l’imperatore Antonino Caracalla.

6.Cfr. E. Giannichedda, Archeologia degli insediamenti a Filattiera, in “Studi Storici in memoria di Mario Niccolò Conti” (1898-1988), Parte Prima, Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze, vol. LXIV-LXV, (1994-95), La Spezia, 1995.

7.A. C. AMBROSI, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana e sul porto di S. Maurizio, in II Pellegrinaggio medievale per Roma e per Santiago de Compostela. Itinerari in Val di Magra, Quaderni della Biblioteca e degli Archivi Storici del Comune di Aulla, IX.

8. Georgii Cyprii. Descriptio Orbis Romani, ed. H. Gelzer, Leipzig 1890, anche in E. Honigmann, Le surekdemos d’Hyèroclès et l’opuscole geographique de Georges de Chypre, Bruxelles, 1939, (Corpus Bruxellense Historiae Bizantine, Forma Imperii Bizantini, I),

9.Anonimi Ravennatis, Cosmographin, ed. G Partey e M. Pinder, Berlin, 1860. (rist. Aalen 1962), IV. 32, p. 269.

10.Sulle riforme amministrative durante il tardo impero v. T. Mommsen. Die Libri Coloniarum, “Gesammelte Schriften, V. Berlin 1908, pp. 146-199; Id. Die Italienischen Regionem, ibidem, pp. 268-285, C. Jullian, Les transformations politiques de l’Italie sous l’empereurs romains, Paris, 1883.

11.Cfr. F. Gahotto, Storia dell’ Italia Occidentale, in “BSSS”, LXI-LXII, Pinerolo, 1911, 1, p. 163; II. pp. 581 s

12.Cfr. T. Mommsen, Die Quellen der Langobardengeschicte des Paulus Diaconus, in “Neues Archiv, V. (1879), p.80.

13.Si prendano ad esempio i tanti castelli atesini ricordati da Paolo Diacono nella Istoria Langobardorum Cfr. anche P. M. Conti in Luni nell’Alto Medioevo, cit., p. 63; anche G. P. Bognetti, S. Maria di Castelseprio, e la storia religiosa dei Longobardi, in Bognetti, Chierici, De Capitani, S. Maria di Castelseprio, Milano, 1948, pp. 54-55.

14.Gruppo di tribù iraniche provenienti dall’Asia centrale insediati a settentrione del Mar Nero nel I secolo d. C. finirono per riunirsi alle tribù germaniche giungendo a minacciare i confini orientali dell’Impero, Con l’arrivo dei Goti intorno al III secolo d. C. persero la loro autonomia e successivamente furono quasi annientati dagli Unni.

15. Vedi ad es. Sarmata, Sarmato e Sarmadasco cfr. P. M. Conti in Luni nell’ Alto Medioevo, cit., p.59

16.Popolazione germanica nominata per la prima volta in occasione della battaglia combattuta da Caracalla contro di loro nel 213 d.C. Sono etnicamente assimilabili ai Seubi, il cui nucleo principale, i Semnones, abitava la media regione dell’Elba già verso il 500 a.C. Penetrati nell’Impero e superato il Reno, si stanziarono nel V secolo d.C. tra Palatinato, Mosella. Alsazia e Svizzera. Anche se successivamente sottomessi ai Franchi ebbero leggi proprie e loro governanti. Successivamente alla caduta dell’ Impero Carolingio assunsero l’antica denominazione di Svevi.

17.Popolazione barbarica di cui poco si conosce. In Ammiano Marcellino XXXI, hist. 9, si racconta che Frigerio dopo aver combattuto Goti e Taifali, deportò i Taifali “Circa Mutinam Regiumque et Parmam italica oppia rura culturos”. Cfr. P. M. Conti in Luni nell’ Alto Medioevo, cit., p. 59.

18.Detti anche Bavari. Popolazione germanica probabilmente discendente dai Marcomanni. Stanziatisi in Boemia avrebbero preso il nome di Baiuvari. Giunsero nell’odierna Baviera a seguito del disimpegno delle legioni romane tra il 488 e il 526 occupando la pianura e germanizzando le vallate alpine. Legati ai longobardi per affinità etnica e per legami dinastici, la figlia del loro duca Garibaldo andò sposa al longobardo Autari, vennero poi sottomessi ai Franchi.

