ASPETTI DELLA PRESENZA DEI CATTOLICI NELLA RESISTENZA IN ALTA LUNIGIANA

Che cosa è rimasto della Resistenza dopo la contestazione del ’68? Che cosa sopravviverà all’eversione tentata in questi anni dal terrorismo ?

Una tessera dell’Azione Cattolica del 1949

Inizio volutamente con due domande che il rigore della ricerca storica non autorizza, ma che a me consentono di porre limiti e di dare una precisa fisionomia a questo intervento. Nel senso che il ripensamento del passato, condotto con la coscienza critica dell’oggi, non solo rende immuni da intenti celebrativi, ma favorisce la ricerca di quelle potenzialità positive, che altrimenti andrebbero disperse.

Questo convegno rompe un silenzio di anni. Ho l’impressione che sia tardi: non tanto da un punto di vista storiografico, quanto da un punto di vista etico. Qui dentro si dice infatti dei ‘valori’ della Resistenza, ma fuori di qui le generazioni del dopoguerra hanno già bruciato altri valori, semmai senza conoscere questi oppure rifiutandoli come autentici.

Quando la Resistenza era ancora oggetto di appropriazioni ideologiche, il consumismo proponeva ai giovani modelli più persuasivi di disimpegno e di rifiuto di proposte che venivano dall’arcaica società dei padri.

È pur vero che della Resistenza oggi rimangono le istituzioni repubblicane: che essa è evocata a legittimare scelte politiche democratiche, ma non si è prodotto un modello culturale nel quale le generazioni successive potessero riconoscersi. È altrove che tanti settori della società cercano le risposte alla crisi attuale. La Resistenza diventa un punto di riferimento sempre più lontano.

Per questa ragione sono convinto che oggi, anche in coincidenza con i risultati di una ricerca storiografica più matura, ci si debba porre l’obiettivo di elaborare un modello culturale di convivenza, nel quale ciascuno possa individuare le radici della propria identità storico-sociale.

Mi limiterò qui a fornire alcune indicazioni sulla presenza dei cattolici soprattutto nell’Alta Lunigiana: argomento sul quale pesa un silenzio quasi totale e la mancanza di ricerche appropriate (1).


Obiettivo indispensabile, in un’analisi come questa, resta comunque quello di superare tentazioni devianti di tipo apologetico o, all’opposto, polemico, se si vuole essere in grado di recuperare prospettive più attendibili e più convincenti di studio. In particolare, siccome quello dei cattolici non fu un contributo affatto secondario e tanto meno perdente, si tratta non solo di riscoprire quali furono le posizioni della gerarchia e del clero, ma anche di mettere in luce la ricchezza di indicazioni emerse nell’area cattolica e soprattutto di capire quale importanza abbia avuto la Resistenza nella storia del movimento cattolico. Infatti il coinvolgimento, pur prendendo avvio per lo più da una ribellione spontanea alla violenza, va valutato proprio per l’esito che produsse sul terreno della maturazione democratica di una cattolicità che, sulla base di questa esperienza, si troverà di fronte al problema della propria autonomia e alla necessità di disegnare la propria storia in modo autonomo.

Per quanto riguarda l’Alta Lunigiana, la configurazione sociale che essa presenta è quella di un mondo ad economia prevalentemente agricola: una agricoltura povera, di montagna, praticata da coltivatori diretti, proprietari di appezzamenti di terreni molto frazionati e poco fertili. La distribuzione capillare di parrocchie assicura alla Chiesa, per il tramite di sacerdoti presenti anche nelle zone più impervie, un’egemonia ed un’influenza che in generale non sono messe in discussione (2).

Nella vallata del Magra, in zona più fertile, le terre sono lavorate da mezzadri, fra i quali trova ampi consensi la propaganda socialista. In effetti nei centri più grossi, Aulla e Pontremoli, dove mancano insediamenti industriali di un certo rilievo, resiste una tradizione socialista (fortemente caratterizzata in senso anticlericale), che data dai tempi delle lotte sociali e politiche d’inizio secolo.

Ma la storia dei centri cittadini è anche la storia del ceto medio fin dall’epoca del popolarismo cattolico. Nel 1920-21 infatti non pochi ferrovieri, piccoli commercianti, artigiani, insegnanti, geometri, avevano dato la loro adesione al Partito Popolare, che a Pontremoli aveva più di 300 iscritti e che in provincia vantava personalità di rilievo, quali quelle dell’avv. Filippo Guerrieri e di Giulio Guidoni. Il Partito Popolare, che aveva cercato di formare un blocco fra ceti medi e contadini-operai, nel 1920 aveva strappato ai socialisti parecchie amministrazioni comunali: la Lunigiana ‘rossa’ diventava ‘bianca’ (3).

Allorché la piccola borghesia finisce per rassegnarsi al fascismo, che trova in essa il punto d’appoggio, un convinto antifascismo si riscontra solo fra il gruppo ristretto di operai che lavorano nelle industrie spezzine; fra costoro emerge la figura di Severino Lorenzi ‘il Crociato’, che sarà uno dei principali artefici della costituzione della Democrazia Cristiana di Pontremoli.

La maggioranza dei cattolici è comunque obbediente alle direttive della gerarchia, di cui è emanazione il settimanale ‘Corriere Apuano’, che dal marzo 1944 al maggio 1945 sarà ridotto a foglio unico ‘La Parola del Vescovo’. Non si può infine trascurare il fatto che una attenzione particolare viene riservata ai giovani e ai professionisti dalla Azione Cattolica, all’interno della quale, dopo la crisi del ’31, si era diffuso un atteggiamento critico e di distacco nei confronti del regime.

A Pontremoli il 2 maggio 1943 si festeggia con particolare solennità il 75° di fondazione della Gioventù Maschile: in una circolare alle parrocchie si mette in rilievo che il settore giovanile «oggi esige le cure più oculate e solerti».

Studi recenti hanno posto in evidenza che il sospetto esercitato fin dal ’31 nei confronti del regime, è ancora interno al regime stesso.

« Si tratta di un antifascismo del tutto particolare, che presenta fino al 25 luglio pochi punti di contatto con quello dei gruppi antifascisti di ispirazione laica, presenta in generale una quasi totale carenza di motivazioni politiche… Il fascismo veniva colto nella sua posizione di continuità con lo Stato liberale, non perché se ne comprendesse (così come era avvenuto nelle discussioni del fuoriuscitismo) la profonda connessione con le strutture economiche della società italiana, e se ne vedesse la natura di classe; ma perché da un’ottica epocale e metastorica esso appariva l’epilogo di un dramma di allontanamento (4) del mondo da Dio, che aveva origine nella Riforma» (4).

L’impegno dell’Azione Cattolica e per l’Azione Cattolica si spiega dunque in questa ottica di rifiuto di tutta la tradizione liberale e democratica, a cui si oppone la superiorità di un disegno cattolico di stampo intransigente. La Democrazia Cristiana, infatti, non gode ancora la fiducia della Chiesa, che punta sull’Azione Cattolica per realizzare il progetto di una ‘successione cattolica’ al regime fascista (5).

È in questa prospettiva che si indica nella monarchia l’autorità legittima. Ai cattolici il Vescovo di Pontremoli ripete che «l’autorità legittima, fino a prova contraria, risiede sempre nel Re, Capo dello Stato italiano, e quindi l’obbedienza attiva si deve solo al suo legittimo Governo e alle forze occupanti un’obbedienza meramente passiva, ad maiora mala vitanda» (6).

Non è quindi da sottovalutare il fatto che la massa cattolica, estranea alle direttive di un partito, obbedisce a quelle della gerarchia ecclesiastica. Tanto più ascoltata, la parola del Vescovo e dei sacerdoti, proprio dalla gente contadina, per il motivo che da tempo fra di essa non è accreditato altro potere che quello della Chiesa. Questo, del rapporto clero-contadini-partigiani, è un punto caratterizzante della Resistenza nelle zone montane della Lunigiana, che non è stato ancora sufficientemente studiato.