19.O Burgundi, popolazione del gruppo germanico orientale in origine affine ai Vandali e forse originaria della penisola scandinava. Insediata oltre la Vistola all’inizio dell’era cristiana mosse successivamente verso occidente scontrandosi con altre genti barbariche. I loro tentativi di procedere oltre il confine dell’Impero alla guida del re Gundikar, reso celebre dalla saga dei Nibelunghi, vennero inizialmente frustrati ma, in seguito, ottennero di stabilirsi come foederati nei dintorni del lago di Ginevra. Le loro successive espansioni li misero contro i più potenti Franchi ed Ostrogoti. Sottomessi ai Franchi si latinizzarono e passarono al cristianesimo.

20.Popolo germanico della stirpe dei Seubi stanziato tra il medio corso dell’Elba e l’Oder. Combatterono contro i romani e dopo le sconfitte subite ad opera di Druso emigrarono in Boemia dove riuscirono ad estendere il loro dominio sui popoli vicini. Respinti oltre il Danubio con due guerre da M. Aurelio furono sottomessi dagli Unni nel V secolo.

21.Si tratta del riferimento al toponimo Barbarasco nella media val di Magra. Secondo P. M. Conti in Luni nell’ Alto Medioevo, cit., p. 61 tale toponimo è “pressoché certamente anteriore al secolo V”.

22.Agazia, De b. goth, II, 28, ed. D. Dindorf, II, Leipzig 1871, p.189.

23.Ibidem, pp. 158 e seg.

24.Vedi ad es. M. Giuliani, Toponimi bizantini in Lunigiana, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, XXX (1930) pp. 69 ss.; P. M. Conti,, Osservazioni storiche su alcuni toponimi della regione pisana, in “Bollettino storico pisano” XXXIII-XXXV,(1964-1966). pp. 82 ss.Non si vuole disconoscere il valore dell’ indagine toponomastica che ha spesso fornito elementi di discussione in mancanza di fonti documentarie scritte o di evidenze archeologiche. I numerosi toponimi che sono stati ricondotti alla presenza militare bizantina come “baselga” (Corvarola-Guinadi-Pontolo in val di Taro) o gli stessi Filattiera e Filetto sono sicuramente degni di nota tuttavia su questi fragili elementi sono state costruite ipotesi sulle quali non si vuole in questa sede entrare.

25.Per le notizie sugli scavi si è fatto riferimento a AA. VV., Filattiera-Sorano: L’insediamento romano e tardo antico scavi 1986-1995, a cura di E. Giannichedda, All’Insegna del Giglio ed.. Firenze, 2001.

26.Cir. A.C.Ambrosi, Lunigiana: la preistoria e la romanizzazione, I.La preistoria, “Centro Aullese di Ricerche e studi lunigianesi”, Aulla, 1981, pp.96-107.

27.Cfr. A.C. Ambrosi, Lunigiana: la preistoria e la romanizzazione. I. La preistoria, “Centro Aullese di Ricerche e studi lunigianesi”, cit., pp. 126-151

28.Cfr. U. Mazzini, Restituzione di un passo di Livio relativo agli Apuani, in Giornale Storico della Lunigiana”, XXI,(1920), Liv., XL, 41.

29.P. Ferrari, Il “Castellaro” di Monte Castello nell’Alta Valle della Capria in Lunigiana, “Archivio Storico per le Province Parmensi”, XXVI, (1926) pp. 87-134; (anche in P. Ferrari, Studi di Storia Lunigianese, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Paolo Savi ed., Pontremoli 1985, pp. 43-78).

30.U. Formentini, Scavi e ricerche sul limes bisantino nell’Appennino lunese-parmense. “Archivio Storico per le Province Parmensi”, XXX, (1931) pp. 10-27

31.Vedi il testo della “Promissio Carisiaca” nella “Vita Ariani”, 41-42, Liber Pontificalis, ed. L Duchesse, I (Paris 1886), p. 498. Cfr. F. Schneider, Die Reichsverwartung in Toscana, Roma 1914, p.46; D. A. Bullogh, A Byzantin castle in the val di Magra, Surianum-Filattiera, in “Studies in italianmedieval history”, Papers of the British School at Rome, XXIV, n.s., XI (1956), p.15: L. Banti, Via Placenta-Lucam, in “Atene e Roma”, XIII, fase. I-II, 1932, p. 107.

32.P. M. Conti in Luni nell’ Alto Medioevo , cit., p. 83.