Oggi, a mio parere, non è più sufficiente limitarsi alla constatazione che il clero si è astenuto dalla tentazione sanfedistica di sguinzagliare i suoi fedeli contro gli infedeli, liberali, socialisti, comunisti. Che questo non sia avvenuto, pure non è da dimenticare, se non altro per favorire, proprio nell’ambito di quel modello culturale di cui ho parlato nella premessa, un incremento della coscienza del modo di essere del cattolico nella realtà. Tuttavia alla storia locale del movimento cattolico ed a quella del movimento contadino dovrebbero essere arrecati contributi più maturi di natura storica, economica, e soprattutto sociologica.

In Lunigiana dunque, soprattutto nei paesi montani, l’autorità accreditata è quella religiosa. Il clero in linea generale si comporta secondo le direttive vescovili sul divieto di fare politica (art. 43 del Concordato), sul primato della preghiera, sul rispetto della norma che gli ecclesiastici sono ‘tutti fatti per il bene di tutti, al di fuori e al di sopra di ogni partito’ (7).

Che cosa significa questa linea, che pure sembra così ovvia? Da un lato essa riflette pienamente le indicazioni di Roma: la S. Sede, come si è sottolineato, è restia ad accordare il proprio appoggio alla Democrazia Cristiana, da poco ricostituita: l’ostilità verso il Partito Popolare è scontata ora dal nuovo partito cristiano (8).

Il progetto della Chiesa è piuttosto quello di porsi a capo di un blocco anticomunista, che si costituisca attorno alle masse contadine. Di qui la necessità di porsi ‘al di fuori e al di sopra di ogni partito’. D’altro lato, ossia dal punto di vista delle popolazioni contadine, la non compromissione del clero con i partiti e più in generale con la politica, è un fattore importante per il mantenimento di una fiducia e di un consenso che risalgono tra l’altro agli anni in cui, contro il disinteresse del fascismo, i parroci si erano fatti interpreti delle esigenze dei contadini. I quali, non si dimentichi, erano gravati di tasse, erano privi di assicurazioni sociali, ed erano costretti ad operare in uno stato di arretratezza tecnica e di mancanza di infrastrutture.

L’interlocutore privilegiato rimane perciò il parroco, il quale, comunque, senza il consenso delle popolazioni, vedrebbe ridotta la sua libertà d’azione, di tipo strettamente umanitario: ‘gli ecclesiastici sono fatti per il bene di tutti’. Anche la formula del ‘bene comune’ merita una rapida osservazione. É vero che essa garantisce una disponibilità pratica di tipo assistenziale e caritativo che torna a favore della Resistenza, ma contemporaneamente essa giustifica l’opposizione dei parroci alla propaganda comunista, soprattutto nei paesi di montagna. Il comunismo infatti, secondo questa ottica, è un sistema politico che non assicura ‘il bene di tutti’; la formula diviene così la base di legittimazione dei sistemi politici o al contrario della loro condanna.

Si determina pertanto una situazione per cui, nonostante il fastidio per la presenza spesso provocatoria dei primi partigiani, il clero non esita ad assicurare, anche in canonica, aiuti e nascondigli in caso di necessità. Nelle pagine di Oscal Lalli, socialista, su don Eugenio Grigoletti, parroco di Adelano, ucciso nell’agosto 1944, ne possiamo trovare una significativa conferma (9).

In conclusione l’opposizione di principio non si traduce in una discriminazione di fatto: e a me sembra che, nonostante le riserve critiche che possono essere prodotte, questo atteggiamento alla lunga abbia reso meno ardua la coesistenza fra i partigiani venuti dalla città e le popolazioni di montagna.


Tessera Azione Cattolica del 1949

Anche alla lotta clandestina viene portato da parte dei cattolici un contributo che ormai è fuori discussione. Certamente socialisti e comunisti, ma anche altri, si muovono con maggiore prontezza ed in numero quantitativamente superiore.

A Bagnone, il gruppo 37 B. di Edoardo Bassignani (Ebio), poi brigata Borrini: nello Zerasco, accanto a nuclei in contatto con il Partito d’Azione spezzino, è tutto un pullulare di iniziative di vario colore politico, fra le quali accenno solo al tentativo di dar vita ad una Brigata d’Assalto Lunigiana, e alla attività del maggiore inglese Gordon Lett.

L’organizzazione della lotta in Alta Lunigiana è resa difficile dalla mancanza di collegamenti con Massa, dove peraltro una disavventura capitata a Giuseppe Pagano blocca l’attività del C.L.N. Un taccuino con i nomi dei componenti era caduto nelle mani dei nazifascisti. Legami più efficaci si stabiliscono piuttosto con La Spezia, dove il lavoro cospirativo è in fase avanzata, e con Parma.

Per quanto riguarda l’area cattolica, non si deve sottovalutare il fatto che la mancanza di una organizzazione di partito influisse in misura notevole sulla tendenza all’attesismo. La Democrazia Cristiana, come abbiamo visto, non gode della fiducia della Chiesa, la quale punta piuttosto sulla Azione Cattolica e sulla classe dirigente che da anni si va formando fra le sue file (10). Chi si muove, o è vicino alla Democrazia Cristiana appena ricostituita, oppure è costretto ad operare scelte autonome.

A Massa figura di protagonista è quella di Pietro Del Giudice, ex domenicano del convento di S. Marco a Firenze; di orientamento cristiano-sociale, si adopera per la costituzione dei ‘Patrioti Apuani’, mantenendo stretti contatti con il gruppo livornese di don Roberto Angeli.

Nel C.L.N. apuano la Democrazia Cristiana è rappresentata da Alberto Bondielli, ma i collegamenti con l’Alta Lunigiana sono precari. Semmai sui cattolici lunigianesi uno stimolo concreto all’azione è esercitato dalle notizie di quanto sta avvenendo oltre Appennino in provincia di Parma.

A Parma, subito dopo l’armistizio, i cattolici si organizzano e decidono di dar vita ad un movimento armato che vuole agire nel rispetto dell’etica religiosa (11 ). Sulle pendici occidentali dell’Appennino i fratelli Guglielmo e Gino Cacchioli stanno organizzando le formazioni Beretta.

Un ruolo importantissimo è svolto da alcune figure di sacerdoti, fra i quali don Mario Casale (Mario), commissario nelle Beretta: don Luigi Canessa, nella Cento Croci: e poi don Guido Anelli (Tito), la cui canonica è sede dell’attività cospirativa del gruppo Vampa, uno dei nuclei della Brigata Julia.

La resistenza cattolica nella provincia di Parma ha una sua caratterizzazione specifica: l’area di influenza comprende anche il versante toscano ad ovest e ad est della Cisa. Qui, in località Groppo del Vescovo, si forma un gruppo al comando di Giuseppe Molinari (Birra), al quale aderiscono molti pontremolesi: fra il clero, don Bruno Ghelfi (Bruno) sarà vicecommissario della III Brigata Beretta, nella quale ad altri pontremolesi si unirà anche Luigi Serni, futuro sindaco democristiano di Pontremoli.

In Valdantena giunge anche don Giuseppe Rosini (d. Andrea), ricercato a Massa dopo l’incidente Pagano che aveva paralizzato l’attività del C.L.N. Questa figura singolare di sacerdote, figlio di un cavatore segretario del P.P.I. di Fossola, opererà a lungo nella zona dell’Est Cisa in stretto contatto con il Comando Unico di Parma, di cui fa parte il suo ‘carissimo’ amico Gino Menconi, militante comunista (12).

Non si tratta comunque di fare qui un inventario di fatti e di nomi, tanto più che non è raro che giovani di estrazione cattolica militino in gruppi comunisti, come nel caso della adesione di Adelmo Bottero alla 37 B. di E. Bassignani nel bagnonese, oppure che cattolici e comunisti cerchino di collaborare nonostante innumerevoli difficoltà, come accade nella zona di Sassalbo (13 ).

Occorre semmai prendere atto di alcune caratteristiche, che indico in modo schematico:

— l’adesione dei cattolici alla Resistenza non ha una matrice strettamente ideologica. È piuttosto nella lettura della storia in chiave di verità ultima sull’uomo che occorre individuare la molla che spinge ad agire ed a lottare perché dignità e libertà siano difese. Da un movente di tipo umano si produce pertanto un esito di tipo politico.

-la presenza di cattolici, intesa come scelta individuale talora traumatica, ‘autonoma’ rispetto agli orientamenti della Chiesa, e comunque minoritaria, è un chiaro avvertimento al mondo cattolico che l’unica via praticabile è quella della democrazia. E quindi una minoranza che pone le premesse per una maturazione democratica della maggioranza (14).

-nell’Alta Lunigiana, dove si delinea una forzata collaborazione con le forze emiliano-parmensi e con quelle liguri-spezzine, più che altrove si dà la possibilità di incontro fra cattolici e uomini di diverso orientamento politico. Un’apertura, questa, che per la Lunigiana può essere considerata anche come occasione effettiva di superamento di certe forme di antagonismo radicale, che sopravvivevano ancora dai tempi delle lotte fra cattolici e socialisti.


Nei centri cittadini la occupazione tedesca, data la posizione strategica della Lunigiana, è particolarmente dura: a Pontremoli le truppe tedesche si installano nei locali del Seminario nonostante le proteste del Vescovo, mons. Sismondo.

Nei mesi iniziali si registrano momenti di grande tensione, anche perché fascisti e tedeschi cercano di intimorire le popolazioni, minacciando continue rappresaglie. In seguito all’uccisione di due militari germanici, il 2 ottobre 1943 Pontremoli è minacciata di distruzione; il Commissario Prefettizio Francesco Chiartelli è fatto prigioniero insieme ad un gruppo di pontremolesi, finché non è fatta luce sull’episodio. Dopo l’ammissione di colpa di due inglesi, catturati lungo la Cisa, Pontremoli è risparmiata, ma dovrà pagare una multa di ben 30.000 lire.

Fra i più esposti, i parroci spesso sono costretti a far da tramite fra gli occupanti e le popolazioni. Si fa pressione su parecchi sacerdoti affinché convincano i giovani ad arruolarsi nell’esercito repubblichino (15 ).

Si sospetta che i ‘pastori’ aiutino militari sbandati, renitenti, ribelli a nascondersi e di conseguenza si mettono in atto vessazioni di ogni tipo, il cui elenco è quello consueto nei regimi di occupazione. A Succisa, ad esempio, dopo lo scontro del marzo 1944 in cui perde la vita Fermo Ognibene ‘Alberto’, comandante del ‘Picelli’, il parroco don Quinto Barbieri è accusato di aver dato aiuto ai feriti ed è trasferito alle carceri di Massa.

Certo, in un momento di grande paura, di notizie spesso false, di disaggregazione fra gli uomini ‘alla macchia’ ancor privi di direttive e spinti ad agire alla cieca, un punto di riferimento sicuro per tutti è la figura del Vescovo, mons. Giovanni Sismondo. È lui che interviene a favore di un gruppo di cittadini, fra i quali Mino Tassi ‘Bixio’ socialista e Laura Seghettini, arrestati per sospetta attività antifascista, ottenendone la liberazione (16).

Che cosa significhi un atteggiamento così deciso, in termini di rassicurazione dei sacerdoti che, protetti, possono agire in modo più spregiudicato: della popolazione che, difesa, può disporsi a resistere e a difendere i valori di umanità e di civiltà: dei partigiani stessi che possono trovare nel Vescovo una possibilità, spesso l’ultima, di aiuto: lo si potrà capire solo in un quadro di riferimenti non inquinato da interessi di parte. Qui basterà ricordare due interventi, nel marzo 1944, mentre si intensificano le puntate offensive della X Mas.

Il primo. Dopo l’uccisione a Casa Corvi di tre uomini disarmati che lavoravano nei campi, ad opera di militi del battaglione S. Marco, Mons. Sismondo protesta energicamente presso Junio Valerio Borghese, ricevendone una risposta sprezzante: «Le notizie trasmessemi non erano a mia conoscenza e ritengo siano infondate”.

Il secondo. Si tratta dell’episodio noto dei fucilati di Valmozzola. Mons. Sismondo si era recato di persona al Comando tedesco per chiedere la grazia a favore di « sette ottimi partigiani », catturati nel Bagnonese (17).

Anche se non è unicamente l’azione di una personalità così forte a connotare come ‘cattolica’ la resistenza al nazifascismo, non si può tuttavia misconoscere il prestigio ed il ruolo centrale che Mons. Sismondo avrà fino all’epilogo della lotta.


Intanto fra la primavera e l’estate del 1944 la minoranza cattolica già coinvolta nella lotta affronta un’esperienza decisiva per la definizione del proprio ruolo politico. Mi riferisco ad un episodio che non coinvolge direttamente la Lunigiana, ma la zona limitrofa del Taro al di là dell’Appennino.

La costituzione di uno ‘stato libero’ nella valle del Taro, la piccola ‘repubblica’ del giugno 1944, va vista a mio parere come un tentativo da parte di forze dichiaratamente cattoliche, di dar vita ad una embrionale forma di democrazia (18). In questo stato si concretizzano in strutture, sia pur fragili, le convinzioni democratiche di Achille Pellizzari (Poe), una delle figure più insigni della Resistenza in questo settore dell’Appennino tosco-emiliano.

La ripresa della vita democratica si manifesta nell’azione di rinnovamento delle amministrazioni comunali: sono i capi-famiglia che per ora votano in pubbliche assemblee. Entro questi limiti si attua pertanto una forma di partecipazione che favorisce l’accordo fra popolazioni e partigiani.

Il dibattito politico fra gruppi di diversa ideologia è subordinato, date le circostanze, alla ricerca di una comune intesa operativa; non manca, in questa situazione di emergenza, un accordo fra le forze politiche che permette alla piccola ‘repubblica’ di sopravvivere. Segno di questa collaborazione, il giornale ‘La Nuova Italia’ (il primo numero è del 13 giugno 1944) dà la misura delle difficoltà, dei problemi, ma anche delle certezze che orientavano l’azione dei partigiani della ‘Julia’, della ‘Cento Croci’, delle ‘Beretta’

Va detto tuttavia che, forse per scarsa esperienza e per la mancanza di un modello di stato democratico, l’organizzazione della piccola repubblica può apparire incerta e contraddittoria: ad esempio, per ammissione de ‘La Nuova Italia’, «elementi iscritti e militanti tra le file del P. F. repubblicano sono ancora nelle amministrazioni comunali». Ma intanto una base piuttosto ampia viene recuperata alla democrazia col sistema del voto; si ricerca il consenso popolare; si dà grande importanza alla amministrazione della giustizia; si affronta subito il problema economico della mancanza di generi alimentari.

Quale rilievo abbia dunque questa esperienza locale nel processo di elaborazione di un progetto politico, lo attesta il fatto che qui emergono le prime indicazioni su uno stato democratico nettamente differenziato rispetto allo stato liberale, espressione elitaria di precisi interessi economici, ma anche rispetto alle forme più esasperate di democrazia giacobina e rivoluzionaria (19).

A proposito di questa ‘repubblica’ che, per l’importanza strategica del territorio, è costantemente sotto la minaccia tedesca, possiamo dunque parlare di laboratorio in cui si esperimenta la realizzazione di nuove strutture politiche e sociali, sulle quali dovrà ricostituirsi una democrazia non più liberale, ma nemmeno rivoluzionaria popolare.