33.Sulla data della caduta di Sorano non esistono notizie precise bensì delle ipotesi. Alcuni autori l’hanno addirittura collocata all’interno delle conquiste con cui Liutprando portò il confine con l’Esarcato al Senio (727). Secondo altri la conquista risalire addirittura al 593 durante il regno di Agilulfo. In un contributo del 1979 P.L. Dall’ Aglio, sulla scorta dell’itinerario seguito da Agilulfo per raggiungere Perugia e sulla scorta della contemporanea presa di Bismantova confuta categoricamente le tesi suddette e data la presa di Sorano al 593 appunto quando Agilulfo si trovò ad affrontare la manovra a tenaglia franco-bizantina e la defezione di numerosi duchi. Concluse le trattative di pace coi franchi già avviate da Autari, Agilulfo, riconquistato il settentrione, passò al contrattacco spingendosi sino a Perugia. L’autore ritiene che una tale avanzata non potesse essere effettuata senza la precedente conquista dei castra che ne avrebbero potuto ostacolare irrimediabilmente il ritorno a Pavia cioè Sorano e Bismantova. L’ipotesi di gran lunga più attendibile e alla fine unanimemente accettata vuole l’occupazione longobarda di Surianum contemporanea a quella di Luni e delle città costiere della provincia Marittima (642-644).

34.Civitates, ludiciarie, Territoria o Fines furono i distretti nei quali venne suddivisa l’unità circoscrizionale della città con il territorio ad essa legato in periodo longobardo. Cfr. P. M. Conti in Luni nell’Alto Medioevo, cit., p. 150.

35.Codex Diplomaticus Langobardiae, a cura di G. Porro Lambertenghi, Torino 1863, (MHP XIII), col. 96, doc. 50. Per la corretta datazione del documento v. G Santoro, Rettifiche alla datazione di alcuni documenti del Codex Diplomaticus Langobardiae, in “Archivio lombardo”, S. VIII, II (1950).

36.Più che agli avvenimenti connessi all’instaurazione dei regni di Odoacre e di Teodorico ci si riferisce alle conseguenze delle guerre goto-bizantine che modificarono indelebilmente il territorio, il modo di combattere, il modo di pensare e che portarono all’abbandono degli ordinamenti civili ai quali si sostituì il caos.

37.Cfr. G. A. Baruffi, L’analisi della notizia storiografica come strumento di indagine per la ricostruzione delle comunicazioni stradali nel VI secolo dell’era volgare. L’esempio dell’occupazione longobarda, p. 32 in Prima della Francigena, Itinerari romei nel “Regnum Langobardorum” a cura di R. Stopani, Le Lettere, Firenze, 2000.

38.Ibidem, p. 34.

39.Cfr. N. Z. Castellini, Dalle origini all’Unità d’Italia, a cura dell’ Associazione “Amici del Campanone”, Pontremoli 1976 pp. 8-38, Prima della Francigena, cit. p. 6. L’abbandono di questi percorsi determinò in alcuni casi anche il conseguente abbandono dei centri abitati ivi dislocati come Fidenza, Velleia e Tannectum.

40.Questi tracciati si svolgevano in Val di Susa e in Val d’Aosta dove le “chiuse”, oltre che a segnare il confine del regno longobardo dopo la conquista delle due valli da parte del re burgundo Gontranno, permettevano l’organizzazione di efficaci linee difensive e di contenimento. Cfr P. Duparc, Les cluses et la frontiere des Alpes, Biblioteque de L’Ecole des Chartres CIX-1952, p. 20, n. 1. A conferma dell’importanza attribuita dai longobardi al sistema difensivo incentrato sulle “chiuse” nord-occidentali varrà ricordare che la penetrazione dell’esercito franco guidato da Carlo Magno nel settentrione d’Italia in virtù della quale entro breve tempo si ebbe la caduta del Regnum, fu resa possibile grazie ad un dispendioso quanto imprevedibile aggiramento delle stesse che ebbe sui longobardi un effetto psicologico catastrofico.

41.L’evangelizzazione dell’Inghilterra, promossa dal pontefice Vitaliano, costituì un fattore determinante nell’affermazione dei pellegrinaggi verso i Loca Sacra della cristianità e soprattutto verso Roma. Lo dimostra il documentato quanto notevole flusso di pellegrini da un lato e l’afflusso di codici alle numerose abbazie disseminate sulla via del ritorno al nord. A prescindere dalle considerazioni più strettamente spirituali l’Urbe doveva esercitare un potente influsso sull’immaginario delle popolazioni del nord. La città in quanto tale, i monumenti della classicità, l’atmosfera aulica che circondava la Chiesa costituivano un indelebile ricordo per coloro che tornavano in patria i quali divenivano strumento di diffusione dell’anelito al viaggio. Cfr. R. Stopani, Le Vie per Roma nella prima età longobarda, in Prima della Francigena, cit. p. 16.