Se a questa presa di coscienza, di come dovrà essere il futuro stato democratico, accede per ora solo una minoranza, la scoperta di una dimensione umana più autentica suggerisce alla maggioranza dei cattolici nuovi modi di comportamento.  Infatti gli episodi tragici dell’estate ’44 incrementano una forma di resistenza morale che spesso annulla le iniziali diffidenze nei confronti della lotta partigiana.

L’estate è un succedersi di feroci rastrellamenti nazifascisti.

Dal 30 giugno lo stato libero del Taro è stretto in una morsa senza scampo; l’azione si sviluppa ad ampio raggio, anche sul versante pontremolese, lungo la valle del Verde, in Valdantena, sulla sinistra del Magra, fin nella valle del Taverone. Qui, a Camporaghena, il 4 luglio è ucciso il parroco don Lino Baldini.

Nel Bagnonese e nel Pontremolese parecchi sacerdoti sono presi e portati nel campo di concentramento di Bibbiano (Reggio Emilia), poi, per interessamento del Vescovo di Parma, Mons. Evasio Colli, trasferiti nel Seminario maggiore di Parma e liberati il 22 luglio a rastrellamento concluso (20).

Evidente l’intenzione di privare i partigiani di punti d’appoggio.

Intanto, il 19 luglio, dopo la distruzione di parecchie frazioni e in particolare di Strela, era caduta la ‘repubblica’ del Taro. Pochi giorni dopo, altro furioso rastrellamento nello Zerasco, dove opera la I Divisione ‘Liguria’ di recente costituzione, al comando di Mario Fontana ‘Turchi’ e con Guglielmo Cacchioli ‘Beretta’ vicecomandante.

Dal 3 agosto la zona è invasa dalle truppe nazifasciste fra cui la ‘Monterosa’; case e frazioni sono distrutte, civili uccisi e fra gli altri don Eugenio Grigoletti parroco di Adelano e don Angelo Quiligotti, canonico e insegnante (21).

Ma già il 13 giugno le ‘sagre di sangue’ erano iniziate a Forno; proseguiranno il 19 agosto a S. Terenzo Monti con l’uccisione di più di cento civili e del parroco don Michele Rabino; a Bardine con l’impiccagione di 59 uomini raccolti in Versilia. E poi Castelpoggio e il 24 agosto Vinca, dove è ucciso anche il parroco don Luigi Janni di soli 27 anni. Ed infine, prima dell’eccidio alle Fosse del Frigido, l’uccisione nella zona di Massa dei certosini di Farneta (Lucca) (22).

Episodi, questi, fra i più noti, che rievoco qui perché è proprio da una devastazione di simili proporzioni che scaturisce un atteggiamento di solidarietà autentica: in particolare, in una fascia sempre più vasta del mondo cattolico, si rafforza la consapevolezza di dover lottare per difendere quei valori insostituibili che sembrano momentaneamente perduti. In termini politici ciò implica il ritrovamento di nuove forme di unità e di collaborazione che, nella misura in cui segna la possibilità di superare decenni di intransigenza e di intolleranza, rappresenta una delle acquisizioni più cospicue a quel modello culturale di cui parlavo all’inizio.

Se si considerano gli sviluppi successivi della lotta, si ha l’impressione che queste affermazioni siano contraddette dalla realtà dei fatti.

Oggi, grazie anche al lavoro del prof. Giulivo Ricci, si può sapere quanto sia stato problematico l’accordo fra uomini provati dalla lotta e portati, soprattutto nell’imminenza delle fasi conclusive, ad assumere spesso atteggiamenti settari.

Eppure sono le potenzialità positive che devono essere riscoperte, se non si vuole rimanere prigionieri delle contraddizioni del presente. È vero che dopo i feroci rastrellamenti l’appoggio delle popolazioni rischia di venir meno, ma si deve anche dire che sul piano politico-militare proprio perché c’è più chiarezza ed un maggior senso di responsabilità, la Resistenza può superare il momento critico dell’estate ’44.

La riorganizzazione è infatti rapida: la T Divisione ‘Liguria’ nella IV Zona ligure e la I Divisione ‘Lunense’, a cui aderisce il ‘Gruppo Patrioti Apuani’ di Pietro Del Giudice, praticamente non interrompono la loro attività. Notevole efficienza c disciplina rivelano le formazioni del parmense, attive anche sul versante ligure-toscano, soprattutto dopo la costituzione del Comando Unico (3 settembre), da cui dipendono la ‘Julia’ e Ie ‘Beretta’, prevalentemente cattoliche, ma non la ‘Cento Croci’ di Federico Salvestri ‘Richetto’.

In area cattolica (il limite che ho posto a questa analisi non è dettato dalla volontà di attribuire alla Resistenza un marchio esclusivo) l’adesione è sempre più massiccia.

II ‘Battaglione Pontremolese’ in Valdantena riceve l’apporto di parecchi, qualificati, pontremolesi. In questa zona riparano anche gli esponenti superstiti del C. U. Parmense, fra cui A. Pellizzari, dopo l’assalto subito il 17 ottobre a Bosco di Corniglio. Nello scontro erano morti Giuseppe Picedi Benettini (Penòla) ed il comunista Gino Menconi (Renzi).

Il 19 novembre, durante un vasto rastrellamento nell’Est Cisa, tutta la Valdantena è sottoposta a perlustrazione dai tedeschi e a Pracchiola è fatta saltare la canonica. Tuttavia l’appoggio delle popolazioni non viene meno.

Intanto si aggrava il problema dei rifornimenti alimentari: lo spettro della fame incombe sulle popolazioni. Senza l’aiuto dei contadini i partigiani non potrebbero superare l’inverno che, per l’arresto della avanzata alleata, saranno costretti ad affrontare sui monti.

In novembre don Guido Anelli, per conto del C. U. di Parma, aveva compiuto una pericolosa missione a Roma, ottenendo da Ivanoe Bonomi cospicui aiuti finanziari che permetteranno alle formazioni di provvedere almeno in parte alla mancanza di generi alimentari.

Alla fine dell’estate del ’44 un impegno del tutto particolare è messo nel lavoro di organizzazione dei C.L.N. locali, a cui collaborano anche parecchi sacerdoti: a Fosdinovo, ad esempio, uno dei più attivi fu d. Fiorino Bonomi, prima di essere ucciso il 16 settembre 1944: a Podenzana, don Pietro Ballerini (23 ).

A Pontremoli la situazione si prospetta in termini differenti. Il trasferimento della Prefettura (Prefetto dal maggio ’44 l’avv. Ernesto Buttini, pontremolese) e degli uffici della Provincia porta a Pontremoli da Massa parecchi uomini che, proprio dall’interno di quegli uffici, fornivano da tempo una preziosa collaborazione al C.P.L.N. apuano, presieduto dal democratico-cristiano Alberto Bondielli. La organizzazione del C.L.N. di Pontremoli è favorita dalla presenza di questi impiegati e funzionari: fra gli altri, il dott. Alberto Del Nero ‘Lino’ poi senatore democristiano e Ugo Bernieri ‘Italo’. I lavori di questo organismo, la cui importanza in linea generale è ribadita in una circolare del 25 settembre 1944 fatta pervenire a tutti i comandi delle formazioni, non sono stati ancora studiati (24)

Mi limiterò a ricordare che nei C.L.N. comunali dell’Alta Lunigiana si configura un orientamento prevalentemente democraticocristiano: un ruolo di rilievo ha a Pontremoli il prof. Italo Podestà ‘Flavio’ che in qualità di segretario, dopo la morte del presidente gen. Pietro Ferrari, assume la reggenza del comitato. L’arrivo di ‘Lino’ e di ‘Italo’ è determinante anche per la organizzazione della sezione pontremolese della Democrazia Cristiana. Riunioni clandestine, sempre più frequenti dal settembre 1944, si tengono nello studio privato del direttore de ‘Il Corriere Apuano’, don Marco Mori ‘Astrale’, il quale in una delle prime riunioni precisa la sua posizione.

Come si legge nel verbale del 27 novembre, egli dichiara che « non intende dare adesione formale né ora né poi a nessun partito, neppure al nostro, perché questo è proibito dalle Autorità Ecclesiastiche… ». Le riserve della Chiesa nei confronti della Democrazia Cristiana non sono ancora cadute; solo nel radiomessaggio del Natale 1944 Pio XII farà espliciti riferimenti alla ‘democrazia’.

É interessante notare che il 17 marzo 1945 al momento della nomina dei componenti la Giunta del P.D.C., il presidente della Gioventù Maschile di Azione Cattolica ‘Piero’ pone il problema se è permesso agli uomini di Azione Cattolica assumere incarichi all’interno del partito. Il divieto è ancora in vigore e sarà sciolto parzialmente solo nel maggio 1945, secondo Ie norme che su ‘Il Corriere Apuano’ appaiono il 17 maggio.

Con il tacito appoggio della autorità ecclesiastica la Democrazia Cristiana inizia dunque una intensa attività, alla cui base sta la chiara consapevolezza di dover agire soprattutto fra «le popolazioni agricole» e fra gli operai.

In tutti i paesi di montagna si costituiscono dei quadri di base, anche se non si procede ancora alla stesura di nomi per timore di delazioni: in questa fase è determinante il lavoro di Severino Lorenzi ‘il Crociato’, il quale nei suoi giri di propaganda cerca di mantenere i contatti anche con le formazioni militari.

Un punto del programma particolarmente discusso riguarda «la forma cooperativa delle varie attività agricole: caseifici, spacci, acquisti e rivendite di generi agricoli ecc. »; sulla base di una aggiornata documentazione si dimostra che « l’interesse della popolazione si indirizza in questo senso » e si invita « il consiglio a farsi promotore di una tale forma di attività per strappare l’iniziativa agli altri partiti ».

Notevole impegno è dedicato anche alla formazione dei futuri dirigenti: a questo proposito il 7 gennaio 1945 si decide di costituire una vera e propria ‘scuola’ di partito, con incontri settimanali da tenersi «col massimo riserbo». In collaborazione con l’Azione Cattolica viene inoltre organizzato un corso di cultura « religioso-sociale », con lezioni che durano per tutto il periodo quaresimale.

Dal marzo 1945, mentre l’attività di propaganda si estende gradualmente anche agli altri comuni dell’Alta Lunigiana per costituirvi sottosezioni, si pone il problema del finanziamento che non è di facile soluzione. Nello stesso periodo è più volte sollecitata anche la formazione di G.A.P. (Guardie Armate Popolari): il 24 marzo 1945 viene nominato ‘Etna’ (Dante Coltelli) « quale Rappresentante Militare… poiché, essendo in contatto diretto con Beretta e altri capi delle Formazioni Patriottiche, possa… trattare con le stesse Formazioni Militari, ricevendo e trasmettendo ogni comunicazione di grande vantaggio per la nostra sezione ».

Non vado al di là di questi cenni anche per dare maggiore spazio alla analisi della attività svolta da Mons. Giovanni Sismondo, Vescovo di Pontrennoli.

Oggi, sulla base di un fitto carteggio, da me recuperato, si possono acquisire elementi nuovi, a completamento di quanto già il Vescovo stesso fece conoscere nel suo opuscolo ‘Nei venti mesi della dominazione tedesca’, più volte citato. Quella del Vescovo è un’azione che si esplica in varie direzioni: in campo assistenziale l’impegno è quotidiano, intenso, aggravato dal fatto che nel Pontremolese è dislocato un gran numero di sfollati, provenienti da tutta la Provincia. Le risorse alimentari scarseggiano e l’approvvigionamento è ostacolato dalle difficoltà di comunicazione; comunque nella giornata del profugo si possono raccogliere e distribuire parecchi quintali (15) di generi alimentari.

La fermezza, dimostrata in altre occasioni già ricordate, ha procurato al Vescovo Sismondo un prestigio che gli consente di intervenire, ora con decisione, ora in toni concilianti, presso comandanti partigiani, presso autorità repubblicane, presso capi tedeschi.

A Comano il 16 gennaio 1945 il parroco don Fontana è prelevato da partigiani ed ucciso davanti alla Chiesa. L’episodio va inquadrato nell’ambito dei problemi che travagliano le formazioni che operano nella zona a sinistra del fiume Magra: la ‘Borrini’ e la ‘IV Brigata Garibaldi Apuana’. Di tendenza comunista, nonostante la presenza nella ‘IV Apuana’ di comandanti democraticocristiani (‘Giove’ Gino Conti, ‘Eros’ Chinca, ‘Panfilo’ Giacomo Galeazzi, fra gli altri), gli uomini delle due brigate si rendono protagonisti di episodi discutibili, che oggi sono pubblicamente documentati.

La scarsa disciplina è fra l’altro il risultato delle incertezze che riguardano la collocazione delle due brigate, che non si sa mai bene con quale C.L.N., apuano o spezzino, abbiano rapporti e che sul piano militare sono in posizione marginale rispetto ai comandi della IV Zona ligure e a quelli del parmense e apuano. Ma soprattutto esiste, in particolare nella ‘IV Apuana’, una esasperata componente ideologica, che spesso fa perdere il senso della realtà ed è all’origine di episodi di violenza settaria e di intransigenza.

I rapporti fra partigiani sono fortemente antagonistici e nemmeno verso le popolazioni, sempre più diffidenti, si fa opera di paziente e di sapiente coscientizzazione (25)

La ricerca del fascista, vero o presunto, è parallela poi all’ostilità nei confronti di formazioni di altro colore politico: si pensi solo ai sospetti verso le Brigate ‘Julia’, cattoliche, operanti nella zona emiliana confinante. Ebbene, di questo malinteso senso di ‘purezza’ rivoluzionaria è rimasto vittima don Sante Fontana, parroco di Comano.

Mons. Sismondo, almeno per quanto può essere dedotto da cenni necessariamente scarni, data la delicatezza della situazione, già il 19 gennaio si rivolge con cautela al maggiore inglese Gordon Lett.

Siccome dal 20 gennaio la IV Zona Ligure, dove opera G. Lett, è sottoposta a nuovo rastrellamento, solo il 31 gennaio giunge una risposta di questo tenore:

« Comportamento gruppi comunisti del Comanese nei confronti dei Rev. Parroci. Con l’espressione della mia più viva disapprovazione e del mio sincero rincrescimento assicuro l’E.V. che non mancherò di segnalare la cosa ai Comandi Competenti e di richiedere che questo increscioso stato di cose abbia fine immediata ».

Se fra i Comandi Competenti, è un’ipotesi, si annovera anche la Missione Inglese che agisce proprio fra Monchio e Palanzano, in zona cioè vicina a Comano, si spiega il mandato di cattura della Missione nei confronti di ‘Benassi’ Reclus Malaguti, commissario politico della ‘IV Apuana’. Fra la ‘IV Apuana’ e la Missione inglese i rapporti erano tesi già da tempo. ‘Benassi’ comunque sfugge alla cattura.

Altri episodi di intolleranza nei confronti di sacerdoti danno la misura del carattere particolare che la Resistenza assume in questa zona. Eppure la giustizia sommaria non è consentita nemmeno in guerra e sono rari i casi in cui non venga costituito almeno un tribunale di Divisione ed in cui non si elabori un regolamento di disciplina.