42.La devozione a San Michele Arcangelo in Italia è anteriore alla calata dei longobardi (secondo la tradizione la sua prima apparizione, e quindi la sua venerazione, risalgono al 490). Tuttavia i longobardi del ducato di Benevento, di cui faceva parte il Gargano, attribuirono a San Michele la vittoria sui bizantini del 647 e ne esportarono il culto a Pavia dove Grimoaldo I-che era stato duca di Benevento e successivamente divenne rex Langobardorum-gli intitolò la chiesa palatina. La grotta del Gargano assurgerà comunque a loro santuario nazionale e meta dei loro annuali pellegrinaggi. I luoghi nei quali si venerava San Michele erano diffusi anche nel settentrione. Si pensi alla Sacra di San Michele all’imbocco della Val di Susa (sulla direttrice Pavia-passi del Moncenisio-Monginevro) che da oratorio longobardo divenne in seguito (998) una abbazia alla quale si recavano i pellegrini diretti a Roma e quelli che, in senso contrario, si recavano a Santiago de Compostela. Per tutti valeva la preghiera: “et ecce Michael unus de princibus primis, venis in auditorium meum”. Cfr. A. Cattabiani, Santi d’Italia, vita leggende iconografia feste patronati culto, vol. II. Bur, Milano, 1999.

43.Soprattutto, come si è detto, i passi “gemelli” del Moncenisio e del Monginevro nonché quello del Gran San Gottardo. Ai primi giungevano i percorsi provenienti da nord-ovest (che sommariamente toccavano Reims, Chalons sur Marne, Troyes, Chatillon sur Seine, Tournus, Lione e Chambery) mentre al terzo quelli provenienti da nord (Duisburg, Colonia, Coblenza, Worms, Spira, Strasburgo, Basilea e Losanna). Cfr. R. Salvarani, Le strade della devozione ,Grafo, Brescia, 1997, pp. 22-30.

44.Cfr. R. Stopani, Le Vie per Roma nella prima età longobarda, in Prima della Francigena, cit. p. 15.

45.Il Giuliani, emendando uno scritto di G. Mariotti, afferma a proposito del passo del Borgallo che esso, e non il Brattello, fu interessato da un tracciato viario di epoca romana che permetteva di raggiungere Luni, Piacenza e Velleia. Secondo il Giuliani fu il passo del Borgallo a rappresentare il punto di passaggio obbligato per le comunicazioni che dalla val di Taro prendevano la direzione di Pontremoli. “Il passo del Brattello, anche nei tempi antichi, non poteva certo rimanere escluso dal sistema delle comunicazioni regolate dalla via del Borgallo, ma ciò avveniva sussidiariamente”. Successivamente, cioè in età comunale, sarà viceversa il Brattello ad avere il ruolo preminente ed il Borgallo quello sussidiario. Le due vie provenienti rispettivamente dal Borgallo e dal Brattello si congiungevano all’altezza di Guinadi. Sulla via del Borgallo e sul rapporto tra questo e il passo del Brattello si veda M. Giuliani, La Via del Borgallo, il “Pagus Vignolensis” e il “Castrum Grundulae“, in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, Quarta serie, VI (1954) pp.51-57, Anche in: Manfredo Giuliani, Saggi di Storia Lunigianese, a cura di G Benelli, Pontremoli, 1982, pp. 89-108. Sul passo del Brattello si veda anche G. Sforza, Le strade del Brattello e della Cisa, in Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Forni, Bologna 1887, pp. 341-371. C. Repetti, Pontremoli la via di Monte Bardone e i percorsi attraverso i valichi appenninici tra XI e XV secolo, in “Cronaca e storia di Val di Magra”, anni XXXI-XXXII, 1997-1998, Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesı, Aulla 1998, A. Mararini, Ricognizioni sul Brattello. Alla scoperta di un valico appenninico “minore”, Bollettino 1. V. S., 2/99.

46.La scarsità di memorie e di elementi documentari relativi all’ Altomedioevo non consente la ricostruzione di questo tracciato se non sulla scorta di testimonianze indirette e di ragionevoli supposizioni tuttavia una conferma a queste ipotesi è ricavabile dagli spostamenti in Italia dell’imperatore Arnolfo di Corinzia nell’895-896. Pavia, Piacenza, Borgotaro e Roma sono infatti le tappe del suo viaggio. Cfr. Liudprandus, Antapodosis, in Id., Opera, ed J. Becker, Hannoverae-Lipsiae 1915. 1. 23, p. 25.