Che poi episodi conne quelli di Comano contraddicano Ie direttive del P.C.I. dopo la svolta Togliatti, è inutile sottolinearlo (26); così come mi pare superfluo aggiungere che la condotta del Vescovo non è dettata da animosità verso il movimento partigiano: essa è doverosa sul piano morale e legittima su quello giuridico.

Tanto più che quella di Comano, non fu una vicenda isolata. Nel Bagnonese, catturato da partigiani, don Giuseppe Lorenzelli, riesce dapprima a fuggire, ma il 27 febbraio è ucciso in circostanze misteriose, appena prima del processo al quale la Curia, dopo aver ottenuto precise garanzie, non si era opposta. Ed ancora un ex seminarista, Putamorsi Renato, è arrestato perché, come risulta da una informazione al Vescovo, « si era occupato di mettere in salvo don Domenico Marchiò di Pontebosio, falsamente accusato e ricercato dai comunisti ».

In conclusione, ritengo che situazioni come queste non solo hanno neutralizzato la ‘linea di credito’ che De Gasperi aveva concesso a Togliatti, ma hanno contribuito non poco ad alimentare un anticomunismo viscerale che, anche per l’irrigidimento del mondo cattolico, a lungo rappresenterà l’eredità più scomoda della Resistenza (27).

A Pontremoli dunque la ricerca di soluzioni, non di parte, ma al di sopra delle parti, induce Mons. Sismondo a fare del maggiore inglese G. Lett l’interlocutore principale. Nei confronti del Prefetto Buttini che, malgrado le convinzioni fasciste, dà prova di indiscussa moderazione, il Vescovo si muove con grande cautela: l’incolumità dei familiari dei partigiani, che il Prefetto sembra assicurare, è frutto anche dell’opera di persuasione di Mons. Sismondo.

Con i comandanti partigiani i rapporti sono quotidiani: notizie di familiari, ricerche di prigionieri, assistenza religiosa per il tramite di cappellani, interventi per garantire il transito di veicoli carichi di rifornimenti alimentari o di ambulanze, richieste a favore di ostaggi, sono la parte più cospicua del carteggio, che testimonia come la Resistenza abbia nel Vescovo un punto di riferimento di tutto rilievo. Tanta attività non era senza pericolo: nel marzo 1945 un’informazione segreta del S.I.M. avvisa che circolano a Pontremoli, provenienti da Como « cinque agenti della polizia Segreta che cercano di mettere nel sacco Vescovo, frati e preti”

Ciononostante l’azione di Mons. Sismondo non si interrompe. Le incursioni aree alleate rischiano di trasformare Pontremoli in un ammasso di rovine: il 1944 si era concluso in modo tragico per l’Alta Lunigiana. Un nuovo bombardamento, preannunciato per il 4 gennaio, è evitato per il tempestivo intervento del Vescovo presso il Comando Alleato per il tramite di Gordon Lett. Un foglietto di risposta così suona: « Non si danno assicurazioni per il giorno quattro » e poi si dà garanzia che in ogni caso « saranno individuati gli obbiettivi. Convento Annunziata sarà rispettato ». Le località periferiche della S.S. Annunziata e di Mignegno, rispettivamente a sud e a nord di Pontremoli, attraversate dalla strada statale n. 63 della Cisa, sono le più esposte al pericolo di bombardamenti.

Altra assicurazione viene data il 31 gennaio: « oltre gli obbiettivi della stazione, ferrovia, ponti, bisogna controllare gli ammassi. Lo sgancio avverrà a quota molto bassa e su Pontremoli non verrà fatto bombardamento tipo Aulla ».

Il 25 marzo è Guglielmo ‘Beretta’ che risponde: « Il vostro desiderio di voler risparmiata la città di Pontremoli, per quanto è possibile, è pienamente condiviso da questo Comando. Le dolorose perdite di vite umane, le mutilazioni delle chiese di Santa Cristina e di San Pietro, le distruzioni di edifici di pubblica utilità e di abitazioni private hanno toccato profondamente il nostro animo di Patrioti Italiani, desiderosi più che mai di risparmiare ulteriori dolori e privazioni a quest’Italia martire. Per quanto è nelle nostre competenze abbiamo di già illustrato la situazione e perorato la causa della città di Pontremoli presso il Comando U. della Prov. di Parma e la Missione Americana ».

Alla mediazione di Mons. Sismondo sono affidate anche numerose trattative per lo scambio di prigionieri: particolarmente laboriosa quella apertasi il 16 febbraio, complicata da un attacco non autorizzato della 1a Compagnia Arditi e Sabotatori al carcere di Pontremoli. Il Vice-prefetto dott. Accattino, il dott. Ampolla, il dott. Umberto Buttini, fratello del Prefetto, sono tenuti in ostaggio dai partigiani, col rischio della cattura di contro-ostaggi o di rappresaglie da parte delle forze nazifasciste. La situazione è così grave che il Vescovo, per sbloccarla, è costretto a salire fino a Rossano accompagnato dal can. Mori, presso il maggiore G. Lett.

Nelle ultime settimane di lotta, secondo la strategia predisposta dai diversi Comandi, si intensificano le azioni partigiane; sul piano militare la zona di Pontremoli è controllata dal Comando Unico di Parma, da cui dipendono le Divisioni ‘Val Taro’ e ‘Cisa’ che operano nell’Ovest Cisa e la Divisione ‘Monte Orsaro’ nell’Est Cisa.

Lo Zerasco ed il settore di Mulazzo gravitano su La Spezia.

Con il passare dei giorni cresce anche l’impazienza di sottrarre Pontremoli alla occupazione tedesca: solo gli uomini della ‘Cisa’, comandata da Guglielmo Cacchioli, sono comunque autorizzati a scendere su Pontremoli. Tuttavia il 15 aprile l’azione di forza è tentata da un gruppo del ‘Picelli’ che, dipendendo dai comandi della IV Zona Ligure, non ha alcuna competenza sul territorio dell’Alta Lunigiana. L’episodio presenta aspetti misteriosi (28)

In ogni caso Mons. Sismondo è nuovamente interessato per uno scambio di prigionieri e su un biglietto firmato ‘Raimondo’ si può leggere:

« Eccellenza… intendo precisarvi che l’attacco di stamane contro Pontremoli è stato effettuato da formazioni liguri, alle quali la Divisione Beretta ha esplicitamente ordinato di non effettuarlo. Il B. G. fu appunto fatto prigioniero, mentre portava una lettera al V. Comandante della I a Divisione Liguria, che per una seconda volta era sconsigliato di intraprendere l’azione e invitato a soprassedere. La Divisione Beretta non ha sparato un solo colpo di suo. Voglio sperare che per il futuro nessuna formazione vorrà interferire arbitrariamente nella nostra zona; il Comando ha già inoltrato pratiche in merito… ».

Negli ultimi giorni il Vescovo, come lascia supporre anche il tono del biglietto a firma di ‘Raimondo’, è chiamato a negoziare e a garantire una serie di accordi fra i contendenti, che caratterizzano le fasi conclusive della lotta e sono alla base della Liberazione di Pontremoli.

Le linee essenziali si possono indicare nei seguenti punti.

  • salvaguardare Pontremoli da ulteriori distruzioni, come risulta dalla minuta di una lettera che contiene una ‘Umile preghiera per la città di Pontremoli’.
  • evitare scontri fra partigiani e tedeschi: ingresso dei partigiani in Pontremoli solo dopo il definitivo abbandono da parte delle truppe occupanti. Pontremoli, come vedremo, sarà liberata ‘solo’ il 27 aprile.
  • impedire rappresaglie sia da parte dei fascisti che dei partigiani (ma proprio alla vigilia della Liberazione tre partigiani prelevati dal carcere vengono fucilati in piazza del Monumento).
  •  dimissioni del Prefetto Buttini, sostituito dal Vice-prefetto dott. Accattino in modo che sia assicurato l’ordine pubblico. Esiste a questa proposito una precisa corrispondenza in data 25 e 26 aprile; il Vescovo dichiara, rivolgendosi al Vice-prefetto, di assumere « piena responsabilità per Lei e per il suo operato dinanzi alle autorità legittime di domani ».