47.Questo percorso detto “via dei monasteri” o “strada delle abbazie regie” aveva inizio a Fiorenzuola, toccava Castell’ Arquato, Lugagnano d’Arda, Tollara e per il passo di Pellizzone raggiungeva Bardi. Da qui per Gravago, Osacca e Caffaraccia giungeva a Borgotaro. Cfr. R. Stopani. Le Vie per Roma nella prima età longobarda, in Prima della Francigena, cit. pp. 24-25 G Magistretti, Da Bobbio a Pontremoli: la via degli abati. In Prima della Francigena, cit p. 97.

48.Cfr. M. Giuliani, L’Appennino Parmense-Pontremolese, Appunti di Geografia Storica per un programma di ricerche lessicali e folcloristiche, cit. p. 4-5

49.Ibidem.

50.Ibidem.

51.Ibidem.

52.Ibidem.

53.Cfr. R. Stopani, Le Vie per Roma nella prima età longobarda, in Prima della Francigena. cit. p. 25.

54.G P. Bognetti in un contributo intitolato. L’abbazia regia di San Salvatore di Tolla, note di storia e di diritto con una sentenza inedita dell’arcivescovo di Genova del 1191, in “Bollettino storico piacentino” XXIV (1929), fasc. 1, pp. 3-11 e fasc. 2, pp. 67-81 sostiene che sul crinale di Monte Bardone “dovevano incrociarsi tanto una stretta lingua che congiungeva tra loro le terre ancora bizantine della Liguria e dell’Emilia, quanto la via che, passando per il gruppo di Monte Bardone e poi per i fianchi dell’ Appennino (le valli della Lunigiana erano nelle mani dei bizantini) riattaccava Lucca, longobarda, a Pavia cioè alla parte settentrionale del regno.”

55.La via consolare in questione non era infatti saldamente in mano ai longobardi ma attraversava territori ancora saldamente in mano ai bizantini.

56.Sull’ Abbazia di Bugnato si veda ad es. U. Formentini, Brugnato (gli abati, i vescovi, “cives“), in Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze “G Cappellini”, XX, 1940, e P.F. Kehr, Italia Pontificia, VI, 2 Berlino, 1914, pp. 368-370

57.Tra i tanti contributi relativi a Montelungo si vedano almeno G. SFORZA, Il villaggio di Montelungo, in Memorie e documenti per servire allo storia di Pontremoli, II. Lucca 1887, pp. 372 segg: L. ScHUTTE. Der Appenninenpass des Monte Burdone und die Deutschen Kaiser, Berlino 1901, U, MAZZINI, L’epitaffio di Leodgar vescovo di Luni del secolo VIII. Nuovi studi sulla lapide di Filattiera, in “Giornale Storico della Lunigiana” X, 2(1919), pp. 99-100, (anche im “Anuali del Museo Civico della Spezia”. I (1977/78)); G. MARIOTI, La strada Francesca di Monte Bardone e l’ospedale di S. Benedetto di Montelungo, “I Quaderni de La Giovane Montagna XVIII. n. 59, Parma 1940; U. FORMENTINI, II monastero regio di S. Giovanni di Pontremoli, in “I Quaderni della Giovane Montagna”, XVIII n. 53, Parma 1940 pp. 5-6; I., I Longobardi sul Monte Bardone, ID., FORMENTIM, Le due Vide Emiliae, pp. 43-74; G PISTARINO, Le Pievi della Diocesi di Luni, I, in “Collana Storica della Liguria Orientale”. II. (Istituto Internazionale di Studi Liguri Museo Bicknell, Bordighera, sezione Lunense), La Spezia 1961, p. 115; N. ZUCCHI CASTELLINI, Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena e dell’alto bacino della Magra, in Archivio Storico per le Province Parmensi» IV/XIII (1961), Parma 1961, P. M. CONTI, Luni nell’ Alto Medioevo, Padova 1967 pp. 6-7; V. POLONID, Diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato, in “Italia Benedettina”, II: Liguria Monastica, Cesena 1979, pp. 45-47; G. RIGOSA, Note ed appunti su Montelungo e sui Longobardi in Val di Magra nell’ VIII secolo, «Archivio Storico per le Province Parmensi IV (1998), L., Parma 1999. Riferimenti a Montelungo sono presenti anche in P. F. KEHR, Italia Pontificia, VI, 1, pp. 342-347

58.Ci si riferisce al Monte Gottero in virtù del fatto che esso sorge esattamente al punto di incontro delle valli del Vara, del Magra e del Gotra. Questo punto segna oggi l’incontro tra la provincia della Spezia, quella di Massa e quella di Parma, in altre parole tra Liguria, Toscana ed Emilia. Da un punto di vista orografico il Gottero rappresenta lo snodo tra l’Appenino emiliano-ligure e l’Appennino tosco-emiliano che diviene poi tosco-ligure.