Le vicende dei giorni 24-27 aprile sono ben documentate nella relazione stesa da Mons. Sismondo e pubblicata nell’opuscolo già citato.

A questo punto, come si può leggere in una relazione ancora inedita, « Mons. Vescovo si reca dal nuovo Comandante per renderlo edotto… dell’atto di consegna di due magazzini. Dopo una lunga discussione l’alto ufficiale tedesco, che aveva ritirato il documento, promette che alla sua partenza lo avrebbe restituito, a patto però che i partigiani non gli diano nessuna molestia… Ma alle ore 14 Mons. Vescovo chiama il can. Mori ed il suo segretario e legge loro un foglio col quale il Comandante della div. partigiana Beretta prega S.E. di portare al Comando tedesco l’intimazione di arrendersi entro le ore 20 dello stesso giorno 25 aprile, altrimenti sarebbero scesi ed avrebbero attaccato battaglia… Si decide di portare ugualmente al Comando tedesco l’intimazione di resa… e di spedire subito una staffetta al Comando dei partigiani… pregandolo di ritirare l’intimazione di resa, perché i tedeschi erano molto superiori ».

I partigiani, pur con notevole malumore, rinunciano a scendere, ma la situazione rischia ugualmente di precipitare quando, dopo le ore 23, il Vescovo è dichiarato in arresto col pretesto che un prete avrebbe favorito la fuga di due militari germanici: si minaccia anche la distruzione della città.

Il giorno 26 è tutto speso alla ricerca dei due militari: Mons. Sismondo, come già aveva fatto il 9 aprile, sale verso Cervara, dove ha sede il Comando della Divisione ‘Cisa’ e rintraccia i due disertori. Si risolve così una situazione delicata: anche i magazzini sono lasciati intatti e sono messi a disposizione del Vescovo.

La ritirata tedesca è contrastata dai bombardieri alleati: il mattino del 27 aprile, Mons. Sismondo si muove per pregare le forze americane, dislocate alla periferia della città, di cessare il fuoco.

Anche i partigiani hanno via libera; il mattino del 27 Pontremoli è invasa dagli uomini delle ‘Beretta’ dove, soprattutto nella III sono raggruppati i pontremolesi.

Dal palazzo della Sottoprefettura Mons. Sismondo e Guglielmo ‘Beretta’ parlano alla popolazione.

Nel frattempo si pone il problema del sindaco. Nella riunione del C.L.N. del 20 aprile era stato nominato Ottorino Buttini, farmacista, proveniente dalle file dell’Azione Cattolica.

Ma nella seduta del 27 aprile, subito dopo la Liberazione, alla presenza dei comandanti partigiani, Mino Tassi ‘Bixio’, di orientamento socialista, propone di sospendere l’insediamento « finché il Commissario Politico del C.U.O. ‘Poe’ avrà espresso il suo parere sull’opportunità o meno della elezione di un sindaco nel momento attuale ». Il parere favorevole alla nomina del dott. Ottorino Buttini giunge il 28 aprile; nella stessa mattinata don Mario Casale, commissario, celebra in Duomo alla presenza del Vescovo una solenne funzione di ringraziamento, a cui assistono partigiani, comandanti, membri del C.L.N. e della nuova Amministrazione.

La valutazione di episodi e di decisioni che contraddistinguono questa fase conclusiva, meriterebbe uno spazio più ampio; mi limito solo a rilevare che, parallelamente a quella umanitaria, sembra imporsi la preoccupazione di rilanciare la prospettiva dell’unità dei cattolici, che la Resistenza avrebbe potuto seriamente compromettere. Prende così avvio in un modo per molti aspetti contraddittorio, il periodo tormentato del dopoguerra, nel quale parecchie speranze suscitate dalla Resistenza finiranno per essere disattese.

Tuttavia a conclusione di questo intervento ripropongo la questione che Pietro Scoppola ha indicato nel suo studio su De Gasperi:

“Si sono fatte alcune ricerche sulla partecipazione dei cattolici alla Resistenza e sul ruolo che in essa ha avuto la religione; assai meno si è considerato l’altro aspetto del fenomeno: l’influsso cioè che la Resistenza ha avuto nel suo insieme sulla vita religiosa, sulla Chiesa e sul mondo cattolico » (29).

A me pare che proprio nella adesione delle forze cattoliche si debba individuare un momento importante di quel processo in cui, sfumato per la Chiesa il progetto di una ‘successione cattolica’ al fascismo, si delinea un consenso sempre più ampio alla democrazia.

É pur vero che la ricchezza di indicazioni e di esperienze, che la Resistenza ha evidenziato, finirà per ricomporsi nella linea della gerarchia. Ma, nonostante le tentazioni regressive del dopoguerra, il senso di autonomia e di responsabilità, la ricerca del confronto con le altre forze politiche, la difesa dei valori più autentici della democrazia, rimarranno acquisiti alla coscienza di una minoranza attenta e critica.

Di qui è indispensabile partire, se si vuole costruire un modello culturale di convivenza, in cui finalmente ci si possa riconoscere senza residui di intransigenza e di intolleranza.

PIERANGELO LECCHINI, Aspetti della presenza dei cattolici nella resistenza in Alta Lunigiana, in Cronaca e Storia di Val di Magra, anni XII-XIII 1983-84, Aulla di Lunigiana, 1984

(1) Anche al convegno di Lucca dell’aprile 1975 sul clero toscano nella Resistenza non è stato presentato nessun studio specifico sulla diocesi di Pontremoli.

(2) Nella diocesi di Pontremoli su una superficie di kmq. 785,41 sono distribuite ben 128 parrocchie.

(3) Interessante soprattutto per capire il clima polemico il ‘pamphlet’ della nuova amministrazione popolare: Comune di Pontremoli, Come fu lasciato il comune di Pontremoli dalla cessata amministrazione, Cavanna, Pontremoli, 1921.

(4) R. Moro, Afascismo e antifascismo nei movimenti intellettuali di Azione Cattolica dopo il ’31, in « Storia contemporanea », 1975, n. 4, pag. 734.

(5) Sulla ‘successione cattolica’ si veda: P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, il Mulino, 1977, pp. 38-45.

(6) G. Sismondo, Nei venti mesi della dominazione tedesca (1943-1945), Pong tremoli, Artigianelli, 1972, p. 7. Si tratta della relazione alla Santa Sede sui mesi di guerra. Di origine piemontese, il Vescovo di Pontremoli dopo l’8 settembre si attesta su posizioni legittimistiche, cantando ‘nei Pontificali delle feste più solenni (art. 12 Concordato) la preghiera liturgica per la prosperità del medesimo Capo, nonostante le ripetute minacce di essere aggredito nella stessa Cattedrale’, (Nei venti mesi…, cit., pag. 7)

(7) G. Sismondo, Nei venti mesi…, cit., p. 10.

(8) Sulla posizione di De Gasperi e sulla mediazione di mons. Montini presso Pio XII, si veda P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., pp. 116-118.

(9) O. Lalli, Lotta partigiana, a cura dell’A.N.P.I., Massa, 1946, p. 47. Dello stesso autore si veda anche: Nebbia al sole in Val di Magra, Bologna, 1963, p. 121.

(10) In questo contesto va inserita e letta la famosa lettera di Gedda a Badoglio dell’11 agosto 1943. Si veda: P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., p. 44. T. Sala, Un’offerta di collaborazione dell’Azione Cattolica Italiana al governo Badoglio (agosto 1943), in ‘Rivista di storia contemporanea’, a. IV, 1972, p. 519 sgg.