59.Già passo del Faggio Crociato. Cfr. M. Giuliani, La Via del Borgallo, il “Pagus Vignolensis” e il “Castrum Grundulae”, cit. p.89.

60.Già Foce della Colla di Monte Gottero. Cfr. M. Giuliani, La Via del Borgallo, il “Pagus Vignolensis” e il “Castrum Grundulae”, cit pp. 89-90.

61.Come ad esempio quello risalente dalla Pieve di Zignago e che tramite il valico tra il Monte Fiorito e il Monte Civolano scendeva nella Valle del Teglia oppure quello che provenendo da Villagrossa nei pressi di Calice al Cornoviglio attraversava il crinale tra il Monte Coppigliola ed il Cormoviglio scendendo nella Valle del Mangiola. Cfr. M. Giuliani, La Via del Borgallo, il “Pagus Vignolensis” e il “Castrum Grundulae” cit. p. 91.

62.E’ ad esempio il caso della pieve di Vignola che estendeva la sua giurisdizione nella valle del Tarodine dove era la cappella di Valdena. Cfr. G Pistarino, Le pievi della diocesi di Luni, parte I. “Istituto Internazionale di Studi Liguri” “Museo Bicknell-Bordighera”, a cura dellla sezione Lunense, La Spezia, 1961 p. 142.

63.E’ il caso ad esempio delle cappelle di Teviggio, Costola, Buto, Cavallanova, S. Lorenzo di Zeri e di Santa Maria di Caprio che pur essendo nell’ambito delle pievi lunensi appartenevano all’episcopato brugnatese “fin dalla sua erezione nel 1133 in corrispondenza del patrimonio di terre e di “celle” del preesistente monastero”, Cfr. G Pistarino, Le pievi della diocesi di Luni, cit p. 100.

64.Oltre ai passi ad occidente della Cisa dei quali si è già detto l’importante Passo del Cirone che collega la val d’Antena con la valle del Parma.

65.L’epigrafe è conservata nella chiesa di San Giorgio di Filattiera. Vi si ricordano le gesta di un anonimo personaggio, da alcuni identificato nel corepiscopo missionario longobardo Leodgar, deceduto nel secondo anno del regno di Astolfo (752). A questo personaggio sono attribuite. tra l’altro, l’edificazione di un Benedicti almifici, di una auleolam Sancti Martini e la repressione di culti non ortodossi (idola fregit). P. FERRARI, Monumenti romanici a Filattiera, «Lunigiana», 1. Pontremoli, 1910, 6, p. 3; U. Mazzini, Un’ epígrafe lunigianese del secolo ottavo, “Giornale Storico della Lunigiana”, II, 1911,3. pp. 153-160 (anche in «Lunigiana» II, 1911. 2, p. 2); ID., L’epitaffio di Leodgar vescovo di Luni del secolo VIII, in Nuovi studi sulla lapide di Filattiera, “Giornale Storico della Lunigiana”. X. 2. (1919) pp. 81-111. (anche in “Annali del Musco Civico della Spezia”. 1 (1977/78), pp. 215-236. G. MARIOTTI, La Pieve di S. Maria di Fornovo, “La Giovane Montagna”, XXXU4, Parma 1930, p. 1. U. FORMENTINI, Scavi e ricerche sul limes bizantino nell’appennino lunese-parmense, “Archivio Storico per le Province Parmensi XXX (1930), pp. 39-69; Conti, Luni nell’ Alto Medioevo, pp. 170-172.

66. Cfr. RIGOSA, Note e appunti su Montelungo e sui longobardi in val di Magra nell’VIII secolo, cit., pp. 37-45.

67. Sulla istituzione monastica in questione cfr. G Rigosa, Per la storia dell’espansione di Leno verso il Tirreno – Note di toponomastica lunigianese, in San Benedetto “ad Leones” Un monastero benedettino in terra longobarda, a cura di A. Baronio, in “Brixia Sacra”, Brescia 2006, pp. 441-446

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina facebook di Paolo Amadi

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