(11)  Fra i partecipanti alle prime riunioni: Mario Bocchi (Perez), B. Rampini (Carruchi), M. Gillo, G. Perlini (Corazza), G. Belli, don Ennio Bonati, don Erminio Lambertini, G. Calzolari, Renzo Ildebrando Bocchi (Ruffini), don Giuseppe Cavalli (Pellico), G. Vignali (Bellini).

Si veda anche: G. Bianchi, I Cattolici, in L. Valiani, G. Bianchi, E. Ragionieri, Azionisti Cattolici e Comunisti nella Resistenza, F. Angeli ed., 1971, pag. 249.

(12) G. Rosini, Antifascismo e Resistenza nella testimonianza di un cappellano di brigata garibaldina, in ’11 clero toscano nella Resistenza’, Atti del convegno Lucca 4-6 aprile 1975, Firenze, 1975, pp.229 – 240

(13)  su A. Bottero, medaglia d’argento, caduto nel luglio 1944, si veda: C.B. Brunelli, La Resistenza nella vallata bagnonese, Milano, s.d., pp. 74-76. Sui gruppi di Sassalbo e sulla presenza di fivizzanesi, si veda: G. Ricci, Avvento del fascismo, Resistenza e lotta di liberazione in Val di Magra, Parma, 1975, pag. 380

(14)  Sulla Resistenza come fenomeno minoritario, si veda: E. Ragionieri, Sto. ria d’Italia, vol. IV, tomo III: La storia politica e sociale, Torino, Einaudi, 1976, P. 2389.

(15) Sulla propaganda contro l’arruolamento e sull’azione dei parroci a favore della renitenza, si veda: G. Pansa, L’esercito di Salò, II ed., Milano, Mondadori, 1970. G. Bianchi, Atteggiamenti antifascisti e apporti alla Resistenza di clero e laicato cattolico, in ‘Ricerche storiche’ gennaio-giugno 1974.

(16) M. Tassi, Pagine pontremolesi, voll. 3, Artigianelli, Pontremoli, 1957-60: v. II, p. 45 sgg. Ora in unico volume, Pontremoli, 1974.

(17) G. Sismondo, Nei venti mesi…, cit., p. 9. Sull’episodio dei fucilati di Valmozzola e sull’azione del Vescovo, si veda il diario del sacerdote don Marco Mori in G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, I.S.R. in Liguria, Genova, 1965, vol. I, p. 281 sgg. L. Casella, La Toscana nella guerra di liberazione, Firenze, 1972, pp. 99-103.

(18) Sulla Repubblica del Taro si veda: P. Lecchini, Ovest-Cisa: la battaglia per Borgotaro, in ‘La Resistenza in Emilia Romagna’, a cura di L. Bergonzini, il Mulino, Bologna, pp. 235-254. Il testo è quello di una comunicazione inviata al Convegno internazionale sulle zone libere della Resistenza italiana ed europea, svoltosi a Domodossola fra il 25 e il 28 settembre 1969.

Fra gli altri studi ricordo: G. Cacchioli, Le Repubblica partigiana dell’Alta Val Taro, in ‘Il contributo dei cattolici alla lotta di liberazione in Emilia Romagna’, atti del 20 Convegno di studi di Salsomaggiore, Busto Arsizio, 1966, pp. 317*322.

Più recentemente: AA.VV., Territorio libero del Taro, Tip. Già Coop., Parma, 1974. Sui rapporti clero-partigiani, una preziosa testimonianza è fornita da Mons. Carlo Boiardi, arciprete di Borgotaro, poi Vescovo di Apuania. Si veda in ‘Il clero toscano nella Resistenza’, cit., la relazione di E. Ronconi, Note sui rapporti fra il clero toscano, la Repubblica sociale italiana e le autorità d’occupazione tedesche, p. 139.

(19) Su Achille Pellizzari, si veda: F. Franchini, Achille Pellizzari, Ed. Cinque Lune, Roma, 1966. F. Franchini, a cura di, Achille Pellizzari partigiano Poem raccolta di documenti e testi, Zappa, Sarzana, 1976.

Per una valutazione complessiva, si veda: L. Bergonzini, La lotta armata, in ‘L’Emilia Romagna nella guerra di Liberazione’, vol. I, cap. III ‘Le zone libere’, De Donato, Bari, 1975, pp. 172-223.

(20) Sono i seguenti sacerdoti: don T. Giulianotti, don C. Paolini, can. D. Iardella, parroco di Caprio ,don A. Filippi di Bagnone, don R. M. Menoni di Filetto, padre B. Magnani di Villafranca, don P. Necchi di Pieve di Bagnone, don P. Gallorini di Gabbiana, don G. Lorenzelli di Corvarola, don I. Dodi di Castiglione, don L. Farfarana della SS. Annunziata, don A. Tozzi di Baselica Valtaro, don L. Simonini di Corlaga, can. Bani sfollato, don L. Mori di Mochignano, don L. Fugaccia di Malgrate e alcuni seminaristi.

In una lettera a questi sacerdoti il Vescovo Sismondo scrive tra l’altro: «Passo delle ore di angosce veramente indicibili e strazianti. Per me sono coraggioso e non temo, ma quando penso ai miei sacerdoti e ai fedeli deportati, vilipesi, uccisi, …allora il cuore non regge ».

(21)Nel libro cronistorico della parrocchia di Zeri sono puntigliosamente annotate queste cifre, dietro la cui aridità si celano le enormi proporzioni della tragedia: « Distrutta la canonica a Coloretta. 22 case incendiate a Patigno: 38 a Noce: 18 a Castello: 16 a Bergugliara: 3 a Seralunga: 21 a Coloretta: 14 a Adelano: a Chiesa di Rossano la canonica e tutto il paese ». E poi: « 8 partigiani morti, 24 civili e 2 sacerdoti: in totale 34 ».

(22) La bibliografia è ampia: mi limito a ricordare, P. Cozzi, Reder il regista delle inaudite sagre di sangue, Edizioni Nuova Graphica, Grafiche Sanguinetti, Ortonovo, s.d.

(23) A. Ricci – L. Angelini, Il clero della linea gotica occidentale, Massa, 1966, p. 63.

(24) La circolare ha in oggetto ‘Rapporti fra le formazioni, i C.L.N. e le Giunte Comunali’ ed è firmata da ‘Tonino’ Comandante Militare, ‘Valerio’ Commissario per le formazioni ‘Garibaldi’ e ‘Ugo’ Commissario per le formazioni G.L.

Una documentazione essenziale sulla attività del C.L.N. di Pontremoli è in G. Ricci, Avvento del fascismo…, cit., Appendice, pp. 553-582.

(25) In un rapporto segreto del S.I.M., in data 4 aprile 1945, si può ‘leggere a proposito di quanto avveniva in questa zona: « Incidentalmente si fa presente che nei vari paesi attraversati, udite le persone più vicine ai partigiani, è risultato serpeggiare fra gli abitanti un vivo malcontento per la mancanza di disciplina e gli abusi e soprusi che sono all’ordine del giorno fra i componenti i reparti partigiani. Cittadini taglieggiati, alcuni spogliati d’ogni loro avere, altri perseguitati forse per bassa vendetta di qualche disonesto vicino. Tali abusi compromettono seriamente il prestigio delle formazioni partigiane ». 4-B 4 aprile 1945.

(26) Su questo problema e sulla personalità di ‘Benassi’, si veda: G. Ricci, Storia della Brigata garibaldina ‘Ugo Muccini’, Ed. I.S.R., La Spezia, 1978, pp. 396-399

(27) A proposito della collaborazione fra Togliatti e De Gasperi, si veda la lettera di De Gasperi del 12 settembre 1944, in P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., pag. 266.

(28) Una analisi ampia è in G. Ricci, Storia della Brigata Matteotti-Picelli, l.s.R., La Spezia, 1978, pp. 214-231.

(29) P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., P. 132.

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